L`OSSERVATORE ROMANO

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GIORNALE QUOTIDIANO
Unicuique suum
Anno CLV n. 58 (46.896)
POLITICO RELIGIOSO
Non praevalebunt
Città del Vaticano
giovedì 12 marzo 2015
.
Papa Francesco parla del ruolo dei nonni nella famiglia
Ottenuti i poteri speciali accusa Washington
Poeti della preghiera
Maduro
all’attacco
E ricorda la scelta di Benedetto
«La preghiera degli anziani è una
ricchezza» per la Chiesa e «una
grande iniezione di saggezza per
l’intera società umana, troppo indaffarata e distratta». Tornando come
nel mercoledì precedente a parlare
del ruolo dei nonni nella famiglia e
nell’attuale contesto sociale, all’udienza generale dell’11 marzo il
Papa ha ribadito che «l’anzianità è
una vocazione». E che sebbene questo periodo della vita sia «diverso
dai precedenti, non è ancora il momento di “tirare i remi in barca”».
Immedesimandosi con «questa fascia di età» — anche perché quando
è stato nelle Filippine il popolo lo
salutava come “Lolo Kiko”, cioè
nonno Francesco — ha esortato i
suoi coetanei a “inventarsi” nuovi
modi per essere anziani attivi oggi,
poiché «le nostre società non sono
pronte, spiritualmente e moralmente,
a dare a questo momento della vita
il suo pieno valore». Al punto che
persino «la spiritualità cristiana è
stata colta un po’ di sorpresa». In
proposito ha citato le tante «testimonianze di santi e sante anziani»
che «grazie a Dio non mancano»,
come ha potuto sperimentare egli
stesso durante la Giornata per gli
anziani svoltasi in piazza San Pietro
il 28 settembre scorso. O come Simeone e Anna, «che quando riconobbero il Bambino, scoprirono una
nuova forza, per un nuovo compito:
rendere grazie e rendere testimonianza». Da qui l’invito a seguire «la
Jan van’t Hoff, «Simeone e Anna»
scia di questi vecchi straordinari»,
diventando «anche noi un po’ poeti
della preghiera». Come ha fatto Benedetto XVI, «che ha scelto di passare nella preghiera e nell’ascolto di
Dio l’ultimo tratto della sua vita».
Dopo aver criticato infine “il cinismo” di quegli anziani che hanno
perso il senso della loro testimonianza, disprezzano i giovani e non comunicano la sapienza della vita, il
Pontefice ha evidenziato che «le parole dei nonni hanno qualcosa di
speciale per i giovani». Quelle «che
la mia nonna mi consegnò per iscritto il giorno della mia ordinazione
sacerdotale — ha confidato — le porto ancora con me». E ha concluso
auspicando «una Chiesa che sfida la
cultura dello scarto con la gioia traboccante di un nuovo abbraccio tra i
giovani e gli anziani».
PAGINA 8
CARACAS, 11. Non si placa la crisi
in Venezuela. Ieri, poche ore dopo
la presa di posizione dell’Amministrazione Obama, che ha definito il
Paese sudamericano «una minaccia
alla sicurezza nazionale» e ha imposto sanzioni a sette membri del
Governo, il presidente Nicolás Maduro ha ottenuto dal Parlamento i
poteri speciali. Il via libera è arrivato subito dopo una prima discussione preceduta da un discorso di
due ore in cui il leader venezuelano ha affermato che le misure degli
Stati Uniti sono mirate a rovesciare
l’Esecutivo. «Il presidente Obama
ha deciso personalmente di perseguire l’obiettivo di sconfiggere il
Governo e di intervenire in Venezuela per controllarlo» ha dichiarato Maduro.
Il Paese sudamericano sta vivendo una nuova ondata di tensioni e
violenze, frutto non solo dello
scontro politico tra il Governo del
presidente Maduro e l’opposizione,
ma anche della grave crisi economica. Scontri e manifestazioni di
protesta sono stati registrati in numerose località del Paese. La tensione è particolarmente salita
nell’ultimo mese in seguito all’arresto del sindaco anti-chavista di Caracas, Antonio Ledezma, rinchiuso
nel carcere militare di Ramo Verde,
nella periferia della capitale, con
l’accusa di aver ordito una cospirazione dell’opposizione finalizzata
al colpo di Stato e con «il chiaro
contributo — ha spiegato Maduro
— degli Stati Uniti, che coordinano
una serie di azioni secondo un’asse
formato da Madrid, Bogotá e Miami». Il sindaco di Caracas aveva
firmato, insieme alla deputata María Corina Machado e a Leopoldo
López, entrambi esponenti dell’opposizione, un manifesto pubblicato
l’11 febbraio scorso su una pagina
del quotidiano «El Nacional». Il
documento chiedeva le dimissioni
di Maduro e proponeva un accordo nazionale per aprire una fase di
transizione e avviare una serie di riforme.
Intanto, l’Unione delle nazioni
sudamericane (Unasud), il blocco
economico regionale del Mercosur
e la Comunità di Stati latinoamericani e dei Caraibi (Celac) hanno
annunciato che faranno partire al
più presto consultazioni sulla crisi
venezuelana e sulla presa di posizione di Washington. Il presidente
boliviano, Evo Morales, ha chiesto
al suo ministro degli Esteri di
«procedere alle consultazioni del
caso nella Celac e l’Unasud». Il capo dello Stato ecuadoriano, Rafael
Correa, ha detto che le dichiarazioni di Obama «sembrano un scherzo di cattivo gusto, che ci ricorda
le ore più oscure della nostra America», e ha chiesto anche lui che si
prepari una risposta regionale alle
sanzioni imposte da Washington.
A Buenos Aires, il capo del gabinetto presidenziale, Aníbal Fernández, ha indicato che «molto probabilmente ci sarà una presa di posizione dei membri del Mercosur e
dell’Unasud».
Strage di Boko Haram in un mercato
Un nuovo video diffuso dal gruppo jihadista conferma la strategia di corruzione e violazione dell’infanzia
Ancora una bambina
usata come bomba
Continuano le operazioni militari contro l’Is
ABUJA, 11. Boko Haram ha risposto
ieri alle sconfitte subìte dalle forze
governative nigeriane e da quelle
africane con una nuova strage provocata da due giovani attentatrici —
una delle quali poco più che bambina, secondo le prime testimonianze — in un affollato mercato di
Maiduguri, la capitale dello Stato
nordorientale del Borno, che del
gruppo jihadista è considerato la
roccaforte. Secondo fonti locali, le
vittime sarebbero diverse decine.
Quello di ieri è il terzo attentato in
quattro giorni a Maiduguri — cinquanta persone erano state uccise
sabato da un’esplosione nello stesso
mercato colpito ieri — a conferma
di come Boko Haram mantenga intatta la sua pericolosità, nonostante
gli sviluppi militari.
Sotto questo aspetto, l’esercito
nigeriano ha riferito ieri di avere riconquistato Bama, la seconda città
del Borno, che Boko Haram controllava dallo scorso settembre. Il
giorno prima erano stati i contingenti ciadiano e nigerino della forza
africana inviata in Nigeria — e alla
quale forniscono truppe anche Be-
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XVI
nin e Camerun — a comunicare la
presa di Damasak, sempre nel Borno, dopo aver ucciso in combattimento duecento miliziani jihadisti.
L’offensiva era partita da Diffa, capoluogo dell’omonima provincia
del Niger confinante con il Borno,
occupata in novembre da Boko Haram, le cui milizie erano state poi
costrette al ritiro.
Boko Haram mostra di essere ancora in grado di colpire, oltre che
con il terrorismo, anche con gli attacchi armati. Proprio ieri ha sferrato un nuovo assalto contro Ngamdu, un villaggio al confine tra gli
Stati del Borno e dello Yobe, snodo
cruciale di una delle principali strade della regione. I miliziani jihadisti hanno fatto irruzione nell’abitato
sparando all’impazzata, uccidendo
dodici persone e ferendone numerose altre per poi darsi alla fuga inseguiti dalle forze speciali. È il secondo attacco in quattro giorni lungo la strategica strada: sabato scorso due assalitori suicidi si erano fatti esplodere a un posto di blocco a
Benesheik, una quarantina di chilometri più a est.
Sfollati nigeriani in fuga dalle violenze di Boko Haram (Ap)
BAGHDAD, 11. Le operazioni militari
contro il cosiddetto Stato islamico
(Is) hanno fatto registrare negli ultimi giorni importanti sviluppi sul
piano strategico, secondo quanto sostenuto sia dai responsabili delle
forze irachene sia dal comando della
coalizione internazionale a guida
statunitense. La risposta dell’Is tenta
ancora una volta di dettare l’agenda
dell’informazione, mettendo in secondo piano le sconfitte subite. Un
ennesimo filmato ha confermato ieri
una studiata strategia di corruzione
e di violazione dell’infanzia: un
bambino trasformato in boia di un
presunto collaboratore dei servizi
d’informazione israeliani è il protagonista dell’ultima atrocità mostrata
dalla propaganda jihadista. Un analogo video l’Is aveva messo in rete
due mesi fa.
Al tempo stesso non si ferma gli
attentati: le esplosioni di diverse autobombe — sette in rapida successione, secondo le prime informazioni —
hanno causato oggi numerosi morti,
compresi diciassette agenti della sicurezza, a Ramadi, il capoluogo della provincia irachena di Al Anbar.
Dai fronti siriani il comando della
coalizione internazionale ha riferito
che i raid aerei hanno interrotto la
principale via di comunicazione con
l’Iraq usata dai miliziani jihadisti. I
bombardamenti hanno colpito e distrutto nell’area della città siriana di
Tal Hamis le postazioni dei miliziani lungo la strada 47, quella usata
per spostare uomini e materiali.
Nelle ultime ore, intanto, le truppe regolari irachene e le milizie loro
alleate, sia sciite che sunnite, sono
entrate a Tikrit, il capoluogo della
provincia di Salahuddin obbiettivo
principale di un’offensiva lanciata
da due settimane. In quest’ultima
fase delle operazioni stanno intervenendo anche gli aerei della coalizione internazionale, mentre finora era
stata la sola aviazione irachena ad
appoggiare le forze di terra.
L’Is ha tentato di rallentare
l’avanzata degli assalitori facendo
saltare ieri il ponte sul fiume Tigri
che collega Tikrit ad Al Alam, la cittadina sulla strada verso Kirkuk dalla quale era stato costretto a ritirarsi
Soldati iracheni sulla strada di Tikrit (Reuters)
lunedì. Sacche di resistenza sono segnalate ancora questa mattina, mentre il comando dell’esercito iracheno
riferisce che a ostacolare le operazioni delle sue forze contribuiscono le
mine disseminate in tutta l’area, ma
le milizie jihadiste vengono date ormai in rotta.
Contemporaneamente, truppe irachene e combattenti sciiti stanno
avanzando verso la città sunnita di
Fallujah, a circa settanta chilometri
a ovest di Baghdad. L’esercito ha
comunicato di avere ripreso il controllo della cittadina di Karma, a
nord di Fallujah, dopo violenti
scontri per tutta la giornata di ieri e
nei quali sono stati uccisi decine di
miliziani jihadisti.
Altri trentasei combattenti dell’Is,
sempre ieri, sono stati uccisi dai raid
della coalizione nella zona di Mosul. Il ministero della Difesa di Baghdad, nel riferire di queste operazioni, ha detto che hanno inferto un
duro colpo alle capacità militari del
gruppo jihadista che sembra concentrare la sua resistenza proprio
nell’area di Mosul. Da mesi si parla
di un’offensiva che le forze irachene
e gli alleati internazionali stanno
preparando per la primavera su questo fronte, considerato il più importante nella lotta contro l’Is.
Nel frattempo, in un discorso tenuto ieri al Parlamento europeo, il
re Abdullah II bin Hussein di Giordania ha invitato i musulmani a
unirsi alla lotta contro l’Is. Il monarca ha detto che gli atti dei terroristi vanno contro i valori islamici
fondamentali come la misericordia,
la pace e la tolleranza. «I musulmani di tutto il mondo sono il più
grande obiettivo dei terroristi» ha ricordato, aggiungendo che non sarà
loro permesso «di utilizzare la nostra fede». Il re di Giordania ha anche sottolineato che il dialogo e il
rispetto sono un modo per creare
una società inclusiva. Secondo il sovrano, «attaccare ed escludere gli al-
tri, insultare gli altri popoli, la loro
fede e le convinzioni non è un modo di agire. Il futuro sta nell’unità e
il rispetto, non nella divisione e negli stereotipi».
Il re ha poi fatto riferimento anche alla questione dei profughi siriani, un milione e quattrocentomila
dei quali si sono rifugiati in Giordania. «Il mio piccolo Paese è diventato il terzo al mondo per numero di
rifugiati accolti e ringrazio tutti voi
che ci state aiutando a sostenere
questa responsabilità globale», ha
detto ai deputati europei.
Per l’attività diplomatica
della Santa Sede
Un’agenda di pace
PIETRO PAROLIN
A PAGINA
5
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 2
giovedì 12 marzo 2015
La sede della Banca centrale greca
ad Atene (Ap)
ATENE, 11. La Grecia «sta lottando
per sopravvivere e ha bisogno di
ogni singolo euro in circolazione».
Queste le parole pronunciate ieri da
Alekos Flambouraris, ministro greco
per il Coordinamento di governo,
alla radio pubblica ellenica, rivolgendo un appello a tutti i suoi connazionali perché riportino in patria i
soldi depositati all’estero, aiutando
così le casse dello Stato. Secondo le
stime più recenti pubblicate dalla
stampa nazionale, i greci hanno
portato all’estero oltre ventidue miliardi negli ultimi tre mesi e i depositi bancari nel Paese sono, di conseguenza, scesi a circa 150 miliardi:
un nuovo minimo da oltre dieci anni. Un altro campanello di allarme
per il Governo Tsipras che punta a
rilanciare il Paese, facendolo uscire
dalla palude della crisi.
Le trattative proseguono: oggi i
rappresentanti del Governo Tsipras
incontreranno di nuovo i membri
della Troika, la squadra di commissari di Bce, Fmi ed Ue che monitora lo svolgimento delle riforme per
il risanamento dell’economia. A guidare il negoziato è il presidente della Bce, Mario Draghi. Ma per Atene potrebbe essere già troppo tardi:
tra le scadenze dei prestiti da ripagare a marzo e il crollo delle entrare
statali, le casse del Governo sono
quasi vuote e il Paese si spinge sempre più vicino al rischio insolvenza.
Intervento della Santa Sede sulla pena di morte
In difesa della dignità
della persona
Atene allo stremo riprende le trattative con l’Europa
Senza
un soldo
Ma intanto Atene continua a essere incalzata dai partner europei,
che vogliono chiarezza e rigore.
«La Grecia deve ottemperare alle
condizioni previste dal memorandum (l’intesa per la ristrutturazione
del debito ellenico, ndr) se vuole incassare pagamenti di altri aiuti europei» ha sostenuto ieri, al termine
Obbligatoria
la prescrizione
per la pillola
dei cinque giorni
ROMA, 11. Prescrizione obbligatoria
per la cosiddetta “pillola dei cinque
giorni dopo”, indipendentemente
dall’età della richiedente, e test di
gravidanza solo se l’anamnesi induce a un sospetto di fecondazione in
corso. Questa la posizione espressa
ieri dal Consiglio superiore di Sanità nel parere richiesto dal ministro
della Salute, Beatrice Lorenzin. Il
farmaco deve «essere venduto in regime di prescrizione medica indipendentemente dall’età della richiedente». Ciò soprattutto «per evitare
gravi effetti collaterali nel caso di
assunzioni ripetute in assenza di
controllo medico».
Nel frattempo, ieri a Strasburgo il
Parlamento europeo ha approvato
un rapporto sull’uguaglianza tra uomini e donne nell’Ue, presentato
dal deputato belga Marc Tarabella.
Il documento contiene un controverso paragrafo in cui si chiede agli
Stati membri di garantire alle donne
«un accesso agevole» all’aborto
nell’ambito della «salute sessuale e
riproduttiva», sostenendo la necessità di «informarle più pienamente
sui loro diritti e sui servizi disponibili». Il paragrafo ha suscitato forti
reazioni in numerosi ambienti dello
stesso Parlamento e da parte di molte ong.
Confermata
l’assoluzione
di Berlusconi
ROMA, 11. La Corte di cassazione ha
confermato ieri l’assoluzione dell’ex
presidente del Consiglio dei ministri
italiano, Silvio Berlusconi, dalle accuse di concussione e prostituzione
minorile. Il leader di Forza Italia
era stato rinviato a giudizio nel febbraio 2011: il dibattimento era iniziato il successivo 6 aprile. Nel giugno 2013 il Tribunale di Milano aveva condannato Berlusconi in primo
grado a sette anni. Il verdetto è stato poi ribaltato in appello. E ieri la
Cassazione ha deciso di rigettare il
ricorso del sostituto procuratore di
Milano, Pietro De Petris.
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dà un forte slancio che, così spera
questa Delegazione, incoraggerà gli
Stati che ancora applicano la pena
di morte ad andare in direzione della sua abolizione.
La posizione della Santa Sede
sulla questione è stata articolata più
chiaramente negli ultimi decenni.
Di fatto, vent’anni fa la questione è
stata inquadrata nel contesto etico
adeguato della difesa della dignità
inviolabile della persona umana e
del ruolo che ha l’autorità legittima
nel difendere in maniera giusta il
bene comune della società (Papa
Giovanni Paolo II, Evangelium vitae,
25 marzo 1995, n. 56). Considerando
le situazioni pratiche esistenti nella
maggior parte degli Stati, come risultato di costanti miglioramenti
nell’organizzazione del sistema penale, oggi appare evidente che mezzi diversi dalla pena di morte «sono
sufficienti per difendere le vite umane dall’aggressore e per proteggere
l’ordine pubblico e la sicurezza delle
persone» (Ibidem). Per questa ragio-
derazione russa non è favorevole al
ripristino della fiducia nella zona
euro-atlantica. Inoltre, la Russia ha
sospeso da oggi la propria partecipazione al gruppo di consultazione
congiunto sul Trattato per le forze
armate convenzionali in Europa.
Lo ha affermato il ministero degli
Esteri. Mosca annunciò l’uscita dal
Trattato già nel 2007 contro l’intenzione americana di mettere a punto
lo scudo antimissile.
ne «l’autorità si limiterà a questi
mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete
del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana» (Ibidem).
Le iniziative politiche e legislative
che vengono promosse in un numero crescente di Stati per eliminare la
pena di morte e per proseguire i
progressi concreti compiuti nel conformare il diritto penale sia alla dignità umana dei detenuti sia al
mantenimento efficace dell’ordine
pubblico stanno andando nella giusta direzione (cfr. Papa Benedetto
XVI, Udienza generale, 30 novembre
2011).
Papa Francesco ha ulteriormente
sottolineato che la pratica legislativa
e giudiziaria dell’autorità statale deve essere sempre guidata dal «primato della vita e la dignità della
persona umana». Egli ha rilevato
anche «la possibilità dell’esistenza
dell’errore giudiziale e l’uso che ne
fanno i regimi totalitari e dittatoriali
[...] come strumento di soppressione
della dissidenza politica o di persecuzione delle minoranze religiose e
culturali» (Discorso alla Delegazione
dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale, 23 ottobre 2014, nn. I e
IIb).
Pertanto, il rispetto della dignità
di ogni persona umana e il bene comune sono i due pilastri sui quali si
è sviluppata la posizione della Santa
Sede. Tali principi convergono con
uno sviluppo analogo nella legge e
nella giurisprudenza internazionale
sui diritti umani. Occorre inoltre tener conto del fatto che dall’applicazione della pena di morte non risulta alcun effetto positivo chiaro di
deterrenza e che l’irreversibilità di
questa pena non consente eventuali
correzioni in caso di condanne errate.
Signor Presidente,
La mia Delegazione sostiene con
fermezza che mezzi incruenti per difendere il bene comune e promuovere la giustizia sono possibili, e invita gli Stati ad adattare i loro sistemi penali per dimostrare la loro
adesione a una forma di punizione
più umana. Per quanto riguarda
quei Paesi che affermano che abbandonare questa pratica non è ancora
fattibile, la mia Delegazione li incoraggia a cercare di diventare capaci
di farlo.
Per concludere, Signor Presidente, la Delegazione della Santa Sede
appoggia appieno gli sforzi per
abolire il ricorso alla pena di morte.
Al fine di raggiungere questo obiettivo auspicato, occorre compiere i
seguenti passi: 1) sostenere le riforme sociali che permettono alla società di attuare l’abolizione della pena di morte; 2) migliorare le condizioni carcerarie, al fine di assicurare
il rispetto della dignità umana delle
persone private della propria libertà
(cfr. Ibidem).
Grazie, Signor Presidente.
Legge contro
il femminicidio
Verso la distensione
in Colombia
BRASILIA, 11. Il presidente del Brasile, Dilma Rousseff, ha firmato ieri
una legge che rende molto più severe le pene per chi commette atti
di violenza contro le donne. Il reato di femminicidio è stato inserito
nel codice penale brasiliano come
un crimine particolarmente grave. I
delitti contro le donne, anche quelli
in ambito domestico, saranno puniti con condanne dai dodici ai
trent’anni di carcere. La pena potrà
aggravarsi ulteriormente se la donna vittima è incinta, minore di
quattordici anni o anziana.
BO GOTÁ, 11. Il presidente colombiano Juan Manuel Santos ha annunciato ieri la sospensione per un mese degli attacchi aerei contro i ribelli
delle Forze armate rivoluzionarie
della Colombia (Farc). In un discorso alla Nazione, Santos ha spiegato
che il suo ordine rispecchia i progressi che si stanno compiendo nei
negoziati di pace. Le truppe continueranno le pattuglie di terra. La
sospensione dei bombardamenti aerei non verrà estesa all’altro gruppo
ribelle della Colombia, l’Esercito di
liberazione nazionale (Eln).
Pubblichiamo la traduzione italiana
dell’intervento pronunciato il 4 marzo
a Ginevra dall’arcivescovo Silvano M.
Tomasi, Osservatore permanente della
Santa Sede presso le Nazioni Unite e
altre organizzazioni internazionali a
Ginevra, in occasione della 28ª Sessione del Consiglio dei Diritti Umani, al
panel d’alto livello biennale su «La
questione della pena di morte».
Signor Presidente,
La Delegazione della Santa Sede è
lieta di partecipare a questo primo
dibattito del panel d’alto livello
biennale sulla questione della pena
di morte e si unisce al numero crescente di Stati che sostengono la
quinta risoluzione dell’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite, che
chiede una moratoria globale
sull’uso della pena di morte. L’opinione pubblica e il sostegno alle diverse misure volte ad abolire la pena di morte o a sospenderne l’applicazione stanno crescendo. Questo
dell’Ecofin, il ministro delle Finanze
della Germania, Wolfgang Schäuble, nella conferenza stampa finale
del vertice dell’Ecofin. «La Grecia
deve arrivare a un accordo soddisfacente sulla realizzazione del memorandum d’intesa, dopodiché verranno versati gli aiuti» ha aggiunto
Schäuble.
Esercitazioni Nato nei Paesi baltici
Tensione tra Mosca e Washington
sulla crisi ucraina
KIEV, 11. Resta alta la tensione tra
Russia e Stati Uniti sulla crisi
nell’Ucraina orientale, nonostante
ieri il presidente ucraino, Petro Poroshenko, abbia confermato il ritiro
delle armi pesanti da parte dei ribelli separatisti filorussi.
L’Amministrazione statunitense
denuncia il proseguimento del flusso di armi in Ucraina dalla Russia.
«Possiamo confermare che ci sono
stati altri trasferimenti di carri armati, mezzi blindati, artiglieria pesante e lancia razzi oltre il confine,
diretti ai separatisti dell’est dell’Ucraina», ha dichiarato l’assistente del segretario di Stato per le
questioni europee, Victoria Nuland,
in una audizione ieri della commissione Esteri del Senato. Nuland ha
anche reso noto che gli Stati Uniti
hanno iniziato a parlare con i loro
alleati europei della possibilità di
introdurre nuove sanzioni contro la
Russia se gli accordi di Minsk non
saranno completamente attuati.
Anche il segretario generale della
Nato, Jens Stoltenberg, ha dichiarato oggi: «Abbiamo visto e continuiamo a vedere la presenza e il sostegno della Russia ai separatisti.
Vediamo che la Russia continua a
fornire uomini e mezzi e a garantire l’addestramento ai separatisti».
Bisogna fare di tutto — ha aggiunto
— «per rispettare il cessate il fuoco
e attuare gli accordi di Misnk».
Un edificio colpito dai bombardamenti a Debaltseve (Ap)
Ad accrescere la tensione tra Mosca e Washington, carri armati e
centinaia di veicoli militari statunitensi sono giunti nei Paesi baltici
per rassicurare gli alleati della Nato, turbati per l’atteggiamento della
Russia in Ucraina. Lo rende noto
la Bbc, con foto che mostrano un
tank americano a Riga. Circa 3.000
soldati americani — ha reso noto il
Pentagono — parteciperanno, nei
prossimi tre mesi, a esercitazioni
Nato con le forze della Lettonia,
dell’Estonia e della Lituania.
La riposta della Russia all’aumento dell’attività Nato alle sue
frontiere sarà «adeguata», ha assicurato ieri il ministro degli Esteri
russo, Serghiei Lavrov, ricevendo a
Mosca il collega spagnolo José Manuel García-Margallo. Lo riporta
Ria Novosti. Per il capo della diplomazia del Cremlino, la crescente
attività militare ai confini della Fe-
A settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale
Indennizzo in Brasile per i soldati del caucciù
BRASILIA, 11. Vennero chiamati
“soldados da borracha”, i soldati
del caucciù, perché il loro compito
era quello di rifornire di materia
prima l’industria bellica degli Stati
Uniti durante la seconda guerra
mondiale, in base agli accordi firmati a Washington nel 1942
dall’allora presidente brasiliano
Getúlio Vargas. Partirono verso
l’Amazzonia in oltre 55.000 dalle
regioni del nord-est, le più povere
del Brasile, con la falsa promessa
di benefici economici e dell’assegnazione di terreni. Alla fine della
GIOVANNI MARIA VIAN
direttore responsabile
Giuseppe Fiorentino
vicedirettore
Piero Di Domenicantonio
guerra, oltre 30.000 erano morti
nella foresta pluviale.
Erano stati reclutati con lo status di “eroi di guerra” ma vennero
costretti a lavorare in condizioni
quasi di schiavitù, abbandonati al
proprio destino e mai più trasferiti
nelle zone di provenienza.
Oggi, a quasi settant’anni dalla
fine della seconda guerra mondiale, il Governo brasiliano ha riaperto una pagina dimenticata della
storia e verserà un indennizzo ai
sopravvissuti, quasi 5.000, e agli
eredi degli scomparsi. Oltre ai sol-
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Gaetano Vallini
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di, sarà restituito loro anche l’onore: sono stati infatti equiparati ai
loro compatrioti che andarono a
combattere. Ogni soldato o discendente (in totale circa 12.000
persone) riceverà dall’Esecutivo
25.000 reais, poco più di 8.000 euro, entro la fine dell’anno.
La mobilitazione dei “soldati
del caucciù” cominciò nel 1942 e
durò fino al 1945. Gli Stati Uniti
avevano bisogno del caucciù brasiliano non potendo più contare su
quello estratto nel sud-est asiatico,
controllato dai giapponesi.
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giovedì 12 marzo 2015
A una settimana dal voto
Il Parlamento di Tobruk chiede di rimandare i negoziati sulla Libia
Tensione
a Gerusalemme
Alla ricerca
di un accordo
TEL AVIV, 11. Torna la tensione a
Gerusalemme. A meno di una settimana dalle elezioni politiche
israeliane, decine di persone sono
state ferite ieri durante scontri con
le forze di sicurezza avvenuti a
Kufer Akkab, un quartiere a nord
di Gerusalemme a poca distanza
dal checkpoint di Qalandia. Come
riporta l’agenzia Maan, che cita la
Mezzaluna rossa palestinese, le
cause che avrebbero innescato gli
scontri sarebbero state le operazioni di livellamento del terreno
della zona: queste operazioni sarebbero state percepite dai palestinesi come i preparativi per l’ampliamento della barriera di separazione. Kufr Akkab è stata annessa
a Gerusalemme est nel 1980 ma è
di fatto — sottolineano molti analisti — separata dalla città dalla
barriera.
Altri episodi di violenza sono
stati registrati ieri in diverse parti
della città. In tutto, secondo le cifre fornite dall’agenzia governativa
palestinese Wafa, ventitré giovani
palestinesi sono stati arrestati
dall’esercito israeliano: diciotto nel
distretto di Betlemme, tre a Nablus e due a Jenin, nel nord dei
Territori palestinesi.
Lo status di Gerusalemme è
uno dei punti nodali del contenzioso tra israeliani e palestinesi.
Questi ultimi, infatti, rivendicano
la parte orientale della città come
capitale di un loro futuro Stato
autonomo. Ciò nonostante le
trattative dirette — su questo come
su altri punti — sono ferme da
tempo.
ALGERI, 11. La Libia deve scegliere
tra un accordo politico o la distruzione: questo il messaggio espresso
ieri dall’inviato delle Nazioni Unite
nel Paese nordafricano, Bernardino
León, in apertura di una nuova sessione del dialogo nazionale ad Algeri. «Ci sono due opzioni: l’accordo
politico o la distruzione», ha dichiarato León, aggiungendo subito che
ovviamente «la distruzione non è
un’opzione». L’inviato Onu ha
quindi definito l’incontro in Algeria
«cruciale per un accordo politico».
Per favorire il dialogo tra le varie
fazioni libiche, otto Paesi membri
del Consiglio di sicurezza dell’O nu
hanno intanto bloccato la richiesta
del Governo di Tobruk (unico rico-
nosciuto dalla comunità internazionale) di autorizzare l’importazione
di decine di aerei da combattimento,
carri armati e armi per combattere i
gruppi jihadisti. Lo riferiscono fonti
diplomatiche al Palazzo di Vetro. La
settimana scorsa la Libia aveva formalmente domandato alle Nazioni
Unite di revocare l’embargo delle armi. Tra i Paesi che hanno bloccato
la richiesta — riportano le medesime
fonti — ci sono Stati Uniti e Gran
Bretagna.
Nel frattempo, la Camera dei
Rappresentanti di Tobruk (il Parlamento libico eletto con sede in Cirenaica) ha chiesto il rinvio di una settimana della nuova tornata di colloqui di pace sulla crisi, che dovrebbe-
Il programma del re saudita
Per lo sviluppo
del Paese
Intesa
sulle presidenziali
in Guinea
CONAKRY, 11. Si terranno il prossimo 11 ottobre le elezioni presidenziali in Guinea: lo ha annunciato
ieri Bakary Fofana, presidente della commissione incaricata di organizzare lo scrutinio. La convocazione del voto — con le accuse al
presidente Alpha Condé di voler
prolungare la propria permanenza
al potere oltre la naturale scadenza del mandato quinquennale — è
stato uno dei principali fattori di
tensioni tra il Governo e l’opposizione negli ultimi mesi.
Un secondo turno delle elezioni, se necessario, dovrebbe tenersi
il 25 ottobre. Alpha Condé è stato
eletto nel 2010 con uno scrutinio
ritenuto da alcuni osservatori internazionali il primo democratico
nella storia della Guinea indipendente.
Soldato dell’esercito libico a Bengasi (Afp)
Incontri sulla sicurezza e sulle prospettive di dialogo tra il Governo afghano e i talebani
Inviato statunitense in Pakistan
Utili per l’Aiea
i colloqui
con l’Iran
TEHERAN, 11. I colloqui tra la delegazione dell’Aiea e i rappresentanti iraniani che si sono svolti a
Teheran sono stati «utili» e le due
parti si incontreranno di nuovo in
aprile. Lo ha detto ieri, citato
dall’Ap da Vienna, il vicedirettore
generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Tero
Varjoranta, parlando di un accordo per accelerare il processo di
cooperazione ma senza fornire ulteriori dettagli.
La visita dell’Aiea è stata resa
possibile grazie alla disponibilità
annunciata già nel novembre scorso dalle autorità di Teheran di
consentire ai tecnici l’accesso a un
sito nella regione di Marivan.
L’inviato iraniano presso l’Aiea,
Reza Najafi, ha detto — come informa l’agenzia di stampa Irna —
che nell’incontro sono state prese
in esame le ultime questioni rimaste aperte ed è stata riaffermata la
volontà di collaborare.
ro riprendere in Marocco già nelle
prossime ore e sempre con la mediazione dell’Onu. La dilazione avrebbe lo scopo di consentire ai deputati
di approfondire le proposte formulate nei giorni scorsi per la costituzione di un Governo di unità nazionale. «Chiediamo una proroga di una
settimana per discutere di un piano
sul futuro Governo libico, sulle sue
competenze, sullo scadenzario e sui
suoi rapporti con noi», ha spiegato
il portavoce parlamentare Farraj Hashem.
Intanto, imprenditori libici di Tobruk, Tripoli e Misurata si sono riuniti ieri a Bruxelles, su invito dell’alto rappresentante per la Politica
estera e di sicurezza comune
dell’Ue, Federica Mogherini, e con
la partecipazione di delegati della
missione di supporto Onu in Libia
(Unsmil) e della Banca mondiale e
hanno lanciato l’Unione per gli imprenditori libici che ha pubblicato
un manifesto in cui si schierano a
favore della costituzione di un Governo di unità nazionale e avvertono
che la Libia rischia il collasso.
pagina 3
RIAD, 11. L’Arabia Saudita lavorerà
per raggiungere «uno sviluppo
completo ed equilibrato» e per
«difendere le cause arabe e islamiche». Lo ha dichiarato ieri il re
saudita Salman bin Abdelaziz in
un discorso televisivo che ha rivelato l’agenda interna e internazionale
del nuovo monarca, succeduto lo
scorso gennaio a re Abdullah.
«Il nostro Paese sta marciando a
passo sostenuto verso la crescita e
continuerà a lavorare sui principi
su cui il regno è stato fondato», ha
detto Salman nel suo intervento.
Sul piano della sicurezza, il monarca ha promesso di «rafforzare le
capacità delle forze di sicurezza» e
ribadito che il Paese «resta impe-
gnato al rispetto di tutti i suoi accordi». Difenderemo — ha detto
Salman — «le cause arabe e islamiche con tutti i mezzi possibili e
cercheremo di allentare le tensioni
nel mondo musulmano». L’Arabia
Saudita «fa parte di questo mondo
e vive i suoi stessi problemi: il regno sarà attivo nel promuovere soluzioni ai più pressanti problemi di
attualità». Parole importanti anche
sul capitolo giustizia. «Il re lavorerà per dare giustizia a tutti i cittadini, senza fare differenze». In
questo senso, Salman ha fatto sapere nelle dichiarazioni di aver
«chiesto al ministero dell’Interno
di invitare i governatori ad ascoltare la voce del popolo».
Il rinvio delle elezioni
conferma la crisi nel Somaliland
MO GADISCIO, 11. Conferme dell’estrema difficoltà di dare soluzione alla pluridecennale crisi della
Somalia — non solo sul piano della
sicurezza, ma anche su quello del
ripristino delle istituzioni — giungono dal Somaliland, la regione dichiaratasi indipendente nel 1991, ma
che nei mesi scorsi ha raggiunto accordi con le autorità di Mogadiscio
riconosciute
internazionalmente,
per rientrare nel contesto istituzionale del Paese. Secondo la Costituzione della Somalia, il Somaliland è
ora ufficialmente uno Stato federale
della Repubblica.
Proprio questo aspetto sembra
però aver messo in discussione la
situazione interna del Somaliland,
teatro anche di forti interessi economici internazionali dato l’accertamento di ricchissimi giacimenti petroliferi al largo delle sue coste. Dopo la dichiarazione di indipendenza
e per tutti i lunghi anni della guerra civile somala seguiti alla caduta
di Siad Barre, la regione ha goduto
di stabilità e di elezioni democratiche. Ora invece è stato annunciato
il rinvio delle elezioni parlamentari
e presidenziali previste il prossimo
26 giugno. Il rispetto della scadenza elettorale era stato all’origine di
tensioni tra la maggioranza del presidente Ahmed Mohamed Mohamoud Silaanyo, e l’opposizione che
all’inizio del mese ha annunciato
l’intenzione di presentarsi unita alle
votazioni intimando al Governo di
consentirne lo svolgimento alla data
prevista. Ieri, però, la commissione
elettorale ha comunicato che le elezioni saranno posticipate di nove
mesi e si terranno, dunque, a marzo
2016, motivando il rinvio con i ritardi nell’organizzazione e registrazione degli aventi diritto.
ISLAMABAD, 11. L’inviato statunitense
per Afghanistan e Pakistan, Daniel
F. Feldman, è da ieri a Islamabad
dove ha avuto incontri con esponenti politici e militari riguardanti la sicurezza nella regione e le prospettive
di dialogo fra il Governo afghano e
i talebani seguaci del Mullah Omar.
La presenza di Feldman nella capitale pakistana è stata rivelata dal
responsabile
dell’ufficio
stampa
dell’esercito (Ispr), generale Asim
Saleem Bajwa, secondo cui durante
un incontro a Rawalpindi con il comandante delle forze armate pakistane, generale Raheel Sharif, l’inviato
americano ha «lodato il ruolo positivo del Pakistan nella ricerca della
pace e la stabilità in Afghanistan».
Più volte annunciato come imminente, il dialogo fra il Governo di
Kabul e i talebani non è ancora cominciato, ma secondo gli esperti tutti gli sforzi sono concentrati su un
suo possibile inizio prima dell’“offensiva di primavera” che gli insorti
programmano ogni anno contro le
forze di sicurezza afghane e i militari stranieri presenti nel Paese.
Secondo una versione attendibile,
e indirettamente confermata dagli
insorti talebani, la Cina dovrebbe
svolgere il ruolo di garante degli
eventuali impegni raggiunti dalle
parti nell’ambito di un dialogo di
pace e riconciliazione nazionale.
Sabato scorso, il presidente afghano, Ashraf Ghani, ha inaugurato la
sessione del Parlamento sostenendo
di voler trasformare il Paese in un
Scuole e università
chiuse in Ciad
dopo disordini
N’DJAMENA, 11. Il Governo del
Ciad ha chiuso temporaneamente
le scuole e le università della capitale N’Djamena a seguito di proteste di piazza e cruenti scontri tra
polizia e studenti nei quali — secondo le autorità — è morto un ragazzo, mentre fonti ospedaliere riferiscono di tre vittime. La polizia
ha fatto massiccio ricorso ai gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti, mentre rappresentanti degli
studenti hanno denunciato cariche
degli agenti anche all’interno delle
scuole e dell’università. A innescare
i disordini è stata l’entrata in vigore, all’inizio del mese, di una legge
che impone ai motociclisti l’obbligo di portare il casco. I manifestanti denunciavano appunto il brusco
aumento dei prezzi dei caschi.
crocevia di commercio e trasporto,
impedendo a chiunque di utilizzarlo
per svolgere «guerre per conto terzi». A questo riguardo ha fatto allusione agli sforzi in corso per riuscire
a intavolare un dialogo con i talebani, grazie anche a una cooperazione
con i Paesi vicini che può portare alla stabilizzazione della regione.
Ma, intanto, sul terreno non si
fermano le azioni terroristiche. È di
almeno sette morti e 28 feriti, compresi cinque agenti, il bilancio ancora provvisorio di un attentato suicida a Lashkar Gah, capoluogo della
provincia di Helmand, Afghanistan
meridionale: lo ha reso noto ieri sera
il vice governatore provinciale Mohammad Jan Rasoulyar, secondo cui
un attentatore a bordo di un’autobomba si è lanciato contro un posto
di blocco eretto dalla polizia alla periferia della città, in quel momento
affollato di passanti in attesa di essere perquisiti. Si è verosimilmente
trattato di una trappola, giacché il
posto di blocco era stato istituito
proprio dopo che le forze di sicurezza avevano ricevuto segnalazioni su
un imminente attacco.
Ricordata
la tragedia di Fukushima
TOKYO, 11. Con un minuto di silenzio, il Giappone si è fermato
per ricordare il terremoto e lo tsunami che, quattro anni fa, causarono più di 18.000 morti e dispersi
nel nord-est del Paese e a Fukushima, provocando uno dei peggiori
incidenti nucleari della storia.
In diverse località del Paese sono state organizzate cerimonie ed è
stato osservato un minuto di silenzio alle 14.46 ora locale, il momento esatto in cui, proprio di fronte
la costa della prefettura di Miyagi,
un terremoto di 9 gradi sulla scala
Richter, il più forte mai registrato
nel Paese, innescò la peggiore tragedia nel Paese asiatico dalla seconda guerra mondiale. Il Gran
Teatro di Tokyo, ha accolto una cerimonia a cui hanno partecipato
l’imperatore Akihito, il premier
Shinzo Abe e familiari delle vittime della tragedia.
Intanto, si è saputo che il Governo di Tokyo per la prima volta
ha acquistato terreni vicini alla disastrata centrale per immagazzinare
terra contaminata dal materiale radioattivo emesso dall’impianto. La
zona è quella di 16 chilometri quadrati attorno ai villaggi di Okuma,
dove c’è la centrale, e Futaba, che
è stata delimitata per conservare la
terra estratta durante i lavori di decontaminazione. L’accordo è stato
firmato dal Governo nell’agosto
scorso con la prefettura di Fukushima. Molti dei 2.400 proprietari
non vogliono però vendere i terreni
perché non si fidano della promessa dell’Esecutivo che si tratterà di
un passaggio temporaneo: i residenti di Okuma e Futaba non possono accedere o hanno un permesso limitato di accesso alle loro case
e temono che le località si trasformino in cimiteri permanenti.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
giovedì 12 marzo 2015
Nel nuovo libro di Angelo Paoluzi
Anticorpi
e manganello
Ranveer Singh e Deepika Padukone
in «Goliyon Ki Raasleela
Ram-Leela» (2013)
di PIERLUIGI NATALIA
ra le pubblicazioni che
in questo biennio 20142015 ricordano i due importanti anniversari dei
cento anni dall’inizio
della prima guerra mondiale e dei
settanta dalla fine della seconda, si
segnala La croce, il fascio e la svastica (Roma, Edizioni Estemporanee,
2014, pagine 192, euro 12,75), un libro di Angelo Paoluzi sulla resistenza cristiana alle dittature italiana e tedesca.
Paoluzi — un decano ormai tra i
giornalisti cattolici e un maestro per
molti che in questa definizione ritengono di rientrare — con questo
libro fa un’operazione appunto
giornalistica: si documenta per documentare il suo lettore. Va detto
subito che è un’operazione riuscita
felicemente. Il taglio non è quello
dell’analisi storica, se non nel senso
che tante volte ha visto i cronisti
aiutare a comprendere la storia sia
nel suo farsi sia nelle riflessioni che
gli avvenimenti suscitano a posteriori — lo stesso Paoluzi a suo tempo aiutò a comprendere la caduta
del muro di Berlino nel suo magistrale I cavalli di Brandeburgo
(1994).
La croce, il fascio e la svastica è
un’altra cronaca di questo tipo.
Non un saggio storiografico, dun-
T
A colloquio con la drammaturga svedese Annika Nyman
Contro il mito
del principe azzurro
di SILVIA GUIDI
orrei scrivere una nuova versione di Riccardo
III
paragonandolo a
Scarface. Entrambi questi personaggi suscitano sul pubblico un rapporto di amore e
odio» spiega la drammaturga svedese Annika Nyman raccontando il suo metodo
«V
Nel mio testo viene ripresa
la metafora del sole
legata al personaggio di Giulietta
Ma qui la luce rivela per contrasto
i lati più oscuri
di lavoro; sono le geometrie della violenza
e i meccanismi dell’odio il tema che le interessa più di ogni altro.
Per questo Nyman — giovanissima ma
già autrice di spettacoli rappresentati in
tutto il mondo — ama così tanto il teatro
elisabettiano, e uno dei suoi testi preferiti
è il superclassico Romeo e Giulietta, visto
da una prospettiva inedita, dura e concreta, illuminato da una luce radente che ne
mette in risalto spigoli e contraddizioni.
Nel suo Romeo&Juliet Postscriptum —
messo in scena in lingua originale due anni fa al Festival dei due mondi di Spole-
to, poi tradotto in italiano nel maggio
dell’anno successivo e presto di nuovo in
Italia all’interno della rassegna Shakespeare Re-Loaded — rischia l’operazione
più pericolosa per un drammaturgo: scrivere un sequel cambiando il finale. Scampati alla possibilità del doppio suicidio
nella cripta, inseguiti dai giannizzeri dei
loro clan, ancora in pericolo di vita, ma
vivi, Romeo e Giulietta sono due adolescenti che devono accettare la sfida di costruire un futuro insieme.
«Più che l’amore, è la violenza il tema
di fondo della tragedia di Shakespeare —
ribadisce l’autrice — e leggendo con attenzione il testo si capisce che entrambi cercano di scappare da qualcosa. Romeo con
la fuga dei suoi innamoramenti (prima
per Rosalina, poi per un’altra Capuleti),
Giulietta con il sogno di un amore capace
di liberarla dal clima soffocante che respira a casa». Basti pensare alle parole violentissime di suo padre, che minaccia di
venderla al miglior offerente se non accetterà di sposare il conte Paride. I due ragazzi sono affascinati dal sogno del loro
amore, ma non hanno ancora avuto il
tempo di conoscersi davvero.
«È uno schema classico della nostra
cultura occidentale: “trova il tuo principe
azzurro e tutto andrà bene”. Ma il tempo
passato insieme — continua Nyman — fa
capire che l’altro non sempre è un cavaliere su un cavallo bianco, e non è capace di
salvarti. Anzi, talvolta non è neppure capace di portare conforto in una situazione
difficile». Eccoli allora discutere, litigare,
rinnegarsi e cercarsi di nuovo fino a scoprire anche in se stessi un po’ della ferocia delle loro famiglie.
Nessuno, fa capire Nyman, è esente
dalla tentazione dell’odio e dai rischi di
quella trappola fatta di reattività e recriminazioni che, nel caso dei due clan contrapposti di Verona, si è trasformata in
una spirale di violenza inarrestabile; neanche i due inermi, teneri adolescenti di Verona.
«Adoro la totale mancanza di compromessi dei personaggi di Shakespeare —
continua l’autrice — sono intensi, appassionati e incapaci di far fronte alla lotta
dell’esistenza. La drammaturgia contemporanea è tanto più superficiale e piatta.
Nel mio testo ho ripreso la metafora del
sole legata al personaggio di Giulietta, ma
cambiata di segno. Qui la luce rivela per
contrasto i lati più oscuri, la disperazione
e quella paura profonda che sta alla vera
radice di ogni violenza».
Un’operazione simile per contenuto,
ma molto diversa per contesto — le coloratissime scenografie di Bollywood in un
villaggio del Gujarat — è il film Goliyon
Ki Raasleela Ram-Leela (Ram e Leela,
una storia di sparatorie) diretto nel 2013
da Sanjay Leela Bhansali; anche in questo
caso il vero protagonista, più che l’amore,
è il potere distruttivo dell’odio. E anche
stavolta, come in Shakespeare, la faida tra
le famiglie cesserà solo davanti alla morte
dei due giovani.
Diario di un prete di campagna
La storia vista dal basso
lia 11.000 morti, 30.000 feriti, 293.000 prigionieri, da 300.000 a 400.000 sbandati.
Don Gaetano Mauro si trovò in mezzo a tutCiò che avvenne con l’«inutile strage» è raccontato da mille testimonianze, comprese quelle to questo. Da Viscone cercava di comprendere
dei cappellani militari, preti che da ogni parte cosa stesse accadendo, ma nessuno era in grado
d’Italia furono chiamati in prima linea. Tra di dare notizie attendibili. Vedeva transitare dal
questi un sacerdote calabrese, don Gaetano borgo soldati con lo sguardo smarrito e il passo
Mauro, di cui nel 2003 è stata aperta la causa svelto. La ritirata doveva avvenire in fretta: questa la sola perentoria indicazione nella generale
di beatificazione.
Don Mauro era parroco a Montalto Uffugo, disorganizzazione dei comandi italiani. L’ordine
paese agricolo in provincia di Cosenza. Il suo era di attestarsi trenta chilometri indietro, in di«diario di guerra» svela stati d’animo, drammi rezione sud-ovest. Che fare?
I dubbi del prete
e retroscena di quella
erano quelli di tutti gli
terribile
esperienza.
abitanti del paesino,
Quando ricevette la
«Che spettacolo vedere
che a lui si rivolgevacartolina di precetto
no per avere lumi. Il
aveva appena compiuquei poveri bambini aggrappati
28 ottobre, domenica,
to 27 anni.
alle
vesti
delle
madri
la messa fu celebrata
Il 4 luglio, alle 5 del
chiedendo a Dio di
mattino, salì sul lungo
trascinarsi dietro a loro
offrire
l’ispirazione
convoglio che avrebbe
in
quella
corsa
disperata»
giusta sul da farsi,
lentamente risalito tutmentre i colpi di morta la penisola fino al
taio facevano tremare i
fronte. Dopo tanto
viaggiare, il tuono dei cannoni in lontananza muri e mandavano in frantumi le vetrate della
segnalò finalmente la meta: Palmanova del chiesa. Pioveva e faceva freddo. Partire da proFriuli. Alle 4 del mattino dopo i soldati si mise- fughi per le famiglie di Viscone, formate da
ro di nuovo in marcia fino alla destinazione fi- donne, vecchi e bambini, non sarebbe stato fanale, Romans d’Isonzo, a meno di venti chilo- cile. Si decise, dunque, di rimanere.
Ma ecco che un battaglione di bersaglieri cimetri da Gorizia, conquistata dagli italiani nei
primi giorni di guerra e attrezzata come base clisti venne a piantare una mitragliatrice proper le retrovie con alcuni ospedali da campo. prio accanto al casolare. Aveva il compito di diDi là passava gente importante o che presto lo fendere il ponte finché non fossero passate tutte
sarebbe divenuta: Vittorio Emanuele III, Enrico le truppe italiane. A don Gaetano fu prima orToti, il bersagliere Benito Mussolini, Giuseppe dinato di far riparare la gente alla meglio in viUngaretti.
sta del combattimento, poi di sgombrare il rifuDon Mauro rimase a Viscone fino al 4 no- gio perché la caduta di qualche granata poteva
vembre 1917, quando fu dato l’ordine di ripiega- provocare un massacro. «Figurarsi l’effetto di
mento dal Tagliamento al Piave come conse- quell’ordine! Fuori era un diluvio: vento ed acguenza della disfatta di Caporetto. La località qua rendevano impraticabile il sentiero che medella peggiore sconfitta bellica italiana oggi si nava via attraverso i campi; quei poveri disgrachiama Kobarid ed è un comune della Slove- ziati, vedendo i soldati inginocchiati accanto alnia. Sorge in una posizione strategica nell’alta la mitragliatrice e l’ufficiale ritto vicino al pezvalle dell’Isonzo, in sloveno Soča. Il 24 ottobre zo, col binocolo verso la collina di Medea, pen1917 era solo un villaggio di retrovia. Ma lì, alle sarono che stesse per cominciare il fuoco e si
2 del mattino, iniziò la battaglia costata all’Ita- dettero ad una fuga precipitosa attraverso i
di ENZO ROMEO
Dalla trattazione emergono
le ragioni dell’impegno per la libertà
E l’intensità dei valori
civili e spirituali
che tale impegno nutrirono
que, ma appunto il racconto «di
persone e avvenimenti situati nel
tempo specifico di due dittature in
Europa, fascista e nazista, e delle
quali protagonisti e vittime sono
stati i cristiani dei due Paesi» come
si legge nella prefazione.
Nel trattare un argomento così
complesso e variegato come quello
della Resistenza in Italia e Widerstand in Germania, l’autore si dice
consapevole di lacune e omissioni.
Tuttavia il libro non solo lascia
aperta ogni possibilità di completamento della materia trattata, ma ne
offre uno strumento prezioso nel
capitolo conclusivo, tracciando un
percorso bibliografico, questo sì
esaustivo, per quanti intendano approfondirla.
Dallo schema seguito da Paoluzi,
ma sarebbe meglio dire imposto dai
fatti, per raccontare le vicissitudini
della comunità cattolica in Italia e
protestante e cattolica in Germania
in quegli anni culminati nel secondo conflitto mondiale, emerge comunque ciò che conta: le ragioni
dell’impegno per la libertà e l’intensità dei valori civili e spirituali
che tale impegno nutrirono. Così
come si documenta la sostanziale
tenuta di quel sentire cristiano che
ha improntato — con errori certo,
ma esempi e testimonianze altissime
del primato dell’uomo — due millenni di storia europea.
Vale per la cultura tedesca, che la
violenza pervasiva nazista volle rimuovere: una cultura che seppe
non solo sopravvivere, ma anche
trovare nelle sue radici capacità di
martirio. E in modo diverso — ma
con categorie di analogo sviluppo,
ricorda l’autore — vale per gli anti-
campi. Che spettacolo il vedere quei poveri
bambini aggrappati alle vesti delle madri trascinarsi dietro a loro in quella corsa disperata!».
Don Mauro fu incerto, poi prese a correre
anch’egli appresso agli altri. «Andai verso il
paese e lo trovai invaso dalle truppe che portavano via ogni cosa; cercai di riunire tutti in
Chiesa, ma tutti temevano di avvicinarsi colà
per la troppa vicinanza al ponte che si sapeva
già pronto a saltare in aria per le mine attaccatevi».
Il sacerdote si ritrovò solo. Furono per lui
istanti terribili: «Senza neanche riflettere bene a
ciò che facessi, salii su e l’autoambulanza partì.
Nel passare il ponte sentii una stretta al cuore
ed ebbi timore che in quel momento mancassi
al mio dovere, fuggendo dal luogo dove restavano le anime a me affidate».
Da Viscone si spostarono aldilà del Torre,
verso ovest, fino a Palmanova, che era stata la
prima tappa del viaggio al fronte di don Mauro. L’autoambulanza ebbe l’ordine di caricare i
feriti e il sacerdote fu lasciato a piedi, sotto la
pioggia battente, a un
bivio dove le truppe si
accalcavano
confusamente per passare avanti. Si imbatté in un capitano di sua conoscenza,
che lo fece salire su un
carro.
«Era già notte; intorno a noi era tutto una
fiamma; al lume dei baraccamenti che ardevano
si tirava innanzi a passo
di lumaca; ogni tanto
veniva annunziata una
disgrazia — un carro
precipitato in un fosso,
un soldato schiacciato
da un camion — tutto ci
parlava di pericoli e di
morte durante quella
notte, la più terribile
Soldati in una postazione situata a Palmanova del Friuli
della mia vita!».
corpi che la cultura italiana, anche
e forse soprattutto cattolica, seppe
opporre a quel presunto idealismo,
in realtà quantificato dal manganello, che tentò — secondo l’acuta definizione di Mariano Cordonari ricordata anch’essa nella prefazione
del libro — «una giurisdizione della
violenza, la teoria del successo, del
fatto compiuto, che assicura l’impunità dei grandi delitti».
E se è vero che questo è un pericolo sempre presente, c’è un motivo
di riflessione ulteriore che emerge
dal libro di Paoluzi. Nella resistenza italiana, così come nella Widerstand tedesca, ci fu un connubio tra
élites e gente comune: borghesi,
contadini, operai, massaie, parroci
di campagna furono insieme a dirigenti politici di spicco, alti ufficiali
delle forze armate, esponenti delle
gerarchie ecclesiali, intellettuali. I
quasi sempre giovani «combattenti
dell’ombra» animati da valori cristiani, cresciuti nelle comunità ecclesiali, nello scoutismo, nelle organizzazioni giovanili cattoliche e
protestanti, furono espressione di
quello che negli anni seguenti si sarebbe imparato di nuovo a chiamare popolo di Dio.
Quel popolo capace di lotta e di
martirio, ma senza odio per le persone, quell’odio che minaccia di avvelenare la stessa vittoria. Non a caso, l’ultima figura ricordata è «l’abbé Franz Stock, un tedesco onorato
e venerato dalla resistenza francese,
come sintesi dello slancio spirituale
di un’opposizione che in seguito
porterà frutti di riconciliazione tra
due popoli a lungo nemici, a sua
volta base per un nuovo modo di
concepire l’Europa, la sua politica,
il suo futuro».
Il libro ha subito trovato attenzione tra colleghi dell’autore, studiosi di quel periodo e lettori. Ora
se ne vuole fare una presentazione
rivolta specialmente ai giovani, a
quanti hanno oggi l’età di molti dei
martiri italiani e tedeschi che si opposero alla barbarie nazifascista.
L’occasione sarà offerta sabato 14
marzo a Tagliacozzo (L’Aquila) da
un incontro con gli studenti abruzzesi al quale interverranno — con
l’autore e con chi scrive — Franco
Salvadori, Domenico Amicucci e
Franco Marini, presidente del Comitato scientifico per gli anniversari
di interesse nazionale.
Quando il furto
è provvidenziale
«I musei dell’O ccidente
saranno i chiostri di un nuovo,
miracoloso archivio del Tempo,
con l’amarezza di non aver
salvato di più» scrive
Domenico Quirico su «La
Stampa» dell’11 marzo. «Di
fronte all’avanzare del blasfemo
piccone del miliziano islamista
è arrivato, forse, il momento di
smontare uno dei recenti
rimorsi dell’Occidente, l’aver
cioè saccheggiato le antiche
civiltà per trasformarne le
testimonianze di pietra, di
marmo, di sabbia in musei. È
vero: smontarono altari e
templi, imballarono obelischi e
statue come portarono via, nei
ventri delle navi, oro e
minerali». Ma a due secoli di
distanza quei saccheggi ci
appaiono in una diversa
prospettiva; l’occasione,
continua Quirico, di
«raccoglierci attorno a ciò che
noi abbiamo messo al sicuro»
riunendo i frammenti ancora
sparsi o che riusciremo a
sottrarre agli assassini «degli
uomini per loro presunta
impurità, e del Passato
anch’esso impuro perché
Altro». Ogni arte sacra si
oppone in fondo alla morte,
perché non è una decorazione
della propria civiltà ma
l’esprime secondo il suo valore
supremo; «quei meravigliosi
“ladri” occidentali hanno
scoperchiato questo mondo
sepolto di sabbia e di oblio».
L’OSSERVATORE ROMANO
giovedì 12 marzo 2015
pagina 5
Papa Francesco ha offerto
un’indicazione di metodo
nel suo incontro con i rappresentanti pontifici:
Non siete intermediari ma mediatori
zione del contenzioso proposta dalla Santa Sede.
Un tale tipo di azione pacificatrice era
già stata esercitata lungo la storia, come
ricorda l’arbitrato condotto da Papa Leone
XIII nel 1885 per porre fine al conflitto che
opponeva la Spagna e la Germania per la
sovranità sulle Isole Caroline, e giunge fino al recentissimo avvio di una nuova relazione tra Cuba e Stati Uniti dopo decenni di sola contrapposizione. A chi volesse leggere questi fatti slegati dalla dimensione ecclesiale, basta ricordare che
nei casi richiamati sono stati gli episcopati
locali e comunque la presenza e il ruolo
della Chiesa in quei Paesi a ritenere essenziale un intervento diplomatico della Santa Sede.
Alla diplomazia pontificia, dunque, è
affidato il compito di lavorare per la pace
seguendo i modi e le regole che sono propri dei soggetti di diritto internazionale,
elaborando cioè risposte concrete in termini giuridici per prevenire, risolvere o regolare conflitti ed evitare la loro possibile
degenerazione nell’irrazionalità della forza
delle armi. Ma, guardando il profilo so-
Diventa allora necessario non limitarsi a
conoscere le cause di ogni aggressione, ma
affrontarle e risolverle secondo il principio
di buona fede. La storia della diplomazia
narra numerosi episodi in cui per due o
più contendenti il territorio di un terzo
Stato diventava il luogo in cui confrontare
i rispettivi interessi, dimenticando i diritti
delle popolazioni residenti, vittime innocenti o costrette a spostamenti forzati; parimenti il diplomatico intuisce le conseguenze che in un conflitto o in una regione instabile comporta la fornitura di armamenti, come pure la garanzia di disporre e
utilizzare risorse economiche. Il tutto magari ammantato da motivazioni di ordine
strategico, economico, etnico, culturale o
finanche religioso. Se manca la volontà di
fermare queste situazioni il rischio di allungare la spirale dei conflitti e la destabilizzazione di intere aree è certo, ma la pace non nasce dalla paura delle bombe o
dal predominio di uno sull’altro.
Il richiamo alla dignità umana per la
diplomazia pontificia conduce alla tematica della libertà di religione quale diritto
articolato che dalle questioni connesse agli
atti di culto, giunge alla necessità di riconoscere a ogni comunità religiosa la capacità di organizzarsi autonomamente. In
questo ambito le relazioni diplomatiche
della Santa Sede con gli Stati sono finalizzate a garantire la libertas Ecclesiae, mentre
l’azione multilaterale tende anzitutto a
collocare la dimensione religiosa negli
sforzi per una pacifica coesistenza tra i
popoli e tra gli Stati. Se esattamente quarant’anni or sono la Santa Sede operò
perché nell’Atto finale di Helsinki il diritto alla libertà religiosa fosse considerato
uno dei dieci principi cardine di rinnovate
e pacifiche relazioni internazionali, in questo momento è obiettivo della sua azione
diplomatica il superamento di un uso
strumentale della religione, giungendo
stanziale, si tratta soprattutto di un’azione
che mostra come il fine perseguito sia primariamente religioso e cioè rientri in
quell’essere veri «operatori di pace» e non
«operatori di guerre o almeno operatori di
malintesi», come ci richiama Papa Francesco. Un appello di fronte al quale il contesto accademico in cui siamo consente, e
direi quasi impone, di affiancare a queste
riflessioni la proposta che nell’opera di riforma avviata dal Santo Padre ritrovi spazio nella Segreteria di Stato un ufficio per
la mediazione pontificia che possa fare da
raccordo tra quanto sul terreno già svolge
la diplomazia della Santa Sede nei diversi
Paesi e parimenti collegarsi alle attività
che in tale ambito portano avanti le istituzioni internazionali.
Al terrorismo delocalizzato affermatosi
con l’11 settembre 2001 si è oggi sostituito
un terrorismo “extra-territoriale” che promana cioè da entità localizzate territorialmente e che giungono perfino a utilizzare
gli strumenti propri dell’attività statale.
Nel disarmare l’aggressore per proteggere
persone e comunità non si tratta di escludere l’extrema ratio della legittima difesa,
ma di considerarla tale, extrema ratio appunto! E soprattutto attuarla solo se è
chiaro il risultato che si vuole raggiungere
e si hanno effettive probabilità di riuscita.
Non sto qui solo richiamando una costante dell’insegnamento della Chiesa, ma anche quelle norme del diritto internazionale
che hanno fatto superare la convinzione
secondo cui l’uso della forza armata si
può solo umanizzare, ma non eliminare.
persino a considerarla motivo di giustificazione per ogni genere di odio, persecuzione e violenza.
Ma oggi come nel 1975 un elemento rimane costante: gli interventi della Santa
Sede hanno a cuore la condizione di tutti
i credenti. Un impegno che diventa una
sfida nel momento in cui è ben documentato che i cristiani sono tra i più discriminati e continuano a esistere leggi, decisioni e comportamenti intolleranti nei confronti della Chiesa cattolica e delle altre
comunità cristiane.
Guardando l’attività della diplomazia
pontificia nello specifico della vita internazionale, quelli delineati restano solo alcuni
dei possibili punti di un’agenda che riporta le tante situazioni concorrenti a determinare condizioni di pace. Condizioni che
per i loro contenuti richiedono un impegno sempre più specializzato che però
non si confonde con quella sterile pragmaticità che spesso anima l’agire dei diversi
attori nella Comunità internazionale.
A evitarla sono la natura ecclesiale e la
missione a servizio della famiglia umana,
connotazioni proprie della diplomazia della Santa Sede. Nel suo incontro con i rappresentanti pontifici Papa Francesco ha
offerto in proposito un’indicazione di metodo — «Non siete intermediari, piuttosto
siete mediatori, che con la mediazione fate
la comunione» — e parimenti anche un
monito: «Fare sempre con professionalità
le cose, perché la Chiesa vi vuole così. E
quando un rappresentante pontificio non
fa le cose con professionalità, perde anche
autorità».
di PIETRO PAROLIN
azione diplomatica della
Santa Sede non si accontenta di osservare gli accadimenti o di valutarne la
portata, né può restare solo
una voce critica. Essa è chiamata ad agire
per facilitare la coesistenza e la convivenza
fra le varie nazioni, per promuovere quella
fraternità tra i popoli, dove il termine fraternità è sinonimo di collaborazione fattiva, di vera cooperazione, concorde e ordinata, di una solidarietà strutturata a vantaggio del bene comune e di quello dei
singoli. E il bene comune, come sappiamo, con la pace ha più di un legame. La
Santa Sede, in sostanza, opera sullo scenario internazionale non per garantire una
generica sicurezza — resa più che mai difficile in questo periodo dalla perdurante
instabilità — ma per sostenere un’idea di
pace frutto di giusti rapporti, di rispetto
delle norme internazionali, di tutela dei
diritti umani fondamentali a iniziare da
quelli degli ultimi, i più vulnerabili. Quella pace che, come ebbe a dire il Beato Papa Paolo VI, riprendendo la Costituzione
conciliare Gaudium et Spes, non scaturisce
solo da «un’assenza di guerra frutto
dell’equilibrio precario delle forze». Una
prospettiva che superava una convinzione
tradizionale dei rapporti internazionali,
strutturati sull’alternarsi tra la pace e la
guerra.
La diplomazia della Santa Sede ha una
chiara funzione ecclesiale: se è certamente
lo strumento di comunione che unisce il
Romano Pontefice ai vescovi a capo delle
Chiese locali o che consente di garantire
la vita delle Chiese locali rispetto alle au-
L’
Per l’attività diplomatica della Santa Sede
Un’agenda di pace
dinata convivenza tra i popoli che per la della diplomazia hanno imposto alle armi
visione cristiana è il vero presupposto alla di tacere. La Santa Sede in proposito vuopace.
le essere da stimolo per gli altri membri
Operare per la pace non significa solo della comunità internazionale perché trovi
determinare un sistema di sicurezza inter- consistenza l’esigenza di uno ius post belnazionale e magari rispettarne gli obbli- lum rinnovato rispetto a quello tradizionaghi: questo non è che un primo passo, le che resta limitato solo a stabilire i rapspesso obbligato, a volte imposto. È ri- porti tra vincitori e vinti. Lo scorso 4 febchiesto altresì di prevenire le cause che braio Papa Francesco è stato chiaro:
possono scatenare un conflitto bellico, co- «Quando io sento le parole “vittoria” o
me pure di rimuovere quelle situazioni che “sconfitta” sento un grande dolore, una
possono riaprire guerre sanguinose appena grande tristezza nel cuore. Non sono paconcluse, favorendo la riconciliazione tra role giuste; l’unica parola giusta è “pace”.
le parti, che siano Stati, attori non statali, Questa è l’unica parola giusta».
gruppi di insorti o altre categorie di comQuando è in gioco la pace le questioni
battenti. La questione — è evidente — in- da affrontare nel post-conflitto sono molto
veste non solo responsabilità individuali o chiare, come a esempio il rientro di profucollettive, ma anche il sistema delle regole ghi e sfollati, il funzionamento delle istitudella governance mondiale.
zioni locali e centrali, la ripresa delle attiIl diritto internazionale nella sua fun- vità economiche, la salvaguardia del patrizione di unica autorità superiore agli Sta- monio artistico e culturale da cui non è
ti, mostra la graduale maturazione di prin- estranea la componente religiosa. Ben più
cipi e norme per governare le situazioni complesse, però, sono le esigenze di riconche giustificano il ricor- ciliazione tra le parti. Basti pensare al riso all’uso della forza ar- spetto dei diritti umani e tra questi al dimata — il cosiddetto ius ritto al ritorno, al ricongiungimento di faad bellum — e di quelli miglie e comunità che si confronta con la
volti per regolare i conrestituzione dei beni o con il loro risarciflitti stessi, il tradizionamento.
le ius in bello. In tempi
Il compito dello ius post-bellum, dunpiù recenti questo proque, non si limita a riassettare territori, a
cesso
è
giunto
a
elabo«La pace: dono di Dio, responsabilità
riconoscere nuove o mutate sovranità, o
rare norme per umanizumana, impegno cristiano» è il tema della
ancora a garantire con la forza armata i
zare la guerra, definenconferenza tenuta, nella mattina di mercoledì
do così i contenuti del nuovi equilibri. Esso deve piuttosto preci11 marzo, dal cardinale segretario di Stato alla
diritto
internazionale sare la dimensione umana della pace, eliminando ogni possibile motivo per comPontificia università Gregoriana in occasione
umanitario.
del Dies Academicus 2015, annuale giornata di
Una regolazione que- promettere la condizione di coloro che
studio su un tema che le unità accademiche
st’ultima a cui la Santa hanno vissuto gli orrori di una guerra e
dell’università affrontano secondo i differenti
Sede non ha mai fatto attendono un diverso avvenire. Questo
mancare l’apporto della comporta pensare a efficaci meccanismi
ambiti del sapere (teologia, filosofia, storia,
sua diplomazia nella fa- della giustizia di transizione, perché siano
beni culturali, diritto canonico, scienze sociali
se programmatica e re- realmente conformi a giustizia e non alla
e così via) Dell’intervento pubblichiamo in
dazionale, coniugando volontà di parte. Tradotto nel linguaggio
questa pagina ampi stralci, mentre il testo
coerentemente le esigen- della diplomazia questo significa dare
integrale è consultabile sul sito del nostro
ze della sua sovranità e priorità alla forza del diritto rispetto
giornale (www.osservatoreromano.va).
della sua condizione di all’imposizione delle armi, garantire la
soggetto di diritto inter- giustizia ancor prima della legalità.
Lo scorso settembre recandomi al Palaznazionale, con la missione che essa svolge nel zo di Vetro per partecipare ai lavori
torità civili, oserei dire che è anche il vei- mondo quale governo centrale della Chie- dell’Onu, mi ha colpito la frase posta
colo del Successore di Pietro per «rag- sa. Un apporto che anche nell’immediato all’ingresso della grande sala dell’Assemgiungere le periferie», sia quelle della real- è pronto a tradursi in realtà nell’ormai blea Generale: The Golden Rule, la regola
tà ecclesiale che quelle della famiglia uma- prossimo confronto diplomatico tra gli d’oro, quel principio cardine che ogni culna. Senza l’opera delle rappresentanze di- Stati in vista di un rafforzamento del di- tura e ogni visione religiosa autentica poplomatiche pontificie quanti credenti — e ritto internazionale umanitario, non di ra- ne a suo fondamento. Operare per la pace
non solo battezzati — vedrebbero limitata do reso insufficiente e inoperante dalle ci impone il rispetto dell’altro, chiunque
esso sia, e quindi di agire con lui e per
la loro fede? Quante istituzioni della nuove forme di conflitto armato.
Pur condividendo e rispettando questi lui, considerandolo un altro me stesso.
Chiesa rimarrebbero senza quel vitale conMi sia permesso di ricordare come, antatto con il suo governo centrale che ne sforzi, però, per la Santa Sede è oggi più
disegna l’agire, dà loro sostegno e finan- che mai urgente modificare il paradigma che in questo momento, le esperienze delche credibilità? Sul versante della società su cui si poggia l’ordinamento internazio- la diplomazia pontificia in proposito sono
civile, la mancata presenza della Santa Se- nale. I fatti e le atrocità di questi giorni tante e diverse; basti pensare alla sorte
de nei diversi contesti intergovernativi di domandano ai diversi attori — Stati e isti- delle antiche comunità cristiane in Medio
quali orientamenti etici priverebbe gli in- tuzioni intergovernative in primis — di oriente la cui difesa vede il ruolo attivo
dirizzi di cooperazione, il disarmo, la lotta operare per prevenire la guerra in ogni delle rappresentanze pontificie nell’area. E
alla povertà, l’eliminazione della fame, la sua forma dando consistenza a uno ius questo nella convinzione che la protezione
contra bellum e cioè a norme in grado di va esercitata nei confronti delle persone,
cura delle malattie, l’alfabetizzazione?
nella loro condizione di vitStando ai dati, nell’odierno assetto della
time inermi, prima ancora
Comunità internazionale la Santa Sede ha
della loro appartenenza a
relazioni diplomatiche di tipo bilaterale
Il
lavoro
delle
nunziature
comunità religiose. Ma in
con 179 Stati, a cui si aggiungono l’Uniogenere questi tipi di azione
ne europea e lo Stato di Palestina; e poi
ha una chiara funzione ecclesiale
rimangono lontani dai rifletrapporti stabili di tipo multilaterale con
È
lo
strumento
di
comunione
che
unisce
tori e dalla cronaca.
una miriade di istituzioni intergovernative,
competenti nei diversi settori in cui si artiQuest’attività e queste
il Romano Pontefice alle Chiese locali
cola la struttura della governance internaesperienze della diplomazia
e
che
gli
permette
di
raggiungere
le
periferie
zionale. Seguendo le norme del diritto indella Santa Sede sono lo stiternazionale questo significa lo stabilimenmolo per trovare un ulterioto di rappresentanze diplomatiche: le nunre slancio e così concorrere a
ziature apostoliche presso gli Stati e le sviluppare, attualizzare e soprattutto im- dare concretezza alle speranze e ai desidemissioni permanenti presso le organizza- porre gli strumenti già previsti dall’ordina- ri di pace che sorgono dai diversi angoli
zioni internazionali. In genere esse hanno mento internazionale per risolvere pacifi- del pianeta. E questo con un’evidente
a capo un nunzio apostolico, una figura camente le controversie e scongiurare il ri- continuità. Negli anni Ottanta del secolo
in tanti Paesi indicata come l’ambasciatore corso alle armi. Mi riferisco al dialogo, al scorso all’interno del Consiglio per gli Afdel Papa, che è prevista dal diritto inter- negoziato, alla trattativa, alla mediazione, fari Pubblici, oggi Sezione per i rapporti
nazionale codificato nella Convenzione di alla conciliazione spesso visti come sem- con gli Stati della Segreteria di Stato, troVienna del 1961 sulle relazioni diplomati- plici palliativi privi della necessaria effica- vò collocazione un apposito ufficio per la
che.
cia. Una diversa considerazione di questi mediazione pontificia. Si trattava di sviAndando però oltre l’immagine, va sot- strumenti non può essere imposta, ma po- luppare i contenuti giuridico-politici per
tolineato che questi numeri non esprimo- trà scaturire solo da un generale convinci- porre fine alla disputa territoriale tra l’Arno posizioni di riguardo o di chissà quale mento: la pace è un bene prezioso e inso- gentina e il Cile sul Canale di Beagle,
esercizio di potere, ma piuttosto l’evidenza stituibile.
all’estremo sud del Continente americano.
di un’ampia dimensione di lavoro quotiIl diritto internazionale deve continuare Obiettivo realmente raggiunto il 29 nodiano, complesso e sovente difficile il cui a dotarsi di istituti giuridici e strumenti vembre 1984 con la conclusione del Trattaobiettivo rimane ad intra la suprema legge normativi in grado di gestire i conflitti to di Pace e di Amicizia mediante il quale
della salus animarum, mentre ad extra l’or- conclusi o le situazioni in cui gli sforzi le parti davano effetti obbliganti alla solu-
Dies academicus
alla Gregoriana
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 6
giovedì 12 marzo 2015
I vescovi filippini sulla legge antidiscriminazione presentata nei giorni scorsi al Congresso
No a ingerenze
nelle scelte della Chiesa
MANILA, 11. Una proposta di legge
presentata al Congresso di Manila
contro le discriminazioni ha suscitato la reazione, allarmata, dei vescovi
filippini. Il timore è che la misura
possa limitare la libertà della Chiesa
sancita dalla Costituzione su questioni come i matrimoni omosessuali
e in materie di sua esclusiva competenza, come la selezione dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa.
«La Chiesa — ha dichiarato a
Cbcpnews monsignor Socrates B.
Villegas, arcivescovo di LingayenDagupan e presidente della Conferenza episcopale — difende il suo diritto esclusivo di stabilire i propri
criteri di selezione, compreso quindi
quello di escludere candidati al sacerdozio e alla vita consacrata anche
sulla base del sesso e dei loro orientamenti sessuali se ritiene che questi
possano essere un ostacolo alla fedeltà loro richiesta dalla Chiesa. Alla luce delle parole di Papa Francesco durante il suo recente viaggio
apostolico nelle Filippine sulla “colonizzazione ideologica” messa in
atto con il tentativo di imporre la
cultura del gender — ha aggiunto
monsignor Villegas — la Conferenza
episcopale si sta chiedendo se il
provvedimento proposto non sia il
frutto dell’importazione nel Paese di
valori e modelli comportamentali in
voga in Occidente».
È il caso dei matrimoni omosessuali, che si vogliono equiparare a
quelli tra un uomo e una donna.
«Finché si tratta di evitare che le
persone con orientamenti omosessuali e problemi di identità sessuale
vengano relegate a cittadini di categoria inferiore — ha precisato il presule — la Conferenza episcopale non
può che dare il sostegno». Ma il
provvedimento in discussione è di
altro tenore e rischia di avere effetti
diversi da quelli dichiarati.
Oltre alla questione della discriminazione sessuale, nel Paese asiatico continua il dibattito anche riguardo al tema della difesa della vita. In questi mesi la Pro-Life Philippines Foundation ha organizzato
una serie di incontri e dibattiti dedicati alla sessualità con il coinvolgimento dei cittadini, in particolare
insegnanti, catechisti, genitori e giovani formatori che mirano a rafforzare le conoscenze di ciascun partecipante al fine di rispondere meglio
ai bisogni e alle domande dei giovani.
Una particolare attenzione viene
rivolta agli aspetti legati al matrimonio, alla pianificazione familiare,
all’educazione in base agli insegnamenti della Chiesa cattolica. La ProLife Foundation è infatti una ong
formata da cittadini che hanno a
cuore i valori “della vita umana e
della dignità dell’essere umano”. A
questo proposito è utile ricordare
che secondo un sondaggio del Pew
Research Center, il 63 per cento della popolazione filippina è contraria
ai matrimoni omosessuali.
La sede della Conferenza episcopale delle Filippine a Manila
In Cambogia i gesuiti suggeriscono le buone pratiche per la salvaguardia del creato
Quaresima per l’ambiente
PHNOM PENH, 11. «Non inquinare,
osservare un digiuno ecologico, rispettare la natura, proteggere il proprio corpo che, a causa di agenti inquinanti, diventa vulnerabile a molte malattie». Questa, in sintesi, la
proposta quaresimale dei gesuiti
cambogiani, riuniti nella provincia
dell’Asia-Pacifico, che vuole essere sì
una scossa allo stile di vita consumista e poco lungimirante, ma nel
contempo intende toccare questioni
cruciali della regione del sud-est
asiatico, dove alcuni progetti industriali hanno ripercussioni distruttive
sull’ambiente.
I gesuiti cambogiani notano che
«i primi a fare le spese delle pratiche inquinanti sono le fasce povere
della popolazione, a causa del loro
accesso già limitato all’acqua potabile, a cibo e aria pulita. I poveri
sono colpiti prima degli altri. La
principale causa di morte nei Paesi
a basso e medio reddito — affermano in un documento i religiosi cambogiani — non è soltanto la malnutrizione, non la tubercolosi, la malaria, l’Hiv o l’Aids, bensì l’inquinamento».
I gesuiti sottolineano che «nel
tempo di quaresima, mentre si entra
“nel deserto” per riflettere su se
stessi, urge valutare al più presto
anche la responsabilità personale
nell’avvelenare l’ambiente e le persone, soprattutto i poveri. Dunque,
è bene spostarsi a piedi o in bicicletta, limitando l’utilizzo dei veicoli
a motore. Oppure abbandonare
l’uso di sacchetti di plastica e di tutti gli altri involucri usa e getta, riscoprendo l’arte del riciclo dei materiali».
Non si dispensano solo consigli
sul “non fare” ma anche le buone
pratiche da seguire: i religiosi hanno
lanciato, per esempio, un miniprogramma di riforestazione, impegnandosi a piantare un albero ogni
qual volta un religioso prende un
aereo per impegni pastorali, dato
che il trasporto aereo è una delle
principali fonti di riscaldamento
globale del pianeta.
Già da alcuni anni, i gesuiti hanno avviato una strategia di «riconciliazione con il creato», impegnandosi in tre macroaree: rivedere lo
stile di vita; curare programmi di
formazione per i giovani; gestire in
modo equo e sostenibile le risorse
naturali. Il tutto all’insegna di quella che viene definita «giustizia climatica», che anima milioni di attivisti cristiani collegati a livello planetario nella rete “Global Climate Catholic Movement”.
Messaggio dei presuli giapponesi per i settant’anni della fine della seconda guerra mondiale
Una pace
ancora da conquistare
TOKYO, 11. Il Giappone ha, e deve
continuare ad avere, una speciale
vocazione alla pace. È quanto affermano i presuli nipponici in un
messaggio pubblicato in occasione
dei settanta anni dal termine del
secondo conflitto mondiale, in cui
mettono in guardia dal ritorno di
una mentalità bellicista. Infatti, citando Papa Francesco, ricordano
come «il mondo è dominato dalla
globalizzazione delle imprese e dal
sistema finanziario. Le disuguaglianze continuano ad allargarsi e i
poveri sono esclusi. Se noi vogliamo realizzare la pace, questa situazione deve cambiare».
L’episcopato giapponese già in
altre occasioni relativamente recenti
— nel 1995 e nel 2005 — aveva fatto
sentire la sua voce per ricordare la
fine dei combattimenti e per ribadire solennemente il proprio impegno per la pace. La seconda guerra
mondiale «è stata una esperienza
orribile anche per il popolo giapponese», scrivono i presuli, che
non possono non ricordare in particolare le sofferenze legate ai
«bombardamenti su larga scala che
hanno colpito molte città» e, infine, la devastazione atomica di Hiroshima e Nagasaki. «Queste tragiche vicende hanno portato alla nascita di un desiderio di pace che è
stato codificato nella Costituzione
del Giappone, approvata nel 1946:
essa si basa sulla sovranità del popolo, il ripudio della guerra e il rispetto dei diritti umani fondamentali. Nello spirito di questa costituzione fondata sulla pace, il Giappone si è impegnato per costruire
dei legami di fiducia e amicizia con
le nazioni dell’Asia».
Parallelamente, proseguono i
presuli, «la Chiesa cattolica in tutto il mondo — contro lo scenario
della guerra fredda e la successiva
caduta del muro di Berlino — ha
sempre manifestato in modo chiaro
la sua opposizione alla corsa agli
armamenti e all’uso delle armi per
risolvere le controversie». Vengono
citate al riguardo la Pacem in terris
di Papa Giovanni XXIII e l’appello
per la pace tenuto a Hiroshima, nel
1981, da Papa Giovanni Paolo II.
«Per i cristiani — sottolineano — il
ripudio della guerra è richiesto dal
Vangelo di Cristo. Il rispetto per la
vita è un ideale che non può essere
abbandonato dalle persone di fede
e deve essere sostenuto fermamente
dall’intera umanità». In questo
senso, la Conferenza episcopale del
Giappone ribadisce «di avere una
speciale vocazione in favore della
pace. Tale vocazione non è basata
su nessuna ideologia politica. Noi
continuiamo a invocare la pace non
come argomento politico, ma come
fatto umano. La nostra consapevolezza di questa vocazione è stata
influenzata, di certo, dagli orrori
inflitti dalle armi nucleari su Hiroshima e Nagasaki, ma è scaturita
anche dal profondo rimorso riguardo la posizione della Chiesa in
Giappone prima e durante la guerra». Di qui, alcune importanti annotazioni, che si riferiscono al dibattito in corso nel Paese. «A 70
anni dalla guerra il ricordo di essa
sta svanendo, insieme ai ricordi del
dominio coloniale giapponese e
all’aggressione con i suoi crimini
contro l’umanità. Ora stanno emergendo richieste di riscrivere la storia di quei tempi, negando cosa è
realmente accaduto». E si aggiunge: «Il Governo attuale sta provando ad approvare delle leggi che
proteggano i segreti di Stato, con-
Nuovi progetti francescani in India
Sempre
fra gli emarginati
NEW DELHI, 11. Nell’Anno della
vita consacrata i francescani in
India rinnovano l’impegno e il
servizio di apostolato tra gli
emarginati nelle baraccopoli, nelle zone rurali, nelle periferie. È
quanto riferisce all’agenzia Fides
fra Nithiya Sagayam, coordinatore nazionale dell’Associazione
delle famiglie francescane d’India (Affi), la rete di cinquantatré
congregazioni religiose francescane presente in 163 province, in
tutto il Paese.
La rete organizza incontri e
promuove progetti a livello nazionale e regionale per dare testimonianza del carisma francescano in India. Inoltre, si è mobilitata per soccorrere le popolazioni colpite dai terremoti negli Stati del Gujarat e del Maharashtra,
ma «mostra particolare attenzione — ha sottolineato fra Sagayam
— alle vittime di ingiustizie e violazioni dei diritti umani, dando
loro la speranza per una società
più giusta e pacifica».
Secondo alcune stime, in India, circa settantadue milioni di
Vocazioni sacerdotali
Segni di speranza
per il Laos
VIENTIANE, 11. Un anno da incorniciare per la piccola comunità
cattolica del Laos. Entro la fine
del 2015 saranno infatti ordinati
tre nuovi sacerdoti. «Un segno di
grande
speranza»,
commenta
l’amministratore del vicariato apostolico di Luang Prabang, mons.
Tito Banchong Thopanhong. Infatti, su circa 6 milioni di abitanti,
in maggioranza buddisti, i cristiani in Laos sono circa l’1 per cento
della popolazione, tra i quali circa
45.000 cattolici. E, oltre ai quattro
vicari apostolici, i sacerdoti presenti nel Paese sono attualmente
appena quattordici. «Il 2015 sarà
sentano il diritto di autodifesa collettiva e modifichino l’articolo 9
della Costituzione per consentire
l’utilizzo della forza militare
all’estero». Eppure, «guardando al
mondo di oggi, le tragedie del conflitto militare e del terrorismo si verificano di continuo in tanti luoghi». Così che Papa Francesco ha
espresso la preoccupazione per
quella che è stata chiamata “una
terza guerra mondiale”. Per questo,
concludono i presuli, «a 70 anni
dalla fine della guerra e 50 anni
dopo la fine del concilio Vaticano
II rinnoviamo la nostra determinazione a ricercare la pace e lavorare
per la pace. Noi cattolici in Giappone siamo pochi di numero, ma
insieme ad altri cristiani, ai fedeli
di altre religioni e a coloro in tutto
il mondo che vogliono la pace, noi
rinnoviamo il nostro impegno a lavorare affinché la pace diventi una
realtà».
un anno di benedizione per la
piccola Chiesa laotiana», dice perciò il presule, ricordando come attualmente nell’intero vicariato
apostolico di Luang Prabang vi
sia un solo altro sacerdote per assistere i 2.600 fedeli nelle sei parrocchie. In questo senso si comprende perché l’ordinazione dei
tre giovani diaconi sarà un momento storico per il Laos. I responsabili dei vicariati apostolici
di Luang Prabang, Vientiane, Savannakhet e Paksé si incontreranno presto per definire data e modalità dell’ordinazione, prevista
nel mese di dicembre 2015.
bambini soffrono di denutrizione
cronica che, oltre al rischio di
morte, provoca anche un ritardo
nella crescita fisica e mentale e li
segnerà per il futuro. Inoltre, nel
Paese ci sono tredici milioni di
piccoli lavoratori, tra i quali il 75
per cento svolgono attività molto
pericolose, come nelle miniere
dove vengono sfruttati diciotto
ore al giorno.
I francescani in India hanno
vissuto nei giorni scorsi uno speciale seminario sulla “Vita consacrata francescana” — cui ha partecipato, tra gli altri, il presidente dell’Affi, fra A. J. Mathew —
nel Centro per ritiri spirituali a
Velankanni. I francescani hanno
rinnovato il loro impegno, sulle
orme di san Francesco e santa
Chiara, a fianco dei più poveri,
tracciando un «piano d'azione
concreto per l’intero Anno della
vita consacrata».
Il piano, che sarà portato
avanti anche attraverso il coinvolgimento dell’Ordine francescano secolare e dei laici che seguono il carisma del poverello di
Assisi, prevede impegni specifici
per contribuire a fermare la violenza contro le donne nella società, a fornire l’istruzione ai
bambini poveri, l’assistenza, lo
sviluppo e il benessere agli immigrati.
L’OSSERVATORE ROMANO
giovedì 12 marzo 2015
pagina 7
Qual è la durata di un istituto religioso?
Il ciclo della vita
di GIANCARLO RO CCA
Quanto tempo può vivere un monastero, maschile o femminile che sia?
E oggi, ampliando la domanda:
quanto tempo può vivere un istituto
religioso? Invecchiano anche gli istituti religiosi? Muoiono?
Questo interrogativo ha interessato non solo gli storici, da sempre desiderosi di conoscere i meccanismi di
vita e di morte dei religiosi, ma anche gli studiosi di storia delle mentalità, di storia della cultura, di storia economica, che sono, in fondo,
specializzazioni di questioni che in
vario modo hanno toccato e toccano
ancor oggi la vita religiosa.
L’interesse degli studiosi, però,
non è stato tanto quello di calcolare
quanti monasteri o istituti religiosi
siano scomparsi per soppressioni da
parte della Chiesa (come, a esempio,
i templari nel 1312 o i gesuiti alcuni
secoli); o quanti siano scomparsi a
seguito di soppressioni da parte
dello Stato (come, a esempio, a seguito della rivoluzione francese); o
per terremoti, pestilenze, come la famosa peste nera del 1348 che ridusse
enormemente anche il numero dei
religiosi; o per interventi pontifici,
con i quali si mirava a chiudere i
conventi con pochi religiosi, perché
ritenuti inadatti per una vera vita religiosa; o a seguito di decadenza della vita religiosa. L’interesse degli studiosi, invece, vuole soprattutto conoscere se non ci siano meccanismi interni alla stessa vita religiosa o alla
storia di un istituto religioso che
portino alla loro scomparsa. In altre
parole, se gli istituti religiosi hanno
una vita: nascono, crescono, si sviluppano, invecchiano e, infine,
muoiono.
Chi ha cercato di riflettere sulla
storia della vita religiosa in questo
modo è stato il padre Raymond Hostie, un gesuita, già professore nella
Pontificia università Gregoriana.
Nella vita di un istituto religioso egli
distinse sette tappe, riassumibili in
questo modo.
C’è un periodo di gestazione, che
dura da dieci a venti anni. Segue un
periodo di consolidamento, di circa
venti-quaranta. L’istituto poi si
espande, e questo periodo può durare circa 100 anni, poi seguito da un
periodo di stabilizzazione, anch’esso
della durata di circa un secolo. In
seguito, l’istituto si avvia verso il declino, che può durare circa 50-100
anni. Infine avviene la morte, che
già c’è, anche se anagraficamente essa può essere segnata in momenti diversi.
In pratica, secondo Hostie, un
istituto religioso può vivere circa
250-350 anni, dopo di che muore e
viene sostituito da altri che, però,
mantengono lo stesso ciclo di vita. Il
padre Hostie sapeva bene che benedettini, francescani, domenicani,
agostiniani e vari altri istituti religiosi sono in vita da oltre 350 anni, o
perché si sono trasformati rispetto
alle loro origini o perché privilegiati
dalla figura dei loro fondatori; in
ogni caso, essi costituiscono delle eccezioni e non inficiano la sua regola
dei 250-350 anni di vita di un
istituto.
Si possono muovere diverse osservazioni all’ipotesi di Hostie. Una
prima obiezione viene dal fatto se
sia giusto considerare la vita di un
istituto religioso come quella di un
uomo, legandola strettamente a una
visione biologica. Un istituto, piccolo o grande che sia, rappresenta
un’idea, meglio ancora: un ideale,
molto legato al tempo in cui nasce,
e quindi l’eventuale suo sviluppo e
morte è strettamente dipendente
dall’ambiente in cui è nato. Se le
condizioni mutano — e spesso è lo
stesso ideale a farle mutare — l’ideale
perde forza, proprio perché ha raggiunto il suo scopo.
Una seconda obiezione viene da
ciò che è avvenuto e sta ancora avvenendo dopo il concilio Vaticano II.
Si è calcolato infatti, che nel corso
di circa cinquanta anni, cioè tra il
1960 e il 2010, sono già scomparsi
oltre 370 istituti religiosi, molti dei
quali non avevano raggiunto nemmeno i 100 anni del totale di vita
ipotizzato da Hostie.
Vi sono poi altri elementi che portano a dubitare della ricostruzione
proposta da Hostie. I 370 istituti sono tutti scomparsi in uno stesso periodo di tempo. Non solo, ma essi
erano configurati nella Chiesa come
congregazioni religiose, e ciò fa supporre che la loro vita e la loro scomparsa non siano legate al loro ciclo
di vita biologico (i 250-350 anni di
Hostie), ma a qualche cosa che essi
hanno in comune tra di loro e che li
condiziona nella stessa durata di vita
e nella stessa estinzione.
L’ipotesi qui proposta è che la
storia degli istituti religiosi non vada
esaminata nella prospettiva di “singoli istituti”, ma in una più vasta,
cioè entro la storia di “istituzioni”
nelle quali gli istituti religiosi hanno
vita e dalle quali desumono le loro
caratteristiche. Nel corso della storia
della vita religiosa, di fatto, si sono
susseguite diverse “istituzioni”, che
vengono di solito identificate nelle
categorie giuridiche: monaci, canonici, mendicanti, chierici regolari, società di preti, congregazioni religiose, istituti secolari, cioè le stesse categorie utilizzate da Hostie nel suo
libro e di cui, però, non ha tenuto
abbastanza conto per fissare la durata di vita di un istituto. Considerando così le cose, la questione non è
più quella del “ciclo di vita di un
istituto religioso”, ma del “ciclo di
vita di una istituzione religiosa”.
Ora, poiché gli oltre 370 istituti
scomparsi tra il 1960 e il 2010 avevano assunto la struttura della congregazione religiosa, poiché sono soprattutto le congregazioni religiose
ad aver conosciuto la crisi dopo il
1960, e poiché la congregazione religiosa è sorta e si è strutturata in Europa prima di diffondersi negli altri
continenti, sembra legittimo chiedersi se la crisi degli istituti religiosi e
la loro morte non debba essere inquadrata nella crisi della istituzione
di cui essi fanno parte, cioè della
congregazione religiosa.
Fondamentalmente, la congregazione religiosa — con voti semplici e
con
una
forte
accentuazione
sull’apostolato — ha costituito un
fattore di modernizzazione della
Chiesa, dello Stato e della stessa vita
religiosa. Il grande equilibrio che essa è riuscita a darsi per circa 150-200
anni — la sua nascita, infatti, si può
far risalire a poco prima della rivoluzione francese — è innegabile, e la
sua forza è stata tale che anche antichi ordini hanno accettato diversi
elementi della sua fisionomia, specialmente quando si sono spinti su
campi di apostolato moderno, come
la scuola, le colonie agricole, l’assistenza ai malati. Ora sembra che il
“ciclo” della congregazione religiosa
Storia
della Chiesa
«Vita regularis sine regula»
è il tema del seminario che
la Pontificia università
Gregoriana organizza per la
mattina di giovedì 11 in
collaborazione con
l’Associazione italiana dei
professori di storia della
Chiesa. Anticipiamo
l’intervento del curatore
del «Dizionario degli
istituti di perfezione».
stia arrivando al termine — lo Stato
si è assunto tutti o quasi tutti i compiti svolti dalle congregazioni religiose — e quindi la domanda che ci
si dovrebbe porre non è quanti anni
vive un istituto, ma quanti anni può
vivere una istituzione. Conseguentemente, se un istituto religioso nasce
all’inizio del ciclo, ha la probabilità
di vivere più a lungo dell’istituto che
nasce a metà o alla fine del ciclo.
Ciò non significa, ovviamente, che
l’istituzione scompaia. Le istituzioni
restano, ma non hanno più la forza
di un tempo: i monaci esistono ancora, ma non hanno più la forza del
medioevo, perché sono stati sostituiti dai mendicanti, e così via le altre
istituzioni nei secoli.
In conclusione, la legittimazione
di una istituzione (nel nostro caso:
la congregazione religiosa) è storica,
ha una vita — anche dopo il 2010 altre congregazioni religiose continuano a morire — e, mutando le circostanze, viene messa in discussione da
nuove esigenze che chiedono un
mutamento e un nuovo tipo di vita
religiosa, che forse oggi viene offerto, attraverso tentennamenti e sofferenze che si vorrebbero evitare, da
quelle che si chiamano “nuove comunità”.
Gruppi di fedeli in piazza San Pietro
All’udienza generale di mercoledì 11 marzo,
in piazza San Pietro, erano presenti i seguenti gruppi:
Da diversi Paesi: Religiosi della Congregazione dello Spirito Santo; Figlie di
San Paolo; Giovani del Movimento dei
Focolari.
Dall’Italia: Gruppi di fedeli dalle Parrocchie: Madonna Incoronata, in Padova;
Santi Pietro e Paolo, in Camposampiero;
San Vitale, in Megliadino San Vitale;
San Gaetano, in Melegnano; Santi Gaudenzio ed Eusebio, in Gambolò; Santa
Maria Assunta, in Poasco; San Giacomo,
in Cesenatico; San Matteo, in Praticello
di Gattico; Santa Maria degli Angeli, in
Sarna di Faenza; Stella Maris, in Milano
Marittima; Santa Giustina, in Rimini;
Santa Maria Assunta, in Viareggio; Santa
Maria a Marcialla, in Barberino Val d’Elsa; Santa Maria a Mare, in Fermo; San
Pietro, in Cicciano; Santa Maria de Plateis, in Cirò; San Ludovico d’Angiò, in
Marano; San Sebastiano, in Ussana; Comando Trasmissioni e Informazioni
dell’Esercito, da Anzio; XI Reggimento
Trasmissioni, da Civitavecchia; Gruppo
della Capitaneria di Porto, di Civitavecchia; Gruppo dell’Osservatorio permanente giovani editori Soci dei Lions
Club, di Viareggio; Soci del Ferrari
Club, di Caprino Bergamasco; Coordinamento Donne Sindacato UGL; Associazione Pizzaiuoli Napoletani; Associazione AUSER, di Ravenna; Associazione MATER, di Messina; Associazione EOS, di
Caronno Pertusella; Associazione trapiantati organi Puglia, di Massafra; Associazione volontari ospedalieri, di Cortona; Associazione Santa Maria Goretti, di
Nettuno; Associazione Gli amici di sempre, di Maiori; Gruppi di Volontariato
Vincenziano, della Diocesi di Ugento;
Gruppo Scout, di Celico; Gruppo
dell’Università Antonianum, di Roma;
Gruppo Università terza età, di Fidenza;
Gruppo della Giunta Regionale Lombardia, di Milano; Gruppo Impegno sociale,
di Marano Vicentino; Gruppo Pallavolo
2000, di Palermo; Gruppi di fedeli dalle
Parrocchie di Tressano, Bertipaglia, Unità pastorale 7, di Torino; Gruppi di studenti: Liceo Berto, di Vibo Valentia; Liceo Slataper, di Gorizia; Liceo FalconeRighi, di Corsico; Liceo Marconi, di
Carrara; Liceo Fermi, di Salò; Istituto
Marconi, di Dalmine; Istituto Kennedy,
di Monselice; Istituto Pavoncelli, di Cerignola; Istituto Pacioli, di Crema; Istituto
Vittorini, di Siracusa; Istituto Casalinuovo, di Cosenza; Istituto Agnelli, di Cesenatico; Istituto Volta, di Lodi; Istituto
Gramsci, di Padova; Istituto Rodari-Negri, di Cesano Maderno; Istituto Neri, di
Pogliano Milanese; Istituto Mazzotti, di
Treviso; Istituto comprensivo, di Filadelfia; Scuola Socrate, di Marano di Napoli; Scuola IV Novembre, di Bassano del
Grappa; Scuola Suore della Presentazione, di Montesilvano; Scuola Guastella, di
Misilmeri; Scuola Santa Gianna Beretta
Molla, di Corbetta; Scuola Bulgara Santi
Cirillo e Metodio, di Roma; Gruppi di
fedeli da Monopoli, Belcastro, Trissino,
Badia Polesine, Villa del Conte, Rapallo,
Villanova di San Michele al Tagliamento,
Giulianova, Montecelio, Monreale, Casamicciola Terme, Penitro di Formia,
Grammichele, Romano di Lombardia.
Coppie di sposi novelli.
Gruppi di fedeli da: Repubblica Ceca;
Slovenia.
I polacchi: Pielgrzymi z parafii św. Jana
Chrzciciela z Murzynowa Kościelnego;
pielgrzymi z Chrzypska; II Liceum Ogólnokształcące ze Starachowic; młodzież i
nauczyciele z Liceum im. E. Abramowskiego z Katowic; pielgrzymi indywidualni.
De France: Enseignement catholique
du Diocèse de Nanterre; Collège Sainte
Anne, de Legé; Cours Charlier, de Nantes.
From Denmark: Students and staff
from: Birkerød Secondary School; Herlev
Secondary School.
From Norway: Students from the University of Agder.
From Sweden: Students and faculty
from Skara Cathedral School.
From Indonesia: Pilgrims from the Parish of Our Lady of the Sacred Heart,
Central Jakarta.
From Hong Kong: Pilgrims from St
Mary Help of Christians Parish.
From South Korea: A delegation of
bishops, priests, religious and laity.
From Canada: Students and faculty
from Loyola High School,
Montreal, Quebec.
From the United States
of America: Pilgrims from
the following parishes:
Cathedral Parish of St
Paul, St Paul, Minnesota;
Our Lady Queen of Peace
Parish, Maywood, New
Jersey; St Mary’s Parish,
Sioux
Falls,
South
Dakota; Students and faculty from: Notre Dame
University, Indiana, Center for Ethics and Culture; Notre Dame University, Indiana, Vocation
Pilgrimage; Ohio Dominican University, Columbus; Slippery Rock University, Pennsylvania; University of Nebraska, Lincoln; St Andrew’s College
Seminary, Newark, New
Jersey; Providence College,
Rhode
Island;
Wyoming Catholic College, Lander; Allentown
Central
High
School,
Pennsylvania.
Aus der Bundesrepublik Deutschland:
Pilgergruppen aus den Pfarrgemeinden
St. Blasius, Dietmannsried; St. Goar,
Flieden; St. Bonifatius, Hamburg; S.
Laurentius, Herzebrock Clarholz; St.
Martin, Külsheim; St. Marien, Rachtig;
Zur Verklärung Christi, Uettingen; Pilgergruppen aus dem Bistum Limburg;
Erzbistum München und Freising; Bistum Speyer; Bistum Trier; Pilgergruppen
aus Augsburg; Bad Windsheim; Borken;
Burkardroth;
Emsdetten;
Freiburg;
Krautheim; Radevormwald; Schöneck;
Arbeitsgemeinschaft katholischer Studentenverbände; Leserreise Traunsteiner Tagblatt.
Aus der Republik Österreich: Pilgergruppen aus den Pfarrgemeinden Mariä Himmelfahrt, Krenstetten; St. Martin, Munderfing; Pilger aus Althofen; Traiskirchen-Wienersdorf.
De España: Parroquia Santa Joaquina
de Vedruna, de Castellón; Parroquia San
Juan Bautista de la Concepción, de Madrid; Delegación del V Centenario del
Nacimiento de Santa Teresa de Jesús, de
Ávila y Salamanca; Colegio San Antonio
Abad, de Canals; Colegio Esclavas del
Sagrado Corazón de Jesús, de La Coruña; Colegio Pureza de María, de Madrid;
Instituto Luis Cobiella, de Santa Cruz
de La Palma; Colegio Maristas, de España.
De Puerto Rico: Coro de la Universidad de Puerto Rico, en Ponce.
De Argentina: grupos de peregrinos.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 8
giovedì 12 marzo 2015
Anonimo, «Presentazione di Gesù al tempio»
(XII secolo, Georgia)
Francesco parla del ruolo dei nonni nella famiglia
Continuando la catechesi iniziata
il mercoledì precedente, Papa Francesco,
nell’udienza generale dell’11 marzo
in piazza San Pietro, ha parlato
del ruolo dei nonni nella famiglia.
Sull’esempio di Simeone e Anna —
è stato l’invito del Pontefice —
scopriamo «una nuova forza, per
un nuovo compito» e «diventiamo
anche noi un po’ poeti
della preghiera».
Poeti della preghiera
E ricorda la scelta di Benedetto
Cari fratelli e sorelle, buongiorno.
Nella catechesi di oggi proseguiamo
la riflessione sui nonni, considerando il valore e l’importanza del loro
ruolo nella famiglia. Lo faccio immedesimandomi in queste persone, perché anch’io appartengo a questa fascia di età.
Quando sono stato nelle Filippine, il popolo filippino mi salutava
dicendo: «Lolo Kiko» — cioè nonno
Francesco — «Lolo Kiko», dicevano!
Una prima cosa è importante sottolineare: è vero che la società tende a
scartarci, ma di certo non il Signore.
Il Signore non ci scarta mai. Lui ci
chiama a seguirlo in ogni età della
vita, e anche l’anzianità contiene una
grazia e una missione, una vera vocazione del Signore. L’anzianità è una
vocazione. Non è ancora il momento
di “tirare i remi in barca”. Questo
periodo della vita è diverso dai precedenti, non c’è dubbio; dobbiamo
anche un po’ “inventarcelo”, perché
le nostre società non sono pronte,
spiritualmente e moralmente, a dare
ad esso, a questo momento della vi-
ta, il suo pieno valore. Una volta, in
effetti, non era così normale avere
tempo a disposizione; oggi lo è molto di più. E anche la spiritualità cristiana è stata colta un po’ di sorpresa, e si tratta di delineare una spiritualità delle persone anziane. Ma
grazie a Dio non mancano le testimonianze di santi e sante anziani!
Sono stato molto colpito dalla
“Giornata per gli anziani” che abbia-
mo fatto qui in Piazza San Pietro lo
scorso anno, la piazza era piena. Ho
ascoltato storie di anziani che si
spendono per gli altri, e anche storie
di coppie di sposi, che dicevano:
«Facciamo il 50.mo di matrimonio,
facciamo il 60.mo di matrimonio». È
importante farlo vedere ai giovani
che si stancano presto; è importante
la testimonianza degli anziani nella
fedeltà. E in questa piazza erano
tanti quel giorno. È una riflessione
I saluti ai gruppi di fedeli
Corale permanente
Nei saluti ai gruppi di fedeli presenti
all’udienza generale Papa Francesco è
tornato sul tema della catechesi e
ha ricordato che «l’anzianità contiene
una grazia e una missione, una vera
vocazione del Signore» e che i nonni e
le nonne, con la loro preghiera,
«formano la “corale” permanente
di un grande santuario spirituale».
Saluto i pellegrini di lingua francese, in particolare i membri dell’insegnamento cattolico della Diocesi di
Nanterre.
Invito le vostre famiglie ad accogliere tra loro con riconoscenza le
persone anziane, per ricevere la loro
testimonianza di saggezza, necessaria alle giovani generazioni.
Che Dio vi benedica.
una missione, una vera vocazione
del Signore. I nonni e le nonne formano la “corale” permanente di un
grande santuario spirituale, dove la
preghiera di supplica e il canto di
lode sostengono la comunità che lavora e lotta nel campo della vita. Il
Signore vi benedica!
Saluto cordialmente i pellegrini
polacchi, in modo particolare i do-
la Congregazione dello Spirito Santo, le Figlie di San Paolo e i giovani del Movimento dei Focolari. Saluto i gruppi parrocchiali, l’O sservatorio permanente dei giovani editori e le scolaresche. Invito tutti, soprattutto in questo tempo favorevole della Quaresima, ad impegnarsi
nella costruzione di una società a
misura d’uomo in cui ci sia spazio
per l’accoglienza di ciascuno, so-
Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza,
specialmente quelli provenienti da
Danimarca, Norvegia, Svezia, Indonesia, Hong Kong, Canada e Stati
Uniti d’America. Rivolgo un saluto
particolare ai pellegrini della Corea,
conservando un vivo ricordo della
mia Visita in quel Paese, nello scorso mese di agosto. Su tutti voi, e
sulle vostre famiglie, invoco la gioia
e la pace nel Signore Gesù. Dio vi
benedica!
Sono lieto di accogliere i fedeli
di lingua tedesca, in particolare il
gruppo dell’Arbeitsgemeinschaft katholischer Studentenverbände. Cari
amici, cerchiamo di superare insieme la cultura dello scarto con la
gioia traboccante di un nuovo abbraccio tra i giovani e gli anziani.
Dio vi benedica.
Saludo a los peregrinos de lengua española venidos de España,
Puerto Rico, Argentina, México y
otros países latinoamericanos. Queridos hermanos, cuánto me gustaría
que la Iglesia pudiera superar la
cultura del descarte, promoviendo
el reencuentro gozoso y la acogida
mutua de las distintas generaciones.
Recemos todos por esta intención.
Gracias.
Cari pellegrini di lingua portoghese: benvenuti! Auguro che le comunità cristiane offrano al mondo
una testimonianza di rispetto e venerazione nei confronti degli anziani, consapevoli che essi possono
trasmettere in modo privilegiato il
senso della fede e della vita! Grazie
per la vostra presenza!
Rivolgo un cordiale benvenuto ai
pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle,
l’anzianità contiene una grazia e
centi e gli alunni del Secondo Liceo di Starachowice, con i loro genitori. Siete venuti qui a pregare
sulla tomba di San Giovanni Paolo
II nel decimo anniversario della sua
morte. Conservate sempre la memoria del suo insegnamento e siate fedeli a Dio e alla Patria. Nel contesto della catechesi di oggi auguro a
tutti i presenti di essere fedeli alla
tradizione dei Padri, trovando così
la gioia nella cordiale relazione tra i
giovani e gli anziani. Sia lodato
Gesù Cristo.
Rivolgo un cordiale benvenuto ai
pellegrini di lingua italiana. Saluto
prattutto quando è anziano, ammalato, povero e fragile.
Un pensiero speciale porgo ai
giovani, agli ammalati e agli sposi
novelli. In questo mese ricordiamo
il quinto centenario della nascita ad
Ávila di Santa Teresa di Gesù. Il
suo vigore spirituale stimoli voi, cari giovani, a testimoniare con gioia
la fede nella vostra vita; la sua fiducia in Cristo Salvatore sostenga voi,
cari ammalati, nei momenti di maggiore sconforto; e il suo instancabile apostolato inviti voi, cari sposi
novelli, a mettere al centro Cristo
nella vostra casa coniugale.
Il Papa a Rebibbia
per la messa in cena Domini
Papa Francesco sarà nel penitenziario romano di Rebibbia nel pomeriggio del Giovedì santo, 2 aprile. Il Pontefice si recherà nella casa circondariale Nuovo complesso Rebibbia per incontrarvi i detenuti. Poi, alle
17.30, nella chiesa “Padre nostro” celebrerà la messa “in cena Domini”,
durante la quale laverà i piedi ad alcuni detenuti e ad alcune detenute
della vicina casa circondariale femminile. Prosegue dunque per Papa
Bergoglio la tradizione di trascorrere il Giovedì santo in una realtà di
particolare disagio della diocesi di Roma: nel 2013 fu tra i giovani reclusi nell’istituto di pena minorile di Casal del Marmo e l’anno scorso tra i
disabili assistiti dalla fondazione Don Gnocchi.
da continuare, in ambito sia ecclesiale che civile. Il Vangelo ci viene incontro con un’immagine molto bella
commovente e incoraggiante. È l’immagine di Simeone e di Anna, dei
quali ci parla il vangelo dell’infanzia
di Gesù composto da san Luca. Erano certamente anziani, il “vecchio”
Simeone e la “profetessa” Anna che
aveva 84 anni. Non nascondeva l’età
questa donna. Il Vangelo dice che
aspettavano la venuta di Dio ogni
giorno, con grande fedeltà, da lunghi anni. Volevano proprio vederlo
quel giorno, coglierne i segni, intuirne l’inizio. Forse erano anche un po’
rassegnati, ormai, a morire prima:
quella lunga attesa continuava però
a occupare tutta la loro vita, non
avevano impegni più importanti di
questo: aspettare il Signore e pregare. Ebbene, quando Maria e Giuseppe giunsero al tempio per adempiere
le disposizioni della Legge, Simeone
e Anna si mossero di slancio, animati dallo Spirito Santo (cfr. Lc 2, 27).
Il peso dell’età e dell’attesa sparì in
un momento. Essi riconobbero il
Bambino, e scoprirono una nuova
forza, per un nuovo compito: rendere
grazie e rendere testimonianza per
questo Segno di Dio. Simeone improvvisò un bellissimo inno di giubilo (cfr. Lc 2, 29-32) — è stato un
poeta in quel momento — e Anna
divenne la prima predicatrice di Gesù: «parlava del bambino a quanti
aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (Lc 2, 38).
Cari nonni, cari anziani, mettiamoci nella scia di questi vecchi
straordinari! Diventiamo anche noi
un po’ poeti della preghiera: prendiamo gusto a cercare parole nostre,
riappropriamoci di quelle che ci insegna la Parola di Dio. È un grande
dono per la Chiesa, la preghiera dei
nonni e degli anziani! La preghiera
degli anziani e dei nonni è un dono
per la Chiesa, è una ricchezza! Una
grande iniezione di saggezza anche
per l’intera società umana: soprattutto per quella che è troppo indaffarata, troppo presa, troppo distratta. Qualcuno
deve pur cantare, anche per loro, cantare i
segni di Dio, proclamare i segni di Dio,
pregare
per
loro!
Guardiamo a Benedetto XVI, che ha scelto
di passare nella preghiera e nell’ascolto di
Dio l’ultimo tratto
della sua vita! È bello
questo! Un grande
credente del secolo
scorso, di tradizione
ortodossa, Olivier Clément, diceva: «Una
civiltà dove non si
prega più è una civiltà
dove la vecchiaia non
ha più senso. E questo
è terrificante, noi abbiamo bisogno prima
di tutto di anziani che
pregano, perché la vecchiaia ci è data per questo». Abbiamo bisogno di
anziani che preghino perché la vecchiaia ci è data proprio per questo.
È una cosa bella la preghiera degli
anziani.
Noi possiamo ringraziare il Signore per i benefici ricevuti, e riempire
il vuoto dell’ingratitudine che lo circonda. Possiamo intercedere per le attese delle nuove generazioni e dare
dignità alla memoria e ai sacrifici di
quelle passate. Noi possiamo ricordare ai giovani ambiziosi che una vita senza amore è una vita arida. Possiamo dire ai giovani paurosi che
l’angoscia del futuro può essere vinta. Possiamo insegnare ai giovani
troppo innamorati di se stessi che c’è
più gioia nel dare che nel ricevere. I
nonni e le nonne formano la “corale” permanente di un grande santuario spirituale, dove la preghiera di
supplica e il canto di lode sostengono la comunità che lavora e lotta nel
campo della vita.
La preghiera, infine, purifica incessantemente il cuore. La lode e la supplica a Dio prevengono l’indurimento del cuore nel risentimento e
nell’egoismo. Com’è brutto il cinismo di un anziano che ha perso il
senso della sua testimonianza, disprezza i giovani e non comunica
una sapienza di vita! Invece com’è
bello l’incoraggiamento che l’anziano riesce a trasmettere al giovane in
cerca del senso della fede e della vita! È veramente la missione dei nonni, la vocazione degli anziani. Le parole dei nonni hanno qualcosa di
speciale, per i giovani. E loro lo sanno. Le parole che la mia nonna mi
consegnò per iscritto il giorno della
mia ordinazione sacerdotale, le porto
XVI
ancora con me, sempre nel breviario
e le leggo spesso e mi fa bene.
Come vorrei una Chiesa che sfida
la cultura dello scarto con la gioia
traboccante di un nuovo abbraccio
tra i giovani e gli anziani! E questo
è quello che oggi chiedo al Signore,
questo abbraccio!
Un gesuita tra i bambini rom
«Andate dove il bisogno è più
urgente». Così scriveva il
cardinale Carlo Maria Martini al
gesuita Georg Sporschill
nell’autunno 2010 per
incoraggiarlo nella sua opera
caritativa a favore dei ragazzi di
strada della Moldova e di
Bucarest e delle famiglie rom
della Transilvania. Il religioso
ha voluto presentare la sua
esperienza missionaria a Papa
Francesco, illustrandogli anche
nuovi progetti di assistenza
sociale. Ad accompagnarlo
all’udienza generale dell’11
marzo c’erano don Stefano
Stimamiglio — che ne ha
raccolto la vicenda
umana nel volume Chi
salva una vita salva il
mondo intero. Vita di
padre Sporschill
(Cinisello Balsamo, San
Paolo, 2014, pagine 160,
euro 14) — e un ex
ragazzo di strada,
Catalin Batu. Il gesuita
austriaco, che già aveva
lavorato con la Caritas
di Vienna nel recupero
dei tossicodipendenti,
degli ex carcerati e dei
bambini abbandonati, ha
avviato un’iniziativa di
assistenza dei bambini
rom in tre villaggi della
regione romena di Sibiu.
Il progetto si chiama
Elijah e ha trovato
realizzazione nell’estate
2012, quando padre
Sporschill si è trasferito
in Transilvania per
sostenere le famiglie rom
locali, aiutato da alcuni
volontari, tra i quali
Ruth Zenkert anch’ella
presente in piazza San
Pietro. In quei villaggi la nota
comune è la povertà estrema.
Nelle case mancano l’acqua e la
luce. I bambini sono sporchi e
denutriti e non frequentano la
scuola. Non c’è lavoro e riuscire
a sfamare la famiglia è sempre
un’impresa. Spesso i padri
lavorano a giornata o esercitano
la pastorizia. Tutto viene
riciclato e usato per costruire le
baracche, dai fili di ferro, alla
plastica, ad altri materiali di
scarto che divengono utili
strumenti per ripararsi dal
freddo. Il progetto Elijah mira
ad aiutare queste famiglie, a
provvedere all’istruzione
scolastica ai bambini, a fornire
medicinali per i malati, ma
anche a distribuire stufe per
cucinare e riscaldarsi. È già
stato costruito anche un piccolo
centro sociale e grazie ad esso
alcuni villaggi colmi di
spazzatura sono stati ripuliti
dalla popolazione. Padre
Sporschill è conosciuto non solo
per aver salvato e sottratto alla
strada tantissimi bambini nei
suoi ventuno anni trascorsi a
Bucarest, ma anche per essere
stato insieme con il cardinale
Martini coautore del volume dal
titolo Conversazioni notturne a
Gerusalemme. Il gesuita ne
raccolse anche l’ultima
testimonianza sulla Chiesa,
ventitré giorni prima della
morte del porporato.
Di pace parla l’opera artistica
donata al Pontefice
dall’argentino Gustavo Masó. Si
tratta di un olio su tela, dal
titolo Atraversar lo invisible, nel
quale sono raffigurati Francesco,
il rabbino Abraham Skorka e il
musulmano Omar Abboud.
Vuole ricordare il viaggio del
Papa in Terra santa nel maggio
2014, quando lo
accompagnarono sia Skorka, sia
Abboud. Il quadro, di forma
ovale, ha un’appendice
sottostante rettangolare, e
guardato nel suo insieme vuole
simboleggiare la serratura di
una chiave. Aprendola siamo
introdotti all’interno di noi
stessi per riscoprire la parte più
intima, dove albergano le
intenzioni e le pulsioni che
possono spingere alla pace.
Nella zona inferiore sono
rappresentati la Torah, il
Corano e la Bibbia: il Papa,
Skorka e Abboud vi hanno
scritto la parola “pace” nelle
rispettive lingue. L’opera ha
sulla parte superiore una lente
che simboleggia l’espansione e
l’ingrandimento e alcuni vetri
specchiati per invitare
all’introspezione.
Tra le altre opere artistiche
donate, anche un mosaico in
ceramica formato da alcune
immagini del Pontefice durante
il suo incontro con i giovani
coreani nell’agosto 2014. Gli
autori, Paolo Bang Bohwi e
Marina Park Jisun, erano
presenti alla sesta Giornata della
gioventù asiatica e hanno voluto
accompagnare i vescovi della
Corea in questi giorni in visita
ad limina Apostolorum, per venire
a ringraziare il Papa. Anche altri
sei giovani hanno salutato
Francesco: provengono dalla
Russia e hanno ricevuto
l’ordinazione sacerdotale di
recente. Guidati dall’arcivescovo
Paolo Pezzi, dell’arcidiocesi
della Madre di Dio a Mosca,
stanno compiendo un
pellegrinaggio a Roma sulle
orme dei santi Apostoli che si
inserisce nell’ambito della loro
formazione.
Dalla Spagna, una delegazione
guidata dal carmelitano scalzo
Antonio González López,
segretario generale per le
celebrazioni del quinto
centenario della nascita di
Teresa di Gesù, ha presentato al
Pontefice il bastone della santa.
A questo incontro, intitolato
«Teresa visita Francesco» hanno
partecipato cento pellegrini
delle diocesi di Ávila e di
Salamanca.