Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana

Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Hannah Arendt
VlTA ACTIVA
La condizione umana
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Bompiani, Milano 1964, 1988.
(Prima edizione "Saggi Tascabili Bompiani" giugno 1991).
Introduzione di Alessandro Dal Lago.
Titolo originale: THE HUMAN CONDITION.
Traduzione di SERGIO FINZI.
Copyright 1958 The University of Chicago, U.S.A.
Copyright 1964, 1988
Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.A.
Copyright 1994 R.C.S. Libri & Grandi Opere S.p.A.
Copyright 1997 R.C.S. Libri S.p.A.
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Nelle condizioni di benessere economico e pace civile che ne è della
libertà politica? Qual è lo spazio consentito a un agire politico che
non sia solo angusta difesa degli interessi materiali o rituale
comportamento elettorale? Domande fondamentali che l'autrice ha
posto, più di trent'anni fa, in questo libro divenuto ormai un classico
della filosofia e del pensiero politico. Spregiudicata analisi della
società di massa, accorata denuncia della condizione dell'uomo
contemporaneo condannato a una sostanziale solitudine. In questo
volume la Arendt anticipa la critica ecologica e denuncia un grave
pericolo: l'«espropriazione del mondo», da parte dell'uomo
moderno, prima corrode lo spazio politico e poi minaccia il cosmo
naturale.
Hannah Arendt (Hannover 1906 - New York 1975), allieva di
Husserl, Heidegger e Jaspers, quindi profuga in Francia, infine
cittadina americana, insegnò filosofia politica a Chicago e New York.
Della sua vasta produzione - dalla teoria politica alla filosofia, dalla
storia della cultura ebraica alla letteratura moderna - segnaliamo in
edizione italiana: "Le origini del totalitarismo" (1951, Bompiani
1968), "Rahel Varnhagen. Storia di un'ebrea" (1959, Il Saggiatore
1988), "Tra passato e futuro" (1961, Garzanti 1991), "Sulla
rivoluzione" (1965, Comunità 1983), "Il futuro alle spalle" (1944-68,
Il Mulino 1981), "Politica e menzogna" (1972, Sugarco 1985),
"Ebraismo e modernità" (1978, Unicopli 1986), "La vita della mente"
(1978, Il Mulino 1987).
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INDICE.
Introduzione - "La città perduta" di Alessandro Dal Lago 7
1. Una apolide del pensiero. 7
2. Dall'antropologia filosofica alla teoria dell'agire. 11
3. L'agire come essere-nel-mondo. 16
4. La città dimenticata. 21
5. La "vita activa" e il cosmo. 26
NOTE ALL'INTRODUZIONE. 32
PROLOGO. 39
Parte prima.
LA CONDIZIONE UMANA. 45
1. LA "VITA ACTIVA" E LA CONDIZIONE UMANA. 45
2. IL TERMINE "VITA ACTIVA". 49
3. ETERNITA' E IMMORTALITA'. 53
Parte seconda. LO SPAZIO PUBBLICO E LA SFERA PRIVATA. 58
4. L'UOMO: ANIMALE SOCIALE O ANIMALE POLITICO. 58
5. LA "POLIS" E LA SFERA DOMESTICA. 62
6. L'AVVENTO DELLA SFERA SOCIALE. 69
7. LA DIMENSIONE PUBBLICA: L'ESSERE-IN-COMUNE. 79
8. LA SFERA PRIVATA: LA PROPRIETA'. 87
9. IL SOCIALE E IL PRIVATO. 93
10. LA POSIZIONE DELLE ATTIVITA' UMANE. 98
Parte terza. IL LAVORO. 104
PREMESSA. 104
11. «IL LAVORO DEL NOSTRO CORPO E L'OPERA DELLE NOSTRE MANI » 104
12. LA COSALITA' DEL MONDO. 113
13. LAVORO E VITA. 116
14. LAVORO E FECONDITA'. 120
15. IL CARATTERE PRIVATO DELLA PROPRIETA' E DELLA RICCHEZZA. 127
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16. GLI STRUMENTI DELL'OPERA E LA DIVISIONE DEL LAVORO. 133
17. UNA SOCIETA' DI CONSUMATORI. 141
Parte quarta. L'OPERA. 149
18. IL CARATTERE DUREVOLE DEL MONDO. 149
19. LA REIFICAZIONE. 152
20. STRUMENTALITA' E "ANIMAL LABORANS". 156
21. STRUMENTALITA' E "HOMO FABER". 163
22. IL MERCATO DI SCAMBIO. 168
23. LA PERMANENZA DEL MONDO E L'OPERA D'ARTE. 175
Parte quinta. L'AZIONE. 183
24. IL RIVELARSI DELL'AGENTE NEL DISCORSO E NELL'AZIONE. 183
25. L'INTRECCIO DELLE RELAZIONI UMANE E LA NARRAZIONE. 188
26. LA FRAGILITA' DELLE COSE UMANE. 194
27. LA SOLUZIONE DEI GRECI. 198
28. IL POTERE E LO SPAZIO DELL'APPARENZA. 205
29. "HOMO FABER" E LO SPAZIO DELL'APPARENZA. 212
30. IL MOVIMENTO DEL LAVORO. 217
31. LA TRADIZIONALE SOSTITUZIONE DEL FARE ALL'AGIRE. 223
32. IL CARATTERE PROCESSUALE DELL'AZIONE. 232
33. L'IRREVERSIBILITA' E IL POTERE DI PERDONARE. 237
34. L'IMPREVEDIBILITA'' E IL POTERE DELLA PROMESSA. 243
Parte sesta. LA «VITA ACTIVA» E L'ETA' MODERNA. 248
35. L'ALIENAZIONE DAL MONDO. 248
36. LA SCOPERTA DEL PUNTO DI ARCHIMEDE. 256
37. SCIENZA NATURALE E SCIENZA UNIVERSALE. 266
38. IL DUBBIO CARTESIANO. 270
39. L'INTROSPEZIONE E LA PERDITA DEL SENSO COMUNE. 276
40. IL PENSIERO E LA VISIONE MODERNA DEL MONDO. 280
41. IL CAPOVOLGIMENTO DELL'ORDINE TRADIZIONALE DI CONTEMPLAZIONE E
AZIONE. 283
42. IL CAPOVOLGIMENTO NELL'AMBITO DELLA «VITA ACTIVA» E LA VITTORIA
DELL'«HOMO FABER». 289
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43. LA DISFATTA DELL'«HOMO FABER» E IL PRINCIPIO Dl SODDISFAZIONE. 298
44. LA VITA COME IL BENE SUPREMO. 306
45. LA VITTORIA DELL'«ANIMAL LABORANS». 312
NOTE DEL TRADUTTORE. 317
NOTE AL TESTO. 318
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE. 404
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Introduzione - "La città perduta" di Alessandro Dal Lago
LA CITTA' PERDUTA
di
Alessandro Dal Lago.
"Ciò che in un uomo è la cosa più fuggevole, e nello stesso tempo la
più grande, la parola pronunciata e il gesto compiuto una sola volta,
muore con lui, e rende necessario il ricordo che di lui conserviamo.
La memoria trova il compimento nel nostro legame con il defunto
[...] e riecheggia di nuovo nel mondo".
(H. Arendt, "Commemorazione di Karl Jaspers", 4 marzo 1969) (1).
1. Una apolide del pensiero.
Il saggio qui presentato, apparso negli Stati Uniti nel 1958 e tradotto
in Italia nel 1964, è oggi considerato da alcuni come un classico
della filosofia e del pensiero politico di questo secolo. Eppure, non
provocò al suo apparire nel nostro paese alcuna eco particolare. Se
si escludono segnalazioni occasionali e qualche recensione
frettolosa, il libro passò sostanzialmente inosservato nel panorama
culturale italiano, e specialmente in quello filosofico (2). E non
diversamente avvenne in Francia, benché la traduzione fosse
pubblicata nel 1961 (3). Sarebbero occorsi più di vent'anni perché
nella cultura europea si aprisse un vero e proprio caso Arendt, e
"Vita activa" divenisse un punto di riferimento nel dibattito filosofico
(4). Le ragioni di questa fortuna tardiva sono diverse ma facilmente
identificabili. E benché i riconoscimenti postumi non possano
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certamente compensare l'ingiustizia verso l'autore misconosciuto «la fama postuma è un dono raro e tra i meno ambiti [...] Colui al
quale la fama dovrebbe procurare maggior profitto è morto e quindi
non si lascia comprare» (5), ha scritto la stessa Arendt in un bel
saggio malinconico sul cugino Walter Benjamin - vale la pena
soffermarsi brevemente sulle ragioni principali della sfortuna di
Hannah Arendt: la sua estraneità a scuole di pensiero e a movimenti
ideologici, e quindi la sua scarsa legittimazione filosofica.
All'inizio degli anni Sessanta, Hannah Arendt era nota per un'ampia
e discussa ricostruzione delle origini sociali e politiche del
totalitarismo (6), e aveva già pubblicato, negli Stati Uniti e in
Germania, dei saggi letterari su Rilke, Broch e Kafka, che, insieme a
quelli successivi su Benjamin, Brecht, Heine, Lessing e altri, le hanno
procurato a buon diritto un posto nella grande critica del Novecento
(7). Ma se il suo nome diceva qualcosa ai lettori europei, era
soprattutto per l'inchiesta sul processo Eichmann (8), in cui
venivano affrontati alcuni aspetti controversi della recente
storiografia sullo sterminio del popolo ebraico, e soprattutto la
«soluzione finale» veniva analizzata nei suoi meccanismi procedurali
e burocratici. Mostrando inoltre l'imputato del processo di
Gerusalemme, il criminale di guerra Adolf Eichmann, nei panni di un
ometto insignificante - un piccolo burocrate della macchina nazista Hannah Arendt non voleva diminuirne la responsabilità o tantomeno
«assolverlo» (come alcuni intesero allora), ma sollevare il problema
dell'interpretazione storica e politica del nazismo: se gli ingranaggi
dell'apparato di sterminio non erano costituiti da membri degeneri
del ceto degli "Junker" o avventurieri (ciò che vale, in una certa
misura, per alcuni componenti del gruppo dirigente del partito
nazionalsocialista), ma da uomini della strada, da tipici
rappresentanti della società di massa, l'interpretazione storica del
nazismo diveniva più complicata e inquietante. Non ci si poteva
accontentare di analisi stereotipate, di discorsi di comodo sulla follia
di Hitler oppure su una generica inclinazione al delitto dei tedeschi.
Hannah Arendt avanzava l'ipotesi, già formulata nell'opera sul
totalitarismo, che forme estreme e autodistruttive di dittatura, come
il nazismo, fossero in stretta relazione con la natura della società di
massa, e che quindi potessero teoricamente risorgere. (Che questa
posizione fosse lungimirante è confermato, a nostro avviso, dai toni
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che ha assunto recentemente in Germania il dibattito sul nazismo, il
cosiddetto "Historikerstreit") (9).
In breve, negli anni Sessanta, il nome di Hannah Arendt era legato a
polemiche ideologiche e storiografiche. Il libro su Eichmann aveva
inoltre sollevato l'indignazione di alcuni esponenti dell'ebraismo,
soprattutto americano, perché non vi erano taciute ambiguità e
debolezze nella lotta contro il nazismo, non solo da parte degli stati
vincitori, ma anche di alcune comunità ebraiche europee (10). E
benché ex deportati prestigiosi come Bruno Bettelheim (11) si
fossero schierati dalla sua parte, "Eichmann a Gerusalemme" costò
ad Hannah Arendt non solo la rottura di molte amicizie, ma anche
un indubbio isolamento dall'ebraismo. D'altra parte, anche la grande
opera sul totalitarismo aveva suscitato equivoci e incomprensioni. In
essa si stabiliva una sorta di continuità sociologica, o idealtipica, tra
nazismo e stalinismo (per quanto riguarda le tecniche e le pratiche
del terrore, la segretezza degli apparati e l'invasione della sfera
privata). Il rilievo attribuito a questi aspetti strutturali - che oggi ben
pochi mettono in discussione (12) - è senz'altro responsabile di
quell'etichetta
di
scrittrice
conservatrice,
o
comunque
ideologicamente ambigua, con cui Hannah Arendt è stata
contrassegnata per molto tempo in alcuni ambienti di sinistra. E a
questa fama aveva contribuito inoltre il saggio "Sulla rivoluzione"
(13), in cui molti avevano letto sia un'acritica esaltazione dei
"founding fathers" della rivoluzione americana, sia un'adesione al
modello costituzionale e politico degli Stati Uniti. Ma, ancora una
volta, se in queste critiche c'era qualcosa di vero (per ciò che
riguarda una certa idealizzazione della costituzione americana e una
ricostruzione poco realistica del processo rivoluzionario in America)
esse non toccavano il cuore dell'analisi arendtiana: le rivoluzioni
europee, e soprattutto quella francese, avrebbero perso fin da
principio il loro carattere politico (il tentativo di costituire uno spazio
comune in cui tutti fossero eguali) per mettersi al servizio dello stato
e delle sue funzioni riproduttive, e cioè della società come sfera
domestica allargata. (Si noti, tra l'altro, che l'interpretazione
arendtiana della rivoluzione francese anticipava di quasi vent'anni la
storiografia rivoluzionaria affermatasi in Francia alla fine degli anni
Settanta (14).
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In breve, le opere di Hannah Arendt conosciute in Europa all'inizio
degli anni Sessanta erano circondate da un alone di sospetto
ideologico e politico. Per alcuni era una transfuga dell'ebraismo, per
altri una tipica esponente della sinistra europea trapiantata negli
Stati Uniti e convertita all'americanismo, per altri ancora una
scrittrice di destra. E se è vero che questo sospetto era il prodotto di
informazioni poco accurate, è anche vero che Hannah Arendt ha
fatto ben poco per dissiparlo. Non c'è scritto (teorico, personale o
autobiografico) in cui non abbia offerto - si direbbe quasi con
orgoglio, se non con compiacimento - un'immagine di sé come
apolide, sradicata, "stateless person" o "pariah", sia in termini
politici che culturali. Filosofa di formazione (aveva studiato, tra gli
altri, con Karl Jaspers e Martin Heidegger, mantenendo con
entrambi, in diverse fasi della vita, intensi rapporti personali) (15),
ha sempre sottolineato la sua estraneità alla filosofia pura - salvo
scrivere, poco prima della morte, una grande opera teorica, "La vita
della mente" (16), che si potrebbe anche leggere come un elogio
appassionato del pensiero filosofico. Ebrea, profuga, sposata a un
ex spartachista, costretta fino all'età di cinquant'anni a vivere di
collaborazioni editoriali, ha sempre avuto un atteggiamento di
completo distacco verso le ideologie laburiste e progressiste - salvo
scrivere un saggio perfino commovente in memoria di Rosa
Luxemburg (17). Estranea a qualsiasi cliché femminista, al punto di
citare con compiacimento alcuni giudizi della Luxemburg sui «veri
uomini» della socialdemocrazia tedesca (18), non scriverà mai sulla
condizione femminile - salvo compiere, nel suo libro più rivelatore e
personale, l'analisi esemplare del destino di una donna ebrea, Rahel
Varnhagen (19).
L'immagine sfuggente dell'autrice può dunque aver contribuito
all'insuccesso di "Vita activa" in Europa. Ma se questo libro è stato
ignorato o frainteso, non è tanto, o soltanto, per motivi biografici o
di sfondo. Piuttosto, esso contraddice alcuni dei luoghi comuni più
radicati della nostra cultura filosofica e politica. Se il libro su Rahel
Varnhagen «nuotava vigorosamente contro la corrente dominante
dell'apologetica ebraica» (20) (come aveva scritto Walter Benjamin
a Gershom Scholem), "Vita activa" colpiva in profondità il nucleo
stesso dell'apologetica moderna e contemporanea del mondo
occidentale, e cioè la sua "mitologia sociale". In breve, il libro qui
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presentato contrapponeva a un nucleo di credenze condivise dalle
correnti ideologiche più varie - relative al primato degli interessi
nella spiegazione dell'agire sociale, alla santità o legittimità del
lavoro, alla politica come cura del benessere collettivo,
all'inevitabilità dello stato-macchina - una concezione dell'"agire
politico" nella sua forma pura, e cioè come suprema attività umana.
Come si è già detto, sarebbero stati necessari molti anni per
comprendere che tale rivendicazione di una vera e propria
"necessità della «polis»" - tanto più sorprendente, quanto più
avanzata da un'ebrea apolide - aveva poco in comune con il
"Kulturpessimismus" e con i miti della grecità diffusi negli anni Venti
e Trenta del nostro secolo (21), ma riformulava invece, con rara
originalità, il problema della libertà dell'agire contro gli idoli della
società di massa. Insomma, solo a partire dagli anni Ottanta questo
saggio sarebbe stato letto nel suo significato autentico: una teoria
libertaria dell'azione nell'epoca del conformismo sociale.
2. Dall'antropologia filosofica alla teoria dell'agire.
Prima di entrare nel merito della proposta teorica di Hannah Arendt,
è opportuno premettere che questo libro, benché l'autrice lo
presenti modestamente come un saggio di teoria politica (22),
presuppone un'antropologia filosofica, o meglio degli assunti
teoretici - relativi alla definizione dell'identità umana - che la
moderna riflessione sulla società e sulla politica ha delegato per lo
più alle scienze dell'uomo. Nelle pagine che seguono, tenteremo di
esporre il nucleo dell'antropologia arendtiana; ciò appare tanto più
necessario, quanto più "Vita activa" cela notevoli difficoltà di lettura,
non solo per lo stile adottato dall'autrice - solenne, talvolta tortuoso,
apodittico, più affine ai classici greci e latini su cui Hannah Arendt
tornava instancabilmente, che alla moderna argomentazione
filosofica - ma soprattutto per il carattere eversivo delle tesi
sostenute. Questo è un libro che, pur attingendo alla tradizione
filosofica la terminologia (e non potrebbe essere altrimenti), vuole
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sovvertire la tradizione (23). Qui nascono soprattutto le difficoltà e,
come vedremo, i numerosi equivoci che hanno costellato la ricezione
di "Vita activa".
Un primo equivoco può riguardare la stessa nozione di antropologia
filosofica. Tale espressione designa una rappresentazione
dell'essenza dell'uomo (o della sua natura, della sua posizione nel
cosmo, nella storia o rispetto a una divinità) "dal punto di vista della
filosofia", e cioè in una prospettiva che privilegia il ruolo del pensiero
e della conoscenza nella stessa rappresentazione. Le antropologie
filosofiche fanno di solito dipendere l'immagine dell'uomo da una
gerarchia in cui il pensiero nelle sue diverse declinazioni («teoria»,
«coscienza», «conoscenza», «contemplazione») assume il rango più
alto (24). Ciò sembra abbastanza scontato nella grande tradizione
filosofica, da Platone a Hegel e all'idealismo. Ma anche le due ultime
grandi antropologie, sovversive e «materialiste» che il pensiero
occidentale possa vantare, quelle di Marx e di Nietzsche, non
sfuggono, in un certo senso, a tale gerarchia, pur essendosi
proposte esplicitamente di rovesciarla (25). Ciò appare evidente in
Marx: identificare l'essenza umana nel "Gattungswesen", cioè
nell'essere dell'uomo in quanto membro di una specie (negli scritti
giovanili) o nel suo essere sociale (nelle opere della maturità)
significava farla dipendere logicamente da una realtà più profonda,
la natura animale o la società divisa in classi, realtà passibile di
conoscenza scientifica (26). Ma anche in Nietzsche, e in particolare
nelle sue opere della fase «illuministica» (27), lo smascheramento
delle funzioni con cui il pensiero dell'Occidente ha travestito l'essere
dell'uomo (finzioni morali, filosofiche, religiose, estetiche) aveva
soprattutto il senso di enucleare una verità profonda - volta per
volta tragica, vitalistica, polemica - per quanto diversa dalle verità
scientifiche o filosofiche. Il significato di entrambe le antropologie è
stato felicemente colto da Paul Ricoeur con l'espressione «scuola del
sospetto» (28); esse contrappongono alle apparenze (29) e alle
espressioni della cultura una verità nascosta ma impellente, che
potrà rivelarsi all'analisi dialettica o genealogica (30), insomma a
una conoscenza di rango superiore.
A una supremazia della conoscenza, anche quando sono in gioco
supposti superamenti della metafisica, non sfuggono le scienze
umane, ovvero quei saperi tipicamente moderni che hanno come
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oggetto le diverse manifestazioni in cui si esprime la natura o
l'essenza umana. Le principali tra queste scienze (psicoanalisi,
antropologia, linguistica, sociologia) sono soprattutto interessate a
riportare le forme della cultura a strutture soggiacenti - istintuali,
archetipiche, inconsce o semiconsce, simboliche, collettive - rispetto
a cui risulta trascurabile o secondaria la varietà di «superficie» di ciò
che gli uomini fanno, dicono o semplicemente sono nelle situazioni
molteplici della loro esistenza. Ora, il problema del realismo
metafisico o post-metafisico di tali dottrine dell'uomo non è tanto,
come si diceva un tempo, il loro riduttivismo (e cioè il privilegio
attribuito a quelle strutture e ai principi fondamentali che le
riassumerebbero), quanto il fatto che delle metafore o metonimie
(31) - l'"inconscio" sta per i processi cognitivi, l'"essere sociale" per
le relazioni tra gli uomini, la "sessualità" per l'erotismo e l'affettività,
così come la "realtà" per le apparenze, l'"essere" per il fare o l'agire
- vengono assunte come spiegazioni scientifiche dell'essenza o della
natura umana. In quanto tali, queste metafore e le rappresentazioni
o narrazioni che da esse provengono sono legittime quanto ogni
altra spiegazione. Ma il rango che l'Occidente moderno ha attribuito,
spesso acriticamente, all'ideale della scientificità, ha fatto sì che
esse, da metafore che erano, divenissero obiettivazioni e
prendessero il posto, nel nostro tempo, delle più antiche e
altrettanto legittime, immagini filosofiche dell'uomo.
A dire il vero, gli ultimi due grandi esponenti della filosofia pura in
Occidente, Edmund Husserl e Martin Heidegger, hanno colto la
fallacia metafisica delle antropologie scientifiche, ma in una
direzione contraria all'interrogazione «chi è l'uomo?». A Husserl
interessava soprattutto la purezza eidetica dell'attività cognitiva e
percettiva, la sua indipendenza dalle obiettivazioni spurie e
illegittime delle scienze naturali e umane, mentre Heidegger poneva
la sua fondamentale domanda sull'Essere indipendentemente da
interessi antropologici o edificanti, come risulta anche dal suo scritto
polemico
sull'umanesimo.
Un
sintomo
dell'orientamento
rispettivamente antiscientistico e antiumanistico dei due pensatori è
la loro indubbia avversione per l'antropologismo, ovvero per una
rappresentazione dell'Essere dell'uomo dipendente dai pre-giudizi
scientifici o metafisici della filosofia (32).
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Ora, Hannah Arendt (che pure aveva studiato con entrambi i filosofi)
non intende riprendere, nell'opera qui presentata, i problemi
dell'antropologia filosofica vecchia e nuova, né le critiche di Husserl
e Heidegger - benché in "Vita activa" si possano trovare singole
nozioni tratte da esponenti dell'antropologia contemporanea (come
Max Scheler e Arnold Gehlen), e non manchino echi indiretti del
pensiero di Heidegger (33). Hannah Arendt è interessata invece a
una definizione della condizione umana in opposizione sia al primato
scientifico e cognitivo dell'antropologia, sia al primato del pensiero
su cui insistono Husserl e Heidegger. In breve, vuole cercare una
diversa definizione dell'identità umana («"chi" è l'uomo?») e la trova
nella "rivalutazione dell'agire". La concezione della condizione
umana elaborata in questo saggio non sarebbe d'altronde
comprensibile se non si tenesse conto del fatto che essa non è
"filosofica" (non vuole inserire l'agire in una gerarchia dominata dal
pensiero) ma «fenomenologica» (nel senso non tecnico, ma letterale
di questa parola) (34). Per Hannah Arendt, il ruolo dell'agire nella
condizione umana è "evidente", cioè visibile intuitivamente, a patto
che si accettino, come vedremo tra poco, alcune premesse di
carattere teorico e storico.
La più importante tra queste premesse è la "pluralità", sia della
condizione umana sia del mondo in cui l'uomo abita. La condizione
umana è plurale perché diverse e non esclusive sono le facoltà e le
attività umane - pensare, agire, volere, giudicare, amare, creare... e il mondo è inevitabilmente plurale perché plurimi sono gli esseri
che vi abitano: «Non l'Uomo, ma gli uomini abitano questo pianeta.
La pluralità è la legge della terra» (35). Ora, il primato dell'agire
risulta dal fatto che solo esso, tra le altre facoltà, presuppone come
indispensabile la pluralità degli uomini. Amare, pensare, volere,
creare sono facoltà possibili, in linea di principio, nell'isolamento. Ma
l'agire (come pure il giudicare, nel senso kantiano del termine) è
impossibile, impensabile e irrappresentabile senza altri uomini che
partecipino, assistano, rispondano, reagiscano o si oppongano
all'atto. D'altra parte, riconoscere il carattere straordinario dell'agire
(e in generale della "vita activa") rispetto alle altre facoltà, che
potremmo chiamare unilaterali, non significa annullarle: sempre nel
corso di questo saggio, Hannah Arendt insisterà sul fatto che l'agire
in pubblico - in cui si realizza la pluralità umana, trasformata da
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condizione in "prassi" vivente - sarebbe socialità vuota senza
l'esistenza di una sfera privata, o di in-azione, in cui gli esseri umani
sviluppano le altre facoltà e svolgono le altre attività.
In breve, rivalutare l'agire non significa svalutare le altre facoltà
umane, ma riconoscere il suo rango nell'ambito della pluralità. Cosa
diversa è invece fondare "filosoficamente" tale preminenza, ciò che
Hannah Arendt esclude. Costruire un'immagine filosofica del mondo
logicamente dipendente dall'agire sarebbe un non-senso (e qui
nascono, come si vedrà, le critiche della Arendt sia al pragmatismo
sia alle diverse forme di etica), allo stesso modo in cui la tradizione
dell'Occidente ha subordinato, almeno alle sue origini, ogni facoltà
umana al pensiero e alla vita contemplativa (36). Non si può
insomma fondare legittimamente il predominio di una singola facoltà
o attività sulle altre. Naturalmente, le diverse epoche storiche hanno
conosciuto varie forme di predominio: così, secondo Hannah Arendt,
la cultura greca prima di Platone innalzò l'agire al rango supremo; la
scuola socratico-platonica subordinò l'agire al pensiero; il
cristianesimo svalutò sia l'agire sia il fare rispetto alla
contemplazione; la modernità ha soppiantato il primato del pensiero
con quello della conoscenza obbiettivante, e infine la nostra cultura
ha visto l'avvento e il trionfo di un tipo inferiore di attività, il lavoro
(anche se in forme oggi immateriali, intellettualizzate o
informatizzate). E la filosofia non ha fatto che legittimare questi
diversi primati, tentando ogni volta di trovarne un fondamento.
Hannah Arendt intende interrompere questa tradizione bimillenaria,
e trova la giustificazione del suo tentativo nell'unanime discredito in
cui l'agire è stato tenuto dalla tradizione occidentale del pensiero.
Si tratta di una prospettiva interpretativa sorprendente che, come è
ovvio, non è scientificamente dimostrabile, né filosoficamente
argomentabile in base ai criteri canonici. La posizione di Hannah
Arendt è assiomatica, e si giustifica nella sua capacità di aprire una
nuova possibilità di rappresentare l'identità umana. Ma, alla base di
questa scelta di principio (che si àncora comunque a un esempio
storico, la "polis" greca), c'è anche la convinzione che la tradizione
filosofica - che ha sempre legittimato il primato del pensiero su ogni
altra facoltà umana - sia non meno priva di giustificazioni ultime, o
meglio che anche i fondamenti volta per volta invocati di tale
primato siano arbitrari. Alla domanda se nozioni fondative come le
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
idee platoniche, la soggettività di Agostino ("quaestio mibi factus
sum") o il "cogito" cartesiano, la coscienza di Husserl o l'enigmatico
Essere di Heidegger siano più legittime di una visione del mondo
basata sul primato dell'agire non c'è risposta - se non il
riconoscimento o il disconoscimento di una tradizione filosofica.
Ponendosi al di fuori di questa (non senza difficoltà e ambiguità)
Hannah Arendt ha accettato il rischio dell'illegittimità, rischio che ha
orgogliosamente rivendicato definendo la propria opera teoria
politica (37). Ora, è forse più chiaro che questo saggio presuppone
un'antropologia filosofica solo nel senso che deve fare i conti con
essa, ma non è una antropo-logia. E' soprattutto l'elogio di un
aspetto della condizione umana che la filosofia ha emarginato fin dai
suoi inizi, e che il nostro tempo ha pressoché dimenticato, fino al
punto di farne apparire il ricordo una pretesa stravagante o
un'illusione romantica.
3. L'agire come essere-nel-mondo.
Se la condizione della pluralità costituisce il presupposto e al tempo
stesso il senso dell'agire, la realizzazione dell'identità umana (in un
senso, beninteso, molto particolare) ne è forse il risultato più
vistoso. Infatti, mentre nelle altre facoltà e attività il "chi"
dell'agente è subordinato a qualcos'altro o a qualcun altro all'amato nell'amore, all'oggetto nella creazione artigianale o
artistica, allo scopo nel desiderare o nel volere - e mentre nel
pensare il chi-sono è sempre soggetto al rischio del dubbio radicale
(come è manifesto nel cogito cartesiano) (38), l'agire consente il
rivelarsi del "chi" dell'attore, perché questi per definizione appare
agli altri, e si rende manifesto nella sua identità e nella sua
differenza. L'agire in isolamento è una contraddizione in termini: è
impensabile senza altri che confermino direttamente o
indirettamente, esplicitamente o implicitamente, chi agisce.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
E' questa una concezione apparentemente paradossale e si espone a
due obiezioni immediate. In primo luogo, come è possibile che
l'identità dipenda dal riconoscimento degli altri agenti e soggetti, sia
cioè «per gli altri», come direbbe Hegel? Non si tratta forse di una
identità spuria o meramente esteriore - quella di cui parla ad
esempio la psicologia sociale - ben diversa dal "chi" singolare e
irriducibile a cui evidentemente pensa Hannah Arendt? Come il
lettore potrà vedere, "Vita activa" risponde implicitamente a questa
obiezione rovesciando l'argomentazione che la sottende. Infatti,
l'identità non può che essere transitiva; anche il "cogito, ergo sum"
di Descartes - che fonda, secondo la nostra tradizione filosofica,
l'identità nella coscienza - è il prodotto di un riconoscimento: l'iosono dipende dall'io-penso, ovvero è quest'ultimo, secondo le
intenzioni di Descartes, che "riconosce" il suo essere. Diversamente
da questo tipo transitivo di riconoscimento, l'identità rivelata
dall'agire è meno aleatoria, proprio perché appare a più esseri
umani, e quindi più che di riconoscimento in senso hegeliano o
fenomenologico - con cui si intende una interazione tra coscienze si dovrebbe parlare di partecipazione degli altri all'evento dell'agire.
In altri termini, l'agire mostra la straordinaria facoltà di rivelare il
«chi» dell'agente proprio perché questi si espone alla presenza e
allo sguardo degli altri, senza dipendere necessariamente da un loro
riconoscimento preliminare. L'identità manifesta nell'agire non è una
affermazione del soggetto o della coscienza, ma un evento che ha
luogo "tra" gli altri (39).
Una seconda obiezione potrebbe riguardare il fatto che l'agente si
aliena nell'atto: esso non sarebbe veramente se stesso nel momento
in cui si esteriorizza. A questo tipo di obiezione, familiare in una
cultura ossessionata dall'identità soggettiva, Hannah Arendt
risponde implicitamente che parlare di alienazione non ha senso, in
quanto l'agente non può che essere nell'atto, e che si rivela come
tale "solo" quando agisce. E' questo uno degli argomenti
fondamentali di "Vita activa": l'agire può rivelare l'identità di chi
agisce "proprio perché (e solo se)" l'agire non è confuso con le sue
circostanze, le sue occasioni, i suoi scopi, motivi o interessi. Che le
diverse forme di agire abbiano scopi, motivi o interessi (così come
cause, condizioni o occasioni) va da sé, ma esso non coincide con
questi fattori, o meglio non coincide se rettamente inteso, se
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
sottratto ai vari tipi di pregiudizi o schemi (razionalistici, utilitaristici,
materialistici) con cui, nella cultura moderna, esso viene fatto
riassorbire dai suoi fattori condizionanti.
Come il lettore potrà vedere, Hannah Arendt ha in mente dei tipi
particolari, o meglio poco ordinari, di agire: «compiere grandi gesta
e pronunciare grandi parole» (secondo il modello omerico dell'eroe),
prendere la parola in pubblico (secondo l'ideale della "polis"),
intervenire nella sfera politica comune (secondo l'ideale sempre
proclamato ma praticamente negato della cultura politica moderna).
Si tratta di forme di agire in cui l'agente si rivela, accettando il
rischio dell'apparizione nella luce spesso impietosa della
"Öffentlichkeit", e in cui l'agire stesso, pur essendo evidentemente
motivato da interessi, motivi o scopi (come Hannah Arendt
riconosce), li "trascende". allo stesso modo in cui l'identità di un
essere umano ("chi è") eccede le sue pratiche ("ciò che fa") pur
essendo inseparabile da esse.
Per chiarire ulteriormente questa nozione di agire (apparsa fin da
principio sconcertante seppure affascinante ai lettori e ai critici di
"Vita activa") possiamo ricorrere a un'analogia, quella del "gioco"
(40), che non ci sembra arbitraria in quanto si applicano ad esso gli
stessi criteri distintivi che Hannah Arendt assegna al suo tipo di
agire. Come questo, infatti, il gioco è caratterizzato da un
"cominciamento" che interrompe il flusso e l'opacità degli eventi
ordinari, da una "pluralità" di attori (senza cui sarebbe impensabile,
che si tratti di partecipanti, di spettatori o di entrambi), da una
"realtà separata o comunque distinta" da quella ordinaria, da una
(relativa) "indipendenza" degli scopi o dai motivi del gioco, infine
dalla possibilità per i giocatori di rivelare una loro "identità", nel
senso di distinguersi dagli altri giocatori.
Sono le due ultime caratteristiche del gioco (e dell'agire), cioè
l'indipendenza e il rivelarsi dell'identità, che possono suonare
sconcertanti. Ora, benché il concetto di gioco sia uno dei più
misteriosi e sfuggenti, è indubbio che proprio l'"indipendenza
formale" dalle motivazioni e dagli scopi caratterizzi gli autentici
giochi. Nel caso dei giochi di "vertigine" (41) o di "mimicry" ciò
sembra evidente (il rischio dell'acrobata e la capacità di trasfigurare
la realtà nel caso di un attore drammatico sono incommensurabili
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
rispetto ai criteri utilitari con cui si valutano delle prestazioni
professionali); ma anche i giochi "agonali o aleatori", per quanto
innescati dalla possibilità di guadagni monetari o simbolici, non
esisterebbero se il loro senso si riducesse alla possibilità concreta di
procacciarsi dei vantaggi o dei guadagni (che la degradazione degli
sport, cioè dei giochi agonali, sia in relazione con l'enorme peso che
la nostra cultura attribuisce ai risultati, ci sembra indiscutibile) (42);
d'altra parte, se i "gamblers" applicassero alle loro attività solo
qualche tipo di calcolo delle probabilità, il gioco d'azzardo
scomparirebbe. Al tempo stesso, queste forme empiriche di gioco,
proprio perché l'attività ludica è eccedente rispetto agli scopi,
mostrano come vi sia implicata una forma limite di identità. Ciò che
spesso motiva giochi irrazionali, pericolosi o distruttivi è il desiderio
spasmodico di prevalere simbolicamente sugli altri, o in altri termini
il desiderio di rivelarsi diversi (unici) rispetto all'immagine di cui si è
provvisti nella vita ordinaria.
Che l'analogia tra agire (nel senso arendtiano) e gioco non sia
arbitraria è mostrato da un altro aspetto comune, e cioè
l'"imprevedibilità" (43). Benché entrambe le attività siano possibili
solo a partire da regole costitutive, il loro svolgimento non coincide
né con le regole né con le procedure convenzionali. Dal punto di
vista della teoria arendtiana dell'agire, l'imprevedibilità - che
potremmo definire anche come condizione della "libertà" nell'ambito
di determinate regole - è decisiva perché permette di sfuggire alla
cattura della ripetizione, che caratterizza invece le forme inferiori di
attività, in particolare il lavoro. Se l'agire fosse prevedibile (così
come lo intendono le moderne dottrine utilitaristiche e
razionalistiche), si trasformerebbe in comportamento, e cioè in
uniformità, e perderebbe quindi la possibilità di rivelare l'identità
dell'agente. Non solo: poiché l'agire, in questo senso, interviene in
una rete di relazioni umane, cioè nello spazio comune ai diversi
attori, l'imprevedibilità si trasforma in "consequenzialità" (44),
ovvero nella facoltà di produrre conseguenze non calcolabili in
anticipo. All'agire corrisponde, dal punto di vista degli effetti
dell'azione, il re-agire, e così via, e quindi una situazione
potenzialmente tumultuosa. Hannah Arendt sapeva bene che la sua
concezione poteva dar luogo a un'immagine della società e della
politica turbolenta e in un certo senso ne era compiaciuta; questa
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
immagine corrispondeva infatti a un'idea di libertà politica del tutto
opposta a quella ossessione dell'«ordine» che, da Hobbes (45) in
poi, permea la moderna concezione del politico.
D'altra parte, questa turbolenza non è altro che una metafora
dell'imprevedibile svolgimento dell'agire. Infatti, azioni e reazioni
costituiscono una rete - o meglio una sorta di gioco inter-umano
impensabile senza limiti e regole (l'esercizio della parola in pubblico,
le convenzioni minime accettate in qualsiasi comunità politica, in
breve il «rispetto» come categoria politica prima che morale). Non è
certo l'interazione imprevedibile che "può" costituire una minaccia
all'ordine delle relazioni umane, ma proprio l'"illimitatezza" che
caratterizza una cultura, come quella moderna, che ha surrogato il
libero agire politico con forme di attività finalizzate - la produzione,
l'esplorazione e lo sfruttamento delle risorse naturali, il lavoro - che
perdono facilmente di vista i loro fini supposti (se mai ne hanno
avuti), trasformandosi in minacce per la stabilità del cosmo. Proprio
quando l'agire politico fu bandito dalla società moderna (e questa è
in fondo la funzione che Hannah Arendt assegna alla filosofia
politica) (46), alcune caratteristiche dell'azione (imprevedibilità,
consequenzialità, irreversibilità) si trasferirono nel campo delle
attività lavorative e produttive, come forme di un processo di
manipolazione della natura e del cosmo infinito e senza senso. Non
è la libertà dell'agire che minaccia l'ordine cosmico - come
nell'hobbesianismo a cui è tradizionalmente legata la paura della
politica - ma precisamente la sua scomparsa.
Non ci sembra forzato definire l'agire arendtiano come una sorta di
"estasi", nel senso etimologico della parola, e cioè come esser-fuori
dell'individuo, fuori dalla sua sfera privata di isolamento e di intimità.
Se l'attribuzione di caratteristiche "ludiche" all'agire non è un
travisamento del pensiero di Hannah Arendt, ci sembra allora che
definizioni critiche correnti come «concezione comunicativa del
potere», «neo-aristotelismo», oppure
etichette come «rinnovamento della filosofia pratica» (47) e cosi via
siano, nel caso di Hannah Arendt, parzialmente distorcenti. Benché
l'agire arendtiano sia sostanzialmente discorsivo, sia nel senso della
parola direttamente pronunciata in pubblico sia nel senso della
memoria con cui l'agire viene ricordato e celebrato, ad esso non
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
conviene la definizione di «comunicativo» (48) nell'accezione
assunta nel nostro tempo da questa parola. Più che la
comunicazione (di senso, di verità, di opinioni) a Hannah Arendt
interessa soprattutto il gioco reciproco della parola, e precisamente
la possibilità che i diversi esseri umani possano esprimersi sugli
affari comuni in uno spazio comune. Noi crediamo che le
connotazioni
intime,
soggettive
e
intersoggettive
della
comunicazione, così come quelle razionali e argomentative su cui
insistono alcuni filosofi pratici contemporanei, siano sostanzialmente
estranee a una filosofia politica molto più interessata alla libertà
agonale che al consenso. Per precisare la particolare accezione
arendtiana di libertà di parola, è ora opportuno soffermarsi
brevemente sull'esempio storico che conferisce a tale concezione sia
una certa concretezza sia un imprevedibile potere evocativo. Ci
riferiamo all'idea di "polis", su cui, a ben vedere, si fondano le
principali argomentazioni di "Vita activa".
4. La città dimenticata.
Quando, nel 1958, Hannah Arendt propose la sua nozione di agire, il
fatto che un'antica esperienza di associazione politica, irripetibile e
consegnata solo all'interesse di storici e filologi, fosse richiamata
all'attenzione dei teorici politici doveva apparire per lo meno
stravagante. E' vero che due filosofi provenienti dall'immigrazione
tedesca, Leo Strauss ed Eric Voegelin (49), avevano lavorato negli
Stati Uniti su un tema analogo. Ma la cultura politica europea e gran
parte di quella americana erano più interessate a un'idea di
democrazia che funzionasse come antidoto alla teoria e alla pratica
delle dittature europee. In questo senso, la figura demoniaca era
rappresentata da Carl Schmitt, teorico della dittatura e dello stato
d'eccezione pesantemente coinvolto con il nazismo fino alla metà
degli anni Trenta, mentre il suo antagonista Hans Kelsen incarnava
la possibilità di una teoria giuridica dello stato e della società
adeguata al nuovo ordine democratico del mondo. D'altra parte, gli
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
stessi Strauss e Voegelin - come sarebbe apparso in seguito - erano
più interessati alla riproposizione di una sorta di platonismo politico
(50) (la ricostruzione di un ordine politico trascendente) che al
disseppellimento dell'antica prassi politica greca. Un'idea radicale di
democrazia diretta (per intendersi, alternativa sia al decisionismo
schmittiano sia alla democrazia rappresentativa) sembrava tutt'al più
un'utopia: al pensiero conservatore appariva come un ritorno al
parlamentarismo selvaggio della Repubblica di Weimar, mentre a
quello di sinistra una sorta di rimozione del problema dello stato.
Ma c'era di più. Se la riproposizione del pensiero di Platone e
Aristotele poteva essere legittima nell'ambito accademico della storia
delle idee e della filosofia politica, ricollegarsi all'esperienza storica
della "polis" sembrava a molti un esercizio ermeneutico improprio e
arbitrario. I «greci», al di fuori delle possibilità di lettura consentite
dall'esame dei testi del pensiero antico, non erano che una
nebulosa, o meglio un popolo «diverso da noi» a cui si addiceva
l'interesse storico e antropologico. Prenderli sul serio era come
azzerare una tradizione bimillenaria di progresso e di conquiste
politiche, volgere le spalle ai capisaldi della tradizione politica come
lo stato, la democrazia, la rappresentanza, e tutti i moderni organi di
gestione e amministrazione del potere. Insomma, la proposta
arendtiana appariva nel caso peggiore come un gesto romantico e
arcaicizzante, in quello migliore come un mero esercizio dottrinario.
E poi, proprio nella fase in cui la storia greca si arricchiva di nuove
metodologie, derivate soprattutto dall'antropologia e dalle
innovazioni della scuola delle "Annales", insistere sul significato
«politico» della "polis" poteva sembrare un ritorno alla storiografia
idealistica e tradizionale (51). Che ruolo avevano in questa
immagine gli schiavi, le donne, le pratiche di culto, una religione in
fondo primitiva, insomma quella materialità, per quanto simbolica, la
cui analisi è divenuta il vanto della nuova storiografica greca?
Ora, è probabile che queste e altre critiche avessero il sostanziale
difetto di colpire un bersaglio inesistente. Se Hannah Arendt avesse
avuto l'intenzione anacronistica di fare di un'esperienza storica
limitata e problematica - l'Atene di Pericle - un modello di teoria
politica, quelle critiche sarebbero state ovviamente giustificate. Ma,
come il lettore potrà vedere, "Vita activa" non propone nulla del
genere. La sua prospettiva non è infatti storiografica ma
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
concettuale, e parte da un assunto difficilmente contestabile: che le
moderne concezioni della politica non abbiano una necessità
filosofica assoluta, ma siano soprattutto la razionalizzazione di una
pratica della politica come amministrazione dei molti da parte dei
pochi (52); un corollario di questo assunto è che la loro legittimità
sia soltanto pratica ed "effettuale". Quando si cerca di giustificarle
filosoficamente, non si può che utilizzare dei miti; limitandoci
soltanto alla modernità, tali appaiono lo stato di natura e lo statomacchina di Hobbes, la volontà generale di Rousseau, le varie
declinazioni del contratto nel giusnaturalismo, la dialettica
dell'estinzione dello stato in Marx e perfino l'opposizione amiconemico in Schmitt. Miti, non perché non siano capaci di
rappresentare l'effettualità storica o di ri-orientarla (la moderna
costituzione dello stato, la democrazia rappresentativa, la lotta delle
classi nel diciannovesimo secolo o la crisi della democrazia). Miti,
perché è inane il tentativo di trovar loro dei fondamenti eterni e
indiscutibili - tentazione che peraltro permane in tutto il pensiero
politico dell'Occidente. Contro questa mitologia - che ha dalla sua la
forza della realtà - vale il principio della critica e dell'elaborazione
concettuale. L'esperienza greca offre soprattutto la terminologia per
questa elaborazione. Ma la giustificazione fondamentale della mossa
teorica di Hannah Arendt è che quell'esperienza, anche se
ovviamente irripetibile, non è sopravvissuta come lettera morta nella
tradizione dell'Occidente. Essa ha continuato cocciutamente a
mantenersi nel gergo della filosofia e dell'esperienza politica - allo
stesso modo in cui la terminologia filosofica non è che un'infinita
variazione di quella greca; e soprattutto il significato di
quell'esperienza (l'agire libero su cui Hannah Arendt insiste) sembra
rinascere in esperienze come i momenti aurorali delle rivoluzioni
moderne e dell'Ottocento o la democrazia consiliare del Novecento
(53). Se si sospettasse nell'accentuazione di tale sopravvivenza (che
non è certamente una continuità, ma un'affinità elettiva) un
idealismo antistorico, si dovrebbe ricordare che qualsiasi tipo di
pensiero che non pretende di ripartire ogni volta da se stesso deve
presupporre un'affinità analoga. Solo la singolare permanenza dei
concetti (ad esempio la possibilità nonostante tutto di comprendere
Platone, pur non illudendosi di pensare come nel suo tempo)
permette di non cadere nel relativismo assoluto, nella "hybris" di chi
si illude di rifare il mondo a sua immagine e somiglianza.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
In realtà, Hannah Arendt non propone affatto la "polis" come
modello della politica, ma usa il richiamo di quell'esperienza come
punto di vista per rappresentare l'"espropriazione moderna della
politica". Per rendersi conto della forza di questo procedimento
critico-ermeneutico basterà riflettere sull'analisi devastante che
Hannah Arendt compie dei luoghi comuni della politica moderna: la
sostituzione del sociale al politico - per cui l'amministrazione della
grande famiglia sociale rimpiazza l'esercizio diretto della parola in
politica; la sostituzione del fare all'agire - per cui la produttività
diviene l'unico senso dell'agire in comune; la sostituzione della tutela
alla padronanza di sé; l'orrore per l'imprevedibilità dell'agire - che
porta a tipi ben peggiori di irreversibilità; la finzione per cui
l'amministrazione dei molti da parte dei pochi, garantita dalla
rappresentanza, viene spacciata per libertà politica; l'ipostatizzazione
dello stato come realtà eterna e necessaria; infine, da un punto di
vista più specializzato e interno alla storia delle idee, l'incapacità del
pensiero politico di emanciparsi da questi presupposti di fatto
nonché, come conseguenza diretta, il declino irreversibile della
teoria politica e l'ascesa delle scienze sociali, la cui funzione
dominante è dimostrare l'insensatezza e l'impossibilità della libertà,
in nome di immagini dell'uomo sempre più deterministiche oppure ma è in fondo la stessa cosa - utilitaristiche ed esangui.
La grecità inattuale di Hannah Arendt è tutta nella capacità di
distanziarsi dalla fatalità dell'espropriazione della politica, di
rappresentare l'irresistibile ascesa moderna del "politico" (54) (nel
senso di macchina amministrativa) "contro" la possibilità della
"politeia", della cittadinanza diretta. Il lettore potrà vedere
(contrariamente alle letture stereotipate di "Vita activa") che un
sobrio pessimismo permea tutto il saggio. E benché Hannah Arendt
salutasse con entusiasmo le epifanie più o meno felici (e sempre
sconfitte) dell'antica "politeia" - dai consigli della rivoluzione tedesca
a quelli della rivoluzione ungherese del 1956 fino ai movimenti del
'68 (55) in Europa e in America, finché non furono sopraffatti dalle
tradizionali mitologie stataliste e violente - sapeva bene che quella
lontana esperienza era tutt'al più una fonte di modelli del pensiero,
ma certamente non una prassi che potesse rivivere. La sua ultima
opera, "La vita della mente", in cui le esperienze della vita
contemplativa vengono rivalutate ed esplorate a fondo, costituisce
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
una sorta di sigillo a questo disincantamento nei confronti della
politica. Eppure, la radicalità del suo distanziarsi costituisce a
tutt'oggi uno degli strumenti per descrivere l'espropriazione in cui
viviamo.
Il tempo ha probabilmente reso giustizia anche all'immagine della
"polis" di cui alcuni avevano criticato l'astoricità. Quando è apparso
chiaro che perfino la storia più materialistica non sarebbe possibile
senza modelli, in parte costruiti arbitrariamente dagli storici, è
risultato che i concetti con cui Hannah Arendt aveva costruito la sua
rapida immagine dell'Atene di Pericle non erano frutto di un
romanticismo anacronistico, ma di una singolare capacità di
penetrazione, alimentata oltrettutto da una conoscenza diretta delle
fonti (56). Non ci riferiamo soltanto al concetto di "isonomia" (che
Hannah Arendt interpreta correttamente come "uguaglianza politica"
di uomini che mantenevano la loro diversità sociale), ma soprattutto
all'eccezionalità di una democrazia, in cui l'espressione politica era
divenuta l'attività principale, che assorbiva ogni risorsa e capacità.
Un'espressione beninteso ossessiva, capace di produrre il primo
esempio articolato di democrazia diretta come i primi esempi di
intolleranza democratica e di faziosità (soprattutto nella sua fase di
declino). Dobbiamo ricordare che per Hannah Arendt questa
esperienza era pre-filosofica o meglio pre-platonica: se è vero che la
filosofia di Platone (nella "Repubblica" e soprattutto nel "Politico")
(57) esasperava l'ideale della «militanza» (58), e cioè del cittadino
come milite eternamente all'erta della propria città, è anche vero
che con Platone l'amministrazione della città (come dice Hannah
Arendt, l'ideale della comunità domestica allargata a tutta la "polis"
e subordinata al re-filosofo, che è superiore perfino alle leggi
comuni) soppianta l'ideale della democrazia. E' proprio a questo
punto critico, a questa svolta, che si deve l'inizio della tradizione
autoritaria in filosofia politica. E ciò significa, tra l'altro, che una
lettura della proposta arendtiana come "etica" (come sistema di
norme, di regole o di precetti pratici) scaturita da una superiore
capacità di pensare (59) è sostanzialmente errata. Non principi
razionali - quali che siano, argomentativi, comunicativi,
trascendentali o trascendenti - presiedono alla sfera degli affari
comuni degli uomini. La possibilità dell'agire insieme non discende
da un sistema di norme che emanerà sempre dall'alto, o da un
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
luogo separato (perfino nell'idea della "prudentia" aristotelica, per
non parlare delle ipotesi contrattualistiche), ma è affare di
pertinenza della politica, in ultima analisi, delle regole che gli uomini
si daranno autonomamente nel loro spazio politico.
5. La "vita activa" e il cosmo.
Negli ultimi anni, sono stati soprattutto gli aspetti del pensiero di
Hannah Arendt presentati nelle pagine precedenti ad attirare
l'attenzione della critica. Se la teoria dell'agire rientrava, nonostante
tutte le riserve a cui abbiamo accennato, nella svolta pratica della
filosofia contemporanea (60), la teoria della politica sembrava una
risposta alla crisi delle ideologie, e soprattutto di quella marxiana, a
cui nel bene e nel male era affidata, negli anni Sessanta e Settanta,
la possibilità di ripensare la democrazia. Ma la definizione
dell'identità inter-attiva dell'uomo esposta in questo saggio riposava
su alcuni assiomi, relativi soprattutto alla posizione dell'uomo nel
cosmo, che costituiscono la particolare «antropologia» di Hannah
Arendt. Si tratta di assiomi molto semplici e tuttavia, ancora una
volta, difficili da afferrare a prima vista, perché rimandano a una
visione spesso implicita, e ricostruibile tenendo presente l'insieme
delle opere di Hannah Arendt. Ci sembra opportuno esporli
brevemente, a conclusione di questa presentazione, perché offrono
delle prospettive interpretative su un problema che è divenuto oggi
di interesse dominante, ma che al tempo della stesura di "Vita
activa" cominciava appena a imporsi nel dibattito filosofico: ci
riferiamo alla relazione tra uomo e natura.
Gli assiomi della teoria politica arendtiana si riferiscono a tre
condizioni fondamentali della nostra esistenza (nel duplice senso di
«condizionamenti» e di «situazioni costitutive»). La prima condizione
è l'ambiente naturale, organico e inorganico, in cui vive l'uomo, la
Terra. L'attività che corrisponde a tale condizione è il "lavoro", con
cui la specie umana assicura la propria sopravvivenza. Il tipo umano
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
corrispondente è "animal laborans". La seconda condizione è
l'insieme di artefatti di cui l'uomo si circonda per dare permanenza
alla sua vita sulla terra. Questo insieme costituisce il Mondo umano,
a cui corrispondono l'attività dell'operare e il tipo dell'"homo faber".
La terza condizione - difficile da definire, perché è stata oscurata e
travisata nello sviluppo dell'Occidente, e perché il tipo umano
corrispondente è trascurabile (nemmeno i "politici di professione"
che "lavorano" in politica possono rientrarvi) - è ciò che i greci
chiamavano "polis", ovvero lo spazio pubblico in cui gli uomini
possono entrare in relazione gli uni con gli altri, e conservare la
memoria dei loro atti mediante il discorso. L'attività corrispondente è
l'"agire", nel senso della "politeia", e il tipo umano attivo in questo
spazio pubblico è quello che Aristotele definisce "zoon politikon".
Le tre attività compongono là "vita activa", distinta dalla "vita
contemplativa", che si svolge nell'interiorità dei soggetti e non
comporta né attività esteriori né relazioni con gli altri uomini. Qui
Hannah Arendt non intende stabilire il ruolo del pensiero nella
condizione umana, ma parte dal presupposto che alle fonti della
nostra cultura, la Grecia pre-platonica, le tre attività della "vita
activa" fossero collocate in una gerarchia di fatto che vedeva al
primo posto l'agire in comune o "politeia", al secondo l'operare e al
terzo il lavoro. Ora, "Vita activa" non è altro che il tentativo di
esaminare le relazioni teoriche e storiche tra queste attività
fondamentali. L'intera teoria si conclude nella constatazione della
scomparsa della più alta facoltà umana, l'"agire", e pone le
premesse di una ricerca ulteriore sullo statuto del pensiero nella
condizione umana.
Se fosse in gioco solo questa matrice teorica - come la critica ha
soprattutto ritenuto, e come in fondo abbiamo esposto in queste
pagine introduttive - la presentazione del saggio potrebbe chiudersi
qui, e i lettori potrebbero seguire direttamente il filo della riflessione
arendtiana, nonché la successiva serie di distinzioni concettuali
(sfera
privata/sfera
pubblica,
cittadinanza/amministrazione,
soggettività/società, e così via) in cui Hannah Arendt articola la sua
teoria. Ma il fatto è che assiomi, definizioni e articolazioni della
teoria presuppongono un'implicita concezione del ruolo umano nel
cosmo. A tale concezione dobbiamo riferirci, sia per saggiare alcune
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
prospettive inattese della teoria, sia per accennare a relazioni poco
evidenti del pensiero arendtiano con il dibattito contemporaneo.
Possiamo partire dall'idea di "mortalità" (61). Ebrea non credente, e
comunque non praticante, Hannah Arendt ritiene che il solo punto di
riferimento per la brevità della vita umana sia la relativa stabilità del
cosmo (della Terra e del Cielo, per usare la terminologia di
Heidegger) (62). Per rendere tale relazione, con la cui
rappresentazione ebbe inizio la filosofia pre-socratica, si possono
citare alcuni versi di Bertolt Brecht, che Hannah Arendt ha posto in
esergo alla traduzione tedesca di "Vita activa" (63):
"Als im weissen Mut~erichosse aufwuchs Baal
War der Himmel schon so gross und still und fahl
Jung und nackt und ungeheuer wundersam
Wie ikn Baal dann liebte, als Baal kam.
[...]
Als im dunkeln Erdenschosse faulte Baal
War der Himmel noch so gross und still und fahl
Jung und nackt und ungeheuer wunderbar
Wie ihn Baal einst liebte, als Baal war".
[«Quando crebbe nel materno bianco ventre Baal
già era il cielo così grande e quieto e scialbo
giovane e nudo e immensamente strano
come piacque allora a Baal, quando Baal nacque.
[...]
Quando dentro il ventre buio della terra marcì
era ancora il cielo grande e quieto e scialbo
giovane e nudo e immensamente splendido
come piacque allora a Baal, quando Baal fu»] (64).
Se la trascendenza non è rappresentabile (e certo non lo era per
Hannah Arendt, che ha sempre mantenuto una completa discrezione
sulle sue credenze religiose) (65), e se la fine dell'autorità sacra
sulle cose del mondo non può essere certamente surrogata da
nuove mitologie, che cosa può proteggere la breve vita umana (dal
ventre materno al ventre della terra, sotto «il cielo così grande e
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
quieto e scialbo») dalla mancanza di senso? La risposta di Hannah
Arendt - nell'impossibilità di postulare una nuova alleanza tra terra e
cielo, tra mortali e divini - è precisamente il mondo come insieme
degli artefatti umani e, in esso, dello spazio politico. Qui «spazio
politico» non si riferisce soltanto al campo dell'agire imprevedibile,
ma anche allo spazio della memoria e del discorso, e quindi alla
tradizione, alla conservazione degli artefatti. Se in "Vita activa" c'è
un'accusa perfino violenta rivolta al moderno, essa riguarda
l'ossessione per il "consumo", sia nell'accezione di distruzione
incessante del mondo sia in quella di mera subordinazione alle
supposte soddisfazioni materiali. Una conseguenza diretta
dell'impoliticità del mondo moderno è la subordinazione di ogni
attività, talento e spinta umana al perpetuo rinnovamento del
metabolismo uomo-natura. Infatti, se il mondo degli artefatti è
l'intercapedine tra umanità e natura, tra Baal, il cielo scialbo e la
terra buia, la consumazione del mondo non può che portare
inevitabilmente all'impatto diretto tra uomo e natura, a un attacco
della natura suscettibile di conseguenze imprevedibili e irreversibili.
Quando Hannah Arendt stendeva "Vita activa", l'ecologia era
soltanto un settore specializzato delle scienze naturali, e i primi
manifesti della ondata ecologistica (che si sarebbe ingrossata a
partire dagli anni Sessanta) non erano ancora stati scritti. Hannah
Arendt, oltretutto, non derivava la prognosi sulla distruzione
dell'ambiente da ricerche specializzate, ma da una riflessione sul
senso dell'agire umano. Era estraneo al suo modo di pensare
qualsiasi assunto organicistico o vitalistico preliminare a una
definizione della relazione tra uomo e cosmo. D'altra parte, in
questo saggio come in altri, il concetto di natura non svolge alcun
ruolo evocativo o idilliaco; esso si riferisce in primo luogo alla
"nascita" (secondo un etimo raramente ricordato) (66), e quindi al
pathos della novità a cui è legata ogni nascita. Ma è proprio il nesso
natura-nascita che ci permette di riflettere sull'insensatezza di un
processo che si potrebbe riassumere anche come distruzione,
consapevole o no, dei luoghi della nascita - siano essi le abitazioni
costruite dall'uomo nel corso dello sviluppo culturale, oppure la terra
su cui esse poggiano o il cielo che le sovrasta. In questo senso,
distruggendo la natura, la società umana distrugge la condizione
fondamentale della propria nascita, e quindi della propria libertà.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
C'è infatti una differenza abissale tra il "pathos" della novità nella
nascita - che è affine al cominciamento, all'"archein" dell'agire in
comune - e l'innovazione in-sensata, uniforme e senza inizio né fine
nella riproduzione quotidiana della vita, che è divenuta il principio
dominante del mondo contemporaneo. Analogamente, c'è una
differenza abissale tra l'imprevedibilità dell'agire - che si manifesta in
uno spazio condiviso - e l'imprevedibilità dell'azione umana sulla
natura. Finché uno spazio politico esiste, esso presuppone un cosmo
stabile, o meglio accettato nella sua eternità. E' solo quando il
cosmo diviene relativo - e il punto di leva dell'esistenza umana è
spostato fuori dalla terra e dal mondo - che lo spazio politico diviene
superfluo o troppo stretto. L'agire, che un tempo era confinato al
mondo umano, si riversa al di fuori di esso, fa oggetto della propria
imprevedibilità il cielo e la terra. Ma questo spostamento non ha
solo come diretta conseguenza la perdita dello spazio dell'agire. Per
quanto l'agire politico sia imprevedibile, esso non è in linea di
principio irreversibile, perché è soprattutto esercizio della parola, e
la parola può essere usata per ricordare o per perdonare, e perciò
per bloccare l'imprevedibilità, per non rendere irreversibili le
conseguenze dell'agire. Al contrario, l'agire rivolto alla natura non
conosce una parola pubblica che possa fermarne le conseguenze.
Non altre ci sembrano le difficoltà di frenare la distruzione in una
società complessa, e cioè in una società che ha rimosso l'agire, e
perso in realtà la capacità di decidere e di operare politicamente.
Il capitolo finale di "Vita activa", in cui Hannah Arendt discute
queste conseguenze fatidiche di una sparizione dell'agire (dello
spazio politico e del mondo che lo rendeva possibile) è stato scritto
probabilmente sotto l'influsso del pensiero di Martin Heidegger. Ma,
diversamente da quest'ultimo, Hannah Arendt non credeva che un
"Ereignis" (un «evento» (67) oppure una estrema manifestazione
del «proprio» del "Dasein" umano) avrebbe attribuito un senso
nuovo all'imperio della tecnica dispiegata, ultimo stadio ancora
conosciuto dell'espropriazione del mondo. Né nelle pagine di "Vita
activa" si troveranno vie d'uscita dalle aporie politiche del mondo
moderno. Questo saggio non offre consolazioni ai lamenti per la
perdita della natura, né ammicca all'utopia di una politicità
evidentemente impraticabile nel suo significato puro - nell'epoca in
cui l'intero mondo è divenuto una sola grande famiglia amministrata.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Se è consentito un accostamento (non arbitrario in termini di
contenuto, se non proprio da un punto di vista testuale), questo
saggio è permeato dallo stesso disincanto con cui, un secolo fa,
Jules Laforgue immaginava la sparizione della vita umana.
"Les temps sont révolus! Morte à jamais, la Terre,
Après un dernier râle (où tremblait un sanglot!)
Dans le silence noir du calme sans écho,
Flotte ainsi qu'une épave énorme et solitaire.
Quel rêve! Est-ce donc vrai? Par la nuit emporté
Tu n'es plus qu'un cercueil, bloc inerte et tragique:
Rappelle-toi pourtant! Oh, l'épopée unique!...
Non, dors, c'est bien fini, dors pour l'éternité".
[«I tempi son compiuti! Morta per sempre, la Terra,
dopo un estremo rantolo (un pianto vi tremava!)
In quel silenzio nero della calma senz'echi,
Fluttua come un relitto enorme e solitario.
Che sogno! E' dunque vero? Portato dalla notte,
Non sei più che una bara, inerte blocco tragico:
E tuttavia ricorda! Oh! l'unica epopea!...
No, dormi, è proprio finita, dormi per l'eternità»] (68).
Non sappiamo se Hannah Arendt avrebbe accettato un simile
paragone. Ma proprio lei, che apprezzava sopra ogni altra
espressione la parola poetica, sapeva che l'ironia dei poeti è il
passatempo più innocente e salutare quando dal mondo sono
bandite, o ridotte a mera parvenza, altre possibilità comuni di
parola. E in fondo "Vita activa" non è che un elogio della parola,
proferita in pubblico in un'epoca perduta e oggi solo possibile nella
singolarità della privatezza.
Alessandro Dal Lago
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
NOTE ALL'INTRODUZIONE.
N. 1. H. Arendt - K. Jaspers, "Briefwechsel 1926-1969", a cura di L. Köhler e H. Saner,
Piper, München-Zürich 1985, p. 719 (una scclta significativa della raccolta è stata
tradotta in H. Arendt - K.Jaspers, "Carteggio 1926-1969", a cura di A.Dal Lago,
Feltrinelli, Milano 1989).
N. 2. Per un panorama della fortuna delle opere di H. Arendt si veda la "Bibliografia" di
S. Forti in appendice a H. Arendt, "La vita della mente", a cura di A. Dal Lago, Il
Mulino, Bologna 1987 (ed. Originale "The life of the Mind", Harcourt Brace Jovanovich,
NewYork 1978, 2 voll.).
N. 3. H. Arendt, "La condition de l'homme moderne", Calmann-Lévy, Paris 1961; la
traduzione tedesca, leggermente aumentata, era apparsa in precedenza: "Vita activa
oder vom tätigen Leben", Piper, München-Zürich 1960 e varie edd. successive.
N. 4. Per le notizie relative alla ricezione del pensiero arendtiano si veda la "Bibliografia
essenziale" in questo stesso volume, nonché in generale Autori vari, "La pluralità
irrappresentabile. Il pensiero politico di Hannah Arendt", Quattro Venti, Urbino 1987.
N. 5. H. Arendt, "Walter Benjamin", «Merkur», XXII, 1968, p.p. 50-65 (trad. it. "Walter
Benjamin: l'omino gobbo e il pescatore di perle", in H. Arendt, "Il futuro alle spalle", a
cura di L. Ritter-Sancini, Il Mulino, Bologna 1981, p. 105).
N. 6. H. Arendt, "The Origins of Totalitarianism", Harcourt Brace and Co., New York
1951 (trad. it. "Le origini del totalitarismo", Bompiani, Milano 1973).
N. 7. H. Arendt (in collaborazione con G. Stern), "Rilke Duineser Elegien", «Neue
Schweizer Rundschau», XXIII, 1930, p.p. 855-871; "Hermann Broch: Dichten und
Erkennen", introduzione a H. Broch, "Essays", in "Gesammelte Werke", Rhein Verlag,
Zürich 1955 (di questo saggio esistono due traduzioni: "Prefazione" a H. Broch, "Poesia
e conoscenza", Lerici, Milano 1965, 2 voll., e "Hermann Broch poeta-scrittore contro la
sua volontà", in "Il futuro alle spalle", cit. p.p. 171-216); "Franz Kafka: Der Mensch mit
dem guten Willen" e "F. Kafka", in "Die verborgene Tradition. Acbt Essays", Suhrkamp,
Frankfurt a.M., p.p. 62-71 e 88-107 (tradotti entrambi in "Il futuro alle spalle", cit. p.p.
73-84 e 85-104); ""Quod licet Jovi... Der Dichter Bertolt Brecht und die Politik",
«Merkur», XXIII, 1969, p.p. 527-542 e 625-642 (trad. it. in "Il futuro alle spalle", cit.,
p.p. 217-270); su Brecht, H. Arendt aveva già pubblicato un saggio più breve: "Der
Dichter Bertolt Brecht", «Die Neue Rundschau», LXI, 1950, p.p. 53-67 (trad. it. in "Da
Lessing a Brecht. I grandi scrittori nella grande critica tedesca", a cura di V. Santoli,
Bompiani, Milano 1968, p.p. 571-590); "On Humanity in the Dark Times Thoughts
about Lessing", in "Men in Dark Times", Pelican, Hammondsworth 1973, p.p. 11-38.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Sulla Arendt come studiosa di letteratura, si veda E. Heller, "Hannah Arendt und die
Literatur", «Merkur», XXX, 10, 1976, p.p. 996-1000.
N. 8. H. Arendt, "Eichmann in Jenusalem. A Report on the Banality of Evil", The Viking
Press, New York 1963 (trad. it. "La banalità del male", Feltrinelli, Milano 1964).
N. 9. Autori vari, "Germania: un passato che non passa", a cura di G. E. Rusconi,
Einaudi, Torino 1987.
N. 10. H. Arendt, "La banalità del male", cit., per una prima valutazione (favorevole)
delle tesi di H. Arendt confer M. McCarthy, "Il grido d'allarme", in "La scritta sul muro e
altri saggi letterari", Mondadori, Milano 1970 (ed. orig. "The Writing on the Wall",
Harcourt Brace Jovanovich, 1970); per un aggiornamento sull'intera questione confer
A. Nirenstain, "Quando gli ebrei collaboravano con Hitler", «MicroMega», 2, 1988, p.p.
64 e segg., e I. Nordmann, "Hannah Arendt liest Raul Hilberg oder: Wie ist möglich, zu
jeder Zeit verantwortlich zu handeln?", «Freibeuter», 36,1988, p.p. 85-96.
N. 11. E. Young-Bruehl, "Hannah Arendt. For Love of the World", Yale University Press,
New Haven and London 1982, p.p. 346 e segg. (trad. it. "Hannah Arendt. Per amore
del mondo", Bollati Boringhieri, Torino 1990); confer anche B. Bettelheim, "The
Informed Hearth", Free Press Glencoe, 1960 (trad. it. "Il prezzo della vita", Bompiani,
Milano 1976); parte dei documenti della polemica su Eichmann sono pubblicati in H.
Arendt, "The Jew as Pariah. Jewish Identity and Politics in the Modern Age", a cura di
R Feldmann, The Grove Press, New York 1978. Una scelta di saggi arendtiani
sull'ebraismo è stata pubblicata in Italia con il titolo "Ebraismo e modernità", a cura di
G. Bettini, Edizioni Unicopli, Milano, 1986.
N. 12. H. Arendt, "Le origini del totalitarismo", cit., parte terza, "Il totalitarismo", p.p.
423-711. Utili indicazioni sull'affinità sociologica in questione in "Le soldat du travail.
Guerre, fascisme et taylorisme", numero speciale di «Recherches», 32/33, settembre
1978. Confer anche M. Lewin "The Making of the Soviet System", Random House, New
York 1985 (trad. it. "Storia sociale dello stalinismo", Einaudi, Torino 1988, specialmente
la parte seconda).
N. 13. H. Arendt, "On Revolution", The Viking Press, New York 1963 (trad. it. "Sulla
rivoluzione", Comunità, Milano 1983).
N. 14. Si pensi soltanto alla rivalutazione di Tocqueville nella storiografia
contemporanea: F. Furet, "Penser la Révolution Française", Gallimard, Paris 1978.
N. 15. Sulla formazione intellettuale di Hannah Arendt e i suoi rapporti con i due
filosofi, confer E. Young-Bruehl, "Hannah Arendt. For Love of the World", cit., passim.
Per quanto riguarda Jaspers, H. Arendt-K. Jaspers, "Briefwechsel 1926-1969", cit.;
confer inoltre H. Arendt, "Martin Heidegger ist 80 Jahre alt", «Merkur», XXIII, 1969,
p.p. 893-902 (trad. it. "Martin Heidegger a ottant'anni", «MicroMega», 2, 1988, p.p.
165-180).
N. 16. Sul significato di questa opera nel pensiero arendtiano, mi permetto di rinviare a
A. Dal Lago, "La difficile vittoria sul tempo: pensiero e azione in Hannah Arendt",
introduzione a H. Arendt, "La vita della mente", cit., p.p. 9-61.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 17. H. Arendt, "Rosa Luxemburg: 1871-1919", in "Men in Dark Times", cit., p.p. 3961.
N. 18. Ivi, p.p. 43 e segg.
N. 19. H. Arendt, "Rahel Varnhagen. Lebensgeschichte einer deutschen Jüdin aus der
Romantik", Piper, München 1959 (trad. it. "Rahel Varnhagen. Storia di un'ebrea", a
cura di L. Ritter Santini, Il Saggiatore, Milamo 1988).
N. 20. W. Benjamin a G. Scholem, 20 febbraio 1939, in "Briefwechsel 1933-1940",
Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1980 (trad. it. "Teologia e utopia", Einaudi, Torino 1987, p.
27).
N. 21. Si veda, ad esempio, J. Herf, "Reactionary Modernism. Technology, Culture and
Politics in the Third Reich", Cambridge University Press, New York 1984 (trad. it. "Il
modernismo reazionario. Tecnologia, cultura e politica nella Germania di Weimar e del
Terzo Reich", Bologna, Il Mulino 1988). Sul mito della grecità (in rapporto al pensiero
soprattutto di Heidegger) si veda ora Ph. Lacoue-Labarthe, "La fiction du politique", C.
Bourgois, Paris 1987.
N. 22. H. Arendt, "Was bleibt? Es bleibt die Muttersprache", in A. Reif (a cura di),
"Gespräche mit Hannah Arendt", Piper, München-Zürich 1976, p.p. 9 e segg. (trad. it.
"La lingua moderna", a cura di A. Dal Lago, Mimesis, Mileno 1993).
N. 23. Sull'idea di tradizione e sul suo sovvertimento confer H. Arendt, "Between Past
and Future: Six Exercises in Political Thought", The Viking Press, New York 1961 (trad.
it. "La tradizione e l'età moderna", in "Tra passato e futuro", Vallecchi, Firenze 1971,
p.p. 21 e segg.).
N. 24. Sulla "hybris" filosofica nella rappresentazione dell'identità umana, si veda H.
Arendt, "La vita della mente", cit., parte seconda, "Volere"; ma negli ultimi scritti
(confer, ad esempio, "Martin Heidegger a ottant'anni", cit.) si assiste a una sorta di
rivalutazione del pensiero.
N. 25. H. Arendt, "La tradizione e l'età moderna", cit., p.p. 33 e segg.
N. 26. Mi riferisco qui al tema della «naturalità» umana, così come è discusso dal
giovane Marx: «Dal carattere di questo rapporto [uomo-natura] si ricava sino a qual
punto l'"uomo" come "essere appartenente a una specie" si sia fatto "uomo", e si sia
compreso come "uomo"» ("Ökonomischphilosophische Manusknpte aus dem Jahre
1844", trad. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844", Einaudi, Torino 1968 p. 110).
N. 27. Così vengono definite opere come "La gaia scienza", "Aurora" o "Umano, troppo
vmano", secondo la lettura ormai classica di E. Fink in "Nietzsches Philosophie",
Kohlhammer, Sturtgart 1960 (trad. it. "La filosofia di Nietzsche", Mondadori, Milano
19772, p.p. 47 e segg.).
N. 28. P. Ricoeur, "De l'interprétation. Essai sur Freud", Seuil, Paris 1965 (trad. it.
"Della interpretazione. Saggio su Freud", Il Saggiatore. Milano 1966).
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 29. H. Arendt, "La vita della mente", cit., p.p. 99 e segg.
N. 30. Uso qui il termune «genealogico» nel senso di M. Foucault, "Nietzsche, la
généálogie, l'histoire" (1971; trad. it. in "Microfisica del potere", Einaudi, Torino 1977,
p.p. 29 e segg.).
N. 31. Sul rappotto tra metafore e discorso filosofico-scientifico, confer H. Arendt, "La
vita della mente", cit., p.p. 204 e segg.; H. Arendt fa qui riferimento sia a diversi studi
di H. Blumenberg sia alle ricerche di Wittgenstein sulla raffigurazione. Si veda, per
un'analisi del ruolo delle metafore nel discorso scienufico, M. Hesse, "Models and
Analogies in Science", Notre Dame University Press, Notre Dame 1966 (trad. it.
"Modelli e analogie nella scienza", Feltrinelli, Milano 1980, specialmente p.p. 147 e
segg.).
N. 32. Sul ruolo della definizione dell'uomo nella controversia Husserl-Heidegger si
veda ora E. Husserl-M. Heidegger, "Fenomenologta. Storia di un dissidio" ( 1927), a
cura e con introduzione di R. Cristin, Edizioni Unicopli, Milano 1986. Sulla critica di
Heidegger all'umanesimo, confer M. Heidegger, "Über den Humanismus", V.
Norstermann, Frankfurt a.M. 1949.
N. 33. Sul rapporto tra H. Arendt e Heidegger confer J. Taminiaux, "Arendt disciple de
Heidegger?", «Etudes Phénoménologiques», I, 1985 e E. Volltath, "Hannah Arendt und
Martin Heidegger", in A. Gethmann-Siefert e O. Poggeler, a cura di, "Martin Heidegger
und die praktische Philosophie", Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1988, p.p. 357-372.
Entrambi questi saggi mettono in luce la discontinuità tta i due autori. Mi sembra
invece che alcune parole chiave del saggio qui presentato (ad esempio terra, mondo
eccetera) dimostrino la loro affinità, anche se nel saggio il nome di Heidegger non è
mai citato.
N. 34. Nel senso, cioè, che l'agire appartiene a quel campo di "fenomeni" o apparenze
a cui H. Arendt ha dedicato la prima parte di "La vita della mente".
N. 35 H. Arendt, "La vita della mente", cit., p. 99.
N. 36. Si veda, in questo stesso volume, la parte prima, capp. 1 e 2.
N. 37. H. Arendt, "La lingua materna", cit.
N. 38. H. Arendt, "La vita della mente", cit., p.p. 128-137.
N. 39. Confer P. Ricoeur, "Le temps raconté", Seuil, Paris 1985, p.p. 354 e segg. (trad.
it. "Tempo e racconto", Jaca Book, Milano 1986-88).
N. 40. Per le carattetistiche del gioco esposte in queste pagine, confer E. Fink, "Spiel
als Weltsymbol", Kohlhammer, Stuttgatt 1960 (trad. it. "Il gioco come simbolo del
mondo", Lerici, Milano 1969); R. Caillois, "Les jeux et les hommes. Le masque et la
vertige", Gallimard, Paris 1967 (trad. it. "I giochi e gli uomini. La maschera e la
vertigine", Bompiani Milano 1981); Id., "Instincts et sociétés", Gonthier, Paris 1964
(trad. it. "Istinti e società", Guanda, Milano 1983).
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 41. Su questa nozione, R. Caillois, "I giochi e gli uomini", cit.; e anche R. Caillois,
«Vertigini», in "Istinti e società", cit., p.p. 37 e segg.
N. 42. Su questo punto si può ancora vedere il classico J. Huizinga, "Homo ludens",
Einaudi, Torino 1973. Sulla degradazione e l'uso politico-ideologico dei giochi di massa
e degli sport, J. M. Hoberman, "Sport and Political Ideology", University of Texas Press,
Austin 1984 (trad. it. "Politica e sport", Il Mulino, Bologna 1988).
N. 43. Si veda in questo volume il cap. 34, parte 5.
N. 44. Per la nozione di consequenzialità, confer E. Goffman, "Where the Action is", in
"Interaction Ritual", Doubleday, Garden City 1967 (trad. it. in "Modelli di interazione",
Il Mulino, Bologna 1971, p.p. 167 e segg.).
N. 45. Si veda, per il rapporto Arendt-Hobbes, C. Galli, "Strauss, Voegelin, Arendt
lettori di Thomas Hobbes: tre paradigmi interpretativi della forma politica nella
modernità", in G. Duso, a cura di, "Filosofia politica e pratica del pensiero", Franco
Angeli, Milano 1988, p.p. 25-52.
N. 46. Su questo problema, sul quale non è possibile dilungarsi qui, è indispensabile
rifarsi ai documenti e ai saggi inediti di Harmah Arendt custoditi presso The Library of
Congress, Washington. Confer in particolare l'abbozzo di saggio "Philosophy and
Politics" (1954) e il materiale preparatorio al corso "What is Political Philosophy"
(primavera 1969). Devo alla cortesia di Simona Forti la conoscenza di questi materiali.
N. 47. Ho cercato di motivare la sostanziale estraneità di H. Arendt alla filosofia pratica
in "Una filosofia della presenza. Le condizioni dell'agire in Hannah Arendt", in R.
Esposito (a cura di), "La pluralità irrappresentabile. Il pensiero politico di Hannah
Arendt", cit., p.p. 93-112.
N. 48. J. Habermas, "Hannah Arendts Begriff der Macht", «Merkur», XXX, 10, 1976,
p.p. 946-960 (trad. it. "La concezione comunicativa del potere in Hannah Arendt",
«Comunità», XXXV, 183, 1981, p.p. 56-73.
N. 49. Sull'affinità dei progetti di ricerca di Strauss e Voegelin con le analisi arendtiane,
confer R. Duso, «Introduzione» in "Filosofia politica e pratica del pensiero", cit., p.p. 7
e segg. Mi sembra però che le differenze siano un questo caso più marcate delle
somiglianze: H. Arendt non avrebbe accettato né il neo-platonismo di Strauss né
l'ontologia politica di Voegelin. Come infatti il lettore potrà vedere in questo saggio,
l'idea di "potere" in H. Arendt non è trascendente, ma contingente, in quanto
scaturisce dall'io-posso dell'interazione umana. Confer H. Arendt, "Lectures on Kant's
Political Philosophy", a cura di R Beiner, Chicago University Press, Chicago 1982. Sul
rapporto Arendt-Strauss-Voegelin rinvio anche ad A. Dal Lago, "Dopo Schmitt",
«Alfabeta», 109, 1988, p. 29.
N. 50. Il tema della «ricerca dell'ordine politico» è infatri dominante in questi autori,
diversamente che in Hannah Arendt. Per la critica arendtiena della filosofia platonica,
confer invece H. Arendt, "Philosophy and Politics: what is Political Philosophy", cit.,
passim.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 51. Per una rassegna di queste tendenze di ricerca (legate in Francia ai nomi di
Vernant, Detienne, Videl-Naquet eccetera) confer "Nuove antichità. Metafore
dell'immaginario, produzione di saperi, figure del sacro", a cura di M. Vegetti, «Aut
aut», 184-185,1981.
N. 52. Si veda in questo volume, cap. 31, parte 5. Ritengo che le ricerche storicopolitiche di M. Foucault - al di là delle evidenti differenze di impostazione metodologica
- vadano in direzione analoga; confer M. Foucault, "Omnes et singulatim. Verso una
critica della ragione politica", «Lettera internazionele », IV, 15,1987, p.p. 35 e segg.
N. 53. H. Arendt, "Sulla rivoluzione", cit., p.p. 247 e segg.
N. 54. Sulla dialettica politico-impolitico confer R. Esposito, "Politica e tradizione. Ad
Hannah Arendt", «Il Centauro», 13-14,1985, p.p. 97-136.
N. 55. Per l'atteggiamento di H. Arendt nei confronti dei movimenti studenteschi in
Europa (almeno della prima fase) può bastare il brano di una lettera scritta il 27 giugno
1968 a Daniel Cohn-Bendit, leader studentesco e figlio di vecchi amici: «Vorrei dirti
solo due cose: primo che sono sicura che i tuoi genitori, e specialmente tuo padre,
sarebbero molto contenti di te se fossero ancora vivi; secondo, che se dovessi avere
delle difficoltà e ti servisse del denaro [...] saremo sempre pronti ad aiutarti per quanto
ci sarà possibile» (citato in E. Young-Bruehl, "Hannah Arenlt. For Love of the World",
cit., p. 412).
N. 56. In un recente volume ("Kannten die Griechen die Demokratie? Zwei Studien",
Klaus Wagenbach, Berlin 1988; trad. it. "L'identità del cittadino e la democrazia in
Grecia", a cura di A. Del Lago, Il Mulino, Bologna 1989) Paul Veyne e Christian Meier
discutono la specificità dell'esperienza politica greca. Nel suo saggio ("Bürger-Identität
und Demokratie", p.p. 47 e segg.) Meier conferma a mio avviso le ipotesi arendtiane, e
soprattutto le teorie dell'isonomia. Inoltre, "Vita activa" costituisce una delle fonti
teoriche più citate nella ricostruzione di Meier della vita della "polis". Ma anche il saggio
di Veyne ("Kannten die Griechen die Demokratie?", cit., p. 13 e segg.) conferma
indirettamente le posizioni arendtiane sonolineando il carattere ossessivo della filosofia
platonica della politica rispetto all'originaria esperienza della "polis". Per quanto
riguarda le posizioni di Meier, confer anche il suo fondamentale "Die Entstehung des
Politischen bei den Griechen", Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1983 (trad. it. "La nascita
della categoria del politico in Grecia", Il Mulino, Bologna 1988).
N. 57. Platone, "Politico", 293 c, in "Opere", ed. Laterza, Bari, vol. 2, p.p. 313 e segg.
N. 58. Confer P. Veyne, "Critica di una sistemazione. Le «Leggi» di Platone e la realtà",
«aut aut », 195-196, 1983, p.p. 43-74
N. 59. Confer H. Arendt, "La vita della mente", cit. («Introduzione», p.p. 83 e segg.).
N. 60. Tra i titoli più significativi di questa lettura si veda sopratturto E. Volpi, "Il
pensiero politico di Hannah Arendt e la riabilitazione della filosofia pratioa", «Il
Mulino», XXXV, 1986, n. 303, p.p. 53.75; E. Vollrath, "Die Rekonstruktion der
politischen Urteilskraft", Klett, Stuttgart 1977, e Id., "Hannah Arendt und Martin
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Heidegger", cit.; per un panorama della filosofia pratica contemporanea, si veda E.
Berti, a cura di, "Tradizione e attualità della filosofia pratica", Marietti, Genova 1988.
N. 61. La fonte delle riflessioni di H. Arendt sulla mortalità è costituita dalla sua
dissertazione di laurea: "Der Liehesbegnff bei Augustin", Springer, Berlin 1929 (trad. it.
"Il concetto d'amore in Agostino", SE, Milano 1995); confer anche R. Boda, "Hannah
Arendt interprete di Agostino", in R. Esposito, a cura di, "La pluralità irrappresentabile.
Il pensiero politico di Hannah Arendt", cit. p.p. 113-122.
N. 62. Benché Hannah Arendt abbia manifestato più volte perplessità sulla produzione
heideggeriana successiva alla cosiddetta "Kehre" (confer Arendt-Jaspers, "Briefwechsel
1926-1969", cit., passim), mi sembra che alcuni temi chiave di Heidegger (relativi
soprattutto alla definizione del nesso uomo-terra e uomo-mondo, nonché al processo di
«sfondamento del cosmo») siano filtrati in questo saggio; mi riferisco per esempio al
saggio di Heidegger, "Die Zeit des Weltsbildes" (1938; trad. it. "L'epoca dell'immagine
del mondo", in "Sentieri interrotti", La Nuova Italia, Firenze 1968).
N. 63. H. Arendt, "Vita activa oder vom tätigen Leben", cit., p. 6.
N. 64. B. Brecht, "Cantico dell'uomo Baal" (1919), un "Poesie e canzoni", a cura di R.
Leiser e F. Fortini, Einaudi, Torino 1964, p.p. 4-5.
N. 65. Per il rapporto tra fede cristiana e il pensiero politico di Hannah Arendt si veda
comunque J. W. Bernauer (a cura di), "Amor Mundi. Explorations in the Faith and
Thought of Hannah Arendt", Martinus Nijhoff, Boston-Dordrecht-Lancaster 1987.
N. 66. A dire il vero, J. Passmore ("Man's Responsibility for Nature", Duckworth,
London 19802; trad. it. "La nostra responsabilità per la natura", Feltrinelli, Milano
1986) ricorda questo nesso; ma le considerazioni arendtiane sono raramente discusse
nei dibattiti contemporanei sull'idea filosofica di natura. Tra le eccezioni, si veda H.
Jonas, "Handeln, Erkennen, Denken. Zu Hannah Arendts philosophischem Werk",
«Merkur», XXX, 10, 1976, p.p. 921-935.
N. 67. Confer Martin Heidegger, "Vorträge und Aufsätze", Neske, Pfullingen 1954 (trad.
it. "Saggi e discorsi", Mursia, Milano 1976).
N. 68. Laforgue, "Marche funèbre pour la mort de la terre", trad. it. in "Le poesie", a
cura di E. Guaraldo, Rizzoli, Milano 1986, p.p. 93-94.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
PROLOGO.
Nel 1957 un oggetto fabbricato dall'uomo fu lanciato nell'universo, e
per qualche settimana girò intorno alla terra seguendo le stesse
leggi di gravitazione che determinano il movimento dei corpi celesti del sole, della luna e delle stelle. Certamente, il satellite costruito
dall'uomo non era come la luna o le stelle, non era un corpo celeste
che potesse rimanere in orbita per un tempo che a noi mortali,
vincolati al tempo terrestre, sembra eterno. Tuttavia, per un certo
periodo, esso riuscì a rimanere nel cielo e si mosse in prossimità dei
corpi celesti, come se fosse stato ammesso in via sperimentale alla
loro sublime compagnia.
Questo avvenimento, che non era inferiore per importanza a nessun
altro, nemmeno alla scissione dell'atomo, sarebbe stato salutato con
assoluta gioia se non si fosse verificato in circostanze militari e
politiche particolarmente spiacevoli. Ma, per un fenomeno piuttosto
curioso, la gioia non fu il sentimento dominante, né fu l'orgoglio o la
consapevolezza della tremenda dimensione della potenza e della
sovranità umana a colmare il cuore degli uomini che ormai,
sollevando lo sguardo dalla terra verso i cieli, potevano scorgervi
una loro creatura. La reazione immediata, espressa sotto l'impulso
del momento, fu di sollievo per «il primo passo verso la liberazione
degli uomini dalla prigione terrestre». E questa strana affermazione,
lungi dall'essere la trovata accidentale di qualche reporter
americano, involontariamente riecheggiava la straordinaria epigrafe
che, più di vent'anni prima, era stata scolpita sul monumento
funebre di un grande scienziato russo: «L'umanità non rimarrà per
sempre legata alla terra».
Questo sentimento è stato per un certo tempo un luogo comune.
Esso mostra che gli uomini, in qualsiasi campo, non solo non
tardano a mettersi al passo con le scoperte scientifiche e gli sviluppi
della tecnica, ma li precedono addirittura di decenni. Qui, come in
altri campi, la scienza ha realizzato e confermato ciò che gli uomini
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
avevano anticipato in sogni che non erano eccessivi né vani. La
novità era soltanto che uno dei giornali americani più rispettabili
riportò in prima pagina ciò che era confinato fino allora in una
letteratura non precisamente rispettabile, la fantascienza (alla quale,
purtroppo, nessuno ancora ha dedicato l'attenzione che merita come
veicolo di sentimenti e di desideri di massa). La banalità
dell'affermazione non dovrebbe farci trascurare il suo carattere
straordinario; infatti benché i cristiani abbiano parlato della terra
come di una valle di lacrime e i filosofi abbiano considerato il corpo
come prigione della mente o dell'anima, nessuno nella storia
dell'umanità ha mai concepito la terra come una prigione per i corpi
degli uomini, o manifestato realmente la brama di andare
letteralmente
fin
sulla
luna.
Sarebbe
questo
l'esito
dell'emancipazione e della secolarizzazione dell'età moderna, iniziate
con l'abbandono, non necessariamente di Dio, ma di un dio che era
il Padre celeste: il ripudio sempre più fatidico di una Terra che era la
Madre di tutte le creature viventi sotto il cielo?
La terra è la vera quintessenza della condizione umana, e la natura
terrestre, per quanto ne sappiamo, è l'unica nell'universo che possa
provvedere gli esseri umani di un "habitat" in cui muoversi e
respirare senza sforzo e senza artificio. L'artificio del mondo umano
separa l'esistenza umana dall'ambiente meramente animale, ma la
vita è estranea a questo mondo artificiale, e attraverso di essa
l'uomo rimane in relazione con gli altri organismi viventi. Molti sforzi
scientifici sono stati diretti in tempi recenti a cercare di rendere
«artificiale» anche la vita, a recidere l'ultimo legame per cui l'uomo
rientra ancora tra i figli della natura. E' lo stesso desiderio di
evadere dalla prigione della terra che si rivela nel tentativo di creare
la vita in una provetta, nel desiderio di mescolare «sotto il
microscopio il plasma germinale congelato di persone di comprovato
valore per produrre esseri umani superiori» e «modificarne la
grandezza, forma e funzione»; io credo anche che un desiderio di
sfuggire alla condizione umana si nasconda nella speranza di
protrarre la durata della vita umana al di là del limite dei cento anni.
Quest'uomo del futuro, che gli scienziati pensano di produrre nel
giro di un secolo, sembra posseduto da una sorta di ribellione contro
l'esistenza umana come gli è stata data, un dono gratuito
proveniente da non so dove (parlando in termini profani), che
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
desidera scambiare, se possibile, con qualcosa che lui stesso abbia
fatto. Non c'è motivo di dubitare della nostra capacità di effettuare
uno scambio del genere, come non c'è ragione di dubitare del
nostro potere attuale di distruggere tutta la vita organica sulla terra.
La questione consiste solo nel vedere se vogliamo servirci delle
nostre nuove conoscenze scientifiche e tecniche in questa direzione,
ed è una questione che non può essere decisa con i mezzi della
scienza; è una questione politica di prim'ordine, e perciò non può
essere lasciata alla decisione degli scienziati di professione e
neppure a quella dei politici di professione.
Mentre tali eventualità possono ancora collocarsi in un lontano
futuro, i primi controeffetti dei grandi trionfi scientifici si sono già
fatti sentire in una crisi interna alle stesse scienze naturali. La
difficoltà sta nel fatto che le «verità» della moderna visione
scientifica del mondo, benché dimostrabili in formule matematiche e
messe alla prova nella tecnologia, non si prestano più all'espressione
normale del discorso e del pensiero. Proprio mentre queste «verità»
vengono affermate in forma concettuale e coerente, le proposizioni
che le esprimono non saranno «forse sprovviste di senso come
quella di un 'cerchio triangolare', ma certamente molto più di quella
di un 'leone alato'» (Erwin Schrödinger). Non sappiamo ancora se si
tratti di una situazione definitiva. Ma può darsi che noi, che siamo
creature legate alla terra e abbiamo cominciato a comportarci come
se l'universo fosse la nostra dimora, non riusciremo mai a
comprendere, cioè a pensare e a esprimere, le cose che pure siamo
capaci di fare. Sarebbe come se il nostro cervello, che costituisce la
condizione fisica, materiale dei nostri pensieri, fosse incapace di
seguirci in ciò che facciamo, tanto da render necessario in futuro il
ricorso a macchine artificiali per produrre i nostri pensieri e le nostre
parole. Se la conoscenza (nel senso moderno di "know-how", di
competenza tecnica) si separasse irreparabilmente dal pensiero,
allora diventeremmo esseri senza speranza, schiavi non tanto delle
nostre macchine quanto della nostra competenza, creature prive di
pensiero alla mercé di ogni dispositivo tecnicamente possibile, per
quanto micidiale.
Comunque, prescindendo anche da queste estreme e ancora incerte
conseguenze, la situazione creata dalle scienze assume una grande
portata politica. Ogni volta che è in gioco il linguaggio, la situazione
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
diviene politica per definizione, perché è il linguaggio che fa
dell'uomo un essere politico. Se, come tanto spesso siamo sollecitati
a fare, seguissimo il consiglio di adeguare il senso della nostra
cultura allo stato attuale delle realizzazioni scientifiche, dovremmo
evidentemente adottare un sistema di vita in cui il linguaggio non
sarebbe più significativo. Infatti le scienze oggi sono state costrette
ad adottare un «linguaggio» di simboli matematici che, sebbene
inteso inizialmente solo come abbreviazione di proposizioni
discorsive, contiene ora enunciati tali da non poter essere in nessun
modo ritradotti nel discorso. Il motivo per cui sarebbe forse saggio
diffidare del giudizio politico degli scienziati "in quanto" scienziati
non è tanto la loro mancanza di «carattere» per non essersi rifiutati
di creare le armi atomiche - o la loro ingenuità per non aver
compreso che, una volta realizzate, essi sarebbero stati gli ultimi a
venire consultati sul loro uso - ma il fatto che essi si muovono in un
mondo in cui il linguaggio ha perduto il suo potere. E qualsiasi cosa
l'uomo faccia, conosca o esperimenti, può avere un significato solo
nella misura in cui se ne può parlare. Ci possono essere verità oltre
il discorso, e possono essere di grande importanza per l'uomo al
singolare, cioè per l'uomo nella misura in cui non è un essere
politico, qualsiasi altra cosa possa essere. Ma gli uomini nella
pluralità, cioè, gli uomini in quanto vivono, si muovono e agiscono in
questo mondo, possono fare esperienze significative solo quando
possono parlare e attribuire reciprocamente un senso alle loro
parole.
Ancora più prossimo e forse altrettanto decisivo, è un altro evento
non meno temibile, l'avvento dell'automazione, che in pochi decenni
vuoterà probabilmente le fabbriche e libererà il genere umano dal
suo più antico e più naturale fardello, il giogo del lavoro e la
schiavitù della necessità. Anche qui, è in gioco un aspetto
fondamentale della condizione umana, ma la ribellione contro di
esso e il desiderio di essere liberati dalla «fatica e dall'affanno» del
lavoro non sono moderni ma vecchi come la storia che ci è stata
tramandata. La libertà dal lavoro in se stessa non è nuova; un
tempo era uno dei privilegi più radicati di pochi individui. E da
questo punto di vista può sembrare che il progresso scientifico e
l'evoluzione della tecnica siano stati impiegati solo per conseguire
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
ciò che tutte le generazioni passate avevano sognato senza poterlo
realizzare.
Tuttavia è così solo in apparenza. L'età moderna ha comportato
anche una glorificazione teoretica del lavoro, e di fatto è sfociata in
una trasformazione dell'intera società in una società di lavoro. La
realizzazione del desiderio, però, come avviene nelle fiabe, giunge al
momento in cui può essere solo una delusione. E' una società di
lavoratori quella che sta per essere liberata dalle pastoie del lavoro,
ed è una società che non conosce più quelle attività superiori e più
significative in nome delle quali tale libertà meriterebbe di essere
conquistata. In seno a questa società, che è egualitaria perché tale
è il modo in cui il lavoro fa vivere gli uomini, non c'è classe,
aristocrazia politica o spirituale da cui possa partire una
restaurazione delle altre capacità dell'uomo. Persino i presidenti, i re
e i primi ministri considerano le loro funzioni come un lavoro
necessario alla vita della società, e anche tra gli intellettuali sono
rimasti solo pochi individui isolati a considerare il loro lavoro come
un'attività creativa piuttosto che come un mezzo di sussistenza. Ci
troviamo di fronte alla prospettiva di una società di lavoratori senza
lavoro, privati cioè della sola attività rimasta loro. Certamente non
potrebbe esserci niente di peggio.
A tali preoccupazioni e difficoltà questo libro non offre una risposta.
Risposte del genere vengono date ogni giorno, riguardano la pratica
politica, soggetta all'accordo di molti, e non possono certo tener
conto di considerazioni teoretiche o dell'opinione di una persona,
come se si trattasse qui di problemi per i quali una sola soluzione è
possibile. Ciò che io propongo piuttosto nelle pagine che seguono è
una riconsiderazione della condizione umana dal punto di vista
privilegiato che ci concedono le nostre più avanzate esperienze e le
nostre più recenti paure. Questo, evidentemente, è materia del
pensiero, e la mancanza di pensiero - l'incurante superficialità o la
confusione senza speranza o la ripetizione compiacente di «verità»
diventate vuote e trite - mi sembra tra le principali caratteristiche
del nostro tempo. Quello che io propongo, perciò, è molto semplice:
niente di più che pensare a ciò che facciamo.
«Ciò che facciamo» è infatti il tema principale di questo libro. Esso
concerne solo le articolazioni più elementari della condizione umana,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
quelle attività che tradizionalmente, almeno nell'opinione corrente,
sono alla portata di ogni essere umano. Per questa e per altre
ragioni, la più alta e forse la più pura attività di cui l'uomo è capace,
il pensiero, non viene presa in considerazione. Sistematicamente,
perciò, il libro si limita a un esame dell'attività lavorativa,
dell'«opera» e dell'azione, che costituiscono l'oggetto dei tre capitoli
centrali. L'ultimo capitolo, di carattere storico, tratta dell'età
moderna, e nel corso di tutto il libro vengono esaminate le diverse
costellazioni nella gerarchia delle attività, così come le conosciamo
in base alla storia dell'Occidente.
Tuttavia l'età moderna non si identifica con il mondo moderno. Da
un punto di vista scientifico, l'età moderna, che cominciò nel
diciassettesimo secolo, è terminata agli inizi del ventesimo; da un
punto di vista politico, il mondo moderno, in cui viviamo oggi, è nato
con le prime esplosioni atomiche. Io non prendo in esame questo
mondo moderno, che pure costituisce lo sfondo di questo libro. Mi
limito, piuttosto, a un'analisi di quelle generali capacità umane che
nascono dalla condizione umana e che sono permanenti, che cioè
non possono andare irreparabilmente perdute finché la stessa
condizione umana non sia cambiata. Lo scopo dell'analisi storica qui
svolta, d'altro canto, è ricondurre l'alienazione del mondo moderno la sua duplice fuga dalla terra all'universo e dal mondo all'io - alle
sue origini, e ciò al fine di arrivare a comprendere la natura della
società, quale si è sviluppata e mostrata al momento in cui fu
sopraffatta dall'avvento di un'era nuova e ancora sconosciuta.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Parte prima.
LA CONDIZIONE UMANA.
1. LA "VITA ACTIVA" E LA CONDIZIONE UMANA.
Con il termine "vita activa" propongo di designare tre fondamentali
attività umane: l'attività lavorativa, l'operare e l'agire; esse sono
fondamentali perché ognuna corrisponde a una delle condizioni di
base in cui la vita sulla terra è stata data all'uomo.
L'attività lavorativa corrisponde allo sviluppo biologico del corpo
umano, il cui accrescimento spontaneo, metabolismo e decadimento
finale sono legati alle necessità prodotte e alimentate nel processo
vitale dalla stessa attività lavorativa. La condizione umana di
quest'ultima è la vita stessa.
L'operare è l'attività che corrisponde alla dimensione non-naturale
dell'esistenza umana, che non è assorbita nel ciclo vitale sempre
ricorrente della specie e che, se si dissolve, non è compensata da
esso. Il frutto dell'operare è un mondo «artificiale» di cose,
nettamente distinto dall'ambiente naturale. Entro questo mondo è
compresa ogni vita individuale, mentre il significato stesso
dell'operare sta nel superare e trascendere tali limiti. La condizione
umana dell'operare è l'essere-nel-mondo.
L'azione, la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini
senza la mediazione di cose materiali, corrisponde alla condizione
umana della pluralità, al fatto che gli uomini, e non l'Uomo, vivono
sulla terra e abitano il mondo. Anche se tutti gli aspetti della nostra
esistenza sono in qualche modo connessi alla politica, questa
pluralità è specificamente "la" condizione - non solo la "conditio sine
qua non", ma la "conditio per quam" - di ogni vita politica. Così il
linguaggio dei romani, forse il popolo più dedito all'attività politica
che sia mai apparso, impiegava le parole «vivere» ed «essere tra gli
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
uomini» ("inter homines esse"), e rispettivamente «morire» e
«cessare di essere tra gli uomini» ("inter homines esse desinere")
come sinonimi. Ma nella sua forma più elementare, la condizione
umana dell'azione è implicita anche nella "Genesi" («Egli "li" creò
maschio e femmina»), se accettiamo questa versione della creazione
del genere umano e non quella secondo cui Dio originariamente
creò solo l'Uomo ("Adam", «lo» e non «li»), così che la moltitudine
degli esseri umani è il risultato di una moltiplicazione (1). L'azione
sarebbe un lusso superfluo, una capricciosa interferenza con le leggi
generali del comportamento, se gli uomini fossero semplicemente
illimitate ripetizioni riproducibili dello stesso modello, la cui natura o
essenza fosse la stessa per tutti e prevedibile come quelle di
qualsiasi altra cosa. La pluralità è il presupposto dell'azione umana
perché noi siamo tutti uguali, cioè umani, ma in modo tale che
nessuno è mai identico ad alcun altro che visse, vive o vivrà.
Tutte e tre le attività e le loro corrispondenti condizioni sono
intimamente connesse con le condizioni più generali dell'esistenza
umana: nascita e morte, natalità e mortalità. L'attività lavorativa
assicura non solo la sopravvivenza individuale, ma anche la vita
della specie. L'operare e il suo prodotto, l'«artificio» umano,
conferiscono un elemento di permanenza e continuità alla
limitatezza della vita mortale e alla labilità del tempo umano.
L'azione, in quanto fonda e conserva gli organismi politici, crea la
condizione per il ricordo, cioè la storia. Lavoro, opera e azione sono
anche radicati nella natalità in quanto hanno il compito di fornire e
preservare il mondo per i nuovi venuti, che vengono al mondo come
stranieri, e di prevederne e valutarne il costante afflusso. Tuttavia,
delle tre attività, è l'azione che è in più stretto rapporto con la
condizione umana della natalità; il cominciamento inerente alla
nascita può farsi riconoscere nel mondo solo perché il nuovo venuto
possiede la capacità di dar luogo a qualcosa di nuovo, cioè di agire.
Alla luce di questo concetto di iniziativa, un elemento di azione, e
perciò di natalità, è intrinseco in tutte le attività umane. Inoltre,
poiché l'azione è l'attività politica per eccellenza, la natalità, e non la
mortalità, può essere la categoria centrale del pensiero politico in
quanto si distingue da quello metafisico.
La condizione umana è più ampia delle condizioni nelle quali l'uomo
ha cominciato a vivere. Gli uomini sono esseri condizionati perché
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
ogni cosa con cui vengono in contatto diventa immediatamente una
condizione della loro esistenza. Il mondo in cui si svolge la "vita
activa" consiste di cose prodotte dalle attività umane; ma proprio le
cose che devono la loro esistenza solo agli uomini condizionano
costantemente i loro artefici. In aggiunta alle condizioni cui è
sottoposta la vita dell'uomo sulla terra, e solo in parte al di fuori di
esse, gli uomini creano costantemente le proprie autonome
condizioni, che, nonostante la loro origine umana e la loro
variabilità, possiedono lo stesso potere di condizionamento delle
cose naturali. Tutto ciò che è in relazione prolungata con la vita
dell'uomo assume immediatamente il carattere di una condizione
dell'esistenza umana. Questa è la ragione per cui gli uomini,
qualsiasi cosa facciano, sono sempre esseri condizionati. Qualunque
elemento entri a far parte del mondo umano, per disposizione
spontanea o per iniziativa dell'uomo, diviene parte della condizione
umana. L'urto della realtà del mondo con l'esistenza umana è
percepito e accolto come una forza condizionante. L'oggettività del
mondo - il suo carattere oggettivo o cosale - e la condizione umana
si integrano reciprocamente; poiché l'esistenza umana è
un'esistenza condizionata, sarebbe impossibile senza le cose, e le
cose sarebbero un coacervo di enti privi di relazioni, un non-mondo,
se non condizionassero l'esistenza umana.
La condizione umana, si badi bene, non coincide con la natura
umana, e la somma delle attività e delle capacità dell'uomo che
corrispondono alla condizione umana non costituisce nulla di simile
alla natura umana. Infatti né quelle di cui abbiamo parlato né quelle
che non intendiamo esaminare, come il pensiero e la ragione, e
neppure le più meticolose specificazioni di esse, costituiscono
caratteristiche essenziali dell'esistenza umana nel senso che, se non
ci fossero, quest'esistenza non sarebbe più umana. Il più radicale
mutamento nella condizione umana che noi possiamo immaginare
sarebbe un'emigrazione degli uomini dalla terra in un altro pianeta.
Un evento del genere, non più del tutto impossibile, comporterebbe
per l'uomo il dover vivere in condizioni create dall'uomo,
radicalmente diverse da quelle che gli offre la terra. In tal caso, né
l'attività lavorativa, né l'operare, né l'azione, e neppure il pensiero,
così come lo conosciamo, avrebbero più alcun senso. Tuttavia anche
questi ipotetici emigranti sarebbero umani; ma la sola affermazione
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
che potremmo fare circa la loro «natura» è che essi sarebbero pur
sempre esseri condizionati, anche se in una condizione in buona
parte autodeterminata.
Il problema della natura umana ("quaestio mihi factus sum" [«io
stesso sono divenuto domanda»] come dice sant'Agostino) pare
insolubile sia nel suo senso psicologico individuale sia nel suo senso
filosofico generale. E' molto improbabile che noi, che possiamo
conoscere, determinare e definire l'essenza naturale di tutte le cose
che ci circondano, di tutto ciò che non siamo, possiamo mai essere
in grado di fare lo stesso per noi: sarebbe come scavalcare la nostra
ombra. Per di più, nulla ci autorizza a ritenere che l'uomo abbia una
natura o un'essenza affini a quelle delle altre cose. In altre parole,
se abbiamo una natura o un'essenza, allora certamente soltanto un
dio potrebbe conoscerla e definirla, e il primo requisito sarebbe che
egli fosse in grado di parlare di un «chi» come se fosse un «che
cosa» (2). La difficoltà sta nel fatto che le modalità della conoscenza
umana riferibili alle cose dotate di qualità «naturali», compresi noi
stessi nella misura limitata in cui rappresentiamo la specie più
altamente sviluppata della vita organica, si rivelano inadeguate
quando ci chiediamo: «E "chi" siamo noi?» Questa è la ragione per
cui tutti i tentativi di definire la natura umana quasi invariabilmente
finiscono con l'introduzione di una divinità, cioè con il dio dei filosofi,
che, da Platone in poi, si rivela a un esame rigoroso come una
specie di idea platonica dell'uomo. Naturalmente, smascherare tali
concetti filosofici del divino come concettualizzazioni di potenzialità e
qualità umane non costituisce una dimostrazione, e neppure un
argomento, della non-esistenza di Dio; ma il fatto che i tentativi di
definire la natura dell'uomo conducano così facilmente a un'idea che
ci si impone distintamente come «super-umana» e che viene perciò
identificata con il divino, può destare dei dubbi sulla possibilità di un
adeguato concetto di «natura umana».
D'altra parte, le condizioni dell'esistenza umana - vita, natalità e
mortalità, mondanità, pluralità e terra - non potranno mai
«spiegare» che cosa noi siamo o rispondere alla domanda «chi
siamo noi?» per la semplice ragione che non ci condizionano in
maniera assoluta. Questa è sempre stata l'opinione della filosofia,
distinta dalle scienze - antropologia, psicologia, biologia eccetera che parimenti si occupano dell'uomo. Ma oggi possiamo quasi dire di
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
aver dimostrato anche scientificamente che, sebbene noi ora
viviamo, e probabilmente vivremo sempre, soggetti alle condizioni
della terra, non siamo meramente creature legate-alla-terra. La
moderna scienza naturale deve i suoi grandi trionfi all'aver osservato
e trattato la natura legata-alla-terra da un punto di vista veramente
universale, cioè da un punto di partenza archimedeo, preso,
programmaticamente ed esplicitamente, fuori dalla terra.
2. IL TERMINE "VITA ACTIVA".
Il termine "vita activa" è sovraccarico di tradizione. Esso è antico
quanto la nostra tradizione di pensiero politico, ma non più di essa.
E questa tradizione, lungi dal comprendere e concettualizzare tutte
le esperienze politiche dell'umanità dell'Occidente, è scaturita da una
specifica costellazione storica: il processo di Socrate e il conflitto tra
il filosofo e la "polis". Essa eliminò molte esperienze di un
precedente passato che erano divenute irrilevanti rispetto ai suoi
immediati obiettivi politici, e si sviluppò in modo altamente selettivo
sino a giungere alla fine con l'opera di Karl Marx. Il termine "vita
activa", che nella filosofia medievale è la traduzione corrente
dell'aristotelico "bios politikos", già ricorre in Agostino, dove, come
"vita negotiosa" o "actuosa", riflette ancora il suo significato
originale: una vita dedicata alle questioni pubblico-politiche (3).
Aristotele distinse tre modi di vita ("bioi") che gli uomini potrebbero
scegliere in libertà, cioè in piena indipendenza dalle necessità della
vita e dalle relazioni da esse originate. Questo prerequisito della
libertà escludeva tutti i modi di vita principalmente dediti alla
conservazione della vita stessa - non solo il lavoro, che definiva
l'esistenza dello schiavo, del tutto condizionato dalla necessità di
sopravvivere e dal dominio del padrone, ma anche l'operare del
libero artigiano e l'attività acquisitiva del mercante. In breve, esso
escludeva chiunque, involontariamente o volontariamente, per tutta
la vita o temporaneamente, avesse perduto la libera facoltà di
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
disporre dei suoi movimenti e delle sue attività (4). Gli altri tre modi
di vita avevano la caratteristica comune di concernere il «bello»,
cioè le cose né necessarie né meramente utili: la vita dei piaceri
corporei in cui il bello, come si offre, viene consumato; la vita
dedicata alla "polis", in cui l'eccellere produce belle imprese; e la
vita del filosofo dedita all'indagine e alla contemplazione delle cose
eterne, la cui immortale bellezza non può essere prodotta
dall'intervento produttivo dell'uomo né mutata dal fatto che egli le
consumi (5).
La principale differenza tra l'accezione aristotelica e quella
medievale del termine è che "bios politikos" denotava esplicitamente
solo il regno degli affari umani, insistendo sull'azione, la "praxis",
necessaria per istituirlo e mantenerlo in vita. Né il lavoro né l'opera
sembravano avere sufficiente dignità per costituire comunque un
"bios", un modo di vita autonomo e autenticamente umano; poiché
essi servivano e producevano ciò che era necessario e utile, non
potevano essere liberi, indipendenti dalle necessità e dalle esigenze
umane (6). La vita politica sfuggiva a questa condanna perché la
concezione greca faceva della "polis" una forma di organizzazione
peculiare e liberamente scelta, non una mera forma d'azione
necessaria per tenere uniti gli uomini in un modo ordinato. Questo
non vuol dire che i greci o Aristotele ignorassero che la vita umana
richiede sempre qualche forma di organizzazione politica, e che il
governo esercitato sui soggetti potrebbe costituire un modo di vita
particolare: ma quello tipico del despota, essendo «meramente» una
necessità, non poteva essere considerato libero e non aveva
relazioni con il "bios politikos" (7).
Con la scomparsa dell'antica città-stato - sant'Agostino era forse
l'ultimo a sapere almeno cosa significasse un tempo essere un
cittadino - il termine "vita activa" perdette il suo significato
specificamente politico e indicò ogni genere di partecipazione attiva
alle cose di questo mondo. Certo, ciò non significa che l'attività
lavorativa e l'operare avessero conquistato un rango più elevato
nella gerarchia delle attività umane e una dignità pari alla vita
dedicata alla politica (8). Si trattava piuttosto di un processo
contrario: l'azione veniva ora annoverata tra le necessità della vita
terrena, cosicché rimaneva la contemplazione (il "bios theoretikos",
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
tradotto con "vita contemplativa") come solo modo di vita
veramente libero (9).
Tuttavia, l'enorme superiorità della contemplazione sull'attività di
qualsiasi genere, non esclusa l'azione, non è di origine cristiana. La
troviamo nella filosofia politica di Platone, dove l'intera
riorganizzazione utopistica della vita della "polis" non solo è diretta
dall'intuizione superiore del filosofo ma non ha altro scopo che
rendere possibile il modo di vita del filosofo. L'articolazione
aristotelica dei diversi modi di vita, nel cui ordine il piacere svolge
una funzione di secondo piano, è evidentemente improntata
all'ideale della contemplazione ("theoria"). All'antica libertà dalle
necessità della vita e dalle costrizioni degli altri, il filosofo aggiunge
la libertà e il ritiro dalla vita pubblica ("schole") per cui la più tarda
aspirazione cristiana a essere liberi dall'implicazione negli affari
profani, da tutte le faccende di questo mondo, fu preceduta e
scaturì dalla "apolitia" filosofica della tarda antichità. Ciò che era
stato rivendicato soltanto dai pochi era ora considerato un diritto di
tutti.
Il termine "vita activa", comprendente tutte le attività umane e
definito dal punto di vista della assoluta quiete contemplativa,
corrisponde tuttavia più strettamente alla "askholia" greca,
«inquietudine», con cui Aristotele designava ogni attività, piuttosto
che all'espressione greca "bios politikos". Antica quanto Aristotele, la
distinzione tra quiete e inquietudine, tra un'astensione quasi
assoluta dal movimento fisico esterno e l'attività d'ogni genere, è più
decisiva che la distinzione tra il modo di vita politico e quello
teoretico, perché può essere eventualmente ritrovata all'interno di
ciascuno dei tre modi di vita. Essa è simile alla distinzione tra la
guerra e la pace: proprio come la guerra ha luogo in nome della
pace, così ogni genere di attività, perfino i processi di puro pensiero,
debbono culminare nell'assoluta quiete contemplativa (11). Tutti i
movimenti, quelli del corpo e dell'anima come quelli del linguaggio e
della riflessione, debbono cessare di fronte alla verità. La verità, sia
essa l'antica verità dell'Essere o la verità cristiana del Dio vivente,
può rivelarsi soltanto in una completa serenità umana (12)
Nella tradizione che giunge fino all'inizio dell'età moderna, il termine
"vita activa" non perdette mai il suo significato negativo di «in-
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
quietudine», "nec-otium"," a-skholia". In tal modo esso rimaneva
intimamente legato alla sempre più fondamentale distinzione greca
tra cose che sono per sé e cose che devono la loro esistenza
all'uomo, tra cose che sono "physei" e cose che sono "nomo". Il
primato della contemplazione sopra l'attività si fonda sulla
convinzione che nessuna opera prodotta dalle mani dell'uomo possa
eguagliare in bellezza e verità il "kosmos" fisico, che ruota
nell'eternità immutabile senz'alcuna interferenza o assistenza
dall'esterno, da parte dell'uomo o di dio. Questa eternità si dischiude
agli occhi mortali solo quando tutti i movimenti e le attività umane
sono in perfetto riposo. Paragonate a quest'attitudine di quiete,
tutte le distinzioni e articolazioni entro la "vita activa" scompaiono.
Dal punto di vista della contemplazione, non ha importanza che cosa
disturbi la quiete necessaria, quando questa sia disturbata.
Tradizionalmente, perciò, il termine "vita activa" riceve il suo
significato dalla "vita contemplativa"; la sua limitatissima dignità le è
conferita dal fatto che essa serve la necessità e il bisogno di
contemplazione in un corpo vivente (13). Il cristianesimo, con la sua
fede in una vita futura le cui gioie si annunciano nell'estasi della
contemplazione (14), conferì una sanzione religiosa alla
degradazione della "vita activa" a funzione secondaria, dipendente;
ma la determinazione di questo ordine coincise con l'effettiva
scoperta della contemplazione ("theoria") come facoltà umana,
nettamente diversa dal pensiero e dal ragionamento, che si verificò
nella scuola socratica e che da allora in poi ha governato il pensiero
metafisico e politico durante tutta la nostra tradizione (15). Non è
necessario, per lo scopo che mi propongo, esaminare le ragioni di
questa tradizione. Ovviamente sono più profonde delle occasioni
storiche che originarono il conflitto tra la "polis" e il filosofo e da ciò,
quasi incidentalmente, condussero anche alla scoperta della
contemplazione come modo di vita del filosofo. Esse devono basarsi
su un aspetto del tutto differente della condizione umana, e questa
diversità non si esaurisce nelle varie articolazioni della "vita activa";
possiamo anche supporre che non si esaurirebbe neppure se il
pensiero e il movimento del l'attività intellettiva fossero compresi in
essa.
Se, quindi, l'uso del termine "vita activa", com'è da me proposto in
questa sede, contraddice apertamente la tradizione, ciò avviene
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
perché io dubito non della validità dell'esperienza da cui nasce la
distinzione ma piuttosto dell'ordine gerarchico inerente a essa dal
suo inizio. Questo non significa che io desideri contestare o anche
solo discutere, in questa sede, il tradizionale concetto della verità
come rivelazione e quindi come qualcosa di essenzialmente dato
all'uomo, o che io preferisca l'affermazione pragmatica, tipica
dell'età moderna, che l'uomo può conoscere solo ciò che produce
egli stesso. La mia obiezione è semplicemente questa: l'enorme
peso della contemplazione nella gerarchia tradizionale ha oscurato le
distinzioni e le articolazioni all'interno della "vita activa" stessa, e
nonostante le apparenze, questa condizione non è stata
radicalmente mutata dalla moderna rottura con la tradizione e dal
rovesciamento del suo ordine gerarchico in Marx e Nietzsche.
Dipende dalla natura effettiva del famoso «rovesciamento» dei
sistemi filosofici o dei valori comunemente accettati, cioè dalla
natura dell'operazione stessa, il fatto che il quadro concettuale sia
rimasto più o meno intatto.
Il moderno capovolgimento condivide con la gerarchia tradizionale
l'assunto che la stessa preoccupazione umana centrale deve
prevalere in tutte le attività degli uomini, perché senza un principio
comprensivo fondamentale nessun ordine potrebbe essere stabilito.
Questo assunto non è scontato, e l'uso che io faccio dell'espressione
"vita activa" presuppone che l'interesse relativo alle varie attività che
la compongono non sia simile, e non sia inferiore o superiore, a
quello centrale della "vita contemplativa".
3. ETERNITA' E IMMORTALITA'.
Che i vari modi di impegnarsi attivamente nelle cose di questo
mondo, da una parte, e il puro pensiero culminante nella
contemplazione dall'altra, potessero corrispondere a due tipi decisivi
di interesse umano del tutto differenti è stato abbastanza evidente
da quando «gli uomini di pensiero e gli uomini di azione
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
cominciarono a prendere strade diverse» (16), dal sorgere cioè del
pensiero politico nella scuola socratica. Comunque, quando i filosofi
scoprirono - ed è probabile, anche se non ne abbiamo le prove, che
questa scoperta fosse dovuta allo stesso Socrate - che la sfera
politica non provvedeva ovviamente a tutte le attività superiori
dell'uomo, essi asserirono d'un tratto non di aver trovato qualcosa di
diverso in aggiunta a ciò che era già noto, ma di aver trovato un
principio superiore da sostituire a quello che governava la "polis". Il
modo più breve, benché un po' superficiale, per indicare questi due
principi differenti e in parte anche contrastanti, è quello di
richiamare la distinzione tra immortalità ed eternità.
Immortalità significa permanenza nel tempo, vita senza morte su
questa terra e in questo mondo come era concessa, secondo la
concezione greca, alla natura e agli dei olimpici. Sullo sfondo della
vita sempre ricorrente della natura e della vita senza morte e senza
età degli dei, si collocavano gli uomini, i soli mortali in un universo
immortale ma non eterno, al cospetto delle vite immortali dei loro
dei ma non sottoposti alla legge di un Dio eterno. Se prestiamo fede
a Erodoto, la differenza tra gli dei immortali e un Dio eterno sembra
aver colpito il pensiero dei greci prima dell'elaborazione concettuale
dei filosofi, e quindi prima dell'esperienza specificamente greca
dell'eterno implicita in questa elaborazione. Erodoto, esaminando le
forme asiatiche di culto e credenza in un Dio invisibile, osserva
esplicitamente che rispetto al Dio trascendente (come diremmo
oggi) che è al di là del tempo, della vita e dell'universo, gli dei greci
sono "anthropophyeis", hanno la stessa natura, non semplicemente
la stessa forma, dell'uomo (17). La concezione greca dell'immortalità
emerse dalla loro esperienza di una natura immortale e di dei
immortali che insieme circondavano le vite individuali degli uomini
mortali. Inserita in un cosmo dove ogni cosa era immortale, la
mortalità diveniva il contrassegno dell'esistenza umana. Gli uomini
sono «i mortali», le sole cose mortali esistenti, perché diversamente
dagli animali essi non esistono soltanto come membri di una specie
la cui vita immortale è garantita attraverso la procreazione (18). La
mortalità degli uomini dipende dal fatto che la vita individuale, con
una storia riconoscibile dalla nascita alla morte, emerge dalla vita
biologica. Questa vita individuale si distingue da tutte le altre cose
per il corso rettilineo del suo movimento, che, per così dire, taglia
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
quello circolare della vita biologica. La mortalità è questo: muoversi
lungo una linea retta in un universo dove ogni cosa dotata di
movimento si muove in un ordine ciclico.
Il compito e la potenziale grandezza dei mortali sta nella loro
capacità di produrre cose - opere, azioni e parole (19) - che
potrebbero essere, e che almeno fino a un certo punto sono, degne
dell'eternità, così che grazie a esse i mortali possano trovare posto
in un cosmo dove tutto è immortale tranne loro stessi. Grazie alla
loro capacità di compiere cose immortali e di lasciarsi alle spalle
tracce imperiture, gli uomini, nonostante la mortalità individuale,
conseguono essi stessi un'immortalità e rivelano una natura
«divina». La distinzione tra l'uomo e l'animale si manifesta nella
stessa specie umana: soltanto i migliori ("aristoi"), che
costantemente provino di essere i migliori ("aristeuein", un verbo
che non ha un valido equivalente in nessun'altra lingua) e che
«preferiscano una fama immortale alle cose mortali», sono
realmente umani; gli altri, che si appagano di qualsiasi piacere la
natura procuri loro, vivono e muoiono come animali. Questa era
ancora l'opinione di Eraclito (20), di cui si troverà difficilmente un
equivalente nei filosofi postsocratici.
Nel nostro contesto non ha grande importanza sapere se sia stato
Socrate o Platone a scoprire l'eterno come il vero fulcro del pensiero
rigorosamente metafisico. Può deporre a favore di Socrate il fatto
che, tra i grandi pensatori, solo lui - unico in questo, come in molti
altri aspetti - non si sia mai preoccupato di mettere per iscritto i suoi
pensieri; infatti è ovvio che in qualsiasi modo un pensatore si
interessi all'eternità, nel momento in cui egli comincia a scrivere i
suoi pensieri cessa di occuparsi esclusivamente dell'eternità e si
preoccupa che quei pensieri vengano tramandati. Egli è entrato
nella "vita activa" e ha scelto la sua strada verso la permanenza e la
potenziale immortalità. Una cosa però è certa: è soltanto in Platone
che l'attenzione verso l'eterno e la vita del filosofo sono considerati
essenzialmente contraddittorie fra loro, e che la ricerca
dell'immortalità entra in conflitto con il modo di vita del cittadino, il
"bios politikos".
Il filosofo può avere esperienza dall'eterno, che era per Platone
"arrheton" («ineffabile»), e per Aristotele "aneu logou" («senza
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
parola»), e che più tardi fu concettualizzato nel paradossale "nunc
stans" («adesso che perdura»), soltanto al di fuori del regno degli
affari umani e al di fuori della pluralità degli uomini. Ecco ciò che ci
insegna la parabola della caverna nella "Repubblica" di Platone,
dove il filosofo, liberatosi dalle catene che lo legavano ai suoi simili,
lascia la caverna in perfetta «singolarità», cioè né accompagnato né
seguito da altri. Politicamente parlando, se morire è «cessare di
essere tra gli uomini», l'esperienza dell'eterno è una specie di morte,
e la sola cosa che la distingue dalla morte reale è il fatto che essa
non è definitiva perché nessuna creatura vivente può permanervi
per un tempo indeterminato. Ed è proprio questo che separa la "vita
contemplativa" dalla "vita activa" nel pensiero medievale (21):
l'esperienza dell'eterno, diversamente da quella dell'immortale, non
deve avere nessuna corrispondenza con una qualsiasi attività e non
può essere trasformata in essa, poiché anche l'attività del pensiero,
che ha luogo in noi per mezzo di parole, è ovviamente non solo
inadeguata a renderla ma interromperebbe e impedirebbe
l'esperienza stessa.
"Theoria", o «contemplazione», è il nome dato all'esperienza
dell'eterno, in quanto distinta da tutti gli altri modi di atteggiarsi in
relazione all'immortalità. Può darsi che la scoperta dell'eterno da
parte dei filosofi sia stata favorita dal loro scetticismo,
indubbiamente giustificato, nei confronti dell'immortalità, o anche
solo della permanenza, della "polis". Forse questa consapevolezza fu
così sconvolgente che essi non poterono poi fare a meno di
deplorare ogni sforzo per l'immortalità come vanità e vanagloria,
ponendosi in aperta opposizione all'antica città-stato e alla religione
che la ispirava. Tuttavia, il successo definitivo della preoccupazione
per l'eternità sopra ogni genere di aspirazione all'immortalità non è
dovuta al pensiero filosofico. La caduta dell'Impero Romano
dimostrò chiaramente che nessuna opera dei mortali può essere
immortale, e contemporaneamente a essa la dottrina cristiana, che
prometteva all'individuo una vita eterna, divenne la religione
esclusiva dell'umanità occidentale. Questi due avvenimenti
rivelavano come ogni sforzo per raggiungere l'immortalità terrena
fosse futile, ed essi riuscirono tanto bene a subordinare la "vita
activa" e il "bios politikos" alla contemplazione, che neppure
l'avvento della secolarizzazione nell'età moderna e il concomitante
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
rovesciamento della gerarchia tradizionale tra azione e
contemplazione furono sufficienti a salvare dall'oblio la brama per
l'immortalità che originariamente era stata la fonte e il centro della
"vita activa".
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Parte seconda. LO SPAZIO PUBBLICO E LA SFERA PRIVATA.
4. L'UOMO: ANIMALE SOCIALE O ANIMALE POLITICO.
La "vita activa", la vita umana in quanto è attivamente impegnata in
qualcosa, è sempre radicata in un mondo di uomini e di cose fatte
dall'uomo che non abbandona mai o non trascende mai del tutto.
Cose e uomini costituiscono l'ambiente di ogni attività umana che
sarebbe priva di significato senza tale collocazione; tuttavia questo
ambiente, il mondo in cui siamo nati, non esisterebbe senza l'attività
umana che lo produce, con la fabbricazione delle cose; che se ne
prende cura, con la coltivazione della terra; che lo organizza,
mediante l'istituzione di un corpo politico. Non potrebbe esistere vita
umana, nemmeno quella degli eremiti nelle solitudini, senza un
mondo che, direttamente o indirettamente, attesti la presenza di
altri esseri umani.
Tutte le attività umane sono condizionate dal fatto che gli uomini
vivono insieme, ma solo l'azione non può essere nemmeno
immaginata fuori della società degli uomini. L'attività lavorativa non
richiede necessariamente la presenza di altri, benché un essere che
lavori in assoluta solitudine non sarebbe umano; sarebbe un "animal
laborans" nel significato più letterale del termine. Un uomo che
lavori, fabbrichi ed edifichi un mondo abitato solo da lui sarebbe sì
un costruttore, ma non "homo faber": avrebbe perduto la sua
qualità specificamente umana e sarebbe piuttosto un dio - non
certamente il Creatore, ma un demiurgo divino come quello
descritto da Platone in uno dei suoi miti. Solo l'azione è l'esclusiva
prerogativa dell'uomo; né una bestia né un dio ne sono capaci (1),
ed essa solo dipende interamente dalla costante presenza degli altri.
Questa speciale relazione tra azione ed essere-insieme sembra
giustificare pienamente l'antica traduzione del "zoon politikon" di
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Aristotele con "animal sociale", già reperibile in Seneca, che poi,
nella traduzione canonica di Tommaso d'Aquino, divenne: "homo est
naturaliter politicus, id est socialis" («l'uomo è per natura politico,
cioè sociale») (2). Più che una teoria elaborata, questa
inconsapevole sostituzione del sociale al politico rivela fino a che
punto la concezione originale greca della politica fosse andata
perduta. Riguardo a ciò, è significativo ma non decisivo il fatto che
la parola «sociale» sia originariamente romana e non abbia alcun
equivalente nel linguaggio e nel pensiero greco. Infatti l'uso latino
del termine "societas" aveva in origine un chiaro, benché limitato,
significato politico; esso indicava un'alleanza per un fine specifico,
come quando gli uomini si organizzano per governare o per
commettere un crimine (3). E' solo con il tardo concetto di una
"societas generis humani" («società del genere umano») (4) che il
termine «sociale» comincia ad acquistare il significato generale di
una condizione umana fondamentale. Non che Platone o Aristotele
ignorassero o non avessero considerato il fatto che l'uomo non può
vivere fuori della compagnia degli uomini, ma non includevano
questa condizione tra le caratteristiche specificamente umane: al
contrario, ritenevano essa che fosse in comune con la vita animale,
e che solo per questa ragione non potesse essere
fondamentalmente umana. La vita in comune naturale, meramente
sociale, delle specie umane era considerata una limitazione
impostaci dalle necessità della vita biologica, che sono le stesse per
l'animale umano e per le altre forme di vita animale.
Secondo il pensiero greco, la capacità degli uomini di organizzarsi
politicamente non solo è differente, ma è in diretto contrasto con
l'associazione naturale che ha il suo centro nella casa ("oikia") e
nella famiglia. Il sorgere della città-stato significò per l'uomo
ricevere «accanto alla sua vita privata una sorta di seconda vita, il
suo "bios politikos". Ora ogni cittadino appartiene a due ordini di
esistenza; e c'è una netta distinzione nella sua vita tra ciò che è suo
proprio ("idion") e ciò che è in comune ("koinon")» (5). Che la
fondazione della "polis" fosse preceduta dalla distruzione delle
comunità basate sulla parentela, come la "phratria" e la "phyle" (6),
non era solo una teoria di Aristotele ma un semplice fatto storico. Di
tutte le attività necessarie e presenti nelle comunità umane, solo
due erano stimate politiche e costitutive di quello che Aristotele
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
chiamò il "bios politikos", cioè l'azione ("praxis") e il discorso
("lexis"), da cui trae origine il dominio degli affari umani ("ta ton
anthropon pragmata", come era solito chiamarlo Platone), dal quale
ogni cosa meramente necessaria o utile è rigorosamente esclusa.
Tuttavia, se è vero che solo la fondazione della città-stato
permetteva agli uomini di passare tutta la loro vita nell'attività
politica, nell'azione e nel discorso, non bisogna dimenticare come la
convinzione che queste due facoltà umane fossero complementari e
superiori a tutte le altre sembra abbia preceduto la "polis" e fosse
già presente nel pensiero presocratico. La grandezza dell'Achille
omerico può essere compresa solo se lo si concepisce come chi «è
autore di grandi imprese e pronuncia grandi discorsi» (7).
Diversamente dal modo moderno di intenderle, tali parole non erano
considerate grandi perché esprimevano grandi pensieri; al contrario,
come sappiamo dagli ultimi versi dell'"Antigone", era piuttosto la
capacità di pronunciare «parole grandi» ("megaloi logoi"), con cui
rispondere ai colpi inferti dagli dei, che avrebbe insegnato a pensare
nella vecchiaia (8). Il pensiero era secondario rispetto al discorso,
ma discorso e azione erano considerati coevi ed equivalenti, dello
stesso rango e dello stesso genere; e ciò originariamente significava
non solo che l'azione più politica, in quanto rimane estranea alla
sfera della violenza, si realizza nel discorso, ma anche, aspetto
questo fondamentale, che trovare le parole opportune al momento
opportuno, indipendentemente da quanto esse vogliano informare o
comunicare, significa agire. Solo la mera violenza è muta, e per
questa ragione soltanto essa non può mai essere grande. Anche
quando, relativamente tardi nell'antichità, le arti della guerra e del
discorso ("retorica") si affermarono come le due principali materie
politiche di educazione, tale sviluppo era ancora ispirato a queste
vecchie esperienze e tradizioni anteriori alla "polis" e rimaneva loro
soggetto.
Nell'esperienza della "polis", che non impropriamente è stata definita
come il corpo politico più d'ogni altro basato sulla parola, e ancor
più nella filosofia politica che da essa scaturì, azione e discorso si
separarono diventando attività sempre più indipendenti. Il discorso
divenne più importante dell'azione, e venne inteso come mezzo di
persuasione piuttosto che come modo specificamente umano di
rispondere, ribattere e reagire a tutto ciò che accadeva o si faceva.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Essere politici, vivere nella "polis", voleva dire che tutto si decideva
con le parole e la persuasione e non con la forza e la violenza. Nella
concezione greca, costringere gli altri con la violenza e imporre
invece
di
persuadere
costituivano
relazioni
prepolitiche
caratteristiche della vita fuori della "polis", di quella domestica e
familiare, dove il capofamiglia dettava legge con incontestato potere
dispotico, o di quella degli imperi barbarici dell'Asia, il cui dispotismo
era spesso paragonato all'organizzazione domestica.
La definizione aristotelica dell'uomo come "zoon politikon" era non
solo estranea ma anche opposta all'associazione naturale praticata
nella vita domestica, e può essere pienamente intesa solo se le si
pone accanto la seconda famosa definizione aristotelica dell'uomo
come "zoon logon ekhon" («un essere vivente capace di discorso»).
La traduzione latina di questa espressione, "animal rationale", si
basa su un malinteso fondamentale, come avvenne per il termine
«animale sociale». Aristotele non intendeva né definire l'uomo in
generale, né indicare la sua più alta facoltà, che per lui non era il
"logos", cioè il discorso o la ragione, ma il "nous", la capacità di
contemplazione, la cui principale caratteristica è che il suo contenuto
non può essere reso nel discorso (10). Nelle sue due più famose
definizioni, Aristotele formulava solo l'opinione corrente della "polis"
sull'uomo e sul modo di vita politico, e secondo questa opinione,
chiunque fosse fuori della "polis", schiavo o barbaro, era "aneu
logou", privo, naturalmente, non della facoltà di parlare, ma di un
modo di vita nel quale solo il discorso aveva senso e nel quale
l'attività fondamentale di tutti i cittadini era di parlare tra loro.
Il profondo travisamento espresso nella traduzione latina di
«politico» con «sociale» in nessun luogo è più manifesto che in un
passo in cui Tommaso d'Aquino paragona la natura del governo
domestico al governo politico: il capofamiglia, egli pensa, ha
qualcosa di simile al capo di un regno, ma, aggiunge, il suo potere
non è così «perfetto» come quello del re (11). Non solo in Grecia e
nella "polis", ma in tutta l'antichità occidentale, sarebbe certo stato
evidente che anche il potere del tiranno era meno grande, meno
«perfetto» di quello esercitato dal "pater familias", dal "dominus"
sopra la sua casa di schiavi e familiari. E questo non perché il potere
di chi governava la città fosse contrastato e controllato dal potere
combinato dei capifamiglia, ma perché, propriamente parlando,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
l'assoluto, incontestato dominio e la sfera politica si escludevano a
vicenda (12).
5. LA "POLIS" E LA SFERA DOMESTICA.
Benché il malinteso, espresso nell'equiparazione di sfera politica e
sfera sociale, risalga alla traduzione in latino di espressioni greche e
al loro adattamento al pensiero romano-cristiano, esso si è
ulteriormente aggravato nell'uso moderno e nella moderna
concezione della società. La distinzione tra una sfera di vita privata e
una pubblica corrisponde all'opposizione tra dimensione domestica e
dimensione politica, che sono esistite come entità distinte e separate
almeno dall'avvento dell'antica città-stato; ma l'affermazione del
dominio sociale, che non è né privato né pubblico, a rigor di termini,
è un fenomeno relativamente nuovo la cui origine coincise con il
sorgere dell'età moderna e che trovò la sua forma politica nello
stato nazionale.
Quello che qui ci interessa è la straordinaria difficoltà con cui noi, a
causa del processo indicato, ci rappresentiamo la decisiva
distinzione fra il dominio pubblico e il dominio privato, tra la sfera
della "polis" e la sfera domestica e della famiglia e, infine, tra le
attività relative a un mondo comune e quelle relative alla
conservazione della vita, distinzione su cui si basava tutto il pensiero
politico antico, che la considerava come evidente e assiomatica. Nel
nostro modo di pensare la distinzione si è completamente oscurata,
perché noi vediamo i popoli e le comunità politiche riflessi
nell'immagine di una famiglia le cui faccende quotidiane devono
essere sbrigate da una gigantesca amministrazione domestica su un
piano nazionale. La disciplina che corrisponde a questo processo
non è tanto la scienza politica quanto l'«economia nazionale» o
l'«economia sociale», o "Volkswirtschaft", nozioni che stanno a
indicare una specie di economia domestica collettiva (13); la
collettività di famiglie economicamente organizzate come facsimile di
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
una famiglia superumana è ciò che chiamiamo «società», e la sua
forma politica di organizzazione è la «nazione» (14). Ci è quindi
difficile renderci conto che secondo il pensiero antico l'espressione
«economia politica» sarebbe stata una contraddizione in termini:
tutto ciò che era «economico», pertinente alla vita dell'individuo e
alla sopravvivenza della specie, era una faccenda non-politica,
domestica, per definizione (15).
Storicamente è molto probabile che il sorgere della città-stato e del
dominio pubblico si sia realizzato a spese del dominio privato
familiare e domestico (16). Tuttavia l'antica santità del focolare,
benché molto meno pronunciata nella Grecia classica che nell'antica
Roma, non andò mai interamente perduta. Ciò che impediva alla
"polis" di violare la vita privata dei suoi cittadini e le faceva ritenere
sacri i confini di ogni proprietà non era il rispetto per la proprietà
privata come la intendiamo noi, ma il fatto che senza possedere una
casa un uomo non poteva partecipare agli affari del mondo, perché
in esso non aveva un luogo che fosse propriamente suo (17). Anche
Platone, i cui progetti politici prevedevano l'abolizione della proprietà
privata e un'estensione della sfera pubblica sino all'annullamento
totale della vita individuale, parla ancora con grande riverenza di
Zeus Herkeios, il protettore delle linee di confine, e chiama gli
"horoi" i confini tra una proprietà e un'altra, divini, senza vedere in
ciò alcuna contraddizione (18).
Il tratto distintivo della sfera domestica era che in essa gli uomini
vivevano insieme perché spinti dai loro bisogni e dalla loro
necessità. La forza che li spingeva era la vita stessa - i penati, gli dei
della casa, erano, secondo Plutarco, «gli dei che ci fanno vivere e
nutrono il nostro corpo» (19) - che, per la sua conservazione
individuale e la sua sopravvivenza come vita della specie, ha
bisogno della compagnia di altri. Che la sopravvivenza individuale
fosse compito dell'uomo e la sopravvivenza della specie compito
della donna era evidente, ed entrambe queste funzioni naturali, il
lavoro dell'uomo per provvedere il nutrimento e quello della donna
nel mettere al mondo dei figli, erano soggetti ai bisogni impellenti
della vita. La comunità naturale della casa era quindi frutto della
necessità, e questa determinava tutte le attività che vi avevano
luogo.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Il dominio della "polis", al contrario, era la sfera della libertà, e se
c'era una relazione tra queste due sfere, il controllo delle necessità
della vita nella sfera domestica era evidentemente il presupposto
della libertà della "polis". In nessuna circostanza la politica poteva
costituire solo un mezzo per proteggere la società - fosse una
società di credenti, come nel Medioevo, o una società di proprietari,
come in Locke, o una società caratterizzata da un incessante
processo di acquisizione, come in Hobbes, o una società basata sui
rapporti di produzione come in Marx, o una società di stipendiati,
come nel mondo occidentale, o una società di lavoratori, come nei
paesi socialisti e comunisti. In tutti questi casi, è la libertà (che in
qualche caso è solo apparente) della società che richiede e giustifica
la limitazione dell'autorità politica. La libertà è situata nel dominio
del sociale, e la forza o la violenza diventa il monopolio del potere.
Ciò che tutti i filosofi greci, anche se contrari alla vita della "polis",
tenevano per certo è che la libertà risiede esclusivamente nella sfera
politica, mentre la necessità è soprattutto un fenomeno prepolitico,
caratteristico dell'organizzazione domestica privata, e che la forza e
la violenza sono giustificate in questa sfera perché sono i soli mezzi
per aver ragione della necessità - per esempio, mediante il dominio
sugli schiavi - e diventare liberi. Poiché tutti gli esseri umani sono
soggetti alla necessità, essi sono disposti alla violenza verso gli altri;
e questa non è altro che l'atto prepolitico di liberarsi dalla necessità
della vita in nome della libertà del mondo. Questa libertà è la
condizione essenziale di quella che i greci chiamavano felicità,
"eudaimonia", che era una condizione oggettiva legata prima di
tutto alla ricchezza e alla salute. Essere poveri o essere ammalati
significava essere soggetti alla necessità fisica, ed essere schiavi
significava essere soggetti, in aggiunta, alla violenza umana. Questa
duplice e raddoppiata «infelicità» della schiavitù era del tutto
indipendente dal reale benessere soggettivo dello schiavo. Così, un
uomo libero povero preferiva l'instabilità di un lavoro che mutava
quotidianamente al lavoro regolare, che, limitando la sua libertà di
fare ogni giorno ciò che gli piaceva, era già vissuto come una servitù
("douleia"); anche un lavoro duro e penoso era preferito alla vita
facile di molti schiavi domestici (20).
La fotta prepolitica, tuttavia, con cui il capo di una casa reggeva la
famiglia e i suoi schiavi, e che era ritenuta necessaria perché l'uomo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
è un animale «sociale» prima di essere un «animale politico», non
ha niente in comune con il caotico «stato di natura», dalla cui
violenza, secondo il pensiero politico settecentesco, gli uomini
possono fuggire solo istituendo un governo che, mediante un
monopolio del potere e della violenza, abolirebbe la «guerra di tutti
contro tutti» mantenendo «tutti nel timore» (21). Al contrario,
l'intera concezione del dominio e della soggezione al dominio - del
governo e del potere così come oggi li intendiamo, nel senso di un
ordine dotato di regole - che caratterizza il pensiero moderno, era
considerata prepolitica e appartenente alla sfera privata piuttosto
che a quella pubblica.
La "polis" si distingueva dalla sfera domestica in quanto si basava
sull'eguaglianza di tutti i cittadini, mentre la vita familiare era il
centro della più rigida disuguaglianza. Essere liberi significava sia
non essere soggetti alla necessità della vita o al comando di un altro
sia non essere in una situazione di comando. Significava non
governare né essere governati (22). Nella sfera domestica, dunque,
non esisteva libertà; infatti, il capofamiglia era considerato libero
solo in quanto aveva il potere di lasciare la casa e accedere
all'ambito politico, dove tutti erano eguali. In verità, questa
eguaglianza realizzata nella sfera politica ha ben poco in comune
con il nostro concetto di eguaglianza: presupponeva infatti che si
vivesse con i propri pari, che si avesse a che fare solo con essi, e
che esistessero degli «ineguali» che, di fatto, erano sempre la
maggioranza della popolazione di una città-stato (23). Perciò
l'eguaglianza, lungi dall'essere connessa con la giustizia, come
nell'epoca moderna, era la vera essenza della libertà: essere liberi
voleva dire essere liberi dalla disuguaglianza connessa a ogni tipo di
dominio e muoversi in una sfera dove non si doveva né governare
né essere governati.
Tuttavia, la possibilità di descrivere la profonda differenza tra la
concezione moderna e quella antica della politica nei termini di una
ben definita opposizione, finisce qui. Nel mondo moderno, la sfera
sociale e quella politica sono molto meno distinte. Che la politica sia
soltanto una funzione della società, che l'azione, il discorso e il
pensiero siano in primo luogo sovrastrutture determinate da
interessi sociali, non è una scoperta di Karl Marx, ma al contrario è
un assunto che Marx accettò acriticamente dai teorici dell'economia
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
politica dell'età moderna. Questa concezione funzionale ci impedisce
di cogliere lo scarto che separa le due sfere; e non si tratta di una
semplice teoria o di una ideologia, poiché con il sorgere della
società, cioè con l'estendersi della «comunità domestica» ("oikia") o
delle attività economiche al dominio pubblico, la gestione della casa
e tutte le faccende che rientravano precedentemente nella sfera
familiare sono diventate una questione «collettiva» (24). Infatti, nel
mondo moderno, i due domini confluiscono costantemente l'uno
nell'altro, come onde nella corrente incessante dello stesso processo
della vita.
La scomparsa della distanza che gli antichi dovevano superare
quotidianamente per trascendere l'ambito ristretto della vita
domestica e «ascendere» alla sfera della politica è un fenomeno
essenzialmente moderno. Tale distanza tra privato e pubblico
esisteva ancora in un certo senso nel Medioevo, benché avesse
perso molta della sua importanza e si situasse in una dimensione
completamente diversa. E' stato giustamente osservato che dopo la
caduta dell'Impero Romano fu la Chiesa cattolica a offrire agli
uomini un sostituto della cittadinanza che era stata la prerogativa
del governo municipale (25). La tensione medievale tra l'oscurità
della vita quotidiana e il grandioso splendore che circondava tutte le
cose sacre, con la concomitante ascesa dal mondo profano a quello
religioso, corrisponde sotto molti aspetti all'ascesa dal privato al
pubblico nell'antichità. La differenza è naturalmente molto netta; per
quanto la Chiesa si insediasse in questo «mondo», era pur sempre
l'aspirazione a un mondo ultraterreno che cementava la comunità
dei credenti. Anche se solo con una certa difficoltà si può fare un
parallelo tra la sfera pubblica e quella religiosa, il dominio secolare
durante il feudalesimo fu invece molto vicino a ciò che il dominio
privato era stato nell'antichità. Il suo carattere distintivo era
l'assorbimento di tutte le attività nell'ambito domestico, dove
avevano solo un significato privato, e quindi l'assenza totale di una
sfera pubblica (26).
E' caratteristico di questo sviluppo del dominio privato, e in
particolare della differenza tra l'antico capofamiglia e il signore
feudale, il fatto che quest'ultimo potesse rendere giustizia entro i
limiti dei suoi poteri, diversamente dal primo che, mentre poteva
esercitare nell'ambito domestico un governo più o meno forte, non
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
concepiva la possibilità di leggi o di giustizia che nella sfera politica
(27). L'assorbimento di tutte le attività entro il dominio privato e il
modellarsi di tutte le relazioni umane sull'esempio della comunità
domestica diede origine a forme di organizzazione professionale
specificamente medievali nelle città stesse (gilde, "confréries" e
"compagnons") e anche alle prime compagnie commerciali, dove «la
originaria comunanza dei beni e della vita domestica sembra essere
indicata proprio dalla parola 'compagnia' ("companis")... [e] da
espressioni come 'uomini che mangiano lo stesso pane', 'uomini che
hanno uno stesso pane e uno stesso vino'» (28). Il concetto
medievale del «bene comune», lungi dall'indicare l'esistenza di un
ambito politico, riconosce solo che individui privati hanno interessi in
comune, materiali e spirituali, e che possono conservare la loro
"privacy" e attendere ai loro affari solo se uno di loro s'incarica di
badare a questo interesse comune. Ciò che distingue questo
atteggiamento essenzialmente cristiano verso la politica dalla realtà
moderna non è tanto il riconoscimento di un «bene comune»,
quanto l'esclusività della sfera privata e l'assenza di quell'ambito
curiosamente ibrido, dove gli interessi privati assumono significato
pubblico, che chiamiamo «società».
Non è quindi sorprendente che il pensiero politico medievale,
interessato esclusivamente alla sfera secolare, ignorasse lo scarto
tra l'esistenza protetta nell'ambito della vita domestica e l'essere
esposti senza alcuna protezione nella impietosa realtà della "polis", e
ignorasse di conseguenza il coraggio come una delle più elementari
virtù politiche. E' ancora motivo di stupore che il solo teorico politico
postclassico che, nello straordinario tentativo di restituire alla
politica la sua antica dignità, si accorse di tale distanza e intuì
quanto coraggio fosse necessario per superarla, fosse Machiavelli,
quando parla dell'ascesa «del Principe dalla bassa condizione all'alto
rango», dalla vita privata al principato, cioè dalle circostanze comuni
a tutti gli uomini alla gloria risplendente delle grandi gesta (29).
Lasciare la casa, prima per intraprendere qualche avventura o
qualche gloriosa impresa e più tardi semplicemente per dedicare la
propria vita agli affari della città, richiedeva coraggio perché solo
nella casa ci si poteva preoccupare della propria vita e
sopravvivenza. Chiunque volesse accedere alla sfera politica doveva
prima essere pronto a rischiare la vita, e un amore troppo grande
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
per la vita impediva la libertà, era un segno certo di spirito servile
(30). Il coraggio diventava quindi la virtù politica per eccellenza, e
solo gli uomini che ne erano in possesso potevano essere ammessi a
una comunanza che era politica nel contenuto e negli scopi e che
pertanto trascendeva il mero essere-insieme imposto a tutti schiavi, barbari e greci - dalle urgenze della vita (31). La «buona
vita», come Aristotele chiamava la vita del cittadino, non era quindi
solo migliore, più libera da preoccupazioni pratiche o più nobile della
vita ordinaria, ma di una qualità del tutto differente. Era «buona» in
quanto, per aver acquistato padronanza delle necessità della nuda
vita, per essersi liberata dalla fatica e dal lavoro, e per aver superato
l'istinto, innato in tutte le creature viventi, della sopravvivenza, non
era più legata al processo biologico della vita.
Alla radice della coscienza politica greca troviamo una insuperabile
chiarezza e capacità di articolare tale distinzione. Nessuna attività
che servisse solo allo scopo di procurare mezzi di sussistenza, di
alimentare il processo vitale, poteva essere ammessa nell'ambito
politico, e ciò comportava il grave rischio di abbandonare i traffici e
la manifattura all'industriosità di schiavi e forestieri, tanto che Atene
divenne certamente la «pensionopolis» con un «proletariato di
consumatori» che Max Weber ha descritto così vivamente (32).
L'autentico carattere di questa "polis" è ancora manifesto nelle
filosofie politiche di Platone e Aristotele, anche se la linea di
demarcazione tra sfera domestica e "polis" qualche volta viene
confusa, specialmente in Platone che, forse seguendo
l'insegnamento di Socrate, cominciò a rappresentare la vita della
"polis" con esempi tratti dalle esperienze quotidiane della vita
privata, ma anche in Aristotele quando, rifacendosi a Platone,
avanzò l'ipotesi che almeno l'origine storica della "polis" dovesse
essere connessa con le necessità della vita e che solo il suo
contenuto o il suo scopo intrinseco ("telos") trascendesse la vita
nella «buona vita».
Questi aspetti degli insegnamenti della scuola socratica che presto
dovevano divenire assiomatici fino alla banalità, erano allora i più
nuovi e rivoluzionari e scaturivano non dall'esperienza effettiva della
vita politica, ma dal desiderio di essere liberi dal suo peso, un
desiderio che, dal loro punto di vista, i filosofi potevano giustificare
solo dimostrando che anche questo, che veniva considerato il più
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
libero di tutti i modi di vita, era ancora legato alla necessità e a essa
soggetto. Ma il fondamento dell'esperienza politica reale, almeno in
Platone e Aristotele, rimaneva così saldo che la distinzione tra le
sfere della vita domestica e della vita politica non era mai messa in
dubbio. Senza il dominio sulle necessità nella casa, né la vita né la
«buona vita» è possibile, ma la politica non è mai subordinata alla
vita. Per quanto riguarda i membri della "polis", la vita domestica
esiste solo in nome della «buona vita» della "polis".
6. L'AVVENTO DELLA SFERA SOCIALE.
L'emergere della società - l'avvento dell'amministrazione domestica,
delle sue attività, dei suoi problemi e strumenti organizzativi dall'oscura interiorità della casa alla luce della sfera pubblica - ha
non solo confuso l'antica demarcazione tra il privato e il politico, ma
ha anche modificato, fino a renderlo irriconoscibile, il significato dei
due termini e la loro importanza per la vita dell'individuo e del
cittadino. Non solo noi non condividiamo l'opinione dei greci, per i
quali una vita spesa nell'esperienza privata di «ciò che è proprio»
("idion"), fuori dal mondo comune, è «idiota» per definizione, né
quella dei romani, cui la "privacy" offriva solo un temporaneo rifugio
dagli affari della "res publica"; ma noi chiamiamo oggi privata una
sfera di intimità che possiamo già rintracciare nella tarda epoca
romana (certo non nell'antichità greca), ma la cui peculiare varietà e
molteplicità furono indubbiamente sconosciute a qualsiasi periodo
precedente l'età moderna.
E non si tratta di un semplice spostamento di accenti. Nella
sensibilità antica l'aspetto di deprivazione della "privacy", indicato
nella parola stessa, era considerato predominante; significava
letteralmente uno stato di privazione che poteva toccare anche
facoltà più alte e più umane. Un uomo che vivesse solo una vita
privata e che, come lo schiavo, non potesse accedere alla sfera
pubblica, o che come il barbaro, avesse scelto di non istituire un tale
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dominio, non era pienamente umano. Noi non pensiamo più alla
privazione quando parliamo di vita privata, e questo è in parte
dovuto all'enorme arricchimento della sfera privata apportato
dall'individualismo moderno. Tuttavia, appare anche più importante
che la moderna esperienza della "privacy" è almeno tanto opposta al
dominio sociale (sconosciuto agli antichi che ne consideravano il
contenuto una faccenda privata), quanto lo è alla sfera politica. Il
fatto storico decisivo è che la "privacy" moderna nella sua funzione
più rilevante, quella di proteggere l'intimità, fu scoperta come
l'opposto non della sfera politica ma di quella sociale, alla quale è di
conseguenza più strettamente e autenticamente connessa.
Il primo che in maniera organica indagò l'intimità e in un certo
senso la teorizzò, fu Jean-Jacques Rousseau: ed è abbastanza
indicativo che sia l'unico fra i grandi autori a essere ancora
frequentemente citato col solo nome. Egli arrivò alla sua scoperta
attraverso una ribellione non contro l'oppressione dello stato ma
contro l'insopportabile opera di corruzione del cuore umano da parte
della società, contro la sua intrusione nella regione più intima
dell'uomo che, fino allora, non aveva avuto bisogno di alcuna
speciale protezione. L'intimità del cuore, diversamente dalla sfera
domestica, non ha alcun posto oggettivamente tangibile nel mondo,
e neppure la società, contro cui l'interiorità protesta e afferma le
proprie ragioni, può essere localizzata con la stessa certezza di uno
spazio pubblico. Per Rousseau, sia l'interiorità sia la socialità erano
piuttosto dei modi soggettivi di esistenza umana e, nel suo caso, era
come se Jean-Jacques si ribellasse contro un uomo chiamato
Rousseau. L'individuo moderno e i suoi interminabili conflitti, la sua
incapacità sia di integrarsi nella società sia di viverne
completamente fuori, i suoi sempre mutevoli umori e il radicale
soggettivismo della sua vita emotiva, nacquero in questa ribellione
del cuore. L'autenticità della scoperta di Rousseau è indubbia,
nonostante fosse dubbia l'autenticità dell'uomo Rousseau. La
stupefacente fioritura della poesia e della musica dalla metà del
diciottesimo secolo fino quasi all'ultimo terzo del diciannovesimo,
accompagnata dallo sviluppo del romanzo, la sola forma d'arte
interamente sociale, coincidente con un non meno straordinario
declino di tutte le arti più pubbliche, specialmente l'architettura, è
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
sufficiente testimonianza di una stretta parentela tra la socialità e
l'interiorità.
La ribellione contro la società, durante la quale Rousseau e i
romantici scoprirono l'interiorità, fu diretta prima di tutto contro le
esigenze di livellamento della sfera sociale, contro quello che noi
chiameremmo oggi il conformismo inerente a ogni società. E'
importante ricordare che questa ribellione si verificò prima che il
principio di eguaglianza, al quale da Tocqueville in poi diamo la
colpa del conformismo, avesse avuto il tempo di affermarsi sia nella
sfera sociale sia in quella politica. Il fatto che una nazione sia
formata da individui eguali o da individui non-eguali non ha molta
importanza in questo senso, giacché una società richiede sempre ai
suoi membri di agire come se fossero membri di un'enorme famiglia,
che ha un'opinione sola e un interesse solo. Prima della moderna
disintegrazione della famiglia, questo interesse comune e questa
opinione unificata erano rappresentati dal capofamiglia, che
comandava ispirandosi a essi e impediva ogni possibilità di rottura
dell'unità tra i membri componenti (33). La straordinaria coincidenza
del sorgere della società con il declino della famiglia indica
chiaramente che quanto si verificava era l'assorbimento dell'unità
familiare in gruppi sociali corrispondenti. L'eguaglianza dei membri
di questi gruppi, lungi dall'essere un'eguaglianza tra pari, richiama
più che altro quella dei membri della famiglia davanti al potere
dispotico del capofamiglia, con la sola differenza che nella società, in
cui la forza naturale di un interesse comune e di un'opinione
unanime è enormemente sostenuta dal numero, si può fare anche a
meno del governo esercitato da un solo uomo che rappresenti
l'interesse comune e l'opinione di tutti.
E' vero che il governo di un uomo solo, la monarchia, che gli antichi
ritenevano espressione della struttura organizzativa della vita
domestica, si trasforma socialmente in una specie di governo di
nessuno (così vediamo oggi che il vertice dell'ordine sociale non è
più costituito dalla famiglia reale di un dominatore assoluto). Ma
questo nessuno - il preteso interesse comune della società nel suo
insieme, da un punto di vista economico, così come la pretesa
opinione comune della buona società nei salotti - non cessa di
dominare per il fatto di aver perso la sua personalità. Come
sappiamo dalla più sociale delle forme di governo, cioè dalla
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
burocrazia (l'ultimo stadio del potere in uno stato nazionale, così
come la monarchia, nella forma di un benevolo dispotismo e
assolutismo, ne era stato il primo), il governo di nessuno non è
necessariamente un non-governo; esso può anzi, sotto certe
circostanze, volgersi in una delle sue più crudeli e tiranniche
versioni.
E' decisivo il fatto che la società, a tutti i suoi livelli, escluda la
possibilità dell'azione, come prima la escludeva la sfera domestica.
Piuttosto, la società si aspetta da ciascuno dei suoi membri un certo
genere di comportamento, imponendo innumerevoli e svariate
regole, che tendono tutte a «normalizzarli», a determinare la loro
condotta, a escludere l'azione spontanea o imprese eccezionali. Con
Rousseau, troviamo la stessa esigenza nei salotti dell'alta società, le
cui convenzioni riducono l'individuo al suo rango nella gerarchia
sociale. Ciò che importa è questa identificazione con lo status
sociale, e non fa alcuna differenza se la gerarchia è quella del rango
effettivo nella società semifeudale del diciottesimo secolo, della
posizione sociale nella società di classi del diciannovesimo, o delle
semplici funzioni nella odierna società di massa. L'avvento della
società di massa, al contrario, indica solo che i vari gruppi sociali
sono stati assorbiti in una società unica, come era avvenuto in
precedenza per le unità familiari; e col sorgere della società di
massa la sfera sociale è giunta finalmente, dopo diversi secoli di
sviluppo, ad abbracciare e controllare tutti i membri di una data
comunità in maniera uniforme e con la stessa forza. Ma la società
rende eguali in tutte le circostanze, e la vittoria dell'eguaglianza nel
mondo moderno è solo il riconoscimento politico e giuridico del fatto
che la società ha conquistato l'ambito pubblico, e che la distinzione
e la differenza sono diventate faccende private dell'individuo.
Questa eguaglianza moderna, basata sul conformismo intrinseco alla
società e possibile solo perché il comportamento ha sostituito
l'azione come modalità primaria di relazione tra gli uomini, è sotto
ogni
aspetto
differente
dall'eguaglianza
dell'antichità,
e
particolarmente della città-stato greca. Infatti, appartenere ai pochi
«eguali» ("homoioi") significava poter vivere tra i propri pari; ma la
stessa sfera pubblica era permeata da uno spirito ferocemente
agonistico, dove ognuno doveva costantemente distinguersi dagli
altri, mostrare con gesta e imprese fuori dal comune di essere il
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
migliore di tutti ("aien aristeuein") (34). La sfera pubblica, in altre
parole, era riservata all'individualità; era il solo posto dove gli uomini
potessero dimostrare il loro effettivo e insostituibile valore. Era in
nome di questa opportunità, e indipendentemente dall'amore per un
corpo politico che la rendeva possibile, che ciascuno era più o meno
desideroso di condividere le responsabilità della giustizia, della
difesa e dell'amministrazione degli affari pubblici.
E' il conformismo stesso, e cioè l'assunto che gli uomini si
«comportano» e non agiscono gli uni rispetto agli altri, che si trova
alla radice della moderna scienza economica, la cui nascita coincise
con il sorgere della società e che, insieme con il suo principale
strumento tecnico, la statistica, divenne la scienza sociale per
eccellenza. L'economia - fino all'età moderna parte relativamente
trascurabile dell'etica e della politica, e basata sulla convinzione che
gli uomini agiscano rispetto alle loro attività economiche come
agiscono in ogni altra sfera (35) - poteva conseguire un carattere
scientifico solo quando gli uomini fossero diventati esseri sociali e
seguissero unanimemente certi modelli di comportamento, e quando
chi non ne accettasse le regole potesse essere considerato asociale
o anormale.
Le leggi della statistica sono valide solo quando si applicano a grandi
numeri o a lunghi periodi, e i singoli atti o eventi possono apparire
statisticamente solo come deviazioni o eccezioni. La giustificazione
della statistica si basa sul fatto che gesta ed eventi si verificano di
rado nella vita quotidiana e nella storia. Tuttavia, il significato delle
relazioni quotidiane si rivela non nella vita quotidiana ma nei gesti
rari, così come il significato di un periodo storico si mostra solo nei
pochi eventi che lo illuminano. L'applicazione della legge dei grandi
numeri o dei lunghi periodi alla politica o alla storia non significa
nient'altro che la deliberata obliterazione della loro vera sostanza, ed
è vano cercare un senso nella politica o un significato nella storia
quando tutto ciò che non sia comportamento quotidiano o tendenza
automatica è stato scartato come irrilevante.
Tuttavia, poiché le leggi della statistica sono perfettamente valide
quando si ha a che fare con grandi numeri, è evidente che ogni
aumento della popolazione comporta una maggior validità di tali
leggi e una sensibile perdita di importanza delle «deviazioni».
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Politicamente questo significa che quanto più è numerosa la
popolazione in un dato corpo politico, con tanta più probabilità sarà
l'elemento sociale piuttosto che quello politico a costituire la sfera
pubblica. I greci, la cui città-stato fu il più individualistico e il meno
conformistico dei corpi politici noti, erano ben consapevoli del fatto
che la "polis", data l'importanza attribuita all'azione e al discorso,
poteva sopravvivere solo se il numero dei cittadini rimaneva
ristretto. L'insieme di un gran numero di persone sviluppa una quasi
irresistibile inclinazione verso il dispotismo, sia di una persona sia
del governo della maggioranza; e sebbene la statistica, cioè il
trattamento matematico della realtà, fosse sconosciuta prima
dell'età moderna, i fenomeni sociali che rendevano possibile un
trattamento del genere - grandi numeri, valorizzazione del
conformismo, comportamentismo, e automatismo negli affari umani
- erano precisamente gli aspetti che, nella concezione dei greci,
distinguevano la civiltà persiana dalla loro.
La sgradevole verità del comportamentismo e la validità delle sue
leggi consistono nel fatto che quanto più sono le persone, tanto più
probabile sarà l'adeguamento al comportamento di tutti, e meno
probabile la tolleranza del non conformismo. Statisticamente questo
processo è raffigurato nel livellamento delle eccezioni. In realtà, i
singoli atti avranno una possibilità sempre minore di opporsi alla
marea del comportamento, e gli eventi perderanno sempre più il
loro significato, cioè la loro capacità di illuminare il tempo storico. In
nessun modo si può dire che l'uniformità statistica sia un innocuo
ideale scientifico; essa è il dichiarato ideale politico di una società
che, interamente sommersa nella routine della vita quotidiana,
accetta la prospettiva scientifica intrinseca nella sua esistenza.
Il comportamento uniforme che si presta alla determinazione
statistica, e quindi alla corretta previsione scientifica, non si può
spiegare con l'ipotesi liberale di una naturale «armonia di interessi»,
fondamento dell'economia classica; non fu Marx ma gli stessi
economisti liberali a introdurre la «finzione comunistica», che
consiste nel riconoscimento di un unico interesse della società come
un tutto che «con una mano invisibile» guida il comportamento degli
uomini e produce l'armonia dei loro interessi contrastanti (36). La
differenza tra Marx e i suoi precursori consiste solo nel fatto che egli
considerò la realtà del conflitto, come si presentava nella società del
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
suo tempo, tanto seriamente quanto la finzione ipotetica
dell'armonia; egli aveva ragione di concludere che la
«socializzazione dell'uomo» avrebbe prodotto automaticamente
un'armonia di tutti gli interessi, e fu solo più coraggioso dei suoi
maestri liberali quando propose di stabilire nella realtà la «finzione
comunistica» che sottostava a tutte le teorie economiche. Marx non
comprese - e, ai suoi tempi, non poteva comprenderlo - che i germi
della società comunista erano presenti nella realtà della comunità
domestica nazionale e che il loro pieno sviluppo non era ostacolato
da nessun interesse di classe come tale, ma solo dalla forma
monarchica già obsoleta dello stato nazionale. Evidentemente a
impedire il fluido funzionamento della società era solo l'interferenza
di certi residui tradizionali che influenzavano ancora le classi
«arretrate». Dal punto di vista della società questi erano solo fattori
di disturbo sulla via del pieno sviluppo delle «forze sociali»; non
corrispondevano più alla realtà ed erano quindi, in un certo senso,
molto più «fittizi» della «finzione» scientifica di un unico interesse.
Una completa vittoria della società produrrà sempre qualche specie
di «finzione comunistica», la cui principale caratteristica politica è
quella di essere veramente retta da una «mano invisibile», cioè da
nessuno. Ciò che noi chiamiamo tradizionalmente stato e potere
lascia qui il posto alla pura amministrazione: a quello stato d'affari
che Marx giustamente prediceva come «l'eliminazione dello stato»,
benché sbagliasse nel credere che solo una rivoluzione potesse
produrlo, e sbagliasse ancor più nel credere che questa completa
vittoria della società avrebbe reso possibile l'avvento di un «regno
della libertà».
Per valutare la portata della vittoria della società nell'età moderna,
la precoce sostituzione, da essa operata, dell'azione con il
comportamento e la definitiva sostituzione del potere personale con
la burocrazia, cioè il governo di nessuno, è utile ricordare che
l'iniziale scienza economica, che introduce i modelli di
comportamento solo in questo campo piuttosto limitato di attività
umana, fu alla fine seguita dalla pretesa onnicomprensiva delle
scienze sociali che, come «scienze del comportamento», si
propongono di ridurre tutto l'uomo, in tutte le sue attività, al livello
di un animale condizionato, che si comporta in modo prevedibile. Se
l'economia è la scienza della società nei suoi primi stadi, quando
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
poteva imporre le sue regole di comportamento solo ad alcuni
settori della popolazione e a parti delle loro attività, il sorgere delle
«scienze del comportamento» indica chiaramente lo stadio finale di
questo sviluppo, quando la società di massa ha divorato tutti gli
strati della nazione e il «comportamento sociale» è diventato l'unico
criterio per tutte le regioni della vita.
Sin dall'avvento della società, dall'ammissione della sfera domestica
e delle attività relative nell'ambito pubblico, l'irresistibile tendenza a
crescere, a fagocitare tanto i più vecchi domini del politico e del
privato quanto la sfera più recente dell'interiorità, è stata una delle
più spiccate caratteristiche del nuovo dominio. Questa crescita
costante, di cui possiamo osservare la costante accelerazione per
almeno tre secoli, deriva la sua forza dal fatto che attraverso la
società è lo stesso processo della vita che, in una forma o in
un'altra, è stato incanalato nel dominio pubblico. Il dominio privato
della vita domestica era la sfera dove ci si prendeva cura delle
necessità della vita, della sopravvivenza individuale come pure della
continuità della specie. Una delle caratteristiche della vita privata,
prima della scoperta dell'interiorità, era che l'uomo esisteva in
questa sfera non come un vero essere umano ma solo come un
caso della specie animale del genere-umano. Questa, precisamente,
fu la ragione ultima dello straordinario disprezzo concepito per essa
dall'antichità. L'avvento della società ha cambiato la valutazione di
tutta questa sfera ma non ne ha trasformato la natura. Il carattere
monolitico di ogni tipo di società, il suo conformismo che permette
un interesse solo e una sola opinione, è in ultima analisi radicato
nell'essere-uno del genere umano. E poiché questa unitarietà del
genere umano non è fantasia e nemmeno soltanto un'ipotesi
scientifica, come la «finzione comunistica» dell'economia classica, la
società di massa, dove l'uomo come animale sociale domina
supremo e dove evidentemente la sopravvivenza della specie
potrebbe essere garantita su scala mondiale, può nello stesso tempo
minacciare di estinzione l'umanità.
Forse la più chiara indicazione che la società costituisce
l'organizzazione pubblica dello stesso processo vitale può ritrovarsi
nel fatto che in un tempo relativamente breve il nuovo dominio
sociale ha trasformato tutte le comunità moderne in società di
lavoratori e salariati; in altre parole, esse si sono
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
contemporaneamente concentrate
intorno
all'unica attività
necessaria a sostentare la vita. (Per avere una società di lavoratori
non è necessario naturalmente che ogni membro sia realmente un
operaio o un lavoratore - nemmeno l'emancipazione della classe
lavoratrice e l'enorme potere virtuale che il sistema della
maggioranza le accorda sono decisivi qui - ma solo che tutti i
membri considerino qualsiasi cosa facciano prima di tutto come un
modo per sostentare la loro vita e quella delle loro famiglie). La
società è la forma in cui solo il fatto della mutua dipendenza in
nome della vita (e solo di questa) assume un significato pubblico e
in cui si consente che appaiano in pubblico le attività connesse con
la mera sopravvivenza.
Che un'attività sia svolta in privato o in pubblico non è certo una
questione indifferente. Evidentemente il carattere della sfera
pubblica deve cambiare a seconda delle attività che vi sono
ammesse, ma in larga misura l'attività stessa cambia pure la sua
natura. L'attività lavorativa, benché connessa in ogni circostanza con
il processo della vita nel suo senso più elementare e biologico è
rimasta stazionaria per migliaia di anni, imprigionata nell'eterna
ricorrenza del processo della vita al quale era legata. Il fatto di
essere ammessa nella dimensione pubblica, lungi dall'eliminare il
suo carattere processuale - come ci si sarebbe potuti aspettare,
ricordando che i corpi politici sono sempre stati istituiti per essere
stabili, e le loro leggi intese sempre come limitazioni imposte al
movimento - ha, al contrario, liberato questo processo dalla sua
monotona ricorrenza circolare, trasformandolo in uno sviluppo
rapidamente progressivo i cui risultati hanno mutato in pochi secoli
l'intero mondo abitato.
L'attività lavorativa è venuta liberandosi dalle restrizioni imposte dal
fatto di essere relegata nella sfera privata - e questa emancipazione
non fu una conseguenza dell'emancipazione della classe lavoratrice,
ma la precedette. Era come se l'elemento della crescita, tipico di
tutta la vita organica, avesse completamente vinto e superato il
processo di decadenza da cui la vita organica è frenata ed
equilibrata nell'ambito della natura. La sfera sociale, dove il processo
vitale ha stabilito il suo dominio pubblico, ha liberato una crescita
innaturale, per così dire, del naturale; ed è contro questa crescita,
non propriamente contro la società ma contro un dominio sociale in
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
costante crescita, che la sfera privata e dell'intimità, da una parte, e
quella politica (nel più stretto senso della parola), dall'altra, si sono
dimostrate impotenti.
Ciò che abbiamo chiamato crescita innaturale del naturale è
considerato di solito come l'aumento in costante accelerazione della
produttività del lavoro. Il fattore singolarmente più importante in
questa costante crescita è stato sin dall'inizio l'organizzazione del
lavoro, già visibile nella cosiddetta divisione del lavoro che
precedette la rivoluzione industriale; anche la meccanizzazione dei
processi lavorativi, il secondo più grande fattore della produttività, si
basa su quella. In quanto lo stesso principio di organizzazione
proviene chiaramente dalla sfera pubblica piuttosto che da quella
privata, la divisione del lavoro è precisamente ciò che avviene
quando l'attività lavorativa sia sottoposta alle condizioni della sfera
pubblica, un processo che sarebbe impensabile nella intimità della
sfera domestica (38). In nessun'altra sfera della vita abbiamo
conseguito risultati tanto eccellenti quanto nella trasformazione
rivoluzionaria del lavoro: al punto che il significato letterale della
parola stessa (che era sempre stata connessa con «fatica e
afflizione» a stento sopportabili, con lo sforzo e la sofferenza e,
conseguentemente, con una deformazione del corpo umano,
cosicché solo l'estrema miseria e la povertà potevano esserne
origine), ha cominciato a perdere per noi il suo senso originario
(39). Finché la crudele necessità rendeva indispensabile il lavoro per
sostentare la vita, l'eccellere era l'ultima cosa che ci si poteva
aspettare da esso. Eccellere ed essere soggetti alla fatica si
escludevano a vicenda. «Chi potrebbe far bene con fatica?» (40)
L'eccellere stesso, "arete", come l'avevano chiamato i greci ("virtus"
per i romani), è sempre stato caratteristico della sfera pubblica,
dove ci si poteva distinguere dagli altri eccellendo. Ogni attività
compiuta in pubblico può raggiungere una eccellenza mai
conseguita in privato; infatti l'eccellere, per definizione, ha bisogno
della presenza di altri, e questa a sua volta ha come requisito
formale l'esistenza di un pubblico, costituito da propri pari, e che
non può essere la casuale presenza abituale dei propri eguali o
inferiori (41). Nemmeno la sfera sociale - benché rendesse anonima
l'eccellenza, esaltasse il progresso del genere umano piuttosto che
le imprese degli uomini, e mutasse il contenuto della sfera pubblica
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
oltre ogni possibilità di riconoscimento - è riuscita ad annullare del
tutto la connessione tra azione pubblica ed eccellenza. Mentre siamo
divenuti eccellenti nel lavoro che compiamo in pubblico, la nostra
capacità di azione e di discorso è molto decaduta da quando
l'avvento della sfera sociale l'ha relegata nella dimensione
dell'intimità e della vita privata. Questa curiosa discrepanza non è
sfuggita all'attenzione pubblica, dalla quale viene di solito deplorata
come sfasamento tra le nostre capacità tecniche e il nostro generale
sviluppo umanistico o tra le scienze fisiche, che mutano e
controllano la natura, e le scienze sociali, che non sanno ancora
come mutare e controllare la società. A parte tutti gli altri errori di
questa argomentazione, così spesso sottolineati che non abbiamo
bisogno di ricordarli qui, questa critica riguarda solo un possibile
cambiamento nella psicologia degli esseri umani - dei loro cosiddetti
modelli di comportamento - e non un cambiamento del mondo in cui
essi si muovono. E questa interpretazione psicologica, per cui
l'assenza o la presenza di una dimensione pubblica è irrilevante
come qualsiasi realtà tangibile e mondana, appare piuttosto dubbia
in considerazione del fatto che nessuna attività può divenire
eccellente se il mondo non offre uno spazio appropriato al suo
esercizio. Né l'istruzione, né l'ingegno o il talento possono sostituire
gli elementi costitutivi della sfera pubblica, che la rendono la sede
più adatta per l'eccellenza umana.
7. LA DIMENSIONE PUBBLICA: L'ESSERE-IN-COMUNE.
Il termine «pubblico» denota due fenomeni strettamente correlati
ma non del tutto identici. Esso significa, in primo luogo, che ogni
cosa che appare in pubblico può essere vista e udita da tutti e ha la
più ampia pubblicità possibile. Per noi, ciò che appare - che è visto e
sentito da altri come da noi stessi - costituisce la realtà. Raffrontate
con la realtà che proviene da ciò che è visto e udito, anche le più
grandi forze della vita intima - le passioni del cuore, i pensieri della
mente, i piaceri dei sensi - caratterizzano un tipo di esistenza incerta
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
e nebulosa fino a quando non vengano trasformate, deprivatizzate e
deindividualizzate, per così dire, in una configurazione che le renda
adeguate all'apparire in pubblico (42). La più corrente di tali
trasformazioni avviene nella narrazione e in generale nella
trasposizione artistica delle esperienze individuali. Ma noi non
abbiamo bisogno della forma dell'artista per attestare questa
trasfigurazione. Ogni volta che parliamo di cose che possono essere
sperimentate solo in privato o nell'intimità, le trasponiamo in una
sfera in cui assumeranno un tipo di realtà che, nonostante la loro
intensità, non avevano mai potuto avere prima. La presenza di altri,
che vedono ciò che vediamo e odono ciò che udiamo, ci assicura
della realtà del mondo e di noi stessi, e mentre l'intimità di una vita
privata completamente sviluppata, quale non si era mai conosciuta
prima dell'avvento dell'era moderna e del concomitante declino del
dominio pubblico, intensificherà sempre più e arricchirà l'intera scala
delle emozioni soggettive e dei sentimenti privati, questa
intensificazione si attuerà sempre più a danno della certezza della
realtà del mondo e degli uomini.
Certamente, la sensazione più intensa che conosciamo, intensa al
punto di cancellare tutte le altre esperienze, cioè l'esperienza di un
intenso dolore fisico, è allo stesso tempo la più privata e la meno
comunicabile di tutte. Non solo è forse la sola esperienza che non
siamo capaci di trasformare per renderla passibile di apparire in
pubblico, ma essa in realtà ci priva delle nostre facoltà di rapporto
con la realtà a un tal punto che possiamo dimenticarla più presto e
più facilmente di qualsiasi altra. Sembra che non ci sia collegamento
tra la soggettività più radicale, in cui non si è più «riconoscibili», e il
mondo esterno della vita (43). Il dolore, in altre parole, esperienza
che segna la linea di demarcazione tra la vita come «essere tra gli
uomini» ("inter homines esse") e la morte, è così soggettivo e
lontano dal mondo delle cose e degli uomini che non può
assolutamente assumere la capacità di «apparire».
Poiché la nostra sensibilità nei confronti della realtà si fonda
soprattutto sull'apparire e quindi sull'esistenza di una sfera pubblica
in cui le cose possono emergere dall'oscurità di un'esistenza
protetta, anche la penombra che rischiara le nostre vite private e
intime deriva in ultima analisi dalla luce molto più aspra della sfera
pubblica. Tuttavia vi sono moltissime cose che non possono
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
sopportare la luce intensa e implacabile della presenza costante di
altri sulla scena pubblica; solo ciò che si considera importante,
degno di essere visto o udito, vi può essere ammesso, così che tutto
ciò che è irrilevante diviene automaticamente una faccenda privata.
Ciò, in realtà, non significa che le questioni private siano in genere
irrilevanti; al contrario, vedremo che esse sono molto importanti e
che possono sopravvivere solo nella sfera privata. Per esempio,
l'amore, a differenza dell'amicizia, muore, o piuttosto si spegne nel
momento in cui appare in pubblico («Non cercare di dire il tuo
amore / l'amore che mai si può dire»). A causa di questa intrinseca
lontananza dal mondo, l'amore può solo falsarsi e degradarsi
quando è usato per scopi politici come il cambiamento o la salvezza
del mondo.
Quello che la sfera pubblica considera irrilevante può esercitare un
fascino così straordinario e contagioso da spingere un intero popolo
ad adottarlo come modo di vita, senza per questa ragione perdere il
suo carattere essenzialmente privato. Il moderno attaccamento alle
«piccole cose», benché esaltato dalla poesia dell'inizio di secolo in
quasi tutte le lingue europee, ha trovato la sua espressione classica
nel "petit bonheur" del popolo francese. Dalla decadenza della loro
già grande e gloriosa sfera pubblica, i francesi sono diventati
maestri nell'arte di essere felici tra le «piccole cose», entro lo spazio
delle loro quattro mura, tra cassettone e letto, tavolo e sedia, cane,
gatto e vaso da fiori, riservando a queste cose una cura e una
tenerezza che, in un mondo dove la rapida industrializzazione
costantemente elimina le cose di ieri per produrre gli oggetti di oggi,
può anche apparire come l'ultimo angolo puramente umano del
mondo. Questo allargamento dell'ambito privato, la passione, per
così dire, di un intero popolo, non lo rende pubblico; non costituisce
una sfera pubblica, ma, al contrario, significa solo che essa si è
quasi completamente ritirata, cosicché la grandezza ha ovunque
lasciato il passo al fascino delle piccole cose; per quanto la
dimensione pubblica possa essere vasta non può essere incantevole
proprio perché è incapace di ospitare l'irrilevante.
In secondo luogo, il termine «pubblico» significa il mondo stesso, in
quanto è comune a tutti e distinto dallo spazio che ognuno di noi vi
occupa privatamente. Questo mondo, tuttavia, non si identifica con
la terra o con la natura, come spazio limitato che fa da sfondo al
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
movimento degli uomini e alle condizioni generali della vita organica.
Esso è connesso, piuttosto, con l'elemento artificiale, il prodotto
delle mani dell'uomo, come pure con i rapporti tra coloro che
abitano insieme il mondo fatto dall'uomo. Vivere insieme nel mondo
significa essenzialmente che esiste un mondo di cose tra coloro che
lo hanno in comune, come un tavolo è posto tra quelli che vi
siedono intorno; il mondo, come ogni in-fra ["in-between"], mette in
relazione e separa gli uomini nello stesso tempo
La sfera pubblica, in quanto mondo comune, ci riunisce insieme e
tuttavia ci impedisce, per così dire, di caderci addosso a vicenda. Ciò
che rende la società di massa così difficile da sopportare non è, o
almeno non è principalmente, il numero delle persone che la
compongono, ma il fatto che il mondo che sta tra loro ha perduto il
suo potere di riunirle insieme, di metterle in relazione e di separarle.
La stranezza di questa situazione ricorda una seduta spiritica dove
alcune persone raccolte attorno a un tavolo vedono
improvvisamente, per qualche trucco magico, svanire il tavolo in
mezzo a loro, così che due persone sedute da lati opposti non
sarebbero soltanto separate, ma sarebbero anche del tutto prive di
relazioni, non essendoci niente di tangibile tra loro.
Storicamente, conosciamo un solo principio che fu sempre destinato
a tenere insieme una comunità di persone che avevano perduto il
loro interesse nel mondo comune e non si sentivano più in relazione
e separate da esso. Trovare un legame abbastanza forte tra le
persone che potesse sostituire il mondo fu il principale compito
politico della prima filosofia cristiana, e fu Agostino che propose di
fondare non solo la «fraternità» cristiana, ma tutte le relazioni
umane sulla carità. Ma questa carità, benché la sua lontananza dal
mondo corrisponda chiaramente alla generale esperienza umana
dell'amore, è nello stesso tempo chiaramente distinta da essa per
essere qualcosa che, come il mondo, è tra gli uomini: «Anche i ladri
hanno tra loro ["inter se"] ciò che si chiama carità» (45). Questa
sorprendente esemplificazione del principio politico cristiano è di
fatto molto ben scelta, perché il legame della carità tra le persone,
mentre è incapace di fondare in quanto tale una sfera pubblica, è
perfettamente adeguato al fondamentale principio cristiano della
lontananza dal mondo, e si presta perfettamente a portare un
gruppo di persone essenzialmente prive di mondo attraverso il
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
mondo, un gruppo di santi o un gruppo di criminali; e ciò a patto
che si consideri il mondo stesso condannato e che ogni attività in
esso venga intrapresa con la clausola "quamdiu mundus durat"
(«finché duri il mondo») (46). Il carattere non-politico, non-pubblico
della comunità cristiana si definì presto nell'esigenza di formare un
"corpus", i cui membri dovessero essere legati gli uni agli altri come
fratelli della stessa famiglia (47). La struttura della vita in comune fu
improntata alle relazioni tra i membri di una famiglia perché si
sapeva che queste erano non-politiche e anche anti-politiche. Una
sfera pubblica non era mai sorta tra i membri di una famiglia, ed era
pertanto improbabile che si sviluppasse dalla vita della comunità
cristiana se questa vita era retta dal principio di carità e da
nient'altro. Anche in seguito, come sappiamo dalla storia e dalle
regole degli ordini monastici (le sole comunità in cui il principio di
carità si sia espresso in una forma politica), il pericolo che le attività
intraprese sotto la necessità della vita presente ("necessitas vitae
praesentis") (48) comportassero da sé, per il fatto di essere
compiute alla presenza di altri, l'istituzione di una specie di
contromondo, di un dominio pubblico all'interno degli ordini stessi,
fu abbastanza grande da richiedere regole e regolamenti aggiuntivi,
dei quali il più importante nel nostro contesto è la proibizione di
eccellere sugli altri e dell'orgoglio che ne consegue (49).
L'astensione dal mondo ["worldlessness"], come fenomeno politico,
è possibile solo in base all'assunto che il mondo non durerà; a causa
di tale assunto, tuttavia, è quasi inevitabile che l'assenza dal mondo,
in una forma o in un'altra, comincerà a dominare la scena politica.
Questo accadde dopo la caduta dell'Impero Romano e, sebbene per
ben altri motivi e sotto forme assai differenti e forse ancor più
disperate, sembra accadere ancora ai giorni nostri. L'astensione
cristiana dalle cose del mondo non è in nessun modo la sola
conclusione che si può trarre dalla convinzione che tutto ciò che è
prodotto da mani mortali è mortale come i suoi artefici. Tale
convinzione, al contrario, può anche intensificare il godimento e la
consumazione delle cose del mondo, di tutte le modalità di rapporto
in cui il mondo non è primariamente inteso come "koinon", ciò che è
comune a tutti. Solo l'esistenza di una sfera pubblica e la
susseguente trasformazione del mondo in una comunità di cose che
raduna gli uomini e li pone in relazione gli uni con gli altri si fonda
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
interamente sulla permanenza. Se il mondo deve contenere uno
spazio pubblico, non può essere costruito per una generazione e
pianificato per una sola vita; deve trascendere l'arco della vita degli
uomini mortali.
Senza questa trascendenza in una potenziale immortalità terrestre,
nessuna politica, strettamente parlando, nessun mondo comune e
nessuna sfera pubblica, è possibile. Infatti diversamente dal bene
comune come viene inteso dalla cristianità - la salvezza della propria
anima come problema comune a tutti - il mondo comune è ciò in cui
noi entriamo quando nasciamo e ciò che lasciamo alle nostre spalle
al momento della nostra morte. Esso trascende il nostro arco di vita
tanto nel passato che nel futuro; esso esisteva prima che noi vi
giungessimo e continuerà dopo il nostro breve soggiorno in esso. E'
ciò che noi abbiamo in comune non solo con quelli che vivono con
noi, ma anche con quelli che c'erano prima e con quelli che
verranno dopo di noi. Ma un tale mondo comune può superare il
ciclo delle generazioni solo in quanto appare in pubblico. E' la
pubblicità della sfera pubblica che può assorbire e far risplendere
attraverso i secoli qualsiasi cosa gli uomini abbiano voluto salvare
dalla rovina naturale del tempo. Per molti secoli prima di noi - ma
ora non più - gli uomini entrarono nella sfera pubblica perché
volevano che qualcosa di proprio o qualcosa che avevano in comune
con altri fosse più duraturo della loro vita terrena. (Così la sventura
della schiavitù consisteva non solo nell'essere privati della libertà e
nel rimanere nell'invisibilità, ma anche nel disagio di questa gente
oscura «che essendo ignota sarebbe passata senza lasciar tracce
della sua esistenza») (50). Non c'è forse testimonianza più luminosa
della perdita della sfera pubblica nell'età moderna, della scomparsa
quasi totale di un'autentica ricerca dell'immortalità, perdita in
qualche modo oscurata dal simultaneo abbandono del problema
metafisico dell'eternità (che, in quanto riguarda i filosofi e la "vita
contemplativa", deve rimanere estraneo alle nostre considerazioni).
Ma tale perdita è provata dal fatto che la lotta per l'immortalità
viene solitamente identificata con il vizio privato della vanità. Nell'età
moderna è infatti così improbabile che qualcuno aspiri onestamente
a un'immortalità terrena che si è probabilmente giustificati quando
non la si considera altro che vanità.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Il famoso passo di Aristotele, «Quando si considerano gli affari
umani non bisogna... considerare l'uomo com'esso è e non
considerare ciò che è mortale nelle cose mortali, ma pensare a essi
solo nella misura in cui hanno possibilità di immortalarsi», cade
molto a proposito nei suoi scritti politici (51). Infatti la "polis" era
per i greci, come la "res publica" per i romani, la prima garanzia
contro la futilità della vita individuale, lo spazio protetto dalla futilità
e riservato alla relativa permanenza, se non all'immortalità, dei
mortali.
Che cosa l'epoca moderna pensasse della sfera pubblica, dopo la
spettacolare ascesa della società a una rilevanza pubblica, fu
espresso da Adam Smith quando, con una sincerità disarmante, cita
«quella sterile razza degli uomini comunemente chiamati di lettere»,
per i quali «l'ammirazione pubblica... costituisce sempre una parte
della loro ricompensa... parte considerevole... nella professione
dell'uomo di scienza; forse ancora più rilevante per l'uomo di legge e
quasi esclusiva per il poeta e il filosofo» (52). Qui è evidente che
l'ammirazione pubblica e la ricompensa pecuniaria sono della stessa
natura e possono benissimo sostituirsi l'una con l'altra.
L'ammirazione pubblica, inoltre, è qualcosa che può essere usata e
consumata, e lo status sociale, come diciamo oggi, soddisfa un
bisogno come il cibo ne soddisfa un altro: l'ammirazione pubblica
viene consumata dalla vanità individuale come il cibo dalla fame.
Ovviamente, da questo punto di vista la prova della realtà non sta
nella presenza pubblica degli altri ma piuttosto nella maggior o
minor urgenza di bisogni della cui esistenza o inesistenza non può
testimoniare nessuno se non chi ha l'occasione di provarli. E giacché
il bisogno di cibo ha un dimostrabile fondamento di realtà nel
processo vitale stesso, è anche evidente che i morsi del tutto
soggettivi della fame sono più reali della «vanagloria», come Hobbes
è solito chiamare il desiderio di un'ammirazione pubblica. Tuttavia
anche se questi bisogni, per un qualche miracolo di affinità, fossero
condivisi dagli altri, la loro futilità impedirebbe loro di stabilire
qualcosa di così solido e durevole come un mondo comune. Non
interessa allora il fatto che manchi l'ammirazione pubblica per la
poesia e la filosofia nel mondo moderno, ma che questa
ammirazione non costituisca uno spazio in cui le cose possano
essere salvate dalla distruzione del tempo. La futilità
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dell'ammirazione pubblica, che viene giornalmente consumata in
quantità sempre maggiori, al contrario, è tale che la ricompensa
pecuniaria, una delle cose più futili che ci siano, può divenire più
«oggettiva» e più reale.
Distinta da questa «oggettività», la cui sola base è il denaro come
denominatore comune della soddisfazione di tutti i bisogni, la realtà
della sfera pubblica si fonda nella presenza simultanea di
innumerevoli prospettive e aspetti in cui il mondo comune si offre, e
per cui non può essere trovata né una misura comune né un comun
denominatore. Infatti, sebbene il mondo comune sia il comune
terreno d'incontro, quelli che vi sono presenti hanno in esso diverse
posizioni, e la posizione di uno non può coincidere con quella di un
altro, più di quanto lo possa la posizione di due oggetti. L'essere
visto e l'essere udito dagli altri derivano la loro importanza dal fatto
che ciascuno vede e ode da una diversa posizione. Questo è il
significato della vita pubblica, in confronto al quale anche la più
ricca e più soddisfacente vita di famiglia può offrire solo il
prolungamento o la moltiplicazione della propria posizione
individuale, con i suoi relativi aspetti e le sue prospettive. La
soggettività della sfera privata può essere prolungata e moltiplicata
in una famiglia, può persino divenire così forte da far sentire il suo
peso nella sfera pubblica; ma questo «mondo» familiare non potrà
mai sostituire la realtà che scaturisce dalla somma totale degli
aspetti offerti da un oggetto a una moltitudine di spettatori. Solo
dove le cose possono essere viste da molti in una varietà di aspetti
senza che sia cambiata la loro identità, così che quelli che sono
radunati intorno a esse sanno di vedere la stessa cosa pur in una
totale diversità, la realtà del mondo può apparire certa e sicura.
Nelle condizioni di un mondo comune, la realtà non è garantita
principalmente dalla «natura comune» di tutti gli uomini che lo
costituiscono, ma piuttosto dal fatto che, nonostante le differenze di
posizione e la risultante varietà di prospettive, ciascuno si occupa
sempre dello stesso oggetto. Se l'identità dell'oggetto non può
essere più individuata, nessuna comune natura degli uomini, e
meno che mai l'innaturale conformismo di una società di massa, può
impedire la distruzione del mondo comune, che è di solito preceduta
dalla distruzione della molteplicità prospettica in cui esso si presenta
alla pluralità umana. Questo può accadere in condizioni di radicale
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
isolamento, in cui nessuno può più intendersi con gli altri come
avviene nel caso di una tirannia. Ma può anche accadere nelle
condizioni di una società di massa o di isterismo di massa, in cui
vediamo tutti comportarsi improvvisamente come se fossero membri
di una sola famiglia, moltiplicando e prolungando ciascuno la
prospettiva del suo vicino. In entrambi i casi, gli uomini sono
divenuti totalmente privati, cioè sono stati privati della facoltà di
vedere e di udire gli altri, dell'essere visti e dell'essere uditi da loro.
Sono tutti imprigionati nella soggettività della loro singola
esperienza, che non cessa di essere singolare anche se la stessa
esperienza viene moltiplicata innumerevoli volte. La fine del mondo
comune è destinata a prodursi quando esso viene visto sotto un
unico aspetto e può mostrarsi in una sola prospettiva.
8. LA SFERA PRIVATA: LA PROPRIETA'.
E' rispetto a questa molteplice rilevanza della sfera pubblica che il
termine «privato», nel suo originario senso di deprivazione, ha
significato. Vivere una vita interamente privata significa prima di
tutto essere privati delle cose essenziali a una vita autenticamente
umana: essere privati della realtà che ci deriva dall'essere visti e
sentiti dagli altri, essere privati di un rapporto «oggettivo» con gli
altri, quello che nasce dall'essere al tempo stesso in relazione con
loro e separati da loro grazie alla mediazione di un mondo comune
di cose, privati della possibilità di acquistare qualcosa di più duraturo
della vita stessa. La privazione implicita nella "privacy" consiste
nell'assenza degli altri; in questo caso, ai loro occhi, l'uomo privato
non appare, e quindi è come se non esistesse. Qualunque cosa
faccia rimane senza significato e senza conseguenza per le altre
persone, e ciò che a lui importa è privo di interesse per loro.
Nelle condizioni dell'epoca moderna, questa privazione di rapporti
«oggettivi» con gli altri e di una realtà garantita attraverso di essi è
diventato il fenomeno di massa della solitudine, dove ha assunto la
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
sua forma più estrema e più disumana (53). La ragione di questa
esasperazione sta nel fatto che la società di massa non solo
distrugge la sfera pubblica, ma anche quella privata, priva gli uomini
non solo del loro posto nel mondo ma anche della loro dimora
privata, dove una volta si sentivano al riparo dal mondo e dove, in
ogni caso, anche gli esclusi dal mondo potevano trovare un
compenso sostitutivo nel calore del focolare e nella realtà limitata
della vita di famiglia. Il completo evolvere del focolare domestico e
della famiglia in uno spazio interiore e privato fu dovuto allo
straordinario senso politico del popolo romano che, diversamente
dai greci, non sacrificò mai il privato al pubblico, ma al contrario
pensò che questi due domini potevano esistere solo nella forma
della coesistenza. E sebbene le condizioni degli schiavi
probabilmente non fossero migliori a Roma che ad Atene, è
caratteristico che uno scrittore romano potesse credere che per gli
schiavi il governo del padrone corrispondeva a ciò che la "res
publica" era per i cittadini (54). Tuttavia, per quanto potesse essere
sopportabile la vita privata nella famiglia, ovviamente non sarebbe
mai stata più che un sostituto, anche se la sfera privata a Roma
come ad Atene offriva molto spazio ad attività che noi oggi
consideriamo superiori all'attività politica, come l'accumulazione
della ricchezza in Grecia o la devozione all'arte e alla scienza a
Roma. Questo atteggiamento «liberale», che poteva offrire in certi
casi agli schiavi una condizione prospera e un'elevata istruzione,
significava solo che essere benestanti non aveva nessuna realtà
nella "polis" greca e che essere un filosofo non aveva grande
importanza nella repubblica romana (55).
E' ovvio che l'elemento di privazione intrinseco alla "privacy", la
coscienza di essere privati di qualcosa di essenziale in una vita
trascorsa esclusivamente nella sfera limitata della casa, è stato
minimizzato, quasi sino a esaurirsi, dall'avvento del cristianesimo. La
moralità cristiana, in quanto distinta dai suoi fondamentali precetti
religiosi, ha sempre insistito sul fatto che ognuno dovrebbe badare
ai propri affari, e che la responsabilità politica costituisce prima di
tutto un fardello, assunto unicamente per il benessere e per la
salvezza di quelli che libera dalla preoccupazione degli affari pubblici
(56). E' sorprendente che questo atteggiamento sia sopravvissuto
nella moderna epoca laicizzata, al punto che Karl Marx, che, da
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
questo punto di vista come da altri, ha solo riassunto,
concettualizzato e trasformato in un programma le convinzioni
implicite di duecento anni di modernità, potesse prevedere e
auspicare la «eliminazione» dell'intera sfera pubblica. La differenza
tra il punto di vista cristiano e quello socialista, a questo proposito giacché il primo considera il potere come un male necessario per la
colpevolezza dell'uomo e il secondo spera di abolirlo - non è una
differenza nella valutazione della sfera pubblica, ma della natura
umana. Ciò che è arduo cogliere, da entrambi i punti di vista, è che
l'«abolizione dello stato» di Marx è stata preceduta da una sorta di
abolizione della sfera pubblica, o meglio dalla sua trasformazione in
una assai ristretta sfera di governo: al tempo di Marx questo
governo aveva già cominciato a decadere ulteriormente, cioè a
essere trasformato in una gestione domestica di dimensione
nazionale, finché ai giorni nostri ha cominciato a dissolversi in una
sfera impersonale di amministrazione ancora più angusta.
Che la fase finale della scomparsa della sfera pubblica sia
accompagnata dalla minaccia di una liquidazione della stessa sfera
privata, sembra intrinseco nella natura della relazione tra l'ambito
pubblico e quello privato. E non è un caso che tutta la questione si
sia trasformata in una discussione sulla desiderabilità o meno della
proprietà privata. Infatti la parola «privata», quando è in
connessione con proprietà, anche secondo il pensiero politico antico,
perde immediatamente il suo carattere di privazione e molto della
sua opposizione alla sfera pubblica in generale; la proprietà possiede
evidentemente certe qualifiche che, pur appartenendo alla sfera
privata, furono sempre considerate della massima importanza per le
istituzioni politiche.
La profonda connessione tra privato e pubblico, manifesta al suo
livello più elementare nella questione della proprietà privata, viene
travisata oggi probabilmente a causa della moderna identificazione
di proprietà e ricchezza da una parte e di mancanza di proprietà e
povertà dall'altra. Questo malinteso è aggravato dal fatto che
entrambe, sia la proprietà sia la ricchezza, sono storicamente più
rilevanti per la sfera pubblica di qualsiasi altra cosa e hanno
esplicato, almeno formalmente, più o meno la stessa funzione di
condizione principale per l'ammissione alla sfera pubblica e alla
piena cittadinanza. E' quindi facile dimenticare che ricchezza e
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
proprietà, lungi dall'essere la stessa cosa, sono di natura del tutto
differente. L'attuale diffusione di società ricche che nello stesso
tempo sono essenzialmente prive di proprietà, poiché la ricchezza di
ogni singolo individuo consiste nella sua quota del reddito annuale
della società complessiva, mostra chiaramente come le due cose
siano poco connesse.
Prima dell'età moderna, che cominciò con l'espropriazione dei poveri
e procedette poi all'emancipazione delle nuove classi prive di
proprietà, ogni civiltà si era fondata sulla sacralità della proprietà
privata. La ricchezza, al contrario, sia posseduta privatamente sia
distribuita pubblicamente, non era mai stata sacra. Originariamente,
proprietà significava né più né meno che avere un proprio luogo in
una parte particolare del mondo, e perciò appartenere al corpo
politico, essere cioè il capo di una delle famiglie che insieme
costituivano la sfera pubblica. Questa porzione di mondo posseduta
privatamente si identificava a tal punto con la famiglia che la
possedeva (57) che l'espulsione di un cittadino poteva significare
non solo la confisca del suo patrimonio, ma l'effettiva distruzione
della sua stessa casa (58). La ricchezza di uno straniero o di uno
schiavo non poteva mai sostituire questa proprietà (59), e la povertà
non privava il capo di una famiglia di questa porzione di mondo e
della cittadinanza che ne derivava. Nei tempi più antichi, se gli
accadeva di perdere questo luogo, quasi automaticamente perdeva
anche la cittadinanza e la protezione della legge (60). La sacralità di
questa zona privata si legava alla sacralità del nascosto, cioè alla
nascita e alla morte, al principio e alla fine dei mortali che, come
tutte le creature viventi, emergono dall'oscurità delle tenebre e vi
fanno ritorno (61). Il tratto non privativo della vita domestica
corrispondeva originariamente al suo essere la sfera della nascita e
della morte che deve rimanere nascosta al pubblico, perché accoglie
le cose nascoste agli occhi umani e impenetrabili alla conoscenza
umana (62). Essa è segreta perché l'uomo non sa dove va dal
momento in cui nasce e dove va quando muore.
Non l'aspetto interno di questa dimensione, che rimane nascosto e
non ha significato pubblico, ma la sua apparenza esterna è
importante anche per la città, e si rivela nell'ambito della città
mediante i confini tra una comunità domestica e l'altra. La legge
originariamente si identificava con questa linea di confine (63), che
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
anticamente era ancora proprio uno spazio, una specie di terra di
nessuno (64) tra il privato e il pubblico, che riparava e proteggeva
entrambe le sfere e nello stesso tempo le separava. La legge della
"polis" superò certamente queste concezioni antiche, in base alle
quali, tuttavia, mantenne il suo originale significato spaziale. La
legge della città-stato non era né il contenuto dell'azione politica
(l'idea che l'attività politica sia principalmente legislativa, sebbene di
origine romana, è essenzialmente moderna e trovò la sua massima
espressione in Kant) né un catalogo di proibizioni basato, come tutte
le leggi moderne, sul «non dovrai» del decalogo. Era letteralmente
un muro, senza il quale avrebbe potuto esserci un agglomerato di
case, un borgo ("asty"), ma non una città, una comunità politica.
Questa cinta, in cui si esprimeva la legge, era sacra, ma solo lo
spazio da essa racchiuso era politico (65). Senza di essa uno spazio
pubblico non poteva esistere più di una singola proprietà senza
relativo recinto; l'una proteggeva e includeva la vita politica come
l'altro riparava e proteggeva il processo biologico della vita
domestica (66).
Perciò non è del tutto esatto dire che la proprietà privata, prima
dell'età moderna, fosse considerata una condizione immediata per
l'ammissione alla sfera pubblica; era molto più di questo. La sfera
privata era simile all'altra, era il lato oscuro e nascosto della sfera
pubblica, e mentre essere politico significava conseguire le più alte
possibilità dell'esistenza umana, non avere un proprio posto privato
(come uno schiavo) significava non essere più umani.
Di origine del tutto differente e storicamente più tardo è il significato
politico della ricchezza privata da cui si traggono i mezzi di
sussistenza. Abbiamo ricordato l'antica identificazione della necessità
con la sfera privata della comunità domestica, dove ciascuno doveva
dominare le necessità della vita. L'uomo libero, che disponesse della
propria vita privata e non fosse, come uno schiavo, a disposizione di
un padrone, poteva ancora essere «costretto» dalla povertà. La
povertà costringe l'uomo libero ad agire come uno schiavo (67). La
ricchezza privata divenne quindi una condizione per l'ammissione
alla vita pubblica non perché il suo possessore fosse impegnato ad
accumularla ma, al contrario, perché essa assicurava con
ragionevole certezza che il suo possessore non avrebbe dovuto
impegnarsi a provvedersi dei mezzi d'uso e di consumo ed era libero
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
per l'attività pubblica (68). Ovviamente, la vita pubblica era possibile
solo dopo che ci si fosse presi cura delle più urgenti necessità della
vita. Il mezzo adatto a questo scopo era il lavoro, e la ricchezza di
una persona veniva quindi frequentemente calcolata in base al
numero dei lavoratori, cioè di schiavi, che possedeva (69). Essere
proprietario significa qui essere signore delle proprie necessità di
vita e quindi potenzialmente essere una persona libera, libera di
trascendere la propria vita e di entrare nel mondo comune a tutti.
Solo con la comparsa di un simile mondo comune concreto e
tangibile, cioè con il sorgere della città-stato, questa specie di
possesso privato poteva acquistare il suo eminente senso politico e
pertanto viene quasi da sé che il famoso «disdegno per le
occupazioni domestiche» non si trovi ancora nel mondo omerico. Se
un possidente sceglieva di ingrandire la sua proprietà invece di
usarla per condurre una vita politica, era come se volontariamente
sacrificasse la sua libertà e divenisse volontariamente ciò che lo
schiavo era contro la sua volontà, un servo della necessità (70).
Prima dell'avvento dell'epoca moderna questo genere di proprietà
non venne mai ritenuto sacro, e solo dove la ricchezza come fonte di
reddito coincideva con il pezzo di terra su cui la famiglia era situata,
cioè in una società essenzialmente agricola, questi due tipi di
proprietà potevano coincidere in tal misura che tutta la proprietà
assumeva un carattere di sacralità. I sostenitori moderni della
proprietà privata a ogni costo, che unanimemente la considerano
come una ricchezza conquistata privatamente e niente di più, non
possono richiamarsi a una tradizione secondo la quale non potrebbe
esistere alcuna libera dimensione pubblica senza un fondamento e
una protezione adeguati della sfera privata. Infatti, l'accumulazione
enorme e tuttora in espansione della ricchezza nella società
moderna, che iniziò con l'espropriazione - l'espropriazione delle
classi contadine, che a sua volta era la conseguenza quasi
accidentale dell'espropriazione della Chiesa e della proprietà
monastica dopo la Riforma (71) - non ha mai mostrato molta
considerazione per la proprietà privata ma l'ha sacrificata ogni qual
volta venisse in conflitto con l'accumulazione della ricchezza. Il detto
di Proudhon che la proprietà è un furto ha una solida base di verità
nelle origini del capitalismo moderno. Più significativo ancora è che
anche Proudhon esitasse ad accettare il dubbio rimedio
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dell'espropriazione generale, perché sapeva benissimo che se
l'abolizione della proprietà privata poteva mitigare il male della
povertà, era probabilmente solo per aprire la strada al peggior male
della tirannia.(72). Poiché egli non distingueva tra proprietà e
ricchezza, le sue due intuizioni appaiono nella sua opera come
contraddizioni, ciò che di fatto non sono. L'appropriazione
individuale della ricchezza a lungo andare non rispetterà la proprietà
privata più di quanto non lo consenta la socializzazione del processo
di accumulazione. Non è un'invenzione di Karl Marx, ma è
effettivamente nella natura di questa società, il fatto che la sfera
privata, in ogni senso, può solo ostacolare lo sviluppo della
«produttività» sociale, e che l'interesse verso la proprietà privata
sarebbe quindi accantonato in favore dello sviluppo sempre
crescente della ricchezza sociale (73).
9. IL SOCIALE E IL PRIVATO.
Quello che abbiamo chiamato l'avvento del sociale coincise
storicamente con la trasformazione della cura privata per la
proprietà privata in una preoccupazione pubblica. La società,
quando all'inizio fece il suo ingresso nella sfera pubblica, assunse la
configurazione di un'organizzazione di possidenti che, invece di
reclamare l'accesso alla sfera pubblica a causa delle loro ricchezze,
chiedevano a essa protezione per l'accumulazione di ulteriore
ricchezza. Secondo le parole di Bodin, il potere apparteneva ai re e
la proprietà ai soggetti, così che era dovere dei re governare
nell'interesse della proprietà dei loro soggetti. «La comunità di
governo» ("Commonwealth"), come è stato recentemente
sottolineato, «esisteva essenzialmente per la ricchezza comune»
("common wealth") (74).
Quando a questa ricchezza comune, risultato di attività
precedentemente confinate nella "privacy" delle comunità
domestiche, fu consentito di invadere la sfera pubblica, i beni privati
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
- che sono molto meno duraturi e molto più legati alla mortalità dei
loro possessori di quanto non lo sia il mondo comune, che si
sviluppa dal passato ed è destinato a continuare per le generazioni
future - incominciarono a minare la continuità del mondo. E' vero
che la ricchezza può essere accumulata a un punto tale che nessun
arco di vita individuale può esaurirla, così che ne diviene padrona la
famiglia più che l'individuo. Tuttavia la ricchezza rimane qualcosa
che va usato e consumato, non importa quante generazioni possano
mantenerla. Solo quando la ricchezza divenne un capitale, la cui
principale funzione era quella di produrre altro capitale, la proprietà
privata fu simile o si avvicinò alla permanenza di un mondo
condiviso dagli uomini (75). Tuttavia, questa permanenza è di
natura diversa; è la permanenza di un processo piuttosto che di una
struttura stabile. Senza il processo di accumulazione, la ricchezza
cadrebbe subito nel processo opposto di disintegrazione attraverso
l'uso e il consumo.
La ricchezza comune, quindi, non può mai divenire comune nel
senso proprio della parola; essa rimase, o meglio era intesa per
rimanere, strettamente privata. Solo il governo, incaricato di
proteggere i proprietari privati l'uno dall'altro nella lotta competitiva
per una maggior ricchezza, era comune. La contraddizione evidente
in questo moderno concetto di governo, in cui la sola cosa che gli
individui hanno in comune è l'interesse privato, non è problematica
per noi come era per Marx, perché noi sappiamo che la
contraddizione tra privato e pubblico, tipica degli stadi iniziali dell'età
moderna, è stata un fenomeno temporaneo che cedette a una totale
estinzione della differenza tra sfera pubblica e privata, e
all'assorbimento di entrambe in quella sociale. Per lo stesso motivo,
noi siamo in una posizione molto più adatta a comprendere le
conseguenze, per l'esistenza umana, della scomparsa delle distinte
sfere di vita pubblica e privata, il pubblico essendo divenuto
funzione del privato e il privato essendo divenuto l'unico interesse
comune rimasto.
Considerata da questo punto di vista, la scoperta moderna
dell'intimità appare un'evasione dal mondo esterno nel suo insieme
per rifugiarsi nell'interiore soggettività individuale, che era stata
riparata e protetta in precedenza dalla sfera privata. L'assorbimento
di questo ambito da parte del sociale può essere benissimo seguita
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dalla trasformazione progressiva della proprietà immobiliare in
quella dei beni mobili, finché la distinzione tra proprietà e ricchezza,
tra i beni "consumptibiles" e quelli "fungibiles" del diritto romano,
perde tutto il suo significato perché ogni cosa tangibile «fungibile» è
divenuta oggetto di «consumazione»; ogni cosa perde il suo valore
di uso privato che era determinato dalla sua posizione, per acquisire
un valore esclusivamente sociale determinatosi attraverso la sua
scambiabilità sempre mutevole, la cui stessa fluttuazione può fissarsi
solo temporaneamente in riferimento al comun denominatore del
denaro (76). Strettamente connesso a questa evaporazione sociale
dei beni tangibili era il contributo moderno più rivoluzionario al
concetto di proprietà, secondo il quale la proprietà non era una
parte fissa e ben radicata del mondo acquistata dal suo possessore
in un modo o nell'altro, ma, al contrario, aveva la sua origine
nell'uomo stesso, nel suo possesso di un corpo e nell'incontestabile
potere di disposizione sulle forze di questo corpo, che Marx chiamò
«forza-lavoro».
Così la proprietà moderna perse il suo carattere di bene del mondo
comune e venne situata nella persona stessa, cioè in ciò che un
individuo poteva perdere solo con la sua stessa vita. Storicamente,
l'assunto di Locke che il lavoro del proprio corpo è l'origine della
proprietà è più che dubbio; ma considerato che noi già viviamo in
condizioni in cui la nostra sola proprietà sicura è la capacità e la
possibilità di lavorare, è più che probabile che esso si realizzerà.
Infatti la ricchezza, da quando è diventata un affare pubblico, è
cresciuta in tal misura da non poter essere più gestita dalla
proprietà privata. E' come se la sfera pubblica si fosse vendicata
contro chi ha tentato di usarla per i suoi interessi privati. La maggior
minaccia, tuttavia, non è qui l'abolizione della proprietà privata della
ricchezza ma l'abolizione della proprietà privata nel senso di un
luogo concreto, nel mondo, di ciò che è proprio.
Per comprendere il pericolo che viene all'esistenza umana
dall'eliminazione della sfera privata, di cui l'intimità non è un
sostituto molto sicuro, può essere utile considerare quei tratti non
negativi della "privacy" che sono anteriori alla scoperta della intimità
e da essa indipendenti. La differenza tra ciò che noi abbiamo in
comune e ciò che possediamo privatamente consiste innanzitutto nel
fatto che i nostri beni privati, che usiamo e consumiamo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
quotidianamente, sono molto più urgenti e necessari di qualsiasi
parte del mondo comune: senza la proprietà, come Locke ha
sottolineato, «il comune non è di alcuna utilità» (77). La stessa
necessità che, dal punto di vista della sfera pubblica, mostra solo il
suo aspetto negativo come privazione di libertà, possiede una forza
costrittiva la cui urgenza non è superabile dai cosiddetti desideri e
aspirazioni superiori dell'uomo. Non solo sarà sempre la prima tra i
bisogni e le preoccupazioni dell'uomo, ma anche impedirà l'apatia e
la scomparsa dell'iniziativa che preoccupano tutte le comunità
troppo ricche (78). Necessità e vita sono così intimamente connesse
che la vita stessa è minacciata quando la necessità viene
completamente a mancare. Infatti l'eliminazione della necessità,
lungi dallo sfociare automaticamente nell'instaurazione della libertà,
oscura solo la linea di distinzione tra libertà e necessità. (Le
discussioni moderne sulla libertà, in cui la libertà non è mai intesa
come una condizione oggettiva dell'esistenza umana, ma o si
presenta come un problema insolubile di soggettività, di una volontà
determinata o del tutto indeterminata, oppure si sviluppa dalla
necessità, indicano tutte che l'oggettiva, concreta differenza tra
l'essere liberi e l'essere costretti dalla necessità non viene più
afferrata.)
La seconda importante caratteristica non-privativa della "privacy" è
che le quattro mura della proprietà offrono il solo rifugio sicuro dal
mondo pubblico comune, non solo da tutto ciò che avviene in esso
ma anche dalla propria condizione in pubblico, dall'essere visti e
sentiti. Una vita spesa interamente in pubblico, alla presenza degli
altri, diventa, per così dire, superficiale. Pur conservando la sua
visibilità, essa perde la qualità di sorgere alla vista da un certo fondo
più oscuro che deve rimanere nascosto se non vuol perdere la sua
profondità in un senso reale, non soggettivo. Il solo modo efficace di
garantire il segreto di ciò che deve rimanere nascosto alla luce
dell'esposizione in pubblico è la proprietà privata, un luogo
posseduto privatamente in cui rifugiarsi (79).
Mentre è solo naturale che i tratti non-privativi della "privacy"
appaiono più chiaramente quando gli uomini corrono il pericolo di
essere privati di essa, il modo in cui le istituzioni politiche premoderne hanno affrontato il problema della proprietà privata indica
chiaramente che gli uomini sono sempre stati consapevoli della loro
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
esistenza e della loro importanza. Questo tuttavia non significa che
essi proteggessero direttamente le attività della sfera privata, ma
piuttosto che tutelassero i confini che separavano ciò che è privato
dalle altre parti del mondo, e soprattutto dal mondo comune. Il
carattere distintivo della moderna teoria politica ed economica,
d'altra parte, per quanto concerne il problema decisivo della
proprietà privata, è stato il rilievo attribuito alle attività private dei
possidenti e alla loro necessità di protezione politica, in favore
dell'accumulazione della ricchezza e a spese della effettiva proprietà
tangibile. Tuttavia, ciò che conta per la sfera pubblica non è il
maggiore o minore spirito d'iniziativa dei privati uomini d'affari, ma
gli steccati attorno alle case e ai giardini dei cittadini. L'invasione
della "privacy" da parte della società, la «socializzazione dell'uomo»
(Marx), si compie nel modo più efficace per mezzo
dell'espropriazione, ma non solo in questo modo. Qui, come sotto
altri aspetti, le misure rivoluzionarie del socialismo o del comunismo
possono benissimo essere sostituite da un processo più lento e non
meno sicuro di «eliminazione» della sfera privata in generale e della
proprietà privata in particolare.
La distinzione tra la sfera pubblica e quella privata, considerata dal
punto di vista della dimensione privata piuttosto che da quello del
corpo politico, corrisponde alla distinzione tra cose che dovrebbero
essere mostrate e cose che dovrebbero essere nascoste. Solo l'età
moderna, nella sua ribellione contro la società, ha scoperto come sia
ricca e multiforme la sfera di ciò che è nascosto nelle condizioni
dell'interiorità; ma colpisce il fatto che dall'inizio della storia ai giorni
nostri sia sempre stata la parte corporea dell'esistenza umana a
dover essere celata nella sfera privata (tutte le cose connesse con le
necessità del processo vitale), che prima dell'età moderna
comprendeva tutte le attività che servivano al sostentamento
dell'individuo e alla sopravvivenza della specie. Segregati erano i
lavoratori che «con i loro corpi provvedono alle necessità [corporee]
della vita» (80), e le donne che con i loro corpi assicurano la
sopravvivenza fisica della specie. Donne e schiavi appartenevano
alla stessa categoria ed erano segregati non solo perché
appartenevano a qualcuno, ma perché la loro vita era «laboriosa»,
dedicata alle funzioni corporee (81). Agli inizi dell'età moderna,
quando il «libero» lavoro sfuggì alla segregazione nella privatezza
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
della vita domestica, i lavoratori furono isolati e segregati dalla
comunità come criminali dietro alte mura e sotto costante
sorveglianza (82). Il fatto che l'età moderna abbia emancipato le
classi lavoratrici e le donne pressoché nello stesso momento storico
deve essere certamente annoverato tra le caratteristiche di un'età
che non crede più che le funzioni corporee e le attività materiali
debbano essere nascoste. E' ancor più sintomatico della natura di
questi fenomeni che gli scarsi residui di "privacy" in senso stretto
anche nella nostra civiltà si riferiscano alle «necessità», nel senso
originario di essere soggetti alla necessità per il fatto di avere un
corpo.
10. LA POSIZIONE DELLE ATTIVITA' UMANE.
Benché la distinzione tra privato e pubblico coincida con
l'opposizione di necessità e libertà, di labilità e permanenza, e infine,
di vergogna e onore, non è assolutamente vero che solo il
necessario, il labile e il vergognoso trovino il loro posto nella sfera
privata. Il significato più elementare delle due sfere indica che ci
sono cose che è necessario siano nascoste e altre che è necessario
siano mostrate pubblicamente, se devono esistere. Se badiamo a
queste cose, senza riguardo al luogo in cui le troviamo in qualsiasi
civiltà data, vediamo che ogni attività umana mira a una sua
adeguata posizione nel mondo. E' così per le principali attività della
"vita activa", lavorare, operare e agire; ma c'è un caso
dichiaratamente estremo di questo fenomeno, che costituisce un
buon esempio, avendo svolto una funzione considerevole nella
teoria politica.
La bontà in senso assoluto, in quanto distinta da «ciò che è buono
come mezzo» o dall'«eccellente» dell'antichità greca e romana,
divenne nota alla nostra civiltà solo con il sorgere del cristianesimo.
Da allora abbiamo imparato a considerare le buone opere come
un'importante varietà delle possibili azioni umane. Il ben noto
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
antagonismo tra il cristianesimo primitivo e la "res publica", così
mirabilmente compendiato nella frase di Tertulliano: "nec ulla magis
res aliena quam publica" («niente ci è più estraneo di ciò che è
pubblico») (83), viene di solito inteso esattamente come una
conseguenza della primitiva credenza escatologica, che perse il suo
valore immediato solo dopo che l'esperienza ebbe insegnato come il
crollo dell'Impero Romano non significasse la fine del mondo (84).
Tuttavia, il carattere ultramondano del cristianesimo ha anche
un'altra radice, forse ancora più intimamente connessa agli
insegnamenti di Gesù di Nazareth, e comunque tanto indipendente
dalla credenza nella caducità del mondo, che si è tentati di vedervi
la vera ragione interna per cui l'alienazione cristiana dal mondo poté
così agevolmente sopravvivere all'evidente fallimento delle sue
speranze escatologiche.
La sola attività insegnata da Gesù con parole e atti è la pratica della
bontà, e questa comprende ovviamente la tendenza a evitare di
essere visti o uditi. L'ostilità cristiana verso la sfera pubblica, la
tendenza, almeno dei primi cristiani, a condurre una vita il più
possibile staccata da essa, può anche essere intesa come
un'immediata conseguenza dell'impegno a compiere opere buone,
indipendentemente da qualsiasi credenza o speranza escatologica.
Infatti è chiaro che se un'opera buona diventa nota e pubblica,
perde il suo carattere specifico di bontà, dell'esser compiuta per
nessun altro scopo che la bontà. Quando la bontà viene alla luce
non è più tale, anche se può ancora essere utile come carità
organizzata o come atto di solidarietà. Quindi: «Guardatevi dal fare
il bene di fronte agli uomini, e dall'essere visti da loro». La bontà
può esistere solo quando non è avvertita nemmeno da chi la
compie; chiunque si vede fare una buona azione non è più buono,
ma tutt'al più un membro utile della società o un membro devoto
della Chiesa. Quindi: «La mano sinistra non sappia ciò che fa la
mano destra».
Può essere questa curiosa qualità negativa della bontà, la mancanza
di una manifestazione esteriore, che fa della apparizione di Gesù di
Nazareth nella storia un evento così profondamente paradossale;
sembra certamente la ragione per cui egli pensava e insegnava che
nessun uomo può essere buono: «Perché mi chiami buono?
Nessuno è buono, salvo uno, cioè Dio» (85). La stessa convinzione
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
si esprime nella storia talmudica dei trentasei uomini giusti, per il cui
merito Dio salva il mondo, e che pure non sono noti a nessuno, e
meno di tutti a se stessi. Ci viene in mente la grande intuizione di
Socrate che nessun uomo può essere saggio, dalla quale nasceva
l'amore per la saggezza o filo-sofia; tutta la vita di Gesù testimonia
quanto l'amore per la bontà possa scaturire dalla convinzione che
nessun uomo può essere buono.
L'amore per la saggezza e l'amore per la bontà, se si risolvono nelle
attività di filosofare e di fare opere buone, hanno in comune il fatto
di esaurirsi immediatamente, di cancellarsi, per così dire, non
appena si ammetta che l'uomo "può essere" saggio o "può essere"
buono. Tentativi di mantenere ciò che non può mai sopravvivere al
momento fuggevole dell'atto non sono mai mancati e sono sempre
sfociati nell'assurdità. I filosofi della tarda antichità, che esigevano
da se stessi di "essere" saggi erano assurdi quando pretendevano di
essere felici pur essendo arrostiti vivi nel famoso toro di Falaride. E
non meno assurda è l'esigenza cristiana di essere buoni e di porgere
l'altra guancia, quando non sia intesa metaforicamente, ma praticata
come autentico modo di vita.
Ma la somiglianza tra le attività che scaturiscono dall'amore della
bontà e da quello della saggezza finiscono qui. Entrambe, è vero, si
trovano in una certa opposizione alla sfera pubblica, ma il caso della
bontà è molto più estremo in questo senso e quindi più importante
nel nostro contesto. Solo la bontà deve essere assolutamente
nascosta e fuggire ogni apparenza, se non deve andar perduta. Il
filosofo, anche se decide con Platone di lasciare la «caverna» delle
faccende umane, non deve nascondersi da se stesso; al contrario,
sotto il cielo delle idee egli non solo trova la vera essenza di tutto
ciò che è, ma anche se stesso, nel dialogo tra «me e me stesso»
("eme emauto"), in cui Platone individuò evidentemente l'essenza
del pensiero (86). Essere in solitudine significa essere con se stessi,
e il pensare, quindi, anche se è la più solitaria di tutte le attività, non
può esistere senza qualche interlocutore o una qualsiasi compagnia.
Comunque, l'uomo amante della bontà non può mai permettersi di
condurre una vita solitaria; eppure, il suo vivere con gli altri e per gli
altri deve rimanere senza testimonianza e perde prima di tutto la
compagnia di se stesso. Non è solitario, ma solo; vivendo con gli
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
altri deve nascondersi da loro, e non può nemmeno lasciarsi andare
a mostrare ciò che sta facendo. Il filosofo può sempre far conto sul
fatto che i suoi pensieri gli tengano compagnia, mentre le buone
opere non possono mai tenere compagnia a nessuno; devono
essere dimenticate nel momento in cui vengono compiute, perché
anche il ricordo distruggerebbe la loro qualità di essere «buone».
Inoltre il pensare, poiché comprende il ricordo, può cristallizzarsi in
pensieri, e questi, come tutte le cose che devono la loro esistenza
alla rammemorazione, possono trasformarsi in oggetti tangibili che,
come la pagina scritta o il libro stampato, diventano prodotti
dell'artificio umano. Le buone opere, invece, dovendo essere
dimenticate istantaneamente, non possono mai divenire parte del
mondo; vanno e vengono, senza lasciar traccia. Esse non sono
veramente di questo mondo.
E' questa assenza dal mondo, inerente alle buone opere, che rende
l'amante della bontà una figura essenzialmente religiosa e che fa
della bontà, come la saggezza nell'antichità, una qualità
essenzialmente non-umana, sovrumana. E tuttavia l'amore della
bontà, diversamente da quello della saggezza, non è ristretto
all'esperienza dei pochi, proprio come l'isolamento, diversamente
dalla solitudine, entra nel raggio dell'esperienza di ciascuno. In un
certo senso, quindi, la bontà e l'isolamento interessano la politica
più della saggezza e della solitudine; tuttavia solo la solitudine può
divenire un autentico modo di vita nella figura del filosofo, mentre
l'esperienza molto più generale dell'isolamento contraddice a tal
punto la condizione umana della pluralità che non è sopportabile
nemmeno per un attimo e ha bisogno della compagnia di Dio, il solo
che si possa pensare testimone delle buone opere: altrimenti
l'esistenza umana sarebbe annullata. L'essenza oltremondana
dell'esperienza religiosa, in quanto è l'autentica esperienza d'amore
nel senso di attività, e non nel senso assai più frequente della
passiva contemplazione d'una verità rivelata, si manifesta nel mondo
stesso; essa, come tutte le altre attività, non trascende il mondo,
ma deve realizzarsi in esso. Ma questa manifestazione, benché si
riveli nello spazio in cui si compiono le altre attività e si fondi in
esso, è di natura attivamente negativa; fuggendo il mondo e
nascondendosi dai suoi abitanti, nega lo spazio che il mondo offre
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
agli uomini, e soprattutto quella parte pubblica di esso dove ogni
cosa e ognuno sono visti e uditi dagli altri.
La bontà, quindi, come coerente modo di vita, non solo è
impossibile nell'ambito della dimensione pubblica, ma ha una
capacità distruttiva nei suoi confronti. Forse nessuno è stato più
profondamente consapevole del carattere rovinoso della bontà di
Machiavelli, il quale, in un passo famoso, osò insegnare agli uomini
«come non essere buoni» (87). E' inutile aggiungere che egli non
diceva e non intendeva che si dovesse insegnare agli uomini come
esseri cattivi; l'atto criminale, sebbene per altre ragioni, deve
nascondersi alla vista e all'ascolto degli altri. Il criterio distintivo che
Machiavelli assegnava all'azione politica era la gloria, come
nell'antichità classica, e la malvagità non può essere circonfusa di
gloria, proprio come la bontà. Perciò tutti i metodi con cui «si può
conquistare il potere ma non la gloria» sono cattivi (88). La
malvagità che viene portata alla luce è sfrontata e distrugge
immediatamente il mondo comune; la bontà che entra nella sfera
pubblica non è più buona, ma corrotta nella sua sostanza e porterà
la sua corruzione ovunque giungerà. Così, per Machiavelli, il motivo
per cui la Chiesa esercitava un'influenza corruttrice nella politica
italiana era di per se stessa la sua partecipazione alle faccende
profane, e non la corruzione individuale dei vescovi e dei prelati. Per
lui l'alternativa posta dal problema del governo della religione sulla
sfera profana era inevitabilmente questa: o la sfera pubblica
corrompeva le istituzioni religiose e quindi si corrompeva a sua
volta, oppure le istituzioni religiose non si corrompevano e
distruggevano completamente la sfera pubblica. Una Chiesa
riformata era quindi ancora più pericolosa agli occhi di Machiavelli,
che guardava con grande rispetto ma con maggior apprensione al
risveglio religioso del suo tempo, ai «nuovi ordini» che, «impedendo
che la religione fosse distrutta dalla licenziosità dei prelati e dei capi
della Chiesa», insegnano al popolo a essere buono e a non
«resistere al male» - con il risultato che «i governanti scellerati
fanno tutto il male che vogliono» (89).
Abbiamo scelto deliberatamente l'esempio limite delle buone opere,
esempio limite perché questa attività non è al suo posto nemmeno
nella sfera privata, per mostrare che i giudizi storici delle comunità
politiche, mediante i quali ciascuna determinava quali attività della
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
"vita activa" dovessero essere mostrate in pubblico e quali nascoste
nell'ambito privato, possono avere una loro corrispondenza nella
natura stessa di queste attività. Sollevando questo problema non
intendo poi tentare una analisi esauriente delle attività della "vita
activa", le cui articolazioni sono state curiosamente trascurate da
una tradizione che la considerava principalmente dal punto di vista
della "vita contemplativa"; intendo solo cercare di determinare con
un certo grado di sicurezza la loro rilevanza politica.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Parte terza. IL LAVORO.
PREMESSA.
In questo capitolo procederò a una critica dell'opera di Karl Marx. E'
questo un compito spiacevole, in un'epoca in cui tanti autori che una
volta si guadagnavano da vivere attingendo esplicitamente o
tacitamente alla grande ricchezza delle idee e delle intuizioni
marxiane hanno deciso di diventare antimarxisti di professione, al
punto che uno di loro arrivò a scoprire che Karl Marx era incapace di
guadagnarsi la vita, dimenticando in tale occasione le generazioni di
autori a cui Marx ha fatto da sostegno. In tale difficile circostanza
posso richiamare un'affermazione di Benjamin Constant quando si
sentì costretto ad attaccare Rousseau: «J'éviterai certes de me
joindre aux détracteurs d'un grand homme. Quand le hazard fait
qu'en apparence je me rencontre avec eux sur un seul point, je suis
en défiance de moi-même; et pour me consoler de paraître un
instant de leur avis... j'ai besoin de désavouer et de flétrir, autant
qu'il est en moi, ces prétendus auxiliaires» (1). [Certamente, eviterò
di unirmi ai detrattori di un grand'uomo. Quando il caso
apparentemente vuole che io sia d'accordo con loro su un solo
punto, comincio a diffidare di me stesso; e per consolarmi di essere
anche per un istante del loro parere... ho bisogno di sconfessare e
di biasimare, per quanto mi è possibile, questi falsi alleati.]
11. «IL LAVORO DEL NOSTRO CORPO E L'OPERA DELLE
NOSTRE MANI »
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
La distinzione che propongo tra lavoro e opera è insolita. L'evidenza
fenomenica che la giustifica è troppo lampante per essere ignorata;
e tuttavia storicamente è un fatto che, a parte qualche osservazione
sparsa e oltretutto non sviluppata nelle teorie dei rispettivi autori,
non c'è quasi niente né nella tradizione del pensiero politico
premoderno, né nell'abbondante "corpus" delle moderne teorie del
lavoro che permetta di convalidarla. In opposizione a questa scarsità
di prove storiche si pone tuttavia una testimonianza molto
eloquente, costituita dal semplice fatto che ogni lingua europea,
antica e moderna, possiede due termini etimologicamente distinti
per ciò che noi siamo portati a considerare una stessa attività, e
mantiene
tale
distinzione
nonostante
essi
siano
usati
persistentemente come sinonimi (3),
Così, la distinzione di Locke tra le mani che operano e un corpo che
lavora riecheggia l'antica Distinzione greca tra il "cheirotechnes",
l'artigiano, cui corrisponde il tedesco "Handwerker", e quelli che
come «schiavi e animali addomesticati con i loro corpi provvedono
alle necessità della vita» (4), o, nell'idioma greco, "to somati
ergazesthai", operano con i loro corpi (anche qui, però, lavoro e
opera sono già trattati come identici, poiché vien detto appunto
"ergazesthai" [operano], e non si usa invece il verbo "ponein"
[lavorano]. Solo per un aspetto, che tuttavia linguisticamente è il più
importante, manca completamente l'uso sia antico sia moderno delle
due parole come sinonimi, cioè nella formazione di un sostantivo
corrispondente. Anche qui troviamo completa unanimità; la parola
«lavoro», intesa come sostantivo, non designa mai il prodotto finito,
il risultato dell'attività lavorativa, ma rimane un sostantivo verbale
(allo stesso modo del gerundio [come nell'inglese "working"]),
mentre il prodotto stesso è invariabilmente derivato dalla parola che
indica l'opera, anche quando l'uso corrente ha seguito così
strettamente gli effettivi sviluppi moderni che la forma verbale della
parola «opera» è quasi caduta in disuso (5).
La ragione per cui questa distinzione è stata trascurata nei tempi
antichi, e il suo significato rimane così inesplorato, è abbastanza
evidente. Il disprezzo per il lavoro, originariamente scaturito da un
appassionato impulso alla libertà dalla necessità, e da una non meno
appassionata insofferenza per ogni sforzo che non lasciasse alcuna
traccia, alcun monumento, alcuna opera degna di rimembranza, si
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
diffuse con le crescenti esigenze della vita della "polis" sul tempo dei
cittadini e con la sua insistenza sulla loro astensione ("skhole") da
tutto ciò che non fosse attività politica, finché finì per riguardare
qualsiasi cosa che richiedesse uno sforzo. Il costume politico antico,
anteriore al pieno sviluppo della città-stato, faceva solo distinzione
tra schiavi, nemici vinti ("dmoes" o "douloi"), che venivano portati
con altro bottino nella casa del vincitore dove, come servi domestici
("oiketai" o "familiares"), faticavano per la vita propria e dei loro
padroni, e i "demiourgoi", i lavoratori in generale, che si muovevano
liberamente fuori del dominio privato e dentro quello pubblico (6).
Un'epoca più tarda cambiò persino il nome di questi artigiani, che
Solone definiva ancora come figli di Atena e di Efesto, e li chiamò
"banausoi", cioè uomini il cui principale interesse è il loro mestiere e
non la piazza del mercato. E' solo dalla fine del quinto secolo in poi
che la "polis" cominciò a classificare le occupazioni a seconda della
quantità di sforzo richiesta, così che Aristotele poteva considerare le
occupazioni artigianali come le più basse, quelle «nelle quali il corpo
si logora di più». Benché egli rifiutasse di ammettere i "banausoi"
nella cittadinanza avrebbe accettato i pastori e i pittori (ma non i
contadini né gli scultori) (7).
Vedremo più avanti che, indipendentemente dal loro disprezzo per il
lavoro, i greci avevano da parte loro delle ragioni per diffidare degli
artigiani, o piuttosto della mentalità dell'"homo faber". Questa
diffidenza, tuttavia, vale solo per certi periodi, mentre tutte le
antiche valutazioni delle attività umane, comprese quelle che, come
in Esiodo, sembravano apprezzare il lavoro (8), riposano sulla
convinzione che il lavoro del corpo, imposto dai suoi bisogni, è
schiavitù. Perciò, le occupazioni che non consistevano nel lavorare e
che venivano intraprese non per se stesse ma per sovvenire alle
necessità della vita, erano assimilate alla condizione del lavoro, e
questo spiega i mutamenti e le variazioni nella loro stima e
classificazione in differenti periodi e in differenti luoghi. L'opinione
che il lavoro e l'opera degli artigiani fossero disprezzati nell'antichità
perché solo gli schiavi vi erano impegnati è un pregiudizio degli
storici moderni. Gli antichi ragionavano in modo opposto e
ritenevano necessario possedere schiavi a causa della natura servile
di tutte le occupazioni che provvedevano ai bisogni relativi alla
conservazione della vita (9). Era precisamente su questo terreno che
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
si difendeva e si giustificava l'istituzione della schiavitù. Lavorare
significava essere fatti schiavi dalla necessità, e questo asservimento
era inerente alle condizioni della vita umana. Poiché gli uomini erano
dominati dalle necessità della vita, potevano conquistare la loro
libertà solo attraverso il dominio su quelli che assoggettavano con la
forza alla necessità. La degradazione dello schiavo era un colpo del
destino e di un destino peggiore della morte, perché comportava
una metamorfosi dell'uomo in qualcosa di affine a un animale
addomesticato (10). Un cambiamento, quindi, nella condizione di
uno schiavo, come l'affrancamento da parte del suo padrone o un
mutamento nelle circostanze politiche generali che elevava certe
occupazioni rendendole pubblicamente rilevanti, comportava
automaticamente un mutamento nella «natura» dello schiavo (11).
L'istituzione della schiavitù nell'antichità, almeno nei tempi più
antichi, non fu un espediente per avere lavoro a buon mercato o
uno strumento di sfruttamento a scopo di profitto, ma piuttosto il
tentativo di escludere il lavoro dalle condizioni della vita umana. Ciò
che gli uomini condividevano con le altre forme di vita animale non
era considerato umano. (Fu questa, per inciso, anche la ragione
della tanto malintesa teoria greca della natura non-umana dello
schiavo. Aristotele, che sostenne questa teoria così esplicitamente, e
poi, sul suo letto di morte, liberò i suoi schiavi, può non essere stato
così incoerente come i moderni sono inclini a pensare. Egli non
negava la capacità dello schiavo di essere umano, ma solo l'uso
della parola «uomini» per membri della specie umana che siano
totalmente soggetti alla necessità) (12). Ed è vero che l'uso della
parola «animale» nel concetto di "animal laborans", diversamente
dall'uso molto discutibile della stessa parola nell'espressione "animal
rationale", è pienamente giustificato. L'"animal laborans" non è che
una, sia pure la più alta, delle specie animali che popolano la terra.
Non deve sorprendere il fatto che la distinzione tra lavoro e opera
fosse ignorata nell'antichità classica. La differenziazione tra la sfera
domestica privata e la sfera pubblica e politica, tra il servo
domestico che era uno schiavo e il capofamiglia che era un
cittadino, tra le attività che dovevano essere tenute nascoste
nell'ambito privato e quelle che meritavano di essere viste, sentite e
ricordate, adombrava e predeterminava tutte le altre distinzioni, fino
ad ammettere un solo criterio: la maggior parte di tempo e di
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
energia è spesa in privato o in pubblico? l'occupazione è motivata
dalla "cura privati negotii" o dalla "cura rei publicae"? (13);
dall'interesse privato o dalla cura delle attività pubbliche? Con il
sorgere della teoria politica i filosofi respinsero anche queste
distinzioni, che avevano almeno tenute separate le attività,
opponendo a tutti indistintamente i generi di attività la
contemplazione. Con loro, anche l'attività politica fu ridotta al livello
della necessità, che da allora divenne il denominatore comune di
tutte le articolazioni della "vita activa". Né ci possiamo
ragionevolmente aspettare alcun aiuto dal pensiero politico cristiano,
che accettò la distinzione dei filosofi, la rielaborò, ed essendo la
religione per i molti e la filosofia solo per i pochi, le attribuì un
valore generale, vincolante per tutti gli uomini.
E' sorprendente a prima vista, tuttavia, che l'età moderna - con il
suo rovesciamento di tutte le tradizioni, del rango tradizionale
dell'azione e della contemplazione non meno che della gerarchia
tradizionale nell'ambito della "vita activa" stessa, con la sua
glorificazione del lavoro come sorgente di tutti i valori e la sua
elevazione dell'"animal laborans" alla posizione tradizionalmente
tenuta dall'"animal rationale" - non abbia prodotto una sola teoria in
cui "animal laborans" e "homo faber", «il lavoro del nostro corpo» e
«l'opera delle nostre mani», siano chiaramente distinti. Troviamo
invece dapprima la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo,
poi più avanti la differenziazione tra lavoro specializzato e non
specializzato, e infine la divisione, più importante delle precedenti
perché di significato più elementare, di tutte le attività in lavoro
intellettuale e manuale. Delle tre, tuttavia, solo la distinzione tra
lavoro produttivo e improduttivo coglie il nocciolo della questione, e
non è accidentale il fatto che i due maggiori teorici in questo campo,
Adam Smith e Karl Marx, vi abbiano basato l'intera struttura della
loro argomentazione. La vera ragione dell'elevazione del lavoro
nell'età moderna fu la sua «produttività», e l'affermazione
apparentemente blasfema di Marx che il lavoro (e non Dio) creò
l'uomo o che il lavoro (e non la ragione) distinse l'uomo dagli altri
animali, fu solo la formulazione più radicale e coerente di un'idea
con la quale tutto il mondo moderno era d'accordo (14).
Inoltre, sia Smith sia Marx convenivano con l'opinione pubblica
moderna nel disprezzare il lavoro improduttivo come parassitario, in
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
effetti una specie di perversione del lavoro, come se non fosse
degna del nome di lavoro se non un'attività che arricchisse il mondo.
Marx certamente condivideva il disprezzo di Smith per i «servi
domestici» che come «ospiti oziosi... non lasciano nulla dietro di sé
in cambio del loro consumo» (15). Tuttavia erano proprio questi
servi domestici, questi "oiketai" o "familiares", che lavoravano per la
mera sussistenza, necessari per il consumo ozioso piuttosto che per
la produzione, che tutte le epoche precedenti alla moderna avevano
in mente quando identificavano la condizione del lavoro con la
schiavitù. Ciò che lasciavano dietro di sé in cambio del loro consumo
era né più né meno che la libertà dei loro padroni o, secondo
un'espressione moderna, la produttività potenziale dei loro padroni.
In altre parole, la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo
contiene, benché in modo distorto, la distinzione più fondamentale
tra lavoro e opera (16). E' caratteristico di ogni lavoro il fatto di non
lasciar nulla dietro di sé, il fatto che il risultato del suo sforzo sia
consumato quasi con la stessa rapidità con cui lo sforzo è speso. E
tuttavia questo sforzo, malgrado la sua labilità, nasce da un grande
bisogno ed è motivato da un impulso più potente di qualsiasi altro,
perché la vita stessa vi si fonda. L'età moderna in generale e Karl
Marx in particolare, impressionati, com'è naturale, dalla produttività
senza precedenti del mondo occidentale, ebbero la tendenza quasi
irresistibile a considerare ogni lavoro come opera e a parlare
dell'"animal laborans" in termini molto più adatti all'"homo faber",
sperando ogni volta che solo un altro passo fosse necessario per
eliminare del tutto il lavoro e la necessità (17).
Non c'è dubbio che l'effettivo sviluppo storico che sottrasse il lavoro
dall'ombra per renderlo dominante nella sfera pubblica, dove poté
essere organizzato e «diviso» (18), costituì un potente incentivo allo
sviluppo di queste teorie. Tuttavia un fatto anche più significativo a
questo riguardo, già avvertito dagli economisti classici ma
chiaramente scoperto e analizzato da Marx, è che la stessa attività
lavorativa, indipendentemente dalle circostanze storiche e dalla sua
posizione nella sfera privata o in quella pubblica, possiede una
«produttività» sua propria, per quanto possano essere futili e nondurevoli i suoi prodotti. Questa produttività non consiste in alcuno
dei prodotti del lavoro ma nel «potere» umano, la cui forza non si
esaurisce nella produzione dei mezzi per la sussistenza e
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
sopravvivenza ma è capace di fornire un «surplus», cioè più del
necessario per la propria «riproduzione». E poiché non il lavoro in sé
ma il sovrappiù di «forza lavoro» umana ("Arbeitskraft") spiega la
produttività del lavoro, l'introduzione di questo termine da parte di
Marx, come osservò giustamente Engels, costituì l'elemento più
originale e rivoluzionario di tutto il suo sistema (19). Diversamente
dalla produttività dell'opera, che aggiunge nuovi oggetti al mondo
umano artificiale, la produttività della forza-lavoro produce oggetti
solo incidentalmente e in primo luogo si occupa dei mezzi della
propria riproduzione; poiché la sua forza non si esaurisce dopo che
la riproduzione è stata assicurata, può essere usata per la
riproduzione di qualcosa di più che un processo vitale, ma non
«produce» mai altro che vita (20). Attraverso l'oppressione violenta
di una società schiavistica o lo sfruttamento nella società
capitalistica della stessa epoca di Marx, la forza-lavoro può essere
incanalata in modo tale che il lavoro di alcuni sia sufficiente per la
vita di tutti.
Da questa prospettiva puramente sociale, propria di tutta l'età
moderna ma che ricevette la sua espressione più grande e coerente
nell'opera di Marx, ogni lavoro è «produttivo», e l'antica distinzione
tra l'assolvimento di «compiti servili» che non lasciano traccia e la
produzione di cose durevoli abbastanza da essere accumulate, perde
la sua validità. Il punto di vista sociale è identico, come abbiamo
visto prima, a quello di un'interpretazione che considera solo il
processo vitale dell'umanità, e in questo quadro di riferimento tutte
le cose diventano oggetti di consumo. In un'«umanità
completamente socializzata», il cui solo scopo sarebbe quello di
occuparsi del processo vitale - e questo è l'ideale sfortunatamente
non utopistico che guida le teorie di Marx (21) - la distinzione tra
lavoro e opera scomparirebbe del tutto; ogni opera dovrebbe
diventare lavoro perché tutte le cose sarebbero concepite, non nella
loro qualità terrena, oggettiva, ma come risultati di forza lavoro
vivente e funzioni del processo vitale (22).
E' interessante notare che le distinzioni tra opera specializzata e non
specializzata e tra opera intellettuale e manuale non rientrano né
nell'economia politica classica né nell'opera di Marx. Rapportate alla
produttività del lavoro, esse sono certo di secondaria importanza.
Ogni attività richiede una certa quota di abilità, l'attività di pulire o di
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
cuocere non meno di quella di scrivere un libro o costruire una casa.
La distinzione non si applica ad attività differenti, ma solo a certe
fasi e qualità nell'ambito di ciascuna. Poté acquistare una certa
importanza grazie alla moderna divisione del lavoro, dove compiti
una volta assegnati a persone giovani e inesperte vennero congelati
in occupazioni che duravano tutta la vita. Ma questa conseguenza
della divisione del lavoro, in cui un'attività è sminuzzata in tante
parti così piccole che ogni esecutore specializzato necessita di una
abilità minima, tende ad abolire del tutto il lavoro specializzato,
come giustamente aveva previsto Marx. Il risultato è che quanto si
compra e si vende nel mercato del lavoro non è l'abilità individuale
ma la «forza lavoro», di cui ogni essere umano dovrebbe
approssimativamente possedere la stessa quantità. Inoltre, poiché
l'opera non specializzata è una contraddizione in termini, la
distinzione stessa è valida solo per l'attività lavorativa, e il tentativo
di usarla come più ampio quadro di riferimento indica che la
distinzione tra lavoro e opera è stata abbandonata a favore del
lavoro.
Del tutto differente è il caso delle categorie più popolari di lavoro
manuale e di lavoro intellettuale. Qui il legame sotterraneo tra chi
svolge lavori manuali e chi svolge lavori intellettuali è ancora
l'attività lavorativa, in un caso compiuta dalla testa, nell'altro da una
diversa parte del corpo. Il pensare, tuttavia, che è presumibilmente
l'attività della mente, sebbene sia in qualche modo simile al lavorare
- un processo per di più che finisce probabilmente solo con la vita
stessa - è anche meno «produttivo» del lavoro; se il lavoro non
lascia nessuna traccia permanente, il pensiero non ne lascia
addirittura alcuna tangibile. Per la sua natura, il pensiero non si
materializza mai in oggetti. Qualora il lavoratore intellettuale desideri
manifestare i suoi pensieri, deve usare le mani e acquistare abilità
manuali proprio come ogni altro lavoratore. In altre parole, pensare
e operare sono due attività differenti che non coincidono mai; il
pensatore che vuol far conoscere al mondo il «contenuto» dei suoi
pensieri deve prima di tutto arrestare il processo di pensiero e
ricordare i pensieri.
Il ricordo, in questo come in tutti gli altri casi, prepara la base
intangibile e fugace per la loro eventuale materializzazione; è l'inizio
del processo operativo, la sua fase più immateriale, come la
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
considerazione da parte dell'artigiano del modello che guiderà la sua
opera. L'opera richiede poi sempre del materiale su cui sarà
eseguita e che attraverso la fabbricazione, l'attività dell'"homo
faber", sarà trasformato in un oggetto mondano. La specifica qualità
dell'opera dell'intelletto è dovuta, come qualsiasi altro genere di
opera, all'«opera delle nostre mani».
Sembra plausibile (ed è certamente comune) connettere, e
giustificare, la moderna distinzione tra lavoro intellettuale e manuale
con l'antica distinzione tra «arti liberali» e «arti servili». Tuttavia il
tratto distintivo tra arti liberali e servili non è affatto «un più alto
grado di intelligenza», o il fatto che l'«artista liberale» lavora con il
cervello e il «sordido artigiano» con le mani. Il criterio antico di
discriminazione è in primo luogo politico. Le occupazioni che
comportano la "prudentia", la capacità di formulare giudizi oculati,
che è la virtù dell'uomo di stato, e professioni di rilevanza pubblica
("ad hominum utilitatem") (23) come l'architettura, la medicina e
l'agricoltura (24), sono liberali. Tutti i mestieri, il mestiere di scriba
come quello di falegname, sono «sordidi», sconvenienti per un
cittadino degno di questo nome, e i peggiori sono quelli che noi
stimeremmo più utili, come quelli di «pescivendolo, macellaio,
cuoco, pollivendolo e pescatore» (25). Ma nemmeno queste sono
necessariamente un mero «faticare». C'è una terza categoria in cui
la fatica e lo sforzo stesso (le "operae" in quanto distinte dall'"opus",
la mera attività in quanto distinta dal lavoro) sono pagati, e in questi
casi «il salario stesso è un marchio di schiavitù» (26).
La distinzione tra lavoro intellettuale e manuale, sebbene la sua
origine si possa far risalire al Medioevo (27), è moderna e ha due
cause molto diverse; entrambe, però, sono ugualmente
caratteristiche del clima generale dell'epoca moderna. Poiché nelle
condizioni moderne ogni occupazione doveva provare la sua
«utilità» per la società in senso lato, e poiché l'utilità delle
occupazioni intellettuali era diventata più che dubbia in seguito alla
moderna glorificazione del lavoro, era naturale che anche gli
intellettuali desiderassero essere annoverati tra la popolazione
lavoratrice. Allo stesso tempo, tuttavia, e solo in apparente
contraddizione con questo processo, il bisogno e la considerazione
di questa società per certe prestazioni «intellettuali» crebbe fino a
raggiungere un grado senza precedenti nella storia, eccetto che nei
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
secoli del declino dell'Impero Romano. Si può ricordare infatti che
nell'antichità i servizi «intellettuali» degli scribi, sia che servissero le
esigenze della sfera pubblica sia di quella privata, erano compiuti da
schiavi e valutati in conformità. Solo la burocratizzazione dell'Impero
Romano e la concomitante ascesa sociale e politica degli imperatori
portò a una rivalutazione dei servizi «intellettuali» (28). Nella misura
in cui l'intellettuale non è un «lavoratore» ["worker"] - che come
tutti gli altri lavoratori, dall'umile artigiano al grande artista, è
impegnato ad aggiungere una cosa in più, se possibile durevole, al
mondo degli artefatti umani - a nulla forse somiglia tanto come al
«servo domestico» di Adam Smith, benché la sua funzione non
consista nel mantenere intatto il processo vitale e provvedere alla
sua rigenerazione, ma piuttosto nel curarsi del mantenimento delle
diverse gigantesche macchine burocratiche i cui processi consumano
i loro servizi e divorano i loro prodotti, rapidamente e spietatamente
come avviene nello stesso processo biologico della vita (29).
12. LA COSALITA' DEL MONDO.
Il disprezzo per il lavoro nella teoria antica e la sua glorificazione
nella teoria moderna derivano entrambi dall'atteggiamento
soggettivo o dall'attività del lavoratore, dalla diffidenza per il suo
sforzo penoso o dall'apprezzamento della sua produttività.
L'elemento soggettivo che gioca in queste opposte valutazioni può
risultare più evidente nella distinzione tra lavoro agevole e arduo,
ma abbiamo visto che almeno nel caso di Marx - il quale, come
maggior teorico moderno del lavoro, costituisce necessariamente
una pietra di paragone obbligatoria in queste analisi - la produttività
del lavoro è misurata e calcolata rispetto ai bisogni del processo
vitale per la sua riproduzione; essa risiede nel surplus potenziale
inerente alla forza lavoro umana, non nella qualità o nel carattere
delle cose che produce. Analogamente, l'opinione greca che
anteponeva i pittori agli scultori, certo non si basava su una più alta
stima per la pittura (30). Sembra che la distinzione tra lavoro e
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
opera, che i nostri teorici hanno così ostinatamente trascurato e che
le nostre lingue hanno così tenacemente conservato, diventi una
mera differenza di grado, se non si tiene conto del carattere
mondano della cosa prodotta, della sua posizione, funzione e
permanenza nel mondo. La distinzione tra un pane, la cui «speranza
di vita» nel mondo a stento supera un giorno, e un tavolo, che può
facilmente sopravvivere a generazioni di uomini, è certamente molto
più evidente e decisiva della differenza tra un fornaio e un
falegname.
La curiosa discrepanza tra linguaggio e teoria, rilevata all'inizio, si
risolve quindi in una discrepanza tra il linguaggio «oggettivo»
(orientato verso il mondo) e le teorie soggettive, orientate in senso
umano, che usiamo nei nostri tentativi di comprensione. E' il
linguaggio, con le esperienze umane fondamentali che esso implica,
e non la teoria, a insegnarci che le cose del mondo, tra le quali si
svolge la "vita activa", posseggono una natura molto diversa e sono
prodotte da differenti specie di attività. Visti come parte del mondo,
i prodotti dell'operare - e non i prodotti del lavoro - garantiscono la
permanenza e la durevolezza senza le quali un mondo non sarebbe
possibile. E' nell'ambito di questo mondo di cose durevoli che
troviamo i beni di consumo, mediante i quali la vita si assicura i
mezzi di sopravvivenza. Necessarie al nostro corpo e prodotte dalla
sua fatica, ma per se stesse prive di stabilità, queste cose fatte per il
consumo incessante appaiono e scompaiono in un ambiente di cose
che non sono consumate ma usate e, alle quali, usandole, ci
adusiamo e abituiamo. In tal modo, queste cose danno origine alla
familiarità del mondo, ai suoi costumi e alle modalità abituali dei
rapporti tra uomini e cose come anche tra uomini e uomini. Ciò che i
beni di consumo sono per la vita dell'uomo, gli oggetti d'uso sono
per il suo mondo. Da questi, i beni di consumo derivano il loro
carattere di cosa; e il linguaggio, che non permette all'attività
lavorativa di formare qualcosa di così solido e non-verbale come un
sostantivo, allude alla probabilità che non potremmo nemmeno
comprendere la natura delle cose senza avere davanti «l'opera delle
nostre mani».
Distinti da entrambi, sia dai beni di consumo che dagli oggetti d'uso,
esistono infine i «prodotti» dell'azione del discorso, che insieme
costituiscono il tessuto delle relazioni e degli affari umani.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Considerati isolatamente, essi mancano non solo della tangibilità
delle altre cose, ma sono anche meno durevoli e più futili di ciò che
produciamo per il consumo. La loro realtà si fonda interamente sulla
pluralità umana, sulla presenza costante di altri uomini che possono
vederli e sentirli e quindi testimoniare della loro esistenza. Agire e
parlare sono inoltre manifestazioni esterne della vita umana, la
quale conosce solo un'attività che, benché connessa in molti modi al
mondo esterno, non si manifesta necessariamente in esso e non ha
bisogno di essere vista, né sentita, né usata, né consumata per
essere reale: l'attività del pensiero.
Considerati dal punto di vista della loro appartenenza al mondo,
azione, discorso e pensiero hanno tuttavia molto più in comune di
quanto non abbia ciascuno di loro con l'opera o il lavoro. Essi stessi
non «producono», non portano alcunché alla luce, sono labili come
la vita stessa. Per diventare cose del mondo, cioè azioni, fatti,
eventi, modelli di pensieri o idee, devono prima di tutto essere visti,
sentiti, ricordati e poi trasformati, reificati per così dire, in cose - in
detti poetici, nella pagina scritta del libro stampato, in dipinti o
sculture, in ogni sorta di rapporti, documenti e monumenti. La realtà
e l'esistenza duratura dell'intero mondo effettivo degli affari umani si
fondano, in primo luogo, sulla presenza di altri che hanno visto,
sentito e ricorderanno e, in secondo luogo, sulla trasformazione di
ciò che è intangibile nella tangibilità delle cose. Senza il ricordo e
senza la reificazione di cui la memoria ha bisogno per essere tale - e
che ne fa, come sapevano i greci, la madre di tutte le arti - le
attività viventi dell'azione, del discorso e del pensiero perderebbero
la loro realtà alla fine di ogni processo e scomparirebbero come se
non fossero mai esistite. La materializzazione cui devono sottostare
per rimanere al mondo è pagata dal fatto che sempre la «lettera
morta» sostituisce qualcosa che è esistito fuggevolmente come
«spirito vivente». Devono pagare questo prezzo perché esse stesse
sono di natura interamente non-mondana e necessitano perciò del
soccorso di un'attività di natura completamente diversa; la loro
realtà e la loro esistenza materiale dipendono dalla stessa perizia
umana che costruisce le altre cose nel mondo artificiale degli
uomini.
La realtà e l'attendibilità del mondo umano riposano principalmente
sul fatto che noi siamo circondati da cose più permanenti dell'attività
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
con cui sono prodotte, e potenzialmente anche più permanenti della
vita dei loro autori. La vita umana, nella misura in cui costruisce un
mondo, è impegnata in un processo costante di reificazione, e il
grado di «mondità» delle cose prodotte, che formano tutte insieme
il cosmo artificiale umano, dipende dalla loro maggior o minor
permanenza nel mondo stesso.
13. LAVORO E VITA.
Le cose tangibili meno durevoli sono quelle richieste dal processo
vitale stesso. La loro consumazione sopravvive appena all'atto della
loro produzione; nelle parole di Locke, tutte queste «buone cose»
che sono «realmente utili alla vita dell'uomo», «alla necessità della
sopravvivenza», sono «generalmente di breve durata, giacché se
non sono consumate dall'uso deperiscono e si annullano da sole»
(31). Dopo una breve sosta nel mondo, ritornano nel processo
naturale che le ha prodotte sia mediante l'assorbimento nel
processo vitale della vita animale sia perché deperiscono; nella loro
forma di cose fatte dall'uomo, mediante la quale hanno acquistato il
loro posto effimero nel mondo dei prodotti umani, scompaiono più
rapidamente di qualsiasi altra parte del mondo. Considerate nella
loro appartenenza al mondo, sono le meno mondane e nello stesso
tempo le più naturali di tutte le cose. Benché siano di fattura
umana, vanno e vengono, sono prodotte e consumate, in accordo
con il sempre ricorrente movimento ciclico della natura. Ciclico è
anche il movimento dell'organismo vivente, non escluso il corpo
umano, per il tempo in cui può resistere al processo che permea il
suo essere e lo fa vivere. La vita è un processo che ovunque
impedisce alle cose di durare, le logora, le fa scomparire, finché la
materia morta, risultato di limitati processi vitali singoli e ciclici,
ritorna nel gigantesco circolo universale della natura stessa, dove
non esiste inizio né fine e dove tutte le cose naturali si svolgono in
un'immutabile, immortale ripetizione.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
La natura e il movimento ciclico in cui essa costringe tutte le cose
viventi non conoscono né nascita né morte nel senso in cui le
intendiamo noi. La nascita e la morte degli esseri umani non sono
semplici eventi naturali, ma sono connesse a un mondo in cui singoli
individui - uniche, insostituibili e irripetibili entità - appaiono o da cui
scompaiono. La morte e la nascita presuppongono un mondo che
non è in costante movimento, ma la cui durevolezza e relativa
permanenza rendono possibili l'apparizione e la scomparsa, un
mondo esistente prima che un qualsiasi individuo vi facesse la sua
apparizione e che sopravviverà quando infine scomparirà. Senza un
mondo in cui gli uomini nascono e muoiono non ci sarebbe che
eterno ritorno senza mutamenti, la durata sempiterna della specie
umana come di tutte le altre specie animali. Una filosofia della vita
che non arriva, come in Nietzsche, all'affermazione dell'«eterno
ritorno» ("ewige Wiederkehr") come il più alto principio di ogni
essere, semplicemente ignora ciò di cui parla.
La parola «vita», tuttavia, ha un significato completamente
differente se si riferisce al mondo e vuole indicare l'intervallo di
tempo tra la nascita e la morte. Limitata da un inizio e da una fine,
cioè dai due supremi eventi dell'apparizione e della scomparsa nel
mondo, segue un andamento strettamente lineare, il cui moto è
nondimeno guidato dal motore della vita biologica che l'uomo
condivide con le altre cose viventi, e che partecipa sempre del
movimento ciclico della natura. La principale caratteristica di questa
vita specificamente umana, la cui apparizione e la cui scomparsa
costituiscono eventi mondani, è di essere sempre ricca di eventi che
in definitiva si possono raccontare mediante una storia o scrivendo
una biografia; di questa vita, "bios" in quanto distinta dalla mera
"zoe", Aristotele ha detto: «in un certo senso è una specie di
"praxis"» (32). Infatti l'azione e il discorso che, come abbiamo visto
in precedenza, erano strettamente contigui nella concezione greca
della politica, costituiscono certamente le due attività il cui risultato
finale sarà sempre una storia abbastanza coerente per essere
raccontata, per quanto possano sembrare accidentali o fortuiti i
singoli eventi e il loro occorrere.
E' solo nell'ambito del mondo umano che il movimento ciclico della
natura si manifesta come crescita e deperimento. Anche questi,
come la nascita e la morte, non sono eventi naturali, propriamente
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parlando; non hanno alcun posto nell'incessante, infaticabile ciclo in
cui il processo naturale si muove senza fine. Solo quando entrano
nel mondo umano i processi naturali possono essere caratterizzati
da crescita e deperimento; solo se consideriamo i prodotti della
natura, quest'albero o questo cane, come cose individuali, quindi già
separandoli dal loro ambiente naturale e ponendoli nel nostro
mondo, essi cominciano a crescere e a deperire. Mentre la natura si
manifesta nell'esistenza umana attraverso l'andamento ciclico delle
nostre funzioni corporee, fa sentire la sua presenza nel mondo
umano mediante la costante minaccia di una crescita eccessiva o del
deperimento. Caratteristica comune sia al processo biologico
nell'uomo sia al processo di sviluppo e deperimento nel mondo è
che entrambi sono parte del processo ciclico della natura e perciò
perpetuamente ripetitivi; tutte le attività umane che scaturiscono
dalla necessità di far fronte a essi sono legate ai cicli ricorrenti della
natura e in se stesse non hanno nessun inizio e nessuna fine,
propriamente parlando; diversamente dall'"opera", il cui fine è
raggiunto quando l'oggetto è finito, pronto per essere aggiunto al
mondo comune delle cose, il "lavoro" si muove sempre nello stesso
circolo, prescritto dal processo biologico dell'organismo vivente, e la
fine «della fatica e della pena» viene solo con la morte di questo
organismo (33).
Quando Marx definì il lavoro come il «metabolismo dell'uomo con la
natura», nel cui processo «il materiale della natura è adattato con
un cambiamento di forma ai bisogni umani», così che «il lavoro si è
incorporato nel suo oggetto», indicava chiaramente che stava
«parlando in termini di fisiologia» e che lavoro e consumo non sono
che due fasi del ciclo sempre ricorrente della vita biologica (34).
Questo ciclo ha bisogno di essere mantenuto attraverso il consumo,
e l'attività che provvede i mezzi di consumo è il lavoro (35). Tutto
ciò che il lavoro produce viene immesso nel processo della vita
umana quasi immediatamente, e questo consumo, rigenerando il
processo vitale, produce - o piuttosto, riproduce - nuova «forza
lavoro» necessaria per l'ulteriore sostentamento del corpo (36). Dal
punto di vista delle esigenze del processo vitale stesso, della
«necessità di sopravvivere», come dice Locke, lavoro e consumo si
susseguono a vicenda così da vicino che quasi costituiscono un solo
e medesimo movimento, non ancora finito quando deve essere
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ricominciato. La «necessità di sopravvivere» governa sia il lavoro sia
il consumo, e il lavoro, quando incorpora, «raccoglie», le cose
fornite dalla natura e fisiologicamente «si mescola con» esse (37),
compie attivamente ciò che il corpo fa anche più intimamente
quando consuma il suo nutrimento. Si tratta in entrambi i casi di
processi divoranti che afferrano e distruggono la materia, e
l'«opera» fatta dal lavoro sui suoi materiali è solo l'inizio della sua
definitiva distruzione.
Questo aspetto distruttivo, divoratore, dell'attività lavorativa è certo
visibile solo dal punto di vista del mondo e separatamente
dall'opera, che non prepara materia per l'incorporazione ma la
trasforma in materiale allo scopo di lavorarlo e usare il prodotto
finito. Dal punto di vista della natura, è l'opera piuttosto del lavoro
che è distruttiva, perché il processo dell'operare sottrae la materia
alla natura senza restituirgliela, come avviene nel rapido corso del
metabolismo naturale del corpo vivente.
Ugualmente legato ai cicli ricorrenti dei movimenti naturali, ma non
così urgentemente imposto all'uomo dalla stessa «condizione della
vita umana» (38), è il secondo compito del lavoro: la sua costante,
interminabile lotta contro i processi di sviluppo e deperimento
attraverso i quali la natura invade sempre il mondo artificiale creato
dall'uomo, minacciando la durevolezza del mondo e la sua
disponibilità per l'uso umano. La protezione e la preservazione del
mondo contro i processi naturali richiedono il compimento monotono
di faccende ripetute quotidianamente. Questa lotta faticosa,
differente dalla applicazione tranquilla con cui il lavoro obbedisce
agli ordini delle immediate necessità corporee, benché possa essere
meno «produttiva» del diretto metabolismo dell'uomo con la natura,
ha una più stretta connessione col mondo, che difende contro la
natura. Nelle vecchie leggende e nei miti ha sempre assunto la
grandezza di lotte eroiche contro avversità soverchianti, come nelle
storie di Ercole, in cui una delle dodici eroiche «fatiche» è pulire le
stalle di Augia. Un significato simile, che allude a eroiche imprese
richiedenti grande forza e coraggio e compiute con uno spirito
combattivo, è manifesto nell'uso medievale di parole come lavoro,
"labor", "travail", "Arbeit". Tuttavia la lotta quotidiana in cui il corpo
umano è impegnato a tenere pulito il mondo e impedire la sua
decadenza sopporta poco il paragone con gesta eroiche; la pazienza
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
che richiede per riparare di nuovo ogni giorno il guasto di ieri non è
coraggio, e ciò che rende penoso lo sforzo non è un pericolo ma la
sua inflessibile ripetizione. Le «fatiche» di Ercole hanno in comune
con tutte le grandi gesta il fatto di essere uniche; ma
sfortunatamente è solo la mitologica stalla di Augia che rimarrà
pulita una volta compiuto lo sforzo e finita l'impresa.
14. LAVORO E FECONDITA'.
L'improvvisa e spettacolare ascesa del lavoro, dalla più bassa e
disprezzata posizione al rango supremo e alla più stimata tra le
attività umane, cominciò quando Locke scoprì che il lavoro è la fonte
di ogni proprietà. Continuò quando Adam Smith asserì che il lavoro
era la fonte di ogni ricchezza e trovò il suo culmine nel «sistema del
lavoro» di Marx (39), dove il lavoro divenne la fonte di ogni
produttività e l'espressione della vera umanità dell'uomo. Dei tre,
tuttavia, solo Marx fu interessato al lavoro come tale; Locke si
preoccupava dell'istituzione della proprietà privata come radice della
società, e Smith desiderava spiegare e assicurare il libero progresso
di un'illimitata accumulazione di ricchezza. Ma a tutti e tre, benché a
Marx con più forza e coerenza, premeva che il lavoro fosse
considerato la suprema facoltà umana capace di edificare un
mondo, e poiché il lavoro è in effetti l'attività umana più naturale e
più estranea al mondo, ciascuno di loro, e ancora una volta nessuno
più di Marx, si trovò nella stretta di autentiche contraddizioni. Alla
radice della questione è il fatto che la soluzione più ovvia di tali
contraddizioni, o piuttosto la ragione più ovvia per cui questi grandi
autori ne sarebbero rimasti inconsapevoli, è costituita dalla loro
equiparazione di opera e lavoro, così che al lavoro sono da loro
attribuite certe facoltà che solo l'opera possiede. Questa
equiparazione conduce sempre a patenti assurdità, anche se non
sempre tanto manifeste come nella seguente affermazione di
Veblen: «La manifestazione durevole del lavoro produttivo è il suo
prodotto materiale - di solito qualche articolo di consumo» (40),
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dove la «manifestazione durevole», che egli pone all'inizio perché
necessaria alla presunta produttività del lavoro, è immediatamente
contraddetta dal «consumo» del prodotto, con cui egli chiude,
costretto, per così dire, dall'evidenza fattuale del fenomeno stesso.
Così Locke, per salvare il lavoro dal suo manifesto inconveniente di
produrre solo «cose di breve durata», fu costretto a introdurre il
denaro - una «cosa durevole che gli uomini possono tenere senza
distruggerla» - una specie di "deus ex machina" senza cui il corpo
che lavora, nella sua obbedienza al processo vitale, non sarebbe mai
diventato l'origine di qualcosa così durevole come la proprietà,
poiché non esistono «cose durevoli» che possano essere fatte
sopravvivere all'attività del processo lavorativo. E persino Marx, che
pure definì l'uomo "animal laborans", doveva ammettere che la
produttività del lavoro, propriamente parlando, comincia solo con
l'oggettivazione o reificazione ("Vergegenstdändlichnung"), con «la
produzione di un mondo oggettivo di cose» ("Erzeugung einer
gegenständlichen Welt") (41). Ma lo sforzo del lavoro non libera mai
l'animale che lavora dal ripeterlo continuamente, e rimane quindi
una «eterna necessità imposta dalla natura» (42). Quando Marx
insiste sul fatto che il «processo [lavorativo] finisce nel prodotto»
(43), dimentica la sua stessa definizione di questo processo come
«metabolismo tra l'uomo e la natura» in cui il prodotto è
immediatamente «incorporato», consumato e annullato dal processo
vitale del corpo.
Poiché né Locke né Smith si interessano del lavoro in quanto tale,
possono permettersi certe distinzioni che corrisponderebbero a una
distinzione di principio tra lavoro e opera, se non valessero per
un'interpretazione che considera i tratti genuini della attività
lavorativa come meramente irrilevanti. Così Smith chiama «lavoro
improduttivo» tutte le attività connesse con il consumo, come se
questo fosse un tratto trascurabile e accidentale di qualcosa la cui
reale natura è di essere produttiva. Il disprezzo con cui descrive in
che modo le «mansioni e i servizi domestici generalmente periscono
nell'istante della loro esecuzione e raramente lasciano dietro di sé
qualche traccia o valore» (44) è molto più vicina, su questo punto,
all'opinione premoderna che alla sua moderna glorificazione. Smith e
Locke erano ancora perfettamente consapevoli del fatto che non
ogni genere di lavoro «pone la differenza di valore in ogni cosa»
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
(45), e che esiste una specie di attività che non aggiunge nulla «al
valore dei materiali su cui opera» (46). In realtà anche il lavoro
unisce alla natura qualcosa di proprio dell'uomo, ma la proporzione
tra ciò che dà la natura - le «buone cose» - e ciò che vi aggiunge
l'uomo è apposta nei prodotti del lavoro e dell'opera. Le «buone
cose» per il consumo non perdono mai del tutto la loro naturalità, e
il grano non si dissolve mai nel pane come l'albero si è dissolto nel
tavolo. Così Locke, benché prestasse poca attenzione alla sua
distinzione tra «il lavoro del nostro corpo» e «l'opera delle nostre
mani», doveva riconoscere la distinzione tra le cose «di breve
durata» e quelle abbastanza «durevoli» perché gli uomini le
potessero «mantenere senza guastarle» (47). La difficoltà per Smith
e Locke era la stessa; i loro «prodotti» dovevano rimanere nel
mondo delle cose tangibili abbastanza a lungo per acquistare
«valore»; e qui non ha importanza che il valore sia definito da Locke
come qualcosa che può essere conservato e che diventa proprietà o
da Smith come qualcosa che dura tanto da essere scambiabile con
qualcos'altro.
Questi sono certamente elementi trascurabili se rapportati alla
contraddizione fondamentale che percorre come un filo rosso l'intero
pensiero di Marx ed è presente nel terzo volume del "Capitale" come
negli scritti del giovane Marx. L'atteggiamento di Marx verso il
lavoro, cioè verso quello che è il fulcro del suo pensiero, non ha mai
cessato di essere equivoco (48). Infatti, esso è l'«eterna necessità
imposta dalla natura», e poiché la più umana e la più produttiva
delle attività dell'uomo, la rivoluzione, secondo Marx, non ha il
compito di emancipare le classi lavoratrici ma di emancipare l'uomo
dal lavoro; solo quando il lavoro sia abolito, il «regno della libertà»
può soppiantare il «regno della necessità». Infatti «il regno della
libertà comincia solo quando cessa il lavoro determinato dal bisogno
e dalla utilità esterna», quando finisce «il dominio delle immediate
necessità fisiche» (49). Queste fondamentali e flagranti
contraddizioni raramente si presentano negli scrittori di secondo
piano; negli scritti dei grandi autori conducono al vero centro
dell'opera. Nel caso di Marx, la cui fedeltà e integrità nel descrivere i
fenomeni come si presentano al suo esame non può essere messa
in dubbio, le discrepanze principali della sua opera, rilevate da tutti
gli studiosi del suo pensiero, non possono essere imputate né alla
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
differenza «tra il punto di vista scientifico dello storico e il punto di
vista morale del profeta» (50) né a un movimento dialettico che
abbia bisogno del negativo, o del male, per produrre il positivo, o il
bene. Il fatto è che in tutte le fasi della sua opera egli definisce
l'uomo come "animal laborans" e poi lo conduce in una società in cui
la più grande e la più umana delle sue facoltà non è più necessaria.
Siamo lasciati nell'alternativa piuttosto angosciosa fra schiavitù
produttiva e libertà improduttiva.
Ci dobbiamo così chiedere perché Locke e tutti i suoi successori, a
parte i loro personali punti di vista, insistano così ostinatamente sul
lavoro come origine della proprietà, della ricchezza, di tutti i valori e,
alla fine, dell'autentica umanità dell'uomo. O, in altri termini, quali
furono le esperienze inerenti all'attività lavorativa che si
dimostrarono così importanti per l'età moderna?
In termini storici, i teorici politici dal diciassettesimo secolo in avanti
si trovarono alle prese con un processo, fino allora sconosciuto, di
accrescimento della ricchezza, della proprietà e delle capacità
acquisitive. Nel tentativo di rendere conto di questo costante
sviluppo, la loro attenzione fu naturalmente attirata dal fenomeno
stesso di un processo progressivo, cosicché, per ragioni su cui ci
soffermeremo in seguito (51), il concetto di processo divenne il vero
termine chiave dell'epoca moderna così come le scienze storiche e
naturali si svilupparono da esso. Fin dal suo inizio, questo processo,
a causa della sua apparente interminabilità, fu inteso come un
processo naturale e più specificamente come l'immagine del
processo vitale stesso. La più rozza superstizione dell'età moderna,
che «il denaro produce denaro», come la sua più acuta intuizione
politica, che il potere genera potere, deve la sua plausibilità alla
soggiacente metafora della fertilità naturale della vita. Di tutte le
attività umane, solo il lavoro, e non l'azione né l'opera, è senza fine
e procede automaticamente in accordo con la vita stessa e fuori
dalla portata delle decisioni della volontà o degli scopi a cui l'uomo
attribuisce significato.
Niente indica forse più chiaramente il livello del pensiero di Marx, e
la fedeltà delle sue descrizioni della realtà fenomenica, del fatto che
egli basasse tutta la sua teoria sull'interpretazione del lavoro e della
procreazione come due aspetti dello stesso fecondo processo vitale.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Il lavoro era per lui la «riproduzione della propria vita», che
assicurava la sopravvivenza dell'individuo, e la procreazione era la
produzione «di vita estranea», che assicurava la sopravvivenza della
specie (52). Questa idea è cronologicamente l'origine mai
dimenticata della sua teoria, che egli poi elaborò sostituendo al
«lavoro astratto» la forza-lavoro di un organismo vivente e
interpretando il surplus di lavoro come l'ammontare di forza-lavoro
rimanente una volta prodotti i mezzi per la riproduzione del
lavoratore. Con questa intuizione egli toccò in profondità
un'esperienza mai raggiunta da nessuno dei suoi predecessori - ai
quali egli d'altra parte deve quasi tutte le sue ispirazioni decisive - e
da nessuno dei suoi successori. Armonizzò la sua teoria, la teoria
dell'età moderna, con le più vecchie e persistenti intuizioni sulla
natura del lavoro, che, sia nella tradizione ebraica sia in quella
classica, era intimamente legata alla vita come la procreazione. Allo
stesso modo, il vero significato della riscoperta della produttività del
lavoro divenne manifesto solo nell'opera di Marx, dove esso si basa
sull'equazione di produttività e fecondità, così che il famoso sviluppo
delle «forze produttive» del genere umano in una società
caratterizzata dall'abbondanza di «buone cose» non obbedisce in
pratica ad altra legge e non è soggetto ad altra necessità se non al
precetto originario «crescete e moltiplicatevi», con cui è come se ci
parlasse la voce della natura stessa.
La fecondità del metabolismo uomo-natura, che scaturisce dalla
naturale abbondanza di forza-lavoro, appartiene ancora alla
sovrabbondanza che vediamo ovunque nel regno della natura. La
«benedizione o la gioia» del lavoro è la maniera umana di
sperimentare la mera beatitudine di essere vivi che condividiamo
con tutte le creature viventi, ed è inoltre il solo modo in cui anche gli
uomini possono rimanere e muoversi con soddisfazione nel ciclo
prescritto della natura, faticando e riposando, lavorando e
consumando, con la stessa regolarità felice e senza scopo con cui si
susseguono il giorno e la notte, la vita e la morte. La ricompensa
della fatica e della pena consiste nella fecondità della natura, nella
serena fiducia che chi ha partecipato «alla fatica e alla pena» rimane
parte della natura per il futuro dei suoi figli e delle generazioni a
venire. L'Antico Testamento che, al contrario dell'antichità classica,
riteneva sacra la vita e quindi non considerava come un male né la
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
morte né il lavoro (e ancora meno degli argomenti contro la vita)
(53), mostra nelle storie dei patriarchi come la loro vita fosse
incurante della morte, come essi non avessero bisogno né di
un'immortalità individuale nel mondo né di una certezza dell'eternità
delle loro anime, come la morte venisse loro nella forma familiare
della notte e del tranquillo ed eterno riposo «in una buona vecchiaia
e in tarda età».
La benedizione della vita come un tutto, connaturata al lavoro, non
si può trovare nell'operare e non dovrebbe essere confusa con la
sosta inevitabilmente breve di sollievo e di gioia che segue il
compimento e accompagna la realizzazione di un'opera. La
benedizione del lavoro è che lo sforzo e la ricompensa si susseguono
altrettanto strettamente della produzione e del consumo dei mezzi di
sussistenza, così che la felicità è concomitante al processo stesso,
proprio come il piacere è concomitante al funzionamento di un corpo
sano. La «felicità del maggior numero», nella quale abbiamo
generalizzato e volgarizzato la felicità con cui è sempre stata
benedetta la vita sulla terra, riassumeva in un «ideale» la realtà
fondamentale di un'umanità laboriosa. Il diritto al perseguimento di
questa felicità è innegabile come il diritto alla vita; anzi si identifica
con quello. Ma essa non ha niente in comune con la buona fortuna,
che è rara e non dura mai e non può essere perseguita, perché la
fortuna dipende dalla sorte e da ciò che dà e prende il caso, anche
se i più, nella loro «ricerca della felicità», inseguono la buona
fortuna e si rendono infelici anche quando la incontrano, perché
vogliono trattenere e godere la fortuna come se fosse un'inesauribile
abbondanza di «buone cose». Non c'è alcuna felicità duratura
all'infuori del ciclo prescritto dell'esaurimento doloroso e della
gradevole rigenerazione, e tutto ciò che rompe l'equilibrio di questo
ciclo - la povertà e la miseria, quando l'esaurimento è seguito dalle
angustie anziché dalla rigenerazione, o le grandi ricchezze e una vita
del tutto priva di sforzo, quando la noia prende il posto
dell'esaurimento e le ruote della necessità, del consumo e della
digestione macinano impietosamente e sterilmente un corpo umano
impotente fino alla morte - distrugge la felicità elementare che
proviene dall'essere vivi.
La forza della vita è la fecondità. L'organismo vivente non è esaurito
quando ha provveduto alla propria riproduzione, e il suo «surplus»
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
consiste nella sua potenziale moltiplicazione. Il naturalismo
conseguente di Marx scoprì la «forza-lavoro» come la forma
specificamente umana della forza vitale, capace di creare un
«surplus» come la natura stessa. Poiché egli era quasi
esclusivamente interessato a questo processo, lo sviluppo delle
«forze produttive della società», nella cui vita, come nella vita di
ogni specie animale, produzione e consumo si bilanciano, egli non
poté che ignorare la questione di una esistenza separata delle cose
del mondo, la cui durata sopravviverà e resisterà ai processi
divoratori della vita. Dal punto di vista della vita della specie, tutte le
attività trovano il loro comun denominatore nel lavoro, e il solo
criterio di distinzione che rimane è l'abbondanza o la scarsità dei
beni necessari per alimentare il processo vitale. Quando ogni cosa è
divenuta un oggetto di consumo, il fatto che il surplus del lavoro
non cambi la natura (la «breve durata») dei prodotti perde ogni
importanza, e questa perdita si manifesta nell'opera di Marx nel
disprezzo con cui egli tratta le distinzioni elaborate dai suoi
predecessori tra lavoro produttivo o improduttivo, specializzato e
non specializzato.
I predecessori di Marx non furono capaci di districarsi da queste
distinzioni, che in definitiva equivalgono alla più fondamentale
distinzione tra opera e lavoro, non perché erano meno «scientifici»,
ma perché ragionavano ancora secondo l'assunto della proprietà
privata, o almeno dell'appropriazione individuale della ricchezza
nazionale. Per la costituzione della proprietà, la semplice
abbondanza non poteva bastare; i prodotti del lavoro non
divenivano più duraturi per la loro abbondanza e non potevano
essere «ammucchiati» e immagazzinati per diventare parte della
proprietà di un uomo; al contrario è anche troppo probabile che
scompaiano nel processo di appropriazione o che «periscano
inutilmente» se non sono consumati «prima che si guastino».
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
15. IL CARATTERE PRIVATO DELLA PROPRIETA' E DELLA
RICCHEZZA.
A prima vista deve sembrar singolare che una teoria che tende così
decisamente all'abolizione di ogni proprietà possa aver preso le
mosse dalla fondazione teorica della proprietà privata. Questa
singolarità, tuttavia, viene un po' mitigata se ricordiamo l'aspetto
profondamente polemico dell'interesse dell'epoca moderna nei
confronti della proprietà, i cui diritti furono rivendicati esplicitamente
contro la sfera comune e contro lo stato. Poiché nessuna teoria
politica, prima del socialismo e del comunismo, si era proposta
l'istituzione di una società interamente priva di proprietà e nessun
potere prima del ventesimo secolo aveva mostrato una reale volontà
di espropriare i suoi cittadini, il contenuto della nuova teoria non
poteva essere suggerito dalla necessità di proteggere i diritti della
proprietà contro l'intrusione dell'amministrazione pubblica. Il punto è
che allora, diversamente da oggi, quando tutte le teorie della
proprietà sono evidentemente sulla difensiva, gli economisti non
erano affatto sulla difensiva, ma al contrario apertamente ostili
all'intera sfera dei pubblici poteri, che nella migliore delle ipotesi
erano considerati un «male necessario» e un «riflesso della natura
umana» (54) e, nella peggiore, dei parassiti nella prospera vita della
società (55). Ciò che l'età moderna difese così calorosamente non fu
mai la proprietà come tale ma lo sfrenato perseguimento di
maggiore proprietà e di appropriazione; contro tutte le istituzioni
che difendevano la «morta» permanenza di un mondo comune, essa
combatté le sue battaglie nel nome della vita, la vita della società.
Non c'è dubbio che, come il processo naturale della vita è situato nel
corpo, così non c'è attività più immediatamente legata alla vita del
lavoro. Locke non poteva essere soddisfatto né dell'interpretazione
tradizionale del lavoro, secondo cui esso è naturale e inevitabile
conseguenza della povertà e mai un mezzo per la sua abolizione, né
della spiegazione tradizionale dell'origine della proprietà attraverso
l'acquisizione, la conquista o una divisione originaria del mondo
comune (56). Ciò che realmente gli interessava era l'appropriazione,
ciò che doveva trovare era un'attività di appropriazione del mondo,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
la cui appartenenza alla sfera privata fosse allo stesso tempo al di là
di qualsiasi dubbio o discussione.
Nulla, certamente, è più privato delle funzioni corporee del processo
vitale, non esclusa la sua fecondità, ed è degno di nota il fatto che i
pochi casi in cui anche un'«umanità socializzata» rispetta e impone
una sfera privata, riguardano proprio tali attività, imposte dal
processo vitale stesso. Di queste, il lavoro, poiché è un'attività e non
meramente una funzione, è la meno privata, per così dire, la sola
che sentiamo di non dover nascondere; tuttavia esso è ancora
abbastanza vicino al processo vitale da rendere plausibile
l'argomento a favore della dimensione privata dell'appropriazione,
distinto dall'argomento completamente diverso a favore della
proprietà (57). Locke fondava la proprietà privata sul possesso più
privato che ci sia, «la proprietà [che l'uomo ha] della propria
persona», cioè del suo corpo (58). «Il lavoro del nostro corpo e
l'opera delle nostre mani» diventano la stessa cosa, perché entrambi
sono i «mezzi» per «appropriarsi» ciò che «Dio... ha dato... agli
uomini in comune». E questi mezzi, corpo e mani e bocca, sono gli
«appropriatori» naturali perché non «appartengono al genere
umano in comune» ma sono dati a ciascun uomo per suo uso
privato (59).
Proprio come Marx fu costretto a introdurre una forza naturale, la
«forza-lavoro» del corpo, per render conto della produttività del
lavoro e di un processo progressivo di crescente ricchezza, Locke,
benché meno esplicitamente, fu costretto a far risalire la proprietà a
un'originaria appropriazione naturale, allo scopo di infrangere quei
confini stabili che, nel mondo, «racchiudono» la porzione di «mondo
comune» posseduta privatamente da ognuno (60) Ciò che Marx ha
in comune con Locke è il desiderio di vedere il processo di
incremento della ricchezza come un processo naturale, che segue
automaticamente le sue leggi proprie al di là delle decisioni e degli
scopi della volontà. Se un'attività umana deve partecipare al
processo, può essere solo un'«attività» corporea, il cui
funzionamento naturale non può essere frenato neppure se lo si
vuole. Frenare queste «attività» significherebbe distruggere la
natura, e per tutta l'epoca moderna, sia che ci si tenga stretti
all'istituzione della proprietà privata sia che la si consideri un
impedimento all'incremento della ricchezza, un freno o un controllo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
al processo di arricchimento equivale a un tentativo di distruggere la
vita della società.
Lo sviluppo dell'età moderna e l'avvento della società, dove la più
privata di tutte le attività umane, il lavoro, è diventata pubblica e
dove si è permesso che stabilisse il suo proprio dominio comune,
possono far dubitare che l'esistenza della proprietà, come luogo
mantenuto privatamente nel mondo, possa contrastare lo spietato
processo dell'aumento della ricchezza. Ma è vero, nondimeno, che la
"privacy" del possesso privato, cioè la sua completa indipendenza
«dal comune», non poteva essere meglio garantita che dalla
trasformazione della proprietà in appropriazione, o da
un'interpretazione della «separazione del comune» che la vede
come il risultato, il «prodotto» dell'attività corporea. Sotto questo
aspetto, il corpo diventa la quintessenza di ogni proprietà perché è
la sola cosa che non si può spartire nemmeno se si vuole. Nulla,
infatti, è meno comune e meno comunicabile, e quindi più
sicuramente protetto dalla visibilità e dalla udibilità della sfera
pubblica, di ciò che avviene nell'ambito dell'attività corporea: i suoi
piaceri e le sue sofferenze, il suo lavorio e il suo consumo. Nulla,
allo stesso modo, allontana più radicalmente dal mondo che una
concentrazione esclusiva sulla vita del corpo, una concentrazione
obbligata per l'uomo ridotto schiavo o nell'estrema condizione di una
sofferenza insopportabile Chiunque desidera, per qualsiasi ragione,
fare dell'esistenza umana una sfera interamente «privata»,
indipendente dal mondo e consapevole solo del suo proprio essere
in vita, deve fondare i suoi argomenti su queste esperienze; e
poiché l'incessante fatica del lavoro servile non è «naturale» ma una
creazione umana e in contraddizione con la fecondità naturale
dell'"animal laborans", la cui forza non è esaurita e il cui tempo non
è consumato quando ha riprodotto la sua vita, l'esperienza
«naturale» insita nell'indipendenza dal mondo sia stoica sia epicurea
non è lavoro o schiavitù, ma sofferenza. La felicità conseguita
nell'isolamento dal mondo e goduta entro i confini della propria
esistenza privata non può mai essere altro che la famosa «assenza
di dolore», una definizione sulla quale devono convenire tutte le
variazioni di un coerente sensismo. L'edonismo, la dottrina che solo
le sensazioni corporee sono reali, non è che la forma più radicale di
un modo di vita non-politico, totalmente privato, il vero compimento
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
del "lathe biosas kai me politeusthai" («vivi nascosto e non curarti
degli affari del mondo»).
Normalmente, l'assenza di dolore non è altro che la condizione
corporea per esperire il mondo; solo se il corpo non è irritato e, per
l'irritazione, ripiegato su se stesso, i nostri sensi possono funzionare
normalmente, ricevere ciò che si dà loro. L'assenza di dolore è
«percepita» di solito solo nel breve stadio intermedio tra il dolore e il
non-dolore, e la sensazione che corrisponde al concetto di
soddisfazione dei sensisti è la tregua nel dolore piuttosto che
l'assenza di dolore. L'intensità di questa sensazione è fuori di
dubbio; è eguagliata solo dalla sensazione stessa del dolore (61). Lo
sforzo mentale richiesto dalle filosofie che per varie ragioni
desiderano «liberare» l'uomo dal mondo è sempre un atto
d'immaginazione in cui la mera assenza di dolore è vissuta e
realizzata nell'impressione di esserne liberati (62).
In ogni caso, il dolore e l'esperienza concomitante della liberazione
dal dolore sono le sole esperienze dei sensi così indipendenti dal
mondo da non contenere l'esperienza di oggetto mondano. Il male
causato da una spada o il solletico causato da una piuma non mi
dicono nulla della qualità e nemmeno dell'esistenza mondana di una
spada o di una piuma (63). Solo una sfiducia irresistibile nella
capacità dei sensi umani di comunicare un'adeguata esperienza del
mondo - e questa sfiducia è all'origine di ogni filosofia
specificamente moderna - può spiegare la scelta strana e persino
assurda che usa fenomeni come il dolore o il solletico, che
impediscono il normale funzionamento dei nostri sensi, come modelli
di tutta l'esperienza sensoriale; ed è solo tale sfiducia che può far
dedurre da quei fenomeni la soggettività delle qualità «secondarie»
e anche di quelle «primarie». Se non avessimo altre percezioni
sensorie che queste, in cui il corpo sente se stesso, non soltanto
sarebbe preda del dubbio la realtà del mondo esterno, ma
addirittura non possederemmo neppure alcuna nozione di un
mondo.
La sola attività che corrisponde strettamente all'esperienza della
estraneità dal mondo, o meglio alla perdita del mondo che occorre
nel dolore, è il lavoro, in cui il corpo umano, nonostante la sua
attività, è anche ripiegato su se stesso, non si concentra su
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nient'altro che sul suo essere vivo, e rimane imprigionato nel suo
metabolismo con la natura senza mai trascendere il ciclo ricorrente
del proprio funzionamento, liberandosi da esso. Abbiamo ricordato
prima la duplice pena connessa con il processo vitale - per denotare
la quale il linguaggio non conosce che una parola - pena che
secondo la Bibbia fu imposta all'uomo insieme alla vita, cioè lo
sforzo penoso che è richiesto dalla riproduzione della propria vita e
della vita della specie. Se questo sforzo penoso del vivere e della
fertilità fosse la vera origine della proprietà, allora la dimensione
privata di questa proprietà sarebbe priva di mondo quanto
l'ineguagliabile condizione privata dell'avere un corpo e di esperire il
dolore. Tuttavia tale condizione privata, anche se corrisponde alla
privatezza dell'appropriazione, non è affatto ciò che Locke, i cui
concetti sono in sostanza ancora quelli della tradizione premoderna,
intendeva per proprietà privata. Indipendentemente dalla sua
origine, questa proprietà era per lui ancora «una porzione ritagliata
da ciò che è comune», cioè prima di tutto un posto nel mondo in cui
ciò che è privato può essere nascosto e protetto dalla sfera
pubblica. Come tale, essa rimase in contatto con il mondo comune
anche in un tempo in cui la crescente ricchezza e l'appropriazione
cominciavano a minacciare di estinzione il mondo comune. La
proprietà non rafforza, ma piuttosto mitiga la mancanza di relazioni
con il mondo del processo lavorativo, a causa del suo carattere
sicuramente mondano. Allo stesso modo, il carattere processuale del
lavoro, l'implacabilità con cui il lavoro è spinto e stimolato dal
processo vitale, è frenato dalla acquisizione della proprietà. In una
società di proprietari, in quanto distinta da una società di lavoratori
salariati e stipendiati, è ancora il mondo, e non l'abbondanza
naturale né la mera necessità della vita, che si pone al centro della
cura e delle preoccupazioni umane.
La questione si prospetta in modo del tutto diverso se l'interesse
primario non è costituito dalla proprietà ma dall'accrescimento della
ricchezza e dal processo di accumulazione come tale. Questo
processo può essere infinito come il processo vitale della specie e la
sua
infinità
è
costantemente
contrastata
e
interrotta
dall'inconveniente che gli individui privati non vivono per sempre e
non hanno un tempo infinito davanti a sé. Solo se la vita della
società nel suo insieme, e non la vita limitata degli individui, è
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considerata il gigantesco soggetto del processo di accumulazione,
questo processo può continuare in tutta libertà e in piena velocità,
libero da limitazioni imposte dal ciclo della vita individuale e dalla
proprietà posseduta individualmente. Solo quando l'uomo non
agisce più come un individuo, preoccupato solo della propria
sopravvivenza, ma come un «essere appartenente alla specie», un
"Gattungswesen" come soleva dire Marx, solo quando la
riproduzione della vita individuale è assorbita nel processo vitale del
genere umano, il processo vitale collettivo di un'«umanità
socializzata» può seguire la sua «necessità», cioè il progresso
automatico della sua fecondità nel duplice senso di moltiplicazione
delle vite e di incremento dei beni da esse richiesti.
La coincidenza della filosofia del lavoro di Marx con le teorie
dell'evoluzione e dello sviluppo del diciannovesimo secolo l'evoluzione naturale di un singolo processo vitale dalle forme
inferiori della vita organica all'emergere dell'animale umano e allo
sviluppo storico di un processo vitale del genere umano come un
tutto - è caratteristica e fu sottolineata per primo da Engels, che
chiamò Marx «il Darwin della storia». Ciò che tutte queste teorie
nelle varie scienze - economia, storia, biologia, geologia - hanno in
comune è il concetto di processo, che era virtualmente sconosciuto
prima dell'età moderna. Giacché la scoperta dei processi da parte
delle scienze naturali era coincisa con la scoperta dell'introspezione
in filosofia, è del tutto naturale che il processo biologico che si
svolge nell'uomo dovesse diventare il prototipo del nuovo concetto;
nell'ambito delle esperienze che si offrivano all'introspezione,
conosciamo solamente il processo vitale che si svolge entro il nostro
corpo, e la sola attività in cui possiamo tradurlo e che corrisponde a
esso è il lavoro. Quindi, può sembrare quasi inevitabile che
l'equazione di produttività e fecondità nella filosofia del lavoro
dell'età moderna dovesse culminare nelle differenti varietà di
filosofia della vita che riposano sulla stessa equazione (64). La
differenza tra le moderne teorie del lavoro e le più tarde filosofie
della vita è principalmente nel fatto che queste ultime hanno
perduto di vista la sola attività necessaria a sostenere il processo
vitale. Ma perfino questa perdita sembra corrispondere allo sviluppo
storico effettivo, che rende il lavoro sempre più privo di sforzo e
quindi ancora più simile al funzionamento del processo vitale. Poiché
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alla fine del diciannovesimo secolo (con Nietzsche e Bergson) la vita
e non il lavoro fu proclamata «creatrice di tutti i valori», tale
glorificazione del mero dinamismo del processo vitale escludeva quel
minimo di iniziativa presente anche nelle attività che, come il lavoro
e la procreazione, sono imposte all'uomo dalla necessità.
Tuttavia, né l'enorme aumento di fecondità né la socializzazione del
processo, cioè la sostituzione della società o dell'umanità collettiva ai
singoli individui che ne sono i soggetti, possono eliminare la rigida e
anche crudele dimensione privata dall'esperienza dei processi
corporei in cui la vita manifesta se stessa, o dall'attività dello stesso
lavoro. Né l'abbondanza dei beni né l'abbreviazione del tempo
effettivamente speso nel lavorare sembrano suscettibili di costituire
un mondo comune, e l'"animal laborans" espropriato non diviene
meno privato perché è stato deprivato di una sua "privacy" in cui
appartarsi ed essere protetto dal dominio comune. Marx aveva
previsto giustamente, benché con gioia ingiustificata, l'«abolizione»
della sfera pubblica grazie allo sfrenato sviluppo delle «forze
produttive della società», e aveva ugualmente ragione coerentemente con la sua concezione dell'uomo come "animal
laborans" - quando prevedeva che «gli uomini socializzati»
avrebbero impiegato la loro libertà dal lavoro in quelle attività
strettamente private ed essenzialmente estranee al mondo che ora
chiamiamo "hobbies" (65).
16. GLI STRUMENTI DELL'OPERA E LA DIVISIONE DEL
LAVORO.
Sfortunatamente, sembra essere nella natura delle condizioni della
vita umana che il solo vantaggio possibile della fecondità della forzalavoro consista nella sua idoneità a procurare le necessità di vita per
più di un uomo o di una famiglia. I prodotti del lavoro, i prodotti del
ricambio dell'uomo con la natura, non rimangono nel mondo
abbastanza a lungo da diventarne una parte, e la stessa attività
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lavorativa, concentrata esclusivamente sulla vita e sul suo
mantenimento, dimentica il mondo al punto di divenire estranea a
esso. L'"animal laborans", spinto dai bisogni del suo corpo, non usa
questo corpo liberamente come l'"homo faber" usa le mani, i suoi
arnesi primordiali; questo è il motivo per cui Platone sosteneva che i
lavoratori e gli schiavi non solo erano soggetti alla necessità e
incapaci di libertà ma anche incapaci di governare la parte
«animale» (66). Una società di massa di lavoratori, come l'aveva in
mente Marx quando parlava di «umanità socializzata», consiste di
rappresentanti, privi di mondo, della specie umana, siano essi
schiavi domestici, costretti alla loro condizione dalla violenza altrui, o
siano liberi di assolvere le loro funzioni volontariamente.
Questa estraneità dal mondo, tipica dell'"animal laborans", è del
tutto differente dall'attiva fuga dalla dimensione pubblica del mondo
che abbiamo visto caratterizzare l'attività delle «buone opere».
L'"animal laborans" non fugge il mondo ma ne è espulso in quanto è
imprigionato nella privatezza del suo corpo, preso in un
adempimento di necessità che nessuno può condividere e che
nessuno può pienamente comunicare. Il fatto che la schiavitù e il
confinamento nella sfera domestica fossero, prima dell'epoca
moderna, la condizione sociale di tutti i lavoratori, è dovuto alla
stessa condizione umana; la vita, che per tutte le altre specie
animali è la vera essenza del loro essere, diventa un fardello per
l'uomo a causa della sua innata «ripugnanza per la futilità» (67).
Questo fardello è il più pesante di tutti giacché nessuno dei
cosiddetti «desideri più elevati» ha la stessa urgenza, ed è
effettivamente imposto all'uomo dalla necessità, come i bisogni
elementari della vita. La schiavitù divenne la condizione sociale delle
classi lavoratrici perché era sentita come la condizione naturale della
vita stessa. "Omnis vita servitium est" (68).
Il fardello della vita biologica, che opprime e consuma lo spazio
vitale specificamente umano tra la nascita e la morte, può essere
eliminato solo dall'uso di servi, e la funzione principale degli schiavi
antichi era portare il fardello del consumo nella comunità domestica
più che produrre per la società in senso lato (69). La ragione per cui
il lavoro degli schiavi poté esplicare una funzione così importante
nelle società antiche e per cui non ne venivano messe in rilievo la
dissipazione e l'improduttività è che l'antica «città-stato» era
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fondamentalmente un «centro di consumo», diversamente dalle
città medievali che erano principalmente centri di produzione (70). Il
prezzo per l'eliminazione del fardello della vita dalle spalle di tutti i
cittadini era enorme e non consisteva solo nella violenta ingiustizia
di costringere una parte dell'umanità nelle tenebre della pena e della
necessità. Poiché questa oscurità è naturale, intrinseca nella
condizione umana - solo la violenza, quando un gruppo di uomini
cerca di districarsi dalle catene che ci legano tutti alla pena e alla
necessità, è un atto eseguito dall'uomo - il prezzo per l'assoluta
libertà dalla necessità è, in un certo senso, la vita stessa, o piuttosto
la sostituzione di una vita vicaria alla vita reale. Nelle condizioni della
schiavitù, i grandi della terra potevano anche usare i loro sensi in
modo vicario, potevano «vedere e sentire attraverso i loro schiavi»,
come è manifesto in un motto greco citato da Erodoto (71).
Al loro livello più elementare, «la fatica e la pena», per ottenere i
beni necessari alla vita, e il piacere di «incorporarli» sono così
strettamente legati assieme nel ciclo biologico, il cui ritmo ricorrente
condiziona la vita umana nel suo movimento unico e lineare, che la
perfetta eliminazione della pena e dello sforzo del lavoro non solo
spoglierebbe la vita biologica dei suoi piaceri più naturali, ma
priverebbe la vita specificamente umana della sua stessa vivacità e
vitalità. La condizione umana è tale che la pena e lo sforzo non sono
semplici sintomi, che possono essere rimossi senza cambiare la vita
stessa; sono piuttosto i modi in cui la vita, insieme con la necessità
cui è legata, si fa percepire. Per i mortali, la «facile vita degli dei»
sarebbe una vita senza vitalità.
Infatti la nostra fiducia nella realtà della vita e nella realtà del
mondo non sono la stessa cosa. La seconda deriva principalmente
dalla permanenza e dalla stabilità del mondo, che è di gran lunga
superiore a quella della vita mortale. Se qualcuno dovesse supporre
che il mondo finisca con la sua morte, o subito dopo, ai suoi occhi il
mondo perderebbe tutta la sua realtà, come accadde ai primi
cristiani finché furono convinti del compimento immediato delle loro
aspettative escatologiche. La fiducia nella realtà della vita, al
contrario, si fonda quasi esclusivamente sull'intensità con cui la vita
è sentita, sull'impatto con cui si fa percepire. Questa intensità è così
grande, e la sua forza così elementare, che ovunque essa si
manifesti, nella gioia o nel dolore, oscura ogni altra realtà mondana.
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Che la vita del ricco perda in vitalità, in aderenza alle «buone cose»
della natura, ciò che guadagna in raffinatezza, in sensibilità alle belle
cose del mondo, è stato spesso notato. Il fatto è che l'idoneità
umana alla vita nel mondo implica sempre una capacità di
trascendere gli stessi processi vitali, di estraniarvisi, mentre la
vitalità e la vivacità possono essere conservate solo nella misura in
cui gli uomini sono disposti ad accollarsi il fardello, la fatica e la
pena di vivere.
E' vero che l'enorme miglioramento dei nostri strumenti di lavoro - i
muti robot con cui l'"homo faber" è venuto in aiuto all'"animal
laborans", diversi dagli strumenti umani parlanti (l'"instrumentum
vocale", come gli antichi chiamavano gli schiavi) che l'uomo d'azione
doveva governare e opprimere quando voleva liberare l'"animal
laborans" dalla sua servitù - ha reso più agevole e meno penosa di
quanto sia mai stata la duplice fatica della vita, lo sforzo del suo
sostentamento e la pena della procreazione. Questo, naturalmente,
non ha eliminato dall'attività lavorativa la costrizione, né dalla vita
umana la condizione d'essere soggetta al bisogno e alla necessità.
Ma, in contrasto con la società schiavistica dove la «maledizione»
della necessità rimaneva una viva realtà perché la vita di uno
schiavo testimoniava quotidianamente che «la vita è schiavitù»,
questa condizione non è più pienamente manifesta e il fatto che non
sia evidente l'ha resa molto più difficile da rilevare e da ricordare. Il
pericolo è qui evidente. L'uomo non può essere libero se non sa di
esser soggetto alla necessità, perché la sua libertà è sempre
guadagnata nei suoi tentativi, mai pienamente riusciti, di liberarsi
dalla necessità. E mentre può essere vero che il suo più forte
impulso verso questa liberazione viene dalla sua «ripugnanza per la
futilità», è anche probabile che questo impulso diventi più debole
man mano che questa «futilità» appare più agevole, man mano che
richiede meno sforzo. Infatti è tuttora probabile che le enormi
trasformazioni provocate dalla rivoluzione industriale, nel recente
passato, e quelle ancora più grandi della rivoluzione atomica che ci
attende rimarranno trasformazioni del mondo e non della condizione
fondamentale della vita umana sulla terra.
Gli stessi attrezzi e strumenti che possono agevolare notevolmente
lo sforzo del lavoro non sono un prodotto del lavoro ma dell'operare;
non appartengono al processo del consumo ma sono parte
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integrante del mondo degli oggetti d'uso. La loro funzione, per
quanto sia grande nel lavoro di ogni data civiltà, non può mai
raggiungere l'importanza fondamentale degli strumenti per ogni
genere di opera. Nessuna opera può essere prodotta senza
strumenti, e la nascita dell'"homo faber"- insieme all'apparizione di
un mondo di cose creato dall'uomo - è contemporanea alla scoperta
degli attrezzi e degli strumenti. Dal punto di vista del lavoro, gli
strumenti potenziano e moltiplicano la forza dell'uomo, quasi al
punto di sostituirla, come accade in tutti i casi in cui le forze
naturali, gli animali addomesticati, l'energia idrica o quella elettrica,
e non semplici cose materiali, sono sottoposte al dominio umano.
Esse aumentano inoltre la fecondità naturale dell'"animal laborans" e
forniscono un'abbondanza di beni di consumo. Ma tutti questi
mutamenti sono di ordine quantitativo, mentre l'autentica qualità
delle cose fabbricate, dai più semplici oggetti d'uso ai capolavori
artistici, si fonda intimamente sull'esistenza di strumenti adeguati.
Inoltre, i limiti degli strumenti nel facilitare il lavoro della vita - il
semplice fatto che i servizi di un domestico non possono mai essere
pienamente sostituiti da un centinaio di aggeggi in cucina e da
qualche robot in cantina - sono decisivi. Una curiosa e inaspettata
riprova di ciò è che lo straordinario sviluppo moderno di strumenti e
di macchine poteva essere previsto migliaia di anni prima. Con un
tono per metà fantasioso e per metà ironico, Aristotele immaginò
una volta ciò che molto tempo dopo divenne realtà, cioè che «ogni
arnese potrebbe eseguire la sua opera a un semplice comando...
come le statue di Dedalo o i tripodi di Efesto, che, dice il poeta,
'acconsentirono a entrare nell'assemblea degli dei'». Allora, «la spola
tesserebbe e il plettro toccherebbe la lira senza che una mano li
guidi». Questo, proseguiva, significa dire che l'artigiano non avrebbe
più bisogno di collaboratori umani, ma non che si potrebbe fare a
meno degli schiavi. Infatti gli schiavi non sono strumenti per
fabbricare delle cose, o mezzi di produzione, ma strumenti del
vivere, che costantemente consuma i loro servizi (72). Il processo di
produzione di una cosa è limitato e la funzione di uno strumento
perviene a un termine prevedibile e controllabile con il prodotto
finito; il processo della vita che richiede il lavoro è un'attività senza
fine, e il solo «strumento» eguale a esso dovrebbe essere un
"perpetuum mobile", cioè l'"instrumentum vocale" che è vivo e
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«attivo» come l'organismo vivente che serve. E' proprio perché dagli
«strumenti della casa nient'altro deriva eccetto l'uso dovuto al
possesso stesso», che essi non possono essere sostituiti da attrezzi
e strumenti dell'abilità tecnica, «da cui deriva qualcosa di più del
mero uso dello strumento» (73).
Mentre gli attrezzi e gli strumenti, destinati a produrre qualcosa di
più e di completamente diverso dal loro mero uso, sono di
secondaria importanza per il lavoro, non avviene così per l'altro
grande principio nel processo del lavoro umano, la divisione del
lavoro. La divisione del lavoro si sviluppa direttamente dal processo
lavorativo e non dovrebbe essere confusa con il principio
apparentemente simile della specializzazione che prevale nella
creazione di opere, e con cui viene spesso confusa. La
specializzazione dell'operare e la divisione dell'attività lavorativa
hanno in comune solo il principio generale dell'organizzazione, che
pure non ha nulla a che fare né con l'opera né con il lavoro ma deve
la sua origine alla sfera strettamente politica della vita, alla capacità
umana di agire, e di agire insieme. Solo nel quadro
dell'organizzazione politica, dove gli uomini non si limitano a vivere,
ma agiscono insieme, possono aver luogo la specializzazione
dell'opera e la divisone del lavoro.
Tuttavia, mentre la specializzazione nel processo dell'operare è
essenzialmente guidata dallo stesso prodotto finito, la cui natura è
di richiedere differenti abilità che poi vengono messe in comune e
organizzate insieme, la divisione del lavoro, al contrario, presuppone
l'equivalenza qualitativa di tutte le singole attività per le quali
nessuna speciale abilità è richiesta; e queste attività non hanno
alcun fine in se stesse, ma praticamente rappresentano solo certe
quantità di forza-lavoro che vengono sommate assieme in un modo
puramente quantitativo. La divisione del lavoro si basa sul fatto che
due uomini possono sommare la forza-lavoro e «comportarsi l'uno
verso l'altro come se fossero un solo uomo» (74). Questa
unificazione è l'opposto esatto della cooperazione, indica l'unità della
specie, rispetto alla quale ogni singolo membro è identico e
permutabile. (La formazione di una collettività di lavoro dove i
lavoratori siano socialmente organizzati secondo il principio della
forza-lavoro comune e divisibile è proprio l'opposto delle varie
organizzazioni operaie, dalle vecchie gilde e corporazioni a certi tipi
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di moderni sindacati o associazioni di categoria, i cui membri sono
legati dalle capacità e dalle specializzazioni che li distinguono dagli
altri.) Poiché nessuna delle attività in cui è diviso il processo ha un
fine in se stessa, la loro fine «naturale» è esattamente la stessa che
nel caso del lavoro «indiviso»: o la semplice riproduzione dei mezzi
di sussistenza, cioè della capacità di consumo dei lavoratori, o
l'esaurimento della forza-lavoro umana. Né l'una né l'altra di queste
due limitazioni, tuttavia, è finale; l'esaurimento è parte del processo
vitale dell'individuo, non di quello della collettività, e il soggetto del
processo lavorativo in condizioni di divisione del lavoro è una forzalavoro collettiva, non la forza-lavoro individuale. L'inesauribilità di
questa forza-lavoro corrisponde esattamente alla immortalità della
specie, il cui processo vitale come un tutto non è interrotto dalle
nascite individuali e dalle morti dei suoi membri.
Più importante, evidentemente, è la limitazione imposta dalla
capacità di consumo, che rimane legata all'individuo anche quando
una forza-lavoro collettiva ha sostituito la forza-lavoro individuale. Il
progresso dell'accumulazione della ricchezza può essere senza limiti
in una «umanità socializzata» che si è sbarazzata delle limitazioni
della proprietà individuale e ha superato la limitazione
dell'appropriazione individuale dissolvendo ogni ricchezza stabile, il
possesso di beni «accumulati» e «messi da parte», in denaro da
spendere e consumare. Noi viviamo già in una società in cui la
ricchezza viene calcolata in termini di potere di guadagnare e di
spendere, che sono soltanto delle modificazioni del duplice
metabolismo del corpo umano. Il problema è quindi come adeguare
il consumo individuale alla illimitata accumulazione della ricchezza.
Poiché il genere umano nel suo insieme è ancora ben lontano
dall'aver raggiunto il limite dell'abbondanza, il modo in cui la società
può superare il problema della sua stessa fecondità può essere
stabilito solo in via ipotetica e su scala nazionale. Qui, la soluzione
sembra essere abbastanza semplice. Consiste nel trattare tutti gli
oggetti d'uso come se fossero beni di consumo, così che una sedia o
un tavolo vengono oggi consumati con la stessa rapidità di un abito,
e la durata di un abito è di poco superiore a quella del cibo. Questa
forma di rapporto con le cose del mondo è per di più perfettamente
adeguata al modo in cui le cose stesse sono prodotte. La rivoluzione
industriale ha sostituito ogni specifica competenza artigianale con il
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lavoro, e ne è conseguito che le cose del mondo moderno sono
diventate prodotti di lavoro il cui naturale destino è di essere
consumate, invece che prodotti dell'operare, che esistono per essere
usati. Proprio come gli attrezzi e gli strumenti, sebbene derivati dalla
sfera dell'operare, furono sempre impiegati anche nei processi di
lavoro, così la divisione del lavoro, perfettamente appropriata e
adeguata al processo lavorativo, è diventata una delle principali
caratteristiche dei moderni processi di produzione di opere, cioè
della fabbricazione e della produzione di oggetti d'uso. La divisione
del lavoro più che la meccanizzazione crescente ha sostituito la
rigorosa specializzazione una volta richiesta per ogni specie di opera
specializzata. La competenza specifica è richiesta solo per il progetto
e la fabbricazione di modelli prima che essi entrino nella produzione
di massa, che dipende anche dall'uso di attrezzature e macchinari.
Gli attrezzi e gli strumenti alleviano la pena e lo sforzo e quindi
cambiano i modi in cui era una volta manifesta a tutti l'urgente
necessità inerente al lavoro. Non cambiano la necessità stessa;
servono solo a occultarla ai nostri sensi. Qualcosa di simile si verifica
con i prodotti del lavoro, che non divengono più durevoli in un
regime di abbondanza. Il caso è del tutto diverso nella
corrispondente trasformazione moderna dei processi dell'operare per
effetto dell'introduzione della divisione del lavoro. Qui è mutata la
vera natura dell'opera, e il processo di produzione, anche se in
nessun modo produce oggetti di consumo, assume carattere di
lavoro. Benché le macchine ci abbiano imposto un ritmo di
ripetizione infinitamente più rapido di quello prescritto dal ciclo dei
processi naturali - e quest'accelerazione specificamente moderna è
fin troppo capace di farci dimenticare il carattere ripetitivo di ogni
lavoro - la ripetizione e l'interminabilità dell'operare recano
l'inequivocabile contrassegno del lavoro. La cosa è ancora più
evidente negli oggetti d'uso prodotti da queste tecniche lavorative.
La loro grande abbondanza li trasforma in beni di consumo.
L'interminabilità del processo lavorativo è garantita dalle sempre
ricorrenti esigenze di consumo; l'interminabilità della produzione può
essere assicurata solo se i prodotti perdono il loro carattere d'uso
per acquistare sempre più quello di oggetti di consumo, o se, in altri
termini, la velocità d'uso è così intensamente accelerata che la
differenza oggettiva tra uso e consumo, tra la relativa durabilità
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
degli oggetti d'uso e il rapido andirivieni dei beni di consumo,
diminuisce fino a essere insignificante.
Dato il nostro incessante bisogno di una sempre più rapida
sostituzione delle cose del mondo che ci circonda, non possiamo più
permetterci di usarle, di rispettare e conservare la loro naturale
durevolezza; dobbiamo consumare, oserei dire divorare, le nostre
case e i mobili e le automobili come se fossero «buone cose» della
natura che si guastano se non sono trascinate rapidamente nel ciclo
interminabile del ricambio dell'uomo con la natura. E' come se
avessimo forzato i confini che proteggevano il mondo, l'artificio
umano, dalla natura, dai processi biologici che vi si svolgono
internamente come dai processi naturali ciclici che lo circondano,
consegnando e abbandonando loro la stabilità sempre minacciata di
un mondo umano.
Gli ideali dell'"homo faber", il costruttore del mondo, che sono
permanenza, stabilità e durevolezza, sono stati sacrificati
all'abbondanza, l'ideale dell'"animal laborans".
Viviamo in una società di lavoratori perché solo il lavoro, con la
fecondità che gli è connaturata, sembra garantire l'abbondanza; e
abbiamo trasformato l'opera in lavoro, frantumato questo nelle sue
più minute particelle finché è stato soggetto al processo di divisione,
in cui il comun denominatore della prestazione più elementare
ottiene lo scopo di eliminare dallo sviluppo della forza-lavoro, che è
parte della natura e forse è anche la più potente di tutte le forze
naturali, l'ostacolo della «innaturale» e puramente mondana stabilità
dell'artificio umano.
17. UNA SOCIETA' DI CONSUMATORI.
Si dice spesso che viviamo in una società di consumatori e poiché,
come abbiamo visto, lavoro e consumo non sono che due fasi dello
stesso processo, imposte all'uomo dalla necessità della vita, questo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
è solo un altro modo per dire che viviamo in una società di
lavoratori. Essa non è scaturita dall'emancipazione delle classi
lavoratrici, ma dalla stessa emancipazione dell'attività lavorativa, che
precedette di secoli l'emancipazione politica dei lavoratori. Il punto
non è che per la prima volta nella storia i lavoratori furono ammessi
nella sfera pubblica e vi ottennero uguali diritti, ma che si sia quasi
riusciti a livellare tutte le attività umane a quel comun denominatore
che consiste nell'assicurare le cose necessarie alla vita e nel
provvedere alla loro abbondanza. Qualsiasi cosa facciamo, si
suppone fatta per «guadagnarci da vivere»; tale è il verdetto della
società e il numero delle persone, specialmente nelle professioni,
che potrebbe contestarlo, è diminuito rapidamente. La sola
eccezione che la società desidera proteggere è l'artista, che,
rigorosamente parlando, è il solo «creatore di opere» rimasto in una
società di lavoratori. La stessa tendenza ad abbassare e livellare
tutte le attività serie al livello del «guadagnarsi la vita» è presente
nelle odierne teorie del lavoro, che quasi unanimemente definiscono
il lavoro come l'opposto del gioco. Di conseguenza, tutte le attività
serie, senza riguardo ai loro frutti, sono chiamate lavoro e ogni
attività che non sia necessaria né per la vita dell'individuo né per il
processo vitale della società è compresa nel gioco (75). In queste
teorie, che echeggiano in termini teorici, rendono più drastiche, e
portano all'estremo le valutazioni correnti in una società dominata
dal lavoro, nemmeno l'«opera» dell'artista è preservata; essa è
dissolta in gioco e ha perduto il suo significato per il mondo. Il
carattere ludico dell'attività dell'artista è supposto assolvere la stessa
funzione, nel processo vitale lavorativo della società, del gioco del
tennis o di un "hobby" nella vita dell'individuo. L'emancipazione del
lavoro non ha dato luogo all'eguaglianza di questa attività con le
altre della "vita activa", ma al suo quasi indiscusso predominio. Dal
punto di vista del «lavorare per vivere», ogni attività non connessa
al lavoro diventa un "hobby" (76).
Per dissolvere la plausibilità di questa autointerpretazione dell'uomo
moderno, val la pena di ricordare che tutte le civiltà prima della
nostra sarebbero state piuttosto d'accordo con Platone che l'«arte di
guadagnare denaro» ("techne mistharnetike") non ha alcun
rapporto con l'effettivo contenuto anche di quelle arti che, come la
medicina, la navigazione, o l'architettura, comportavano ricompense
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
monetarie. Fu per spiegare queste ricompense, evidentemente di
natura completamente diversa dalla salute, l'oggetto della medicina,
o dalla costruzione di edifici, l'oggetto dell'architettura, che Platone
introdusse un'altra arte che le doveva affiancare. Questa nuova arte
non è in nessun modo intesa come l'elemento del lavoro in arti
altrimenti libere, ma, al contrario, come quell'arte per cui l'«artista»,
il professionista, come diremmo noi, si mantiene libero dalla
necessità di lavorare (77). Quest'arte appartiene alla stessa
categoria di quella necessaria a un capofamiglia che deve saper
esercitare l'autorità e usare la violenza nel suo governo sugli schiavi.
Il suo scopo è di rimanere libero dalla necessità di «guadagnare da
vivere», e gli scopi delle altre arti sono ancor più lontani da questa
necessità elementare.
L'emancipazione del lavoro e la concomitante emancipazione delle
classi lavoratrici dall'oppressione e dallo sfruttamento certamente
significò un progresso nella direzione della non-violenza. E' molto
meno certo che si trattasse di un progresso anche verso la libertà.
Nessuna violenza esercitata dall'uomo, eccetto la violenza usata
nella tortura, può eguagliare la forza naturale con cui la necessità
stessa ci costringe. E' per questa ragione che i greci derivarono la
loro parola significante tortura dalla "necessità", chiamandola
"anankai", e non da "bia", usata per la violenza esercitata dall'uomo
sull'uomo, proprio come questa è la ragione del fatto storico che
attraverso tutta l'antichità dell'Occidente la tortura, la «necessità alla
quale nessun uomo può resistere», poteva essere applicata solo agli
schiavi, che erano comunque soggetti alla necessità (78). Furono le
arti della violenza, della guerra, della pirateria e infine del dominio
assoluto che assoggettarono gli sconfitti al servizio dei vincitori e
quindi mantennero la costrizione alla necessità per il più lungo
periodo della storia che sia stato documentato (79). L'età moderna,
molto più drasticamente del cristianesimo, ha prodotto, insieme con
la glorificazione del lavoro, una enorme degradazione nella stima di
queste arti e una meno grande ma non meno importante
diminuzione dell'uso generale degli strumenti di violenza nelle
faccende umane (80). L'elevazione del lavoro e la necessità inerente
all'attività del metabolismo uomo-natura risultano intimamente
connesse con la degradazione di tutte le attività che scaturiscono
direttamente dalla violenza, come l'uso della forza nelle relazioni
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
umane, o che comportano un elemento di violenza, come nel caso,
e lo vedremo in seguito, di ogni attività connessa all'operare. E'
come se la crescente eliminazione della violenza nell'età moderna
quasi automaticamente aprisse le porte al ritorno della necessità al
suo livello più elementare. Ciò che già si verificò una volta nella
nostra storia, nei secoli della decadenza dell'Impero Romano,
potrebbe esser sul punto di accadere ancora. Anche allora il lavoro
divenne un'occupazione delle classi libere, «solo per imporre a loro i
vincoli delle classi servili» (81).
Il pericolo che la moderna emancipazione del lavoro non solo fallisca
nell'iniziare un'epoca di libertà per tutti, ma al contrario spinga per
la prima volta tutto il genere umano sotto il giogo della necessità, fu
già chiaramente intuito da Marx, quando egli insisteva sul fatto che
lo scopo di una rivoluzione poteva non essere la già compiuta
emancipazione delle classi lavoratrici, ma doveva consistere
nell'emancipazione dell'uomo dal lavoro. A prima vista, questo scopo
sembra utopistico, il solo elemento strettamente utopistico nel
pensiero di Marx (82). L'emancipazione dal lavoro, secondo le stesse
parole di Marx, è emancipazione dalla necessità, che
significherebbe, in definitiva, emancipazione dal consumo, dal
metabolismo con la natura che è la condizione effettiva della vita
umana (83). Tuttavia gli sviluppi dell'ultimo decennio e specialmente
le possibilità aperte dall'ulteriore incremento dell'automazione,
consentono di domandarsi se l'utopia di ieri non diventerà la realtà
di domani, così che, alla fine, solo lo sforzo del consumo sarà
l'ultimo elemento rimasto di quella fatica e di quella pena
connaturate al ciclo biologico al cui motore è legata la vita umana.
Tuttavia, nemmeno questa utopia potrebbe mutare l'essenziale
futilità mondana del processo vitale. Le due fasi per cui deve
passare il ciclo sempre ricorrente della vita biologica, le fasi del
lavoro e del consumo, possono mutare le loro proporzioni anche al
punto che quasi tutta la «forza-lavoro» umana sia spesa nel
consumo, con il concomitante grave problema sociale del tempo
libero: cioè, in sostanza, come provvedere sufficienti opportunità di
spreco quotidiano per mantenere intatta la capacità di consumo
(84). Il consumo senza pena e senza sforzo non muterebbe, ma solo
aumenterebbe, il carattere divorante della vita biologica, finché una
umanità interamente liberata delle catene della pena e dello sforzo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
non fosse libera di «consumare» il mondo intero e di riprodurre
giornalmente tutte le cose che desidera consumare.
Il numero delle cose che comparirebbero e scomparirebbero ogni
giorno e ogni ora nel processo vitale di una società del genere
sarebbe nella migliore delle ipotesi irrilevante per il mondo, se il
mondo e il suo carattere oggettivo potessero resistere al dinamismo
incessante di un processo vitale interamente motorizzato.
Il pericolo della futura automazione non è tanto la deplorata
meccanizzazione e artificializzazione della vita naturale, quanto il
fatto che, nonostante la sua artificialità, ogni produttività umana
sarebbe risucchiata in un processo vitale enormemente intensificato,
e seguirebbe automaticamente, senza pena o sforzo, il suo sempre
ricorrente ciclo naturale. Il ritmo delle macchine intensificherebbe a
dismisura il ritmo naturale della vita, ma non modificherebbe,
rendendola solo più micidiale, la funzione principale della vita
rispetto al mondo, che consiste nel consumare ciò che è durevole.
La strada che porta dalla graduale diminuzione delle ore lavorative,
progredita costantemente per quasi un secolo, a questa utopia, è
molto lunga. Inoltre, il progresso è stato piuttosto sopravvalutato
perché fu misurato in rapporto alle condizioni eccezionalmente
inumane di sfruttamento prevalenti nelle prime fasi del capitalismo.
Se pensiamo a periodi un po' più lunghi, l'ammontare totale annuo
di tempo libero goduto attualmente non appare tanto un risultato
della modernità quanto una tardiva approssimazione alla normalità.
Sotto questo e altri aspetti, lo spettro di una società di mero
consumo è più allarmante in quanto ideale della società attuale che
come una realtà da sempre esistente. L'ideale non è nuovo; era
chiaramente indicato nell'assunto incontestato dell'economia politica
classica che lo scopo finale della "vita activa" è lo sviluppo della
ricchezza, l'abbondanza e la «felicità del maggior numero». E che
cos'altro è, infine, questo ideale della società moderna se non
l'antico sogno del povero e dell'indigente, che può avere un fascino
finché rimane un sogno, ma diventa il paradiso di un pazzo non
appena è realizzato?
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
La speranza che ispirava Marx e gli uomini migliori dei vari
movimenti operai - che il tempo libero potesse emancipare
definitivamente gli uomini dalla necessità e rendere produttivo
1'"animal laborans" - si basava sull'illusione di una filosofia
meccanicistica secondo cui la forza-lavoro, come ogni altra energia,
non deve andare mai perduta, così che, se non è spesa ed esaurita
nel lavoro faticoso per vivere, potrà dar vita automaticamente ad
altre, «superiori» attività. Questa speranza di Marx aveva
indubbiamente come modello l'Atene di Pericle che, nel futuro, con
l'ausilio della produttività enormemente aumentata del lavoro
umano, non avrebbe più avuto bisogno di schiavi per esistere, ma
sarebbe divenuta una realtà per tutti. Un centinaio d'anni dopo Marx
comprendiamo l'errore di questo ragionamento; il tempo libero
dell'"animal laborans" non è mai speso altrimenti che nel consumo,
e più tempo gli rimane, più rapaci e insaziabili sono i suoi appetiti.
Che questi appetiti divengano più raffinati - così che il consumo non
è più limitato alle cose necessarie, ma si estende soprattutto a
quelle superflue - non muta il carattere di questa società, ma
nasconde il grave pericolo che nessun oggetto del mondo sia
protetto dal consumo e dall'annullamento attraverso il consumo.
La verità piuttosto sconsolante è che il trionfo ottenuto dal mondo
moderno sulla necessità è dovuto all'emancipazione del lavoro, cioè
al fatto che l'"animal laborans" è stato messo nella condizione di
occupare la sfera pubblica; e tuttavia, per tutto il tempo che
l'"animal laborans" ne rimane in possesso, non può esistere una
vera sfera pubblica, ma solo attività private esibite apertamente. Il
risultato è quella che è eufemisticamente chiamata cultura di massa,
e il disagio radicato e profondo che la caratterizza è una
insoddisfazione universale, dovuta da un lato all'equilibrio turbato di
lavoro e consumo e, dall'altro, alla persistente richiesta dell'"animal
laborans" di ottenere una soddisfazione che può essere raggiunta
solo quando i processi vitali dell'esaurimento e della rigenerazione,
della pena e del sollievo dalla pena, si incontrano in un perfetto
equilibrio. La richiesta universale di felicità e l'infelicità largamente
diffusa nella nostra società (le due facce della stessa medaglia) sono
i segni più convincenti che viviamo in una società dominata dal
lavoro, ma che non ha abbastanza lavoro per esserne appagata.
Infatti solo l'"animal laborans", e non l'artigiano né l'uomo d'azione,
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ha sempre chiesto di essere «felice» o pensato che gli uomini
mortali possano essere felici.
Uno dei più evidenti segni di pericolo, che mostra come siamo in
procinto di tradurre in realtà l'ideale dell'"animal laborans", è la
misura in cui la nostra intera economia è divenuta un'economia di
spreco, in cui le cose devono essere divorate ed eliminate con la
stessa rapidità con cui sono state prodotte, ammesso che il processo
stesso non giunga a una fine improvvisa e catastrofica. Ma se
l'ideale fosse già una realtà, e noi non fossimo che membri di una
società di consumo, non vivremmo più nemmeno in un mondo, ma
saremmo semplicemente guidati da un processo in cui le cose
appaiono e scompaiono in cicli sempre ricorrenti, appaiono e
svaniscono senza mai durare abbastanza per fornire uno sfondo al
processo vitale.
Il mondo, la casa dell'uomo, costruita sulla terra e fatta dei materiali
che la natura affida alle mani dell'uomo, non consiste di oggetti da
consumare ma di oggetti da usare. Se la natura e in generale la
terra costituiscono la condizione della "vita" umana, allora il mondo
e le cose del mondo costituiscono la condizione in cui questa vita
specificamente umana può avere la propria dimora sulla terra. La
natura vista con gli occhi dell'"animal laborans" è la grande fornitrice
di tutte le «buone cose», che appartengono egualmente a tutti i
suoi figli, che «[le] prendono dalle [sue] mani» e «si mescolano
con» essa nel lavoro e nel consumo (86). La stessa natura, vista con
gli occhi dell'"homo faber", il costruttore del mondo, «fornisce solo i
materiali quasi senza valore in se stessi» (87), in quanto l'intero loro
valore sta nell'opera che li trasforma. Senza strappare le cose dalle
mani della natura e senza consumarle, senza difendersi dai processi
naturali della crescita e del deperimento, l'"animal laborans" non
potrebbe mai sopravvivere. Ma senza trovare la propria dimora tra
oggetti resi dalla loro durata adatti all'uso e alla costruzione di un
mondo, la cui permanenza si pone in diretto contrasto con la vita,
questa vita non potrebbe mai essere umana.
Più sarà diventata facile la vita in una società di consumatori o di
lavoratori, più sarà difficile rimanere consapevoli della necessità da
cui è guidata, anche quando la pena e lo sforzo, manifestazioni
esteriori della necessità, sono riconosciuti a stento. Il pericolo è che
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
una società del genere, abbagliata dall'abbondanza della sua
crescente fecondità e assorbita nel pieno funzionamento di un
processo interminabile, non riesca più a riconoscere la propria
futilità - la futilità di una vita che «non si fissa o si realizza in
qualche oggetto permanente che duri anche dopo che la fatica
necessaria
a
produrlo
sia
passata»
(88).
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Parte quarta. L'OPERA.
18. IL CARATTERE DUREVOLE DEL MONDO.
L'opera delle nostre mani, distinta dal lavoro del nostro corpo l'"homo faber" che fa e letteralmente «opera» (1), distinto
dall'"animal laborans" che lavora e «si mescola con» - fabbrica
l'infinita varietà delle cose la cui somma totale costituisce il mondo
artificiale dell'uomo. Si tratta soprattutto, ma non esclusivamente, di
oggetti per l'uso; sono caratterizzati dalla durevolezza che Locke
riteneva necessaria per l'istituzione della proprietà, e dal «valore»
richiesto da Adam Smith per il mercato di scambio, e testimoniano
della produttività, che Marx riteneva il banco di prova della natura
umana. Il loro uso appropriato non li fa scomparire ed essi danno
all'artificio umano la stabilità e la solidità senza cui non potrebbe
ospitare quella creatura instabile e mortale che è l'uomo.
La durevolezza del mondo artificiale costruito dall'uomo non è
assoluta; l'uso che ne facciamo, pur senza consumarlo, lo logora. Il
processo vitale che permea l'intero nostro essere invade anche
questo mondo, e anche se non usiamo le cose del mondo, alla fine
decadono ugualmente, ritornano nel processo naturale universale da
cui furono tratte e contro cui furono costruite. Se lasciata a se
stessa o eliminata dal mondo umano, la sedia ridiventerà legno e il
legno si dissolverà e ritornerà alla terra da cui scaturì l'albero prima
di essere tagliato per diventare il materiale su cui operare e con cui
costruire. Ma anche se questa può essere la fine inevitabile di tutte
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
le singole cose del mondo, la prova che esse sono prodotti di un
artefice mortale, non è certamente questo il destino finale
dell'artificio umano in sé, in cui tutte le singole cose possono essere
costantemente sostituite nel mutamento delle generazioni che si
succedono nel mondo fatto dall'uomo e se ne allontanano. Inoltre,
se l'uso è destinato a logorare gli oggetti, questa fine non
rappresenta il loro destino nello stesso senso in cui la distruzione è
la fine inerente a tutti gli oggetti di consumo. Ciò che l'uso consuma
è la durevolezza.
E' questa che dà alle cose del mondo la loro relativa indipendenza
dagli uomini che le producono e le usano, la loro «oggettività» che
le fa resistere, «contrastare» (2) e sopportare, almeno per qualche
tempo, le esigenze e i bisogni voraci degli esseri viventi che le fanno
e le usano. Da questo punto di vista le cose del mondo hanno la
funzione di stabilizzare la vita umana, e la loro oggettività sta nel
fatto - in contrasto con il detto eracliteo che lo stesso uomo non può
mai bagnarsi due volte nello stesso fiume - che gli uomini, malgrado
la loro natura sempre mutevole, possono ritrovare il loro sé, cioè la
loro identità, riferendosi alla stessa sedia e allo stesso tavolo. In
altre parole, alla soggettività dell'uomo si contrappone l'oggettività
del mondo fatto dall'uomo piuttosto che la sublime indifferenza di
un'intatta natura, la cui soverchiante forza elementare, al contrario,
li costringe a ruotare senza tregua nel circolo del loro proprio
movimento biologico, che così strettamente si adatta al movimento
ciclico universale della natura. Solo noi che abbiamo tratto
l'oggettività di un mondo nostro da ciò che la natura offre, che
l'abbiamo edificato nell'ambiente naturale in modo da esserne
protetti, possiamo guardare alla natura come a qualcosa di
«oggettivo». Senza un mondo frapposto tra gli uomini e la natura,
esisterebbe movimento eterno, ma non oggettività.
Benché uso e consumo, allo stesso modo di opera e lavoro, non
siano la stessa cosa, sembrano sovrapporsi in certe zone importanti,
in misura tale che appare ben giustificato l'accordo unanime con cui
sia l'opinione pubblica sia quella colta li hanno identificati. L'uso,
certo, contiene un elemento di consumo, in quanto il processo di
logoramento si svolge attraverso il contatto dell'oggetto d'uso con
l'organismo vivente che lo consuma, e più stretto è il contatto tra il
corpo e la cosa usata più apparirà plausibile un'equazione dei due.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Se per esempio si interpreta la natura degli oggetti d'uso come se si
trattasse di un vestito da indossare, si sarà tentati di concludere che
l'uso non è che consumo a passo più lento. A ciò si oppone il fatto
prima menzionato che la distruzione, sebbene inevitabile, è
incidentale nell'uso, ma connaturata al consumo. Ciò che distingue il
più meschino paio di scarpe dai meri beni di consumo è che quello
non si sciupa se non lo si usa, ha una sua indipendenza, per quanto
modesta, che gli consente di sopravvivere anche per un tempo
considerevole ai mutevoli stati d'animo del suo possessore. Usato o
non usato, rimarrà nel mondo per un certo tempo, purché non
venga deliberatamente distrutto.
Un argomento analogo, molto più noto e plausibile, può essere
portato a favore dell'identificazione di opera e lavoro. Il più
necessario ed elementare lavoro dell'uomo, la coltivazione della
terra, sembra un perfetto esempio di lavoro che nel suo processo,
per così dire, si trasforma in opera. Sembra così perché la
coltivazione del suolo, nonostante la sua stretta connessione con il
ciclo biologico e la sua assoluta dipendenza dal più ampio ciclo della
natura, lascia dietro di sé un prodotto che sopravvive al lavoro, e
costituisce un'aggiunta duratura al mondo dell'artificio umano: lo
stesso lavoro, compiuto per anni, potrà trasformare infine il deserto
in una terra coltivata. L'esempio infatti figura in tutte le teorie del
lavoro antiche e moderne proprio per questo motivo. Tuttavia,
malgrado l'innegabile somiglianza, e benché senza dubbio la dignità
tradizionalmente onorata dell'agricoltura derivi dal fatto che la
coltivazione del suolo non solo procura mezzi di sussistenza, ma in
questo processo prepara la terra per l'edificazione del mondo, anche
in questo caso la distinzione resta chiara: la terra coltivata non è,
propriamente parlando, un oggetto d'uso, che esiste con la sua
propria capacità di durare e non richiede per la propria permanenza
niente più delle cure ordinarie necessarie per preservarla; la terra
coltivata, se deve restare tale, necessita di un lavoro continuo. Una
vera reificazione, in altre parole, in cui la cosa prodotta è garantita
nella sua esistenza una volta per tutte, non vi è mai raggiunta; essa
deve riprodursi incessantemente per poter restare ne! mondo
umano.
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19. LA REIFICAZIONE.
La fabbricazione, l'opera dell'"homo faber", consiste nella
reificazione. La solidità, intrinseca a tutte le cose, anche alle più
fragili, deriva dal materiale che si è lavorato, ma anche questo
materiale non è semplicemente dato, come i frutti del campo e degli
alberi che possiamo cogliere o lasciare intatti, senza modificare il
regno della natura. Il materiale è già un prodotto delle mani umane
che lo hanno rimosso dalla sua posizione naturale, sia troncando un
processo vitale, come nel caso dell'albero che deve essere distrutto
per fornire il legno, sia interrompendo uno dei processi più lenti
della natura, come nel caso del ferro, della pietra o del marmo
strappati dal grembo della terra. Questo elemento di violazione e di
violenza è presente in ogni fabbricazione, e "homo faber", il creatore
del mondo dell'artificio umano, è sempre stato un distruttore della
natura. L'"animal laborans", che con il suo corpo e con l'aiuto di
animali addomesticati alimenta la vita, può essere il signore e
padrone di tutte le creature viventi, ma rimane ancora il servo della
natura e della terra; solo "homo faber" si comporta come signore e
padrone di tutta la terra. Da quando la sua produttività fu
rappresentata nell'immagine di un Dio-Creatore - così che se Dio
crea "ex nihilo", l'uomo crea dalla sostanza data - la produttività
umana fu destinata ad apparire come una rivolta prometeica, perché
poteva edificare un mondo umano solo dopo la distruzione di parte
della natura creata da dio (3).
L'esperienza di questa violenza è l'esperienza più elementare della
forza umana e, quindi, proprio l'opposto dello sforzo penoso e
sfibrante sperimentato nel mero lavoro. Essa può dare senso di
sicurezza e soddisfazione, e può anche diventare una fonte di fiducia
in se stessi per tutta la vita - effetti molto diversi dalla beatitudine
che può accompagnare una vita spesa nel lavoro e nella fatica, o dal
fuggevole, anche se intenso, piacere del lavoro in se stesso, che si
verifica se lo sforzo è coordinato e ritmicamente eseguito, e che è
essenzialmente uguale al piacere provato in altri movimenti ritmici
del corpo. La maggior parte delle descrizioni delle «gioie del lavoro»,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
quando non sono tardi echi della biblica pienezza, paga della vita e
della morte, e non travisano semplicemente l'orgoglio di aver fatto
un lavoro con la «gioia» di compierlo, si riferiscono all'ebbrezza
provata per l'esercizio violento di una forza con cui l'uomo si misura
contro le forze soverchianti degli elementi - una forza che, mediante
la sua capacità di inventare attrezzi e strumenti, egli sa come
moltiplicare ben al di là della sua misura naturale (4). La solidità non
è il risultato del piacere o dell'estenuazione nel guadagnarsi il pane
«con il sudore della fronte», ma di questa forza, e non è
semplicemente presa in prestito o colta come un dono gratuito dalla
presenza eterna della natura, anche se sarebbe impossibile senza il
materiale strappato alla natura; è già un prodotto delle mani
dell'uomo.
L'opera effettiva di fabbricazione è compiuta sotto la guida di un
modello in base al quale l'oggetto è costruito. Questo modello può
essere un'immagine fissata in una rappresentazione mentale, o uno
schema in cui l'immagine ha già trovato una materializzazione
provvisoria attraverso l'attività dell'operare. In ogni caso, ciò che
guida l'opera della fabbricazione è esterno a chi opera e precede
l'effettivo processo operativo proprio come lo precedono le esigenze
del processo vitale nel caso del lavoratore. (Questa analisi è in
palese contraddizione con i risultati della psicologia moderna, che ci
dice quasi unanimemente che le immagini della mente sono
localizzate nella nostra testa come i morsi della fame nello stomaco.
Questa soggettivizzazione della scienza moderna, che è solo un
riflesso di una anche più radicale soggettivizzazione del mondo
moderno, trova in questo caso la sua giustificazione nel fatto che,
per lo più, l'opera è eseguita nel mondo moderno in modo analogo
al lavoro, così il suo autore, anche se lo volesse, non potrebbe
«lavorare per la propria opera piuttosto che per sé» (5), e molto
spesso il suo ruolo nella produzione degli oggetti è puramente
strumentale, al punto che non ha più alcuna nozione della loro
forma finale (6). Queste circostanze, anche se di grande importanza
storica, sono irrilevanti in una descrizione delle fondamentali
articolazioni della "vita activa".) Ciò che esige la nostra attenzione è
il vero e proprio abisso che separa tutte le sensazioni corporee,
piacere o pena, desideri o soddisfazioni - che sono così «private» da
non poter nemmeno essere adeguatamente espresse, e tanto meno
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
rappresentate nel mondo esterno, e non sono quindi reificabili dalle immagini mentali che si prestano agevolmente e naturalmente
alla reificazione, così che neppure concepiamo la possibilità di fare
un letto senza prima avere una certa immagine, un'«idea» di un
letto di fronte al nostro occhio interiore, né possiamo immaginare un
letto senza far ricorso a qualche esperienza visiva di una cosa reale.
E' un fatto di grande importanza, per il ruolo che la fabbricazione
svolge nella gerarchia della "vita activa", che l'immagine, o modello,
la cui forma guida il processo di fabbricazione non solo lo precede,
ma non scompare con il prodotto finito, al quale sopravvive intatta,
pronta, per così dire, a prestarsi a una continuazione infinita dei
processi di fabbricazione. Questa moltiplicazione potenziale,
intrinseca nell'operare, è differente per principio dalla ripetizione che
è il marchio del lavoro. Questa ripetizione è incalzata dal ciclo
biologico e vi rimane soggetta; invece, le necessità e i bisogni del
corpo umano vengono e vanno, e anche se ricompaiono sempre a
intervalli regolari, non si stabilizzano mai per un certo tempo. La
moltiplicazione, diversamente dalla mera ripetizione, moltiplica
qualcosa che già possiede un'esistenza relativamente stabile e
permanente nel mondo. Questa qualità della permanenza del
modello o immagine, il fatto di esserci già prima che la fabbricazione
inizi e di rimanere dopo che è terminata, sopravvivendo a tutti i
possibili oggetti d'uso dei quali continua a permettere l'esistenza,
ebbe un potente influsso sulla dottrina platonica delle idee eterne.
In quanto dottrina di Platone, fu ispirata dalla parola "idea" o
"eidos" («configurazione» o «forma»), che egli usò per la prima
volta in un contesto filosofico, essa si basò sulle esperienze della
"poiesis" o fabbricazione; e sebbene Platone si servisse della sua
teoria per esprimere esperienze del tutto differenti e forse molto più
«filosofiche», non mancò mai di trarre i suoi esempi dall'ambito del
«fare», quando voleva dimostrare la plausibilità di ciò che diceva
(7). L'idea eterna e unica che presiede a una moltitudine di cose
deperibili deriva la sua plausibilità, nella dottrina di Platone, dalla
permanenza e dalla unicità del modello conformemente al quale
possono essere fatti molti oggetti deperibili.
Il processo del fare è esso stesso interamente determinato dalle
categorie di mezzo e di fine. La cosa fabbricata è un prodotto finale
nel duplice senso che il processo di produzione giunge in esso a un
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
fine («il processo scompare nel prodotto», come diceva Marx) ed è
solo un mezzo per produrre questo fine. Il mero lavoro produce per
il fine del consumo, ma poiché questo fine, la cosa che deve essere
consumata, manca della permanenza intrinseca all'opera, la fine del
processo non è determinata dal prodotto finale ma piuttosto
dall'esaurimento della forza-lavoro, mentre i prodotti stessi, d'altro
canto, ridiventano immediatamente mezzi, mezzi di sussistenza e di
riproduzione della forza-lavoro. Nell'operare, invece, la fine è
qualcosa di determinato: avviene quando una cosa interamente
nuova fornita di una sufficiente capacità di durata per rimanere al
mondo come un'entità indipendente è stata aggiunta al mondo degli
artefatti umani. Per quanto riguarda la cosa, il prodotto finale della
fabbricazione, non è necessario che il processo sia ripetuto.
L'impulso alla ripetizione proviene dal bisogno dell'artefice di
guadagnare i suoi mezzi di sussistenza, nel qual caso il suo operare
coincide col suo lavorare; o da una domanda di moltiplicazione del
mercato, e in questo caso l'artefice che desidera soddisfare questa
domanda ha aggiunto, come avrebbe detto Platone, l'arte di
guadagnar denaro al suo mestiere. Il punto qui è che in entrambi i
casi il processo è ripetuto per ragioni esterne, ed è diverso dalla
ripetizione costrittiva connaturata al lavoro, in cui si deve mangiare
per lavorare e lavorare per mangiare.
Avere un inizio definito e una fine definita e prevedibile è il segno
distintivo della fabbricazione, che solo per questa caratteristica si
distingue dalle altre attività umane. Il lavoro, assorbito nel
movimento ciclico del processo vitale del corpo, non ha né un inizio
né una fine. L'azione, anche se può avere un inizio definito, non ha
mai, come vedremo, una fine prevedibile. Questo carattere unico
dell'opera è riflesso nel fatto che il processo di fabbricazione,
diversamente dall'azione, non è irreversibile; ogni cosa prodotta
dalle mani umane può esserne distrutta, e nessun oggetto d'uso è
così necessario nel processo della vita che il suo artefice non possa
sopravvivere ad esso e permettersi di distruggerlo. "Homo faber" è
quindi un signore e padrone, non solo perché è, o viene fatto,
padrone di tutta la natura, ma perché è padrone di se stesso e delle
proprie opere. Non è così per l'"animal laborans", che è soggetto
alla necessità della propria vita, né per l'uomo d'azione, che rimane
legato al suo prossimo. Solo con l'immagine del prodotto futuro
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
l'"homo faber" è libero di produrre, e solo di fronte all'opera delle
sue mani è libero di distruggere.
20. STRUMENTALITA' E "ANIMAL LABORANS".
Dal punto di vista dell'"homo faber", che si affida interamente agli
arnesi primordiali costruiti dalle sue mani, l'uomo è, come disse
Benjamin Franklin, un «fabbricante di strumenti». Gli stessi
strumenti che hanno lo scopo di alleviare il fardello e di
meccanizzare il lavoro dell'"animal laborans", sono progettati e
inventati dall'"homo faber" per dar vita a un mondo di cose; e la
loro adeguatezza e precisione sono guidate da quei fini «oggettivi»
che l'uomo può desiderare, invece che dalle necessità e dai bisogni
soggettivi. Attrezzi e strumenti sono oggetti così intensamente
mondani che possiamo servircene come criterio per classificare
l'intera civiltà. Tuttavia, mai il loro carattere mondano è più
manifesto come quando sono usati nei processi di lavoro, dove
certamente sono le sole cose tangibili che sopravvivono sia al lavoro
sia allo stesso processo di consumo. Per l'"animal laborans", quindi,
in quanto è soggetto al divorante processo della vita e in esso
costantemente occupato, la durevolezza e la stabilità del mondo
sono principalmente rappresentate dagli attrezzi e dagli strumenti
che usa; e in una società di lavoratori gli attrezzi facilmente
assumono un carattere o una funzione più che meramente
strumentale.
I lamenti, oggi frequenti, sulla perversione dei fini e dei mezzi nella
società moderna, sugli uomini che diventano servi delle macchine
che hanno inventato, e che si «adattano» alle loro esigenze anziché
usarle come strumenti per le necessità e i bisogni umani, hanno le
radici nella effettiva condizione del lavoro. In questa situazione, in
cui la produzione consiste principalmente nel preparare il consumo,
la stessa distinzione tra mezzi e fini, così caratteristica delle attività
di "homo faber", è semplicemente priva di senso, e gli strumenti che
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
"homo faber" inventò e con i quali venne in aiuto all'"animal
laborans" perdono quindi il loro carattere strumentale una volta che
egli li usi. Nello stesso processo vitale, di cui il lavoro rimane una
parte integrante e che non trascende mai, è ozioso porre questioni
che presuppongono la categoria di mezzi e fine; è come se gli
uomini lavorassero e consumassero per avere la forza di lavorare o
se lavorassero per procacciarsi i mezzi da consumare.
Se consideriamo questa perdita della facoltà di distinguere
chiaramente tra mezzi e fini in termini di comportamento umano,
possiamo dire che la libera disposizione e il libero uso degli attrezzi
per uno specifico fine di produzione sono rimpiazzati dalla
unificazione ritmica del corpo che lavora con il suo utensile - un
processo in cui lo stesso movimento del lavoro agisce da forza
unificante. Il lavoro, ma non l'opera, richiede per i migliori risultati
un'esecuzione ritmicamente ordinata e, quando molti lavoratori sono
riuniti nella stessa attività, esige una coordinazione ritmica di tutti i
movimenti individuali. In questo movimento gli attrezzi perdono il
loro carattere strumentale, e la chiara distinzione fra l'uomo e i suoi
utensili, come quella fra l'uomo e i suoi fini, si oscura. Ciò che
domina i processi di lavoro e tutti i processi dell'operare eseguiti
secondo le modalità del lavoro non è né lo sforzo intenzionale
dell'uomo né il prodotto che egli può desiderare, ma il movimento
del processo e il ritmo che esso impone ai lavoratori. Gli utensili da
lavoro sono assorbiti in questo ritmo finché l'uomo e i suoi attrezzi si
muovono nello stesso movimento ripetitivo, finché cioè nell'uso delle
macchine, che di tutti gli utensili sono i più adatti alle prestazioni
dell'"animal laborans", non è più il movimento del corpo che
determina il movimento dell'utensile ma il movimento della
macchina che comanda i movimenti del corpo. Il punto è che nulla
può essere meccanizzato più agevolmente e meno artificialmente
del ritmo del processo lavorativo, che a sua volta corrisponde al
ritmo ricorrente altrettanto automatico del processo vitale e del suo
metabolismo con la natura. Proprio perché l'"animal laborans" non
usa attrezzi e strumenti per costruire un mondo, ma per agevolare
le fatiche del suo proprio processo vitale, esso è vissuto
letteralmente in un mondo di macchine dall'epoca della rivoluzione
industriale, e l'emancipazione del lavoro sostituì quasi tutti gli
attrezzi manuali con macchine che in un modo o in un altro
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
soppiantarono la forza-lavoro umana con la potenza superiore delle
forze naturali.
La differenza decisiva tra attrezzi e macchine risalta forse nel modo
migliore nelle interminabili discussioni intorno al problema se sia
l'uomo ad «adattarsi» alla macchina o se le macchine alla «natura»
dell'uomo. Abbiamo indicato nel primo capitolo la ragione principale
per cui una discussione del genere non può che essere sterile: se la
condizione umana consiste nell'essere-condizionato dell'uomo, per il
quale ogni cosa, data all'uomo o fatta da lui, diventa
immediatamente una condizione della sua ulteriore esistenza,
l'uomo si «adatta» a un ambiente di macchine nel momento stesso
in cui le progetta. Esse sono certamente diventate una condizione
tanto inalienabile della nostra esistenza quanto gli attrezzi e gli
utensili lo furono per tutte le età precedenti. L'interesse della
discussione, quindi, dal nostro punto di vista, sta piuttosto nel fatto
che sia potuto sorgere proprio il problema dell'adattamento.
Nessuno ha mai dubitato che l'uomo si adattasse agli strumenti che
usava, o avesse bisogno di un particolare adattamento; si può anche
concepire che egli si sia adattato all'uso delle sue stesse mani. Il
caso delle macchine è del tutto diverso. Diversamente dagli attrezzi
usati artigianalmente, che in qualsiasi momento del processo
dell'operare rimangono sempre al servizio delle mani, le macchine
esigono che il lavoratore le serva, che egli adatti il ritmo naturale del
suo corpo al loro movimento meccanico. Questo, certamente, non
implica che gli uomini come tali si adattino o diventino servi delle
loro macchine; ma significa che, finché dura l'operare alla macchina,
il processo meccanico ha sostituito il ritmo del corpo umano. Anche
l'attrezzo più elaborato rimane un servo, incapace di guidare o di
sostituire la mano. Anche la macchina più primitiva guida il lavoro
del corpo e può eventualmente sostituirlo del tutto.
Come accade spesso con i processi storici, sembra che le
implicazioni pratiche della tecnologia, la sostituzione cioè di attrezzi
e utensili con i macchinari, siano venute alla luce solo nel loro ultimo
stadio, con l'avvento dell'automazione. Ai nostri fini, può essere utile
richiamare, sia pur brevemente, le principali tappe dello sviluppo
della tecnologia dagli inizi dell'età moderna. Il primo passo,
l'invenzione della macchina a vapore, che portò alla rivoluzione
industriale, era ancora caratterizzato dall'imitazione dei processi
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
naturali e dall'uso di forze naturali per scopi umani, ciò che non
differiva in linea di principio dal vecchio uso della forza dell'acqua e
del vento. Non il principio della macchina a vapore era nuovo, ma
piuttosto la scoperta e l'uso delle miniere di carbone per alimentarla
(9). Le attrezzature meccaniche di questo primo stadio riflettono
l'imitazione di processi naturalmente noti; imitano anche e
potenziano le attività naturali del corpo umano. Ma oggi ci viene
detto che «il principale trabocchetto da evitare è l'assunto che scopo
del progetto meccanico sia la riproduzione del movimento delle mani
dell'operatore o del lavoratore» (10).
Lo stadio successivo è principalmente caratterizzato dall'uso
dell'elettricità ed è certo l'elettricità che determina la fase attuale
dello sviluppo tecnico. Fase che non può più essere descritta nei
termini di un gigantesco allargamento e di una continuazione delle
antiche arti e degli antichi mestieri; è proprio a questa fase che non
si possono più applicare le categorie dell'"homo faber", per il quale
ogni strumento era il mezzo per raggiungere un fine prescritto. Ora
infatti non si usano più i materiali come la natura li produce per noi,
troncando i processi naturali o interrompendoli o imitandoli. In tutti
questi casi, il nostro scopo era di mutare e denaturalizzare la natura
per i nostri fini mondani, così che il mondo degli artefatti umani da
una parte e la natura dall'altra restavano due unità distintamente
separate. Oggi abbiamo cominciato a «creare», per così dire, a
scatenare dei processi naturali che non si sarebbero mai verificati
senza di noi, e invece di proteggere accuratamente il mondo degli
artefatti umani contro le forze elementari della natura,
mantenendole il più possibile fuori dal mondo umano, abbiamo
immesso queste forze, insieme alla loro potenza elementare, nel
mondo stesso. Ne è risultata una vera e propria rivoluzione nel
concetto di fabbricazione; la manifattura, che era sempre stata «una
serie di passi separati», è diventata «un processo continuo», il
processo del nastro trasportatore e della catena di montaggio (11).
L'automazione è lo stadio più recente di questo sviluppo, che
«illumina veramente l'intera storia del macchinismo» (12). Essa
certamente rimarrà il punto culminante dello sviluppo moderno,
anche se l'età atomica e una tecnologia basata sulle scoperte
nucleari le potranno imporre una fine piuttosto rapida. I primi
strumenti della tecnologia nucleare, i vari tipi di bombe atomiche
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
che, se fatte esplodere in numero sufficiente e nemmeno troppo
grande, potrebbero distruggere tutta la vita organica sulla terra,
rendono già abbastanza l'idea dell'enorme scala su cui si
svolgerebbe una simile trasformazione. Non si tratterebbe più di
scatenare e lasciare a se stessi i processi naturali elementari, ma di
manipolare sulla terra e nella vita di ogni giorno energie e forze
quali esistono solo fuori della terra, nell'universo; e questo avviene
già, ma solo nei laboratori dei fisici nucleari (13). Se la tecnologia
attuale consiste nell'immettere delle forze naturali- nel mondo degli
artefatti umani, la tecnologia futura consisterà ancora nell'immettere
le forze universali del cosmo che ci circonda nella natura della terra.
Resta da vedere se le tecniche del futuro trasformeranno il regno
della natura - così come lo conosciamo fin dall'avvento del nostro
mondo - nello stesso modo in cui la tecnologia attuale ha modificato
il carattere mondano degli artefatti umani, o in modo ancora più
radicale.
L'immissione delle forze naturali nel mondo umano ha mandato in
rovina la finalità dei mondo, il fatto che gli oggetti sono il fine a cui
sono destinati gli attrezzi e gli utensili. E' caratteristico di tutti i
processi naturali il fatto che si svolgano senza l'aiuto dell'uomo, e
sono naturali quelle cose che non sono «fatte» ma si sviluppano
autonomamente, indipendentemente da ciò che divengono. (E'
questo anche il significato autentico della nostra parola «natura»,
sia che la facciamo derivare dalla radice latina "nasci" sia che
risaliamo fino alla sua origine greca, "physis", che viene da "phyein",
scaturire, comparire da sé.) Diversamente dai prodotti delle mani
umane, che devono essere realizzati passo dopo passo, e in cui il
processo di fabbricazione è interamente distinto dall'esistenza della
cosa fabbricata, l'esistenza della cosa naturale non è separata dal
processo attraverso cui viene in essere, ma in qualche modo vi si
identifica: il seme contiene e, in un certo senso, "è" già l'albero, e
l'albero cessa di essere se si arresta il processo di sviluppo
attraverso il quale è venuto in essere. Questi processi, considerati
sullo sfondo dei fini umani, che hanno un inizio voluto e un fine
definito, assumono un carattere di automatismo. Chiamiamo
automatici tutti i processi di movimento spontanei e quindi fuori
della portata della volontà umana o di interferenze deliberate. Nelle
forme di produzione contraddistinte dall'automazione, la distinzione
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tra operazione e prodotto, così come la preminenza del prodotto
sull'operazione (che è solo il mezzo per produrre il fine), non ha più
senso ed è già superata (14). Le categorie dell'"homo faber" e del
suo mondo sono inapplicabili qui proprio come nella natura e
nell'universo naturale. Ecco perché, sia detto per inciso, i moderni
sostenitori dell'automazione partono lancia in resta contro la visione
meccanicistica della natura e contro l'utilitarismo pratico del
diciottesimo secolo, così caratteristici dell'orientamento unilaterale e
angusto dell'"homo faber".
La discussione del problema globale della tecnologia, cioè della
trasformazione della vita e del mondo mediante l'introduzione della
macchina, è stata stranamente sviata da un'eccessiva
concentrazione sul servizio, o sui danni, che le macchine rendono
agli uomini. Qui l'assunto è che ogni attrezzo o utensile sia
principalmente designato a rendere la vita umana più facile e il
lavoro umano meno penoso. La loro strumentalità è intesa
esclusivamente in questo senso antropocentrico. Ma la strumentalità
di attrezzi e utensili è assai più strettamente connessa agli oggetti
che è destinata a produrre, e il loro mero «valore umano» è ristretto
all'uso che l'"animal laborans" ne fa. In altre parole, "homo faber", il
fabbricante di strumenti, ha inventato attrezzi e utensili al fine di
erigere un mondo e non - o almeno non principalmente - per
coadiuvare il processo della vita umana. La questione, quindi, non
consiste tanto nel vedere se siamo i padroni o gli schiavi delle nostre
macchine, ma se le macchine servono ancora il mondo e le sue
cose, o se, al contrario, con l'automatismo dei loro processi abbiano
cominciato a dominare e anche a distruggere il mondo e le cose.
Certo è che il processo automatico ininterrotto della fabbricazione
non solo ha tolto di mezzo l'«assunto arbitrario» che «la mano
dell'uomo guidata dal cervello rappresenta l'optimum dell'efficienza»
(15), ma anche la convinzione tanto più importante che le cose del
mondo attorno a noi dipendano dai progetti dell'uomo, e siano
costruite secondo i criteri umani dell'utilità o della bellezza. Al posto
di entrambi, che sono criteri del mondo, abbiamo cominciato a
progettare prodotti che ancora adempiono certe «funzioni
fondamentali», ma la cui forma sarà sostanzialmente determinata
dal funzionamento delle macchine. Le «funzioni fondamentali» sono
naturalmente le funzioni del processo vitale dell'animale umano,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
poiché nessun'altra funzione è fondamentalmente necessaria, ma il
prodotto stesso - non solo le sue modificazioni, ma anche la «totale
trasformazione in un nuovo prodotto» - dipenderà interamente dalla
capacità della macchina (16).
Progettare oggetti per la capacità operativa della macchina, invece
di progettare macchine per la produzione di certi oggetti, potrebbe
essere l'esatto capovolgimento del rapporto tra mezzi e fini, se
queste categorie hanno ancora qualche significato. Ma anche il fine
più generale, la liberazione della forza-lavoro umana, che era
solitamente attribuita alle macchine, è oggi ritenuto come uno scopo
secondario e obsoleto, inadeguato e perfino di ostacolo ai
«potenziali e sbalorditivi aumenti di efficienza» (17), che vorrebbe
limitare. Così come stanno le cose, è diventato tanto privo di senso
descrivere questo mondo di macchine in termini di mezzi e fini,
quanto lo è sempre stato chiedere alla natura se produca il seme
per produrre l'albero o l'albero per produrre il seme. Allo stesso
modo, è molto probabile che la continua immissione dei processi
naturali nel mondo umano - anche se potrà distruggere il mondo in
quanto tale e gli artefatti umani - riuscirà a soddisfare le necessità
vitali del genere umano nello stesso modo continuo e illimitato in cui
riuscì la natura prima che gli uomini edificassero la loro dimora
artificiale .sulla terra e frapponessero una barriera tra loro e la
natura.
Per una società di lavoratori, il mondo delle macchine è diventato un
sostituto del mondo reale, anche se questo pseudomondo non può
assolvere al compito più importante dell'artificio umano, che
consiste nell'offrire ai mortali una dimora più permanente e più
stabile di quanto essi stessi non siano. Nel processo operativo
continuo, questo mondo di macchine sta anche perdendo quel
carattere indipendente che gli attrezzi, gli utensili e i primi
macchinari dell'età moderna possedevano in misura così eminente. I
processi naturali da cui quel mondo si alimenta lo assimilano
progressivamente al processo biologico, così che gli apparecchi che
una volta maneggiavamo liberamente cominciano ad apparire «gusci
attaccati al corpo umano come al corpo di una tartaruga».
Considerata dal punto di vista dominante di questo sviluppo, la
tecnologia non appare «il prodotto di uno sforzo umano cosciente
per estendere il potere materiale, ma piuttosto uno sviluppo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
biologico dell'umanità in cui le strutture innate dell'organismo
umano sono trapiantate in misura sempre crescente nell'ambiente
circostante» (18).
21. STRUMENTALITA' E "HOMO FABER".
Gli utensili e gli strumenti dell'"homo faber", da cui deriva la più
fondamentale esperienza della strumentalità, determinano ogni
opera e fabbricazione. In questo campo è vero che il fine giustifica i
mezzi; ma fa di più, li produce e li organizza. Il fine giustifica la
violenza fatta alla natura per strapparle la materia prima, come il
legno giustifica il taglio dell'albero e il tavolo la distruzione del legno.
Allo scopo di ottenere il prodotto finale, vengono progettati gli
attrezzi e inventati gli utensili, e il prodotto finale organizza lo stesso
processo di fabbricazione, decide circa gli specialisti necessari, la
misura della cooperazione, il numero degli addetti eccetera. Durante
il processo di lavorazione, ogni cosa è giudicata in termini di
convenienza e utilità per il fine desiderato e per nient'altro.
Lo stesso criterio decisivo nella relazione mezzi-fini si applica al
prodotto. Benché sia un fine rispetto ai mezzi con cui fu prodotto e
sia il fine del processo di fabbricazione, esso non diventa mai, per
così dire, un fine in se stesso, o almeno non lo diventa finché rimane
un oggetto d'uso. La sedia, che è il fine del falegname, può
mostrare la sua utilità solo ridiventando un mezzo, sia come cosa
che può essere impiegata per rendere confortevole la vita, data la
sua capacità di durare, sia come mezzo di scambio. Il problema del
criterio di utilità, intrinseco nella attività di fabbricazione, è che la
relazione fra mezzi e fini su cui si basa è simile a una catena in cui
ogni fine serve ancora come mezzo in un altro contesto. In altre
parole, in un mondo strettamente utilitaristico, ogni fine è destinato
a essere di breve durata e venir trasformato in mezzo per qualche
altro fine (19).
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Questa difficoltà, inerente a ogni coerente utilitarismo, la filosofia
dell'"homo faber" per eccellenza, può essere definita teoricamente
come un'innata incapacità di comprendere la distinzione tra utilità e
significato espressa linguisticamente nella differenza tra le
espressioni «al fine di» e «in nome di». Così l'ideale dell'utilizzabilità,
che permea una società di artigiani - come quello del comfort in una
società di lavoratori, o l'ideale dell'acquisizione dominante le società
mercantili - non è più una questione di utilità ma di significato. E'
«in nome» dell'utilità in generale che l'"homo faber" giudica e fa
ogni cosa nei termini di «fine». L'ideale stesso dell'utilità, come gli
ideali di altre società, non può più esser concepito come qualcosa
che serve a qualche altra cosa. Esso sfida semplicemente la
possibilità di mettere in discussione il suo uso. Evidentemente non
c'è risposta alla domanda che Lessing pose una volta ai filosofi
utilitaristici del suo tempo: «E qual è l'uso dell'uso?» La difficoltà
dell'utilitarismo è che rimane preso nella catena interminabile dei
mezzi e dei fini senza arrivare mai a un principio che giustifichi la
categoria di mezzi e fini, cioè dell'utilità stessa. L'espressione «al
fine di» è diventata il contenuto di «in nome di». In altre parole,
l'utilità posta come significato genera l'assenza di significato.
Nell'ambito della categoria mezzi-fini, e fra le esperienze della
strumentalità che governano il mondo intero degli oggetti d'uso e
dell'utilità, non c'è modo di interrompere la catena dei mezzi e dei
fini, e impedire che ogni fine non possa essere usato anche come
mezzo, se non dichiarando che una cosa o un'altra è «un fine in sé».
Nel mondo dell'"homo faber", dove ogni cosa deve essere usata,
deve cioè prestarsi come strumento per ottenere qualcos'altro, il
significato stesso può apparire solo come un fine, come un «fine in
se stesso», che è in pratica o una tautologia applicata a tutti i fini o
una contraddizione in termini. Infatti un fine, una volta raggiunto,
cessa di essere un fine e perde la sua capacità di guidare e
giustificare la scelta dei mezzi, di organizzarli e produrli. E' ora
diventato un oggetto fra gli oggetti, è stato aggiunto, cioè,
all'enorme arsenale delle risorse da cui l'"homo faber" sceglie
liberamente i mezzi per perseguire i suoi fini. Il significato, invece,
deve essere permanente e non perder nulla del proprio carattere,
sia che venga raggiunto e trovato dall'uomo, sia che venga perduto
o mancato. L'"homo faber", in quanto non è che un fabbricante e
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
non pensa che in termini di mezzi e fini che scaturiscono
direttamente dalla sua opera, è tanto incapace di intendere il
significato quanto l'"animal laborans" di comprendere la
strumentalità. E poiché gli utensili e gli strumenti che l'"homo faber"
usa per edificare il mondo diventano per l'"animal laborans" il
mondo stesso, allo stesso modo l'intrinseco significato di questo
mondo, che in effetti è al di fuori della portata dell'"homo faber",
diventa per lui il paradossale «fine in sé».
La sola via d'uscita dall'aporia della mancanza di significato in ogni
filosofia strettamente utilitaristica è staccarsi dal mondo oggettivo
delle cose d'uso e ritornare alla soggettività dell'uso stesso. Solo in
un mondo strettamente antropocentrico, dove colui che usa, cioè
l'uomo stesso, diventa il termine ultimo che interrompe la catena
interminabile dei mezzi e dei fini, l'utilità in quanto tale può
acquistare la dignità del significato. Tuttavia la tragedia è che nel
momento in cui l'"homo faber" sembra aver trovato una
realizzazione nei termini della propria attività, comincia a degradare
il mondo delle cose, il fine e il prodotto finale della propria mente e
delle proprie mani; se l'uomo, il soggetto dell'uso, è il più alto fine,
«la misura di tutte le cose», allora non solo la natura, trattata
dall'"homo faber" quasi come la «materia bruta» su cui lavorare, ma
anche le stesse cose «che hanno un valore» sono divenute meri
mezzi, perdendo quindi il loro intrinseco «valore».
L'utilitarismo antropocentrico dell'"homo faber" ha trovato la sua più
grande espressione nella formula kantiana secondo la quale nessun
uomo deve mai diventare un mezzo per un fine, che ogni essere
umano è un fine in se stesso. Anche se troviamo in autori precedenti
(per esempio nell'insistenza di Locke che nessun uomo ha diritto di
possedere il corpo di un altro o di usare la sua forza corporea) una
consapevolezza delle conseguenza fatali che uno spregiudicato e
incontrollato pensare in termini di mezzi e fini deve invariabilmente
comportare nella sfera politica, è solo in Kant che la filosofia delle
prime fasi dell'età moderna si libera interamente dalle banalità di
senso comune che troviamo sempre dove "homo faber" stabilisce i
criteri della vita sodale. La ragione è, naturalmente, che Kant non
intendeva formulare o concettualizzare i dogmi dell'utilitarismo del
suo tempo, ma al contrario voleva prima di tutto collocare al suo
giusto posto la categoria mezzo-fine, e impedire che venisse usata
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
nel campo dell'azione politica. La sua formula, tuttavia, non può
smentire la propria origine nel pensiero utilitaristico più di quanto
non possa l'altra sua famosa nonché intrinsecamente paradossale
interpretazione dell'atteggiamento umano verso i soli oggetti che
non sono «per l'uso», cioè le opere d'arte per cui, secondo lui,
proviamo «piacere senza interesse» (20). Infatti, la stessa
operazione che instaura l'uomo come «fine supremo» gli permette
«di assoggettare a sé l'intera natura» (21), cioè di degradare la
natura e il mondo a meri mezzi, derubando entrambi della loro
autonoma dignità. Nemmeno Kant poté risolvere la difficoltà, o
illuminare la cecità dell'"homo faber" per quanto riguarda il
problema del significato, senza ricorrere al paradossale «fine in se
stesso», e questa difficoltà consiste nel fatto che, mentre solo la
fabbricazione con la sua strumentalità è capace di edificare un
mondo, questo stesso mondo diventa privo di valore come il
materiale impiegato, un mero mezzo per ulteriori fini, se si permette
che i criteri che lo governano ai suoi inizi possano dominarlo dopo la
sua istituzione.
L'uomo, in quanto è "homo faber", strumentalizza, e la sua
strumentalizzazione comporta una degradazione di tutte le cose in
mezzi, la loro perdita di valore intrinseco e indipendente, così che
alla fine non solo gli oggetti di fabbricazione ma anche «la terra in
generale e tutte le forze della natura», che evidentemente vennero
alla luce senza l'intervento dell'uomo e hanno un'esistenza
indipendente dal mondo umano, perdono il loro valore «perché non
presentano la reificazione che viene dal lavoro» (22). Fu soltanto a
causa di questo atteggiamento dell'"homo faber" verso il mondo che
i greci nel loro periodo classico dichiararono l'intero campo delle arti
e dei mestieri - in cui gli uomini operavano con strumenti e facevano
qualcosa non per se stessi ma per produrre qualcos'altro "banausico"; un termine che forse si può rendere nel modo migliore
con «filisteo», implicando la volgarità nel modo di pensare e l'agire
in nome della mera convenienza. Questo veemente disprezzo non
cesserà mai di sbalordirci se pensiamo che i grandi maestri della
scultura e dell'architettura greca non erano affatto esenti da tale
giudizio.
La posta in gioco non è naturalmente la strumentalità, l'uso di mezzi
per raggiungere un fine, come tale, ma piuttosto la generalizzazione
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dell'esperienza del fabbricare in cui l'utilizzabilità e l'utilità son poste
come i criteri decisivi per la vita e il mondo degli uomini. Questa
generalizzazione è inerente all'attività dell'"homo faber", perché
l'esperienza dei mezzi e del fine, come si presenta nella
fabbricazione, non scompare col prodotto finito, ma si estende alla
sua destinazione ultima, che è di servire da oggetto d'uso. La
strumentalizzazione del mondo intero e della terra, questa
svalutazione senza limite di ogni cosa che sia data, questo processo
di progressiva insensatezza, in cui ogni fine è trasformato in un
mezzo, e che può essere arrestato solo dal farsi l'uomo signore e
padrone di tutte le cose, non scaturisce direttamente dal processo di
fabbricazione; infatti dal punto di vista della fabbricazione il prodotto
finito è un fine in se stesso, un'entità durevole indipendente dotata
di un'esistenza propria, come è un fine in se stesso l'uomo nella
filosofia politica di Kant. Solo in quanto la fabbricazione produce
principalmente oggetti d'uso, il prodotto finito diventa ancora un
mezzo, e solo in quanto il processo vitale si impossessa delle cose e
le usa per i suoi scopi, la strumentalità produttiva e limitata della
fabbricazione si trasforma nell'illimitata strumentalizzazione di
qualsiasi cosa esista.
E' abbastanza evidente che i greci temevano questa svalutazione del
mondo e della natura col suo intrinseco antropocentrisrno l'opinione «assurda» che l'uomo sia l'essere più alto e che ogni altra
cosa sia soggetta alle esigenze della vita umana (Aristotele) - non
meno di quanto disprezzassero la pura e semplice volgarità di ogni
coerente utilitarismo. Fino a che punto fossero consapevoli delle
conseguenze della concezione che vede nell'"homo faber" la più alta
possibilità umana, è forse illustrato nel modo più efficace dal famoso
argomento di Platone contro l'affermazione apparentemente
evidente di Protagora che «l'uomo è la misura di tutti gli oggetti
d'uso ("chremata"), dell'esistenza di quelli che sono e della nonesistenza di quelli che non sono» (23). (Protagora evidentemente
non diceva: «l'Uomo è la misura di tutte le cose», come la tradizione
e le traduzioni convenzionali gli hanno fatto dire.) Il punto della
questione è che Platone vide immediatamente che, se si considera
l'uomo la misura di tutte le cose passibili di essere usate, è l'uomo
che usa e strumentalizza, e non l'uomo che parla e fa o l'uomo che
pensa, quello a cui deve riferirsi il mondo. E poiché è nella natura
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dell'uomo che usa e strumentalizza vedere ogni cosa come mezzo
rivolto a un fine - ogni albero come legno potenziale - ciò significa
che l'uomo diventa la misura non solo delle cose la cui esistenza
dipende da lui, ma letteralmente di tutto ciò che esiste.
In questa interpretazione platonica, Protagora appare in effetti come
precursore di Kant; infatti, se l'uomo è misura di tutte le cose,
l'uomo è la sola cosa che sfugge alla relazione mezzo-fine, il solo
fine in sé, che può servirsi di ogni altra cosa come mezzo. Platone
sapeva bene che le possibilità di produrre oggetti d'uso e di trattare
tutte le cose della natura come potenziali oggetti d'uso sono
illimitate come i bisogni e i talenti degli esseri umani. Se si permette
che i criteri dell'"homo faber" pervadano il mondo finito come
devono necessariamente presiedere alla costituzione di questo
mondo, allora l'"homo faber" si servirà di ogni cosa e considererà
ogni cosa che è come un mero mezzo per sé. Giudicherà ogni cosa
come se appartenesse alla classe delle "chremata", degli oggetti
d'uso, così che, per seguire lo stesso esempio di Platone, il vento
non sarà più inteso nel suo giusto senso come una forza naturale,
ma sarà considerato esclusivamente riguardo ai bisogni umani di
calore o di fresco - il che, evidentemente, significa che il vento come
qualcosa di oggettivamente dato è stato eliminato dall'esperienza
umana. E' a causa di queste conseguenze che Platone, il quale alla
fine della sua vita richiama ancora una volta nelle "Leggi" il detto di
Protagora, replica con una formula quasi paradossale: non l'uomo che a causa dei suoi bisogni e dei suoi talenti desidera usare ogni
cosa, e quindi finisce col privare tutte le cose del loro valore
intrinseco - ma «dio è la misura [anche] dei meri oggetti d'uso»
(24).
22. IL MERCATO DI SCAMBIO.
Marx - in uno dei molti passaggi che testimoniano del suo grande
senso storico - osservò una volta che la definizione di Benjamin
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Franklin dell'uomo come produttore di attrezzi è tipica della
"yankeedom", e cioè caratteristica dell'età moderna, allo stesso
modo in cui la definizione dell'uomo come animale politico fu
caratteristica del mondo antico (25). La verità di questa
osservazione consiste nel fatto che l'età moderna era interessata a
escludere l'uomo politico, cioè l'uomo che agisce e parla, dalla
propria sfera pubblica, proprio come l'antichità era interessata a
escluderne l'"homo faber". In entrambi i casi l'esclusione non fu
cosa pacifica, come fu invece l'esclusione dei lavoratori e delle classi
prive di proprietà fino alla loro emancipazione nel diciannovesimo
secolo. L'età moderna fu naturalmente consapevole che la sfera
pubblica non fu sempre e non doveva essere necessariamente una
mera funzione della «società», destinata a proteggere la dimensione
produttiva, sociale della natura umana mediante l'amministrazione
pubblica; ma considerò ogni cosa che andasse al di là del
mantenimento della legge e dell'ordine come «chiacchiera oziosa» e
«vanagloria». La capacità umana su cui basò la sua esaltazione della
produttività naturale e innata della società fu l'indiscutibile
produttività dell'"homo faber". D'altro canto, l'antichità conobbe
certamente tipi di comunità in cui non il cittadino della "polis" e non
la "res publica" come tale istituivano e determinavano il contenuto
della sfera pubblica, ma la vita pubblica dell'uomo comune era
ristretta a «lavorare per il popolo», in senso lato, ciò che ne faceva
un "demiourgos", uno che lavora per il popolo in quanto distinto da
un "oiketes", un lavoratore domestico e quindi uno schiavo (26). Il
tratto distintivo di queste comunità non politiche era che il loro
luogo pubblico, "agora", non era un luogo di convegno dei cittadini,
ma un mercato dove gli artigiani potevano esibire e scambiare i loro
prodotti. In Grecia, inoltre, la sempre frustrata ambizione di tutti i
tiranni cercò di scoraggiare i cittadini dal preoccuparsi degli affari
pubblici, dal perder tempo in improduttivi "agoreuein" e
"politeuesthai", e di trasformare l'"agora" in un insieme di botteghe
come i bazar del dispotismo orientale. Ciò che caratterizzava questi
mercati e più tardi caratterizzò i quartieri commerciali e artigiani
delle città medievali, era che alla messa in mostra delle merci in
vendita si accompagnava l'esibizione della loro produzione. La
«produzione vistosa» (parafrasando un'espressione di Veblen) è un
tratto caratteristico di una società di produttori, così come il
«consumo vistoso» caratterizza una società di consumatori.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Diversamente dall'"animal laborans", la cui vita sociale è priva di
mondo e simile a quella del gregge, e quindi è incapace di edificare
e abitare una sfera pubblica e mondana, l'"homo faber" è
pienamente in grado di avere una sua sfera pubblica, anche se non
sarà politica, propriamente parlando. La sua sfera pubblica è il
mercato di scambio, dove può mostrare i prodotti delle sue mani e
ricevere la considerazione che gli è dovuta. Questa inclinazione
all'esibizione è strettamente connessa con la «propensione a
trafficare, barattare e scambiare una cosa per un'altra», che
secondo Adam Smith distingue l'uomo dall'animale (27). Essenziale
è che "homo faber", il costruttore del mondo e il produttore di cose,
può stabilire relazioni con altre persone solo attraverso lo scambio
dei rispettivi prodotti, perché questi stessi sono sempre prodotti
nell'isolamento. La "privacy", che agli albori dell'età moderna fu
esaltata come supremo diritto di ciascun membro della società, era
effettivamente la garanzia dell'isolamento, senza cui nessuna opera
poteva esser prodotta. Non furono i curiosi e gli spettatori sulle
piazze medievali del mercato, dove l'artigiano nel suo isolamento era
esposto alla luce del pubblico, ma solo l'avvento della sfera sociale,
dove gli altri non si contentano di guardare, giudicare e ammirare
ma desiderano essere ammessi alla compagnia dell'artigiano e
partecipare da eguali al processo lavorativo, a minacciare lo
«splendido isolamento» dell'artigiano e a compromettere, infine, le
idee di competenza ed eccellenza. Questo isolamento dagli altri è la
condizione necessaria di ogni padronanza o maestria, che consiste
nell'esser soli con l'«idea», l'immagine mentale della cosa da creare.
Questa maestria, diversamente dalle forme politiche di dominio, è
soprattutto signoria di cose e materiali e non signoria di persone.
Questa, infatti, è del tutto secondaria all'attività artigiana, e le
parole «operaio» e «mastro» - "ouvrier" e "maître" - erano
originariamente usate come sinonimi (28).
La sola compagnia che è associata direttamente all'abilità artigianale
è quella che deriva dalla necessità del maestro di avere degli
assistenti o dal suo desiderio di educare altri nella sua arte. Ma la
distinzione tra la sua perizia e l'aiuto di chi è inesperto è
temporanea, come la distinzione fra adulti e fanciulli. Non c'è niente
di più estraneo, e anche di più esiziale, all'abilità artigianale del
lavoro di gruppo, che in realtà è solo una varietà della divisione del
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
lavoro e presuppone «la frantumazione delle operazioni nei loro
semplici movimenti costitutivi» (29) Il gruppo di lavoro, cioè il
soggetto a più teste di ogni produzione condotta secondo il principio
della divisione del lavoro, ha la stessa coesione delle parti che
formano un intero, e ogni tentativo di isolamento da parte dei
membri del gruppo sarebbe fatale alla produzione. Ma non è solo
questa coesione che manca al maestro e all'artefice, mentre è
attivamente impegnato nella produzione; le forme specificamente
politiche dell'essere insieme con altri, agendo di concerto e
scambiandosi opinioni, sono completamente estranee al suo modo
di produrre. Solo quando smette di lavorare e il suo prodotto è
finito, egli può abbandonare il suo isolamento.
Storicamente, l'ultimo spazio pubblico, l'ultimo luogo di incontro per
lo meno connesso con l'attività dell'"homo faber", è il mercato di
scambio in cui sono esposti i suoi prodotti. La società commerciale,
caratteristica dei primi stadi dell'età moderna o degli inizi del
capitalismo manifatturiero, scaturì da questa «produzione vistosa» e
dalla sua concomitante brama di possibilità universali di traffico e
baratto, e la sua fine giunse con l'avvento del lavoro e della società
di lavoro che sostituì la «produzione vistosa» e il suo orgoglio con il
«consumo vistoso» e la sua vanità.
Le persone che si incontravano sul mercato di scambio, a dire il
vero, non erano più i fabbricanti stessi, e non vi convenivano come
persone, ma come possessori di beni e di valori di scambio, come ha
sottolineato più volte Marx. In una società in cui lo scambio di
prodotti è diventato la principale attività pubblica, anche i lavoratori,
poiché hanno a che fare con «possessori di denaro e di merci»,
diventano proprietari, «possessori della loro forza-lavoro». E' solo a
questo punto che interviene la famosa alienazione di sé di Marx, la
degradazione degli uomini in merci, e questa degradazione è
caratteristica della situazione del lavoro in una società manifatturiera
che giudica gli uomini non come persone ma come produttori, in
relazione alla qualità dei loro prodotti. Una società basata sul lavoro
giudica gli uomini in relazione alle funzioni che assolvono nel
processo lavorativo; mentre la forza-lavoro agli occhi dell'"homo
faber" è solo il mezzo per produrre il fine necessariamente
superiore, sia questo un oggetto d'uso o un oggetto per lo scambio,
la società basata sul lavoro conferisce invece alla forza-lavoro lo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
stesso valore più elevato che riserva alla macchina. In altre parole,
questa società è solo apparentemente più «umana», anche se è
vero che nel suo ambito la stima del lavoro umano sale in misura
tale che può sembrare più valutato e apprezzabile di qualsiasi
materiale o materia; in pratica tale società prefigura solo qualcosa di
anche più «apprezzabile», e cioè lo sfrenato funzionamento della
macchina il cui enorme potere dapprima livella e in seguito svaluta
tutte le cose facendole diventare beni di consumo.
La società commerciale, o il capitalismo nei suoi primi stadi, quando
era ancora dominato da uno spirito ferocemente competitivo e
acquisitivo, è ancora governata dai principi dell'"homo faber".
Quando l'"homo faber" esce dal suo isolamento, appare come un
mercante o trafficante e fonda su questa qualità il mercato di
scambio. Questo mercato deve esistere prima del sorgere di una
classe manifatturiera, che poi produce esclusivamente per il
mercato, produce cioè oggetti di scambio piuttosto che d'uso. In
questo movimento dall'artigianato isolato alla manifattura per il
mercato di scambio, la qualità del prodotto finito si modifica in una
certa misura, anche se non completamente. La durata, che sola
determina se una cosa può esistere come cosa e permanere nel
mondo come entità distinta, rimane il criterio supremo, anche se
non rende più una cosa adatta all'uso ma piuttosto «a essere
accumulata in anticipo» per lo scambio futuro (30),
Questo è il mutamento di qualità che si riflette nella distinzione
corrente tra valore d'uso e di scambio, dove il secondo è in rapporto
al primo come il mercante o trafficante e in relazione con il
fabbricante o la manifattura. Quando l'"homo faber" fabbrica oggetti
d'uso lo fa non solo nella privatezza dell'isolamento ma anche per
privatezza del loro uso, da cui emergono, e compaiono nella sfera
pubblica quando diventano merci sul mercato di scambio. E' stato
frequentemente osservato, e purtroppo altrettanto frequentemente
dimenticato, che il valore, essendo «un'idea di proporzione tra il
possesso di una cosa e di un'altra nella concezione dell'uomo» (31),
«significa sempre valore di scambio» (32). Infatti è solo nel mercato
di scambio, in cui ogni cosa può essere scambiata con qualche altra,
che tutte le cose, siano prodotti del mero lavorare o dell'operare,
beni di consumo o oggetti d'uso, necessari per la vita del corpo o la
comodità dell'esistenza o la vita spirituale, diventano «valori».
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Questo valore esiste solo nella considerazione della sfera pubblica,
dove le cose compaiono come merci, e non è il lavoro, né l'opera,
né il capitale, né il profitto, né il materiale, che conferisce tale valore
a un oggetto, ma solo ed esclusivamente la sfera pubblica dove esso
compare per essere valutato, richiesto o rifiutato. Il valore è la
qualità che una cosa non può mai possedere privatamente ma
acquista immediatamente dal momento in cui appare in pubblico.
Questo «valore di mercato» ["market value"], come lo definì molto
chiaramente Locke, non ha niente a che fare con «l'intrinseco valore
["worth"] naturale di ogni cosa» (33) che è una qualità oggettiva
della cosa stessa, estranea alla volontà dell'individuo che acquista o
vende, intrinseca alla cosa, esistente sia che gli piaccia o no, e che
egli deve riconoscere» (34). Il valore ["worth"] intrinseco di una
cosa può essere modificato solo modificando la cosa stessa - così si
distrugge il valore di un tavolo privandolo di una delle sue gambe mentre il «valore di mercato» di una merce è mutato
dall'«alterazione della proporzione esistente tra quella merce e
un'altra» (35).
I valori, in altre parole, diversamente dalle cose o dagli atti o dalle
idee, non sono mai prodotti di una specifica attività umana, ma
vengono in essere ogni volta che i prodotti sono stati attirati nella
incessante e mutevole relatività dello scambio tra membri della
società. Nessuno, come insisteva giustamente Marx, visto «nel suo
isolamento produce valori», e nessuno, avrebbe potuto aggiungere,
nel suo isolamento se ne cura; le cose o le idee o gli ideali morali
«diventano valori solo nel loro tessuto di relazioni sociali» (36).
La confusione nell'economia classica (37) e la confusione ancora più
grave insita nell'uso filosofico del termine «valore» furono
originariamente provocate dal fatto che l'antica parola "worth", che
ancora troviamo in Locke, fu soppiantata dal termine,
apparentemente più scientifico, «valore d'uso» ["use value"]. Anche
Marx accettò questa terminologia e, coerentemente con la sua
avversione per la sfera pubblica, individuò abbastanza
coerentemente nel passaggio dal valore d'uso al valore di scambio il
peccato originale del capitalismo. Ma contro questo peccato di una
società basata sul commercio, dove il mercato di scambio è il più
importante luogo pubblico e dove perciò ogni cosa diventa un valore
scambiabile, una merce, Marx non invoca l'«intrinseco» oggettivo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
valore in sé della cosa. In sua vece pone la funzione delle cose nel
processo del consumo umano che non conosce né pregio oggettivo
e intrinseco, né valore soggettivo e determinato socialmente. Nella
distribuzione socialista ed egualitaria di tutti i beni fra tutti i
lavoratori, ogni cosa tangibile si dissolve in una mera funzione nel
processo di rigenerazione della vita e della forza-lavoro.
Tuttavia non tutto si esaurisce in questa confusione terminologica.
La ragione dell'ostinato attaccamento di Marx al termine «valore
d'uso», come dei numerosi vani tentativi di trovare qualche fonte
oggettiva - il lavoro, la terra, o il profitto - all'origine dei valori, era
che nessun pensatore poteva accettare il semplice fatto che nessun
«valore assoluto» esiste nel mercato di scambio, che è la sfera
appropriata ai valori, nonché la circostanza che cercarlo è qualcosa
di molto vicino al tentativo di quadrare il cerchio. La tanto deplorata
svalutazione di tutte le cose, cioè la perdita del loro valore
intrinseco, comincia con la loro trasformazione in valori o merci,
perché da quel momento in poi esse esisteranno solo in relazione a
qualche altra cosa che può essere acquistata al loro posto. La
relatività universale per cui una cosa esiste solo in relazione ad altre
cose, e la perdita di un «valore» o pregio intrinseco, per cui più
nulla possiede un valore «oggettivo» indipendente dalle valutazioni
sempre mutevoli della domanda e dell'offerta, sono intrinseche al
concetto stesso di valore (38). La ragione per cui questa evoluzione
che sembra inevitabile in una società mercantile, diventò una fonte
profonda di disagio e arrivò perfino a costituire il principale
problema della nuova scienza economica non fu nemmeno la
relatività come tale, ma piuttosto il fatto che "homo faber", la cui
intera attività è determinata dall'uso costante di metri, misure,
regole e criteri, non poté sopportare la perdita delle misure
«assolute». Infatti il denaro, che serve da comun denominatore per
la varietà delle cose in modo che possano essere scambiate le une
con le altre, non possiede l'esistenza indipendente e oggettiva,
capace di trascendere tutti gli usi e di sopravvivere a qualsiasi
manipolazione, che caratterizza invece ogni sistema di misurazione
rispetto alle cose che hanno lo scopo di misurare, e agli uomini che
le maneggiano.
E' questa perdita di criteri e regole universali, senza cui nessun
mondo può mai esser edificato dall'uomo, che Platone già avvertiva
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
nella proposta di Protagora, che voleva fare dell'uomo, il fabbricante
di cose, e dell'uso che egli fa di esse, la loro misura suprema. Ciò
mostra come la relatività del mercato di scambio sia strettamente
connessa con la strumentalità emergente dal mondo dell'artigiano e
dall'esperienza della fabbricazione. La prima si sviluppa
coerentemente e senza soluzione di continuità dalla seconda. La
risposta di Platone, tuttavia - non l'uomo, ma un «dio è la misura di
tutte le cose» - sarebbe un gesto vuoto e moralistico se fosse vero,
come pretendono i moderni, che la strumentalità, sotto le spoglie
dell'utilità, regge il dominio del mondo finito tanto esclusivamente
quanto governa l'attività che ha fatto sorgere il mondo e le cose che
esso contiene.
23. LA PERMANENZA DEL MONDO E L'OPERA D'ARTE.
Fra le cose che danno all'artificio umano la stabilità, senza cui non
potrebbe mai essere una dimora sicura per gli uomini, c'è una
quantità d'oggetti che, rigorosamente parlando, sono privi di
qualsiasi utilità e, per di più, poiché sono unici, non sono scambiabili
e quindi sfidano il livellamento in base a un comun denominatore
come il denaro; se entrano nel mercato di scambio, il loro prezzo
può essere fissato solo arbitrariamente. Inoltre, il giusto rapporto
con un'opera d'arte non è certamente quella di «usarla»; essa al
contrario deve essere allontanata accuratamente dall'intero contesto
degli oggetti d'uso perché trovi il proprio posto nel mondo.
Analogamente, deve essere anche sottratta alle esigenze e ai
bisogni della vita quotidiana, con cui ha meno contatto che con ogni
altra cosa. Se questa mancanza d'utilità sia sempre stata pertinente
agli oggetti d'arte, o se l'arte servisse originariamente ai cosiddetti
bisogni religiosi degli uomini come gli oggetti d'uso ordinari servono
ai bisogni più ordinari, esula dalla nostra discussione. Anche se
l'origine storica dell'arte fosse di carattere esclusivamente religioso e
mitologico, il fatto è che l'arte è sopravvissuta gloriosamente alla
sua separazione dalla religione, dalla magia e dal mito.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
A causa della loro mirabile permanenza, le opere d'arte sono le più
intensamente mondane tra le cose tangibili; la loro durevolezza non
è pressoché toccata dall'effetto corrosivo dei processi naturali,
poiché non sono soggette all'uso delle creature viventi, un uso che
in realtà, lungi dal realizzare il loro scopo intrinseco - come lo scopo
della sedia è realizzato quando ci si siede sopra - può soltanto
distruggerle. Così, la loro durevolezza è superiore a quella di cui
tutte le cose hanno bisogno semplicemente per esistere, e può
mantenersi per intere epoche. In questa permanenza, la stabilità del
mondo delle cose fatte dall'uomo - che non può mai essere assoluta,
perché il mondo è abitato e usato dai mortali - ottiene una propria
rappresentazione. In nessun altro luogo la mera durevolezza del
mondo delle cose appare nella sua purezza e chiarezza, e in nessun
altro luogo questo mondo si manifesta in modo così grandioso come
la dimora non mortale per degli esseri mortali. E' come se la stabilità
del mondo fosse divenuta trasparente nella permanenza dell'arte;
come se una premonizione di immortalità, non quella della vita o
dell'anima ma di qualcosa di immortale ottenuto da mani mortali,
fosse divenuta concretamente presente, per risplendere ed essere
vista, per risuonare ed essere udita, per parlare ed essere ascoltata.
La fonte immediata dell'opera d'arte è facoltà umana del pensiero,
come la «propensione al traffico e al baratto» è la fonte degli
oggetti di scambio, e come la capacità di usare è la fonte dei beni
d'uso. Queste sono facoltà dell'uomo e non meri attributi
dell'animale umano come le sensazioni, i desideri e i bisogni, a cui
esse sono connesse e che spesso costituiscono il loro contenuto.
Queste proprietà umane sono prive di rapporto col mondo, che
l'uomo crea per farne la propria dimora sulla terra, come lo sono le
proprietà corrispondenti di altre specie animali, e se dovessero
costituire un ambiente fatto dall'uomo per l'animale umano, questo
sarebbe un non-mondo, prodotto di un'emanazione piuttosto che
della creazione. Il pensiero è connesso alla sensazione, e trasforma
la muta e inarticolata passività di quest'ultima, proprio come lo
scambio trasforma la nuda rapacità del desiderio e l'uso la disperata
brama di saziare i bisogni - finché sono atti a entrare nel mondo ed
essere trasformati in cose, e reificati. In ciascun caso, una facoltà
umana che per sua natura è aperta al mondo e comunicativa
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
trascende e libera un'appassionata intensità dall'imprigionamento
nel sé, immettendola nel mondo.
Nel caso delle opere d'arte, la reificazione è più che mera
trasformazione; è trasfigurazione, una vera metamorfosi in cui è
come se il corso della natura, che vuole che tutto il fuoco bruci per
diventare cenere, è invertito e anche la polvere può divampare in
fiamma (39). Le opere d'arte sono cose di pensiero, ma questo non
impedisce loro di essere cose. In quanto tale, il processo del
pensiero non produce e fabbrica cose tangibili, come libri, quadri,
sculture o composizioni musicali, più di quanto l'uso come tale
produca e fabbrichi case e mobili. La reificazione in atto nello
scrivere qualcosa, nel dipingere un'immagine, nel modellare una
figura o nel comporre una melodia è naturalmente in rapporto con il
pensiero che la precede, ma ciò che fa realmente del pensiero una
realtà e costruisce cose di pensiero è la stessa abilità che, mediante
lo strumento primordiale delle mani umane, fabbrica le altre cose
durevoli del mondo dell'artificio umano.
Abbiamo ricordato in precedenza che per questa reificazione e
materializzazione, senza cui nessun pensiero può diventare una cosa
tangibile, si paga sempre un prezzo, e questo prezzo è la vita
stessa: è sempre la «lettera morta» in cui lo «spirito vivente» deve
sopravvivere, una condizione di morte da cui esso può essere
salvato solo quando la lettera morta rientra in contatto con una
volontà viva di risuscitarlo, benché questa cosa, risuscitata dalla
morte, condivida con tutti gli esseri viventi la sorte di morire
nuovamente. Questa mancanza di vita, tuttavia, benché sia in certa
misura presente in ogni arte, e indichi, per così dire, la distanza tra il
luogo originario del pensiero nel cuore o nella mente dell'uomo e la
sua destinazione finale nel mondo, varia nelle differenti arti. Nella
musica e nella poesia, le meno «materialistiche» delle arti perché il
loro «materiale» consiste di suoni e parole, la reificazione e l'abilità
tecnica sono ridotte al minimo. Il poeta precoce e il fanciullo
prodigio musicista possono raggiungere la perfezione senza molta
preparazione ed esperienza - un fenomeno difficilmente riscontrabile
in pittura, scultura, o architettura.
La poesia, il cui materiale è il linguaggio, è forse la più umana e la
meno mondana delle arti, la sola in cui il prodotto finale rimane
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
prossimo al pensiero che la ispirò. La durevolezza di una poesia è
ottenuta per condensazione, per cui è come se il linguaggio parlato
al massimo grado di intensità e di concentrazione fosse poetico in se
stesso. Qui il ricordo, "Mnemosyne", la madre delle muse, è
direttamente trasformato in memoria, e il mezzo del poeta per
realizzare la trasformazione è il ritmo, attraverso il quale la poesia si
imprime quasi da sé nella memoria. E' questa prossimità alla
memoria vivente che consente alla poesia di permanere fuori della
pagina stampata e scritta; e benché la «qualità» di una poesia possa
essere soggetta a diversi criteri di valutazione, il suo carattere
«memorabile» determinerà inevitabilmente la sua durata, cioè la sua
probabilità di rimanere perennemente fissata nella memoria
dell'umanità. Di tutti gli enti di pensiero, la poesia è la più vicina al
pensiero, e una poesia è la meno cosale delle opere d'arte; eppure,
indipendentemente dal periodo di tempo in cui è esistita come
parola vivente e parlata nella memoria del poeta e dei suoi
ascoltatori, dovrà infine essere «fatta», cioè scritta e trasformata in
una cosa tangibile tra altre cose, poiché la rammemorazione e la
facoltà del ricordo, da cui sgorga ogni desiderio di immortalità,
necessitano di cose tangibili che le richiamino e impediscano loro di
perire (40).
Pensiero e cognizione non sono la stessa cosa. Il pensiero, la
sorgente delle opere d'arte, si manifesta senza trasformazione o
trasfigurazione in ogni grande filosofia, mentre la principale
manifestazione dei processi conoscitivi, mediante i quali acquisiamo
e accumuliamo nozioni, è costituita dalle scienze. La cognizione
persegue sempre uno scopo definito, che può essere promosso da
considerazioni pratiche come dalla «curiosità oziosa»; ma una volta
raggiunto tale scopo, il processo cognitivo è finito. Il pensiero,
invece, non ha né una fine né uno scopo fuori di sé, e non produce
nemmeno risultati; non solo la filosofia utilitaristica dell'"homo
faber", ma anche gli uomini d'azione e gli amanti delle scoperte
scientifiche non si sono mai stancati di sottolineare come sia del
tutto «inutile» il pensiero, inutile come le opere d'arte che ispira. E
nemmeno a questi prodotti inutili può appellarsi il pensiero, perché
essi, come i grandi sistemi filosofici, non possono, in termini rigorosi,
essere chiamati i risultati del puro pensiero, perché è proprio il
processo del pensiero che l'artista o il filosofo deve interrompere e
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
trasformare per la reificazione materializzante della sua opera.
L'attività del pensiero è infaticabile e ripetitiva quanto la vita stessa,
e la questione se il pensiero abbia di per sé un significato è lo stesso
insolubile enigma contenuto nella questione del significato della vita;
i suoi processi permeano l'intera esistenza umana così intimamente
che il suo inizio e la sua fine coincidono con l'inizio e la fine della
vita umana stessa. Il pensiero, perciò, benché ispiri la più alta
produttività mondana dell'"homo faber", non è in alcun modo la sua
prerogativa; comincia ad affermarsi come sua fonte di ispirazione
solo quando egli supera se stesso, per così dire, e comincia a
produrre cose inutili, oggetti non legati a bisogni materiali o
intellettuali, alle necessità fisiche dell'uomo come alla sua sete di
conoscenza. La cognizione, d'altra parte, appartiene a tutto, e non
solo ai processi operativi intellettuali o artistici; come la
fabbricazione, essa è un processo che ha un inizio e una fine, la cui
utilità può essere dimostrata, e che fallisce se non produce risultati,
come l'opera di un falegname se fabbrica un tavolo con due gambe.
I processi cognitivi nelle scienze non si discostano sostanzialmente
dalla funzione della conoscenza nella fabbricazione; i risultati
scientifici ottenuti attraverso tali processi si aggiungono alla sfera
dell'artificio umano come tutte le altre cose.
Sia il pensiero sia l'attività cognitiva, inoltre, devono essere distinti
dalla forza del ragionamento logico che si manifesta in operazioni
come le deduzioni da asserzioni assiomatiche o immediate, la
sussunzione di casi particolari sotto regole generali, le tecniche per
derivare catene coerenti di conclusioni. In questo tipo di facoltà
umane ci troviamo di fronte a una sorta di potere del cervello che,
per diversi aspetti, assomiglia moltissimo alla forza-lavoro che
l'animale umano sviluppa nel suo metabolismo con la natura. Noi
chiamiamo solitamente intelligenza i processi mentali alimentati
dalla forza del cervello, e questa intelligenza può essere misurata da
test, come la forza fisica da altri strumenti. Le loro leggi, le leggi
della logica, possono essere scoperte come le altre leggi di natura
perché sono radicate, in ultima analisi, nella struttura del cervello
umano, e posseggono, per l'individuo normalmente sano, la stessa
forza costrittiva delle impellenti necessità che regolano le altre
funzioni del corpo. E' nella struttura del cervello umano essere
costretti ad ammettere che due e due fanno quattro. Se fosse vero
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
che l'uomo è un "animal rationale" nel senso che l'epoca moderna
ha attribuito al termine, cioè una specie animale che differisce dagli
altri animali per essere dotata di un potere cerebrale superiore,
allora le macchine elettroniche di recente invenzione, che talvolta,
fra lo sgomento e la confusione dei loro inventori, si dimostrano in
modo così spettacolare più «intelligenti» degli esseri umani,
sarebbero "homunculi". Ma in realtà esse sono, come tutte le
macchine, semplici sostituti e protesi artificiali della forza-lavoro
umana, che offrono un miglior rendimento seguendo l'antico sistema
di ogni divisione del lavoro, consistente nel segmentare le operazioni
nei loro semplici movimenti costitutivi, sostituendo, per esempio,
l'addizione ripetuta alla moltiplicazione. Il potere superiore della
macchina si manifesta nella sua velocità, che è ben più grande di
quella del cervello umano; data la sua superiore velocità, la
macchina può fare a meno della moltiplicazione, che è il metodo
tecnico pre-elettronico per rendere più rapida l'addizione. Ciò che i
calcolatori giganti provano è che i moderni sbagliarono a credere
con Hobbes che la razionalità, nel senso del «calcolo delle
conseguenze», fosse la più alta e umana delle facoltà dell'uomo e
che i filosofi della vita o del lavoro, Marx o Bergson o Nietzsche,
ebbero ragione quando videro in questo tipo di intelligenza, che essi
confusero con la ragione, una semplice funzione del processo vitale
o, come si espresse Hume, una semplice «schiava delle passioni». E'
evidente che questa forza cerebrale e i processi logici obbligati che
genera non sono in grado di edificare un mondo, sono tanto
estranei al mondo quanto i processi coercitivi della vita, del lavoro e
del consumo.
Una delle curiose contraddizioni dell'economia classica è che gli
stessi teorici, che si compiacevano della coerenza della loro visione
utilitaristica, adottavano un concetto molto debole dell'utilità in
quanto tale. Di regola essi erano ben consapevoli che la produttività
specifica dell'operare non consiste tanto nella sua utilità quanto nella
sua capacità di produrre qualcosa di duraturo. Data questa
contraddizione, essi ammettono tacitamente che la loro filosofia
utilitaristica difetta di realismo. Infatti, benché la durata delle cose
ordinarie non sia che un tenue riflesso della permanenza di cui son
capaci le più mondane di tutte le cose, le opere d'arte, qualcosa di
questa qualità - che a Platone sembrava divina perché si avvicina
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
all'immortalità - è intrinseca in ogni cosa in quanto cosa, ed è
esattamente questa qualità, o la sua mancanza, che risplende nella
sua forma e la rende bella o brutta. E' vero che un oggetto d'uso
ordinario non è fatto per essere bello; tuttavia, tutto ciò che ha una
forma ed è visto non può prescindere dall'essere bello, brutto o un
che di intermedio. Tutto ciò che esiste deve apparire, e nulla può
apparire senza una forma propria; quindi in realtà non c'è cosa che
non trascenda in un modo o in un altro il proprio uso funzionale, e la
sua trascendenza, la sua bellezza o bruttezza, corrisponde alla sua
apparizione in pubblico e all'essere vista. Analogamente, nella sua
esistenza puramente mondana, ogni cosa, una volta che sia
completata trascende anche la sfera della mera strumentalità. Il
criterio con cui vien giudicato il grado di eccellenza di una cosa non
è mai la semplice utilità, per la quale un brutto tavolo assolverà la
stessa funzione di uno bello, ma la sua adeguatezza o
inadeguatezza a ciò a cui dovrebbe "somigliare", e cioè, nel
linguaggio platonico, nient'altro che la sua adeguatezza o
inadeguatezza all'"eidos" o "idea", l'immagine mentale, o piuttosto
l'immagine vista dall'occhio interiore, che ha preceduto l'esistenza
della cosa e sopravvive alla sua potenziale distruzione. In altre
parole, anche gli oggetti d'uso vengono giudicati non solo in
relazione ai bisogni soggettivi degli uomini ma anche in base ai
criteri oggettivi del mondo in cui troveranno il loro posto, per
durare, essere visti, essere usati.
Il mondo delle cose fatte dall'uomo, la sfera artificiale creata
dall'"homo faber", diventa una dimora per gli uomini mortali, che si
manterrà stabile e sopravviverà all'incessante e sempre mutevole
movimento delle loro vite e azioni, solo in quanto trascende sia la
mera funzionalità delle cose prodotte per il consumo sia la mera
utilità degli oggetti prodotti per l'uso. La vita nel suo senso nonbiologico, l'arco di tempo che ogni uomo percorre fra la nascita e la
morte, si manifesta nell'azione e nel discorso, i quali condividono
con la vita la sua essenziale futilità. «Compiere grandi gesta e
pronunciare grandi parole» non lascerà nessuna traccia, nessun
prodotto che possa durare dopo che il momento dell'azione e del
discorso è passato. Se l'"animal laborans" ha bisogno dell'aiuto
dell'"homo faber" per facilitare il proprio lavoro e alleviare la sua
fatica, e se i mortali ne hanno bisogno per edificare una dimora sulla
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
terra, gli uomini che agiscono e parlano hanno bisogno delle attività
superiori di "homo faber"- dell'artista, dei poeti e degli storiografi,
dei costruttori di monumenti o degli scrittori, perché senza di essi il
solo prodotto della loro attività, la vicenda che interpretano e
raccontano, non potrebbe sopravvivere. Per essere ciò che il mondo
ha sempre rappresentato, una dimora per gli uomini durante la loro
vita sulla terra, la sfera artificiale umana deve costituire uno spazio
adeguato per l'azione e per il discorso, per attività non solo del tutto
inutili per le necessità della vita, ma anche di natura completamente
differente dalle molteplici attività di fabbricazione, grazie a cui sono
prodotti il mondo stesso e tutte le cose che vi sono. In questa sede
non abbiamo bisogno di scegliere fra Platone e Protagora, o di
decidere se sia l'uomo o un dio la misura di tutte le cose; ciò che è
certo è che la misura non può essere né l'impellente necessità della
vita biologica e del lavoro, né lo strumentalismo utilitaristico della
fabbricazione
e
dell'uso.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Parte quinta. L'AZIONE.
"Ogni pena può essere sopportata se la si narra, o se ne fa una storia".
Isak Dinesen.
"Nam in omni actione principaliter intenditur ab agente, sive necessitate
naturae sive voluntarie agat, propriam similitudinem explicare; unde fit quod
omne agens, in quantum huiusmodi, delectatur, quia, cum omne quod est
appetat suum esse, ac in agendo agentis esse modammodo amplietur, sequitur
de necessitate delectatio... Nihil igitur agit nisi tale existens quale patiens fieri
debet". [Infatti, in ogni azione ciò che è soprattutto inteso dall'agente, sia che
agisca per necessità naturale sia per libera volontà, è rivelare la propria
immagine; da ciò segue che ogni agente, in quanto agisce, trae diletto dall'agire
poiché ogni cosa che è desidera il suo essere, e poiché nell'azione l'essere
dell'agente è in certa misura più intenso, ne segue necessariamente un diletto...
Perciò nulla agisce se non per fare esistere il suo sé latente".
Dante.
24. IL RIVELARSI DELL'AGENTE NEL DISCORSO E
NELL'AZIONE.
La pluralità umana, condizione fondamentale sia del discorso sia
dell'azione, ha il duplice carattere dell'eguaglianza e della
distinzione. Se gli uomini non fossero uguali, non potrebbero né
comprendersi fra loro, né comprendere i propri predecessori, né fare
progetti per il futuro e prevedere le necessità dei loro successori. Se
gli uomini non fossero diversi, e ogni essere umano distinto da ogni
altro che è, fu o mai sarà, non avrebbero bisogno ne del discorso né
dell'azione per comprendersi a vicenda. Sarebbero soltanto
sufficienti segni e suoni per comunicare desideri e necessità
immediati e identici.
La distinzione degli esseri umani non si identifica con l'alterità - la
curiosa qualità dell'"alteritas" inerente a ogni cosa e quindi, nella
filosofia medievale, una delle quattro caratteristiche fondamentali e
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
universali dell'Essere, trascendenti ogni qualità particolare. L'alterità,
è vero, è un aspetto importante della pluralità, la ragione per cui
tutte le nostre definizioni sono distinzioni, per cui non riusciamo a
dire ciò che ogni cosa è senza distinguerla da ogni altra. L'alterità
nella sua forma più astratta è reperibile solo nella pura
moltiplicazione degli oggetti inorganici, mentre ogni vita organica
mostra già variazioni e distinzioni, anche fra gli esemplari di una
stessa specie. Ma solo l'uomo può esprimere questa distinzione ed
esprimere se stesso, e solo lui può comunicare se stesso e non
solamente qualcosa - sete o fame, affetto, ostilità o timore.
Nell'uomo, l'alterità, che egli condivide con tutte le altre cose e la
distinzione, che condivide con gli esseri viventi, diventano unicità, e
la pluralità umana è la paradossale pluralità di essere unici.
Discorso e azione rivelano questa unicità nella distinzione. Mediante
essi, gli uomini si distinguono anziché essere meramente distinti;
discorso e azione sono le modalità in cui gli esseri umani appaiono
gli uni agli altri non come oggetti fisici, ma "in quanto" uomini.
Questo apparire, in quanto è distinto dalla mera esistenza corporea,
si fonda sull'iniziativa, un'iniziativa da cui nessun essere umano può
astenersi senza perdere la sua umanità. Non è così per nessun'altra
attività della "vita activa". Gli uomini possono benissimo vivere senza
lavorare, possono costringere gli altri a lavorare per sé, e possono
benissimo decidere di fruire e godere semplicemente del mondo
delle cose senza aggiungere da parte loro un solo oggetto d'uso; la
vita di uno sfruttatore o di uno schiavista e la vita di un parassita
possono essere inique, ma essi certamente sono esseri umani. Ma
una vita senza discorso e senza azione - certamente il solo modo di
vita che genuinamente ha rinunciato a ogni apparenza e a ogni
vanità nel senso biblico del termine - è letteralmente morta per il
mondo; ha cessato di essere una vita umana perché non è più
vissuta fra gli uomini.
Con la parola e con l'agire ci inseriamo nel mondo umano, e questo
inserimento è come una seconda nascita, in cui confermiamo e ci
sobbarchiamo la nuda realtà della nostra apparenza fisica originale.
Questo inserimento non ci viene imposto dalla necessità, come il
lavoro, e non ci è suggerito dall'utilità, come l'operare. Può essere
stimolato dalla presenza di altri di cui desideriamo godere la
compagnia, ma non ne è mai condizionato. Il suo impulso scaturisce
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
da quel cominciamento che corrisponde alla nostra nascita, e a cui
reagiamo iniziando qualcosa di nuovo di nostra iniziativa (1). Agire,
nel senso più generale, significa prendere un'iniziativa, iniziare
(come indica la parola greca "archein", «incominciare», «condurre»,
e anche «governare»), mettere in movimento qualcosa (che è il
significato originale del latino "agere"). Poiché sono "initium", nuovi
venuti e iniziatori grazie alla nascita, gli uomini prendono l'iniziativa,
sono pronti all'azione. "[Initium] ergo ut esset, creatus est homo,
ante quem nullus fuit" («perché ci fosse un inizio fu creato l'uomo,
prima del quale non esisteva nessuno», dice Agostino nella sua
filosofia politica) (2). Questo inizio non è come l'inizio del mondo
(3), non è l'inizio di qualcosa ma di qualcuno, che è a sua volta un
iniziatore. Con la creazione dell'uomo, il principio del cominciamento
entrò nel mondo stesso, e questo, naturalmente, è solo un altro
modo di dire che il principio della libertà fu creato quando fu creato
l'uomo, ma non prima.
E' nella natura del cominciamento che qualcosa di nuovo possa
iniziare senza che possiamo prevederlo in base ad accadimenti
precedenti. Questo carattere di sorpresa iniziale è inerente a ogni
cominciamento e a ogni origine. Così l'origine della vita della materia
inorganica è un'infinita improbabilità dei processi inorganici, proprio
come la nascita della terra dal punto di vista dei processi
dell'universo, o l'evoluzione della vita umana dalla vita animale. Il
nuovo si verifica sempre contro la tendenza prevalente delle leggi
statistiche e della loro probabilità, che a tutti gli effetti pratici,
quotidiani, corrisponde alla certezza; il nuovo quindi appare sempre
alla stregua di un miracolo. Il fatto che l'uomo sia capace d'azione
significa che da lui ci si può attendere l'inatteso, che è in grado di
compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo
perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al
mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità. Di questo qualcuno che
è unico si può fondatamente dire che prima di lui non c'era nessuno.
Se l'azione come cominciamento corrisponde al fatto della nascita,
se questa è la realizzazione della condizione umana della natalità,
allora il discorso corrisponde al fatto della distinzione, ed è la
realizzazione della condizione umana della pluralità, cioè del vivere
come distinto e unico essere tra uguali.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Azione e discorso sono così strettamente connessi perché l'atto
primordiale e specificamente umano deve nello stesso tempo
contenere la risposta alla domanda posta a ogni nuovo venuto: «Chi
sei?» Il rivelarsi del proprio essere è implicito sia nelle parole sia
nelle azioni; tuttavia è evidente che l'affinità fra discorso e
rivelazione è molto più stretta di quella fra azione e rivelazione (4),
proprio come l'affinità fra azione e cominciamento è molto più
stretta di quella fra discorso e cominciamento, sebbene molti, forse
la maggior parte degli atti, siano compiuti in forma di discorso. A
ogni modo, senza essere accompagnata dal discorso, non solo
l'azione perderebbe il suo carattere di rivelazione, ma anche il suo
soggetto; non uomini che agiscono, ma robot che eseguono
realizzerebbero ciò che, umanamente parlando, rimarrebbe
incomprensibile. L'azione senza discorso non sarebbe più azione
perché non avrebbe più un attore, e l'attore, colui che compie gli
atti, è possibile solo se nello stesso tempo sa pronunciare delle
parole. L'azione che egli inizia è rivelata agli altri uomini dalla parola,
e anche se il suo gesto può essere percepito nella sua nuda
apparenza fisica senza accompagnamento verbale, acquista rilievo
solo l'espressione verbale mediante la quale egli identifica se stesso
come attore, annunciando ciò che fa, che ha fatto o che intende
fare.
Nessun'altra attività umana esige il discorso nella stessa misura
dell'azione. In tutte le altre attività, il discorso gioca un ruolo
subordinato,
come
mezzo
di
comunicazione
o
mero
accompagnamento di qualcosa che si potrebbe anche compiere in
silenzio. E' vero che il discorso è estremamente utile come mezzo di
comunicazione e informazione, ma come tale potrebbe essere
sostituito da un linguaggio di segni che potrebbe provarsi ancora più
utile e conveniente per esprimere certi significati, come in
matematica e nelle altre discipline scientifiche o in certe forme di
lavoro di gruppo. Così è pure vero che la capacità umana di agire, e
specialmente di agire di concerto, è estremamente utile per scopi di
autodifesa o per il perseguimento di interessi; ma se non ci fosse
niente di più in gioco che il servirsi dell'azione come mezzo per
raggiungere un fine, è evidente che lo stesso fine potrebbe essere
conseguito molto più facilmente dalla muta violenza: così l'azione
non sembra essere un sostituto veramente efficace della violenza,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
proprio come il discorso, dal punto di vista della mera utilità, sembra
un rozzo sostituto del linguaggio dei segni.
Agendo e parlando gli uomini mostrano chi sono, rivelano
attivamente l'unicità della loro identità personale, e fanno così la
loro apparizione nel mondo umano, mentre le loro identità fisiche
appaiono senza alcuna attività da parte loro nella forma unica del
corpo e nel suono della voce. Questo rivelarsi del «chi» qualcuno è,
in contrasto con il «che cosa» - le sue qualità e capacità, i suoi
talenti, i suoi difetti, che può esporre o tenere nascosti - è implicito
in qualunque cosa egli dica o faccia. Si può nascondere «chi si è»
solo nel completo silenzio e nella perfetta passività, ma la
rivelazione dell'identità quasi mai è realizzata da un proposito
intenzionale, come se si possedesse questo «chi» e si potesse
disporne allo stesso modo in cui si possiedono le sue qualità e si può
disporne. Al contrario è più che probabile che il «chi», che appare in
modo così chiaro e inconfondibile agli occhi degli altri, rimanga
nascosto alla persona stessa, come il "daimon" della religione greca
che accompagna ogni uomo per tutta la sua vita, sempre presente
dietro !e sue spalle e quindi solo visibile a quelli con cui egli ha dei
rapporti.
Questa capacità di rivelazione del discorso e dell'azione emerge
quando si è con gli altri; non per, né contro altri, ma nel semplice
essere insieme con gli altri. Sebbene nessuno sappia chi egli riveli
quando si esprime con gesti o parole, tuttavia deve correre il rischio
della rivelazione; un rischio che non può essere affrontato né dal
benefattore, che dovrebbe essere ignoto a se stesso e conservare la
più completa anonimità, né dal criminale, che deve nascondersi agli
altri. Si tratta di due figure solitarie, anche se una è a favore degli
uomini e l'altra ostile ad essi; entrambi, quindi, rimangono estranei
allo spazio delle relazioni umane e sono, politicamente, figure
marginali che di solito entrano nella scena della storia in tempi di
corruzione, disintegrazione e bancarotta politica. Data questa sua
inerente caratteristica di rivelare l'agente mentre agisce, l'azione ha
bisogno per il suo completo manifestarsi della luce splendente che
un tempo era chiamata gloria e che è possibile solo nella sfera
pubblica.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Senza il rivelarsi dell'agente nell'atto, l'azione perde il suo carattere
specifico e diventa una forma di realizzazione tra le altre. Allora è un
mezzo rivolto a uno scopo proprio come il fare è un mezzo per
produrre un oggetto. E ciò avviene ogni volta che l'essere insieme
degli uomini venga a mancare, quando cioè gli uomini sono solo per
o contro gli altri, come per esempio nella condizione di guerra, in cui
gli uomini entrano in azione e usano la violenza allo scopo di
realizzare certi obiettivi per la propria parte e contro il nemico. In
questi casi, che ovviamente sono sempre esistiti, il discorso diventa
«mera chiacchiera», un semplice mezzo in più per raggiungere un
fine, sia che serva a ingannare il nemico o stordire con la
propaganda; in questo caso le parole non rivelano nulla, la
rivelazione viene solo dai semplici atti, e questo risultato, come ogni
altro, non può rivelare il «chi», l'identità unica e distinta dell'agente.
In queste situazioni l'azione perde la qualità che le fa trascendere la
mera attività produttiva, che, dall'umile fabbricazione degli oggetti
d'uso alla ispirata creazione delle opere d'arte, non ha più significato
di quanto ne riveli il prodotto finito e non intende mostrare più di
quanto sia apertamente visibile al termine del processo di
produzione. L'azione senza un nome, un «chi» che le sia annesso, è
priva di significato, mentre un'opera d'arte mantiene la sua
fisionomia sia che ne conosciamo sia che non ne conosciamo
l'autore. I monumenti al «Milite Ignoto» dopo la prima guerra
mondiale testimoniano ancora il bisogno di glorificazione, di trovare
un «chi», qualcuno identificabile che testimoniasse quattro anni di
massacro in massa. La frustrazione di questo desiderio, e il rifiuto di
rassegnarsi al fatto brutale che la guerra non era stata azione di
nessuno ispirò l'erezione dei monumenti agli «ignoti», a tutti coloro
che la guerra non era riuscita a render noti e aveva quindi derubati,
non della loro vittoria, ma della loro dignità umana (5).
25. L'INTRECCIO DELLE RELAZIONI UMANE E LA
NARRAZIONE.
Per quanto l'identità dell'individuo che parla e agisce non possa
essere scambiata con un'altra, essa mantiene una sorta di curiosa
intangibilità che elude tutti gli sforzi di offrirne un'espressione
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
verbale non equivoca. Nel momento in cui vogliamo dire "chi" uno
sia, il nostro vocabolario ci svia facendoci dire "che cosa" è; ci
troviamo impigliati in una descrizione delle qualità che egli condivide
necessariamente con i suoi simili; cominciamo a descrivere un tipo o
un «carattere» nel vecchio senso della parola, con il risultato che la
sua specifica unicità ci sfugge.
Questa difficoltà è strettamente affine alla ben nota impossibilità
filosofica di giungere a una definizione dell'uomo, giacché tutte le
definizioni sono determinazioni o interpretazioni di "che cosa" è
l'uomo, perciò di qualità che potrebbe avere in comune con altri
esseri viventi, mentre la sua differenza specifica si troverebbe
piuttosto nella determinazione di "chi" egli è. Tuttavia,
indipendentemente da questa difficoltà filosofica, l'impossibilità, per
così dire, di cristallizzare nelle parole l'essenza vivente della persona,
così come si mostra nel flusso dell'azione e del discorso, ha un
grande rilievo nella sfera complessiva degli affari umani, in cui
esistiamo in primo luogo come esseri che agiscono e parlano. Essa
esclude, per principio, che si riesca mai a trattare questi affari allo
stesso modo in cui maneggiamo le cose la cui natura è a nostra
disposizione poiché possiamo dar loro dei nomi. Il fatto è che il
rivelarsi del «chi» è simile alle rivelazioni notoriamente infide degli
antichi oracoli che, secondo Eraclito, «non rivelano né nascondono
con le parole ma danno segni manifesti» (6). Si tratta di un fattore
fondamentale di incertezza egualmente noto sia in tutte le questioni
politiche sia in tutti gli affari che hanno luogo direttamente fra gli
uomini quando le cose non esercitano la loro capacità di mediare,
consolidare e stabilizzare (7).
Questa è solo la prima delle tante difficoltà da cui l'azione e, di
conseguenza, l'essere-insieme e i rapporti tra gli uomini sono messi
alla prova. E' forse la più importante tra quelle di cui ci occuperemo,
dato che non deriva dal confronto con attività più sicure e
produttive, come la fabbricazione e la contemplazione, la
conoscenza o il lavoro, ma indica qualcosa che frustra l'azione nei
termini dei suoi fini. Ciò che è in gioco è proprio quel rivelarsi senza
cui l'azione e il discorso perderebbero ogni rilevanza umana.
L'azione e il discorso si svolgono tra gli uomini, in quanto si
rivolgono a loro, e mantengono la capacità di rivelare l'agente anche
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
se il loro contenuto è esclusivamente «oggettivo», e ha come
riferimento quel mondo di cose in cui vivono gli uomini, un mondo
che fisicamente si trova tra loro e dal quale derivano i loro interessi
specifici, oggettivi, mondani. Tali interessi costituiscono, nel senso
più letterale del termine, qualcosa che "inter-est", che sta tra le
persone e perciò può metterle in relazione e unirle. La maggior
parte delle azioni e dei discorsi riguarda questo spazio relazionale,
questo "infra" che varia in ogni gruppo di persone, così che gran
parte delle parole e degli atti sono "intorno" a qualche realtà
oggettiva del mondo, in aggiunta al fatto di consentire il rivelarsi di
chi parla e agisce. Poiché il rivelarsi del soggetto è parte integrante
di ogni relazione umana, anche la più «oggettiva», si può dire che
allo spazio mondano, insieme con i suoi interessi, si sovrappone uno
spazio relazionale completamente diverso che ricopre il primo, e che
consiste di atti e parole e deve esclusivamente la sua origine al fatto
che gli uomini agiscono e parlano direttamente gli uni "agli" altri.
Questo secondo spazio, o "infra", soggettivo non è tangibile, poiché
non esistono oggetti tangibili in cui esso può cristallizzarsi. I processi
dell'agire e del discorso non possono lasciare dietro di sé risultati o
prodotti finali. Ma con tutta la sua intangibilità, questo spazio è non
meno reale del mondo delle cose che abbiamo visibilmente in
comune. Noi chiamiamo questa realtà «l'intreccio» delle relazioni
umane, indicando con tale metafora appunto la sua natura
scarsamente tangibile.
Certamente, tale intreccio è tanto vincolato al mondo oggettivo
quanto il discorso è vincolato all'esistenza di un corpo vivo; ma la
relazione non è paragonabile a quella di una facciata o, nella
terminologia marxiana, di una sovrastruttura essenzialmente
superflua annessa alla struttura necessaria dell'edificio. L'errore
fondamentale di ogni materialismo in politica - materialismo che non
è marxiano e nemmeno moderno in origine, ma vecchio quanto la
storia delle teorie politiche (8) - è insito nel trascurare l'inevitabilità
con cui gli uomini rivelano se stessi come soggetti, come persone
distinte e uniche, anche quando sono interamente concentrati sul
conseguimento di un obiettivo materiale e del tutto mondano.
Prescindere da questo rivelarsi, ammesso che sia possibile,
significherebbe trasformare gli uomini in qualcosa che non sono;
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
negare, d'altra parte, che questo rivelarsi è reale e gravido di
conseguenze è semplicemente irrealistico.
La sfera degli affari umani, strettamente parlando, consiste
nell'intreccio di relazioni umane che esiste ovunque gli uomini
vivono insieme. Le rivelazioni del «chi» attraverso il discorso e
l'instaurazione di un nuovo inizio mediante l'azione, ricadono sempre
in un intreccio già esistente dove possono essere percepite le loro
immediate conseguenze. Insieme promuovono un nuovo processo
che alla fine emerge come irripetibile storia di vita del nuovo venuto,
che a sua volta influenzerà in modo unico le storie di vita di tutti gli
altri con cui egli verrà in contatto. E' a causa di questo intreccio già
esistente di relazioni umane, con le sue innumerevoli volontà e
intenzioni contrastanti, che l'azione raramente consegue il suo
scopo; ma è anche a causa di questo medium, nel quale solo
l'azione è reale, che essa «produce» storie, con o senza intenzione,
con la stessa naturalezza con cui la fabbricazione produce cose
tangibili. Queste storie possono poi essere registrate in documenti e
monumenti, esser visibili in oggetti d'uso e opere d'arte, essere
narrate e narrate sempre di nuovo, rielaborate in ogni genere di
materiale. Nella loro realtà vivente esse sono di natura
completamente diversa da queste reificazioni. Ci dicono più intorno
ai loro soggetti, all'«eroe» che è al centro di ogni storia, di quanto
mai ci dica qualsiasi prodotto delle mani umane intorno al maestro
che lo produsse, e tuttavia non sono prodotti, propriamente
parlando. Benché ognuno incominci la propria vita inserendosi nel
mondo umano attraverso l'azione e il discorso, nessuno è autore o
produttore della propria storia. In altre parole, le storie, i risultati
dell'azione e del discorso, rivelano un agente che non ne è però
autore e che non le ha prodotte. Qualcuno le ha cominciate e ne è il
soggetto, nel duplice senso della parola, e cioè di attore e di chi ne
ha subito le vicende, ma nessuno ne è autore.
Che ogni vita individuale tra la nascita e la morte sia raccontata un
giorno come una storia con un inizio e una fine è la condizione
prepolitica e prestorica della storia, la grande Storia senza un inizio
e una fine. Ma la ragione per cui ogni vita umana ci racconta la sua
storia, e la Storia diviene alla fine il libro dei racconti dell'umanità,
con tanti uomini che vi parlano e agiscono ma senza autori concreti,
è che entrambe, la vita e la storia, sono risultati dell'azione. Infatti, il
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
grande enigma che ha sconcertato la filosofia della storia dell'epoca
moderna, appare quando si considera la Storia come un tutto, e si
scopre che il suo soggetto, l'umanità, è un'astrazione che non può
mai diventare un agente attivo; lo stesso enigma ha sconcertato la
filosofia politica fin dalle sue origine nell'antichità e ha contribuito al
generale disprezzo con cui, dopo Platone, i filosofi hanno
considerato la sfera degli affari umani. La difficoltà nasce dal fatto
che in ogni serie di eventi, che insieme formano una storia con un
unico significato, possiamo tutt'al più isolare l'agente che ha
innescato l'intero processo; e sebbene questo agente spesso
rimanga poi il soggetto, l'«eroe» della storia, non possiamo mai
identificarlo, senza possibilità di dubbio, come il responsabile dei
suoi esiti finali.
Per questo Platone pensava che gli affari umani ("ta ton anthropon
pragmata") e l'esito dell'agire ("praxis") non dovessero essere presi
troppo sul serio; le azioni degli uomini somigliano ai movimenti di
marionette guidate da una mano invisibile dietro le scene, così che
gli uomini sembrano una specie di trastullo di un dio (9). E' degno di
nota che Platone, pur essendo lontanissimo dal moderno concetto di
Storia, fu il primo a scoprire la metafora di un attore dietro le scene
che, alle spalle degli uomini che agiscono, tira i fili ed è responsabile
della storia. Il dio platonico non è che un simbolo del fatto che le
storie reali, contrariamente a quelle che inventiamo, non hanno
alcun autore; come tale, è il vero precursore della Provvidenza, la
«mano invisibile», la Natura, lo «spirito del mondo», l'interesse di
classe, e così via, con cui i filosofi cristiani e moderni della Storia
cercarono di risolvere l'arduo problema per il quale, se pure la Storia
deve la sua esistenza agli uomini, tuttavia evidentemente non è
«fatta» da loro. (Nulla indica in pratica più chiaramente la natura
politica della Storia - il suo essere una storia di azioni e imprese
piuttosto che di tendenze e forze o idee - del ricorso a un attore
invisibile dietro le scene, un espediente che possiamo trovare in
tutte le filosofie della storia, che per questa ragione soltanto
possono essere riconosciute come filosofie politiche travestite.
Analogamente il semplice fatto che Adam Smith avesse bisogno di
una «mano invisibile» per guidare le relazioni economiche sul
mercato di scambio mostra apertamente che nello scambio è
implicato qualcosa di più di una mera attività economica, e che
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
l'«uomo economico», quando fa la sua apparizione sul mercato, è
un essere che agisce, e non esclusivamente un produttore, un
mercante o un commerciante.)
L'attore invisibile dietro le scene è un'invenzione che nasce da una
difficoltà di ordine intellettuale, ma non corrisponde ad alcuna
esperienza reale. Mediante questo espediente, la storia risultante
dall'azione è travisata, trasformata in una storia inventata, in cui un
autore tira le fila dell'azione e dirige la recita. La storia inventata
rivela un artefice, proprio come ogni opera d'arte indica chiaramente
di essere stata fatta da qualcuno; questo aspetto non appartiene al
carattere stesso della storia ma solo al modo in cui nasce. La
distinzione fra una storia reale e una storia inventata è precisamente
che la seconda è «costruita», mentre la prima non lo è affatto. La
storia reale in cui siamo impegnati lungo tutto il corso della nostra
vita non ha alcun visibile o invisibile artefice perché non è fatta. Il
solo «qualcuno» che rivela è il suo eroe, e questo è il solo mezzo
con cui la manifestazione originariamente intangibile di un «chi»
distinto nell'unicità può diventare tangibile "ex post facto" attraverso
l'azione e il discorso. Possiamo sapere "chi" qualcuno è o fu solo
conoscendo la storia di cui egli stesso è l'eroe - la sua biografia, in
altre parole; qualsiasi altra cosa sappiamo di lui, compresa l'opera
che può avere prodotto o lasciato, ci dice solo "che cosa" egli è o fu.
Così, benché Socrate, che non ha mai scritto una riga e non ha
lasciato opere, ci sia meno noto di Platone e Aristotele, il fatto di
conoscere la sua storia ci consente di sapere chi fosse molto meglio
e più a fondo di quanto non avvenga con Platone e Aristotele, sulle
cui opinioni siamo così bene informati.
L'eroe che la storia ci rivela non ha bisogno di qualità eroiche;
originariamente la parola «eroe», cioè in Omero, non era nient'altro
che un appellativo dato a ogni uomo libero che partecipava
all'impresa di Troia (10), e sul quale si poteva raccontare una storia.
La connotazione del coraggio, che noi ora riteniamo una qualità
indispensabile dell'eroe, è praticamente già presente in ogni volontà
di agire e parlare, di inserirsi nel mondo e di iniziare una propria
storia. E questo coraggio non è unicamente o anche principalmente
legato al proposito di accettare le conseguenze dell'agire; il coraggio
e anche l'audacia sono già presenti nel lasciare il proprio riparo e
mostrare chi si è, svelando ed esponendo se stessi. La misura di
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
questo coraggio originario, senza cui l'azione e il discorso e quindi,
secondo i greci, la libertà, non sarebbero possibili, non è minore, e
può anche essere maggiore, se l'«eroe» è un vile.
Il contenuto specifico, come il significato generale dell'azione e del
discorso, può assumere varie forme di reificazione nelle opere d'arte
che glorificano un'impresa o delle gesta e, per trasformazione e
condensazione, mostrano qualche evento straordinario nel suo pieno
valore. Tuttavia, la specifica qualità rivelatrice dell'azione e del
discorso, la manifestazione implicita di chi agisce e parla, è così
indissolubilmente legata al flusso vivente dell'agire e del parlare che
può essere rappresentata e «reificata» solo mediante una sorta di
ripetizione, l'imitazione o "mimesis" che, secondo Aristotele, prevale
in tutte le arti ma è realmente appropriata solo nel "drama", il cui
autentico significato (dal verbo greco" dran", «agire»), indica che
recitare è veramente un'imitazione dell'agire (11). L'elemento
mimetico non si trova però solo nell'arte dell'attore, ma anche come
Aristotele giustamente afferma, nella redazione o nella creazione di
un testo drammatico, ma nella misura in cui il dramma vive
pienamente solo quando viene messo in scena a teatro. Solo gli
attori e gli interpreti che vivono la trama della storia possono
rendere il pieno significato, non tanto della storia stessa, quanto
degli «eroi» che in essa si rivelano (12). Nei termini della tragedia
greca, ciò indicherebbe che sia il significato diretto sia quello
universale della storia sono rivelati dal coro, che non imita (13), e i
cui commenti sono pura poesia, mentre le identità intangibili delle
persone agenti nella storia, sfuggendo a ogni generalizzazione e
quindi a ogni reificazione, possono essere rese solo da un'imitazione
del loro agire. Questa è anche la ragione per cui il teatro è l'arte
politica per eccellenza; solo in esso la sfera politica della vita umana
è trasposta nell'arte. E così pure è l'unica arte che ha come solo
soggetto l'uomo nelle sue relazioni con gli altri uomini.
26. LA FRAGILITA' DELLE COSE UMANE.
L'azione, diversamente dalla fabbricazione, non è mai possibile
nell'isolamento; essere isolati significa essere privati della facoltà di
agire. Azione e discorso necessitano della presenza degli altri, allo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
stesso modo in cui la fabbricazione necessita della presenza della
natura e dei suoi materiali, e di un mondo in cui collocare il prodotto
finito. La fabbricazione è circondata dal mondo con cui è in costante
contatto; l'azione e il discorso sono circondati dall'intreccio e dalle
parole di altre persone con cui sono in costante contatto. La
credenza popolare dell'«uomo forte» che, isolato dagli altri, deve la
sua forza al suo essere solo, o è mera superstizione, basata sulla
illusione di poter «fare» qualcosa nella sfera degli affari umani «fare» istituzioni o leggi, per esempio, come facciamo tavoli o sedie,
o fare gli uomini «migliori» o «peggiori» (14) - o è consapevole
sfiducia in ogni azione, politica e non politica, insieme con la
speranza utopistica che si possano trattare gli uomini come si
trattano altri «materiali» (15). La forza di cui l'individuo ha bisogno
in ogni processo di produzione perde qualsiasi valore quando è in
gioco l'azione, indipendentemente dal fatto che la forza sia
intellettuale o puramente materiale. La storia è piena di esempi
dell'impotenza dell'uomo forte e superiore che è incapace di
procurarsi l'aiuto o la collaborazione del suo prossimo. Il suo
fallimento è spesso attribuito alla fatale inferiorità dei molti e al
risentimento che ogni persona di rilievo ispira ai mediocri. Tuttavia,
per vere che possano essere queste osservazioni, non toccano il
cuore del problema.
Per illustrare il problema ricorderemo che le lingue greca e latina,
diversamente dalle moderne, dispongono di due parole del tutto
differenti, anche se correlate, per designare l'«agire». Ai due verbi
greci "archein" («cominciare», «guidare» e infine «governare») e
"prattein" («giungere a compimento», «adempiere», «ultimare»)
corrispondono i due verbi latini "agere" («promuovere», «guidare»)
e "gerere" (il cui significato originale è «portare») (16). Sembra
quasi che l'azione fosse divisa in due parti: l'inizio, che faceva capo
a una persona singola, e il compimento, in cui molti si riunivano per
«portare» a «termine» o «completare» l'impresa, passando per le
sue varie fasi. Non solo le parole sono fra loro correlate in modo
simile, ma anche la storia del loro uso è parallela. In entrambi i casi
la parola che designava in origine solo la seconda parte dell'azione "prattein" e "gerere" - divennero le parole accettate per indicare
l'azione in generale, mentre le parole che ne designavano l'inizio
acquistarono un significato speciale, almeno nel linguaggio politico.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
"Archein" finì per significare «governare» e «condurre» quando era
usata in senso specifico, e "agere" finì per significare «condurre»
piuttosto che «promuovere».
Così il ruolo del promotore e leader, che era un "primus inter pares"
(nel caso di Omero, un re fra re), si mutò in quello di un
governante; l'interdipendenza originaria dell'azione, la dipendenza
del promotore e leader dagli altri che lo aiutavano e la dipendenza
dei suoi seguaci da lui, che forniva un'occasione per agire, si spezzò
in due funzioni differenti: la funzione di dare dei comandi che
diventò la prerogativa del capo, e la funzione di eseguirli che diventò
dovere dei suoi soggetti. Il capo è solo, isolato contro gli altri dalla
sua forza, proprio come il promotore era isolato in partenza nella
propria iniziativa, prima che trovasse altri disposti a unirsi a lui.
Tuttavia la forza del promotore e leader si rivela solo nella sua
iniziativa e nel rischio che assume, non nell'effettiva realizzazione.
Nel caso del capo fortunato, egli può avocare a sé ciò che in realtà è
opera di molti - cosa che ad Agamennone, che era un re ma non un
capo, non sarebbe mai stata permessa. Con questa pretesa il capo
monopolizza, per così dire, la forza di coloro senza il cui aiuto non
riuscirebbe a compiere nulla. E' così che nasce l'illusione della forza
straordinaria, e con essa l'equivoco dell'uomo forte che è potente
proprio in quanto è solo.
Poiché l'attore si muove sempre tra gli altri esseri agenti, e in
relazione con loro, non è meramente «uno che fa» ma sempre e
nello stesso tempo «uno che subisce». Fare e subire sono come le
facce opposte della stessa medaglia, e la storia cui un atto dà inizio
è composta di atti compiuti e subiti. Queste conseguenze sono
senza limiti, perché l'azione, qualunque ne sia l'origine, agisce in un
medium in cui ogni reazione diventa una reazione a catena e dove
ogni processo è causa di nuovi processi. Poiché l'azione riguarda
esseri capaci a loro volta di agire, la reazione, oltre che una risposta,
è sempre una nuova azione che inizia qualcosa di proprio, e influisce
autonomamente su altri. Insomma, l'azione e la reazione fra gli
uomini non sono mai circoscritte a uno spazio ristretto né possono
essere limitate a due partner. Questa mancanza di limiti non
caratterizza solo l'azione politica, nel senso più stretto della parola,
come se la mancanza di limiti dell'interazione umana fosse soltanto il
risultato dell'illimitata moltitudine delle persone implicate - a cui si
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
potrebbe sfuggire limitandosi ad agire in un ambito limitato e
controllabile di circostanze; anche il più piccolo atto nelle circostanze
più limitate ha in sé il germe della stessa illimitatezza, perché un
solo atto, e qualche volta una sola parola, basta a mutare ogni
costellazione di atti e parole.
Inoltre l'azione, indipendentemente dal suo contenuto specifico,
stabilisce sempre delle relazioni e ha quindi una tendenza implicita a
forzare tutte le limitazioni e a varcare tutti i confini (17). Limitazioni
e confini esistono nella sfera degli affari umani, ma non presentano
mai una struttura che possa opporsi efficacemente all'impeto con cui
ogni nuova generazione deve inserirsi. La fragilità delle istituzioni e
delle leggi umane e, in genere, di tutto ciò che attiene alla vita in
comune degli uomini, deriva dalla condizione umana della natalità
ed è del tutto indipendente da]la fragilità della natura umana. Gli
steccati che racchiudono la proprietà privata e assicurano i limiti di
ogni ambito domestico, i confini territoriali che proteggono e
rendono possibile l'identità fisica di un popolo, e le leggi che
proteggono e rendono possibile la sua esistenza politica, rivestono
tanta importanza per la stabilità delle cose umane precisamente
perché nessuno di tali principi limitanti e protettivi deriva dalle
attività che si svolgono nella sfera stessa degli affari umani. Le
limitazioni della legge non sono mai una salvaguardia assolutamente
sicura contro l'azione dall'interno del corpo politico, proprio come i
confini territoriali non sono mai salvaguardia assoluta contro l'azione
dall'esterno. Il carattere illimitato dell'azione è solo l'altro aspetto
della sua straordinaria capacità di stabilire relazioni, cioè la sua
specifica produttività; questo è il motivo per cui la vecchia virtù della
moderazione, del contenersi entro dei limiti, è certamente una delle
virtù politiche per eccellenza, proprio come la tentazione politica per
eccellenza è certamente la "hybris" (come sapevano bene i greci,
che erano così esperti nelle potenzialità dell'azione) e non la volontà
di potenza, come tendiamo a credere noi.
Tuttavia, mentre le diverse limitazioni e i confini che troviamo in
ogni corpo politico possono offrire qualche protezione contro
l'intrinseca mancanza di limiti dell'azione, essi sono completamente
impotenti a contrastare l'altro suo aspetto decisivo; la sua naturale
imprevedibilità. Non si tratta soltanto di un'incapacità di prevedere
tutte le conseguenze logiche di un atto particolare - nel qual caso un
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
calcolatore sarebbe capace di prevedere il futuro; la difficoltà deriva
direttamente dalla storia che, come risultato dell'azione, inizia e
procede non appena sia passato il fugace momento dell'atto. La
difficoltà è che qualunque sia il carattere e il contenuto della storia
in questione, che avvenga nella vita privata o in quella pubblica, che
riguardi pochi attori o molti, il suo pieno significato può apparire
solo quando si conclude. Contrariamente alla fabbricazione, dove la
luce con cui valutare il prodotto finito è fornita dall'immagine o dal
modello percepito in anticipo dall'artefice, la luce che illumina i
processi dell'azione, e perciò tutti i processi storici, appare solo alla
loro fine, e spesso quando i protagonisti sono morti. L'azione si
rivela pienamente solo al narratore, cioè allo sguardo retrospettivo
dello storico, che quindi conosce sempre meglio dei partecipanti ciò
che è accaduto. Tutti i resoconti degli stessi attori, benché possano
offrire in rari casi una dichiarazione, del tutto degna di fede, di
intenzioni, scopi e motivi, nelle mani dello storico diventano
semplicemente delle fonti utili, e non possono mai competere con la
sua storia in termini di significato e veridicità. Ciò che il narratore
racconta deve essere necessariamente celato all'attore, almeno fin
quando egli agisce o è implicato nelle conseguenze dell'agire,
perché per l'attore il significato dell'atto non consiste nella storia che
lo segue. Anche se le storie sono i risultati inevitabili dell'azione, non
è l'attore ma il narratore che comprende e «fa» la storia.
27. LA SOLUZIONE DEI GRECI.
Questa imprevedibilità dell'esito è strettamente connessa col
carattere di rivelazione dell'azione e del discorso, in cui ci si svela
senza mai conoscersi, o essere in grado di calcolare in anticipo chi si
rivela. L'antico detto che nessuno può esser chiamato "eudaimon"
prima di morire potrebbe definire il problema in gioco, se si riuscisse
a percepire il suo significato originale dopo duemilacinquecento anni
di trite ripetizioni; nemmeno la sua traduzione latina, proverbiale
eppure già logora a Roma - "nemo ante mortem beatus esse dici
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
potest" - ne rende bene il significato, anche se può aver ispirato la
pratica della Chiesa cattolica di beatificare i suoi santi solo dopo che
siano sicuramente morti da molto tempo. Infatti "eudaimonia" non
significa né felicità né beatitudine, non è traducibile e forse
nemmeno spiegabile. La parola indica uno stato di grazia ma senza
un sottinteso religioso, e significa letteralmente qualcosa come il
benessere del "daimon" che accompagna ciascun uomo attraverso la
vita, che è la sua identità distinta, ma appare ed è visibile solo agli
altri (18). Diversamente dalla felicità, perciò, che è un umore
passeggero, e dalla buona fortuna, che si può avere in certi periodi
della vita e perdere in altri, "eudaimonia", come la vita stessa, è una
durevole condizione dell'essere non soggetta a cambiamenti né
capace di provocarne. Essere "eudaimon" ed essere stati
"eudaimon", secondo Aristotele, è la stessa cosa, proprio come
«vivere bene» ("eu zen") e aver «vissuto bene» sono la stessa cosa
finché la vita dura; non sono stati o attività che mutano la qualità dl
una persona, come apprendere e aver appreso, che indicano due
attributi completamente differenti della stessa persona in momenti
differenti (19).
Questa identità immutabile della persona, benché si dischiuda
intangibilmente nell'atto e nel discorso, diventa tangibile solo nella
biografia dell'attore e dell'oratore; ma in tal modo può essere
conosciuta, cioè afferrata come entità palpabile, solo dopo che è
giunta alla sua fine. In altre parole, l'essenza umana - non la natura
umana in generale (che non esiste) né la somma totale delle qualità
e dei difetti dell'individuo, ma l'essenza di "chi" si è - può cominciare
a esistere solo quando la vita se ne va, non lasciandosi dietro che
una storia. Perciò, chiunque voglia consapevolmente essere
«essenziale», lasciare una storia e un'identità che conseguiranno
«fama immortale», deve non solo rischiare la sua vita ma scegliere
espressamente, come Achille, una vita breve e una morte
prematura. Solo l'uomo che non sopravvive al suo atto supremo
rimane signore indiscusso della sua identità e possibile grandezza,
perché si sottrae con la morte alle possibili conseguenze e alla
continuazione di ciò che egli ha cominciato. La storia di Achille
assume un significato paradigmatico perché essa mostra in sintesi
che l'"eudaimonia" può essere conquistata solo al prezzo della vita,
e si può essere sicuri di ottenerla solo rinunciando alla continuità
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
della vita in cui ci riveliamo gradualmente, riassumendo tutta la
nostra vita in un solo gesto, così che la storia dell'atto finisce
insieme alla vita stessa. Anche Achille, è vero, rimane dipendente
dal narratore, dal poeta o dallo storico, senza cui qualunque cosa
abbia compiuto sarebbe vana; ma egli è il solo «eroe» e quindi
l'eroe per eccellenza che affida alle mani del narratore il pieno
significato del suo gesto, così che è come se non avesse
semplicemente vissuto la storia della sua vita ma allo stesso tempo
l'avesse «fatta».
Senza dubbio, tale concetto di azione è decisamente individualistico,
come diremmo oggi (20). Esso esalta l'impulso all'autorivelazione a
detrimento di tutti gli altri fattori, e quindi rimane relativamente
immune dalle difficoltà implicite nell'imprevedibilità. Come tale
divenne il prototipo dell'azione per l'antichità greca e influenzò, nella
forma del cosiddetto spirito agonistico, la tendenza appassionata a
mettersi in mostra misurandosi con gli altri, decisiva nella
concezione della politica prevalente nelle città-stato. Un sintomo
evidente di questa influenza è che i greci, diversamente da tutte le
concezioni politiche successive, non annoveravano il legiferare fra le
attività politiche. A loro avviso, il legislatore era come il costruttore
delle mura della città, uno che doveva fare e terminare la sua opera
prima che l'attività politica potesse cominciare. Egli quindi era
trattato come ogni altro artefice o architetto e poteva esser
chiamato dall'esterno e incaricato di tale compito senza dover essere
necessariamente un cittadino, mentre il diritto di "politeusthai", di
impegnarsi nelle numerose attività che si svolgevano nella "polis",
era riservato ai soli cittadini. Per loro le leggi, come il muro attorno
alla città, non erano risultati dell'azione ma prodotti del fare. Prima
che gli uomini cominciassero ad agire, doveva essere assicurato uno
spazio definito, e costruita una struttura in cui tutte le azioni
successive potessero prender posto, lo spazio essendo il dominio
pubblico della "polis" e la legge la sua struttura; legislatore e
architetto appartenevano alla stessa categoria (21). Ma queste
entità tangibili non erano nemmeno il contenuto della politica (non
Atene, ma gli ateniesi costituivano la "polis") (22), e non esigevano
la stessa lealtà che, come sappiamo, connotava il tipo romano di
patriottismo.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Anche se è vero che Platone e Aristotele elevarono il legiferare e la
fondazione di città al più alto rango nella vita politica, ciò non
significa che estendessero le fondamentali esperienze greche
dell'azione e della politica fino a comprendere ciò che più tardi si
rivelerà come il genio politico di Roma: la legislazione e la
fondazione di istituzioni. La scuola socratica, al contrario, privilegiò
queste attività, che per i greci erano prepolitiche, perché intendeva
opporsi alla politica e all'azione in quanto tali. Per essa la
legislazione e l'esecuzione di decisioni prese attraverso il voto
costituiscono le più legittime attività politiche perché in esse gli
uomini «agiscono come artigiani»: il risultato della loro azione è un
prodotto tangibile, e il processo relativo ha un termine chiaramente
riconoscibile (23). Non si tratta più, o meglio, non ancora di azione
("praxis"), propriamente parlando, ma di creazione ("poiesis"), e i
membri della scuola socratica preferivano quest'ultima per il suo
carattere più sicuro. E' come se avessero detto che solo nella
rinuncia alla facoltà di agire, con la sua futilità, la mancanza di limiti
e l'imprevedibilità, potesse trovare un rimedio alla fragilità delle cose
umane.
Come questo rimedio possa distruggere la vera sostanza delle
relazioni umane è forse meglio illustrato in uno dei rari casi in cui
Aristotele trova un esempio di azione nella sfera della vita privata,
nella relazione tra il benefattore e il suo beneficato. Con la candida
assenza di moralismo che è caratteristica dell'antichità greca, se non
della romana, egli afferma dapprima come cosa scontata che il
benefattore ama sempre quelli che ha aiutato più di quanto essi non
amino lui. Prosegue spiegando che è naturale che sia così, perché il
benefattore ha fatto un lavoro, "ergon", mentre il ricevente ha solo
sopportato la beneficenza. Il benefattore, secondo Aristotele, ama la
sua «opera», la vita del beneficato che egli ha «fatto», come il
poeta ama i suoi poemi, e il filosofo ricorda ai suoi lettori che
l'amore del poeta per la sua opera non è meno appassionato di
quello di una madre per i figli (24). Questo passo mostra
chiaramente che Aristotele pensa all'azione in termini di opera, e ai
suoi esiti, le relazioni fra gli uomini, come «opera» compiuta
(nonostante il suo tentativo di distinguere nettamente fra azione e
fabbricazione, "praxis" e "poiesis") (25). Nell'esempio esposto, è
nettamente evidente come questa interpretazione, anche se può
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
servire a spiegare psicologicamente il fenomeno dell'ingratitudine in
base all'assunto che sia il benefattore sia il beneficato si trovano
d'accordo nell'interpretare l'azione in termini di fare, praticamente
distrugge la stessa azione e il suo risultato, la relazione che avrebbe
dovuto stabilire. L'esempio del legislatore è meno plausibile per noi
solo perché la nozione greca del compito e del ruolo del legislatore
nella sfera pubblica ci è assolutamente estranea. A ogni modo,
l'opera, come l'attività del legislatore nella concezione greca, può
essere il contenuto dell'azione solo a condizione che un'ulteriore
azione non sia desiderabile o possibile; e l'azione può sfociare in un
prodotto finale solo a condizione che il suo autentico, intangibile e
assolutamente fragile significato sia distrutto.
L'originale rimedio greco prefilosofico a questa fragilità era stata la
fondazione della "polis". La "polis", così come si sviluppò e rimase
radicata nell'esperienza ad essa precedente (che attribuiva tanta
importanza a ciò per cui vale la pena vivere insieme, "syzen", cioè il
«condividere parole e atti») (26) aveva una duplice funzione. In
primo luogo, doveva permettere agli uomini di fare
permanentemente, pur sotto certe restrizioni, ciò che altrimenti
sarebbe stato loro possibile solo come una impresa straordinaria e
occasionale per la quale dovevano lasciare le proprie case. La "polis"
serviva a moltiplicare le occasioni di conseguire «fama immortale»,
cioè moltiplicare le opportunità per ciascuno di distinguersi, di
mostrare con gli atti e le parole chi fosse nella sua unicità irripetibile.
Una ragione, e forse la principale, dell'incredibile sviluppo di talenti e
geni ad Atene, nonché dell'altrettanto sorprendente e rapido declino
della città-stato fu proprio che, fin da principio, essa tendeva
soprattutto a trasformare gli eventi straordinari in ordinarie vicende
della vita quotidiana. La seconda funzione, anch'essa connessa con
l'esperienza dei rischi dell'azione che aveva preceduto la stessa
"polis", era offrire un rimedio alla futilità dell'azione e del discorso;
infatti le possibilità che un atto degno di fama non fosse
dimenticato, ma divenisse immortale, non erano molte. Omero non
fu solo l'«educatore dell'Ellade», cioè un luminoso esempio della
funzione politica del poeta. Il fatto che un'impresa così grande come
la guerra di Troia avrebbe potuto essere dimenticata se un poeta
non l'avesse immortalata offrì, settecento anni più tardi, un esempio
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
anche troppo evidente del destino della grandezza umana, se essa
avesse avuto solo i poeti per fondare la propria permanenza.
Non ci stiamo occupando qui delle cause storiche del sorgere della
città-stato greca; i greci stessi hanno inconfondibilmente espresso
ciò che pensavano di essa e della sua "raison d'être". La "polis" - se
vogliamo credere alle famose parole di Pericle nella "Orazione
funebre" - garantiva agli ateniesi, che costringevano ogni mare e
ogni terra a esser teatro della loro audacia, che non sarebbero
rimasti senza testimoni, e non avrebbero avuto bisogno né di Omero
né di alcun altro che sapesse come onorarli con i versi. Senza essere
aiutati dagli altri, coloro che hanno agito saranno in grado di
assicurare insieme il ricordo perenne delle loro buone e cattive
gesta, ispirare ammirazioni alla presente e alle future epoche (27).
In altre parole, il vivere-insieme degli uomini nella forma della
"polis" sembrava garantire che le più futili attività umane, l'azione e
il discorso, e i meno tangibili e più effimeri «prodotti» umani, le
gesta e le storie a cui danno vita, sarebbero stati imperituri.
L'organizzazione della "polis", garantita fisicamente dalle mura
attorno alla città, e formata in base alle sue leggi - affinché il
succedersi delle generazioni non la trasformasse fino a renderne
irriconoscibile l'identità - è una specie di organizzazione della
memoria. Essa assicura l'attore mortale che la sua esistenza
transeunte e la sua fuggevole grandezza non perderanno mai la
realtà che proviene dall'esser visti, uditi e in generale dall'apparire
davanti a un pubblico di uomini simili a lui; a essi, senza la "polis",
non sarebbe rimasta che la breve durata della loro parte, e
avrebbero quindi avuto bisogno di Omero e di «altri del suo
mestiere» per essere ricordati a chi non aveva assistito alle loro
imprese.
Dal punto di vista di questa autointerpretazione, la sfera politica
sorge direttamente dall'agire-insieme, dal «condividere parole e
azioni». Così, l'azione non solo è intimamente connessa con la parte
del mondo comune a noi tutti, ma è la sola attività che lo
costituisce. E' come se le mura della "polis" e i confini stabiliti dalla
legge fossero tracciati attorno a uno spazio pubblico già esistente
che, tuttavia, senza la stabilità garantita da tale protezione, non
potrebbe durare, non potrebbe sopravvivere al momento dell'azione
e del discorso. Parlando, naturalmente, non in termini storici ma
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
metaforici e teorici, è come se gli uomini che tornarono dalla guerra
di Troia avessero desiderato rendere permanente lo spazio di azione
che era scaturito dalle loro gesta e sofferenze, impedire che esso
perisse con la loro dispersione e il loro ritorno ai luoghi domestici.
La "polis", propriamente parlando, non è la città-stato in quanto
situata fisicamente in un territorio; è l'organizzazione delle persone
così come scaturisce dal loro agire e parlare insieme, e il suo
autentico spazio si realizza fra le persone che vivono insieme a
questo scopo, indipendentemente dal luogo in cui si trovano.
«Ovunque andrete, voi sarete una "polis"»: queste parole famose
non solo furono la parola d'ordine della colonizzazione greca, ma
esprimevano la convinzione che l'azione e il discorso creano uno
spazio tra i partecipanti che può trovare la propria collocazione
pressoché in ogni tempo e in ogni luogo. E' lo spazio dell'apparire,
nel più vasto senso della parola: lo spazio dove appaio agli altri
come gli altri appaiono a me, dove gli uomini non si limitano a
esistere come le altre cose viventi o inanimate ma fanno la loro
esplicita apparizione.
Questo spazio non esiste sempre, e benché tutti gli uomini siano
capaci di azione e parola, la maggior parte - come lo schiavo, lo
straniero e il barbaro nell'antichità, l'operaio o l'artigiano prima
dell'età moderna, l'impiegato o l'uomo d'affari nel nostro mondo non
vive in esso. Inoltre nessun uomo può viverci per tutto il suo tempo.
Esserne privati significa esser privati della realtà che, umanamente e
politicamente parlando, si identifica con l'apparire. La realtà del
mondo è garantita agli uomini dalla presenza degli altri, in breve
dall'apparire del mondo stesso; «infatti ciò che appare a tutti,
questo chiamiamo Essere» (28), e tutto ciò che manca di questa
possibilità di apparire viene e passa come un sogno, intimamente ed
esclusivamente proprio, ma privo di realtà (29).
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
28. IL POTERE E LO SPAZIO DELL'APPARENZA.
Lo spazio dell'apparenza si forma ovunque gli uomini condividano le
modalità del discorso e dell'azione, e quindi anticipa e precede ogni
costituzione formale della sfera pubblica e delle varie forme di
governo, le varie forme, cioè, in cui la sfera pubblica può essere
organizzata. La sua peculiarità è che, diversamente dagli spazi che
sono opera delle nostre mani, non sopravvive alla realtà del
movimento che lo crea, ma scompare non solo con la sparizione
degli uomini - come nel caso di grandi catastrofi, che distruggono il
corpo politico di un popolo - ma con la stessa scomparsa e l'arresto
delle loro attività. Esso è potenzialmente ovunque le persone si
raccolgano insieme, ma solo potenzialmente, non necessariamente e
non per sempre. Che le civiltà possano sorgere e decadere, che
potenti imperi e grandi civiltà possano declinare e scomparire senza
catastrofi esterne - e spesso tali «cause» esterne sono precedute da
un decadimento interno meno appariscente, che sollecita le
catastrofi - si deve a questa peculiarità della sfera pubblica che,
essendo fondata in ultima analisi nell'azione e nel discorso, non
perde mai il suo carattere potenziale. Ciò che mina dapprima, e poi
distrugge, le comunità politiche è la perdita di potere e la definitiva
impotenza; e il potere non può essere accumulato e tenuto in serbo
per i casi di emergenza, come gli strumenti della violenza, ma esiste
solo nel suo essere in atto. Dove il potere non è attualizzato, si
dissolve, e la storia insegna fin troppo bene che le più grandi
ricchezze materiali non possono compensare questa perdita. Il
potere è realizzato solo dove parole e azioni si sostengono a
vicenda, dove la parole non sono vuote e i gesti non sono brutali,
dove le parole non sono usate per nascondere le intenzioni ma per
rivelare realtà, e i gesti non sono usati per violare e distruggere, ma
per stabilire relazioni e creare nuove realtà.
Il potere è ciò che mantiene in vita la sfera pubblica, lo spazio
potenziale dell'apparire fra uomini che agiscono e parlano. La parola
stessa «potere», come il suo equivalente greco "dynamis", come la
"potentia" latina con i suoi derivati moderni o il tedesco "Macht"
(che deriva da "mögen" e "möglich", non da "machen") (N.d.T. 1)
indica il suo carattere «potenziale». Il potere è sempre, vorremmo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dire, un potere potenziale e non un'entità immutabile, misurabile e
indubbia come la forza o la potenza materiale. Mentre la forza è la
qualità naturale di un individuo separatamente preso, il potere
scaturisce fra gli uomini quando agiscono assieme, e svanisce
appena si disperdono. Per questa peculiarità, che condivide con
tutte le potenzialità che possono solo essere attuate ma mai
pienamente materializzate, il potere è straordinariamente
indipendente da fattori materiali, sia in termini di numeri che di
mezzi. Un gruppo relativamente piccolo ma ben organizzato di
uomini può dominare quasi indefinitamente imperi vasti e popolosi,
e non è raro nella storia che paesi piccoli e poveri abbiano la meglio
su grandi e ricche nazioni. (La storia di Davide e Golia è vera solo
metaforicamente; il potere di pochi può essere più grande del
potere di molti, ma nella lotta tra due uomini decide la forza e non il
potere, e l'ingegno, cioè la forza della mente, contribuisce
materialmente all'esito quanto la forza fisica.) La rivolta popolare
contro governanti materialmente forti, d'altra parte, può generare
una potenza quasi irresistibile, anche se rinuncia all'uso della
violenza di fronte a forze materialmente troppo superiori. Chiamarla
«resistenza passiva» è certamente un'ironia; si tratta in realtà del
modo d'azione più attivo ed efficace che sia mai stato escogitato,
perché non può essere contrastato dal combattimento, dove vi è
disfatta o vittoria, ma solo dal massacro di massa, in cui anche il
vincitore è sconfitto, perché è privato del suo premio, la vittoria,
poiché nessuno può regnare su uomini morti.
Il solo fattore materiale indispensabile alla generazione di potere è il
vivere insieme delle persone. Solo dove gli uomini vivono in tale
prossimità che le potenzialità dell'azione sono sempre presenti, il
potere può restare con loro, e la fondazione di città, che come cittàstato sono rimaste paradigmatiche per ogni organizzazione politica
occidentale, è quindi il requisito materiale più importante perché vi
sia potere. Ciò che tiene unite le persone dopo che il momento
fuggevole dell'azione è trascorso (quella che oggi chiamiamo
«organizzazione») e ciò che, nello stesso tempo, le persone
mantengono in vita stando insieme, è il potere. E chiunque, per
qualsiasi ragione, si Isola e non partecipa a questo essere-insieme
perde potere e rimane impotente, per grande che sia la sua forza e
per quanto valide le sue ragioni.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Se il potere fosse più che questa potenzialità implicita nell'essereinsieme, se potesse essere posseduto come vigore o esplicato come
forza invece di essere subordinato all'incerto e solo temporaneo
accordo di molte volontà e intenzioni, l'onnipotenza sarebbe una
concreta possibilità umana. Infatti il potere, come l'azione, non è
soggetto a limiti; non ha alcuna limitazione fisica nella natura
umana, nell'esistenza corporea dell'uomo, diversamente dalla forza.
La sua sola limitazione è l'esistenza di altre persone, ma questa
limitazione non è accidentale, perché il potere umano corrisponde in
primo luogo alla condizione della pluralità. Per la stessa ragione il
potere può essere diviso senza che diminuisca, e il gioco reciproco
dei poteri che si controllano e si bilanciano è sempre capace di
generare maggior potere, fin quando, almeno, esso venga
reciprocamente giocato e non finisca in una situazione di stallo. La
forza, al contrario, è indivisibile, e mentre anch'essa è frenata e
bilanciata dalla presenza di altri, il gioco della pluralità in questo
caso impone una precisa limitazione alla forza dell'individuo, che è
contenuta entro certi limiti e può essere soverchiata dal virtuale
potere dei molti. Un'identificazione della forza necessaria per la
produzione delle cose con il potere necessario all'azione è
concepibile solo come l'attributo divino di un unico dio.
L'onnipotenza quindi non è mai un attributo degli dei nel politeismo,
per quanto la forza degli dei sia superiore alle forze degli uomini. E
l'aspirazione all'onnipotenza implica sempre - a parte la sua
utopistica "hybris" - la distruzione della pluralità.
Nelle condizioni della vita umana, la sola alternativa al potere non è
la mera forza - che non ha scampo di fronte al potere - ma la
costrizione fisica, che un uomo può esercitare da solo contro i suoi
simili, e di cui uno o più uomini possono ottenere il monopolio
procurandosi i mezzi della violenza. Ma mentre la violenza può
distruggere il potere, non può mai sostituirlo. Da ciò deriva la
combinazione politica niente affatto rara di forza e mancanza di
potere, una parata di forze impotenti, che si esauriscono in modo
spettacolare, velleitario e completamente futile, non lasciando dietro
di sé monumenti né storie, e nemmeno il ricordo sufficiente a farle
entrare nella storia. Nell'esperienza storica e nella teoria
tradizionale, questa esperienza, anche se non riconosciuta per tale,
è nota come tirannia, e il tradizionale timore per questa forma di
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
governo non è esclusivamente ispirato dalla sua crudeltà, che come attesta la lunga serie di tiranni benevoli e di despoti illuminati
- non è tra le sue caratteristiche inevitabili, ma dall'impotenza e
dalla futilità cui condanna sia i governanti sia i governati.
Più importante è una scoperta fatta, per quanto ne sappia, solo da
Montesquieu, l'ultimo pensatore politico che si sia occupato
seriamente del problema delle forme di governo. Montesquieu
comprese che la caratteristica dominante della tirannia era il suo
isolamento - l'isolamento del tiranno dai suoi sudditi, e quello dei
sudditi tra di loro per effetto del reciproco umore e del sospetto - e
quindi che la tirannia non era una forma di governo fra le altre, ma
contraddiceva la condizione umana essenziale della pluralità,
dell'agire e parlare insieme, che è la condizione di tutte le forme di
organizzazione politica. La tirannia impedisce lo sviluppo del potere,
non solo in un settore particolare, ma nell'intera sfera pubblica;
genera, in altre parole, impotenza come altri corpi politici generano
il potere. Si rende così necessario, secondo Montesquieu, assegnarle
una posizione particolare nella teoria delle forme politiche: essa sola
è incapace di sviluppare abbastanza potere da rimanere nello spazio
dell'apparenza, la sfera pubblica; al contrario, essa sviluppa i germi
della propria distruzione dal momento in cui comincia a esistere
(30).
La violenza, curiosamente, distrugge il potere più facilmente di
quanto distrugga la forza, e mentre una tirannia è sempre
caratterizzata dall'impotenza dei suoi sudditi, che hanno perduto la
propria facoltà umana di parlare e di agire insieme, essa non è
necessariamente caratterizzata da debolezza e sterilità; anzi, i
mestieri e le arti possono fiorire se il tiranno è abbastanza
«benevolo» da lasciare i suoi sudditi soli nel loro isolamento. D'altra
parte, la forza, dono della natura all'individuo, indivisibile con altri,
può tener testa alla violenza con più successo che non al potere - o
eroicamente, accettando di combattere e morire, o stoicamente,
accettando di soffrire e di sfidare ogni afflizione con l'autosufficienza
e il ritiro dal mondo; in entrambi i casi, l'integrità dell'individuo e la
sua forza rimangono intatte. La forza può essere effettivamente
distrutta solo dal potere ed è quindi sempre in pericolo di fronte alla
forza combinata dei molti. Il potere certo si corrompe quando i
deboli si alleano per rovinare i forti, ma non prima. La volontà di
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
potenza, come i moderni da Hobbes a Nietzsche la intesero per
glorificarla o per denunciarla, lungi dall'essere una caratteristica dei
forti, è, come l'invidia e l'avidità, un vizio dei deboli e forse il più
pericoloso.
Se la tirannia può esser descritta come il tentativo, sempre destinato
a fallire, di sostituire la violenza al potere, l'oclocrazia, il dominio
della massa, che ne è l'esatto contraltare, può essere caratterizzata
dal tentativo, molto più promettente, di sostituire il potere alla forza.
Il potere è certamente in grado di distruggere ogni forza, e noi
sappiamo che dove la principale sfera pubblica è la società, c'è
sempre il pericolo che, attraverso una forma pervertita di «agire in
comune» - con l'influenza, la pressione e i trucchi delle cricche siano
portati alla ribalta quelli che non si intendono di nulla e non sanno
far nulla. Il desiderio ardente di violenza, così caratteristico di alcuni
dei migliori scrittori, pensatori, letterati e artisti moderni, è una
reazione naturale di coloro che la società ha cercato di privare di
ogni forza creativa (31).
Il potere preserva la sfera pubblica e lo spazio dell'apparenza, ed è
in quanto tale la linfa vitale dell'artificio umano, che, se non
costituisce la scena dell'azione e del discorso, dell'intreccio degli
affari e delle relazioni umane e delle storie che vengono così
prodotte, manca della sua profonda "raison d'être". Se non fosse
l'oggetto dei discorsi degli uomini e la loro dimora, il mondo non
sarebbe una creazione umana ma un coacervo di cose sconnesse, a
cui ogni individuo isolato avrebbe la facoltà di aggiungere
arbitrariamente altri oggetti; se il mondo così creato non li
ospitasse, gli affari umani sarebbero fluttuanti, futili e vani come i
vagabondaggi delle tribù nomadi. La malinconica saggezza
dell'"Ecclesiaste" - «Vanità delle vanità; tutto è vanità... Non c'è
nulla di nuovo sotto il sole... Le cose passate non si ricordano più,
ma pure le future saranno dimenticate da coloro che verranno» non scaturisce necessariamente da un'esperienza specificamente
religiosa, ma è certamente inevitabile ogni volta che la fiducia nel
mondo come luogo appropriato all'apparire degli uomini, all'azione e
al discorso, sia svanita. Senza un'azione che possa immettere nel
gioco del mondo il cominciamento di cui ogni uomo è capace in virtù
della sua nascita, «non c'è nulla di nuovo sotto il sole»; senza il
discorso, che rende reali e suscettibili di ricordo, per quanto
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provvisoriamente, le «nuove cose» che appaiono e risplendono, non
sarebbe possibile «la memoria»; senza la permanenza degli artifici
umani, non potrebbe esistere «alcuna memoria delle cose passate e
di quelle che verranno». E senza potere, lo spazio dell'apparire
mantenuto in vita dall'azione e dal discorso svanirebbe con la stessa
rapidità con cui si dileguano gli atti e le parole viventi.
Non esiste forse nulla nella storia che sia stato così effimero come la
fiducia nel potere, nulla che sia stato più duraturo della sfiducia
platonica e cristiana nello splendore che accompagna lo spazio in cui
esso appare, nulla infine, nell'età moderna, più comune della
convinzione che «il potere corrompe». Le parole di Pericle, come le
ha tramandate Tucidide, sono probabilmente uniche nella loro
suprema fiducia che gli uomini possano attuare e conservare la loro
grandezza allo stesso tempo e, per così dire, con un unico e
medesimo gesto, e che l'azione stessa sarà capace di generare
"dynamis" senza bisogno della trasformazione reificante dell'"homo
faber" per mantenere il potere nella realtà (32). Il discorso di
Pericle, anche se certamente corrispondeva alle più intime
convinzioni degli ateniesi e le esprimeva in modo articolato, è
sempre stato letto, con l'amara saggezza dello sguardo
retrospettivo, da uomini che sapevano come le sue parole fossero
pronunciate al principio della fine. Tuttavia, per quanto effimera
possa essere stata questa fede nella "dynamis" (e di conseguenza
nella politica) - una fede che si era già consumata quando furono
formulate le prime filosofie politiche - la sua mera esistenza è stata
sufficiente a innalzare l'azione al rango supremo nella gerarchia
della "vita activa", e a fare del discorso il tratto distintivo decisivo tra
la vita umana e quella animale: entrambi questi fatti hanno conferito
alla politica una dignità che perfino oggi non è completamente
scomparsa.
Ciò che spicca chiaramente nelle affermazioni di Pericle - e che, sia
detto per inciso, non è meno trasparente nei poemi di Omero - è
che il significato più profondo del compiere un atto o pronunciare
delle parole in pubblico è indipendente dalla vittoria o dalla sconfitta
e deve rimanere immune dall'esito finale, nonché dalle
conseguenze, buone o cattive che siano. Diversamente dal mero
«comportamento» umano - che i greci, come tutti i popoli civili,
giudicavano secondo «criteri morali», tenendo conto di motivi e
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intenzioni da una parte e di scopi e conseguenze dall'altra - l'azione
può essere giudicata solo mediante il criterio della grandezza,
perché è nella sua natura interrompere ciò che è comunemente
accettato e irrompere nello straordinario, dove non trova più
applicazione ciò che è vero nella vita comune e quotidiana, perché
in tale dimensione ogni cosa esistente è unica e "sui generis" (33).
Tucidide e Pericle sapevano benissimo di aver rotto con i metri
normali del comportamento quotidiano quando riconoscevano la
gloria di Atene nell'aver lasciato «ovunque memoria perenne
["mnemeia aidia"] delle proprie buone e cattive gesta». L'arte della
politica insegna agli uomini a intraprendere cose grandi e radiose,
"ta megala kai lampra", nelle parole di Democrito; fin quando la
"polis" è capace di ispirare agli uomini il desiderio di osare lo
straordinario, tutto è salvo; ma se essa perisce, tutto è perduto
(34). I motivi e gli scopi - per quanto puri e grandiosi - non sono
mai unici; come le qualità psicologiche, sono tipici, caratteristici di
differenti tipi di persone. Perciò, la grandezza, il significato specifico
di ogni atto, si trova solo nell'esecuzione e non nella motivazione né
nella realizzazione.
E' questa accentuazione dell'attività vivente, del compiere azione,
pronunciare discorsi, come le più grandi realizzazioni di cui siano
capaci gli esseri umani, che fu concettualizzato nella nozione
aristotelica di "energeia" («attualità», nel senso di essere in atto),
con cui il filosofo designava tutte le attività che non perseguono un
fine (che sono "ateleis") e non lasciano dietro di sé delle opere
(nessuna "par' autas erga"), ma esauriscono il loro pieno significato
nell'esecuzione stessa (35). E' dall'esperienza di questa piena
attualità che il paradossale «fine in se stesso» deriva il suo
significato originale; infatti, in queste forme di azione e discorso
(36) il fine ("telos") non è perseguito, ma si trova nella stessa
attività che diventa quindi una "entelecheia", e l'opera non è ciò che
segue ed estingue il processo ma vi è incorporata; l'esecuzione è
l'opera, è "energeia" (37). Aristotele, nella sua filosofia politica, è
ancora ben consapevole di ciò che è in gioco nella politica, e cioè
niente meno che "ergon tou anthropou" (38) (l'«opera dell'uomo»
"in quanto" uomo), e se definisce quest'«opera» come «vivere
bene» ("eu zen"), vuol dire chiaramente che qui l'«opera» non è un
prodotto di un'attività operativa, ma esiste solo in pura attualità.
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Questa realizzazione specificamente umana e assolutamente
estranea alla categoria dei mezzi e dei fini; l'«opera dell'uomo» non
è un fine perché i mezzi per conseguirla - le virtù, o "aretai" - non
sono qualità che possono o no essere attualizzate, ma sono esse
stesse «attualità». In altre parole, il mezzo per conseguire il fine
sarebbe già il fine; e questo «fine», d'altro canto, non può esser
considerato come un mezzo anche a diverso titolo, perché non c'è
nulla di più elevato da raggiungere che questa stessa attualità.
Leggere, di tanto in tanto, nella filosofia politica dopo Democrito e
Platone, che la politica è "techne", un'arte tra le altre, e può essere
paragonata ad attività come la guarigione del corpo malato e la
navigazione (dove, come nella prestazione di un danzatore o di un
attore, il «prodotto» coincide con la stessa prestazione) è come
cogliere un'eco affievolita dell'esperienza prefilosofica greca
dell'azione e discorso in quanto pura attualità. Ma si può stabilire la
sorte dell'azione e del discorso, che esistono solo nell'attualità e
sono quindi le attività più alte nel dominio politico, se esaminiamo il
modo in cui tali attività sono valutate dalla società moderna, con la
peculiare coerenza priva di compromessi che l'ha caratterizzata nelle
sue prime fasi. Infatti la decisiva degradazione dell'agire e del
discorso è evidente quando Adam Smith classifica tutte le
occupazioni che coincidono essenzialmente con l'esecuzione - come
la professione militare, nonché «gli uomini di chiesa, avvocati,
medici e cantanti d'opera» - insieme con i «servizi domestici», il
«lavoro» più basso e improduttivo (39). Ed erano proprio queste
occupazioni - curare, suonare il flauto, recitare - che fornivano al
pensiero antico gli esempi delle più elevate e grandi attività
dell'uomo.
29. "HOMO FABER" E LO SPAZIO DELL'APPARENZA.
Alla base dell'antica stima riservata alla politica è la convinzione che
l'uomo in quanto uomo, ogni individuo nella sua irripetibile unicità,
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appare e conquista la sua identità nel discorso e nell'azione, e che
queste attività, malgrado la loro futilità da un punto di vista
materiale, posseggono una qualità durevole perché provocano il
ricordo di sé (40). La sfera pubblica, lo spazio nel mondo di cui gli
uomini hanno bisogno per apparire, è quindi «opera dell'uomo» più
specificamente di quanto non lo sia l'opera delle sue mani o il lavoro
del suo corpo.
La convinzione che ciò che di più grande l'uomo può raggiungere è
la propria apparenza e la propria attualizzazione non è affatto ovvia.
A essa si oppone la convinzione dell'"homo faber" che i prodotti di
un uomo possono contare più di lui stesso - e non solo essere più
durevoli - nonché la ferma credenza dell'"animal laborans" che la
vita è il più alto di tutti i beni. Si tratta, perciò, di due concezioni
essenzialmente impolitiche, che tendono a condannare l'azione e il
discorso come occupazioni vane e chiacchiere oziose, e
generalmente a giudicare le attività pubbliche in termini di utilità
rispetto ai presunti fini superiori - rendere il mondo più usabile e più
bello nel caso dell'"homo faber", rendere la vita più facile e più
lunga nel caso dell'"animal laborans". Ciò non vuol dire, tuttavia, che
tali concezioni possano fare completamente a meno di una sfera
pubblica, perché senza uno spazio dell'apparenza e senza fiducia
nell'azione e nel discorso come modi di essere insieme, né la realtà
del proprio sé, cioè la propria identità, né la realtà del mondo che ci
circonda possono essere preservate dal dubbio. Il senso umano
della realtà esige che gli uomini attualizzino la mera datità passiva
del loro essere, non per mutare, ma per rendere articolato e
chiamare alla piena esistenza ciò che altrimenti dovrebbero
comunque soffrire passivamente (41). Questa attualizzazione
consiste e viene alla luce in quelle attività che esistono solo nella
pura attualità.
Il solo carattere del mondo che permette di misurare la realtà è il
suo essere comune a tutti, e il senso comune occupa un posto così
elevato nella gerarchia delle qualità politiche perché è il solo che fa
aderire alla realtà complessiva delle cose i nostri cinque sensi
strettamente individuali e i dati strettamente particolari che essi
percepiscono. E' per merito del senso comune che le percezioni degli
altri sensi sembrano dischiudere la realtà, anziché essere
semplicemente avvertite come irritazioni dei nervi o sensazioni di
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
resistenza del corpo. Una sensibile diminuzione nel senso comune in
una comunità e un sensibile aumento di superstizione e credulità
sono pertanto segni quasi infallibili di alienazione dal mondo.
Questa alienazione - l'atrofia dello spazio dell'apparenza e
l'inaridimento del senso comune - è naturalmente più esasperata nel
caso di una società di lavoratori che nel caso di una società di
produttori. Nel suo isolamento, non solo indisturbato ma anche non
visto, non ascoltato, e non confermato dagli altri, l'"homo faber" si
trova unito, non solo al prodotto che fa, ma anche al mondo di cose
cui aggiungerà i suoi prodotti; in questo modo, sebbene
indirettamente, è ancora unito agli altri che hanno fatto il mondo e
che fabbricano le cose. Abbiamo già parlato del mercato di scambio
dove gli artigiani incontrano i loro pari, e che rappresenta per essi
una sfera pubblica comune, in quanto ciascuno di loro ha contribuito
con qualcosa alla sua costituzione. Tuttavia, mentre la sfera
pubblica come mercato di scambio corrisponde nel modo più
adeguato all'attività di fabbricazione, lo scambio appartiene già al
campo dell'azione e non è affatto un semplice prolungamento della
produzione; è ancor meno una mera funzione dei processi
automatici, come l'acquisto di cibo e di altri mezzi di consumo è
necessariamente incidentale nel processo di lavoro. L'obiezione di
Marx alla teoria che le leggi economiche hanno lo statuto di leggi
naturali, non create dall'uomo per regolare i liberi atti di scambio,
ma funzioni delle condizioni produttive della società nel suo insieme,
è valida solo in una società basata sul lavoro, dove tutte le attività
sono livellate e adeguate al metabolismo del corpo umano con la
natura, e dove non esiste scambio ma solo consumo.
Tuttavia, le persone che si incontrano sul mercato di scambio sono
principalmente non persone ma produttori, e ciò che mostrano non
è mai loro stessi, nemmeno le loro capacità e qualità come nella
«produzione vistosa» del Medioevo, ma i loro prodotti. L'impulso che
spinge il fabbricante al mercato pubblico è diretto ai prodotti, non
agli altri uomini, e il potere che tiene unito e fa esistere il mercato
non è la potenzialità che si sprigiona tra le persone quando
convengono nell'azione e nel discorso, ma una combinazione dei
«poteri di scambio» (Adam Smith) che ciascuno dei partecipanti ha
acquisito nell'isolamento. E' questa mancanza di relazione con gli
altri e questo interesse primario nei beni da scambiare che Marx ha
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
condannato come disumanizzazione e alienazione della società
mercantile, che effettivamente esclude gli uomini in quanto uomini
ed esige, con un radicale rovesciamento della relazione antica fra
privato e pubblico, che gli uomini mostrino se stessi solo nella
privatezza della famiglia o nell'intimità con gli amici.
La frustrazione della persona umana connaturata a una comunità di
produttori e ancor più a una società di mercato risalta nel fenomeno
del genio, in cui, dal Rinascimento alla fine
del diciannovesimo secolo, l'età moderna vide il suo più alto ideale.
(Il genio creativo come somma manifestazione dell'umana
grandezza era del tutto sconosciuto all'antichità o al Medioevo.) E'
solo con l'inizio del nostro secolo che alcuni grandi artisti, con
sorprendente unanimità, hanno protestato contro il fatto di essere
chiamati «geni», e hanno insistito sul mestiere, la competenza e la
stretta parentela fra arte e artigianato. Questa protesta, per verità,
in parte non è che una reazione contro la volgarizzazione e la
commercializzazione della nozione di genio; ma è anche dovuta al
più recente avvento di una società dominata dal lavoro, per la quale
la produttività o la creatività non è un ideale, e che è priva di tutte
le esperienze da cui può scaturire la vera nozione di grandezza. Ciò
che per noi è rilevante è che l'opera del genio, diversamente dal
prodotto dell'artigiano, sembra aver assorbito quegli elementi unici e
irripetibili che trovano la loro immediata espressione solo nell'azione
e nel discorso. L'ossessione moderna per l'unicità espressiva del
singolo artista e la sua sensibilità senza precedenti per lo stile
denotano una preoccupazione per le forme in cui l'artista trascende
la propria abilità e il mestiere, analogamente al modo in cui l'unicità
di ogni persona trascende la somma totale delle sue qualità. A causa
di questa trascendenza, che certo distingue la grande opera d'arte
da tutti gli altri prodotti delle mani umane, il fenomeno del genio
creativo sembra offrire la suprema legittimazione alla convinzione
dell'"homo faber" che i prodotti di un uomo possono valere di più,
ed essere essenzialmente più grandi, di lui stesso.
Tuttavia, la grande venerazione che l'età moderna tributa così
volentieri al genio, e che tanto frequentemente rasenta l'idolatria,
non può mutare il fatto elementare che l'essenza della propria
identità non può essere reificata da se stessi. Quando essa appare
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
«oggettivamente» - nello stile di un'opera d'arte o nella scrittura
ordinaria - manifesta l'identità di una persona e quindi serve a
identificare l'autore, ma rimane muta e ci sfugge se cerchiamo di
interpretarla come lo specchio di una persona vivente. In altre
parole, l'idolatria del genio racchiude la stessa degradazione della
persona umana quanto gli altri feticci prevalenti nella società
commerciale.
E' un elemento ineliminabile dell'umana fierezza credere che "chi" si
è trascenda in grandezza e in importanza qualsiasi cosa si possa
fare e produrre. «Lasciate che i medici, i pasticcieri e i servi delle
grandi case siano giudicati per ciò che hanno fatto, e anche per ciò
che hanno avuto intenzione di fare; i grandi sono giudicati da ciò
che sono» (42). Solo le volontà volgari sono disposte a far
dipendere il proprio orgoglio da ciò che hanno fatto; esse
diverranno, con questa concessione, «schiave e prigioniere» delle
proprie facoltà e scopriranno, se in loro c'è qualcosa di più di una
mera e stolta vanità, che essere schiavi e prigionieri di se stessi è
non meno amaro, e forse più vergognoso, che essere al servizio di
un altro. La grazia che salva i talenti veramente grandi si esprime
nel fatto che le persone così dotate restano superiori a ciò che
fanno, almeno finché è viva la fonte della creatività; infatti tale fonte
scaturisce da "chi" esse sono e rimane esterna all'effettivo processo
creativo, così come è indipendente da "ciò che" possono realizzare.
Che la situazione critica del genio sia reale risulta chiaro nel caso dei
"literati", dove si realizza in pratica l'inversione della gerarchia tra
l'uomo e il suo prodotto; ciò che offende nel loro caso, e che, per
inciso, provoca l'avversione popolare ancor più di una dubbia
superiorità intellettuale, è la probabilità che anche il loro peggior
prodotto sia migliore di loro. Se c'è un tratto distintivo degli
«intellettuali», è non essere affatto turbati dalla «terribile
umiliazione» in cui lavora lo scrittore o il vero artista - «sentire che è
diventato figlio della propria opera» - una condizione in cui è
condannato a vedersi «come in uno specchio, limitato, determinato
in quel modo e in nessun altro» (43).
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
30. IL MOVIMENTO DEL LAVORO.
L'attività dell'operare, per la quale è necessario requisito
l'isolamento dagli altri, anche se può non riuscire a stabilire una
sfera pubblica autonoma in cui gli uomini appaiono "in quanto"
uomini, è tuttavia connessa in molti modi con questo spazio
dell'apparire; per lo meno rimane legata al mondo tangibile delle
cose che produce. L'operare, quindi, è forse un modo impolitico di
vita, ma certamente non antipolitico. Questo è invece proprio il caso
del lavoro, un'attività in cui l'uomo non è presente nel mondo, né
con altre persone, ma è solo col proprio corpo, occupato a far fronte
alla nuda necessità di rimanere in vita (44). Veramente, anche
l'operaio vive con gli altri, e alla loro presenza, ma questo essereinsieme non presenta alcun tratto distintivo di una autentica
pluralità. Esso non consiste nella combinazione di diverse vocazioni
e capacità rivolte a uno scopo, come nel caso dell'abilità
dell'artigiano (così come non ha nulla a che fare con le relazioni
plurali che si stabiliscono tra persone distinte), ma esiste nella
moltiplicazione di esemplari che si somigliano fondamentalmente
perché la loro natura è affine a quella degli organismi viventi.
E' nella natura del lavoro riunire gli uomini nella forma del gruppo di
lavoro, in cui alcuni individui «lavorano insieme come se fossero uno
solo» (45), e in questo senso si può dire che la comunità permea il
lavoro ancor più di qualsiasi altra attività (46). Ma la «natura
collettiva del lavoro» (47), invece di costituire una realtà
riconoscibile, identificabile per ciascun membro del gruppo, richiede
la vera e propria perdita di qualsiasi consapevolezza di individualità
e identità; ed è per questo che tutti quei «valori» che derivano dal
lavoro, al di là della funzione di questo nel processo vitale, sono
interamente «sociali» ed essenzialmente non diversi dal piacere
supplementare proveniente dal mangiare e bere in compagnia. La
socialità generata dalle attività che scaturiscono dal metabolismo del
corpo umano con la natura non si fonda sull'eguaglianza ma
sull'uniformità, e da questo punto di vista è perfettamente vero che,
«per natura, un filosofo non è diverso da un portiere, quanto a
genio o disposizione, più di quanto un mastino non sia diverso da un
levriero». Questa osservazione di Adam Smith, che Marx citava con
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
tanto compiacimento (48), si adatta meglio a una società di
consumatori che non a un raggruppamento di persone nel mercato
di scambio; questo mette in luce l'abilità e le qualità dei produttori e
così fornisce sempre qualche elemento di distinzione.
L'uniformità prevalente in una società fondata sul lavoro e sul
consumo, ed espressa nel suo conformismo, è intimamente
connessa con l'esperienza somatica del lavorare insieme, in cui il
ritmo biologico del lavoro fonde il gruppo degli operai al punto che
ciascuno non si sente più un individuo, ma diviene in realtà una sola
cosa con i suoi compagni. Certamente ciò allevia lo sforzo e la pena
del lavoro, proprio come marciare insieme attenua per ogni soldato
lo sforzo di camminare. E' vero quindi che per l'"animal laborans" «il
senso e il valore del lavoro dipendono esclusivamente dalle
condizioni sociali», cioè dal grado in cui i processi del lavoro e del
consumo possono svolgersi in modo piano e agevole,
indipendentemente, cioè, dalle «attitudini professionali propriamente
dette» (49); il guaio è solo che le migliori «condizioni sociali» sono
quelle nelle quali è possibile perdere la propria identità. La fusione
dei molti in un'unità è fondamentalmente antipolitica; è l'opposto
dell'essere insieme prevalente nelle comunità politiche o
commerciali, che - per prendere l'esempio di Aristotele - non
consiste in un'associazione ("koinonia") tra due medici, ma tra un
medico e un agricoltore, «e in generale tra persone che sono
differenti e ineguali» (50).
L'uguaglianza che si addice alla sfera pubblica è necessariamente
un'uguaglianza di ineguali che devono essere resi «uguali» in certi
aspetti e per specifici fini. Il fattore dell'uguaglianza non proviene
dalla «natura» umana ma dall'esterno proprio come il denaro continuando con l'esempio di Aristotele - è richiesto come fattore
esterno per rendere equivalenti le attività ineguali del medico e del
contadino. L'uguaglianza politica, quindi, è l'opposto dell'uguaglianza
di fronte alla morte, che in quanto destino comune a tutti gli uomini
deriva dalla condizione umana, o dall'uguaglianza davanti a Dio,
almeno nella sua interpretazione cristiana, in cui ci troviamo nella
condizione di un'uguaglianza della colpa intrinseca nella natura
umana. In questi casi non è necessario un fattore che attui
l'uguaglianza, perché l'essere identici prevale comunque; per lo
stesso motivo, però, l'esperienza reale di tale essere identici,
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l'esperienza della vita e della morte, si ha non solo nell'isolamento
ma nella completa solitudine, dove nessuna vera comunicazione, e
tanto meno associazione e comunità, è possibile. Dal punto di vista
del mondo e della sfera pubblica, la vita e la morte e tutto ciò che
attesta l'essere identici sono esperienze non-mondane, antipolitiche,
veramente trascendenti.
L'incapacità dell'"animal laborans" di distinguersi, e quindi di
impegnarsi nell'azione e nel discorso, è confermata dalla singolare
assenza di serie ribellioni di schiavi nei tempi sia antichi che moderni
(51).
Non meno singolare, tuttavia, è il ruolo improvviso e spesso
straordinariamente efficace che i movimenti operai hanno giocato
nella politica moderna. Dalle rivoluzioni del 1848 alla rivoluzione
ungherese del 1956, la classe operaia europea, la sola organizzata e
quindi la frazione dirigente del popolo, ha scritto uno dei più gloriosi
e probabilmente dei più promettenti capitoli della recente storia.
Tuttavia, benché la linea di demarcazione tra richieste politiche ed
economiche, tra organizzazioni politiche e sindacati si sia alquanto
oscurata, le due cose non vanno confuse. I sindacati, che difendono
con le loro lotte gli interessi della classe lavoratrice, sono
responsabili della sua definitiva incorporazione nella società
moderna, e soprattutto di uno straordinario aumento della sua
sicurezza economica, del suo prestigio sociale e del suo potere
politico. I sindacati non furono mai rivoluzionari nel senso che
desiderassero una trasformazione della società insieme con una
trasformazione delle istituzioni politiche in cui questa società era
rappresentata, e i partiti politici della classe operaia sono stati per lo
più partiti di interesse, in modo non diverso dai partiti che
rappresentavano le altre classi sociali. Una distinzione si è
manifestata soltanto in quei rari ma decisivi momenti in cui, nel
corso di una rivoluzione, è risultato improvvisamente che i suoi
protagonisti, quando non erano guidati da programmi e ideologie
ufficiali del partito, avevano idee loro proprie sulle possibilità di
governo democratico nelle condizioni moderne. In altre parole la
linea di distinzione tra le due istituzioni non è fondata sul carattere
estremistico delle rivendicazioni sociali ed economiche, ma soltanto
sulla proposta di una nuova forma di governo.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Gli storici moderni che si occupano dell'avvento dei sistemi totalitari
trascurano facilmente - soprattutto quando si riferiscono agli
avvenimenti occorsi nell'Unione Sovietica - che proprio come le
masse moderne e i loro capi sono riusciti, almeno
temporaneamente, a dar luogo, col totalitarismo, a una forma di
governo autenticamente nuova, benché completamente devastante,
così le rivoluzioni popolari, per più di cent'anni ormai, hanno
prodotto, benché mai con successo, un'altra forma di governo
nuova: il sistema dei consigli popolari, in sostituzione del sistema
partitico continentale, che era screditato, si sarebbe tentati di dire,
ancor prima di nascere (52). I destini storici delle due tendenze
della classe operaia, il movimento sindacale e le aspirazioni politiche
popolari, non potrebbero essere più contrastanti: i sindacati, cioè la
classe operaia in quanto è solo una delle classi della società
moderna, sono passati di vittoria in vittoria, mentre nello stesso
tempo il movimento politico del lavoro è stato disfatto ogni volta che
ha osato avanzare le sue richieste, distinte da programmi di partito
e riforme economiche. Se la tragedia della rivoluzione ungherese
fosse soltanto riuscita a mostrare al mondo che, nonostante tutte le
disfatte e tutte le apparenze, questo slancio politico non è ancora
morto, il suo sacrificio non sarebbe stato vano.
Questa palese discrepanza fra il fatto storico - la produttività politica
della classe operaia - e i dati fenomenici ottenuti dall'analisi
dell'attività lavorativa, scompare probabilmente a una più
approfondita indagine dell'essenza e dello sviluppo del movimento
operaio. La principale differenza fra il lavoro schiavistico e il lavoro
moderno, libero, non consiste nel fatto che i lavoratori moderni
dispongano di una libertà personale - libertà di movimento e di
attività economica, inviolabilità personale - ma nel fatto che siano
ammessi alla sfera pubblica e pienamente emancipati come cittadini.
La vera svolta nella storia del lavoro fu l'abolizione del censo come
condizione del diritto di voto. Fino a quel momento la condizione del
lavoro libero era stata molto simile a quella della popolazione degli
schiavi dell'antichità che
erano
stati costantemente
e
progressivamente emancipati: una popolazione di uomini liberi, in
quanto assimilati allo status dei residenti stranieri, ma non cittadini.
In contrasto con l'antica emancipazione degli schiavi, dove
solitamente lo schiavo cessava di essere un lavoratore quando
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cessava di essere schiavo, e dove, quindi, la schiavitù rimaneva la
condizione sociale del lavoro per quanto fossero emancipati gli
schiavi, la moderna emancipazione del lavoro aveva lo scopo di
elevare la stessa attività lavorativa, scopo che raggiunse molto
prima che al lavoratore come persona fossero assicurati diritti
personali e civili.
Tuttavia, uno degli importanti effetti collaterali dell'emancipazione
dei lavoratori fu che un intero nuovo settore della popolazione si
trovò, più o meno improvvisamente, ammesso alla sfera pubblica - e
cioè "apparve" in pubblico (53). E ciò senza essere nello stesso
tempo ammesso alla società, senza svolgere alcun ruolo dirigente
nelle predominanti attività economiche di tale società e senza,
quindi, essere assorbito dalla sfera sociale e, per così dire, strappato
da quella pubblica. Il ruolo decisivo del mero apparire, del
distinguersi e dell'essere visibili nell'ambito degli affari umani, è ben
illustrato dal fatto che i lavoratori, quando fecero il loro ingresso
sulla scena della storia, sentirono il bisogno di adottare un costume
loro proprio, "sans-culottes" (54); nel corso della rivoluzione
francese essi derivarono il proprio nome dal fatto di non essere
vestiti come i nobili o i borghesi. Questo costume consentì loro una
distinzione, che fu diretta contro tutti gli altri.
Il vero pathos del movimento del lavoro nelle sue prime fasi - ed
esso è ancora in questo stadio in tutti i paesi in cui il capitalismo non
ha raggiunto il suo pieno sviluppo, nell'Europa dell'Est, per esempio,
ma anche in Italia o in Spagna e persino in Francia (N.d.T. 2) scaturiva dalla sua lotta contro la società nel suo insieme. L'enorme
potere potenziale, che questi movimenti acquistarono in un tempo
relativamente breve e spesso in circostanze veramente avverse,
deriva dal fatto che, ad onta di ogni discorso e teoria, furono il solo
gruppo sulla scena politica che non solo difendeva i propri interessi
economici, ma combatteva una battaglia politica integrale. In altre
parole, quando il movimento del lavoro apparve sulla scena
pubblica, fu la sola organizzazione in cui gli uomini agissero e
parlassero in quanto uomini - e non in quanto membri della società.
Per questo ruolo politico e rivoluzionario del movimento del lavoro,
che con ogni probabilità è prossimo a finire, è decisivo che l'attività
economica dei suoi membri fosse incidentale e che la sua forza
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
d'attrazione non fosse mai ristretta ai ranghi della classe operaia. Se
per un certo periodo sembrò quasi che il movimento riuscisse a
trovare, almeno entro i suoi ranghi, un nuovo spazio pubblico con
nuovi criteri politici, la molla di questi tentativi non era costituita dal
lavoro - né dall'attività lavorativa né dalla sempre utopistica
ribellione contro le necessità della vita - ma da quelle ingiustizie e
ipocrisie che sono scomparse con la trasformazione della società di
classe in una società di massa, e con la sostituzione di un salario
annuo garantito alla paga giornaliera o settimanale.
Oggi gli operai non sono più estranei alla società; sono suoi membri
e sono lavoratori dipendenti come tutti gli altri. Il significato politico
del movimento del lavoro è ora lo stesso di quello di ogni altro
gruppo di pressione; è passato il tempo in cui, come è stato per
quasi cent'anni, esso poteva rappresentare il popolo nella sua
totalità - se intendiamo con "le peuple" il reale corpo politico,
distinto come tale dalla popolazione così come dalla società (55).
(Nella rivoluzione ungherese gli operai non erano in alcun modo
distinti dal resto della popolazione; quello che dal 1848 al 1918 era
stato quasi un monopolio della classe operaia - la nozione di un
sistema parlamentare basato sui Consigli invece che sui partiti - era
diventato ora la richiesta unanime di tutto il popolo.) Il movimento
del lavoro, equivoco fin dagli inizi nel suo contenuto e nei suoi scopi,
perse subito questa capacità di rappresentanza, e quindi il suo ruolo
politico, ovunque la classe operaia divenne una parte integrante
della società, un potere sociale ed economico come nelle economie
più sviluppate del mondo occidentale, o dove «riuscì» a trasformare
l'intera popolazione in una società di lavoro, come in Russia e come
può accadere altrove anche in condizioni non necessariamente
totalitarie. In una situazione in cui anche il mercato di scambio sta
per essere abolito, l'esaurirsi della sfera pubblica, tendenza che si
manifesta così vistosamente in tutta l'età moderna, può giungere
sino alle sue estreme conseguenze.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
31. LA TRADIZIONALE SOSTITUZIONE DEL FARE ALL'AGIRE.
L'età moderna, con il suo originario interesse per i prodotti tangibili
e i profitti dimostrabili o la sua più tarda ossessione per il
funzionamento regolare e la socialità, non fu la prima a denunciare
l'oziosa inutilità dell'azione e del discorso in particolare e della
politica in generale (56). L'esasperazione per la triplice frustrazione
inevitabilmente connessa all'agire - imprevedibilità dell'esito,
irreversibilità del processo e anonimità degli autori - è vecchia quasi
quanto la storia. E' sempre stata una grande tentazione, sia per gli
uomini di azione sia per quelli di pensiero, trovare un sostituto
all'azione nella speranza che la sfera degli affari umani potesse
sfuggire all'accidentalità e all'irresponsabilità morale inerenti a una
pluralità di agenti. L'evidente monotonia delle soluzioni proposte nel
corso della storia attesta la semplicità elementare della questione.
Generalmente parlando, esse consistono sempre nei tentativi di
porre riparo inerenti all'azione, escogitando un'attività nella quale un
uomo, isolato dagli altri, rimane padrone di ciò che fa dal principio
alla fine. Questo tentativo di sostituire all'agire il fare è palese
nell'intero corpo di argomenti avanzati contro la «democrazia»; essi,
per quanto siano ben escogitati e coerenti, finiscono sempre in
attacchi contro la politica nella sua essenza.
I pericoli inerenti all'azione derivano tutti dalla condizione umana
della pluralità, che è la condizione "sine qua non" di quello spazio
della presenza che è la sfera pubblica. Ne consegue che il tentativo
di eliminare questa pluralità equivale ad abolire la sfera pubblica
stessa. La più evidente protezione dai pericoli della pluralità è la
monarchia, in tutte le sue varietà, dalla assoluta tirannia di uno
contro tutti al dispotismo benevolo e a quelle forme di democrazia in
cui molti formano un corpo collettivo così che il popolo «è molti in
uno» e si costituisce come un «monarca» (57). La soluzione
platonica del re-filosofo, la cui «saggezza» risolve le difficoltà
dell'azione come se si trattasse di problemi solubili della conoscenza,
è solo una - e certo non delle meno tiranniche - varietà di governo
monarchico, di potere-di-uno-solo. Il guaio di queste forme di
governo non è tanto che sono crudeli (perché spesso non lo sono),
ma piuttosto il fatto che funzionano troppo bene. I tiranni, se sanno
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
il fatto loro, possono ben essere «miti e gentili in ogni cosa» come
Pisistrato, il cui governo anche nell'antichità fu paragonato all'«età
dell'oro di Cronos» (58); le loro misure possono apparire veramente
non-tiranniche e benefiche agli occhi moderni, specialmente quando
sappiamo che il solo - anche se non riuscito - tentativo di abolire la
schiavitù nell'antichità fu compiuto da Periandro, tiranno di Corinto
(59). Ma tutti hanno in comune l'esclusione dei cittadini dalla sfera
pubblica e l'insistenza con cui li invitano a badare ai propri affari
mentre solo chi governa «deve attendere agli affari pubblici» (60). E
ciò sarà stato senz'altro un incoraggiamento all'industriosità e
all'intraprendenza privata, ma i cittadini avrebbero potuto vedere in
questa linea di condotta null'altro che il tentativo di privarli del
tempo necessario per partecipare ai loro affari comuni. Sono i
vantaggi di breve portata della tirannia, i vantaggi della stabilità,
sicurezza e produttività, da cui ci si deve guardare se non altro
perché aprono la strada a un'inevitabile perdita di potere, anche se
le loro reali conseguenze disastrose possono verificarsi in un futuro
relativamente lontano.
La fuga dalla futilità delle cose umane nella stabilità della quiete e
dell'ordine ha tanti motivi pratici per raccomandarsi, che gran parte
della filosofia politica, da Platone in poi, potrebbe agevolmente
essere interpretata come una serie di tentativi di trovare fondazioni
teoretiche e modi pratici per una fuga totale dalla politica. Il tratto
distintivo di tutte queste fughe è il concetto di "governo", la nozione
cioè che gli uomini possono legalmente e politicamente vivere
insieme solo quando qualcuno ha il diritto di comandare e gli altri
sono costretti a obbedire. Il luogo comune, già reperibile in Platone
e Aristotele, che ogni comunità politica consiste in quelli che
governano e in quelli che sono governati (asserzione su cui si
basano poi le definizioni correnti delle forme di governo - di uno solo
o monarchia, di pochi o oligarchia, di molti o democrazia) si fonda
sulla diffidenza per l'azione piuttosto che su un disprezzo per gli
uomini, e scaturisce dall'ardente desiderio di trovare un sostituto
all'azione, piuttosto che da una irresponsabile o tirannica volontà di
potenza.
Da un punto di vista teorico, la più breve e fondamentale versione
della fuga dall'azione nel governo è offerta nel "Politico", dove
Platone apre un abisso fra i due modi di azione, "archein" e
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
"prattein" («cominciare» e «compiere»), che nella concezione greca
erano correlati. Il problema, come lo vedeva Platone, consisteva
nell'assicurarsi che il promotore rimanesse il completo padrone di ciò
a cui dava inizio, senza dover ricorrere all'aiuto di altri per condurlo
a termine. Nell'ambito dell'azione, questa isolata padronanza può
essere conseguita solo se gli altri non sono più chiamati, con i loro
motivi e i loro fini, ad aggiungersi spontaneamente all'azione
intrapresa, ma sono usati per eseguire ordini, e se, d'altra parte, il
promotore che prende l'iniziativa non si lascia implicare nell'azione
stessa. Iniziare ("archein") e agire ("prattein") possono così
diventare due attività del tutto diverse, e l'iniziatore diviene quelloche-comanda ("archon" nel duplice senso della parola); egli «non
deve agire ("prattein") ma comandare ("archein") a coloro che sono
in grado di eseguire i suoi ordini». In queste circostanze, l'essenza
della politica è «sapere come iniziare e governare nelle materie più
importanti in termini di opportunità e inopportunità»; l'azione come
tale è completamente eliminata ed è diventata la mera «esecuzione
di ordini» (61). Platone fu il primo a introdurre la divisione fra quelli
che sanno e non agiscono e quelli che agiscono e non sanno, al
posto dell'antica articolazione dell'azione in principio e conclusione,
così che sapere cosa fare e farlo divennero due prestazioni del tutto
differenti.
Dato che lo stesso Platone identificò immediatamente la linea di
divisione fra il pensiero e l'azione nell'abisso che separa i governanti
dai governati, è evidente che le esperienze su cui si basa tale
divisione sono quelle dell'amministrazione domestica, dove non si
sarebbe fatto nulla se il padrone non avesse saputo cosa fare, e
ordinato agli schiavi di eseguire ciò che non conoscevano.
Certamente, in questo caso, chi sa non deve far nulla e chi fa non
ha bisogno di pensiero o di conoscenza. Platone era ancora
perfettamente consapevole di proporre una trasformazione
rivoluzionaria della "polis" quando applicò alla sua amministrazione
le massime correntemente riconosciute per una ordinata conduzione
delle attività domestiche (62). (E' errore comune interpretare
Platone come se avesse voluto abolire la famiglia e la vita
domestica; egli voleva, al contrario, estendere questo tipo di vita al
punto che una sola famiglia abbracciasse ogni cittadino. In altre
parole, voleva eliminare il carattere privato della comunità
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
domestica ed è per questo che raccomandava l'abolizione della
proprietà privata e dello status coniugale individuale) (63). Nella
mentalità dei greci, la relazione tra governare ed essere governati,
tra comandare e obbedire, era per definizione identica alla relazione
tra padrone e schiavi e pertanto precludeva ogni possibilità d'azione.
Perciò, la pretesa affermazione di Platone che le regole di
comportamento nelle faccende pubbliche dovessero conformarsi al
rapporto padrone-schiavo in una amministrazione domestica ben
ordinata, significava in pratica che l'azione non doveva giocare alcun
ruolo negli affari umani.
E' evidente che lo schema di Platone offre migliori opportunità per
un ordine permanente delle cose umane che non gli sforzi del
tiranno di escludere tutti, tranne se stesso, dalla sfera pubblica.
Anche se ai cittadini fosse lasciata una certa partecipazione agli
affari pubblici, essi «agirebbero» come un solo uomo, senza
possibilità di dissensi interni, tanto meno di lotta di fazioni: tramite il
governo, «i molti diventano uno in tutti gli aspetti», tranne che in
quello corporeo (64). Storicamente, il concetto di governo, benché
abbia tratto origine dall'amministrazione della casa e dal dominio
familiare, ha giocato il suo ruolo più decisivo nell'organizzazione
degli affari pubblici, ed è per noi invariabilmente connesso con la
politica. Ciò non dovrebbe farci trascurare il fatto che per Platone si
trattava di una categoria molto più generale. Egli vi scorgeva il
principale strumento per ordinare e giudicare le cose umane sotto
tutti gli aspetti, come risulta non solo dal suo insistere che la cittàstato doveva essere considerata la proiezione ingrandita dell'essere
umano, e dalla sua costruzione di un ordine psicologico che
praticamente ricalca l'ordine pubblico della sua utopistica città, ma
ancor più evidentemente dalla grandiosa coerenza con cui
introdusse il principio del dominio nell'ambito dei rapporti dell'uomo
con se stesso. Il criterio supremo dell'idoneità a governare gli altri è,
in Platone e nella tradizione aristocratica occidentale, la capacità di
dominare se stessi. Proprio come il re-filosofo comanda la città,
l'anima comanda il corpo, e la ragione comanda le passioni. In
Platone, la legittimità di questa tirannia in tutto ciò che concerne
l'uomo (la sua condotta verso se stesso non meno che la sua
condotta verso gli altri) è ancora profondamente radicata
nell'ambiguità semantica della parola "archein", che significa insieme
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
inizio e governo; è decisivo per Platone, come egli dice
espressamente alla fine delle "Leggi", che solo l'inizio ("arche")
abbia il diritto di governare ("archein"). Nella tradizione del pensiero
platonico,
questa
identità
originaria,
linguisticamente
predeterminata, di governo e inizio ebbe la conseguenza che ogni
inizio fu inteso come legittimazione per il governo, finché alla fine
l'elemento dell'inizio scomparve completamente dal concetto di
governo. E con esso scomparve dalla filosofia politica la più
elementare e autentica comprensione della libertà umana.
La separazione platonica di conoscere e fare è rimasta alla radice di
tutte le teorie del dominio che non siano mere giustificazioni di una
irriducibile e irresponsabile volontà di potenza. Mediante la pura
forza della concettualizzazione e della chiarificazione filosofica,
l'identificazione platonica della conoscenza con il comando e il
governo, e dell'azione con l'obbedienza e l'esecuzione, dominò tutte
le prime esperienze e distinzioni nell'ambito della sfera politica, e
divenne vincolante per l'intera tradizione del pensiero politico, anche
dopo che le esperienze originarie da cui Platone derivava i suoi
concetti erano state da tempo dimenticate. Indipendentemente
dall'eccezionale mescolanza di bellezza e di profondità che consentì
al pensiero platonico di essere tramandato attraverso i secoli, la
ragione della longevità di questo aspetto particolare della sua opera
è nel fatto di aver convalidato la sostituzione del governo all'azione
mediante una ancor più plausibile interpretazione in termini di fare e
fabbricazione. E' vero - e Platone che aveva preso la parola chiave
della propria filosofia, il termine «idea», dalle esperienze nel dominio
della fabbricazione, deve essere stato il primo ad accorgersene - che
la divisione tra sapere e fare, così estranea all'ambito dell'azione (la
cui validità e il cui significato sono annientati non appena pensiero e
azione siano disgiunti), è esperienza di ogni giorno nella
fabbricazione, i cui processi evidentemente sono divisi in due parti:
in primo luogo, la percezione dell'immagine o della forma ("eidos")
del prodotto-che-sarà, e poi l'organizzazione dei mezzi e l'avvio
dell'esecuzione.
Il desiderio platonico di sostituire il fare all'azione, per conferire alla
sfera degli affari umani la stabilità inerente all'opera e alla
fabbricazione, risalta meglio quando si esprime nell'autentico cuore
della sua filosofia, la dottrina delle idee. Quando Platone non si
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
interessa alla filosofia politica (come nel "Simposio" e altrove),
descrive le idee come ciò che «più riluce» ("ekphanestaton"), e
quindi come variazioni del bello. Solo nella "Repubblica" le idee
furono trasformate in criteri, misure, e regole di comportamento, le
quali tutte sono variazioni o derivazioni dell'idea del «bene» nel
senso greco della parola, cioè del «buono per» o di ciò che è
«adatto» (65). Questa trasformazione era necessaria per applicare
la dottrina delle idee alla politica, ed è essenzialmente per uno
scopo politico, l'eliminazione della fragilità dagli affari umani, che
Platone trovò necessario dichiarare il buono, e non il bello, l'idea più
elevata. Ma l'idea del bene non è l'idea più elevata del filosofo, che
desidera contemplare la vera essenza dell'essere e quindi lascia la
buia caverna degli affari umani per il limpido cielo delle idee; persino
nella "Repubblica" il filosofo è ancora definito un amante della
bellezza, non della bontà. Il bene è l'idea più elevata del re-filosofo,
che vuol governare le cose umane, perché deve passar la sua vita
tra gli uomini e non può dimorare per sempre nel cielo delle idee. E'
solo quando ritorna alla buia caverna degli affari umani per vivere
ancora con i suoi simili, che ha bisogno delle idee come guida, criteri
e regole con cui misurare (e sotto cui sussumere) la svariata
moltitudine degli atti e delle parole degli uomini con la stessa
assoluta, «oggettiva» certezza da cui l'artigiano può esser guidato
nel fare - e il profano nel giudicare - i letti singoli, usando un
modello immutabile e eterno, l'«idea» del letto in generale (66).
Tecnicamente, il maggior vantaggio di questa trasformazione e
applicazione della dottrina delle idee alla sfera politica fu realizzato
con l'eliminazione dell'elemento personale nella dottrina platonica
del governo ideale. Platone sapeva benissimo che le sue analogie
preferite, tratte dalla vita domestica, come il rapporto padroneschiavo o pastore-gregge, richiederebbero una qualità quasi divina
in chi governa gli uomini, per distinguerlo tanto nettamente dai suoi
soggetti, quanto lo schiavo è distinto dal padrone o la pecora dal
pastore (67). La costruzione dello spazio pubblico nell'immagine di
un oggetto fabbricato, al contrario, richiedeva solo una competenza
ordinaria, un'esperienza nell'arte della politica come in tutte le altre
arti, dove il fattore costrittivo si trova non nella persona dell'artista o
artigiano ma nell'oggetto impersonale della sua arte o mestiere.
Nella "Repubblica" il re-filosofo applica le idee come l'artigiano
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
applica le sue regole e i suoi sistemi di misura; egli «fa» la sua città
come lo scultore fa una statua (68); e nell'opera finale di Platone
queste stesse idee sono diventate anche leggi che richiedono solo di
divenire esecutive (69).
In questo schema di riferimento, l'emergere di un sistema politico
utopistico, che potrebbe essere costruito in conformità a un modello
da chiunque si sia impadronito delle tecniche degli affari umani, è
quasi cosa ovvia; Platone, che fu il primo a elaborare un piano per la
creazione di corpi politici, è rimasto l'ispiratore di tutti i successivi
utopisti. E benché nessuno di questi utopisti abbia mai giocato un
ruolo degno di nota nella storia - infatti, nei pochi casi in cui degli
schemi utopistici furono realizzati, crollarono rapidamente sotto il
peso della realtà, non tanto della realtà delle circostanze esteriori
quanto delle reali relazioni umane che non riuscivano a controllare essi furono i veicoli più efficienti per la conservazione e lo sviluppo
di una tradizione di pensiero politico in cui, consciamente o
inconsciamente, il concetto di azione era interpretato in termini di
fare e di fabbricazione.
Una cosa, comunque, è degna di nota nello sviluppo di questa
tradizione. E' vero che la violenza, senza cui non potrebbe aver
luogo alcun processo di fabbricazione, ha sempre giocato un molo
importante nei progetti e nel pensiero politico basati su
un'interpretazione dell'azione in termini di fare, ma fino all'età
moderna questo elemento di violenza rimase strettamente
strumentale, un mezzo che richiedeva un fine che lo giustificasse e
lo limitasse, e così la glorificazione della violenza in quanto tale è
completamente assente dalla tradizione del pensiero politico
anteriore all'età moderna. Generalmente parlando, il primato della
violenza era impossibile finché la contemplazione e la ragione erano
considerate le più alte facoltà dell'uomo, perché in base a tale
assunto tutte le articolazioni della "vita activa" (la fabbricazione non
meno dell'azione, per non parlare del lavoro) rimanevano secondarie
e strumentali. Entro il ristretto ambito della teoria politica, la
conseguenza fu che la nozione del governo e la questione
concomitante della legittimità e del diritto dell'autorità giocarono un
ruolo molto più decisivo che non la comprensione e l'interpretazione
della stessa azione. Solo la moderna convinzione che l'uomo può
sapere solo ciò che fa, che le sue pretese facoltà superiori
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dipendono dal fare ed egli quindi è prima di tutto "homo faber" e
non "animal rationale", fece venire alla luce quegli elementi di
violenza intrinseci in ogni interpretazione degli affari umani come
mero ambito del «fare» e del «fabbricare». Ciò avvenne in modo
particolarmente clamoroso nelle rivoluzioni caratteristiche dell'età
moderna; tutte (con l'eccezione di quella americana) mostrano la
stessa combinazione del vecchio entusiasmo romano per la
fondazione di un nuovo corpo politico con la glorificazione della
violenza come unico mezzo per «realizzare» questo compito.
L'affermazione di Marx, secondo cui «la violenza è la levatrice di
ogni vecchia società gravida di una nuova», cioè di ogni mutamento
nella storia e nella politica (70), sintetizza la convinzione dell'età
moderna e trae le conseguenze dalla sua più intima fede che la
storia è «fatta» dagli uomini come la natura è «fatta» da Dio.
Quanto duraturo sia stato il successo del tentativo di trasformare
l'agire in una modalità del «fare», è agevolmente attestato
dall'intera terminologia della teoria politica e del pensiero politico,
che rendono quasi impossibile discutere tali questioni senza usare la
categoria dei mezzi e dei fini e pensare in termini di strumentalità.
Forse ancora più convincente è l'unanimità con cui i proverbi
popolari in tutte le lingue moderne ci segnalano che «il fine
giustifica i mezzi» e che «non si può fare una frittata senza rompere
le uova». La nostra è forse la prima generazione divenuta
pienamente consapevole delle conseguenze atroci che discendono
da una linea di pensiero che costringe ad ammettere che tutti i
mezzi, purché siano efficaci, sono leciti e giustificati per conseguire
qualcosa definito come un fine. Tuttavia, per sfuggire a questi
sentieri di pensiero più che noti non è sufficiente aggiungere
qualche specificazione, come per esempio che non tutti i mezzi sono
permessi o che in certe circostanze i mezzi possono essere più
importanti dei fini; queste precisazioni o danno per scontato un
sistema morale che, come dimostrano tanti ammonimenti,
difficilmente può essere dato per scontato, o sono sopraffatte dal
linguaggio e dalle analogie che usano. Infatti, affermare che i fini
non giustificano tutti i mezzi è parlare per paradossi, dato che il fine
è per definizione la giustificazione dei mezzi; e i paradossi indicano
sempre delle difficoltà, non si risolvono da soli e quindi non sono
mai convincenti. Fin quando crederemo che nella sfera politica si
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
abbia a che fare con mezzi e fini, non riusciremo a impedire a
nessuno di usare tutti i mezzi per perseguire dei fini riconosciuti.
La sostituzione del fare all'agire e la concomitante degradazione
della politica in un mezzo per ottenere un preteso fine «superiore» nell'antichità la protezione dei buoni dal potere del male in generale,
e la sicurezza del filosofo in particolare (71), nel Medioevo la
salvezza delle anime, nell'era moderna la produttività e il progresso
della società - sono vecchie quanto la tradizione del pensiero
politico. E' vero che solo l'era moderna definì l'uomo soprattutto
come "homo faber", inventore di attrezzi e produttore di cose, e
poté quindi superare la diffidenza e il disprezzo con cui la tradizione
aveva considerato l'intera sfera della fabbricazione. Tuttavia, questa
stessa tradizione, in quanto si era ribellata contro l'azione - meno
apertamente, certo, ma non meno efficacemente - era stata
costretta a interpretare l'agire in termini di fare, e quindi,
nonostante il suo disprezzo e la sua diffidenza, aveva introdotto
nella filosofia politica certe tendenze e schemi di pensiero a cui
l'epoca moderna si sarebbe collegata. Da questo punto di vista,
l'epoca moderna non rovesciò la tradizione ma piuttosto la liberò dai
«pregiudizi» che le avevano impedito di dichiarare apertamente che
l'opera dell'artigiano andava collocata più in alto delle opinioni e
degli atti «vani» che costituiscono l'ambito degli affari umani. Sta di
fatto però che Platone e, in grado minore, anche Aristotele, che non
consideravano gli artigiani nemmeno meritevoli della piena
cittadinanza, furono i primi a proporre che la conduzione delle
questioni pubbliche e il governo dei corpi politici dovessero svolgersi
secondo la modalità della fabbricazione. La contraddizione evidente
in queste concezioni indica chiaramente la profondità delle
autentiche difficoltà inerenti nella facoltà umana di agire, e la forza
della tentazione di eliminare i rischi e pericoli che essa comporta,
introducendo nel tessuto delle relazioni umane categorie molto più
fidate e solide che si riferiscono alle attività con cui affrontiamo la
natura e costruiamo il mondo dell'artificio umano.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
32. IL CARATTERE PROCESSUALE DELL'AZIONE.
La strumentalizzazione dell'azione e la degradazione della politica in
mezzo per altri scopi, naturalmente, non è mai realmente riuscita a
eliminare l'azione, a impedire che essa sia una delle esperienze
umane decisive, o a distruggere completamente la sfera degli affari
umani. Abbiamo visto che nel nostro mondo l'apparente
eliminazione del lavoro, inteso come lo sforzo penoso al quale è
legata tutta la vita umana, ha avuto come principale conseguenza
che l'opera è ora eseguita secondo le modalità del lavoro, e i
prodotti dell'opera, oggetti d'uso, sono consumati come se fossero
semplici beni di consumo. Allo stesso modo, il tentativo di eliminare
l'azione a causa della sua incertezza e di proteggere gli affari umani
dalla loro fragilità, trattandoli come se fossero, o potessero
diventare, i prodotti pianificati della creazione umana, ha fatto sì che
la facoltà umana di agire - di iniziare processi nuovi e spontanei che
senza l'uomo non potrebbero aver luogo - si trasformasse in un
nuovo atteggiamento dell'uomo verso la natura, un atteggiamento
che, fino all'ultimo stadio dell'epoca moderna aveva portato
all'esplorazione delle leggi naturali e alla fabbricazione di oggetti
mediante materiali offerti dalla natura. Che il nostro atteggiamento
odierno verso la natura sia di tipo attivistico, che il nostro agire
scientifico si svolga come un momento all'interno dello stesso
processo naturale, può essere illustrato da un'osservazione
occasionale di uno scienziato che ha dichiarato, in piena buona fede,
che «la ricerca di base consiste nel fare ciò che non si sa di fare»
(72).
Ciò iniziò abbastanza innocuamente quando gli uomini non si
accontentarono più di osservare, registrare e contemplare ciò che la
natura si compiaceva di produrre e far apparire, ma iniziarono a
prescriverle delle condizioni e a innescare processi naturali. Questa
tendenza portò a una capacità sempre crescente di scatenare
processi elementari che, senza l'interferenza degli uomini, sarebbero
rimasti assopiti e forse non si sarebbero mai verificati; finché non si
arrivò a una vera e propria arte di «fare» la natura, cioè di creare
processi «naturali» che senza gli uomini non sarebbero mai esistiti,
e che la natura terrestre sembra incapace di compiere da se stessa
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
(benché processi simili o identici possano essere comuni
nell'universo che circonda la terra). Mediante gli esperimenti, con cui
vengono prescritte condizioni elaborate dall'uomo ai processi
naturali, che vengono trasformati in modelli fatti dall'uomo,
apprendemmo infine a «riprodurre il processo che si svolge nel
sole», cioè a ottenere dai processi naturali della terra quelle energie
che senza di noi si sviluppano solo nell'universo.
Il semplice fatto che le scienze naturali sono diventate
esclusivamente scienze processuali e, nel loro ultimo stadio, scienze
che creano processi potenzialmente irreversibili, irrimediabili
«processi senza ritorno», è una chiara indicazione che
(indipendentemente dalla forza intellettuale necessaria per
promuoverli) la sola effettiva facoltà umana capace di produrre
questo sviluppo non è una facoltà «teoretica», né la contemplazione
né la ragione, ma la facoltà umana di agire, di iniziare nuovi processi
senza precedenti il cui sbocco rimane incerto e imprevedibile.
In questo tipo di azione - il cui effetto è stato straordinario per l'età
moderna, sia per l'enorme estensione delle facoltà umane sia per la
nuova coscienza storica che ha prodotto - si sono avviati processi
dei quali non è dato prevedere l'esito, così che l'incertezza, anziché
la fragilità, diventa il carattere decisivo delle cose umane. Questa
proprietà dell'azione era sfuggita, in complesso, all'attenzione
dell'antichità, e non aveva trovato un'adeguata articolazione nella
filosofia antica, a cui un concetto vero e proprio della storia, come lo
intendiamo noi, era completamente estraneo. Il concetto decisivo
delle due scienze interamente nuove dell'età moderna, di quella
della natura non meno che della storica, è l'idea di processo, e
l'effettiva esperienza umana che le rende possibili è l'azione. Solo
perché siamo capaci di agire, di promuovere da parte nostra dei
processi, possiamo concepire sia la natura che la storia come sistemi
processuali. E' vero peraltro che questo carattere del pensiero
moderno affiorò dapprima nella storia, la quale, da Vico in poi, è
stata consapevolmente presentata come una «nuova scienza»,
mentre dovettero passare parecchi secoli prima che le scienze
naturali fossero costrette dalle loro stesse trionfali conquiste a
scambiare una struttura concettuale obsoleta con una terminologia
straordinariamente simile a quella usata nelle scienze storiche.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Comunque sia, solo in determinate circostanze storiche la fragilità
appare come la principale caratteristica delle cose umane. I greci
confrontavano queste ultime alla costante presenza o all'eterna
ricorrenza di tutte le cose naturali, e loro principale obiettivo era di
adeguare le misure a un'immortalità che circonda gli uomini ma che
i mortali non posseggono, e di rendersene degni. A chi non è
dominato da questa passione per l'immortalità la sfera delle
faccende umane è destinata a mostrare un volto completamente
diverso, in qualche modo contraddittorio, cioè una straordinaria
elasticità, la cui forza di persistenza e continuità nel tempo è molto
superiore alla stabilità del mondo delle cose. Mentre gli uomini sono
sempre stati in grado di distruggere ciò che era prodotto da mani
umane, e oggi hanno anche acquistato la facoltà potenziale della
distruzione di ciò che non è fatto dall'uomo - la terra e la natura
terrestre - essi non sono mai stati capaci, né mai lo saranno, di
annullare o anche di controllare con sicurezza i processi che essi
avviano mediante l'azione. Nemmeno l'oblio e la confusione, che
possono coprire così efficacemente l'origine e la responsabilità di
ogni singolo gesto, riescono ad annullare un'azione o a impedire le
sue conseguenze. E questa incapacità di disfare ciò che è stato fatto
equivale a una quasi altrettanto completa incapacità di prevedere le
conseguenze di un gesto o anche di avere una fondata conoscenza
dei suoi motivi (73).
Mentre la forza del processo di produzione è interamente assorbita
dal prodotto finito in cui si esaurisce, la forza del processo di azione
non si esaurisce mai in un singolo gesto ma, al contrario, può
accrescersi mentre le sue conseguenze si moltiplicano; ciò che dura
nel dominio delle cose umane è costituito da questi processi, e la
loro durata è tanto illimitata, tanto indipendente dalla deteriorabilità
dei materiali e dalla mortalità degli uomini quanto la durata della
stessa umanità. La ragione per cui non siamo in grado di predire con
certezza la riuscita e la fine di ogni azione è semplicemente che
l'azione non ha fine. Il processo di un singolo atto può veramente
durare nel tempo finché non giunge a un termine lo stesso genere
umano.
Che le azioni posseggano una così enorme capacità di durata,
superiore a quella di qualsiasi altro prodotto umano, potrebbe esser
ragione d'orgoglio se gli uomini riuscissero a sopportare il suo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
fardello, il fardello dell'irreversibilità e dell'imprevedibilità, da cui il
processo dell'azione trae la sua vera forza. Che questo sia
impossibile, gli uomini lo hanno sempre saputo. Sanno che chi
agisce non sa mai ciò che sta facendo e diventa sempre «colpevole»
delle conseguenze che non ha mai inteso provocare o nemmeno ha
previste, che, per quanto disastrose e inaspettate siano le
conseguenze del suo gesto, non può annullarle, che il processo cui
dà avvio non si consuma mai inequivocabilmente in un singolo gesto
o evento, e che il suo vero significato non si rivela mai all'attore, ma
solo allo sguardo retrospettivo dello storico che non agisce. Tutto ciò
sarebbe sufficiente a farci voltar le spalle con disperazione alla sfera
delle cose umane, e a disprezzare la facoltà umana della libertà che,
producendo l'intrico delle relazioni umane, sembra impigliarvi a tal
punto chi la produce da farlo apparire molto più la vittima passiva
che non l'autore e il realizzatore di ciò che fa. Non c'è campo (non
nel lavoro, soggetto alla necessità della vita, né nella fabbricazione,
dipendente da materiali dati) dove l'uomo appaia meno libero che in
quelle facoltà la cui vera essenza è la libertà, e in quella dimensione
che non deve la sua esistenza a nessuno e a nulla se non all'uomo.
E' in armonia con la grande tradizione del pensiero occidentale
pensare in questa prospettiva: accusare la libertà di adescare l'uomo
e di abbandonarlo nella necessità, condannare l'azione, l'inizio
spontaneo di qualcosa di nuovo, perché i suoi risultati cadono in una
rete predeterminata di relazioni, trascinando invariabilmente con sé
l'agente, che sembra mancare la realizzazione della sua libertà nel
momento stesso in cui ne fa uso. La sola salvezza da questo genere
di libertà sembra risiedere nel non-agire, nell'astensione dall'intera
sfera delle faccende umane come solo mezzo per salvaguardare la
propria sovranità e integrità personali. A parte le conseguenze
disastrose di queste ammonizioni (che sfociarono in un sistema
coerente di comportamento umano solo nello stoicismo), il loro
errore principale consiste in quell'identificazione di sovranità e
libertà che è sempre stata data per scontata dal pensiero politico
come da quello filosofico. Se fosse vero che la sovranità e libertà si
identificano, allora nessun uomo potrebbe esser libero, perché la
sovranità, l'ideale di non compromettere l'autosufficienza e la
padronanza di sé, è in contraddizione con la condizione della
pluralità. Nessun uomo può essere sovrano perché non un uomo,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
ma "gli" uomini abitano la terra - e non, come sostiene la tradizione,
a partire da Platone, a causa della forza limitata dell'uomo, che lo fa
dipendere dall'aiuto degli altri. Tutti i consigli che la tradizione ha da
offrire per superare la condizione di non-sovranità e conseguire
un'intangibile integrità della persona umana si riducono a una
compensazione per la «debolezza» intrinseca della pluralità.
Tuttavia, se questi suggerimenti fossero seguiti e il tentativo di
superare le conseguenze della pluralità fosse coronato dal successo,
il risultato non sarebbe tanto il dominio sovrano di se stessi, quanto
il dominio arbitrario di tutti gli altri o, come nello stoicismo, lo
scambio del mondo reale con uno immaginario in cui gli altri non
esistono.
In altre parole, non si tratta qui di forza o debolezza nel senso
dell'auto-sufficienza. Nel sistemi politeistici, per esempio, anche un
dio, per quanto potente, non può essere sovrano; solo con
l'adozione di un solo dio («Uno è uno, e solo, e sempre lo sarà»)
sovranità e libertà possono identificarsi. In ogni altra condizione la
sovranità è possibile solo nell'immaginazione, che si esercita a spese
della realtà. Proprio come l'epicureismo si basa sull'illusione della
felicità quando si vien bruciati vivi nel toro di Falaride, così lo
stoicismo si basa sull'illusione della libertà quando si è ridotti in
schiavitù. Entrambe le illusioni testimoniano il potere psicologico
dell'immaginazione, ma questo potere può esercitarsi solo fin tanto
che le realtà del mondo e della vita, dove ognuno è e appare felice o
infelice, libero o schiavo, sono rimosse al punto che non possono più
assistere allo spettacolo dell'autoillusione degli uomini.
Se guardiamo alla libertà con gli occhi della tradizione, identificando
libertà e sovranità, la simultanea presenza di libertà e assenza di
sovranità, dell'essere capaci di iniziare qualcosa di nuovo e di non
essere in grado di controllarne o anche solo predirne le
conseguenze, sembra quasi obbligarci a concludere che l'esistenza
umana è assurda (74). Di fronte alla realtà umana e alla sua
evidenza fenomenica è tanto sbagliato negare la libertà all'agire
umano, perché l'attore non rimane mai padrone dei propri atti,
quanto affermare che la sovranità umana è possibile dato il fatto
incontestabile della libertà umana (75). Dobbiamo allora domandarci
se la realtà non confuti la nostra idea che libertà e mancanza di
sovranità si escludano a vicenda, o in altri termini, se la capacità di
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agire non alberghi in se stessa certe potenzialità che le consentano
di sopravvivere nonostante l'assenza di sovranità.
33. L'IRREVERSIBILITA' E IL POTERE DI PERDONARE.
Abbiamo visto che l'"animal laborans" poteva essere redento dalla
sua situazione critica di imprigionamento nel ciclo sempre ricorrente
del processo vitale, dall'essere per sempre soggetto alla necessità
del lavoro e del consumo, solo attraverso la mobilitazione di un'altra
facoltà umana, la capacità di fare, fabbricare e produrre dell'"homo
faber", che come produttore non solo allevia la fatica e le pene del
lavoro ma edifica anche un mondo durevole. La redenzione della
vita, che si mantiene mediante il lavoro, è la conquista della realtà
mondana, che a sua volta è mantenuta mediante la fabbricazione.
Abbiamo visto inoltre che l'"homo faber" poteva essere redento dalla
sua mancanza di significati (la «svalutazione di tutti i valori» e
l'impossibilità di trovare criteri validi in un mondo determinato dalla
categoria dei mezzi e dei fini) solo attraverso le facoltà connesse
dell'azione e del discorso, che producono storie significative con la
stessa naturalezza con cui la fabbricazione produce oggetti d'uso. Se
non fosse estranea agli scopi di queste considerazioni, si potrebbe
aggiungere ai casi esaminati la situazione critica del pensiero; anche
il pensiero, infatti, è incapace di «pensarsi» al di fuori dei predicati
che l'effettiva attività di pensare genera. Ciò che in ognuno di questi
casi salva l'uomo - l'uomo in quanto "animal laborans", in quanto
"homo faber", in quanto essere pensante - è qualcosa che viene
dall'esterno - non certo da una realtà estranea all'uomo, ma
comunque esterna a ognuna delle rispettive attività. Quando venga
considerato come "animal laborans", è quasi un miracolo che egli
conosca un mondo e vi abiti; dal punto di vista dell'"homo faber", è
un miracolo, pari alla rivelazione della divinità, che il significato
abbia un posto in questo mondo.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Il caso dell'azione e delle sue aporie è completamente differente. Il
rimedio contro l'irreversibilità e l'imprevedibilità del processo avviato
dall'azione non scaturisce da un'altra facoltà superiore, ma è una
delle potenzialità dell'azione stessa. La redenzione possibile
dall'aporia dell'irreversibilità - non riuscire a disfare ciò che si è fatto
anche se non si sapeva, e non si poteva sapere, che cosa si stesse
facendo - è nella facoltà di perdonare. Rimedio all'imprevedibilità,
alla caotica incertezza del futuro, è la facoltà di fare e mantenere
delle promesse. Le due attività si completano poiché una, il
perdonare, serve a distruggere i gesti del passato, i cui «peccati»
pendono come la spada di Damocle sul capo di ogni nuova
generazione; e l'altra, il vincolarsi con delle promesse, serve a
gettare nell'oceano dell'incertezza, quale è il futuro per definizione,
isole di sicurezza senza le quali nemmeno la continuità, per non
parlare di una durata di qualsiasi genere, sarebbe possibile nelle
relazioni tra gli uomini.
Senza essere perdonati, liberati dalle conseguenze di ciò che
abbiamo fatto, la nostra capacità di agire sarebbe per così dire
confinata a un singolo gesto da cui non potremmo mai riprenderci;
rimarremmo per sempre vittime delle sue conseguenze, come
l'apprendista stregone che non aveva la formula magica per
rompere l'incantesimo. Senza essere legati all'adempimento delle
promesse, non riusciremmo mai a mantenere la nostra identità;
saremmo condannati a vagare privi di aiuto e senza direzione nelle
tenebre solitarie della nostra interiorità, presi nelle sue
contraddizioni e ambiguità - tenebre che solo la sfera luminosa che
protegge lo spazio pubblico, mediante la presenza degli altri che
confermano l'identità di chi promette e chi mantiene, può dissolvere.
Entrambe le facoltà, quindi, dipendono dalla pluralità, dalla presenza
e dall'agire degli altri, dato che nessuno può perdonare se stesso e
sentirsi legato da una promessa fatta solo a se stesso; perdonare o
promettere nella solitudine o nell'isolamento è atto privo di realtà,
nient'altro che una parte recitata davanti a se stessi.
Dal momento che queste facoltà corrispondono così strettamente
alla condizione umana della pluralità, il loro ruolo nella politica
stabilisce un nucleo di principi-guida diametralmente diversi dai
criteri «morali» inerenti alla nozione platonica del governo. Infatti il
governo platonico, la cui legittimità riposava sul dominio di sé, trae i
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
suoi principi direttivi - quelli che nello stesso tempo giustificano e
limitano il potere sugli altri - da una relazione tra me e me stesso,
così che ciò che è giusto e ciò che è sbagliato nelle relazioni con gli
altri sono determinati da atteggiamenti verso se stessi. Il codice
morale, invece, ricavato dalle facoltà di perdonare e far promesse,
riposa su esperienze che nessuno può avere con se stesso ma, al
contrario, sono interamente legate alla presenza di altri. E proprio
come il grado e i modi dell'autogoverno giustificano e determinano il
governo sugli altri - come si domina se stessi si domineranno gli altri
- così il grado e le modalità dell'essere perdonati e assicurati con le
promesse determinano il grado e i modi in cui si può riuscire a
perdonare se stessi o a mantenere promesse che riguardano solo
noi.
Poiché i rimedi contro la forza straordinaria e la plasticità intrinseche
nei processi dell'agire possono funzionare solo nella condizione della
pluralità, è molto pericoloso servirsi di questa facoltà in un dominio
che non sia quello degli affari umani. Le scienze della natura e le
tecnologie moderne, che non si limitano più a osservare i processi
naturali, o a trarne materiali o a imitarli, ma agiscono praticamente
in essi, hanno portato l'irreversibilità e l'imprevedibilità umane nel
dominio naturale, dove non esiste rimedio per annullare ciò che è
stato fatto. Analogamente, uno dei grandi pericoli dell'agire secondo
le modalità del fare, ed entro la struttura categoriale dei mezzi e dei
fini, risiede nella mancanza di rimedi inerenti all'azione, così che si è
destinati non solo a "fare" con i mezzi della violenza necessari a ogni
fabbricazione, ma anche a "disfare" ciò che si è fatto come si
distrugge un oggetto non riuscito, con mezzi della distruzione. Da
ciò risulta evidente la vastità del potere umano, che scaturisce dalla
facoltà di agire e che, senza rimedi intrinseci all'azione, comincia a
sopraffare e distruggere non l'uomo in se stesso ma le condizioni in
cui gli fu data la vita.
A scoprire il ruolo del perdono nel dominio degli affari umani fu
Gesù di Nazareth. Il fatto che abbia compiuto questa scoperta in un
contesto religioso e l'abbia articolata in un linguaggio religioso non è
una ragione per prenderla meno sul serio in un senso strettamente
profano. La nostra tradizione di pensiero politico (per ragioni che qui
non possiamo indagare) è stata per sua natura altamente selettiva
ed ha escluso dalle sue articolazioni concettuali una grande varietà
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
di esperienze politiche autentiche, tra le quali non dovremmo
sorprenderci di trovarne alcune fondamentali. Certi aspetti
dell'insegnamento di Gesù di Nazareth, che non sono direttamente
connessi al messaggio religioso cristiano, ma scaturirono da
esperienze della piccola e compatta comunità dei suoi seguaci,
incline a sfidare le autorità pubbliche di Israele, sono certamente
esperienze di questo tipo, anche se sono state trascurate per la loro
pretesa natura esclusivamente religiosa. Segni solo rudimentali di
consapevolezza del perdono come necessario correttivo ai danni
inevitabili derivanti dall'azione si possono riconoscere nel principio
romano di risparmiare i vinti ("parcere subiectis") - una saggezza
interamente sconosciuta ai greci - o nel diritto di commutare la pena
di morte (che pure ha probabilmente un'origine romana),
prerogativa di quasi tutti i capi di stato occidentali.
E' decisivo, nel nostro contesto, che Gesù sostenga in primo luogo
contro «scribi» e «farisei», che non solo Dio ha il potere di
perdonare (76) e, in secondo luogo, che questo potere non deriva
da Dio - come se Dio soltanto perdonasse, attraverso la mediazione
degli esseri umani - ma al contrario va praticato dagli uomini gli uni
verso gli altri prima che essi possano sperare di essere perdonati
anche da Dio. La formulazione di Gesù è anche più radicale. Nel
Vangelo non si suppone che l'uomo perdoni perché Dio perdona, ma
possiamo leggere che, «se perdonerete con il cuore», «anche» Dio
perdonerà (77). La ragione dell'insistenza sul dovere di perdonare è
chiaramente nel fatto che «essi non sanno quello che fanno», e non
si applica agli estremi del crimine e del male volontario, perché
allora non sarebbe stato necessario insegnare: «e se sette volte il
giorno egli pecca contro di te e sette volte ritorna a te dicendo 'mi
pento', gli perdonerai» (78). Il delitto e il male volontario sono rari,
anche più rari forse delle buone opere; secondo Gesù, di essi si
occuperà Dio nel giudizio universale, che non gioca alcun ruolo nella
vita sulla terra, e il giudizio universale non è caratterizzato dal
perdono ma dalla giusta retribuzione ("apodounai") (79). Ma il
peccare è un evento quotidiano, nella natura stessa dell'azione che
stabilisce continuamente nuove relazioni in un tessuto di relazioni
esistenti, ed è necessario che sia perdonato, messo da parte, per
consentire alla vita di proseguire prosciogliendo gli uomini da ciò che
hanno fatto inconsapevolmente (80). Solo attraverso questa
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
costante mutua liberazione da ciò che fanno, gli uomini possono
rimanere agenti liberi.
Il perdono è l'esatto opposto della vendetta, che consiste nel reagire
contro un'offesa originale, e lungi dal porre un termine alle
conseguenze del primo errore, lega ognuno al processo,
permettendo alla reazione a catena implicita in ogni azione di
imboccare un corso sfrenato. Diversamente dalla vendetta, che è la
naturale, automatica reazione alla trasgressione e che per effetto
dell'irreversibilità del processo dell'agire può essere prevista e anche
calcolata, l'atto del perdonare non può mai essere previsto; è la sola
reazione che agisca in maniera inaspettata e che quindi ha in sé, pur
essendo una reazione, qualcosa del carattere originale dell'azione.
Perdonare, in altre parole, è la sola reazione, che non si limita a reagire, ma agisce in maniera nuova e inaspettata. La libertà
contenuta nel l'insegnamento di Gesù è la libertà dalla vendetta che
imprigiona chi fa e chi soffre nell'automatismo implacabile del
processo dell'azione, che non ha in sé alcuna tendenza a finire.
L'alternativa al perdono, ma non il suo opposto, è la pena, che ha in
comune col primo il tentativo di porre un termine a qualcosa che
senza interferenza potrebbe proseguire indefinitamente. E' quindi
significativo (un elemento strutturale nella sfera delle faccende
umane) che uomini siano incapaci di perdonare ciò che non possono
punire e di punire ciò che si è rivelato imperdonabile. E' questo il
vero segno dei delitti che, dopo Kant, chiamiamo «male radicale» e
della cui natura così poco sappiamo, anche noi che pure siamo stati
esposti a una delle loro rare deflagrazioni sulla scena pubblica. Tutto
ciò che sappiamo è di non poter né punire né perdonare tali crimini,
che quindi trascendono il dominio delle cose umane e le potenzialità
del potere umano, distruggendoli entrambi radicalmente ovunque
compaiano. Qui, dove l'atto ci priva di ogni potere, possiamo solo
ripetere con Gesù: «Sarebbe meglio per lui legarsi una pietra al collo
e gettarsi nel mare».
Forse l'argomento più plausibile in favore dell'affermazione che
perdonare e agire sono strettamente connessi come distruggere e
fare, deriva da quella caratteristica del perdono per cui la
cancellazione di ciò che fu fatto presenta lo stesso carattere di
rivelazione dell'atto commesso. Il perdono e la relazione che esso
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
stabilisce sono sempre questioni eminentemente personali (anche se
non necessariamente individuali o private) in cui "ciò" che fu fatto è
perdonato a "chi" lo ha fatto. Anche questo fu chiaramente
riconosciuto da Gesù («I suoi peccati, che sono molti, saranno
perdonati; perché essa ha molto amato: poco ama chi poco è stato
perdonato»), ed è la ragione della convinzione corrente che solo
l'amore ha il potere di perdonare. Infatti l'amore, sebbene sia uno
degli avvenimenti più rari nelle vite umane (81), possiede un
insuperato potere di autorivelazione e permette una visione
eccezionalmente chiara per discernere il "chi", proprio perché è
indifferente (fino al punto di disinteressarsi completamente del
mondo) a "ciò" che la persona amata può essere, alle sue qualità e
ai suoi limiti, come pure alle sue realizzazioni, fallimenti e
trasgressioni. L'amore, a causa della sua passione, distrugge lo
spazio intermedio, l'"infra", che ci mette in relazione con gli altri e
che dagli altri ci separa. Finché dura il suo incanto, il solo «infra»
che può inserirsi tra due amanti è il bambino, il prodotto specifico
dell'amore. Il figlio, questo «infra» con cui gli amanti ora sono in
relazione e che hanno in comune, rappresenta il mondo in quanto
anch'esso li separa; è un'indicazione che essi inseriranno un nuovo
mondo nel mondo esistente (82). E' come se gli amanti attraverso il
figlio ritornassero al mondo da cui il loro amore li aveva estromessi.
Ma questa nuova mondanità, il risultato e il solo possibile lieto fine
di una storia d'amore è, in un certo senso, la fine dell'amore, il quale
o deve vincere nuovamente i protagonisti o essere trasformato in un
altro modo di appartenersi. L'amore, per sua natura, è estraneo al
mondo, ed è per questo piuttosto che per la sua rarità che è non
solo apolitico ma anti-politico, forse la più potente di tutte le forze
umane anti-politiche.
Se fosse vero quindi, come pretende il cristianesimo, che solo
l'amore può perdonare perché solo in esso si manifesta pienamente
"chi" qualcuno è, al punto di essere sempre disposto a perdonarlo
qualsiasi cosa abbia fatto, il perdono dovrebbe rimanere
completamente fuori dalle nostre considerazioni. Tuttavia,
l'equivalente dell'amore, nella sua sfera strettamente circoscritta, è il
rispetto nella più vasta sfera degli affari umani. Il rispetto, non
dissimile dalla "philia politike" di Aristotele, è una specie di
«amicizia» senza intimità e senza vicinanza; è un riguardo per la
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
persona dalla distanza che lo spazio del mondo mette tra noi, e
questo riguardo è indipendente dalle qualità che possiamo ammirare
o dalle realizzazioni che possiamo stimare. Così, la scomparsa
moderna del rispetto, o piuttosto la convinzione che il rispetto sia
dovuto solo dove si produca ammirazione o stima, costituisce un
chiaro sintomo della crescente spersonalizzazione della vita pubblica
e sociale. Il rispetto, ad ogni modo, poiché concerne solo la
persona, è sufficiente a suscitare il perdono di ciò che una persona
fa, per riguardo alla persona. Ma il fatto che lo stesso "chi", rivelato
nell'azione e nel discorso, rimanga anche oggetto del perdono, è la
più profonda ragione per cui nessuno può perdonare se stesso; qui,
come generalmente nell'azione e nel discorso, dipendiamo dagli
altri, ai quali appariamo in un aspetto distinto che noi stessi siamo
incapaci di percepire. Chiusi entro noi stessi, non riusciremmo mai a
perdonarci alcuna mancanza o trasgressione perché privi
dell'esperienza della persona per amore della quale si può
perdonare.
34. L'IMPREVEDIBILITA'' E IL POTERE DELLA PROMESSA.
Diversamente dal perdono, che - forse a causa del suo contesto
religioso, forse per la connessione con l'amore che accompagna la
sua scoperta - è sempre stato considerato irrealistico e inammissibile
nella sfera pubblica, il potere di stabilizzazione inerente alla facoltà
di far promesse è noto a tutta la tradizione. Possiamo seguirne le
tracce fino al sistema giuridico romano nella nozione di inviolabilità
degli accordi e dei trattati ("pacta sunt servanda"), o vederne la
scoperta in Abramo, l'uomo di Ur, la cui storia, come ce la racconta
la Bibbia, mostra un appassionato impulso a stipulare patti, come se
non si fosse allontanato dal suo paese per altra ragione che per
provare il potere di mutua promessa nel deserto del mondo, finché
lo stesso Dio non avesse accettato di fare un patto con lui. A ogni
modo, la grande varietà di teorie contrattuali dai romani in poi
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dimostra che il potere di far promesse ha occupato il centro del
pensiero politico nel corso dei secoli.
L'imprevedibilità che l'atto di promettere almeno in parte dissolve è
di duplice natura: scaturisce simultaneamente dall'«oscurità del
cuore umano», cioè dalla fondamentale fluidità dell'uomo che non
può garantire oggi chi sarà domani, e dall'impossibilità di predire le
conseguenze di un atto in una comunità di eguali dove tutti hanno la
stessa facoltà di agire. L'impossibilità per l'uomo di fare affidamento
su se stesso o di avere una completa fede in sé (che è la stessa
cosa) è il prezzo che gli esseri umani pagano per la libertà; e
l'impossibilità di rimanere unico padrone di ciò che fa, di conoscere
le conseguenze dei nostri atti, e di contare sul futuro è il prezzo che
l'uomo paga per la pluralità e la realtà, per la gioia di abitare
insieme con gli altri un mondo la cui realtà è garantita per ciascuno
dalla presenza di tutti.
La funzione della facoltà di promettere è di dominare questa duplice
oscurità delle faccende umane ed è, come tale, la sola alternativa a
una padronanza affidata al dominio di se stessi e al dominio
esercitato sugli altri; essa corrisponde esattamente all'esistenza di
una libertà che fu data nella condizione dell'assenza di sovranità. Il
pericolo e il vantaggio inerente a tutti i corpi politici che si fondano
su contratti e trattati è che, diversamente da quelli che si fondano
sulla sovranità, lasciano sussistere l'imprevedibilità delle faccende
umane e l'inattendibilità degli uomini, servendosene meramente
come un «medium» in cui sono gettate certe isole di prevedibilità e
sono posti alcuni indicatori di fiducia. Se le promesse perdono anche
il loro carattere di isole precarie di certezza in un oceano di
incertezza, si dissolve il loro potere vincolante e l'edificio si sgretola.
Abbiamo parlato del potere che si genera quando le persone si
riuniscono e «agiscono di concerto», e che si dissolve quando si
separano. La forza che le tiene unite, distinta dallo spazio di
apparenza in cui raccolgono e dal potere che mantiene questo luogo
in esistenza, è la forza della mutua promessa, o contratto. La
sovranità, che è sempre ingannevole se pretesa da una singola
entità isolata, sia questa l'entità individuale della persona o l'entità
collettiva di una nazione, assume, nel caso di molti uomini legati da
promesse, una certa realtà limitata. La sovranità risiede nella
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
risultante, limitata indipendenza dalla incalcolabilità del futuro, e i
suoi limiti sono identici a quelli inerenti alla facoltà stessa di far
promesse e di mantenerle. La sovranità di un corpo di persone
legato e tenuto unito non da una identica volontà che in qualche
magico modo tutti li ispira, ma da uno scopo convenuto per il quale
soltanto le promesse sono valide e vincolanti, si rivela chiaramente
nella sua indiscussa superiorità sopra coloro che sono
completamente liberi, non legati da promesse né tenuti da scopo
alcuno. Questa superiorità deriva dalla facoltà di disporre del futuro
come se fosse presente, cioè dall'enorme e miracoloso allargamento
della dimensione in cui il potere può essere effettivo. Nietzsche,
nella sua straordinaria sensibilità ai fenomeni morali e malgrado il
suo pregiudizio tipicamente moderno, che vede la fonte di ogni
potere nella volontà di potenza dell'individuo isolato, individuò nella
facoltà di promettere (la «memoria della volontà», come la
chiamava lui) la vera distinzione che separa la vita umana da quella
animale (83). Se la sovranità è nella sfera dell'azione e delle
faccende umane ciò che la padronanza è nel dominio del fare e nel
mondo delle cose, la differenza principale sta nel fatto che la prima
può essere conseguita solo dagli uomini collegati, mentre l'altra è
concepibile solo nell'isolamento. In quanto la moralità costituisce più
della somma totale dei "mores", dei costumi e dei criteri di
comportamento consolidati attraverso la tradizione e validi sul
terreno degli accordi, tradizione e accordi che variano nel tempo,
essa non è, almeno politicamente, più fondata della buona volontà
di contrastare gli enormi rischi dell'azione con la disposizione a
perdonare e a essere perdonati, a far promesse e a mantenerle.
Questi precetti morali sono i soli a non venir applicati all'azione
dall'esterno, da qualche supposta facoltà superiore o da esperienze
estranee alla portata dell'azione. Essi, al contrario, scaturiscono
direttamente dalla volontà di vivere assieme con gli altri nelle
modalità dell'azione e del discorso, e sono quindi come dispositivi di
controllo inseriti nella facoltà di dar inizio a nuovi e interminabili
processi. Senza azione e discorso, senza l'intervento della natalità,
saremmo condannati a muoverci per sempre nel ciclo ricorrente del
divenire; senza la facoltà di disfare ciò che abbiamo fatto e di
controllare almeno parzialmente i processi che abbiamo provocato,
saremmo vittime di una necessità automatica, che ha tutti i
contrassegni delle leggi inesorabili che le vecchie scienze naturali
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
ritenevano costituire la caratteristica distintiva dei processi naturali.
Abbiamo visto che ai mortali questa fatalità naturale può solo
suonare come condanna. Se fosse vero che la fatalità è il marchio
inalienabile dei processi storici, sarebbe egualmente vero che tutto
ciò che nella storia si compie è predestinato.
E fino a un certo punto ciò è vero. Se lasciate a se stesse, le
faccende umane possono solo seguire la legge della mortalità, che è
la più certa e implacabile legge di una vita spesa tra la nascita e la
morte. E' la facoltà dell'azione che interferisce con questa legge
perché interrompe l'inesorabile corso automatico della vita
quotidiana, che a sua volta abbiamo visto interferire col ciclo del
processo vitale biologico, e interromperlo. Il corso della vita umana
diretto verso la morte condurrebbe inevitabilmente ogni essere
umano alla rovina e alla distruzione se non fosse per la facoltà di
interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che è
inerente all'azione, e ci ricorda in permanenza che gli uomini, anche
se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare.
Tuttavia, proprio come, dal punto di vista della natura, il movimento
rettilineo del corso della vita dell'uomo tra la nascita e la morte
sembra una peculiare deviazione dalla comune regola naturale del
movimento ciclico, così l'azione, dal punto di vista dei processi
automatici che sembrano determinare il corso del mondo, assomiglia
a un miracolo. Nel linguaggio della scienza naturale, essa è
«l'improbabilità infinita che si verifica regolarmente». L'azione è in
effetti l'unica facoltà dell'uomo capace di operare miracoli, come
Gesù di Nazareth - la cui comprensione di questa facoltà può essere
paragonata per la sua originalità senza precedenti alla comprensione
socratica delle possibilità del pensiero - doveva sapere benissimo,
quando paragonava il potere di perdonare al potere più generale di
far miracoli, ponendoli allo stesso livello e alla portata dell'uomo
(84).
Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane,
dalla sua normale, «naturale» rovina è in definitiva il fatto della
natalità, in cui è ontologicamente radicata la facoltà di agire. E', in
altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l'azione di
cui essi sono capaci in virtù dell'esser nati. Solo la piena esperienza
di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le
due essenziali caratteristiche dell'esperienza umana che l'antichità
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
greca ignorò completamente. E' questa fede e speranza nel mondo
che trova forse la sua più gloriosa e efficace espressione nelle poche
parole con cui il vangelo annunciò la «lieta novella» dell'avvento:
«Un
bambino
è
nato
fra
noi».
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Parte sesta. LA «VITA ACTIVA» E L'ETA' MODERNA.
"Er hat den archimedischen Punkt gefunden, hat ihn aber gegen sich
ausgenutzt, offetnbar hat er ihn nur unter dieser Bedingung finden dürfen". (Ha
trovato il punto di Archimede, ma se ne è servito contro se stesso;
evidentemente gli è stato possibile trovarlo solo a questa condizione.)
FRANZ KAFKA.
35. L'ALIENAZIONE DAL MONDO.
Tre grandi eventi si collocano alla soglia dell'età moderna e ne
determinano il carattere: la scoperta dell'America e la successiva
esplorazione di tutta la terra; la Riforma che espropriando le
proprietà ecclesiastiche e monastiche iniziò il duplice processo
dell'espropriazione individuale e dell'accumulazione di ricchezza
sociale; l'invenzione del telescopio e lo sviluppo di una nuova
scienza che considera la natura della terra dal punto di vista
dell'universo. Non si tratta di eventi «moderni» nel senso in cui sono
designati i fatti successivi alla rivoluzione francese; e benché non
possano essere spiegati ricorrendo a una catena causale (poiché
nessun evento può essere spiegato in questo modo), essi perdurano
in una continuità ininterrotta in cui esistono i precedenti e possiamo
nominare i predecessori. Nessuno di tali eventi presenta il carattere
peculiare di un'esplosione di correnti sotterranee che, avendo
raccolto la loro forza nell'oscurità, erompano all'improvviso. I nomi
che essi ci richiamano, Galileo Galilei, Martin Lutero e i grandi
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navigatori, esploratori e avventurieri dell'epoca delle scoperte,
appartengono ancora a un mondo premoderno. Inoltre, lo
straordinario pathos della novità, l'impetuosa convinzione di quasi
tutti i grandi autori, scienziati e filosofi, dal diciassettesimo secolo in
poi, di aver visto cose mai viste prima, di aver pensato pensieri mai
prima pensati, non si ritrova in nessuno di loro, nemmeno in Galileo
(1). Questi precursori non sono dei rivoluzionari, i loro motivi e le
loro intenzioni sono ancora saldamente radicati nella tradizione.
Agli occhi dei contemporanei, i più spettacolari di questi eventi
devono essere state le scoperte di continenti di cui non si aveva
notizia e di oceani nemmeno sognati; il più inquietante, l'irreparabile
frattura del cristianesimo occidentale provocata dalla Riforma, con la
sua sfida all'ortodossia in quanto tale e la sua immediata minaccia
alla tranquillità delle anime; certamente, il meno avvertito fu
l'aggiunta di un nuovo strumento al già ampio arsenale di utensili
dell'uomo, utile solo per guardare le stelle, eppure il primo
strumento puramente scientifico che sia mai stato escogitato.
Tuttavia, se potessimo misurare le accelerazioni della storia come
misuriamo i processi naturali, troveremmo che ciò che in origine
ebbe minor peso, i primi incerti passi dell'uomo verso la scoperta
dell'universo, è andato costantemente e sempre più rapidamente
guadagnando in importanza fino ad eclissare non solo l'allargamento
della superficie terrestre, che trovò i suoi limiti soltanto in quelli del
globo stesso, ma anche il processo apparentemente illimitato
dell'accumulazione economica.
Ma queste sono mere speculazioni. Di fatto, la scoperta della terra,
la rilevazione delle regioni e dei fiumi, occupò molti secoli e solo ora
sta per concludersi. Solo ora l'uomo ha preso pieno possesso della
sua residenza terrena e ha abbracciato gli orizzonti infiniti, che
erano aperti e al tempo stesso proibiti a tutte le età precedenti, in
un globo di cui conosce il profilo maestoso e la dettagliata superficie
come conosce le linee del palmo della sua mano. E proprio quando
fu scoperta l'immensità dello spazio disponibile sulla terra, cominciò
la nota contrazione del globo, per cui nel nostro mondo (che, pur
essendone il risultato, non è assolutamente identico al mondo
dell'età moderna), ogni uomo è tanto un abitante della terra quanto
lo è del suo paese. Gli uomini vivono ora in una continuità globale
che ha le stesse dimensioni della terra, una continuità in cui anche
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la nozione di distanza, che è sempre inerente anche a una contiguità
di parti perfettamente continua, ha ceduto all'assalto della velocità.
La velocità ha conquistato lo spazio; e anche se questo processo di
conquista trova il suo limite nella insuperabile difficoltà che uno
stesso corpo sia presente in due luoghi differenti, esso ha reso
insignificante la distanza, poiché nessuna parte significativa di una
vita umana - anni, mesi o anche settimane - è più necessaria per
raggiungere alcun punto della terra.
Nulla certamente poteva essere più estraneo allo scopo degli
esploratori e circumnavigatori degli inizi dell'età moderna di questo
processo di ravvicinamento; essi intendevano estendere la terra
conosciuta, far sì che non fosse limitata a una sfera e se cedevano
al richiamo della lontananza, certamente non volevano abolirla. Solo
alla saggezza retrospettiva risulta ovvio che nulla rimane immenso
se può essere misurato, che ogni scoperta riunisce parti distanti e
quindi stabilisce la prossimità dove prima regnava la distanza. Così,
le mappe e le carte di navigazione dei primi stadi dell'età moderna
anticipavano le invenzioni tecniche mediante le quali l'intero spazio
terrestre è diventato piccolo e a portata di mano. Prima della
contrazione dello spazio e dell'abolizione della distanza a causa di
ferrovie, navi oceaniche e aeroplani, esiste la contrazione
infinitamente più grande e decisiva determinata dalla capacità di
visione sintetica della mente umana, il cui uso di numeri, simboli e
modelli può condensare e ridurre la distanza fisica terrestre alle
dimensioni dei sensi naturali e della percezione del corpo umano.
Prima di apprendere a circumnavigare la terra, a circoscrivere la
sfera della dimora umana in giorni e ore, abbiamo portato il globo
nelle nostre stanze per poterlo toccare con le nostre mani e vederlo
girare davanti ai nostri occhi.
C'è un altro aspetto di tale questione che, come vedremo, avrà
ancora più importanza nel nostro contesto. Alla facoltà umana
dell'osservazione appartiene per natura la capacità di funzionare
solo se l'uomo si districa da ogni implicazione con le cose prossime e
si pone a una certa distanza da tutto ciò che gli è vicino. Quanto è
maggiore la distanza che frappone tra sé e il proprio ambiente,
mondo o terra, tanto più riuscirà a vedere e a misurare, e meno
sarà lo spazio mondano, terrestre che gli sarà lasciato. Il fatto che la
contrazione decisiva della terra fosse una conseguenza della
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invenzione dell'aeroplano, cioè della capacità di staccarsi
completamente dalla superficie della terra, è un simbolo del
fenomeno generale per cui ogni riduzione della distanza terrestre
può essere conseguita solo al costo di porre una decisiva distanza
tra l'uomo e la terra, di alienare l'uomo dal suo ambiente immediato.
Che la Riforma, un evento completamente diverso, ci ponga in
fondo di fronte a un analogo fenomeno di alienazione, che Max
Weber identificò anche, sotto il nome di «ascetismo mondano», con
la più profonda origine della nuova mentalità capitalistica, è forse
una delle molte coincidenze che rende così difficile allo storico non
credere a spiriti, demoni e "Zeitgeist". Ma strana e inquietante è la
somiglianza pur nella massima divergenza. Infatti questa alienazione
nel mondo non ha niente a che fare, per intento o contenuto, con
l'alienazione della terra inerente alla scoperta e alla conquista della
terra da parte dell'uomo. Inoltre l'alienazione inframondana, di cui
Max Weber dimostrò la fattualità storica nel suo famoso saggio, è
presente non solo nella nuova moralità che si sviluppò dai tentativi
di Lutero e Calvino di restaurare l'inflessibile oltremondanità della
fede cristiana; è egualmente presente, anche se a un livello del tutto
diverso, nell'espropriazione dei contadini che fu la conseguenza
imprevista dell'espropriazione delle proprietà ecclesiastiche e, quindi,
il singolo fattore più importante nell'abbattimento del sistema
feudale (2). E' vano, naturalmente, speculare sul corso che avrebbe
avuto l'economia senza questo evento, che sospinse l'umanità
occidentale in una direzione in cui ogni proprietà era distrutta nel
processo della sua appropriazione, tutte le cose divorate nel
processo della loro produzione, e la stabilità del mondo minata da
un processo di mutamento continuo. Tuttavia, speculazioni del
genere non sono insignificanti, se ci rammentano che la storia è
costituita da eventi e non da forze o da idee dal corso prevedibile.
Sono oziose e anche pericolose quando vengono usate come
argomenti contro la realtà e quanto intendono indicare potenzialità e
alternative positive, perché non solo il numero di tali argomenti è
indefinito per principio, ma ad essi manca anche il carattere di
tangibile imprevedibilità proprio dell'evento, ciò che essi tendono a
compensare con la mera plausibilità. Così rimangono puri fantasmi
in qualsiasi modo prosaico possano venir presentati.
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Per non sottovalutare la forza di accelerazione che questo processo
ha raggiunto dopo secoli di sviluppo quasi sfrenato, può essere utile
riflettere sul cosiddetto «miracolo economico» della Germania
postbellica, un miracolo solo se visto in uno schema di riferimento
sorpassato. L'esempio tedesco mostra molto chiaramente che nel
regime moderno di espropriazione degli uomini, la distruzione di
oggetti e la devastazione di città si trasformerà in uno stimolo
radicale per un processo non di semplice ricostruzione, ma di più
rapida e più efficiente accumulazione della ricchezza - se solo il
paese è abbastanza moderno da reagire in termini di processo
produttivo. In Germania, una vera e propria distruzione sostituì
l'implacabile processo di deprezzamento delle cose mondane, che
distingue l'economia dello spreco in cui viviamo. Il risultato è quasi
lo stesso: un'esplosione di prosperità che, come la Germania
postbellica illustra, è alimentata non dall'abbondanza delle materie
prime o di alcunché di stabile o dato, ma dallo stesso processo di
produzione e di consumo. Nelle condizioni moderne, non la
distruzione ma la conservazione appare come una rovina perché la
durata degli oggetti conservati è il maggior impedimento al processo
di ricambio, la cui costante accelerazione è la sola costante che
rimanga valida quando tale processo abbia luogo (3).
Abbiamo visto che la proprietà, distinta dalla ricchezza e
dall'appropriazione, indica la porzione posseduta privatamente di un
mondo comune e quindi è la più elementare condizione politica per
la presenza dell'uomo nel mondo. Analogamente, l'espropriazione e
l'alienazione dal mondo coincidono; e l'età moderna, contro le stesse
intenzioni dei suoi protagonisti, cominciò con l'alienare dal mondo
certi strati della popolazione. Noi tendiamo a trascurare l'importanza
decisiva di questa alienazione per l'età moderna perché siamo soliti
sottolineare il suo carattere secolare e identificare la
secolarizzazione con la riconquista del mondo. Tuttavia la
secolarizzazione come evento storico tangibile non significa
nient'altro che separazione di Chiesa e Stato, di religione e politica,
e ciò, da un punto di vista politico, implica un ritorno al primitivo
atteggiamento cristiano («date a Cesare quel che è di Cesare e a
Dio quel che è di Dio») più che la scomparsa della fede nella
trascendenza o un nuovo interesse enfatico per le cose di questo
mondo.
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La perdita moderna della fede non ha origini religiose - non può
esser ricondotta alla Riforma e alla Controriforma, i due grandi
movimenti religiosi dell'età moderna - e il suo raggio non è ristretto
alla sola sfera religiosa. Inoltre, anche se ammettiamo che l'età
moderna cominciò con un'improvvisa e inesplicabile eclissi della
trascendenza, della fede in un aldilà, da ciò non consegue affatto
che questa perdita abbia rigettato gli uomini nel mondo. Al
contrario, l'evidenza storica mostra che gli uomini moderni non
furono proiettati nel mondo, ma in se stessi. Una delle tendenze
della filosofia moderna a partire da Cartesio, e forse il suo più
originale contributo alla filosofia, è stato un interesse esclusivo per
l'io, in quanto distinto dall'anima o dalla persona o dall'uomo in
generale, un tentativo di ridurre tutte le esperienze, nei confronti del
mondo come di tutti gli altri esseri umani, a esperienze tra l'uomo e
se stesso. La grandezza della scoperta di Max Weber sulle origini del
capitalismo risiede precisamente nella sua dimostrazione che
un'attività enorme, strettamente mondana, è possibile senza che ci
si curi affatto o si goda del mondo, un'attività la cui profonda
motivazione, al contrario, è la preoccupazione e l'interesse per se
stessi. L'alienazione del mondo, quindi, e non l'alienazione di sé,
come pensava Marx (4), è stata la caratteristica distintiva dell'età
moderna.
L'espropriazione, il fatto che certi gruppi sono privati del loro posto
nel mondo, e la loro nuda esposizione alle esigenze della vita
crearono sia l'accumulazione originaria della ricchezza sia la
possibilità di trasformare questa ricchezza in capitale mediante il
lavoro. Insieme costituirono le condizioni per il sorgere di
un'economia capitalistica. Che questo processo, avviato e alimentato
dall'espropriazione, sarebbe sboccato in un enorme incremento della
produttività umana fu manifesto fin dagli inizi, qualche secolo prima
della rivoluzione industriale. La nuova classe lavoratrice, che
letteralmente viveva solo per nutrirsi, non solo si trovava
direttamente soggetta all'incalzante bisogno di provvedere alle
necessità della vita (5), ma era nello stesso tempo alienata da tutte
le cure e gli interessi che non derivavano immediatamente dal
processo vitale. Ciò che si scatenò con il primo apparire nella storia
di una libera classe lavoratrice, fu il potere inerente alla «forzalavoro», cioè alla pura abbondanza naturale del processo biologico,
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che come tutte le forze naturali - di procreazione come anche di
lavoro - provvede un generoso surplus, qualcosa che oltrepassa la
necessaria riproduzione di elementi nuovi per compensare la perdita
di quelli vecchi. Questo sviluppo, agli inizi dell'età moderna, si
distingue da avvenimenti simili del passato per il fatto che
l'espropriazione e l'accumulazione della ricchezza non sfociarono
semplicemente in una nuova proprietà, né portarono a una nuova
ridistribuzione della ricchezza, ma furono reimmessi nel processo
generatore di ulteriori espropriazioni, di maggiore produttività e
appropriazione.
In altre parole, la liberazione della forza-lavoro come processo
naturale non rimase ristretta a certe classi della società, e
l'appropriazione non terminò con la soddisfazione di bisogni e
desideri; l'accumulazione del capitale, perciò, non provocò il ristagno
economico che caratterizza i ricchi imperi che precedettero l'età
moderna, ma si propagò per tutta la società e fece scaturire un
flusso di ricchezza che si accrebbe costantemente. Ma questo
processo, che certo è il «processo vitale della società», come Marx
lo definiva solitamente, e la cui capacità di produrre ricchezza può
essere paragonata solo alla fecondità dei processi naturali (in cui la
creazione di un uomo e di una donna basterebbe a produrre,
mediante la mera moltiplicazione, un numero qualsiasi di esseri
umani), rimane legato al principio dell'alienazione dal mondo da cui
scaturisce; il processo può continuare solo a patto che nessuna
durevolezza e stabilità del mondo possano interferire con esso, e
solo finché tutte le cose mondane, tutti i prodotti del processo
produttivo, possono retroagire su di esso, per alimentarlo a un ritmo
sempre più accelerato. In altre parole, il processo di accumulazione
della ricchezza, così come lo conosciamo, stimolato dal processo
vitale e a sua volta capace di stimolare la vita umana, è possibile
solo a costo di sacrificare il mondo e l'appartenenza dell'uomo al
mondo.
Il primo stadio di questa alienazione fu caratterizzato dalla sua
crudeltà, dalla miseria e dalle angustie materiali che comportò per
un numero sempre crescente di «poveri laboriosi», che
l'espropriazione privava della duplice protezione della famiglia e
della proprietà, cioè di una porzione di mondo posseduta
privatamente con la famiglia, porzione che fino all'età moderna
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aveva ospitato il processo vitale individuale e l'attività lavorativa
soggetta alle sue necessità. Il secondo stadio fu raggiunto quando la
società divenne il soggetto del nuovo processo vitale, come prima
era stata la famiglia. L'essere membri di una classe sociale sostituì la
protezione già offerta dall'appartenenza a una famiglia, e la
solidarietà sociale costituì un surrogato efficace della solidarietà
naturale che reggeva l'unità familiare. Inoltre, la società come un
tutto, il «soggetto collettivo» del processo vitale, non rimase
un'entità intangibile, cioè la «finzione comunistica» che era
necessaria alla teoria economica classica. Proprio come la famiglia si
era identificata con una porzione di mondo posseduta in privato (la
sua proprietà), la società si identificò con una proprietà tangibile
(anche se posseduta collettivamente), e cioè il territorio dello stato
nazionale. Quest'ultimo, fino al suo declino nel corso del ventesimo
secolo, offrì a tutte le classi un surrogato della dimora privata, di cui
la classe operaia in particolare era stata deprivata.
Le teorie organiche del nazionalismo, specialmente nelle versioni
centro-europee, si basano tutte su una identificazione della nazione
e delle relazioni fra i suoi membri con la famiglia e le relazioni
familiari. Poiché la società viene a sostituire la famiglia, si suppone
che «il sangue e il suolo» regolino le relazioni fra i suoi membri;
l'omogeneità della popolazione e il suo essere radicata nel suolo di
un dato territorio diventano ovunque i requisiti dello stato nazionale.
Tuttavia, anche se il processo di costruzione degli stati nazionali
mitigò indubbiamente la crudeltà e la miseria, influenzò ben poco il
processo di espropriazione e di alienazione del mondo, dato che il
possesso collettivo, rigorosamente parlando, è una contraddizione in
termini.
Il declino del sistema europeo degli stati nazionali, la contrazione
economica e geografica della terra, per cui la prosperità e la
depressione tendono a diventare fenomeni mondiali; la
trasformazione dell'umanità, rimasta fino al nostro tempo una
nozione astratta o un principio guida solo per gli umanisti, in
un'entità realmente esistente i cui membri, partendo dai punti più
distanti del globo, impiegano meno tempo a incontrarsi che i
cittadini di una nazione una generazione fa - ecco i segni che
caratterizzano l'ultimo stadio di questo sviluppo. Proprio come la
famiglia e la sua proprietà furono sostituite dall'appartenenza a una
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classe e dal territorio nazionale, così l'umanità comincia ora a
sostituire le società nazionali, e la terra il limitato territorio dello
stato. Ma, qualunque cosa ci riservi il futuro, il processo di
alienazione dal mondo, avviato dall'espropriazione e caratterizzato
da un progressivo aumento della ricchezza, può solo assumere
proporzioni anche più radicali se gli sarà consentito di svilupparsi in
base alla legge interna. Infatti gli uomini non possono diventare
cittadini del mondo come lo sono dei loro paesi, e gli uomini,
divenuti esseri sociali, non possono possedere collettivamente come
i membri di una stessa famiglia o casa possiedono la loro proprietà
privata. L'ascesa della società produce il simultaneo declino sia della
sfera pubblica sia di quella privata. Ma l'eclissi di una sfera pubblica
comune, così decisiva per la formazione di un uomo-massa solitario
e così pericolosa, perché favorisce la tendenza a estraniarsi dal
mondo tipica dei moderni movimenti ideologici di massa, cominciò
con la perdita molto più tangibile del possesso privato di una
porzione di mondo.
36. LA SCOPERTA DEL PUNTO DI ARCHIMEDE.
«Da quando un bimbo nacque in una mangiatoia, c'è da dubitare
che sia accaduto qualcosa di così grande con così poco clamore».
Con queste parole Whitehead introduce Galileo e la scoperta del
telescopio sulla scena del «mondo moderno» (6). E in queste parole
non c'è alcuna esagerazione. Come la nascita in una mangiatoia,
che non segnò la fine dell'antichità ma l'inizio di qualcosa di tanto
inaspettato e imprevedibile che né la speranza né la paura
avrebbero potuto anticipare, questi primi sguardi gettati
nell'universo attraverso uno strumento, allo stesso tempo adattato
ai sensi dell'uomo e destinato a scoprire con certezza ciò che esiste
di eterno al di là di essi, posero le basi di un mondo completamente
nuovo, determinando il corso di altri eventi, che con molto maggior
clamore dovevano introdurre nell'epoca moderna. All'infuori di un
numero relativamente piccolo di uomini di cultura, privi di influenza
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politica - astronomi, filosofi e teologi - il telescopio non provocò
molta emozione; l'attenzione pubblica fu attratta piuttosto dalla
sensazionale dimostrazione di Galileo delle leggi della caduta dei
gravi, considerata come primo passo della moderna scienza della
natura (benché si possa pensare che da sola, senza che Newton la
trasformasse più tardi nella legge di gravitazione universale, che è
tuttora uno degli esempi più grandiosi del moderno amalgama di
astronomia e fisica, ben difficilmente avrebbe portato la nuova
scienza sulla via dell'astrofisica). Infatti, ciò che più decisamente
distinse la nuova visione del mondo non solo da quella dell'antichità
o del medio evo, ma anche dalla grande sete di esperienza diretta
del Rinascimento, fu l'assunto che lo stesso tipo di forza esterna si
manifesta nella caduta dei corpi terrestri e nei movimenti dei corpi
celesti.
Inoltre, la novità della scoperta di Galileo fu offuscata dalle sue
strette relazioni con i suoi precursori. Non solo le speculazioni
filosofiche di Nicola Cusano e di Giordano Bruno, ma anche
l'immaginazione formatasi nella matematica degli astronomi,
Copernico e Keplero, avevano mutato la visione finita e geocentrica
del mondo che l'uomo seguiva da tempo immemorabile. Non
Galileo, ma i filosofi furono i primi ad abolire la dicotomia tra una
terra e un cielo sovrastante, elevando, come essi pensavano, la
terra «al rango di stella nobile» e scoprendo in essa una dimora in
un universo eterno e infinito (7). E, a quanto pare, gli astronomi non
avevano bisogno del telescopio per affermare che, contrariamente a
ogni esperienza sensibile, non è il sole che si muove intorno alla
terra, ma la terra che gira intorno al sole. Se lo storico osserva a
ritroso questi inizi con tutta la saggezza e i pregiudizi di una visione
retrospettiva, è tentato di concludere che non fosse necessaria
alcuna conferma empirica per abolire il sistema tolemaico. Erano
necessari, piuttosto, il coraggio speculativo di seguire il principio
antico e medievale della semplicità in natura - anche se conduceva
al rifiuto di ogni esperienza sensibile - e il grande ardimento
dell'immaginazione di Copernico, che lo svincolò dalla terra e gli
consentì di osservarla come lo potrebbe un abitante del sole. E lo
storico si sente giustificato nelle sue conclusioni quando considera
che le scoperte di Galileo furono precedute da un «autentico ritorno
ad Archimede», che aveva cominciato nel rinascimento a esercitare
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il suo influsso. Certamente è significativo che Leonardo lo studiasse
con interesse appassionato e Galileo potesse essere chiamato suo
discepolo (8).
Tuttavia, né le speculazioni dei filosofi né l'immaginazione degli
astronomi hanno mai costituito un evento. Prima delle scoperte
telescopiche di Galileo, la filosofia di Giordano Bruno ebbe poca
risonanza anche presso i dotti, e senza la conferma empirica che
quelle scoperte conferirono alla rivoluzione copernicana, non solo i
teologi ma tutti «gli uomini sensibili... l'avrebbero imputata di una
grave colpa... una sfrenata immaginazione» (9). Nella sfera delle
idee esistono certamente solo originalità e profondità, entrambe
qualità personali, ma non novità oggettive e assolute; le idee vanno
e vengono, hanno una permanenza, persino una immortalità loro
propria, legata al loro implicito potere di illuminazione, che è e dura
indipendentemente dal tempo e dalla storia. Le idee, inoltre,
diversamente dagli eventi, non sono mai senza precedenti, e le
speculazioni non confermate empiricamente sul movimento della
terra attorno al sole non erano prive di precedenti più di quanto lo
siano le moderne teorie dell'atomo indipendentemente dalle loro
basi sperimentali e dalle loro conseguenze pratiche nel mondo (10).
Ciò che Galileo fece e che nessuno prima aveva fatto, fu di usare il
telescopio in modo tale che i segreti dell'universo si offrissero alla
conoscenza umana «con la certezza della percezione sensibile»
(11); pose cioè alla portata di una creatura terrestre, e del suo
corpo legato ai sensi, ciò che in precedenza era sembrato al di là
delle sue possibilità, aperto tutt'al più alle prospettive incerte della
speculazione e dell'immaginazione.
La diversa rilevanza del sistema copernicano e delle scoperte di
Galileo fu compresa chiaramente dalla Chiesa cattolica, che non
sollevò obiezioni alle teorie pre-galileiane di un sole immobile e di
una terra in movimento, di cui gli astronomi si servivano come
ipotesi convenienti per i loro scopi matematici; ma, come precisò il
cardinale Bellarmino a Galileo, «provare che l'ipotesi... spiega le
apparenze non è la stessa cosa che dimostrare la realtà del
movimento della terra» (12). Come fosse pertinente questa
osservazione fu dimostrato immediatamente dall'improvviso
mutamento di umore che colse il mondo dei dotti dopo la conferma
della scoperta di Galileo. Da allora in poi, l'entusiasmo con cui
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Giordano Bruno aveva concepito un universo infinito, e la pia
esultanza con cui Keplero aveva contemplato il sole, «il più
eccellente di tutti i corpi dell'universo la cui essenza non è che pura
luce» e che quindi era per lui la dimora più adatta «di Dio e degli
angeli benedetti» (13), o la più sobria soddisfazione di Nicola
Cusano nel vedere la terra finalmente al suo posto nel cielo stellato,
si fecero notare per la loro assenza. Recando una «conferma» ai
suoi predecessori, Galileo stabilì un fatto dimostrabile dove prima
erano solo speculazioni ispirate. L'immediata reazione filosofica a
questa realtà non fu l'esultanza ma il dubbio cartesiano con cui
nacque la filosofia moderna - questa «scuola del sospetto», come
Nietzsche la chiamò una volta - , e che sfociò nella convinzione che
«solo sul solido fondamento di un'ostinata disperazione si può d'ora
in avanti costruire una sicura abitazione dell'anima» (14).
Per molti secoli le conseguenze di questo evento, non diversamente
dalle conseguenze della Natività, rimasero contraddittorie e incerte,
e anche oggi il conflitto fra l'evento in se stesso e le sue quasi
immediate conseguenze è lungi dall'esser risolto. Il cammino delle
scienze naturali è confortato da un sempre più rapido progresso
della conoscenza e del potere umano; appena prima dell'età
moderna le conoscenze dell'umanità europea erano inferiori a quelle
di Archimede nel terzo secolo avanti Cristo, mentre i primi
cinquant'anni del nostro secolo hanno assistito a scoperte più
importanti di tutte quelle della storia conosciuta. Tuttavia, lo stesso
fenomeno è criticato con egual diritto per l'aggravarsi non meno
evidente della disperazione umana o per il nichilismo tipicamente
moderno che si è diffuso in strati sempre più vasti della popolazione;
l'aspetto forse più significativo di queste condizioni spirituali è di non
risparmiare nemmeno più gli scienziati, il cui ben fondato ottimismo
poteva ancora opporsi, nel diciannovesimo secolo, all'egualmente
giustificabile pessimismo dei pensatori e dei poeti. La moderna
visione astrofisica del mondo, che cominciò con Galileo, e la sua
capacità di smentire l'adeguatezza dei sensi nel rivelare la realtà, ci
hanno lasciato un universo dalle qualità ignote, proprio come ci è
ignoto il modo in cui esse si fanno registrare dai nostri strumenti di
misurazione. «Quest'ultimo», secondo le parole di Eddington,
«somiglia tanto a quelle come un numero di telefono a un
abbonato» (15). Invece di qualità oggettive, in altre parole,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
troviamo strumenti, e invece della natura o dell'universo - secondo
le parole di Heisenberg - l'uomo incontra solo se stesso (16).
Degno di nota, in questa prospettiva, è il fatto che la disperazione e
il trionfo appartengono allo stesso evento. Da un punto di vista
storico, è come se la scoperta di Galileo avesse provato
empiricamente in modo inconfutabile che il peggior timore e la più
presuntuosa speranza della speculazione umana - l'antico timore che
i sensi, i nostri soli organi per la ricezione della realtà, ci ingannino,
e il desiderio archimedeo di un punto fuori della terra per sollevare il
mondo - potessero avverarsi solo congiuntamente; come se
l'appagamento del desiderio fosse garantito solo con la perdita della
realtà, e il timore crescente dovesse trovare un compenso
nell'acquisizione di poteri sopramondani. Infatti, qualsiasi cosa
facciamo oggi in fisica - sia che si liberino processi energetici che
ordinariamente si svolgono solo nel sole, o che si tenti di riprodurre
in provetta i processi dell'evoluzione cosmica o di penetrare con
l'aiuto di telescopi nello spazio cosmico fino al limite di due e anche
sei bilioni di anni luce; di costruire macchine per la produzione e il
controllo di energie sconosciute nell'ambito della dimora terrestre, o
di ottenere negli acceleratori atomici velocità che si avvicinano a
quelle della luce, di produrre elementi che non si trovano in natura,
o di disperdere sulla terra particelle radioattive, create da noi
mediante l'uso di radiazioni cosmiche - manipoliamo sempre la
natura da un punto dell'universo che si trova fuori della terra. Senza
risiedere realmente dove Archimede desiderava risiedere ("dos moi
pou sto"), ancora legati alla terra dalla condizione umana, abbiamo
trovato un modo di agire sulla terra e dentro la natura terrestre
come se ne disponessimo dall'esterno, dal punto di Archimede. E
anche a rischio di mettere a repentaglio i processi naturali della vita,
esponiamo la terra alle forze cosmiche universali estranee alla sua
natura.
Anche se queste conquiste non furono anticipate da nessun'altra, e
anche se la maggior parte delle teorie attuali contraddice
apertamente quelle formulate durante i primi secoli dell'età
moderna, lo sviluppo fu possibile solo perché agli inizi la vecchia
dicotomia tra terra e cielo fu abolita, e fu realizzata l'unificazione
dell'universo, cosicché da allora in poi nulla di ciò che accadeva nella
natura terrestre fu visto come un semplice avvenimento terrestre.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Tutti gli eventi furono considerati soggetti a una legge
universalmente valida nel senso più pieno della parola; ciò significa,
tra l'altro, che essa è valida oltre i limiti dell'esperienza sensibile
umana (anche delle esperienze sensibili compiute con l'aiuto degli
strumenti più perfezionati), valida oltre i limiti della memoria umana
e dell'apparizione del genere umano sulla terra, valida anche oltre la
nascita della vita organica e della terra stessa. Tutte le leggi della
nuova scienza astrofisica sono formulate dal punto di vista di
Archimede, punto che si trova probabilmente molto più lontano dalla
terra ed esercita su di essa una forza molto maggiore di quanto
Archimede o Galileo avessero mai osato pensare.
Se gli scienziati precisano oggi che possiamo sostenere con ugual
validità sia che la terra gira attorno al sole o che il sole gira attorno
alla terra, che entrambe le affermazioni corrispondono a fenomeni
osservati, e che la differenza sta solo nella scelta del punto di
riferimento, ciò non significa tornare alla posizione del cardinale
Bellarmino e di Copernico, quando gli astronomi si muovevano tra
semplici ipotesi. Significa piuttosto che abbiamo spostato il punto di
Archimede in un punto più lontano dell'universo dove né la terra né
il sole sono centri di un sistema universale. Significa che non ci
sentiamo più legati nemmeno al sole, che ci muoviamo liberamente
nell'universo, scegliendo il nostro punto di riferimento ovunque
convenga per uno scopo specifico. Per le effettive conquiste della
scienza moderna il passaggio dal sistema eliocentrico a un sistema
senza un centro fisso è tanto importante quanto fu, in passato,
quello da una visione geocentrica del mondo a una eliocentrica. Solo
ora abbiamo assunto la posizione di esseri «universali», di creature
che sono terrestri non per natura ed essenza ma solo per il fatto di
essere vive, e che quindi grazie al ragionamento possono superare
questa condizione non solo nella speculazione ma nei fatti. Tuttavia
il relativismo generale che si produce automaticarnente col
passaggio da una visione del mondo eliocentrica a una priva di
centro - concettualizzato nella teoria della relatività di Einstein con la
negazione che «in un istante presente definito ogni cosa è
simultaneamente reale» (17) e col concomitante e implicito rifiuto
che l'essere che appare nel tempo e nello spazio possegga una
realtà assoluta - era contenuto nelle teorie del diciassettesimo
secolo, secondo le quali il blu non è che una «relazione visiva», e il
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
peso nient'altro che una «relazione di accelerazione reciproca» (18).
L'origine del relativismo moderno non è in Einstein ma in Galileo e
Newton.
A far iniziare l'epoca moderna non fu l'antico amore degli astronomi
per la semplicità, l'armonia e la bellezza, che fece guardare a
Copernico le orbite dei pianeti dal sole anziché dalla terra, né il
ridestato amore del Rinascimento per la terra e il mondo, con la sua
ribellione contro il razionalismo della Scolastica; questo amore del
mondo, al contrario, fu il primo a cader vittima della trionfale
alienazione del mondo dell'età moderna. Fu piuttosto la scoperta,
dovuta al nuovo strumento, che l'immagine copernicana dell'«uomo
virile che ha preso posto nel sole... intento a contemplare i pianeti»
(19) era molto più di un'immagine o di una presa di posizione
arbitraria, ma in effetti un'indicazione della stupefacente facoltà
umana di pensare in termini di universo pur rimanendo sulla terra, e
di quella forse ancor più stupefacente di servirsi delle leggi cosmiche
come principi-guida per l'azione sulla terra. In confronto
all'alienazione della terra che accompagna l'intero sviluppo delle
scienze naturali nell'età moderna, l'allontanamento dalla prossimità
terrestre promosso dalla scoperta del globo come totalità e
l'alienazione del mondo prodotta dal duplice processo
dell'espropriazione e dell'accumulazione della ricchezza sono fattori
di minor rilevanza.
A ogni modo, mentre l'alienazione del mondo determinò il corso e lo
sviluppo della società moderna, l'alienazione della terra divenne ed è
rimasta il segno distintivo della scienza moderna. Sotto il segno
dell'alienazione della terra, ogni scienza, non solo la scienza fisica e
naturale, cambiò così radicalmente il suo contenuto da far dubitare
che prima dell'età moderna sia mai esistita una scienza. Ciò risulta
evidente nello sviluppo del più importante strumento intellettuale
della nuova scienza, l'algebra, mediante la quale la matematica
«riuscì a liberarsi dalle pastoie della spazialità» (20), cioè dalla
geometria, che, come indica il suo nome, dipende da misure e
misurazioni terrestri. La matematica moderna liberò l'uomo dalle
angustie di un'esperienza legata alla terra, e la sua facoltà di
conoscere dai limiti della finitudine.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Decisivo qui non è il fatto che gli uomini agli inizi dell'età moderna
credessero con Platone nella struttura matematica dell'universo né
che, una generazione più tardi, credessero con Cartesio che la
conoscenza certa è possibile solo quando la mente gioca con le
proprie forme e formule. Decisivo è l'assoggettamento
assolutamente non-platonico della geometria al trattamento
algebrico, che rivela l'ideale moderno di ridurre i dati e i movimenti
sensibili, che hanno uno sfondo terrestre, a simboli matematici.
Senza questo linguaggio simbolico privo di referenti spaziali, Newton
non sarebbe riuscito a unire l'astronomia e la fisica in una sola
scienza o, in altri termini, a formulare una legge della gravitazione
dove la stessa equazione descriverà i movimenti dei corpi celesti nel
cielo e il moto dei corpi terrestri sulla terra. Anche allora fu chiaro
che la matematica moderna, con un progresso che già toglieva il
respiro, aveva scoperto la straordinaria facoltà umana di racchiudere
in simboli quelle dimensioni e quei concetti che per lo più erano stati
intesi come negazioni e quindi limitazioni della mente, perché la loro
immensità sembrava trascendere le menti dei semplici mortali, la cui
esistenza dura per un tempo insignificante e rimane legata a un
angolo trascurabile dell'universo. Tuttavia ancora più significativa di
questa possibilità - la possibilità di calcolare entità che non potevano
esser «viste» dall'occhio della mente - fu il fatto che il nuovo
strumento intellettuale, in questo anche più nuovo e significativo di
tutti gli strumenti scientifici che aiutò a escogitare, aprì la via a un
modo completamente nuovo di affrontare e avvicinare la natura
nell'esperimento. Nell'esperimento, l'uomo realizzò la sua capacità di
liberarsi dalle pastoie dell'esperienza legata alla terra; invece di
osservare i fenomeni come se gli fossero dati, sottopose la natura
alle condizioni della sua mente, cioè a condizioni imposte da un
punto di vista universale astrofisico, da un punto di vista cosmico al
di fuori della natura.
E' per questa ragione che la matematica divenne la scienza-guida
dell'età moderna, e questa sua nuova funzione non ha nulla a che
fare con Platone, che stimava la matematica la più nobile di tutte le
scienze, seconda solo alla filosofia, alla quale pensava nessuno
potesse avvicinarsi senza aver prima acquistato familiarità col
mondo matematico delle forme ideali. Infatti la matematica (cioè la
geometria) era la conveniente introduzione a quel cielo delle idee
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dove nessuna mera immagine ("eidola") o ombra, nulla di perituro,
poteva più interferire con l'apparizione dell'essere eterno, in cui le
apparenze sono salvate e preservate ("sozein ta phainomena"), in
quanto purificate dalla sensualità e mortalità umane, in quanto
protette dalla corruttibilità materiale. Tuttavia, le forme matematiche
e ideali non erano i prodotti dell'intelletto, ma erano date agli occhi
della mente come i dati sensibili erano dati agli organi dei sensi; e
coloro che erano educati a percepire ciò che nascosto agli occhi
della visione corporea, e alle menti non coltivate della maggioranza
degli uomini, percepivano il vero essere, o piuttosto l'essere nella
sua apparenza vera. Con l'avvento della modernità, la matematica
non si limita a estendere il proprio contenuto o la propria portata
all'infinito, diventando applicabile all'immensità di un universo
infinito e in infinita espansione, ma cessa di riguardare le apparenze.
Non è più la condizione di possibilità della filosofia, della «scienza»
dell'essere nella sua apparenza vera, ma diventa invece la scienza
della struttura della mente umana.
Quando la geometria analitica di Cartesio trattò lo spazio e
l'estensione, la "res extensa" della natura e del mondo, in modo
«che le sue relazioni, per quanto complicate, fossero sempre
esprimibili in formule algebriche», la matematica riuscì a ridurre e
tradurre tutto ciò che l'uomo non è in schemi che si identificano con
le strutture della mente umana. Quando, inoltre, la stessa geometria
analitica provò «all'inverso che le verità numeriche... possono essere
pienamente rappresentate spazialmente», veniva elaborata una
scienza fisica che non richiedeva altri principi per la sua costruzione
oltre quelli della pura matematica, e in questa scienza l'uomo poteva
muoversi, avventurarsi nello spazio ed essere sicuro di non
incontrare che se stesso, nulla che non potesse essere ridotto a
schemi presenti in lui (21).
Ora i fenomeni venivano salvati solo nella misura in cui si lasciavano
ridurre a un ordine matematico, e questa operazione matematica
non serve a preparare la mente dell'uomo alla rivelazione del vero
essere, guidandola verso le misure ideali che appaiono nei dati
sensibili, ma serve, al contrario, a ridurre questi dati alla misura
della mente umana, che, a una distanza sufficiente, può osservare e
manipolare la molteplicità e la varietà della realtà materiale secondo
i propri schemi e simboli. Questi non sono più forme ideali dischiuse
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
all'occhio della mente, ma sono i risultati dell'allontanamento degli
occhi della mente (proprio come gli occhi corporei sono allontanati
dai fenomeni), della riduzione di tutte le apparenze mediante la
forza della distanza.
Nella condizione della lontananza, ogni insieme di cose è
trasformato in una mera molteplicità astratta, e ogni molteplicità,
per quanto disordinata, incoerente e confusa, ricadrà in determinati
modelli e configurazioni con la stessa validità, e un significato non
maggiore, di una curva matematica che, come osservò una volta
Leibniz, può sempre esser trovata tra punti gettati a casaccio su un
pezzo di carta. Infatti, se «si riesce a mostrare che intorno a qualche
universo contenente diversi oggetti si può intessere una rete
matematica... allora il fatto che il nostro universo si presti al
trattamento matematico non è più un fatto che rivesta una grande
importanza filosofica» (22). Non si tratta certamente della
dimostrazione di un ordine inerente e di una bellezza inerente alla
natura, né di una affermazione della mente umana, della sua
capacità di superare in percettività i sensi o della sua idoneità
organica a cogliere la verità.
La moderna "reductio scientiae ad mathematicam" ha respinto la
testimonianza della natura, perché accertata dai sensi umani a una
distanza troppo ravvicinata, allo stesso modo in cui Leibniz rifiutò di
riconoscere l'origine fortuita e la natura caotica del pezzo di carta
coperto di punti. E il senso di sospetto, di offesa e di disperazione,
che fu la prima e spiritualmente è ancora la più durevole
conseguenza della scoperta che il punto di Archimede non era il
vano sogno di una speculazione oziosa, non è dissimile dal
risentimento sconfortato di un uomo che, avendo osservato con i
suoi occhi che i punti venivano gettati arbitrariamente e senza alcun
disegno sul foglio, è costretto ad ammettere che tutti i suoi sensi e
le sue facoltà di giudizio lo hanno tradito, e che ciò che vedeva era
l'evoluzione di una «linea geometrica la cui direzione è
costantemente e uniformemente definita da una regola» (23).
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
37. SCIENZA NATURALE E SCIENZA UNIVERSALE.
Furono necessarie molte generazioni e qualche secolo prima che il
vero significato della rivoluzione copernicana venisse alla luce con la
scoperta del punto di Archimede. Solo noi, e solo da qualche
decennio, abbiamo iniziato a vivere in un mondo interamente
determinato da una scienza e una tecnologia in cui la verità
oggettiva e la competenza pratica sono derivate da leggi cosmiche e
universali anziché terrestri e «naturali», e dove la conoscenza,
acquisita scegliendo un punto di riferimento extraterrestre, è
applicata alla natura terrestre e alla tecnica umana. C'è un divario
profondo tra coloro che prima di noi sapevano che la terra gira
intorno al sole, ma né l'una né l'altro sono il centro dell'universo, e
che concludevano che l'uomo aveva perduto la sua dimora insieme
alla sua posizione privilegiata nella creazione, e noi, ancora e
probabilmente per sempre creature legate alla terra, vincolate al
metabolismo con una natura terrestre, ma che abbiamo trovato
infine la capacità di produrre processi che hanno un'origine e una
dimensione cosmiche. Se si vuol trovare una linea di demarcazione
tra l'età moderna e il mondo in cui viviamo, possiamo rintracciarla
nella differenza tra una scienza che guarda alla natura da un punto
di vista universale e acquista così una completa padronanza su di
essa, e una scienza veramente «universale», che trasferisce processi
cosmici nella natura anche con il rischio evidente di distruggerla, e
insieme di distruggere la signoria dell'uomo su di essa.
Ciò che oggi balza in primo piano nella nostra mente è naturalmente
il potere umano enormemente accresciuto di distruzione, il fatto che
siamo in grado di distruggere tutta la vita organica sulla terra e un
giorno saremo probabilmente in grado di distruggere la terra stessa.
Tuttavia, non meno pauroso e non meno difficile da affrontare è il
corrispondente nuovo potere creativo, il fatto di poter produrre
nuovi elementi mai trovati in natura, di esser capaci non solo di
speculare intorno alla relazione tra massa ed energia e alla loro
intrinseca identità, ma di trasformare in pratica la massa in energia
o la radiazione in materia. Allo stesso tempo, abbiamo cominciato a
popolare lo spazio che circonda la terra con stelle artificiali creando,
per così dire, in forma di satelliti, nuovi corpi celesti; e in un futuro
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
non molto lontano saremo forse in grado di compiere ciò che i tempi
passati consideravano il più grande, il più profondo, il più sacro dei
segreti della natura, creare o ri-creare il miracolo della vita. Uso la
parola «creare» deliberatamente, per indicare che stiamo
effettivamente facendo ciò che tutte le epoche prima della nostra
consideravano una prerogativa esclusiva dell'azione divina.
Questo pensiero ci colpisce come blasfemo, e sebbene sia tale per
qualsiasi tendenza filosofica o teologica tradizionale dell'Occidente o
dell'Oriente, non è più blasfemo di ciò che abbiamo effettivamente
cominciato a fare e di ciò che aspiriamo a fare. Il pensiero perde il
suo carattere blasfemo, tuttavia, non appena comprendiamo ciò che
Archimede intendeva così bene, anche se non sapeva come
raggiungere il suo punto fuori della terra, e cioè che comunque
spieghiamo l'evoluzione della terra, della natura e dell'uomo, la loro
nascita deve essere dipesa da qualche forza ultramondana,
«universale», la cui opera deve essere comprensibile al punto di
poter essere imitata da chiunque sia capace di occupare la stessa
posizione. In definitiva è solo questa posizione nell'universo esterno
alla terra a consentirci di produrre processi che non si verificano
sulla terra, e non giocano alcun ruolo nella materia stabile ma sono
decisivi per il suo costituirsi. Certo è nella natura delle cose che
l'astrofisica, e non la geofisica, che la scienza «universale», e non
quella «naturale», dovesse riuscire a penetrare gli ultimi segreti
della terra e della natura. Dal punto di vista dell'universo, la terra
non è che un caso speciale e può essere compresa come tale,
proprio come in tale prospettiva non può esistere una distinzione
decisiva tra materia ed energia, essendo entrambe «solo forme
differenti della stessa sostanza fondamentale» (24).
Già con Galileo, e certamente dopo Newton, la parola «universale»
ha cominciato ad acquistare un significato specifico; essa significa
«valido oltre il nostro sistema solare». E qualcosa del genere è
accaduto a un'altra parola di origine filosofica, la parola «assoluto»,
che è applicata a «tempo assoluto», «spazio assoluto», «moto
assoluto» o «velocità assoluta», in ciascun caso significando un
tempo, uno spazio, un movimento, una velocità che è presente
nell'universo, e al cui confronto il tempo o lo spazio o il movimento o
la velocità terrestri sono solo «relativi». Tutto ciò che si svolge sulla
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
terra è divenuto relativo da quando la relazione della terra con
l'universo è divenuta il punto di riferimento di ogni misurazione.
In termini filosofici, la capacità dell'uomo di assumere una
prospettiva cosmica, universale, senza mutare la propria posizione
sembra l'indicazione più chiara possibile della sua origine universale.
E' come se non avessimo più bisogno della teologia per dirci che
l'uomo non è, non può essere, di questo mondo anche se quaggiù si
svolge la sua vita, e può darsi che un giorno guarderemo al vecchio
entusiasmo dei filosofi per l'universale come alla prima indicazione al
riguardo, come se essi soli avessero presentito che un giorno gli
uomini sarebbero vissuti allo stesso tempo soggetti alle condizioni
della terra, e capaci di osservarla e di agire su di essa da un punto
esterno. (Il guaio è solo - o così sembra ora - che mentre l'uomo
può "fare" da un punto di vista «universale», assoluto, ciò che il
filosofo non aveva mai stimato possibile, egli ha perduto la sua
capacità di "pensare" in termini universali, assoluti, realizzando e
demolendo così nello stesso tempo i criteri e gli ideali della filosofia
tradizionale. Al posto dell'antica opposizione tra terra e cielo,
abbiamo creato quella tra uomo e universo, o tra le capacità di
comprensione della mente umana e le leggi universali che l'uomo
può scoprire e maneggiare senza un'autentica comprensione.) Quali
che siano i successi e i fardelli di un futuro ancora incerto, una cosa
è sicura: anche se esso potrà influire notevolmente, forse anche
radicalmente, sul vocabolario e sul contenuto metaforico delle
religioni esistenti, non abolirà né rimuoverà e nemmeno trasformerà
l'ignoto che è la regione della fede.
Mentre la nuova scienza, la scienza del punto di Archimede, ha
richiesto secoli e generazioni per sviluppare in pieno le sue
potenzialità (circa duecento anni per cominciare appena a mutare il
mondo e a stabilire nuove condizioni per la vita dell'uomo) furono
necessari solo pochi decenni, circa una generazione, perché la
mente umana traesse certe conclusioni dalle scoperte di Galileo, dai
metodi e dai presupposti in base a cui erano state compiute. La
mente umana mutò in un volgere d'anni o di decenni come il mondo
umano in un volgere di secoli; e mentre questo mutamento rimase
naturalmente ristretto ai pochi membri della più strana di tutte le
società moderne, la società degli scienziati e la repubblica delle
lettere (la sola società che è sopravvissuta a tutti i mutamenti di
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
opinione e ai conflitti senza una rivoluzione e senza mai dimenticare
di «onorare l'uomo di cui non condivide più le idee») (25), questa
società anticipò in molti aspetti, con la mera forza di
un'immaginazione coltivata e controllata, il radicale mutamento
occorso nella mente di tutti gli uomini moderni, e che divenne una
realtà evidente solo nel nostro tempo (26). Cartesio è il padre della
filosofia moderna quanto Galileo è l'antenato della scienza moderna,
e se è vero che dopo il diciassettesimo secolo, e principalmente
grazie allo sviluppo della filosofia moderna, scienza e filosofia si
separarono più radicalmente che mai in precedenza (27) - Newton
fu quasi l'ultimo a considerare i propri sforzi come «filosofia
sperimentale» e a offrire le sue scoperte alla riflessione di
«astronomi e filosofi» (28), come Kant fu l'ultimo filosofo a essere
una specie di astronomo e di naturalista (29) - la filosofia moderna
deve la sua origine e il suo corso alle specifiche scoperte scientifiche
più di qualsiasi filosofia precedente. Che questa filosofia, il
corrispettivo esatto di una visione scientifica del mondo da tempo
rifiutata, oggi non sia superata, non si deve solo alla natura della
filosofia, che, quando è autentica, ha la stessa permanenza e
capacità di durata delle opere d'arte, ma in questo caso particolare
all'evoluzione di un mondo in cui verità per molti secoli accessibili
solo ai pochi sono diventate realtà per tutti.
Sarebbe follia ignorare la corrispondenza anche troppo precisa della
moderna alienazione del mondo umano con il soggettivismo della
filosofia moderna (da Descartes e Hobbes al sensualismo, empirismo
e pragmatismo inglesi), come con l'idealismo e il materialismo
tedeschi fino ad arrivare al recente esistenzialismo fenomenologico e
al positivismo logico o epistemologico. Ma sarebbe altrettanto folle
credere che a distogliere la mente del filosofo dalle vecchie questioni
metafisiche indirizzandola verso una grande varietà di introspezioni introspezione nel suo apparato sensitivo e conoscitivo, nella sua
coscienza, nei processi psicologici e logici - sia stato un impulso
scaturito da uno sviluppo autonomo delle idee, o, in una variazione
dello stesso tema, credere che il nostro mondo sarebbe stato
differente se solo la filosofia si fosse attenuta alla tradizione.
Abbiamo già osservato che non le idee ma gli eventi cambiano il
mondo; l'idea di un sistema eliocentrico è vecchia quanto la
speculazione pitagorica, e persistente nella nostra storia quanto la
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
tradizione neoplatonica, senza, per questo, aver mai cambiato il
mondo o la mente umana, e l'autore dell'evento decisivo dell'età
moderna è Galileo piuttosto che Descartes. Questi ne era
perfettamente consapevole, e quando seppe del processo di Galileo
e della sua ritrattazione, fu tentato per un momento di bruciare tutte
le sue carte, perché, «se il movimento della terra è falso, sono
anche false tutte le basi della mia filosofia» (30). Ma Descartes e i
filosofi, dopo aver elevato ciò che era accaduto al piano di un
pensiero scevro da compromessi, registrarono con insuperabile
precisione l'enorme portata dell'evento; essi anticiparono almeno
parzialmente le fondate difficoltà inerenti alla nuova posizione
dell'uomo - difficoltà di cui gli scienziati, presi nelle loro occupazioni,
non si davano pensiero - finché, nel nostro tempo, non
cominciarono ad apparire nella loro opera e a interferire con le loro
ricerche. Da allora, la curiosa discrepanza tra il modo di sentire della
filosofia moderna, fin dagli inizi tendenzialmente pessimistico, e
quello della scienza moderna, fino ai tempi più recenti così
pervicacemente ottimistico, è stata superata. All'una e all'altra è
rimasto ben poco di che compiacersi.
38. IL DUBBIO CARTESIANO.
La filosofia moderna cominciò con il "de omnibus dubitandum est" di
Descartes, con il dubbio, ma con il dubbio non come autocontrollo
della mente umana per guardarsi dagli inganni del pensiero e dalle
illusioni dei sensi, non come scetticismo verso le morali e i pregiudizi
degli uomini e dei tempi, e nemmeno come un metodo critico di
ricerca scientifica e di speculazione filosofica. Il dubbio cartesiano ha
una portata tanto più vasta ed è troppo fondamentale nel suo
intento per essere determinato da tali contenuti concreti. Nella
filosofia e nel pensiero moderni, il dubbio occupa la stessa posizione
centrale che occupò per tutti i secoli prima il "thaumazein" dei greci,
la meraviglia per tutto ciò che è in quanto è. Descartes fu il primo a
concettualizzare questo dubitare moderno, che dopo di lui divenne il
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
motore evidente e dato per scontato che ha mosso tutto il pensiero,
l'asse invisibile sul quale si è incentrato ogni pensare. Proprio come
da Platone e Aristotele fino all'età moderna la filosofia, nei suoi
maggiori e più autentici rappresentanti, è stata l'articolazione dello
stupore di fronte a ciò che è, così la filosofia moderna, da Descartes
in poi, è consistita nelle articolazioni e ramificazioni del dubbio.
Il dubbio cartesiano, nel suo significato radicale e universale, fu
originariamente la risposta a una nuova realtà, una realtà non meno
reale anche se era rimasta ristretta per secoli alla piccola e
politicamente irrilevante cerchia dei letterati e dei dotti. I filosofi
compresero subito che le scoperte di Galileo non implicavano
semplicemente una sfida alla testimonianza dei sensi e che non era
più la ragione, come in Aristarco e Copernico, ad aver «commesso
una tale violenza sui loro sensi», nel qual caso sarebbe bastato agli
uomini scegliere tra le proprie facoltà e permettere alla ragione
innata di «padroneggiare la loro credulità» (31). Non era la ragione
ma uno strumento artificiale, il telescopio, che praticamente
cambiava la visione del mondo fisico; non era la contemplazione,
l'osservazione e la speculazione che conducevano alla nuova
conoscenza, ma l'attivo procedere dell'"homo faber", del fare e del
fabbricare. In altre parole, l'uomo si era ingannato nel confidare che
la realtà e la verità si rivelassero ai suoi sensi e alla sua ragione se
solo egli rimaneva fedele a ciò che vedeva con gli occhi del corpo e
della mente. La vecchia opposizione di verità sensibile e verità
razionale, della capacità inferiore di cogliere la verità propria dei
sensi e di quella superiore della ragione, sbiadì davanti a questa
sfida, davanti all'implicazione evidente che né la verità né la realtà
sono date, che né l'una né l'altra appaiono come sono, e che solo la
sospensione dell'apparenza, abolendo le apparenze, può offrire la
speranza di una vera conoscenza.
Fino a che punto la ragione e la fede nella ragione dipendano non
da singole percezioni dei sensi, ognuna delle quali può essere
un'illusione, ma dall'assunto acritico che i sensi come un tutto tenuti insieme e governati dal senso comune, il sesto e più alto
senso - adeguano l'uomo alla realtà che lo circonda, è stato
scoperto solo ora. Se l'occhio umano può tradire l'uomo al punto che
tante generazioni furono indotte a credere che il sole gira attorno
alla terra, allora la metafora degli occhi della mente non può più
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
reggere; essa in definitiva si basava, benché implicitamente, e
anche se usata in opposizione ai sensi, sulla fiducia nella visione
corporea. Se l'essere e l'apparenza sono uniti indissolubilmente, e
questo - come osservò una volta Marx - è l'assunto fondamentale di
tutta la scienza moderna, allora non rimane nulla da accettare sulla
fiducia; di tutto si deve dubitare. E' come se si fosse avverata
l'antica previsione di Democrito che una vittoria della mente sui
sensi poteva finire solo nella disfatta della mente, solo che ora i
fenomeni stessi sembrano aver conseguito una vittoria sia sulla
mente sia sui sensi (32).
Eminente caratteristica del dubbio cartesiano è la sua universalità, il
fatto che nulla, nessun pensiero e nessuna esperienza, possa
sottrarvisi. Nessuno ha forse esplorato più onestamente le sue vere
dimensioni di Kierkegaard quando fece il salto - non dalla ragione,
come pensava, ma dal dubbio - nella fede, introducendo il dubbio
nel cuore della religione moderna (33). La sua universalità si
propaga dalla testimonianza dei sensi alla testimonianza della
ragione e a quella della fede, perché questo dubbio risiede in
definitiva nella perdita dell'evidenza immediata, e tutto il pensiero
ha sempre preso le mosse da ciò che è evidente in sé e per sé evidente non solo per chi pensa ma per chiunque. Descartes non
mise semplicemente in dubbio che la comprensione umana potesse
essere aperta a ogni verità o che la visione umana potesse essere in
grado di vedere qualsiasi cosa, ma che l'intelligibilità del mondo da
parte della comprensione umana costituisse una dimostrazione di
verità, proprio come la visibilità non costituiva una prova di realtà.
Questo dubbio dubita addirittura che qualcosa come la verità esista,
e scopre quindi che il concetto tradizionale di verità, sia che fosse
basato sulla percezione sensibile o sulla ragione o sulla credenza
nella rivelazione divina, si era fondato sul duplice presupposto che
ciò che veramente è debba manifestarsi per disposizione propria e
che le facoltà umane siano adeguate a riceverlo (34). Che la verità
si riveli fu credo comune dell'antichità pagana ed ebraica, della
filosofia cristiana e di quella profana. Questa è la ragione per cui la
filosofia moderna si volse con tanta violenza - di fatto con una
violenza che rasentava l'odio - contro la tradizione, facendo
penitenza per l'entusiastico rinnovamento e la riscoperta
dell'antichità nel Rinascimento.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
Ci si rende pienamente conto di tutta l'acutezza del dubbio
cartesiano solo se si pensa che le nuove scoperte infersero alla
fiducia umana nel mondo e nell'universo un colpo anche più
disastroso di quanto non sia indicato dalla netta separazione di
essere e apparenza. Qui infatti la relazione tra essere e apparenza
non è più statica come nello scetticismo tradizionale, come se
semplicemente le apparenze celassero e coprissero un essere vero
destinato a non venir mai afferrato dall'uomo. Questo Essere, al
contrario, è tremendamente attivo ed energico: crea le proprie
apparenze, sennonché queste apparenze sono illusioni. Tutto ciò
che i sensi umani percepiscono è prodotto da forze invisibili,
segrete, e se con certi accorgimenti e ingegnosi strumenti queste
forze sono colte nell'atto piuttosto che scoperte - come un animale è
catturato e un ladro preso contro la sua volontà e intenzione avviene che questo Essere così terribilmente efficace è di natura tale
che le sue rivelazioni devono essere illusioni e le conclusioni tratte
dalle sue epifanie devono essere fallaci.
La filosofia cartesiana è pervasa da due incubi che in un certo senso
diventarono gli incubi dell'età moderna, non perché quest'età sia
stata così profondamente influenzata dalla filosofia cartesiana, ma
perché fu quasi inevitabile che emergessero quando furono le vere
conseguenze della visione moderna del mondo. Questi incubi sono
molto semplici e noti. Uno riguarda la realtà, la realtà del mondo
come quella della vita umana, che è oggetto di dubbio; se non ci si
può fidare dei sensi ne del senso comune né della ragione, può darsi
allora che tutto ciò che prendiamo per realtà sia solo un sogno.
L'altro riguarda la situazione umana generale come fu rivelata dalle
nuove scoperte, e l'impossibilità per l'uomo di fidarsi dei suoi sensi e
della sua ragione; in tali circostanze sembra possibile che uno spirito
maligno, un "Dieu trompeur", inganni volontariamente e
spietatamente l'uomo, così che Dio non è più l'ordinatore
dell'universo. Il diabolico trucco di questo spirito maligno
consisterebbe nell'aver creato una creatura che alberga in sé una
nozione di verità, ma solo per conferirle facoltà tali da non riuscire
mai, attraverso di esse, a raggiungere alcuna verità e a esser certa
di nulla.
Quest'ultimo punto, la questione della certezza, doveva diventare
decisivo per tutto lo sviluppo della moralità moderna. Ciò che
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
nell'età moderna andò perduto non fu, naturalmente, la capacità di
verità, di realtà, di fede né la concomitante inevitabile accettazione
della testimonianza dei sensi e della ragione, ma la certezza che
prima le accompagnava. Nella religione non fu la credenza nella
salvezza o in un aldilà che andò immediatamente perduta, ma la
"certitudo salutis" - e questo accadde in tutti i paesi protestanti dove
con la Chiesa Cattolica fu eliminata l'ultima istituzione tradizionale
che, ovunque mantenesse la sua autorità, si frapponeva tra la forza
d'urto della modernità e le masse dei credenti. Proprio come la
conseguenza immediata di questa perdita della certezza fu un nuovo
zelo a far bene, come se questa vita fosse solo un transitorio
periodo di prova (35), così la perdita della certezza della verità finì in
uno zelo senza precedenti per la veridicità - come se l'uomo potesse
mentire solo a condizione d'essere certo dell'irrefutabile esistenza
della verità e della realtà oggettiva, destinate in ogni caso a
sopravvivere e smentire tutte le sue menzogne (36). Il radicale
mutamento dei criteri morali che si verificò nel primo secolo dell'età
moderna fu ispirato dalle necessità e dagli ideali del suo più
importante gruppo di uomini, i nuovi scienziati; e le moderne virtù
cardinali - successo, industriosità e veridicità - sono nello stesso
tempo le più grandi virtù della scienza moderna (37).
Le società dei dotti e le Accademie Reali divennero centri
moralmente influenti dove gli scienziati si organizzarono per trovare
modi e mezzi per assoggettare la natura a esperimenti e strumenti,
così da costringerla a cedere i suoi segreti. E questo compito
gigantesco, al quale non era adeguato l'uomo singolo ma solo lo
sforzo collettivo delle migliori menti del genere umano, prescriveva
le regole di comportamento e i nuovi criteri di giudizio. Mentre la
verità si era identificata in precedenza con la «teoria», che dai greci
in poi aveva significato visione contemplativa dello spettatore che
percepisce la realtà che gli si scopre davanti, ora la questione del
successo prevalse e il banco di prova della teoria divenne «pratico»,
divenne cioè la capacità o meno di operare. La teoria divenne
ipotesi, e il successo dell'ipotesi divenne verità. Questo
importantissimo criterio di successo, tuttavia, non dipende da
considerazioni pratiche o dagli sviluppi tecnici che possono o no
accompagnare le specifiche scoperte scientifiche. Il criterio del
successo è inerente all'essenza e al progresso della scienza
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moderna, indipendentemente dalla sua applicabilità. Il successo qui
non è l'idolo vuoto in cui degenerò nella società borghese; fu, e
nelle scienze lo è sempre stato, un autentico trionfo dell'ingegnosità
umana contro le predominanti circostanze sfavorevoli.
La soluzione cartesiana del dubbio universale o la sua protezione dai
due incubi connessi tra loro - che tutto sia sogno e non esista alcuna
realtà, e che non Dio ma uno spirito maligno governi il mondo
prendendosi gioco dell'uomo - assomigliarono nel metodo e nel
contenuto alla svolta dalla verità alla veridicità (N.d.T. 3) e dalla
realtà alla credibilità. La convinzione di Descartes che, «se la nostra
mente non è la misura delle cose o della verità deve sicuramente
essere la misura delle cose che affermiamo o neghiamo» (38),
echeggia ciò che gli scienziati avevano scoperto in generale e senza
formularlo esplicitamente: che se anche non c'è verità, l'uomo può
essere veritiero e se anche non c'è fondata certezza, l'uomo può
essere creduto. Se c'era una salvezza, doveva trovarsi nell'uomo e
se c'era una soluzione alla questione sollevata dal dubbio, doveva
venire dal dubitare. Se ogni cosa è divenuta dubitabile, allora
almeno il dubitare è certo e reale. Qualunque sia lo stato della realtà
e della verità quali si danno ai sensi e alla ragione, «nessuno può
dubitare del suo dubbio e rimanere incerto se dubita o non dubita»
(39). Il famoso "cogito ergo sum" non scaturì per Descartes da una
qualche certezza immediata del pensiero come tale - nel qual caso
certo il pensiero avrebbe acquistato una nuova dignità e significato
per l'uomo - ma fu una semplice generalizzazione del "dubito ergo
sum" (40). In altre parole, dalla mera certezza logica che quando
dubito di qualcosa io rimango consapevole di un processo di dubbio
che si svolge nella mia coscienza, Descartes concluse che i processi
che si svolgono nella mente dell'uomo hanno una loro propria
certezza e possono diventare oggetto di un'indagine introspettiva.
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39. L'INTROSPEZIONE E LA PERDITA DEL SENSO COMUNE.
Ovviamente l'introspezione - non come riflessione della mente
dell'uomo sullo stato dell'anima o del corpo ma come puro interesse
cognitivo della coscienza per il suo contenuto (che è l'essenza della
"cogitatio" cartesiana, dove "cogito" significa anche "cogito me
cogitare") - deve dar luogo alla certezza, perché nulla conta eccetto
ciò che la mente produce da sé; nessuno interferisce se non il
produttore del prodotto, e l'uomo è posto di fronte a nient'altro e a
nessun altro che a se stesso. Molto prima che le scienze naturali e
fisiche cominciassero a chiedersi se l'uomo è capace di incontrare,
conoscere e comprendere alcunché tranne se stesso, la filosofia
moderna aveva scoperto nell'introspezione che l'uomo si interessa
solo di se stesso. Descartes credeva che la certezza prodotta dal suo
nuovo metodo dell'introspezione fosse la certezza dell'Io-sono (41).
L'uomo, in altre parole, porta la propria certezza, la certezza della
propria esistenza, dentro di sé; il puro funzionamento della
coscienza, anche se forse non può assicurare una realtà mondana
data ai sensi e alla ragione, conferma oltre ogni dubbio la realtà
delle sensazioni e del ragionamento, cioè la realtà dei processi che si
svolgono nella mente. Questi non sono dissimili dai processi biologici
che si svolgono nel corpo, e quando cominciamo a esserne
consapevoli possono anche convincere della propria realtà operante.
In quanto i sogni sono reali, poiché presuppongono un sognatore e
un sogno, il mondo della coscienza diviene reale. Il problema è che
proprio come sarebbe impossibile dedurre dalla consapevolezza dei
processi corporei la struttura effettiva di un corpo, compreso il
proprio, così è impossibile passare dalla mera coscienza delle
sensazioni, in cui i propri sensi vengono avvertiti e anche gli oggetti
sentiti diventano parte della sensazione, alla realtà con le sue
configurazioni, forme, colori e costellazioni. L'immagine dell'albero
sarà abbastanza reale per la sensazione della visione, come l'albero
sognato lo è per il sognatore finché dura il sogno, ma entrambi non
coincideranno con l'albero reale.
E' per uscire da queste difficoltà che Descartes e Leibniz sentirono il
bisogno di provare non l'esistenza di Dio, ma la sua bontà, l'uno
dimostrando che nessuno spirito maligno governa il mondo e si
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prende gioco dell'uomo, e l'altro che questo mondo, comprendente
l'uomo, è il migliore di tutti i mondi possibili. Il punto critico di
queste giustificazioni esclusivamente moderne, note da Leibniz in
poi come teodicee, è che il dubbio non concerne l'esistenza di un
essere superiore, che, al contrario, è tenuta per certa, ma concerne
la sua rivelazione, com'è data nella tradizione biblica, e le sue
intenzioni rispetto all'uomo e al mondo, o piuttosto l'adeguatezza del
rapporto tra l'uomo e il mondo. Per quanto riguarda questi, il dubbio
che la Bibbia o la natura contenga una rivelazione divina è
immediato, una volta chiarito che la rivelazione in quanto tale, lo
schiudersi della realtà ai sensi e della verità alla ragione, non
costituisce una garanzia né per l'uno né per l'altro. Tuttavia, il
dubbio sulla bontà di Dio, la nozione di un "Dieu trompeur", scaturì
dall'esperienza reale dell'inganno inerente all'accettazione della
nuova visione del mondo, un inganno particolarmente tormentoso
data la sua inevitabile ricorrenza; infatti nessuna conoscenza circa la
natura eliocentrica del nostro sistema planetario può modificare il
fatto che ogni giorno il sole è visto girare attorno alla terra, sorgere
e calare nella sua sede preordinata. Solo quando apparve che
l'uomo, se non fosse stato per la scoperta fortuita del telescopio,
avrebbe potuto rimanere per sempre nell'inganno, le strade di Dio
divennero realmente imperscrutabili; più l'uomo apprese intorno
all'universo, meno comprese le intenzioni e gli scopi per i quali
sarebbe stato creato. La bontà di Dio delle teodicee, quindi, è una
specie di "deus ex machina"; l'inesplicabile bontà è l'unica cosa che
in ultima analisi salva la realtà nella filosofia di Descartes (la
coesistenza dell'intelletto e dell'estensione, della "res cogitans" e
della "res extensa"), come salva l'armonia prestabilita tra l'uomo e il
mondo in Leibniz (42).
La vera trovata dell'introspezione cartesiana, e quindi la ragione per
cui questa filosofia divenne tanto importante per tutto lo sviluppo
spirituale e intellettuale dell'età moderna, consiste in primo luogo
nel fatto che si servì dell'incubo della non-realtà come di un mezzo
per sommergere tutti gli oggetti mondani nella corrente della
coscienza e dei suoi processi. La «visione dell'albero» trovata nella
coscienza e nell'introspezione non è più l'albero offerto alla vista e al
tatto, un'entità in sé dotata di una propria inalterabile
configurazione. Trasformato in un oggetto di coscienza allo stesso
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livello di una cosa meramente ricordata, o del tutto immaginaria,
diviene parte essenziale di questo processo, cioè della coscienza che
si conosce solo come una corrente sempre in movimento. Nulla,
forse, può disporre la nostra mente alla dissoluzione finale della
materia in energia, e degli oggetti in un turbine di fenomeni atomici,
meglio di quanto possa questa dissoluzione della realtà oggettiva
negli stati soggettivi della mente, o piuttosto nei processi mentali
soggettivi. In secondo luogo il metodo cartesiano di assicurare la
realtà contro il dubbio universale (e in questo rivestì anche maggior
importanza per i primi stadi dell'età moderna) corrispose
esattamente alla conclusione più immediata che si doveva trarre
dalla nuova scienza fisica: se non gli è consentito conoscere la verità
come qualcosa di dato e rivelato, l'uomo può almeno conoscere ciò
che fa da se stesso. Questo divenne l'atteggiamento più generale e
più generalmente accettato dell'età moderna, ed è questa
convinzione, piuttosto che il dubbio universale, a imprimere da una
generazione all'altra, da più di trecento anni, un ritmo sempre più
accelerato di scoperta e di sviluppo.
La ragione cartesiana è interamente basata «sull'assunto implicito
che la mente può conoscere solo ciò che essa stessa ha prodotto e
trattiene in un certo senso in se stessa (43). Il suo ideale più alto
deve essere quindi la conoscenza matematica come l'intende l'età
moderna, non cioè la conoscenza di forme ideali date fuori della
mente ma di forme prodotte da una mente che in questo caso
particolare non ha nemmeno bisogno dello stimolo - o piuttosto
dell'irritazione - prodotta sui sensi da oggetti diversi dal sensi stessi.
Questa teoria è certamente, come la chiama Whitehead, «effetto del
ritrarsi del senso comune» (44).
Infatti il senso comune (N.d.T. 4), quello da cui una volta tutti gli
altri sensi, con le loro sensazioni intimamente private, venivano
adeguati al mondo comune, proprio come la visione adattava l'uomo
al mondo visibile, diventa ora una facoltà interna senza alcuna
relazione con il mondo. Questo senso veniva ancora chiamato
comune solo perché per caso era comune a tutti. Ciò che ora gli
uomini hanno in comune non è il mondo ma la struttura delle loro
menti, ciò che, rigorosamente parlando, non possono avere in
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
comune; può solo darsi che la facoltà di ragionamento sia la stessa
(45). Dato il problema «due-più-due», tutti produrremo la stessa
risposta, quattro: questo è il vero modello del ragionamento di
senso comune.
La ragione, in Descartes come in Hobbes, diventa una delle
«conseguenze», la facoltà di dedurre e concludere, un processo cioè
che l'uomo in qualsiasi momento può lasciar operare entro di sé. La
mente di quest'uomo - per restare nella sfera della matematica non considera più «due-più-due» come un'equazione in cui due parti
si equilibrano in un'armonia di evidenza immediata, ma intende
l'equazione come l'espressione di un processo nel quale due e due
"diventano" quattro nella tendenza a generare ulteriori processi di
addizione che possono condurre all'infinito. Questa facoltà è
chiamata dal mondo moderno ragionamento di senso comune; è il
gioco della mente con se stessa, che si verifica quando la mente è
tagliata fuori dalla realtà e «sente» solo se stessa. I risultati di
questo gioco sono «verità» obbligatorie perché si suppone che la
mente di un uomo non differisca da quella di un altro, come non
differiscono le loro figure corporee. Qualsiasi differenza sarà una
differenza di potenziale nella mente, che può essere accertata e
misurata come si fa con i cavalli vapore. Qui la vecchia definizione
dell'uomo come "animal rationale" acquista una terribile precisione:
privati di quel senso «comune» che adegua i cinque sensi animali
dell'uomo al mondo comune a tutti gli uomini, gli esseri umani non
sono più che animali capaci di ragionare, di «calcolare le
conseguenze».
La difficoltà inerente alla scoperta del punto di Archimede fu, ed è
ancora, che il punto fuori della terra fu trovato da una creatura
legata alla terra, che scoprì di vivere in un mondo non solo diverso,
ma rovesciato, nel momento stesso in cui tentò di applicare la sua
visione universale del mondo al suo proprio ambito. La soluzione
cartesiana di questa difficoltà fu di spostare il punto di Archimede
nell'uomo stesso (46), di scegliere come ultimo punto di riferimento
la struttura della mente umana, che cerca di afferrare la realtà e la
certezza nell'ambito del complesso di formule matematiche che sono
il suo prodotto specifico. Qui la famosa "reductio scientiae ad
mathematicam" permette di sostituire i dati sensibili con un sistema
di equazioni matematiche in cui tutti i rapporti reali sono dissolti in
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relazioni logiche tra simboli artificiali. E' questa sostituzione che
permette alla scienza moderna di realizzare il suo «compito di
"produrre"» i fenomeni e gli oggetti che desidera osservare (47). E il
presupposto è che né Dio né uno spirito maligno possono cambiare
il fatto che due e due fanno quattro.
40. IL PENSIERO E LA VISIONE MODERNA DEL MONDO.
Il trasferimento cartesiano del punto di Archimede nella mente
dell'uomo, mentre consentì all'uomo di portarlo dentro di sé
ovunque andasse e lo liberò così d'un tratto dalla realtà data - cioè
dalla condizione umana di essere un abitante della terra - non è
forse stato mai tanto convincente come il dubbio universale da cui
scaturiva e che aveva la funzione di dissipare (48). Oggi, a ogni
modo, ritroviamo nelle difficoltà alle quali gli scienziati, nel mezzo
dei loro più grandi trionfi, non possono sottrarsi, gli stessi incubi che
hanno angustiato i filosofi dagli inizi dell'età moderna. L'incubo è
presente nel fatto che un'equazione matematica, come quella di
massa ed energia - originariamente destinata solo a salvare
l'esistenza dei fenomeni, a corrispondere a fatti osservabili che
potevano anche essere spiegati differentemente, proprio come i
sistemi tolemaico e copernicano differivano in origine solo in
semplicità e armonia - in effetti si presta a spiegare una conversione
molto reale della massa in energia e viceversa, così che la
«conversione» matematica implicita in ogni equazione corrisponde
alla convertibilità di fatto. Ed è presente nel fenomeno fantastico
che i sistemi della matematica non euclidea furono trovati
indipendentemente dalla loro applicabilità o anche dal loro
significato empirico, prima che ottenessero una straordinaria
conferma nella teoria di Einstein; ed è ancora più inquietante nella
conclusione inevitabile che «la possibilità di una tale applicazione
dev'essere ritenuta aperta per tutte, anche le più remote costruzioni
della matematica pura» (49). Se dovesse esser vero che un intero
universo, o piuttosto qualsiasi numero di universi completamente
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
differenti possono esistere, e «proveranno» qualunque schema
generale la mente umana abbia costruito, allora l'uomo può certo,
per un momento, esultare nella riaffermazione dell'«armonia
prestabilita tra la matematica pura e la fisica» (50), tra la mente e la
materia, tra l'uomo e l'universo. Ma sarà difficile respingere il
sospetto che questo mondo matematicamente anticipato sia un
mondo di sogno dove ogni visione che l'uomo riesca a sognare ha il
carattere della realtà solo finché il sogno dura. Sospetto che si
rafforzerà nello scoprire che gli eventi e i casi dell'infinitamente
piccolo, l'atomo, seguono le stesse leggi e andamenti
dell'infinitamente grande, i sistemi planetari (51). E ciò significa che
se guardiamo alla natura dal punto di vista dell'astronomia
otteniamo sistemi planetari, mentre se conduciamo le nostre
ricerche astronomiche dal punto di vista della terra otteniamo
sistemi geocentrici, terrestri.
In ogni caso, quando cerchiamo di trascendere l'apparenza
oltrepassando qualsiasi esperienza sensibile, per quanto confortata
dall'uso di strumenti, per cogliere gli ultimi segreti dell'essere, che
riguardo alla nostra visione del mondo fisico è tanto oscuro da non
apparire mai e ancora così tremendamente potente da produrre ogni
apparenza, troviamo che gli stessi schemi governano il macrocosmo
e il microcosmo, che gli strumenti ci danno gli stessi indici. Anche
qui, potremmo per un momento rallegrarci di una ritrovata unità
dell'universo, ma solo per ricadere in preda al sospetto, che ciò che
abbiamo trovato non abbia niente a che fare né col macrocosmo né
col microcosmo, che noi non ci occupiamo che degli schemi della
nostra mente, la mente che progettò gli strumenti e dettò le proprie
condizioni alla natura sottoponendola all'esperimento - che
prescrisse le sue leggi alla natura, per dirla con Kant; così è come se
realmente fossimo nelle mani di uno spirito maligno che si prende
gioco di noi e frustra la nostra sete di conoscenza, sicché ogni volta
che cerchiamo ciò che non siamo, incontriamo solo gli schemi della
nostra mente.
Il dubbio cartesiano, la conseguenza logicamente più plausibile e
cronologicamente più immediata della scoperta di Galileo, fu placato
per secoli dall'ingegnoso spostamento del punto di Archimede
nell'uomo stesso, almeno per quanto concerne la scienza naturale.
Ma la matematizzazione della fisica, che fece trionfare l'assoluta
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
rinuncia dei sensi alla finalità di conoscere, ebbe nelle sue ultime
fasi la conseguenza inaspettata, e tuttavia comprensibile, che la
natura risponde a ogni domanda posta dall'uomo in termini di
schemi matematici ai quali nessun modello può mai essere
adeguato, perché dovrebbe essere formato sulla base delle nostre
esperienze sensibili (52). A questo punto la connessione tra pensiero
ed esperienza sensibile, inerente alla condizione umana, sembra
prendere la sua rivincita: anche se la tecnologia dimostra la «verità»
dei concetti più astratti della scienza moderna, non dimostra
null'altro se non che l'uomo può sempre applicare le scoperte della
sua mente, che qualunque sia il sistema che usa per la spiegazione
di fenomeni naturali sarà sempre in grado di adottarlo come
principio-guida per fare e agire. Questa possibilità era latente anche
agli inizi della matematica moderna, quando risultò che le verità
numeriche sono pienamente traducibili in relazioni spaziali. Se,
quindi, la scienza attuale, date le sue difficoltà, punta sulle
realizzazioni tecniche per «provare» che abbiamo a che fare con un
«autentico ordine» dato in natura (53), è chiaro che è caduta in un
circolo vizioso che può essere formulato come segue: gli scienziati
formulano le loro ipotesi per realizzare i loro esperimenti e poi usano
questi esperimenti per verificare le loro ipotesi; è evidente che nel
corso di una impresa del genere hanno a che fare solo con una
natura ipotetica (54).
In altre parole, il mondo dell'esperimento sembra sempre
suscettibile di diventare una realtà fatta dall'uomo; e ciò, se anche
accresce il potere umano di fare e di agire e anche di creare un
mondo, ben oltre i limiti a cui le età precedenti avevano osato
avvicinarsi nel sogno o nella fantasia, ricaccia purtroppo ancora una
volta l'uomo - e questa volta con violenza maggiore che mai - nella
prigione della sua mente, nelle angustie degli schemi da lui stesso
creati. Nel momento in cui vuole ciò che tutte le età prima di lui
erano capaci di raggiungere, cioè la esperienza della realtà di ciò
che egli non è, troverà che la natura e l'universo «lo sfuggono» e
che un universo costruito secondo il comportamento della natura
nell'esperimento, e in conformità ai principi che l'uomo può tradurre
tecnicamente in una realtà operante, manca di qualsiasi possibile
rappresentazione. Nuovo qui non è il fatto che esistano cose di cui
non possiamo formare un'immagine - «cose» del genere si son
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
sempre conosciute, fra le quali, per esempio, l'«anima» - ma che le
cose materiali che vediamo e rappresentiamo, e sulle quali avevamo
misurato le cose immateriali non traducibili in immagini debbano a
loro volta essere «inimmaginabili». Con la scomparsa del mondo
sensibilmente dato, scompare anche il mondo trascendente, e con
esso la possibilità di trascendere il mondo materiale in concetti e
pensieri. Non è quindi sorprendente che il nuovo universo sia non
solo «praticamente inaccessibile ma nemmeno pensabile», dato che
«comunque lo pensiamo, è sbagliato; non forse privo di significato
come un 'cerchio triangolare', ma molto più di un 'leone alato'» (55).
Il dubbio universale cartesiano ha raggiunto il cuore della stessa
scienza fisica; infatti la fuga dell'uomo nella mente è bloccata se
risulta che l'universo fisico moderno non solo è al di là di ogni
rappresentazione, il che è naturale, posto che la natura e l'essere
non si rivelano ai sensi, ma è anche inconcepibile, impensabile in
termini di puro ragionamento.
41. IL CAPOVOLGIMENTO DELL'ORDINE TRADIZIONALE DI
CONTEMPLAZIONE E AZIONE.
Forse la più importante tra le conseguenze spirituali delle scoperte
dell'età moderna e, nello stesso tempo, la sola che non poteva
essere evitata, perché strettamente connessa con la scoperta del
punto di Archimede e con il concomitante insorgere del dubbio
cartesiano, è stato il rovesciamento dell'ordine gerarchico tra la "vita
contemplativa" e la "vita activa".
Per comprendere come fossero impellenti i motivi che
determinarono tale rovesciamento, prima di tutto è necessario
liberarsi dal pregiudizio corrente che ascrive lo sviluppo della scienza
moderna, a causa della sua applicabilità, a un desiderio
pragmatistico di migliorare le condizioni della vita umana sulla terra.
E' un fatto storico che la tecnologia moderna trae origine non
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dall'evoluzione di quegli attrezzi che l'uomo ha sempre inventato per
il duplice scopo di agevolare la propria fatica e di costruire un
mondo artificiale, ma esclusivamente da una ricerca conoscitiva
assolutamente non-pratica e priva di utilità. Così, l'orologio, uno dei
primi strumenti moderni, non fu inventato per finalità pratiche, ma
esclusivamente per lo scopo altamente «teoretico» di effettuare
certi esperimenti con la natura. Questa invenzione, certo, una volta
che l'utilità pratica ne divenne evidente, mutò interamente il ritmo e
la fisionomia della vita umana; ma dal punto di vista degli inventori
ciò fu meramente accidentale. Se avessimo dovuto contare solo sui
cosiddetti istinti pratici dell'uomo, non sarebbe mai esistita una
tecnologia, e sebbene oggi le invenzioni tecniche già esistenti
abbiano un certo potenziale che genererà probabilmente fino a un
certo punto altri progressi è improbabile che il nostro mondo
tecnicamente condizionato potrebbe sopravvivere, e tanto meno
svilupparsi ulteriormente, se finissimo per convincerci che l'uomo è
essenzialmente un essere pratico.
Comunque, l'esperienza fondamentale alla radice del rovesciamento
della gerarchia di contemplazione e azione fu che la sete di
conoscenza dell'uomo si placò solo dopo che egli ripose la sua
fiducia nell'ingegnosità delle proprie mani. Non che la verità e la
conoscenza non fossero più importanti; il fatto è che potevano
essere raggiunte solo dall'«azione» e non dalla contemplazione. Fu
uno strumento, il telescopio, un'opera delle mani dell'uomo, a
costringere finalmente la natura, o piuttosto l'universo, a cedere i
suoi segreti. Le ragioni per fidarsi del "fare", e diffidare della
"contemplazione" o dell'osservazione, divennero ancora più forti
dopo i risultati delle prime ricerche attive. Dopo la dissociazione
dell'essere e dell'"apparire" e la constatazione che la verità non
appare, non si rivela né si dischiude all'occhio mentale di uno
spettatore, scaturì un'autentica necessità di stanare la verità dalle
apparenze ingannevoli. Non c'era niente su cui si potesse contare
meno per acquistare la conoscenza e avvicinare la verità,
dell'osservazione passiva o della mera contemplazione. Per essere
certi occorreva accertarsi e per conoscere, fare. Una conoscenza
certa poteva essere raggiunta solo a una duplice condizione: in
primo luogo, che la conoscenza concernesse solo ciò che si era fatto
da se stessi - l'ideale divenne così la conoscenza matematica dove si
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
ha a che fare solo con entità create dalla mente - e in secondo
luogo, che la conoscenza fosse di natura tale da poter essere
verificata solo dal fare.
Da allora, la verità scientifica e quella filosofica si sono separate; la
verità scientifica non solo non ha bisogno di essere eterna, ma
nemmeno di essere comprensibile o adeguata alla ragione umana.
Furono necessarie molte generazioni di scienziati prima che la
mente umana prendesse il coraggio di guardare in faccia queste
conseguenze della modernità. Se la natura e l'universo sono prodotti
di un divino artefice, e se la mente umana è incapace di
comprendere ciò che l'uomo non ha fatto da sé, l'uomo non deve
aspettarsi di apprendere qualcosa di comprensibile attorno alla
natura. Può riuscire, con l'ingegno, a scoprire e anche a imitare
l'andamento dei processi naturali, senza però che quest'andamento
abbia un senso per lui; non c'è alcun motivo che esso sia
intelligibile. Sta di fatto che nessuna rivelazione divina
soprarazionale e nessuna astruseria filosofica ha mai offeso la
ragione umana così sfacciatamente come certi risultati della scienza
moderna. Ha certo ragione Whitehead quando dice che «solo il cielo
sa quale apparente non-senso non potrà domani essere dimostrato
vero» (56).
Ma la svolta che si verificò nel diciassettesimo secolo fu più radicale
di quanto non dica un semplice rovesciamento dell'ordine
tradizionalmente stabilito tra il contemplare e il fare. Il
rovesciamento, se vogliamo esprimerci in termini rigorosi, riguardò
solo la relazione tra pensare e fare, mentre la contemplazione, nel
senso originale di guardare la verità, fu completamente eliminata.
Infatti il pensiero e la contemplazione non si identificano.
Tradizionalmente, il pensiero era concepito come la via più diretta e
importante che conduceva alla contemplazione della verità. Da
Platone in poi, e probabilmente da Socrate, il pensiero fu inteso
come il dialogo interiore di ciascuno con se stesso ("eme emauto",
per richiamare l'espressione corrente nei dialoghi platonici), e
sebbene questo dialogo sia privo di qualsiasi manifestazione
esteriore e richieda anche una più o meno completa cessazione delle
altre attività, esso di per se stesso costituisce una condizione
eminentemente attiva. La sua inattività esterna è chiaramente
distinta dalla passività, dalla inerzia completa, in cui la verità
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finalmente si rivela all'uomo. Nel definire la filosofia l'ancella della
teologia, la Scolastica medievale avrebbe potuto benissimo
richiamarsi agli stessi Platone e Aristotele; entrambi, se pur in un
contesto molto diverso, avevano considerato il processo dialogico
del pensiero come il modo di preparare l'anima, e condurre la mente
a una contemplazione della verità al di là del pensiero e del discorso
- una verità che è "arrethon", impossibile da comunicarsi in parole,
per Platone (57), o al di là del discorso, per Aristotele (58).
Il rovesciamento dell'età moderna non è consistito quindi in una
elevazione del fare al rango della contemplazione, come se a un
certo punto il fare, attingendo lo stato più alto di cui l'essere umano
è capace, fosse diventato il significato finale per cui la
contemplazione doveva essere praticata, proprio come, fino allora,
tutte le attività della "vita activa" erano state giudicate secondo il
grado in cui rendevano possibile la "vita contemplativa". Il
rovesciamento riguardò il pensiero, che da allora fu subordinato
all'azione come era stato "ancilla theologiae", subordinato alla
contemplazione della verità divina nella filosofia medievale e della
verità dell'essere nella filosofia antica. La contemplazione stessa
divenne del tutto priva di significato.
La radicalità di questo rovesciamento è un poco oscurata da un
rovesciamento di diverso genere, con cui viene frequentemente
identificato e che, da Platone in poi, ha dominato la storia del
pensiero occidentale. Chiunque legga l'allegoria della caverna nella
"Repubblica" di Platone alla luce della storia greca, si renderà subito
conto che la "periagoge" (volgersi ad altro), che Platone vuole dal
filosofo, consiste in pratica in un rovesciamento dell'ordine del
mondo omerico. Non la vita dopo la morte, come nell'Ade di Omero,
ma la vita ordinaria sulla terra, è localizzata in una «caverna», in un
mondo sotterraneo; non è l'anima l'ombra del corpo, ma il corpo
l'ombra dell'anima; e il movimento privo di sensibilità, attribuito da
Omero all'esistenza senza vita dell'anima dopo la morte, è attribuito
all'affaccendarsi insensibile degli uomini che non lasciano la caverna
dell'esistenza umana per contemplare le idee eterne visibili nel cielo
(59).
In questo contesto ci interessa solo il fatto che la tradizione di
pensiero platonica, sia in filosofia sia in politica, prese le mosse da
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un rovesciamento, e che questo rovesciamento originario
predeterminò in larga misura le direzioni di pensiero in cui cadde
quasi automaticamente la filosofia occidentale quando non fu
animata da un grande e originale impeto filosofico. Sta di fatto che
la filosofia accademica è stata sempre dominata dagli infiniti
rovesciamenti di idealismo e materialismo, trascendentalismo e
immanentismo, realismo e nominalismo, edonismo e ascetismo e
così via. Ciò che importa qui è la reversibilità di tutti questi sistemi,
che li si possa cioè volgere da un lato o dall'altro in qualsiasi
momento della storia senza che per questo rovesciamento siano
necessari eventi storici o mutamenti negli elementi strutturali in
gioco. I concetti rimangono gli stessi, comunque vengano collocati
nei vari ordini sistematici. Una volta che Platone riuscì a rendere
reversibili questi elementi e concetti strutturali, i capovolgimenti nel
corso della storia intellettuale non richiesero più altro che una
esperienza puramente intellettuale, un'esperienza entro la cornice
dello
stesso
pensiero
concettuale.
Questi
rovesciamenti
cominciarono già con le scuole filosofiche della tarda antichità e
sono rimasti parte della tradizione occidentale. E' ancora la stessa
tradizione, lo stesso gioco intellettuale con antitesi accoppiate che
governa, in una certa misura, i famosi rovesciamenti moderni delle
gerarchie spirituali, come il capovolgimento di Marx della dialettica
hegeliana o la rivalutazione di Nietzsche del sensibile e del naturale
contro il soprasensibile e il soprannaturale.
Il capovolgimento di cui ci occupiamo in questa sede, conseguenza
spirituale delle scoperte di Galileo, sebbene sia stato
frequentemente interpretato in termini di rovesciamento della
tradizione e quindi come parte integrale della storia delle idee
dell'Occidente, è di natura completamente diversa. La convinzione
che la verità oggettiva non è data all'uomo, ma che egli può sapere
solo ciò che fa lui stesso, non è conseguenza dello scetticismo ma è
una scoperta dimostrabile, e quindi non conduce alla rassegnazione
ma o a un'attività ancora più intensa o alla disperazione. La perdita
del mondo nella filosofia moderna, la cui introspezione scoprì la
coscienza come il senso interiore con cui si accertano gli altri sensi e
come la sola garanzia di realtà, è differente non solo per intensità
dall'antico sospetto dei filosofi verso il mondo e verso gli altri con i
quali lo condividevano; il filosofo non si volge più dal mondo della
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287
Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
caducità ingannevole a un altro dominato da una verità eterna, ma
si distoglie da entrambi e si ritira in se stesso. Ciò che scopre nella
regione interiore è, di nuovo, non un'immagine la cui permanenza
possa essere ammirata e contemplata, ma, al contrario, il
movimento costante delle percezioni sensibili e l'attività non meno
costantemente in movimento del pensiero. Dal diciassettesimo
secolo, la filosofia ha prodotto i risultati migliori e meno controversi
quando ha investigato, mediante un supremo sforzo di autoispezione, i processi dei sensi e della mente. Da questo punto di
vista, la filosofia moderna è certo soprattutto teoria della
conoscenza e psicologia, e nei pochi casi in cui le potenzialità del
metodo di introspezione cartesiano furono realizzate pienamente da
uomini come Pascal, Kierkegaard e Nietzsche, si è tentati di dire che
i filosofi hanno condotto esperimenti con se stessi non meno radicali
e forse anche più impavidamente che gli scienziati con la natura.
Se possiamo ammirare il coraggio e rispettare lo straordinario
ingegno dei filosofi dell'età moderna, non possiamo negare che la
loro influenza e importanza sono diminuite come non mai. Non è
stato nel pensiero medievale, ma in quello moderno che la filosofia è
venuta a giocare un ruolo di secondo e anche di terzo piano. Dopo
che Cartesio ebbe basato la propria filosofia sulle scoperte di Galileo,
la filosofia sembrò condannata a star sempre un gradino al di sotto
della scienza e delle sempre più straordinarie scoperte scientifiche,
di cui si è strenuamente sforzata di scoprire "ex post facto" i principi
e di inserirli in qualche interpretazione generale della natura della
conoscenza umana. Così della filosofia non ebbero alcun bisogno gli
scienziati che - fino ai giorni nostri almeno - credettero di non saper
che farsene di un'ancella, di una filosofia che «portasse la torcia
davanti alla sua graziosa signora» (Kant). I filosofi diventarono
epistemologi, indaffarati attorno a una teoria universale della
scienza che non occorreva agli scienziati, o, come li voleva Hegel,
organi dello "Zeitgeist", i portavoce da cui gli umori generali del
tempo erano espressi con chiarezza concettuale. In entrambi i casi,
sia che si occupassero della natura o della storia, essi cercarono di
capire ciò che si svolgeva senza di loro e di adeguarsi. E' evidente
che la filosofia ha sofferto a causa degli sviluppi della modernità più
di qualsiasi altro campo dell'ingegno umano; ed è difficile dire se ha
sofferto più dell'assurgere quasi automatico dell'attività a una
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288
Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dignità inaspettata e mai vista, o della perdita della verità
tradizionale, cioè del concetto di verità che è alla base di tutta la
nostra tradizione.
42. IL CAPOVOLGIMENTO NELL'AMBITO DELLA «VITA
ACTIVA» E LA VITTORIA DELL'«HOMO FABER».
Prime fra le attività della "vita activa" ad assurgere alla posizione
prima occupata dalla contemplazione furono le attività del fare e del
fabbricare - le prerogative dell'"homo faber". Ciò era abbastanza
naturale, dato che era stato uno strumento, e quindi l'uomo nella
sua veste di creatore di strumenti, a condurre alla rivoluzione
moderna. Da allora in poi, ogni progresso scientifico è stato
connesso allo sviluppo di attrezzi e strumenti sempre più
perfezionati. Mentre, per esempio, gli esperimenti di Galileo con la
caduta dei gravi si sarebbero potuti fare in qualsiasi momento della
storia se solo gli uomini fossero stati inclini a cercare la verità in
modo sperimentale, l'esperimento di Michelson con l'interferometro
alla fine del diciannovesimo secolo non si basava semplicemente sul
suo «genio sperimentale» ma «richiedeva il generale avanzamento
della tecnologia», e quindi «non avrebbe potuto esser fatto prima»
(60).
Non fu solo l'ausilio degli strumenti, e quindi l'aiuto che l'uomo
ottenne dall'"homo faber" nella ricerca della conoscenza, a far
ascendere queste attività dall'umile posto che occupavano nella
gerarchia delle capacità umane. Ancor più decisivo fu l'elemento del
fare e del fabbricare presente nell'esperimento stesso, che produce i
propri fenomeni di osservazione e quindi trae origine dalle capacità
produttive dell'uomo. L'uso dell'esperimento a fini conoscitivi fu già
la conseguenza della convinzione che si può conoscere solo ciò che
si fa, poiché questa convinzione significava che si può penetrare ciò
che non si è fatto solo raffigurando e imitando i processi di
formazione di ciò che si vuol conoscere. La tanto discussa svolta
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289
Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
nella storia della scienza dalle vecchie questioni del «che cosa» o del
«perché» qualcosa è, alla nuova questione di «come» è venuta in
essere, è una diretta conseguenza di questa convinzione, e la
risposta può essere trovata solo nell'esperimento. L'esperimento
ripete i processi naturali come se l'uomo fosse occupato a fare
oggetti di natura, e benché nelle prime fasi dell'età moderna
nessuno scienziato responsabile avesse potuto immaginare fino a
che punto l'uomo è realmente capace di «creare» la natura, gli
scienziati si accostarono alla natura dal punto di vista dell'Uno che la
creò, e non per ragioni pratiche di applicabilità tecnica ma
esclusivamente per la ragione «teoretica» che la certezza della
conoscenza non si poteva ottenere altrimenti: «datemi la materia e
vi costruirò il mondo, cioè datemi la materia e vi mostrerò come da
essa si è sviluppato un mondo» (61). Queste parole di Kant
mostrano "in nuce" la moderna mescolanza di fare e conoscere, e
da allora in poi è come se fossero stati necessari pochi secoli di
conoscenza delle tecniche adeguate per preparare l'uomo moderno
a creare ciò che egli voleva conoscere.
Produttività e creatività, che dovevano diventare gli ideali più alti e
persino gli idoli dell'età moderna nei suoi stadi iniziali, sono caratteri
tipici dell'"homo faber", dell'uomo come costruttore e fabbricatore.
Tuttavia c'è un altro elemento significativo degno di nota nella
versione moderna di queste facoltà. La svolta dal «perché» e dal
«che cosa» al «come» implica che i veri oggetti della conoscenza
non possono più essere cose e movimenti esterni ma devono essere
processi, e che quindi l'oggetto della scienza non è più la natura o
l'universo ma la storia, la vicenda della formazione della natura,
della vita, dell'universo. Molto prima che l'età moderna sviluppasse
la sua eccezionale coscienza storica, e che il concetto di storia
divenisse dominante nella filosofia moderna, le scienze naturali si
erano sviluppate in discipline storiche, finché nel diciannovesimo
secolo esse aggiunsero alle più vecchie discipline della fisica e della
chimica, della zoologia e della botanica, le nuove scienze naturali
della geologia, o storia della terra, della biologia o storia della vita,
dell'antropologia o storia della vita umana e, in generale, della storia
naturale. In tutti questi casi, lo sviluppo, il concetto chiave delle
scienze storiche, divenne anche il concetto centrale delle scienze
fisiche. La natura, potendo esser conosciuta solo in processi che
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
l'ingegno umano, l'ingegnosità dell'"homo faber", riusciva a ripetere
e rifare nell'esperimento, divenne un processo (62), e tutte le cose
naturali particolari derivarono il loro significato solamente dalle loro
funzioni nel processo generale. Al posto del concetto di essere
troviamo ora il concetto di processo. E mentre è nella natura
dell'essere l'apparire e il rivelarsi, è nella natura del processo il
rimanere invisibile, essere qualcosa di cui si può solo dedurre
l'esistenza dalla presenza di certi fenomeni. Questo processo fu
originariamente il processo di fabbricazione che «scompare nel
prodotto», ed era basato sull'esperienza dell'"homo faber", il quale
sapeva che un processo di produzione necessariamente precede
l'esistenza di qualsiasi oggetto.
Tuttavia, mentre questa insistenza sul processo del fare, o
l'insistenza nel considerare ogni cosa come risultato di un processo
di fabbricazione, è caratteristica dell'"homo faber" e della sua sfera
di esperienza, l'accento esclusivo che l'età moderna pose su questo
punto a discapito di qualsiasi interesse per le cose, per gli stessi
prodotti, è completamente nuovo e trascende realmente la mentalità
dell'uomo come creatore di strumenti e fabbricatore, per il quale,
invece, il processo di produzione era semplicemente mezzo per un
fine. Dal punto di vista dell'"homo faber", è come se il mezzo, il
processo di produzione o di sviluppo, fosse più importante del fine,
del prodotto finito. La ragione di questo spostamento d'accento è
evidente: il fare dello scienziato serviva a conoscere, non a produrre
cose, e il prodotto era un semplice derivato, un effetto secondario.
Anche oggi tutti i veri scienziati converranno che l'applicabilità
tecnica di ciò che stanno facendo è un mero prodotto collaterale del
loro sforzo.
Il pieno significato di questo capovolgimento di mezzi e fini rimase
latente finché predominò la visione meccanicistica del mondo, la
visione del mondo dell'"homo faber" per eccellenza. Questa visione
trovò la sua teoria più plausibile nella famosa analogia del rapporto
tra la natura e Dio con il rapporto tra l'orologio e l'orologiaio. Il
punto, per noi, non è tanto che l'idea che il diciannovesimo secolo si
faceva di Dio fosse evidentemente modellata sull'immagine
dell'"homo faber", ma che in questo caso il carattere processuale
della natura era ancora limitato. Sebbene tutte le particolari cose
naturali fossero già state immerse nel processo da cui erano
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
derivate, la natura come un tutto non era ancora un processo ma il
prodotto finito più o meno stabile di un artefice divino. L'immagine
dell'orologio e dell'orologiaio è così pregnante proprio perché
contiene sia la nozione di un carattere processuale della natura
nell'immagine dei movimenti dell'orologio, sia la nozione del suo
carattere oggettivo ancora intatto nell'immagine dell'orologio stesso
e del suo artefice.
E' importante ricordare a questo punto che il sospetto squisitamente
moderno verso le facoltà umane recettive della verità, la sfiducia nel
dato, e quindi la nuova fiducia nel fare, e nell'introspezione ispirata
dalla speranza che nella coscienza umana esistesse un dominio dove
conoscere e produrre coincidono, non scaturirono direttamente dalla
scoperta del punto di Archimede fuori della terra, nell'universo.
Furono piuttosto le necessarie conseguenze di questa scoperta per
lo scopritore stesso, in quanto egli era e rimaneva una creatura
terrestre. Questa stretta parentela della mentalità moderna con la
riflessione scientifica implica naturalmente che la vittoria dell'"homo
faber" non poteva rimanere ristretta all'impiego di nuovi metodi
nelle scienze naturali, l'esperimento e la matematizzazione della
ricerca scientifica. Una delle conseguenze più plausibili tratte dal
dubbio cartesiano fu l'abbandono del tentativo di comprendere la
natura, e generalmente di conoscere le cose non prodotte
dall'uomo, e il volgersi invece esclusivamente alle cose che
dovevano
la
loro
esistenza
all'uomo.
Questo
genere
d'argomentazioni indusse praticamente Vico a spostare la sua
attenzione dalla scienza della natura alla storia, che pensava fosse la
sola sfera in cui l'uomo poteva ottenere qualche conoscenza proprio
per il fatto che in essa aveva a che fare solo con prodotti dell'attività
umana (63). La scoperta moderna della storia e della coscienza
storica dovette uno dei suoi maggiori impulsi non a un nuovo
entusiasmo per la grandezza dell'uomo, per le sue imprese e le sue
sofferenze, né alla credenza che il significato dell'esistenza umana si
trovi nella storia del genere umano, ma alla disperazione della
ragione umana, che sembrò adeguata solo se posta di fronte a
oggetti fatti dall'uomo.
Anteriori alla moderna scoperta della storia, ma animati dai
medesimi impulsi, sono i tentativi del diciassettesimo secolo di
formulare nuove filosofie politiche o, piuttosto, di inventare i mezzi e
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292
Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
gli strumenti per «fare un animale artificiale... si chiami
Commonwealth, o Stato» (64). Con Hobbes e con Cartesio «primo
motore fu il dubbio» (65), e il metodo scelto per stabilire l'«arte
dell'uomo», mediante la quale egli farebbe e governerebbe il proprio
mondo come «Dio fa e governa il mondo» attraverso l'arte della
natura, è ancora l'introspezione, un «leggere in se stesso», dato che
questa lettura gli mostrerà «la somiglianza dei pensieri e delle
passioni di un uomo coi pensieri e le passioni di un altro». E ancora
una volta le regole e i criteri per costruire e giudicare questa che è
la più umana delle «opere d'arte» (66) umane non si trovano fuori
dagli uomini, non sono qualcosa che gli uomini hanno in comune in
una realtà mondana percepita dai sensi o dalla mente. Sono,
piuttosto, racchiusi nella interiorità dell'uomo, aperti solo
all'introspezione, così che la loro validità riposa sull'assunto che
«non... gli oggetti delle passioni» ma le passioni stesse sono le
medesime in ogni esemplare della specie umana. E ancora una volta
troviamo l'immagine dell'orologio, applicata questa volta al corpo
umano e usata poi per i moti delle passioni. L'istituzione del
Commonwealth, o la creazione umana di «un uomo artificiale»,
equivale alla costruzione di un «automa mosso da molle e rotelle
come un orologio».
In altre parole, il processo che, come vedremo, invase le scienze
naturali con l'esperimento, nel tentativo di imitare in condizioni
artificiali il «fare» attraverso il quale una cosa naturale si forma,
serve altrettanto bene o anche meglio come principio del fare nel
dominio delle cose umane. Infatti qui i processi della vita interiore,
individuati nelle passioni mediante l'introspezione, possono
diventare i criteri e le regole per la creazione della vita «automatica»
di quell'«uomo artificiale» che è «il grande Leviatano». I risultati
ottenuti dall'introspezione, il solo metodo atto a produrre una certa
conoscenza, appartengono alla natura dei movimenti: solo gli
oggetti dei sensi rimangono come sono e subiscono, precedono e
seguono l'atto della sensazione; solo gli oggetti delle passioni sono
permanenti e fissi finché non sono raggiunti e divorati da qualche
desiderio appassionato; solo gli oggetti del pensiero, ma non il
pensiero stesso, sono al di là del moto e della corruzione. I processi,
quindi, e non le idee, i modelli e le forme delle cose che devono
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293
Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
essere, diventano la guida del fare e del fabbricare dell'"homo faber"
nell'età moderna.
Il tentativo di Hobbes di introdurre i nuovi concetti del fare e del
calcolare in filosofia politica - o, piuttosto, il suo tentativo di
applicare l'attitudine, da poco scoperta, dell'uomo al «fare» nella
sfera delle cose umane - ebbe un'enorme importanza. Come è ben
noto, il razionalismo moderno, nel suo sottolineare l'antagonismo di
ragione e passione, non ha mai trovato un rappresentante più chiaro
e alieno da compromessi. Tuttavia fu proprio nel dominio delle cose
umane che la nuova filosofia mostrò la corda perché, per sua
natura, non poteva comprendere la realtà e nemmeno crederci.
L'idea che solo ciò che sto facendo è reale - perfettamente vera e
legittima nel dominio della fabbricazione - è definitivamente
smentita dal corso effettivo degli eventi, dove nulla accade più
spesso dell'assolutamente inaspettato. Agire nella forma del fare,
ragionare nella forma del «calcolare le conseguenze», significa
eliminare l'inaspettato, l'evento stesso, dato che sarebbe
irragionevole e irrazionale aspettare ciò che non è che un'«infinita
improbabilità». Dato però che l'evento costituisce il vero tessuto
della realtà nell'ambito delle cose umane, dove «ciò che è del tutto
improbabile accade regolarmente», è irrealistico non tenerne conto,
non tener conto cioè di qualcosa di incalcolabile. La filosofia politica
dell'età moderna, il cui più grande rappresentante è ancora Hobbes,
inciampa sullo scoglio di un razionalismo moderno irreale e di un
realismo moderno irrazionale - che è solo un altro modo di dire che
la realtà e la ragione umana hanno sciolto l'alleanza. La gigantesca
impresa di Hegel di riconciliare lo spirito con la realtà ("den Geist mit
der Wirklichkeit zu versöhnen"), riconciliazione che è il più profondo
obiettivo di tutte le moderne teorie della storia, poggiò sulla
convinzione che la ragione umana si scontrava con lo scoglio della
realtà.
Il fatto che la moderna alienazione del mondo fosse abbastanza
radicale da estendersi anche alle più mondane delle attività umane
all'«opera» e alla reificazione, al fare le cose e al costruire un
mondo, distingue nettamente gli atteggiamenti e le valutazioni
moderni da quelli della tradizione, più di quanto non starebbe a
indicare un semplice rovesciamento di contemplazione e azione, di
pensare e fare. la rottura con la contemplazione fu consumata non
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
con l'elevazione dell'uomo-artefice alla posizione prima occupata
dall'uomo che contempla, ma con l'introduzione del concetto di
processo nel fare. In confronto a questo, il clamoroso
rimaneggiamento dell'ordine gerarchico entro la "vita activa", dove
la fabbricazione venne a occupare un rango prima tenuto dall'azione
politica, è di minore importanza. Abbiamo visto che in effetti questa
gerarchia, anche se non espressamente, era già stata respinta, fin
dagli inizi della filosofia politica, dal profondo sospetto dei filosofi
verso la politica in generale e l'azione in particolare.
La faccenda è un po' confusa perché la filosofia politica greca segue
ancora l'ordine fissato dalla "polis", anche quando si volge contro di
essa; ma nei loro scritti strettamente filosofici (ai quali,
naturalmente, ci si deve rivolgere se si vuol conoscere il loro più
intimo pensiero), sia Platone sia Aristotele tendono a invertire la
relazione tra l'"opera" e il "labor" a favore della prima. Così
Aristotele, in una disamina dei differenti tipi di conoscenza nella sua
"Metafisica", pone la "dianoia" e l'"episteme praktike", visione
pratica e scienza politica, al punto più basso del suo ordine, e al di
sopra pone la scienza della fabbricazione, l'"episteme poietike", che,
precedendola immediatamente, conduce alla "theoria", la
contemplazione della verità (67). E la ragione di questa predilezione
filosofica non dipende affatto dal sospetto verso l'azione, di
ispirazione politica, che abbiamo ricordato prima, ma dalla
circostanza,
filosoficamente
ben
più
significativa,
che
contemplazione e fabbricazione ("theoria" e "poiesis") abbiano
un'intima affinità e non stiano fra di loro nella stessa opposizione
indubbia di contemplazione e azione. Il punto decisivo di
somiglianza, almeno nella filosofia greca, stava nel fatto che la
contemplazione, l'ammirare qualcosa, era considerato anche un
elemento inerente alla fabbricazione, in quanto l'opera dell'artigiano
era guidata dall'«idea», dal modello da lui contemplato, prima che il
processo di fabbricazione avesse inizio e dopo che era terminato;
prima per avere indicazioni su che cosa fare, e poi per poter
giudicare il prodotto finito.
Storicamente, la fonte di questa contemplazione, che troviamo per
la prima volta descritta nella scuola socratica, è almeno duplice. Da
una parte, è in evidente e coerente connessione con la famosa
affermazione di Platone, citata da Aristotele, che il "thaumazein", la
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
meraviglia di fronte al miracolo dell'essere, è l'inizio di ogni filosofia
(68).
Mi sembra molto probabile che questa affermazione di Platone sia il
risultato immediato di un'esperienza, forse la più straordinaria, che
Socrate offrì ai suoi discepoli: il fatto che egli cadesse di tanto in
tanto preda dei suoi pensieri, che lo assorbivano al punto da tenerlo
per molte ore in una perfetta immobilità. Appare non meno
plausibile che tale meraviglia debba essere essenzialmente muta,
che cioè il suo effettivo contenuto sia intraducibile in parole. Questo
spiegherebbe almeno perché Platone e Aristotele, che
consideravano il "thaumazein" l'inizio della filosofia, convenissero
anche - a dispetto di tanti e così decisivi disaccordi - che uno stato
di incomunicabilità, lo stato essenzialmente incomunicabile della
contemplazione, era il fine della filosofia. "Theoria", in effetti, è solo
un'altra parola per "thaumazein"; la contemplazione della verità alla
quale arriva infine il filosofo è la meraviglia muta, filosoficamente
purificata, con cui aveva cominciato.
C'è, però, un altro aspetto della questione, che si rivela in modo più
articolato nella dottrina platonica delle idee, nel suo contenuto come
nella terminologia e negli esempi. Questi attingono alle esperienze
dell'artigiano, che vede col suo occhio interiore la forma del modello
secondo cui fabbrica l'oggetto. Per Platone, questo modello, che
l'artigiano può solo imitare ma non creare, non è un prodotto della
mente umana, ma le viene offerto. Come tale possiede un grado di
permanenza e di eccellenza che non si realizza, ma al contrario si
guasta nel suo materializzarsi mediante l'opera di mani umane.
L'opera rende corruttibile e distrugge l'eccellenza di ciò che
rimaneva eterno finché era oggetto di mera contemplazione. Quindi,
il giusto atteggiamento verso i modelli che guidano l'opera e la
fabbricazione, cioè verso le idee platoniche, è lasciarle come sono e
come appaiono all'occhio interiore della mente. Solo quando l'uomo
rinuncia alla sua capacità di operare e non fa più nulla, può
contemplarli e così partecipare della loro eternità. La
contemplazione, da questo punto di vista, è completamente diversa
dallo stato di rapita meraviglia con cui l'uomo risponde al miracolo
dell'essere nella sua totalità. Essa è e rimane parte integrante di un
processo di fabbricazione, anche se si è staccata da ogni opera e da
ogni fare; consiste sempre infatti nella contemplazione del modello,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
ma non più come guida all'atto del fare, bensì prolungata e goduta
per se stessa.
Nella tradizione della filosofia è questo secondo tipo di
contemplazione che divenne predominante. Quindi l'immobilità, che
nello stato della muta meraviglia non era che il risultato accidentale
dell'assorbimento, diventa ora la condizione e quindi la caratteristica
saliente della "vita contemplativa". Non è mediante la meraviglia,
che vince l'uomo e lo mette nell'immobilità, ma mediante la
cessazione consapevole dell'attività, dell'attività del fare, che si
raggiunge lo stato contemplativo. Se si leggono le fonti medievali
sulle gioie e le delizie della contemplazione, si scorge come i filosofi
volessero assicurarsi che l'"homo faber" rispondesse al richiamo
della contemplazione, e arrestasse il movimento delle sue braccia,
finalmente comprendendo che il suo più grande desiderio, il
desiderio di permanenza e immortalità, non si realizza con gli atti,
ma solo intuendo che il bello e l'eterno non possono essere fatti.
Nella filosofia di Platone, la meraviglia muta, inizio e fine della
filosofia, insieme con l'amore del filosofo per l'eterno e il desiderio
dell'artefice di permanenza e immortalità, si permeano a vicenda
finché non son più quasi discernibili. Tuttavia, il fatto incontestabile
che la meraviglia senza parole dei filosofi risultava un'esperienza
riservata ai pochi, mentre lo sguardo contemplativo dell'artigiano era
possibile a molti, esercitava il suo peso in favore di una
contemplazione derivata soprattutto dalle esperienze dell'"homo
faber". Ciò si manifestava già in Platone, che traeva i suoi esempi
dall'ambito del fare perché erano più vicini a un'esperienza umana
più generale, e ancor più dove una forma di contemplazione e
meditazione era richiesta a tutti, come nel cristianesimo medievale.
Così non furono soprattutto il filosofo e la muta meraviglia filosofica
a modellare il concetto e la pratica di contemplazione e la vita
contemplativa, ma piuttosto l'"homo faber" travestito; fu l'uomo
artefice e fabbricante, il cui compito è fare violenza alla natura per
costruirsi una dimora permanente, che si convinse a rinunciare alla
violenza insieme con ogni attività, a lasciare le cose come sono, e a
trovare la propria casa nelle regioni contemplative dell'imperituro e
dell'eterno. L'"homo faber" poteva essere convinto di questo
mutamento del proprio atteggiamento perché conosceva la
contemplazione e qualcuna delle sue delizie per esperienza propria;
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
non gli era necessario cambiare completamente mentalità, mediante
una vera "periagoge", un radicale voltafaccia. Non aveva che da
lasciar cadere le braccia e prolungare indefinitamente l'atto di
contemplare l'"eidos", la forma eterna e il modello che prima voleva
imitare e la cui bellezza ed eccellenza sapeva ora di poter solo
guastare con qualsiasi tentativo di reificazione.
Se, quindi, l'opposizione moderna al primato della contemplazione
sopra ogni altro genere di attività non avesse fatto altro che
capovolgere l'ordine stabilito tra il fare e il contemplare, sarebbe
ancora rimasta in una dimensione tradizionale. Questa dimensione
fu forzata, però, quando nella comprensione della fabbricazione
stessa l'accento si spostò interamente dal prodotto e dal modello,
guida permanente del processo di fabbricazione, dalla questione
intorno a che cosa sia una cosa e quale specie di cosa si dovesse
produrre, alla questione relativa ai mezzi e ai processi, mediante i
quali doveva essere fatta e riprodotta. Infatti ciò comportò sia la
perdita della fiducia nella contemplazione come mezzo per giungere
alla verità, sia la decadenza dalla sua posizione nella "vita activa"
stessa e quindi nel raggio della ordinaria esperienza umana.
43. LA DISFATTA DELL'«HOMO FABER» E IL PRINCIPIO Dl
SODDISFAZIONE.
Se si considerano solo gli eventi che portarono all'epoca moderna, e
si riflette esclusivamente sulle conseguenze immediate delle
scoperte di Galileo, che devono aver colpito i grandi ingegni del
diciassettesimo secolo con la forza imperiosa della verità immediata,
il rovesciamento del rapporto di contemplazione e fabbricazione, o
piuttosto l'eliminazione della contemplazione dal rango delle facoltà
umane significative, è una conseguenza quasi ovvia. Sembra
egualmente normale che questo rovesciamento abbia elevato
l'"homo faber", artefice e fabbricante, piuttosto che l'uomo agente o
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
l'uomo come "animal laborans", al più alto rango delle possibilità
umane.
E, certo, fra le caratteristiche salienti dell'età moderna, dai suoi inizi
ai nostri giorni, troviamo gli atteggiamenti tipici dell'"homo faber". la
sua strumentalizzazione del mondo, la sua fiducia negli strumenti e
nella produttività del costruttore di oggetti artificiali, nella portata
onnicomprensiva della categoria mezzi-fine, la sua convinzione che
ogni problema può essere risolto e ogni motivazione umana ridotta
al principio dell'utilità; la sua sovranità, che considera tutto ciò che
le è dato come materia prima e vede la natura come «un immenso
tessuto da cui possiamo ritagliare ciò che vogliamo e ricucirlo come
ci piace» (69); la sua equiparazione di intelligenza e ingegnosità, e
cioè il suo disprezzo per ogni pensiero che non possa essere
considerato «il primo passo... per la fabbricazione di oggetti
artificiali, e in particolare di strumenti utili per produrre strumenti, e
per variare la loro fabbricazione indefinitamente» (70); infine, la sua
identificazione acritica della fabbricazione con l'azione.
Ci condurrebbe troppo lontano seguire le ramificazioni di questa
mentalità, e non è necessario, perché sono facilmente individuabili
nelle scienze naturali, dove lo sforzo puramente teorico scaturisce
dal desiderio di creare l'ordine dal «mero disordine», dalla
«selvaggia varietà della natura» (71), dove quindi la predilezione
dell'"homo faber" per modelli di cose da produrre sostituisce le
vecchie nozioni di armonia e semplicità. La stessa mentalità si
ritrova nell'economia classica, il cui più alto criterio di misura è la
produttività e il cui pregiudizio contro le attività non-produttive è
così forte, che anche Marx poté giustificare la sua perorazione della
giustizia per i lavoratori solo presentando le attività lavorative
improduttive in termini di opera e fabbricazione. Ancor più
articolata, naturalmente, essa si presenta nelle tendenze
pragmatistiche della filosofia moderna, che sono caratterizzate non
solo dall'alienazione cartesiana del mondo, ma anche dall'unanimità
con cui la filosofia inglese dal diciassettesimo secolo in poi e la
filosofia francese nel diciottesimo secolo adottarono il principio
dell'utilità come chiave per aprire tutte le porte alla spiegazione della
motivazione e del comportamento umani. Generalmente parlando,
l'antica convinzione dell'"homo faber", che «l'uomo è la misura di
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
tutte le cose» progredì
universalmente accettato.
fino
al
rango
di
luogo
comune
Ciò che richiede una spiegazione non è la stima moderna dell'"homo
faber", ma il fatto che questa stima sia stata così rapidamente
seguita dall'innalzamento del lavoro alla più elevata posizione
nell'ordine gerarchico della "vita activa". Questo secondo
rovesciamento della gerarchia nell'ambito della "vita activa" si
produsse più gradualmente e meno drammaticamente del
capovolgimento della contemplazione e dell'azione in generale,
come di quello dell'azione e della fabbricazione in particolare.
L'innalzamento del lavoro fu preceduto da certe deviazioni e
variazioni della mentalità tradizionale dell'"homo faber" che furono
caratteristiche dell'età moderna e che, certo, sorsero quasi
automaticamente dalla natura stessa degli eventi che la
provocarono. Ciò che cambiò la mentalità dell'"homo faber" fu la
posizione centrale del concetto di processo nella modernità. Per
quanto concerneva l'"homo faber", lo spostamento moderno
dell'accento dal «che cosa» al «come», dalla cosa stessa al suo
processo di fabbricazione, non fu di certo una pura benedizione.
Esso privò l'uomo, artefice e costruttore, di quei metri e misure fissi
e permanenti che, prima dell'età moderna, gli erano sempre serviti
da guide nel suo fare e da criteri nel suo giudizio. Non è solo, e
forse nemmeno principalmente, lo sviluppo della società
commerciale che, con la vittoria trionfale del valore di scambio sul
valore d'uso, introdusse prima il principio della interscambiabilità,
poi la relativizzazione, e finalmente la svalutazione di tutti i valori.
Infatti la mentalità dell'uomo moderno, come fu determinata dallo
sviluppo della scienza moderna e da quello concomitante della
filosofia moderna, subì così una volta non meno decisiva quando
l'uomo iniziò a considerarsi parte integrante dei due processi sovraumani e onnicomprensivi della natura e della storia, che sembravano
condannati a un progresso infinito senza mai raggiungere alcun
"telos" intrinseco o avvicinarsi ad alcuna idea preordinata.
In altre parole, l'"homo faber", quando uscì dalla grande rivoluzione
della modernità, benché dovesse acquistare un grado mai sognato
di ingegnosità nell'escogitare strumenti per misurare l'infinitamente
grande e l'infinitamente piccolo, fu privato di quelle misure
permanenti che precedono e oltrepassano il processo di
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
fabbricazione e costituiscono un ente autenticamente assoluto
rispetto all'attività di fabbricazione. Certamente nessuna delle
attività della "vita activa" aveva tanto da perdere dall'eliminazione
della contemplazione dal campo delle capacità umane significative,
come la fabbricazione. Infatti diversamente dall'azione, che in parte
consiste nella liberazione di processi, e diversamente dal lavoro, che
segue strettamente il processo metabolico della vita biologica, la
fabbricazione dà luogo a dei processi considerandoli semplicemente
come mezzi verso un fine, cioè come qualcosa di secondario e
derivato. Nessuna facoltà, inoltre, ebbe tanto da perdere dalla
moderna alienazione del mondo e dall'elevazione dell'introspezione a
strumento onnipotente per conquistare la natura, come quelle che
sono in primo luogo dirette all'edificazione del mondo e alla
produzione delle cose del mondo.
Nulla indica forse più chiaramente il definitivo fallimento dell'"homo
faber", quanto la rapidità con cui il principio di utilità, la vera
quintessenza della sua visione del mondo, fu trovato insufficiente e
sostituito dal principio della «maggior soddisfazione del maggior
numero» (72). Quando questo accadde fu manifesto che la
convinzione che l'uomo può conoscere solo ciò che fa lui stesso che era così spiccatamente adeguata a una piena vittoria dell'"homo
faber" - sarebbe stata accantonata e forse anche distrutta dal
principio più moderno di processo, i cui concetti e categorie sono
completamente estranei alle esigenze e agli ideali dell'"homo faber".
Infatti il principio di utilità, benché il suo punto di riferimento sia
chiaramente l'uomo, che si serve della materia per produrre cose,
presuppone ancora un mondo di oggetti d'uso da cui l'uomo è
circondato e in cui si muove. Se questa relazione tra l'uomo e i!
mondo non e più assicurata, se le cose mondane non sono più
considerate principalmente nella loro utilità ma come risultati più o
meno accidentali del processo di produzione che le costituì, così che
il prodotto finale non è più un vero fine e la cosa prodotta è valutata
non in vista del suo uso predeterminato ma «per la produzione di
qualcos'altro», allora, evidentemente, può essere sollevata
l'obiezione «che... il suo valore è solo secondario, e un mondo che
non contiene valori primari non può contenere nemmeno quelli
secondari» (73). Questa perdita radicale dei valori nel ristretto
quadro di riferimento dell'"homo faber" stesso si verifica quasi
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
automaticamente non appena egli cessa di definirsi come produttore
di oggetti e costruttore del mondo tecnico umano che solo
accidentalmente inventa arnesi utili allo scopo, e si considera prima
di tutto un creatore di arnesi e «in particolare [un creatore] di
strumenti per produrre strumenti» che solo incidentalmente produce
anche delle cose. Se si applica il principio di utilità in questo
contesto, lo si riferisce principalmente non agli oggetti d'uso e non
all'uso ma al processo di produzione. Ciò che contribuisce a
stimolare la produttività e riduce la pena e lo sforzo è utile. In altre
parole, la vera unità di misura non è l'utilità né l'uso, ma la
«soddisfazione», cioè la quantità di pena e di piacere provati nella
produzione o nel consumo delle cose.
L'invenzione di Bentham del «calcolo del dolore e del piacere»
combinò il vantaggio di introdurre il metodo matematico nelle
scienze morali con l'attrazione ancor più grande di un principio che
riposava interamente sull'introspezione. La sua «soddisfazione», la
somma totale dei piaceri meno il dolore, è un senso interno che
avverte sensazioni e rimane privo di relazioni con gli oggetti del
mondo, allo stesso modo della coscienza cartesiana che è
consapevole della propria attività. Inoltre, l'assunto fondamentale di
Bentham che ciò che tutti gli uomini hanno in comune non è il
mondo ma l'identità della loro natura, che si manifesta nella identità
del calcolo e in quella dell'essere affetti da pena e piacere, è
derivato direttamente dai primi filosofi dell'età moderna. Per questa
filosofia, «edonismo» è termine ancor più inappropriato che per
l'epicureismo della tarda antichità, al quale l'edonismo moderno è
solo superficialmente connesso. Il principio di ogni edonismo,
abbiamo visto, non è il piacere ma l'assenza di dolore, e Hume, che
a differenza di Bentham era ancora un filosofo, sapeva benissimo
che chi vuole fare del piacere il fine ultimo di ogni azione umana è
portato ad ammettere che non il piacere ma il dolore, non il
desiderio ma il timore, sono le sue vere guide. «Se... indagate
perché [qualcuno] desideri la salute, vi risponderà prontamente,
perché la malattia è penosa. Se spingete oltre l'indagine e
desiderate conoscere la ragione per cui odia il dolore, è impossibile
che possa mai darvene una. Si tratta di un fine ultimo, al quale non
può mai riferirsi alcun altro oggetto» (74). La ragione di questa
impossibilità è che solo il dolore è completamente indipendente da
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
qualsiasi oggetto, che solamente chi soffre non sente realmente
altro che se stesso; il piacere non si compiace di se stesso ma di
qualcosa che è oltre sé. Il dolore è la sola sensazione interiore,
trovata dall'introspezione, che possa rivaleggiare in indipendenza da
esperienze esterne con la certezza immediata della logica e del
ragionamento aritmetico.
Se questa fondazione dell'edonismo nell'esperienza della sofferenza
è vera sia per le sue varietà antiche sia per quelle moderne,
nell'epoca moderna acquista un accento del tutto diverso e molto
più forte. Non è più infatti il mondo, come nell'antichità, che spinge
l'uomo in se stesso per rifuggire da ciò che esso può infliggergli,
situazione questa in cui sia il dolore che il piacere conservano
ancora un bel po' della loro attinenza al mondo. L'alienazione del
mondo antica in tutte le sue varietà - dallo stoicismo all'epicureismo
fino ad arrivare all'edonismo e al cinismo - è stata ispirata da una
profonda sfiducia nel mondo e mossa da un veemente impulso a
sottrarsi a ogni coinvolgimento con il mondo, alle difficoltà e alle
sofferenze che esso infligge, per mettersi al sicuro in un dominio
interiore in cui il sé non è esposto ad altro che a sé. I corrispettivi
moderni - puritanismo, sensualismo, ed edonismo benthamiano - al
contrario, furono ispirati da una sfiducia altrettanto profonda
nell'uomo come tale; essi furono mossi dal dubbio circa
l'adeguatezza dei sensi umani a percepire la realtà, e la ragione
umana a conoscere la verità, e quindi dalla convinzione della
insufficienza o persino della depravazione della natura umana.
Questa depravazione non è cristiana o biblica né nell'origine né nel
contenuto, benché naturalmente sia stata interpretata in termini di
peccato originale, ed è difficile dire se è più dannoso e repellente
che i puritani denuncino la corruzione dell'uomo o che Bentham
saluti sfrontatamente come virtù ciò che gli uomini hanno sempre
conosciuto come vizio. Mentre gli antichi hanno sempre contato
sull'immaginazione e sulla memoria, l'immaginazione delle
sofferenze da cui erano liberi o il ricordo di piaceri passati in
situazioni di acuta sofferenza per convincere se stessi della propria
felicità, i moderni hanno avuto bisogno del calcolo dei piaceri o della
contabilità morale puritana dei meriti e delle trasgressioni per
arrivare a qualche illusoria certezza matematica di felicità o di
salvezza. (Queste aritmetiche morali sono, naturalmente,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
completamente estranee allo spirito che pervade le scuole filosofiche
della tarda antichità. Inoltre, basta riflettere sulla rigidezza della
disciplina volontaria e sulla concomitante nobiltà di carattere, così
evidenti in coloro che erano stati formati dallo stoicismo e
dall'epicureismo antichi, per rendersi conto dell'abisso da cui queste
versioni dell'edonismo sono separate dal puritanismo, sensualismo e
edonismo moderni. Per questa differenza, è quasi irrilevante se il
carattere moderno sia ancora formato dalla fanatica, angusta
autonormatività antica o abbia ceduto al più recente egotismo,
egocentrico e indulgente con la sua infinita varietà di futili miserie.)
Sembra assai dubbio che il «principio della maggior soddisfazione»
avrebbe conseguito i suoi trionfi intellettuali nei paesi di lingua
inglese se si fosse trattato solo della discutibile scoperta che «la
natura ha posto il genere umano sotto il governo di due padroni
sovrani, il dolore e il piacere» (75), o dell'assurda idea di stabilire la
moralità come una scienza esatta isolando «nell'anima umana quella
sensibilità che sembra essere più facilmente misurabile» (76).
Nascosto dietro questa, come dietro altre meno interessanti
variazioni della sacralità dell'egoismo e del potere persuasivo
dell'interesse soggettivo, che divennero luoghi comuni nel
diciottesimo e agli inizi del diciannovesimo secolo, troviamo un altro
punto di riferimento che forma certamente un principio molto più
potente di qualsiasi calcolo del dolore e del piacere, il principio della
vita stessa. In tutti questi sistemi il dolore e il piacere, il timore e il
desiderio non tendono direttamente alla felicità ma alla promozione
della vita individuale o a una garanzia di sopravvivenza del genere
umano. Se l'egoismo moderno fosse la sfrenata ricerca del piacere
(chiamato felicità) che pretende di essere, non rinuncerebbe a
quello che in tutti i sistemi veramente edonistici è un indispensabile
elemento di argomentazione - una radicale giustificazione del
suicidio. Già questa rinuncia indica che in effetti ci troviamo di fronte
a una filosofia della vita nella sua forma più volgare e meno critica.
In ultima analisi, è sempre la vita il punto di riferimento supremo, e
gli interessi dell'individuo come quelli del genere umano sono
sempre identificati con la vita individuale o con la vita della specie
come se fosse scontato che la vita è il bene più alto.
Il curioso fallimento dell'"homo faber", quando volle affermarsi in
condizioni apparentemente così propizie, poteva essere illustrato da
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
un'altra, filosoficamente anche più rilevante, revisione delle
fondamentali credenze tradizionali. La radicale critica di Hume al
principio di causalità, che preparò la via per la più tarda adozione
del principio evolutivo, è stata spesso considerata una delle origini
della filosofia moderna. Il principio di causalità col suo duplice
assioma centrale - che ogni cosa che è deve avere una causa ("nihil
sine causa") e che la causa deve essere più perfetta del suo effetto
più perfetto - si basa evidentemente su esperienze che provengono
dall'ambito della fabbricazione, dove l'artefice è superiore ai suoi
prodotti. Sotto questo aspetto una svolta nella storia intellettuale
dell'età moderna si è avuta quando l'immagine dello sviluppo della
vita organica - dove l'evoluzione di un essere inferiore, come la
scimmia, può provocare l'apparizione di un essere superiore, come
l'uomo - sostituì l'immagine dell'orologiaio che deve essere superiore
a tutti gli orologi di cui è causa.
Questo mutamento comportò ben più che un semplice rifiuto della
rigidità di una visione meccanicistica del mondo. E' come se nel
conflitto latente del diciassettesimo secolo tra i due possibili metodi
derivabili dalla scoperta galileiana, il metodo sperimentale da una
parte e quello introspettivo dall'altra, il secondo dovesse conseguire
una sorta di tardiva vittoria. Infatti, il solo oggetto tangibile
dell'introspezione, se essa deve dar luogo a qualcosa di più di una
vuota coscienza di se stessa, è certamente il processo biologico. E
poiché questa vita biologica, accessibile all'auto-osservazione, è
nello stesso tempo un processo metabolico tra l'uomo e la natura, è
come se l'introspezione non dovesse più smarrirsi nelle ramificazioni
di una coscienza senza realtà, ma avesse trovato entro l'uomo - non
nella sua mente ma nei suoi processi corporei - abbastanza materia
da connetterlo di nuovo col mondo esterno. La frattura tra soggetto
e oggetto, inerente alla coscienza umana e irreparabile
nell'opposizione cartesiana dell'uomo come "res cogitans" a un
mondo circostante di "res extensae", scompare completamente nel
caso di un organismo vivente, la cui sopravvivenza dipende
dall'incorporazione, dal consumo di materia esterna. Il naturalismo,
versione ottocentesca del vecchio materialismo, sembrò trovare
nella vita la via per risolvere i problemi della filosofia cartesiana e
nello stesso tempo per gettare un ponte sull'abisso sempre più vasto
tra filosofia e scienza (77).
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
44. LA VITA COME IL BENE SUPREMO.
Per forte che sia la tentazione di far derivare il moderno concetto di
vita dalle difficoltà che la stessa filosofia moderna si è creata da sé,
sarebbe estremamente illusorio e grave riguardo alla serietà dei
problemi dell'età moderna guardare ad essi solo dal punto di vista
dello sviluppo delle idee. La disfatta dell'"homo faber" può essere
spiegata con la iniziale trasformazione della fisica in astrofisica, delle
scienze naturali in una scienza «universale». Ciò che ancora
dev'essere spiegato è perché questa disfatta finì in una vittoria
dell'"animal laborans"; perché, con l'avvento della "vita activa", fu
precisamente l'attività lavorativa a essere elevata al più alto rango
delle facoltà umane o, per dirla diversamente, perché tra i molteplici
aspetti della condizione umana fu proprio la vita a prevalere su tutte
le altre considerazioni.
La ragione per cui la vita si affermò come ultimo punto di
riferimento nell'età moderna, ed è rimasta il bene più alto della
società moderna, è che il rovesciamento moderno si produsse nel
quadro di una società cristiana - la cui credenza fondamentale nella
sacralità della vita è sopravvissuta (senza mai esserne scossa) alla
secolarizzazione e al generale declino della fede. In altre parole, la
rivoluzione moderna seguì e lasciò immutata la più importante
rivoluzione con cui il cristianesimo aveva fatto irruzione nel mondo
antico, una rivoluzione di portata più grande e, storicamente, più
durevole di qualsiasi specifico contenuto o credenza dogmatici.
Infatti la «lieta novella» dell'immortalità della vita umana individuale
aveva rovesciato l'antica relazione tra l'uomo e il mondo e promosso
quanto c'è di più mortale, la vita umana. alla posizione di
immortalità, fino allora tenuta dal cosmo.
Storicamente è più che probabile che la vittoria della fede cristiana
nel mondo antico fosse largamente dovuta a questo rovesciamento,
che portò la speranza a coloro che sapevano che il loro mondo era
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
condannato, certo una speranza al di là di ogni speranza, poiché il
nuovo messaggio prometteva un'immortalità a cui non avevano mai
osato pensare. Questo rovesciamento non poteva che essere
disastroso per la valutazione e la dignità della politica. L'attività
politica, che fino allora aveva derivato il suo più grande stimolo
dall'aspirazione all'immortalità mondana, piombava ora al basso
livello di un'attività soggetta alla necessità, destinata a riparare le
conseguenze dello stato di peccato dell'uomo da una parte, e a
provvedere ai legittimi bisogni e necessità della vita terrena,
dall'altra. L'aspirazione verso l'immortalità poteva ora essere
considerata semplice vanagloria; la fama che il mondo poteva
conferire all'uomo era un'illusione, dato che il mondo era ancor più
perituro dell'uomo, e una lotta per conseguire l'immortalità mondana
era priva di significato, dal momento che la vita stessa era
immortale.
E' precisamente la vita individuale che venne ad occupare la
posizione prima tenuta dalla «vita» del corpo politico, e la frase di
Paolo che «la morte è la paga del peccato», dal momento che la vita
è perpetua, riecheggia quella di Cicerone che la morte è ricompensa
dei peccati commessi dalle comunità politiche edificate per durare
per l'eternità (78). E' come se i primi cristiani - almeno Paolo, che
dopo tutto era un cittadino romano - formassero consapevolmente il
proprio concetto di immortalità sul modello romano, sostituendo la
vita individuale alla vita politica del corpo politico. Proprio come il
corpo politico possiede solo un'immortalità potenziale che può
essere perduta a causa di trasgressioni politiche, la vita individuale
aveva perduto; con la caduta di Adamo, la sua immortalità garantita
e ora, attraverso Cristo, aveva riguadagnato una nuova vita
potenzialmente eterna, che però poteva di nuovo essere perduta in
una seconda morte a causa del peccato individuale.
Certamente, l'insistenza cristiana sul carattere sacro della vita fa
parte dell'eredità ebraica, che già presentava uno stridente
contrasto con gli atteggiamenti dell'antichità: il disprezzo pagano per
il dolore che la vita impone all'uomo nel lavoro e nella procreazione,
l'invidiosa immagine della «facile vita» degli dei, il costume di
esporre la prole non voluta, la convinzione che la vita senza la salute
non merita di essere vissuta (così che il medico, per esempio, è
accusato di venir meno alla sua missione quando prolunga la vita
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
senza poter restituire la salute) (79) e che il suicidio è un nobile
gesto per sfuggire una vita divenuta gravosa. Ancora, basta
ricordare come il Decalogo annoveri l'omicidio, senza alcuno speciale
rilievo, tra numerosi altri delitti - che a nostro modo di vedere non
possono competere in gravità con quel supremo crimine - per
rendersi conto che nemmeno il codice giuridico ebraico, benché
molto più vicino al nostro di qualsiasi codice morale pagano, faceva
della preservazione della vita la pietra miliare del sistema legale del
popolo ebraico. La posizione intermedia che il codice del diritto
ebraico occupa tra l'antichità pagana e tutti i sistemi giuridici
cristiani o post-cristiani è spiegata dalla credenza ebraica che insiste
sulla potenziale immortalità del popolo, e che si distingue dalla
immortalità pagana del mondo da una parte e dalla immortalità
cristiana della vita individuale dall'altra. A ogni modo, l'immortalità
cristiana attribuita alla persona, che nella sua unicità inizia la vita
con la nascita sulla terra, determinò non solo un ovvio incremento di
ultramondanità, ma anche un enorme accrescimento del valore della
vita umana sulla terra. Il punto importante è che il cristianesimo eccetto che nelle speculazioni eretiche e gnostiche - insistette
sempre sul fatto che la vita, anche se non avesse più uno scopo
finale, ha pur sempre un inizio definito. Può darsi che la vita sulla
terra non sia che il primo e più miserabile stadio della vita eterna;
essa è ancora vita, e senza questa vita che terminerà nella morte,
non potrebbe esserci vita eterna. E' forse questa la ragione del fatto
inconfutabile che solo quando l'immortalità della vita individuale
divenne il credo centrale dell'umanità dell'Occidente, cioè solo con
l'avvento del cristianesimo, anche la vita sulla terra divenne il più
alto bene dell'uomo.
L'insistenza cristiana sulla sacralità della vita tendeva a livellare le
antiche distinzioni e articolazioni all'interno della "vita activa";
tendeva a considerare il lavoro, l'opera e l'azione come egualmente
soggetti alla necessità della vita presente. Allo stesso tempo
contribuiva a liberare in parte l'attività lavorativa, cioè quanto è
necessario a sostenere il processo biologico, dal disprezzo in cui
l'aveva tenuta l'antichità. Il vecchio disprezzo verso lo schiavo,
dovuto al fatto che egli era asservito alle necessità della vita e
soggetto all'arbitrio di un padrone perché voleva rimaner vivo a ogni
costo, non poteva sopravvivere nell'epoca cristiana. Non si poteva
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
più disprezzare, con Platone, lo schiavo per non essersi suicidato
piuttosto che sottomessi a un padrone, perché il conservarsi in vita
in tutte le circostanze era diventato un dovere sacro, e il suicidio era
considerato peggiore dell'assassinio. Non all'assassino, ma a chi
aveva posto fine alla propria vita vennero rifiutate le esequie
cristiane.
Tuttavia, contrariamente a quanto alcuni esegeti moderni hanno
tentato di leggere nelle fonti cristiane, non esistono precedenti della
moderna glorificazione del lavoro nel Nuovo Testamento o in altri
scrittori moderni precristiani. Paolo, che è stato chiamato «l'apostolo
del lavoro» (80), non disse niente del genere, e i pochi passi su cui
si basa l'affermazione o sono rivolti a coloro che usciti dalla pigrizia
«mangiavano il pane di altri uomini» o raccomandano il lavoro come
un buon mezzo per tenersi fuori dalla mischia, rafforzano cioè la
prescrizione generale di una vita strettamente privata e mettono in
guardia dalle attività politiche (81). E' anche più rilevante che nella
tarda filosofia cristiana, e particolarmente in Tommaso d'Aquino, il
lavoro fosse diventato un dovere per coloro che non avevano altri
mezzi per vivere, consistendo il dovere nel mantenersi in vita e non
nel lavorare; se uno avesse potuto provvedere a se stesso
mendicando, tanto meglio. Chiunque legga le fonti senza pregiudizi
moderni, sarà sorpreso nel vedere quanto poco i padri della Chiesa
si servissero anche delle più facili opportunità di giustificare il lavoro
come punizione del peccato originale. Così Tommaso non esita a
seguire Aristotele piuttosto che la Bibbia e asserisce che «solo la
necessità di mantenersi in vita costringe al lavoro manuale» (82).
Per lui il lavoro è il modo naturale di mantenere viva la specie
umana, e da ciò conclude che non è affatto necessario che tutti gli
uomini si guadagnino il proprio pane col sudore della fronte, ma anzi
che il farlo è una specie di ultima e disperata risorsa per risolvere il
problema o compiere il proprio dovere (83). Nemmeno l'uso del
lavoro come mezzo con cui guardarsi dai pericoli dell'ozio è una
scoperta cristiana, perché era già un luogo comune della moralità
romana. In perfetta armonia con le antiche convinzioni intorno al
carattere dell'attività lavorativa, infine, è il frequente ricorso cristiano
alla mortificazione della carne, dove il lavoro, specialmente nei
monasteri, giocava talvolta il medesimo ruolo di altri esercizi penosi
e di forme di autopunizione (84).
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
La ragione per cui il cristianesimo, nonostante la sua insistenza sul
carattere sacro della vita e sul dovere di mantenersi in vita, non
sviluppò mai una positiva filosofia del lavoro risiede nella indiscussa
priorità data alla "vita contemplativa" su tutti i generi di attività
umana. "Vita contemplativa simpliciter melior est quam vita activa",
e quali che possano essere i meriti di una vita attiva, quelli di una
vita dedicata alla contemplazione sono «più effettivi e più efficaci»
(85). Questa convinzione, è vero, non si ritrova nella predicazione di
Gesù di Nazareth, ed è certo dovuta all'influenza della filosofia
greca; tuttavia anche se la filosofia medievale si fosse mantenuta
aderente allo spirito dei Vangeli, difficilmente avrebbe potuto trovare
delle ragioni per glorificare il lavoro (86). La sola attività che Gesù
raccomanda è l'azione, e la sola facoltà umana che esalta è quella
«di compiere miracoli».
Comunque sia, l'epoca moderna continuò a operare sul presupposto
che la vita, e non il mondo, è il bene più alto per l'uomo; nelle sue
più ardite e più radicali revisioni e critiche delle credenze e dei
concetti tradizionali, non pensò nemmeno mai a contestare questo
capovolgimento fondamentale che il cristianesimo aveva portato nel
mondo antico morente. Per quanto siano stati meticolosi e
coscienziosi i pensatori moderni nei loro attacchi alla tradizione, la
priorità della vita su qualsiasi altro valore aveva acquistato per essi il
carattere di una «verità immediata», e come tale è sopravvissuta nel
nostro mondo, che ha già cominciato a lasciarsi dietro l'epoca
moderna e a sostituire a una società di lavoro la società degli
impiegati. Ma mentre è concepibile che lo sviluppo che seguì la
scoperta del punto di Archimede avrebbe preso una direzione
completamente diversa se si fosse verificato settecento anni prima,
quando non la vita ma il mondo era ancora il più alto bene
dell'uomo, non ne consegue di necessità che viviamo ancora in un
mondo cristiano. Infatti ciò che oggi importa non è l'immortalità
della vita, ma la vita come il bene più alto. E mentre questo assunto
è certamente cristiano in origine, esso non costituisce più che una
rilevante circostanza sussidiaria per la fede cristiana. Inoltre, anche
se trascuriamo i dettagli del dogma cristiano e consideriamo solo il
modo di sentire generale del cristianesimo, che si basa
sull'importanza della fede, è evidente che nulla può esserle più
dannoso dello spirito di diffidenza e sospetto dell'età moderna. Certo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
non c'è campo in cui il dubbio cartesiano abbia provato più
disastrosamente e irreparabilmente la sua efficacia che nel dominio
della credenza religiosa, dove fu introdotto da Pascal e da
Kierkegaard, i due maggiori pensatori religiosi della modernità. (A
minare la fede cristiana non fu l'ateismo del diciottesimo secolo o il
materialismo del diciannovesimo - i loro argomenti sono spesso
volgari e, per la maggior parte, facilmente confutabili dalla teologia
tradizionale - ma piuttosto l'atteggiamento di sfiducia di uomini
genuinamente religiosi, agli occhi dei quali il contenuto e la
promessa tradizionali del cristianesimo erano diventati «assurdi».)
Proprio come non sappiamo che cosa sarebbe accaduto se il punto
di Archimede fosse stato scoperto prima dell'avvento del
cristianesimo, non siamo in grado di accertare quale sarebbe stato il
destino del cristianesimo se il grande risveglio del Rinascimento non
fosse stato interrotto da questo evento. Prima di Galileo, tutti i
sentieri erano ancora aperti. Se pensiamo a Leonardo, ci rendiamo
conto che una rivoluzione tecnica avrebbe comunque influenzato lo
sviluppo dell'umanità. Il che avrebbe potuto condurre al volo, la
realizzazione di uno dei più vecchi e tenaci sogni dell'uomo, ma
difficilmente ci avrebbe aperto le porte dell'universo; avrebbe forse
realizzato l'unificazione della terra, ma ben difficilmente la
trasformazione della materia in energia e la conoscenza dell'universo
microscopico. Ciò di cui possiamo esser certi è che la coincidenza del
rovesciamento del rapporto tra fare e contemplare con il precedente
rovesciamento del rapporto tra vita e mondo divenne il punto di
partenza dell'intero sviluppo moderno. Solo quando la "vita activa"
ebbe perduto il suo punto di riferimento nella "vita contemplativa",
poté diventare vita attiva nel pieno senso della parola, e solo perché
la vita attiva rimase legata alla vita come suo unico punto di
riferimento poté la vita come tale, il metabolismo laborioso
dell'uomo con la natura, diventare attiva e rivelare interamente la
sua fecondità.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
45. LA VITTORIA DELL'«ANIMAL LABORANS».
La vittoria dell'"animal laborans" non sarebbe mai stata completa se
il processo di secolarizzazione, la perdita inevitabile della fede
derivata dal dubbio cartesiano, non avesse privato la vita individuale
della sua immortalità, o almeno della certezza dell'immortalità. La
vita individuale divenne nuovamente mortale, come lo era stata
nell'antichità, e il mondo fu ancora meno stabile, meno permanente
e offrì quindi ancor meno affidamento che nell'era cristiana. L'uomo
moderno, quando perse la certezza di un mondo a venire, si ripiegò
su se stesso; lungi dal credere che il mondo potesse essere
immortale, non fu più nemmeno sicuro che fosse reale. E quando
postulò che fosse reale nell'ottimismo acritico e apparentemente
incontrastato di una scienza in continuo progresso, si portò più
lontano dalla terra di quanto non l'avesse mai portato la tensione
cristiana verso l'oltre-mondo. Comunque si voglia intendere nell'uso
corrente la parola «secolare», storicamente non può essere fatta
coincidere con l'essere-nel-mondo; a ogni modo l'uomo moderno
non guadagnò questo mondo quando perse l'altro mondo, e
neppure la vita ne fu favorita. Egli fu proiettato in se stesso,
proiettato nella chiusa interiorità dell'introspezione, dove tutt'al più
poteva sperimentare i processi vuoti del meccanismo mentale, il suo
gioco con se stesso. I soli contenuti rimastigli furono gli appetiti e i
desideri, i bisogni incoscienti del suo corpo che dichiarò passioni e
che giudicò «irragionevoli» perché si accorse che non poteva
«ragionare», cioè fare i conti, con essi. Sola a poter essere
immortale, immortale come il corpo politico nell'antichità e come la
vita individuale nel Medioevo, fu la vita stessa, il processo vitale
della specie umana.
Abbiamo visto che con l'avvento della società fu in definitiva la vita
della specie ad affermare se stessa. Teoreticamente, il passaggio
dall'insistenza con cui agli inizi dell'età moderna si sottolineava la
vita «egoistica» dell'individuo al più tardo accento spostato sulla vita
«sociale» e sull'«uomo socializzato» (Marx) si verificò quando Marx
trasformò la più cruda nozione dell'economia classica - che tutti gli
uomini, in quanto agiscono, agiscono per ragioni di interesse
personale - in forze di interesse che determinano, muovono e
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dirigono le classi della società, e attraverso i loro conflitti dirigono la
società come un tutto. L'umanità socializzata è quello stato della
società in cui prevale un unico interesse, e soggetto di questo
interesse sono sia le classi sia il genere umano, ma mai l'uomo o gli
uomini. Scomparve così anche l'ultima traccia di azione compiuta
dagli uomini, il motivo implicito nell'interesse personale. Rimase solo
una «forza naturale», la forza del processo vitale, alla quale tutti gli
uomini e tutte le attività umane erano egualmente sottomesse («lo
stesso processo del pensiero è un processo naturale») (87) e il cui
solo scopo, se mai aveva uno scopo, era la sopravvivenza della
specie dell'animale umano. Nessuna delle facoltà superiori dell'uomo
fu più necessaria per connettere la vita individuale con la vita della
specie; la vita individuale divenne parte del processo vitale, e
lavorare, assicurare la continuità della propria vita e di quella della
propria famiglia, fu tutto quanto bastava. Ciò che non era richiesto,
perché non occorreva per il metabolismo della vita con la natura,
era o superfluo o giustificato solo in termini di peculiarità della vita
umana distinta dal resto della vita animale. Da tutto ciò risultava
così che Milton aveva scritto il "Paradiso perduto" per le stesse
ragioni e le stesse esigenze che spingono il baco a produrre la seta.
Se paragoniamo il mondo moderno con quello del passato, balza agli
occhi in tutta la sua evidenza la perdita di esperienza umana
comportata da questo sviluppo. Non è solo e nemmeno soprattutto
la contemplazione che è diventata un'esperienza assolutamente
priva di significato. Il pensiero stesso, quando divenne «calcolo delle
conseguenze», divenne una funzione cerebrale, col risultato che gli
strumenti elettronici adempiono queste funzioni molto meglio di noi.
Nel frattempo, ci siamo dimostrati abbastanza ingegnosi da trovar
modo di alleviare lo sforzo e la pena della vita al punto che
un'eliminazione del lavoro dal rango delle attività umane non è più
considerata utopica. Anche ora infatti, lavoro è una parola troppo
alta, troppo ambiziosa per ciò che facciamo o pensiamo di fare nel
mondo in cui viviamo. L'ultimo stadio della società del lavoro, la
società degli impiegati, richiede ai suoi membri un duplice
funzionamento automatico, come se la vita individuale in effetti
fosse stata sommersa dal processo vitale della specie e la sola
decisione attiva ancora richiesta all'individuo fosse di lasciare
andare, per così dire di abbandonare la sua individualità, la fatica e
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
la pena di vivere sentiti ancora individualmente, e di adagiarsi in un
attonito, «tranquillizzato», tipo funzionale di comportamento. Il
problema delle moderne teorie del comportamento non è che siano
sbagliate, ma che potrebbero diventare vere, che sono realmente la
miglior concettualizzazione possibile di certe evidenti tendenze della
società moderna. E' perfettamente concepibile che l'età moderna cominciata con un così eccezionale e promettente rigoglio di attività
umana - termini nella più mortale e nella più sterile passività che la
storia abbia mai conosciuto.
Ma vi sono altri segni più seri del pericolo che l'uomo intenda
svilupparsi in quella specie animale dalla quale, dopo Darwin,
immagina di provenire. Se, in conclusione, torniamo un'altra volta
alla scoperta del punto di Archimede e lo applichiamo, come Kafka ci
premunì di non fare, all'uomo e a ciò che l'uomo fa su questa terra,
diventa subito chiaro che tutte le sue attività, osservate da un punto
nell'universo spinto abbastanza lontano, non apparirebbero come
attività di nessun genere ma come processi, così che, come si è
espresso recentemente uno scienziato, la motorizzazione moderna
apparirebbe come un processo di mutazione biologica nel quale i
corpi umani si ricoprono gradualmente di gusci d'acciaio. Per
l'osservatore trasferitosi nell'universo, questa mutazione non
sarebbe né più né meno misteriosa di quella che si svolge ora
davanti ai nostri occhi in quei piccoli organismi viventi che
combattiamo con gli antibiotici, e che misteriosamente hanno
sviluppato nuovi mezzi di resistenza. Come sia diffuso l'impiego del
punto di Archimede contro noi stessi si vede nelle metafore che
dominano il pensiero scientifico odierno. La ragione per cui gli
scienziati possono parlarci di «vita» nell'atomo - dove è evidente che
ogni particella è «libera» di comportarsi come vuole e le leggi che
regolano questi movimenti sono le stesse leggi statistiche che,
secondo i sociologi, regolano il comportamento umano e
determinano il comportamento della moltitudine, per quanto
«libera» possa apparire nella sue scelte la particella individuale - la
ragione, in altre parole, per cui il comportamento della particella
infinitamente piccola non solo è simile in miniatura al sistema
planetario come appare a noi, ma assomiglia alla vita e agli schemi
di comportamento della società umana è, naturalmente, che noi
stiamo a osservare e viviamo in questa società, come se fossimo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
tanto distanti dalla nostra propria esistenza umana quanto lo siamo
dall'infinitamente piccolo e dall'immensamente grande: dimensioni
che, anche se possono essere percepite dagli strumenti più
perfezionati, sono troppo lontane da noi per essere oggetto della
nostra esperienza.
E' superfluo dire che ciò non significa che l'uomo moderno abbia
perduto le sue capacità o che sia sul punto di perderle. Qualsiasi
cosa ci dicano la sociologia, la psicologia e l'antropologia intorno all'
«animale sociale», gli uomini continuano a fare, fabbricare e
costruire, benché queste facoltà siano sempre più ristrette alla
perizia dell'artista, così che le concomitanti esperienze della realtà
mondana sfuggono sempre più alla portata dell'ordinaria esperienza
umana (88).
Analogamente, la capacità di agire, almeno nel senso della
liberazione di processi, è ancora con noi, sebbene sia diventata la
prerogativa esclusiva degli scienziati, che hanno allargato il dominio
della presenza umana al punto di estinguere l'antica barriera
protettiva tra la natura e il mondo umano. Di fronte a risultati del
genere, che si realizzano da secoli nella quiete appartata dei
laboratori, sembra più che giusto che le imprese degli scienziati
facciano ormai più notizia, e siano di maggior rilevanza politica, delle
faccende amministrative e diplomatiche dei cosiddetti statisti. Non è
certamente senza ironia il fatto che proprio quelli che l'opinione
pubblica ha sempre ritenuto i meno pratici e i meno politici dei
membri della società siano rimasti gli unici a sapere ancora come
agire di concerto. Infatti le loro prime organizzazioni, che essi
fondarono nel diciassettesimo secolo per la conquista della natura, e
nelle quali elaborarono i loro criteri morali e il loro codice d'onore,
non solo sono sopravvissute a tutte le vicissitudini dell'età moderna,
ma sono diventate uno dei più potenti gruppi generatori di potenza
di tutta la storia. Ma l'azione degli scienziati, poiché agisce nella
natura dalla prospettiva dell'universo e non nel tessuto delle
relazioni umane, manca del carattere di rivelazione dell'azione come
della capacità di produrre vicende e storie, che insieme formano la
fonte da cui scaturisce il significato che illumina l'esistenza umana.
Da questo importantissimo punto di vista esistenziale, l'azione è
diventata un'esperienza per pochi privilegiati, e questi pochi che
ancora sanno che cosa voglia dire agire sono forse ancora meno
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
degli artisti, e la loro esperienza ancor più rara della genuina
esperienza e dell'amore per i1 mondo.
Il pensiero, infine - che noi, seguendo la tradizione premoderna e
quella moderna, abbiamo omesso dalla nostra riconsiderazione della
"vita activa" - è ancora possibile, e senza dubbio efficace, ovunque
gli uomini vivano in condizioni di libertà politica. Disgraziatamente, a
differenza da ciò che si pensa di solito circa la proverbiale
indipendenza dei pensatori, nella loro torre d'avorio, nessun'altra
facoltà umana è così vulnerabile, e di fatto è molto più facile agire in
condizioni di tirannia che non pensare. Come esperienza di vita, il
pensiero è sempre stato ritenuto, forse erroneamente, appannaggio
di pochi. Forse non è presunzione credere che questi pochi sono
ancora numerosi nel nostro tempo. Può non avere importanza o
averne poca, per il futuro del mondo; non è senza importanza per il
futuro dell'uomo. Perché, se nessun'altra prova che l'esperienza di
essere attivi, nessun'altra misura che il grado della pura attività,
dovesse essere applicata alle varie attività che si svolgono entro la
"vita activa", può darsi che il pensiero le sorpasserebbe tutte.
Chiunque abbia qualche esperienza in questa materia saprà come
avesse ragione Catone nel dire: "Numquam se plus agere quam nihil
cum ageret, numquam minus solum esse quam cum solus esset".
[«Mai qualcuno è più attivo di quando non fa nulla; mai è meno solo
di quando è solo con se stesso.»]
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
NOTE DEL TRADUTTORE.
N. 1. Cioè dal verbo «potere» e dall'aggettivo «possibile», e non dal
verbo «fare».
N. 2. Scritto prima del 1958.
N. 3. Abbiamo reso con «verità» e «veridicità» i due termini "truth"
e " truthfulness", la cui differenza non è facile da rendere in italiano.
Con " truth" H. Arendt intende comunque «verità» oggettiva,
mentre con " truthfulness" intende piuttosto la pretesa alla
«veridicità» tipica della scienza moderna.
N. 4. Si noti che "common sense" non ha in inglese la connotazione
vagamente riduttiva e spregiativa dell'italiano «senso comune». Per
H. Arendt, "common sense" è piuttosto il senso condiviso della
realtà.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
NOTE AL TESTO.
NOTE AL CAPITOLO PRIMO.
N. 1. Nell'analisi del pensiero politico postclassico, è spesso
illuminante determinare quale delle due versioni bibliche della storia
della creazione sia citata. Così è caratteristico della differenza tra
l'insegnamento di Gesù e quello di Paolo il fatto che Gesù, parlando
del rapporto tra il marito e la moglie, faccia riferimento a "Genesi",
1, 27: «Non avete dunque letto che colui che li creò, all'origine li
creò maschio e femmina» (Matteo, 19, 4), mentre Paolo in
un'occasione analoga sottolinea che la differenza fu creata
«dall'uomo» e quindi «per l'uomo» (1 Corinzi 11, 8-12). La
differenza indica assai più di una diversa valutazione dell'importanza
della donna. Per Gesù, la fede era strettamente connessa all'azione
(confer 5, 33); per Paolo, la fede era soprattutto connessa alla
salvezza. Di particolare interesse è l'atteggiamento assunto in
proposito da Agostino ("De civitate Dei", 12, 21), che non solo
ignora del tutto "Genesi" 1, 27, ma vede la differenza tra l'uomo e
l'animale nel fatto che l'uomo fu creato "unum ac singulurn", mentre
fu disposto che gli animali «nascessero già numerosi» ("plura simul
iussit existere"). Ad Agostino la storia della creazione offre
l'opportunità di sottolineare il carattere di specie della vita animale
distinta dalla singolarità della esistenza umana.
N. 2. Agostino, generalmente considerato il primo filosofo che abbia
sollevato la cosiddetta questione antropologica, comprese
perfettamente il problema. Egli distingue le questioni del «chi sono
io?» e del «che cosa sono io? »: la prima rivolta dall'uomo a se
stesso («E io mi rivolsi a me stesso e mi dissi: tu, chi sei tu? E io
risposi: Un uomo» - "tu, aui es?" ["Confessiones" 10, 6]), e la
seconda rivolta a Dio («Che cosa dunque sono io, mio Dio? Qual è la
mia natura? » - "Quid ergo sum, Deus meus? Quae natura surn?"
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
[10, 17]). Perché nel «grande mistero», il "grande profundum"
dell'uomo (4,14), c'è «qualcosa dell'uomo ("aliquid hominis") che lo
spirito dell'uomo che è in lui stesso non conosce. Ma tu, Signore,
che lo hai fatto ("fecisti eum") conosci ogni cosa di lui ("eius
omnia")» (10, 5). Così, la più familiare delle frasi che ho citato nel
testo, "quaestio mihi factus sum", è una questione sollevata alla
presenza di Dio, «nei cui occhi sono divenuto un problema per me
stesso» (10, 33). In breve, la risposta alla domanda «Chi sono io?»
è semplicemente: «Tu sei un uomo - qualunque cosa ciò possa
essere»; e la risposta alla domanda «Che cosa sono io?» può essere
data solo da Dio che creò l'uomo. La questione della natura
dell'uomo è una questione tanto teologica quanto quella della natura
di Dio; entrambe si possono porre soltanto nell'ambito di una
risposta rivelata divinamente.
N. 3. Confer Agostino, "De civitate Dei" 19, 2, 19.
N. 4. William L. Westermann, "Between Slavery and Freedom", in
«American Historical Review» vol. 50, 1945. L'autore di questo
saggio sostiene che l'«affermazione di Aristotele... che gli artigiani
vivono in una condizione di limitata schiavitù significa che l'artigiano,
quando faceva un contratto di lavoro, disponeva di due dei quattro
elementi del suo libero stato (cioè della libertà di attività economica
e del diritto di movimento senza restrizioni), ma di sua volontà e per
un periodo limitato»; argomento citato per dimostrare che allora la
libertà era intesa come costituita da «condizione sociale, inviolabilità
personale, libertà di attività economica, diritto di movimento senza
restrizioni», e la schiavitù, di conseguenza, «era la mancanza di
questi quattro attributi». Aristotele, nella sua elencazione dei modi
di vita nell'"Etica Nicomachea" (1, 5) e nell'"Etica Eudemia" (1215 a
35 segg.), non cita mai il modo di vita di un artigiano; per lui è ovvio
che un "banausos" non è libero (confer "Politica", 1337 b 5). Egli
ricorda, tuttavia, «la vita di chi vuole guadagnare denaro» e la
respinge perché anch'essa è «intrapresa sotto costrizione» ("Etica
Nicomachea", 1096 a 5). Che il criterio sia la libertà è sottolineato
nell'"Etica Eudemia": egli enumera soltanto quelle vite che sono
scelte liberamente.
N. 5. Per l'opposizione del libero al necessario e all'utile, confer
"Politica", 1333 a 30 segg., 1332 b 2.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 6 Per l'opposizione del libero al necessario e all'utile, confer ibid.,
1332 b 2.
N. 7. Confer ibid., 1277 b 8, per la distinzione tra governo dispotico
e politica. Per l'argomentazione che la vita del despota non è uguale
alla vita di un uomo libero perché ha a che fare con 'cose
necessarie', confer ibid., 1325 a 24.
N. 8. Sulla diffusa opinione che il moderno apprezzamento del
lavoro sia di origine cristiana, confer più avanti, cap. 44.
N. 9. Confer Tommaso d'Aquino, "Summa theologica", 2, 2, 179,
specialmente art. 2, dove la "vita activa" emerge dalla "necessitas
vitae praesentis", e "Expositio in Psalmos", 45, 3, dove allo stato è
assegnato il compito di trovare tutto ciò che è necessario alla vita:
"in civitate oportet invenire omnia necessaria ad vitam".
N. 10. La parola greca "schole", come la latina "otium", significa
principalmente libertà dall'attività politica e non semplicemente
tempo libero, sebbene entrambe le parole siano usate anche per
indicare libertà dall'attività organica e dalle necessità della vita. In
ogni caso esse indicano sempre una condizione libera da affanni e
preoccupazioni. Si può trovare un'eccellente descrizione della vita
quotidiana di un comune cittadino ateniese, che gode pienamente
della libertà dalle esigenze pratiche, nella "Cité antique" di Fustel de
Coulanges (trad. it. Firenze, 1982): si vedrà con quanto tempo
assorbisse l'attività politica sotto le condizioni della città-stato.
Possiamo facilmente supporre come fosse piena di preoccupazioni la
normale vita politica se si ricorda che la legge ateniese non
permetteva di rimanere neutrali, e puniva coloro che non volevano
prendere parte alla lotta delle fazioni con la perdita della
cittadinanza.
N. 11. Confer Aristotele, "Politica", 1333 a 30-33. Tommaso
d'Aquino definisce la contemplazione come "quies ab exterioribus
motibus" ("Summa theologica", 2, 2, 179, 1).
N. 12. Tommaso d'Aquino dà grande importanza alla serenità
dell'animo e raccomanda la "vita activa" perché essa esaurisce e
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
quindi «placa le passioni interiori», e dispone alla contemplazione
("Summa theologica", 2, 2,182, 3).
N. 13. Tommaso d'Aquino è perfettamente esplicito sulla
connessione tra la "vita activa" e le esigenze e le necessità del corpo
che gli uomini hanno in comune con gli animali ("Summa theologica,
2, 2,182, 1).
N. 14. Agostino parla del «fardello» ("sarcina") della vita attiva
imposto dal dovere di carità, che sarebbe insopportabile senza la
«soavità» e l'«estasi della verità» offerte dalla contemplazione ("De
civitateDei", 19, 19).
N. 15. Il risentimento del filosofo contro la condizione umana di
avere un corpo non è identico all'antico disprezzo per le necessità
della vita; essere soggetti alla necessità era soltanto un aspetto
dell'esistenza corporea, e il corpo, una volta liberato di questa
necessità, era capace di quella purezza di forme che i greci
chiamavano bellezza. I filosofi da Platone in poi aggiunsero al
risentimento per la costrizione delle esigenze corporee quello per il
movimento in genere. Dal momento che il filosofo vive in completa
quiete, è soltanto il suo corpo, secondo Platone, ad abitare la città.
Da qui trae origine anche l'antico biasimo per l'eccessivo attivismo
("polypragmosyne") rivolto contro coloro che trascorrono la loro vita
nella politica.
N. 16. Confer F. M. Cornford, «Plato's Commonwealth», in
"Unwritten Philosophy", 1950, p. 54: «La morte di Pericle e la guerra
del Peloponneso segnano il momento in cui gli uomini di pensiero e
gli uomini di azione cominciarono a prendere strade differenti,
destinate a divergere sempre di più finché il saggio stoico cessò di
essere un cittadino del suo paese e divenne un cittadino
dell'universo».
N. 17. Erodoto (1,131), dopo aver riferito che i persiani non hanno
«nessuna immagine degli dei, nessun tempio né altare, ma
considerano queste produzioni come prove di follia», continua a
spiegare che ciò mostra che essi «non credono, come i greci, che gli
dei siano "anthropophyeis", ovvero abbiano una natura umana», o,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
possiamo aggiungere, che gli dei e gli uomini abbiano la stessa
natura. Confer anche Pindaro "Carmina Nemaea", 6.
N. 18. Confer Pseudo Aristotele, "Economico", 1343 b 24: la natura
garantisce alle specie il loro essere perenne attraverso la ricorrenza
("periodos"), ma non può garantire tale perennità all'individuo. Lo
stesso pensiero «per le cose viventi, la vita è essere», appare in "De
anima", 415 b 13.
N. 19. La lingua greca non distingue tra «lavoro» e «azioni», ma
chiama entrambi "erga" se sono abbastanza solidi da durare e
abbastanza grandi da essere ricordati. E' soltanto quando i filosofi, o
piuttosto i sofisti, cominciarono a trarre le loro infinite «distinzioni» e
a distinguere tra fare e agire ("poiein" e "prattein") che i termini
("poiemata" e "pragmata") cominciarono ad essere più diffusi
(confer Platone, "Carmide" 163). Omero non conosce ancora la
parola "pragmata" che per Platone ("ta ton anthropon pragmata") è
meglio resa con «faccende umane» e si configura come affanno e
futilità. In Erodoto "pragmata" può avere la stessa caratteristica
(confer, per esempio, 1, 155).
N. 20. Eraclito, framm. B 29 (Diels, "Fragmente der Vorsocratiker",
4a ed., 1922).
N. 21. "In vita activa fixi permanere possumus in contemplativa
autem intenta mente manere nullo modo valemus" (Tommaso
d'Aquino, "Summa theologica", 2, 2, 181, 4).
NOTE AL CAPITOLO SECONDO.
N. 1. E' abbastanza significativo il fatto che le divinità omeriche
agiscano solo in rapporto agli uomini, sia che li dirigano dall'alto o
che interferiscano nelle loro vicende. Gli stessi conflitti tra divinità
sembrano essere provocati soprattutto dalla loro partecipazione alle
vicende umane. Di qui derivano le storie in cui vediamo mescolarsi
uomini e dei; .ma sono i mortali che hanno sempre l'iniziativa, anche
se poi la decisione è riservata al concilio degli dei sull'Olimpo. A mio
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
parere, l'omerico "erg' andron te theon te" ("Odissea", 1, 338) si
riferisce proprio a questa specie di «cooperazione»; il poeta canta le
vicende degli uomini e degli dei, e non storie umane da una parte e
storie divine dall'altra. Allo stesso modo la "Teogonia" di Esiodo non
tratta dei fatti degli dei, ma della genesi del mondo (115), con cui le
divinità olimpiche non hanno assolutamente a che fare. Il poeta,
discepolo delle Muse, canta «i fatti gloriosi degli uomini del passato
e gli dei beati», ma mai, per quanto mi e possibile stabilire, «i fatti
gloriosi degli dei».
N. 2. Cito dall'"Index rerum" dell'edizione Marietti delle opere di
Tommaso d'Aquino (1922). La parola «politicus» non si trova nel
testo, ma l'"Index" ricostruisce correttamente il pensiero di
Tommaso, come risulta dalla "Summa theologica", 1, 96, 4, 2, 2,
109, 3.
N. 3. "Societas regni" in Livio, "societas sceleris" in Cornelio Nepote.
Questa specie di alleanza può concludersi anche per motivi
commerciali, e l'Aquinate afferma che una «vera "societas"» tra
uomini d'affari esiste soltanto se la loro partecipazione è
un'autentica alleanza (confer W. J. Ashley, "An Introduction to
English Economic History and Theory", 1931, p. 419).
N. 4. Hannah Arendt distingue, nel testo originale, tra «man-kind»
che indica la specie umana, e «mankind» che designa in generale
l'umanità. [N.d.T.]
N. 5. Werner Jäger, "Paideia", 1945, 3, 111 (trad. it. Firenze, 1983).
N. 6. Nell'introduzione alla "Cité antique", Fustel de Coulanges
afferma di voler dimostrare che «una stessa religione» era alla base
dell'antica organizzazione familiare e dell'antica città-stato; ma in
realtà finisce poi per portare numerose prove del fatto che la
signoria della "gens" e quella della "polis" «erano, in fondo, due
regimi opposti... destinati un giorno o l'altro a farsi la guerra... La
città, se doveva durare, doveva finire per rompere la famiglia» (libro
4, cap. 5). Questa contraddizione in quel libro ancor oggi
fondamentale sembra sia derivata dal fatto che Coulanges considera
insieme Roma e le città-stato greche, cosicché in realtà egli ricava le
sue categorie ed esempi dalla storia romana e dalle istituzioni
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
romane per poi riferirle al mondo greco - benché naturalmente egli
rilevi anche che il pritaneo, corrispondente al culto romano di Vesta,
«tende a esaurirsi assai presto in Grecia, mentre lo stesso culto non
si indebolisce mai a Roma» (libro 3, cap. 6). In Grecia non v'era
soltanto una divisione più netta che a Roma tra l'organismo familiare
e quello statale, ma anche una tradizione per cui la religione di
Omero e delle divinità olimpiche, divenute poi religione della "polis",
era separata di principio dalle più antiche divinità della famiglia e
della casa. Mentre Vesta, la divinità del focolare, era la protettrice di
Roma e il suo culto aveva un carattere dichiaratamente politico, la
sua collega greca, Hestia, è ricordata per la prima volta da Esiodo, il
solo poeta greco che, in un consapevole contrasto con Omero, ha il
culto della vita terrena e domestica; nella religione ufficiale della
"polis" essa doveva lasciare il posto a Dioniso nell'assemblea delle
dodici divinità olimpiche (confer T. Mommsen, "Römische
Geschichte", libro 1, cap. 12, 5a ed.; trad. it. "Storia di Roma",
Milano 1963 e Robert Graves, "The Greek Myths", 1955, 27, k V;
trad. it. "I miti greci", Milano, 1983).
N. 7. Il passo si trova nel discorso di Fenice, "Iliade", 9, 443. Si
riferisce evidentemente all'educazione alla guerra e all'agora, il
luogo pubblico in cui gli uomini si distinguono. La traduzione
letterale è «[Tuo padre] mi ha incaricato di insegnarti sia a
esprimerti con le parole sia ad agire con i fatti ("mython te rheter
emmenai prektera te ergon")».
N. 8. La traduzione letterale degli ultimi versi dell'"Antigone" (135054) suona come segue: «Ma i grandi discorsi, che rispondono ai
colpi di quelli [gli dei] dalle spalle potenti, insegnavano a capire, nei
vecchi tempi». Il contenuto di tale passo è così sorprendente per la
mentalità moderna che difficilmente un traduttore si azzarda a darvi
un senso definito. Fa eccezione la traduzione di Hölderlin: "Grosse
Blicke aber / Grosse Streiche der hohen Schultern / Vergel tend, /
Sie haben im Alter gelehrt, zu denken". [Ma i grandi sguardi /
contraccambiando / i grandi colpi (degli dei) dalle spalle potenti /
hanno insegnato agli antichi a pensare.] Un aneddoto, riportato da
Plutarco, mostra il nesso tra l'azione e il discorso, a un livello molto
inferiore. Una volta un uomo si avvicinò a Demostene e gli raccontò
come fosse stato ferocemente picchiato. «Ma tu», gli rispose
Demostene, «non hai sofferto nulla di quello che mi racconti».
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
«Come non ho sofferto nulla?», gridò quello. «Ora sì sento la voce
di chi è stato ingiuriato e ha sofferto». ("Vite", «Demostene»).
Un'ultima traccia di questo nesso tra azione e pensiero, a cui è
estranea la nostra concezione di un pensiero espresso con un
discorso, si trova nella nota espressione ciceroniana: "ratio et
oratio".
N. 9. In questo senso è caratteristico che il politico venisse
generalmente chiamato «retore» e che la retorica, arte del discorso
pubblico (a differenza della dialettica, arte del discorso filosofico),
venisse definita da Aristotele come l'arte del persuadere ("Retorica",
1354 a 12 segg. e 1355 b 26 segg.). (La distinzione tra discorso
filosofico e discorso politico risale a Platone, "Gorgia", 448.) Così
poté farsi strada anche in Grecia l'opinione che il declino di Tebe si
dovesse ricondurre al fatto che la retorica era stata dimenticata a
vantaggio delle arti della guerra (Burckhardt, "Griechische
Kulturgeschichte", ed. Kröner, vol. 3, p. 190; trad. it. "Storia della
civiltà greca", Firenze 1974).
N. 10. "Etica Nicomachea", 1142 a 25 e 1178 a 6 segg.
N. 11. Tommaso d'Aquino, op. cit., 2, 2, 50, 3.
N. 12. I termini "dominus" e "pater familias" erano perciò sinonimi,
come anche i termini "servus" e "familiaris": "dominum patrem
familiae appella verunt; servos... familiares" (Seneca, "Epistolae",
47, 12). L'antica libertà romana del cittadino si disperse quando gli
imperatori romani assunsero a titolo di "dominus", «nome che
Augusto e Tiberio rifiutavano ancora come una maledizione» (H.
Wallon, "Histoire de l'esclavage dans l'antiquité", 1847, 3, 21).
N. 13. Confer lo studio di Gunnar Myrdal, "The Political Element in
the Development of the Economic Theory", 1953 (trad. it.
"L'elemento politico nello suiluppo della teoria economica", Firenze,
1981).
N. 14. Con ciò non si nega che lo stato nazionale e la sua società
siano derivati dal sistema di sovranità medievale e dal feudalesimo,
all'interno dei quali la famiglia e il reggimento domestico avevano
già un significato generale ignoto all'antichità classica. Né va
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
trascurata la distinzione tra feudalesimo ed età moderna. Nel
feudalesimo le famiglie e le unità domestiche erano come
reciprocamente indipendenti, per cui l'amministrazione regale, che
rappresentava l'intero territorio come un tutto e che aveva un
rapporto di "prima inter pares" con le signorie feudali, poteva
pretendere di essere la testa di un'unica gigantesca famiglia pur
senza rivestire il carattere di un dominio assoluto. La «nazione
medievale» era un conglomerato di famiglie; i suoi membri non si
ritenevano parti di un'unica famiglia che abbracciasse sotto il titolo
di nazione l'intera popolazione.
N. 15. La distinzione è chiarissima nel primo paragrafo
dell'"Economico" pseudo-aristotelico, dove troviamo contrapposto il
dominio dispotico di un uomo solo (monarchia) sull'organizzazione
domestica alla organizzazione affatto diversa della "polis".
N. 16. Ad Atene il momento cruciale può essere indicato nella
legislazione di Solone. Coulanges osserva giustamente come nella
legge ateniese, che fa un dovere legalmente determinato dei figli la
soggezione ai genitori, si riconosca un decadimento del potere dei
genitori stessi (op. cit., p.p. 315-16). Per altro il potere paterno era
limitato soltanto quando veniva in conflitto con l'interesse della
"polis", e mai a vantaggio del singolo membro della famiglia. In
questo senso è significativo che i bambini non godessero di quel
diritto all'esistenza che è così ovvio per noi e che la vendita e
l'esposizione dei lattanti si conservasse sino al 374 dopo Cristo,
quando altri diritti connessi alla "patria potestas" erano già decaduti
da tempo (confer R. B. Barrow, "Slavery in the Roman Empire",
1928, p. 8).
N. 17. E' tipico per questa distinzione tra possesso e proprietà che vi
fossero città greche in cui i cittadini avevano l'obbligo giuridico di
dividere i raccolti e di mangiare in comune, ma che nelle stesse città
ognuno di loro conservasse l'indiscusso diritto di proprietà sul
proprio terreno. Confer Coulanges (op. cit., 2, 61), che definisce
questa situazione come una «contraddizione veramente degna di
nota», perché non vede come la proprietà e il possesso, nella
concezione classica non avessero niente a che fare tra loro.
N. 18. Confer "Leggi", 842.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 19. Cit. da Coulanges, p. 96; il riferimento a Plutarco è:
"Quaestiones Romanae", 51.
N. 20. Significativa la discussione tra Socrate e Eutero nei
"Memorabilia" di Senofonte (2, 8): la necessità ha costretto Eutero
al lavoro corporeo, ed egli è sicuro che il suo corpo non riuscirà a
reggere a lungo questo tipo di vita; sa anche che da vecchio rimarrà
solo e privo di aiuto. Tuttavia continua a ritenere che sia ancor
meglio lavorare che servire. Socrate ribatte che egli dovrebbe
mettersi con qualcuno che sia in migliori condizioni e abbia bisogno
di un aiuto. Ma Eutero risponde che non può sopportare la schiavitù
("douleia").
N. 21. Confer Hobbes "Leviathan", 1, 13 (trad. it. "Leviatano", Bari,
1912).
N. 22. Il più famoso e bel passo citabile a questo proposito è la
discussione delle diverse forme di governo di Erodoto (3, 80, 83),
dove Otane, difensore dell'uguaglianza greca, afferma di non volere
«né guidare né essere guidato». Ma analogo è lo spirito con cui
Aristotele afferma che la vita di un uomo libero è migliore di quella
di un despota, negando, come cosa ovvia, che un despota sia libero
("Politica", 1325 a 24). Secondo Coulanges, tutte le parole greche e
latine che esprimono una funzione direttiva su altri, come "rex",
"pater", "anaks", "basileus", si riferiscono originariamente
all'amministrazione domestica, nei suoi rapporti tipici, ed erano nomi
che gli schiavi davano ai loro padroni (op. cit., p.p. 89, segg., 228).
N. 23. La proporzione variava, ed è stata certamente esagerata nel
resoconto di Senofonte su Sparta, dove tra 4000 persone sulla
piazza del mercato uno straniero poteva individuare non più di 60
cittadini ("Hellenica", 3, 35).
N.24. Confer Myrdal, op. cit.: «L'idea che la società, come un
capofamiglia, provveda alla dimora dei suoi membri, è ampiamente
utilizzata nella terminologia economica... Il termine tedesco
"Volkswirtshaftslehre"
[letteralmente
«dottrina
dell'economia
collettiva»] suggerisce l'esistenza di un soggetto collettivo
dell'attività economica, con obiettivi e valori comuni. In Inghilterra,
"Theory of wealth" o "Theory of welfare" esprimono idee simili» (p.
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327
Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
140). «Qual è il significato di un'economia sociale che abbia la
funzione di un reggimento domestico della società? In primo luogo
suggerisce l'idea di un'analogia tra gli individui che dirigono la loro
propria amministrazione domestica e quella della società. Adam
Smith e James Mill hanno elaborato in modo esplicito tale analogia.
Dopo la critica di J. S. Mill e, dopo il più largo riconoscimento della
distinzione tra economia politica pratica e teorica, tale analogia
perse generalmente d'importanza» (p. 143). Ora, il fatto che
l'analogia sia stata abbandonata può anche dipendere da un
processo per cui la società ha divorato l'unità familiare fino a
costituirne un vero surrogato.
N. 25. R. H. Barrow, "The Romans", 1973, p. 194.
N. 26. Le caratteristiche indicate da E. Lavasseur ("Histoire des
classes ovvrières et de l'industrie en France avant 1789", 1900) a
proposito dell'organizzazione feudale del lavoro hanno valore per le
comunità feudali nel loro insieme: «Chacun vivait chez soi et vivait
de soi-même, le noble sur sa seigneurie, le vilain sur sa culture, le
citadin dans sa ville» (p. 229). [«Ognuno viveva presso di sé e da
sé, il nobile sulla sua signoria, il villano sulle sue coltivazioni, il
cittadino nella sua città».]
N. 27. Il benevolo trattamento degli schiavi, raccomandato da
Platone nelle "Leggi" (777), non ha molto a che fare con la giustizia
e, più che riguardare gli schiavi, è una questione di «rispetto verso
se stessi». Circa la coesistenza di due leggi, la legge politica della
giustizia, valida tra i liberi, e quella di dominio dell'ambito
domestico, confer Wallon, op. cit., 2, p. 200: «La legge per
moltissimo tempo si astenne dal penetrare nella famiglia, dove
riconosceva il comando di un'altra legge». La legislazione antica, e
particolarmente quella romana, credette di intervenire nelle
questioni private e domestiche - trattamento degli schiavi, rapporti
familiari ecc. - solo per contenere in qualche modo il potere per altro
illimitato del capofamiglia; era impensabile che vi potesse essere
una funzione della giustizia entro la società del tutto «privata» degli
schiavi; questi ultimi, per definizione, erano esclusi dalla legge e
soggetti al potere dei loro padroni. Solo il padrone, in quanto era
anche un cittadino, era soggetto alle leggi che potevano
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
eventualmente anche delimitare il suo assoluto potere a vantaggio
della "polis".
N. 28. W. J Ashley, op. cit., p. 415.
N. 29. Questo «innalzamento» da un rango a uno superiore è un
tema ricorrente in Machiavelli (confer "Il principe", cap. 6, su
Gerone di Siracusa, e cap. 7; inoltre, "Discorsi", libro 2, cap. 13).
N. 30. «La schiavitù venne considerata al tempo di Solone un male
peggiore che la morte» (Robert Schlaifer "Greek Theories of Slavery
from Homer to Aristotle", «Harvard Studies in Classical Philology»,
1936, XLVII). Da allora la "philopsychia" («amore per la vita») e la
codardia vennero identificate con lo stato servile, e Platone poteva
ritenere di aver dimostrato la natura servile degli schiavi per il fatto
di non aver preferito la morte alla schiavitù ("Repubblica", 386 A).
Un'eco tardiva di questa posizione è in Seneca, che risponde alle
lamentele degli schiavi: «E perché mai essere schiavi, quando la
libertà è così a portata di mano?» ("Epistolae", 77,14); o nella sua
frase: "vita si moriendi virtus ebest, servitus est" (77, 13). Per
comprendere l'atteggiamento del mondo antico verso la schiavitù
non è fuori luogo ricordare che la maggioranza degli schiavi erano
nemici sconfitti e che generalmente soltanto una piccola percentuale
era formata da nati in schiavitù. E mentre nella repubblica romana
gli schiavi erano generalmente presi fuori dei limiti del dominio
romano, gli schiavi greci erano per lo più della stessa nazionalità dei
loro padroni; essi avevano dato prova della loro natura servile
rifiutando di suicidarsi e dal momento che il coraggio era la virtù
politica per eccellenza, essi avevano mostrato chiaramente la loro
indegnità «naturale», la loro incapacità a essere cittadini.
L'atteggiamento verso gli schiavi si modificò nell'impero romano non
solo per l'influenza dello stoicismo, ma perché la maggior parte della
popolazione degli schiavi era di nascita servile. Ma anche in Roma la
parola "labor" è strettamente connessa in Virgilio ("Eneide", 6) con
una morte ingloriosa.
N. 31. Edward Meyer ("Die Sklaverei im Altertum", 1898, p. 22) cita
il poeta Hybrias, cretese, in un passo dove risulta come l'uomo
libero si distingua dallo schiavo per il suo coraggio: «La mia
ricchezza è la lancia e la spada è il bello scudo... Ma coloro che non
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
osano portare la lancia e la spada e il bello scudo che difende la
vita, tutti costoro cadono vergognosi alle mie ginocchia e mi parlano
come a signore e grande re».
N. 32. Max Weber, "Agrarverhältnisse im Altertum", in "Gesammelte
Aufsätze zur Sozial und Wirtschaftsgeschichte", 1924, p. 147 (trad.
it. "Storia economica e sociale dell'antichità", Roma 1981).
N. 33. Ciò è bene illustrato da un'osservazione di Seneca, che
discutendo l'utilità di schiavi molto istruiti (che conoscono tutti i
classici a memoria) per un padrone eventuale piuttosto ignorante,
commenta: «Quel che sa la famiglia sa il padrone» ("Epistolae", 27,
6 cit. da Barrow, "Slavery in the Roman Empire", p. 61).
N. 34. "Aien aristeuein kai hypeirochon emmenai allon" [«Essere
sempre il migliore e sopravanzare gli altri»] è la massima
fondamentale dell'eroe omerico ("Iliade", 6, 208), e Omero fu
«l'educatore dell'Ellade».
N. 35. «La concezione dell'economia politica come una scienza risale
soltanto a Adam Smith» e fu sconosciuta non soltanto all'antichità e
al Medioevo, ma anche alla dottrina canonica, la prima «completa
dottrina economica» che «differiva dall'economia moderna per
essere un''arte' piuttosto che una 'scienza'» (W. J. Ashley, op. cit.,
p.p. 379 segg.). L'economia classica affermava che l'uomo, nella
misura in cui è un essere attivo, agisce esclusivamente in base
all'interesse personale ed è spinto da un solo desiderio, quello
dell'acquisizione. L'espediente, dovuto a Adam Smith, di una «mano
invisibile che promuove una finalità che non era implicita
nell'intenzione [di nessuno]» prova che anche questo minimo di
azione con la sua motivazione uniforme contiene una parte troppo
grande di iniziativa imprevedibile per la fondazione di una scienza.
Marx sviluppò ulteriormente l'economia classica sostituendo gli
interessi di gruppo o di classe a quelli individuali e personali e
riducendo questi interessi di classe alle due classi principali, dei
capitalisti e dei lavoratori, sicché egli individuò un unico conflitto là
dove l'economia classica aveva visto una molteplicità di conflitti
contraddittori. La ragione della maggior consistenza e coerenza, e
quindi dell'apparente maggior «scientificità» del sistema economico
di Marx rispetto a quelli precedenti, sta soprattutto nella costruzione
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dell'«uomo socializzato», che è ancor meno un essere attivo dell'
«uomo economico» dell'economia liberale.
N. 36. Che l'utilitarismo liberale, e non il socialismo, sia «costretto a
elaborare una insostenibile 'finzione comunistica' circa l'unità della
società» e che «la finzione comunista è implicita in diversi scritti
economici» è una delle tesi fondamentali del brillante lavoro di
Myrdal (op. cit., p.p. 54-150). Egli conclude che l'economia può
essere una scienza soltanto se si fa l'ipotesi che un solo interesse
pervada la società come un tutto. Al di là dell'«armonia degli
interessi» sta sempre la «finzione comunistica» dell'unico interesse,
che può essere chiamato "welfare" o "commonwealth". Perciò gli
economisti liberali sono sempre stati mossi da un ideale
«comunistico» e precisamente dall'«interesse della società come un
tutto» (p.p. 194-95). Il nodo della questione è che ciò «comporta
l'asserzione che la società deve essere concepita come un soggetto
unico. Ma questo è proprio ciò che non è possibile concepire. Se
cerchiamo di farlo abbiamo già fatto astrazione dall'elemento
fondamentale per cui l'attività sociale è il risultato delle intenzioni di
parecchi individui» (p. 151).
N. 37. Per una brillante esposizione di questo aspetto generalmente
trascurato della teoria marxiana, confer Siegfried Landshut, "Die
Gegenwart im Lichte der Marxschen Lehre", «Hamburger Jahrbuch
für Wirtschafts- und Gesellschaftspolitik», vol. 1, 1956.
N. 38. Qui e in seguito adopero il termine «divisione del lavoro» solo
in riferimento alle moderne condizioni lavorative in cui l'attività
individuale è sezionata e atomizzata in una serie innumerevole di
operazioni minime, e non invece alla «divisione del lavoro» intesa
nel senso delle specializzazioni professionali. La seconda delle due
accezioni ha senso soltanto nel quadro di una società concepita
come un soggetto unico all'adempimento dei cui bisogni devono
essere suddivise le mansioni tra i suoi membri, a opera di una
«mano invisibile». Lo stesso vale, "mutatis mutandis", per la strana
idea di una divisione del lavoro tra i sessi, che diversi autori
ritengono addirittura la più originale di tutte le divisioni del lavoro.
Qui la specie umana è concepita come un soggetto unico che deve
quindi suddividere il lavoro tra le sottospecie uomo e donna. Poiché
per questo uso della parola si ricorre spesso al mondo classico, va
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
osservato che la divisione greca delle funzioni lavorative in maschili
e femminili corrisponde a un orizzonte del tutto diverso. In Grecia
questa separazione corrisponde a una vita svolta da un lato tutta
all'esterno, nel mondo, e dall'altro all'interno della casa (confer,
Senofonte, "Oeconomicus", 7, 22). Soltanto la vita nel mondo è
degna dell'uomo; si potrebbe parlare di divisione del lavoro solo se
uomini e donne fossero esseri umani di pari livello, parità che era
invece affatto impensabile (confer 81). L'antichità classica sembra
aver
conosciuto
soltanto
specializzazioni
professionali
predeterminate dalle qualità e dal talento naturale. Così ad esempio
il lavoro nelle miniere aurifere, che occupava diverse migliaia di
lavoratori, veniva distribuito secondo la loro forza e resistenza
(confer J. P. Vernant, "Travail et nature dans la Grèce ancienne", in
«Journal de psychologie normale et pathologique», vol. 52, 1,1955;
trad. it. "Lavoro e natura nella Grecia antica", in "Mito e pensiero
presso i Greci. Studi di psicologia storica", Torino 1970, p.p. 285308).
N. 39. Tutte le parole e le lingue europee impiegate per designare il
concetto di "labor" (latino e inglese "labor", greco "ponos", francese
"travail", tedesco "Arbeit") significano sforzo e pena e sono usate
anche per le doglie del parto. "Labor", imparentato con "labare",
significa propriamente «vacillare sotto un carico», "Arbeit" e "ponos"
hanno la stessa radice etimologica, rispettivamente, di "Armut"
(«povertà») e di "penia". Lo stesso Esiodo, che viene generalmente
annoverato tra i pochi difensori del lavoro nel mondo antico, parla di
«lavoro penoso» e lo mette al primo posto tra i mali dell'uomo
("Teogonia", 226). Per l'uso greco, confer. G. Herzog-Hauser,
«Ponos», in Pauly-Wissowa. Il tedesco "Arbeit" e "arm" («povero»)
derivano entrambi dal germanico "arbm-", che significa negletto,
abbandonato: confer Kluge-Götze, "Etymologiches Wörterbuch"
(1951). Nel tedesco medievale questa parola traduce: labor,
tribulatio, persecutio, adversitas, malum (confer Klara Vontobel,
"Das Arbeitsethos des deutschen Protestantismus", dissertazione,
Berna 1946).
N. 40. Pindaro, "Carmina olympica", 11, 4.
N. 41. L'affermazione molto citata di Omero che Zeus sottrae
all'uomo metà del suo valore quando sopraggiunge il giorno della
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332
Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
sua schiavitù ("Odissea", 17, 320 segg.) è messa sulle labbra di
Eumeo, schiavo lui stesso, e ha il carattere di una proposizione
oggettiva, non di una critica o di un giudizio morale. Lo schiavo
perde il suo valore ("arete") perché ha perduto il mondo pubblico
dove il valore può mostrarsi.
N. 42. Questo è anche il motivo per cui è impossibile «delineare il
carattere di uno schiavo... Finché non conquista la libertà e la
notorietà, rimane un'ombra più che una persona» (Barrow, "Slavery
in the Roman Empire", cit., p. 156).
N. 43. Ricordo a questo proposito una poesia poco nota di Rilke
scritta sul suo letto di morte e senza titolo, il cui primo verso suona:
«Komm du, du letzter, den ich anerkenne», e conclude: «Bin ich es
noch, der da unkenntlich brennt? / Erinnerungen reiss ich nicht
herein. / O Leben, Leben: Draussensein. / Und ich in Lohe. Niemand
der mich kennt...» [Sono ancora io quello che là brucia
irriconoscibile? / Non attiro più a me i ricordi / O vita, vita: là fuori. /
E io nel rogo. Nessuno che mi riconosca...]
N. 44. Sulla soggettività del dolore e sul suo significato per tutte le
forme di edonismo e di sensualismo, confer capp. 15 e 43. Per chi
vive, la morte è innanzitutto disparizione. Ma a differenza del dolore,
c'è una forma in cui la morte è come se apparisse tra i viventi: la
vecchiaia, che Goethe chiama a volte il «graduale retrocedere
dell'apparenza». Gli autoritratti dei grandi pittori nella loro vecchiaia
- Rembrandt, Leonardo - mostrano la verità di questa osservazione,
poiché in queste immagini è rappresentato lo stesso processo di
disgregazione, e l'intensità dello sguardo illumina e domina questa
retrocessione del vivente.
N. 45. "Contra Faustum Manichaeum", 5, 5.
N. 46. Questo è tra l'altro anche il presupposto della filosofia politica
di Tommaso d'Aquino (op. cit., 2, 2, 181, 4).
N. 47. Il termine "corpus rei publicae" ricorre nella letteratura latina
precristiana, ma con il senso di popolazione abitante una "res
publica", un dato ambito politico. Il termine politico corrispondente
non è mai usato nel greco precristiano in senso politico. La metafora
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333
Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
si presenta per la prima volta forse in Paolo (1 Corinzi, 12, 12-27) e
ricorre in tutti i primi scrittori cristiani (confer Tertulliano,
"Apologeticus", 39, o Ambrogio, "De officiis ministrorum", 3, 3, 17).
Il termine assunse una grandissima importanza per la teoria politica
medievale, che fu unanime nel dichiarare gli uomini "quasi unum
corpus" (Tommaso, op. cit., 2, 1, 81, 1). Ma mentre i primi scrittori
sottolinearono l'eguaglianza dei membri, tutti ugualmente necessari
per il benessere del corpo preso come un tutto, in seguito fu dato
rilievo alla differenza tra il capo e i membri, al compito direttivo del
primo e a quello subordinato dei secondi (confer per il Medioevo,
Anton - Hermann Chroust, "The Corporate Idea in the Middle Ages",
«Review of Politics», vol. 8, 1947).
N. 48. Tommaso d'Aquino, op. cit., 2, 2, 179, 2.
N. 49. Confer l'art. 57 della Regola dei benedettini in Levasseur, op.
cit., p. 187: se uno dei monaci diviene orgoglioso ddla propria
opera, deve abbandonarla.
N. 50. Barrow ("Slavery in the Roman Empire", cit., p. 168), in una
interessante discussione sugli schiavi nei collegi romani, mostra che
le loro associazioni avevano anche e innanzitutto uffici funerari; si
occupavano tra l'altro dei cippi e delle iscrizioni, per i quali nutrirono
un crescente interesse.
N. 51. "Etica Nicomachea" 1177 b 31.
N. 52. "Wealth of Nations", 1, cap. 10 (p.p. 120-95 del vol. 1, ed.
«Everyman»; trad. it. "Indagine sulla natura e le cause della
ricchezza delle nazioni", Milano 1973).
N. 53. Per quanto riguarda la solitudine e l'abbandono come
moderno fenomeno di massa, confer David Riesman, "The Lonely
Crowd", 1950 (trad. it. "La folla solitaria", Bologna 1956).
N. 54. Così Plinio il Giovane, cit. in W. L. Westermann, «Sklaverei»,
in Pauly-Wissowa, suppl. 6, p. 1045.
N. 55. Questa diversa valutazione della ricchezza e della cultura a
Roma e in Grecia è del tutto evidente. Ma è interessante osservare
quanto fortemente questa valutazione coincideva con la posizione
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334
Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
degli schiavi. Gli schiavi romani avevano una funzione molto
superiore nella cultura che non in Grecia, dove d'altra parte la loro
funzione nella vita economica era molto più importante (confer
Westermann, in Pauly - Wissowa, p. 984).
N. 56. Agostino ("De civitate Dei", 19, 19) vede nel dovere della
"caritas" per la "utilitas proximi" («l'interesse del proprio vicino») la
limitazione dell'"otium" e della contemplazione. Ma «nella vita attiva
non dobbiamo perseguire gli onori o il potere di questo mondo... ma
il bene di coloro che ci sono soggetti ("salutem subditorum")». E'
chiaro che questa specie di responsabilità assomiglia piuttosto alla
responsabilità del capofamiglia che a quella del politico.
N. 57. Coulanges, op. cit., scrive: «Il vero significato di "familia" è
proprietà; designa il terreno, la casa, il denaro e gli schiavi» (p.
107). Naturalmente questa «proprietà» non è considerata come
inerente alla famiglia; al contrario «la famiglia è legata al focolare, il
focolare al terreno» (p 62). Il punto fondamentale è che «la fortuna
è immutabile come il focolare e la tomba. E' l'uomo che se ne va»
(p. 74).
N. 58. Levasseur, op. cit., riferisce sulla fondazione di una comunità
medievale e sulle condizioni per essere ammessi: «Non bastava
abitare la città per aver diritto a questa ammissione. Bisognava
avere una casa»; «Ogni ingiuria rivolta in pubblico contro la
comunità comportava la demolizione della casa e la messa al bando
del colpevole» (p. 240).
N. 59. La distinzione è più chiara nel caso degli schiavi, i quali,
benché non avessero proprietà nel senso antico della parola (cioè un
posto loro proprio), erano tutt'altro che privi di proprietà nel senso
moderno. Il "peculium" (il possesso privato di uno schiavo) poteva
ammontare a somme considerevoli e comprendere perfino degli altri
schiavi personali ("vicarii"). Barrow parla della «proprietà che anche
il più umile della sua classe possedeva» ("Slavery in the Roman
Empire", p. 122).
N. 60. Coulanges riferisce un'osservazione di Aristotele, che cioè nei
tempi antichi il figlio non era un cittadino fintanto che suo padre era
in vita, e dopo la morte del padre soltanto il maggiore godeva dei
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335
Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
diritti politici (op. cit., p, 228). Coulanges afferma che la "plebs"
romana consisteva originariamente di gente senza terra e senza
casa, e che si distingueva perciò nettamente dal "populus Romanus"
( p.p. 229 segg.).
N. 61. «Tutta questa religione era racchiusa tra le mura della casa...
Tutti questi dei, divinità del focolare, Lari, Mani, erano chiamati
divinità nascoste o dei dell'interiorità domestica. Tutti gli atti di
questa religione esigevano il segreto, "sacrificia occulta", come dice
Cicerone» (Coulanges, op. cit., p. 37).
N. 62. I misteri Eleusini davano quasi una manifestazione comune e
pubblica di tutta questa sfera, la quale per la sua particolare natura
e nonostante il fatto che fosse comune a tutti richiedeva la
segretezza e l'esclusione dalla sfera pubblica: chiunque poteva
parteciparvi ma nessuno poteva parlarne. I misteri si riferivano
infatti all'indicibile, e le esperienze che trascendevano il linguaggio
erano impolitiche, forse antipolitiche per definizione (confer Karl
Kerenyi, "Die Geburt der Helena", 1943-45, p.p. 48 segg.). Che essi
riguardassero i segreti della nascita e della morte sembra provato da
un frammento di Pindaro (137a), dove si dice che l'iniziato conosce
«la fine della vita e il suo inizio, dono di Zeus» ("oide men biou
teleutan, oiden de diosdoton archan").
N. 63. La parola greca che indica legge, "nomos", deriva da
"nemein", che significa distribuire, possedere (ciò che è stato
distribuito) e abitare. La combinazione della legge con il confine
della proprietà implicita nella parola "nomos" è del tutto chiara in un
frammento di Eraclito: «Il popolo deve lottare per la legge come per
un muro [di confine]». La parola romana per legge, "lex", ha un
significato del tutto diverso; indica una relazione formale tra gli
uomini e non il muro che li separa. Ma la divisione di confine e il suo
dio, "Terminus", che separava "agrum publicum a privato" (Livio),
era molto più venerato dei corrispondenti "theoi horoi" in Grecia.
N. 64. Coulanges riferisce di un'antica legge che proibiva che due
case si toccassero (op. cit., p. 63).
N. 65. La parola "polis" designava originariamente pressappoco le
mura della cerchia perimetrale, e sembra che anche il latino "urbs"
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
esprimesse l'idea della «cerchia» e avesse la stessa radice di "orbis".
La stessa connessione si trova nella parola inglese "town" che, come
il vocabolo tedesco "Zaun", significa la siepe perimetrale (confer R.
B. Onian, "The Origins of European Thought", 1954, p. 444, n. 1).
N. 66. Per questo non era necessario che il legislatore fosse un
cittadino e spesso infatti veniva chiamato dall'esterno. La sua opera
non era politica; la vita politica poteva cominciare soltanto dopo che
aveva terminato la sua legislatura,
N. 67. Demostene, "Orationes", 57, 45: «La povertà costringe
l'uomo libero a fare cose servili e miserevoli» ("polla doulika kai
tapeina pragmata tous eleutheros he penia biazetai poiein").
N. 68. Questa condizione per essere ammessi alla sfera pubblica
esisteva ancora nell'alto Medioevo. Il "Boook of Customs" inglese
tracciava «una netta distinzione tra l'artigiano e l'uomo libero
("franke homme") della città... Se l'artigiano diventava così ricco da
desiderare di essere un uomo libero doveva rinunciare
solennemente al suo mestiere e liberare la sua casa da ogni
attrezzo» (W. J. Ashley, op. cit., p. 83). Fu solo sotto Edoardo Terzo
che gli artigiani divennero così ricchi che «la cittadinanza cominciò a
coincidere con l'appartenenza a qualche compagnia di artigiani,
mentre prima questi non la potevano ottenere» (p. 89).
N. 69. Coulanges, a differenza di altri autori, sottolinea le attività
basate sul consumo di tempo e di energia richieste agli antichi
cittadini, e valuta esattamente l'affermazione di Aristotele, per cui
nessuno che sia costretto a lavorare per vivere può essere un
cittadino, come una semplice constatazione di fatto e non come
l'espressione di un pregiudizio (op. cit., p.p. 335 segg.). E' del tutto
caratteristico degli sviluppi moderni che i benestanti come tali
avessero comunque diritto alla cittadinanza; solo a questo punto
essa divenne un mero privilegio, indipendentemente da qualsiasi
attività specificamente politica.
N. 70. Questa mi sembra la soluzione del «ben noto enigma della
storia economica del mondo antico, in cui l'industria si sviluppò fino
a un certo punto ma cessò poi improvvisamente di progredire come
ci si sarebbe aspettati... [considerando il fatto che] l'abilità
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
organizzativa su vasta scala fu esercitata dai romani nei servizi
pubblici e nell'organizzazione militare» (Barrow, "Slavery in the
Roman Empire", p.p. 109-10). A quanto pare è un pregiudizio
proprio delle condizioni moderne di esistenza quello di attendersi la
stessa capacità organizzativa nella sfera privata e nei «servizi
pubblici». Max Weber, nel notevole passo citato ha sottolineato il
fatto che le città antiche erano piuttosto «centri di consumo che di
produzione» e che l'antico proprietario di schiavi era un "rentier" e
non un imprenditore ["Unternehmer"]» (p.p. 13, 22 segg. e 144). La
grande indifferenza degli antichi scrittori per le questioni
economiche e la mancanza di documenti a questo proposito danno
ancor più importanza alle tesi di Weber.
N. 71. Tutte le storie della classe operaia, cioè di una classe priva di
proprietà e che deve la sua sussistenza soltanto all'opera delle sue
mani, sono influenzate dall'ingenuo presupposto che una classe del
genere sia sempre esistita. Sappiamo invece che perfino gli schiavi
antichi non erano privi di proprietà e che il cosiddetto lavoro libero
dell'antichità era in definitiva l'opera di «liberi negozianti,
commercianti e artigiani» (Barrow, "Slavery in the Roman Empire",
p. 126). M. E. Park ("The Plebs Urbana in Cicero's Day", 1921)
giunge però alla conclusione che non esisteva lavoro libero, dal
momento che l'uomo libero appare come un proprietario, in un
modo o nell'altro. W. J. Ashley riassume la situazione medievale,
arrivando fino al quindicesimo secolo: «Non esisteva una classe
operaia nel senso moderno della parola»; con il termine «classe
operaia» intendiamo una quantità di persone, tra cui solo alcuni
individui, e mai la maggioranza, possono arrivare ad assumere
posizioni più elevate. Ma nel quattordicesimo secolo i poveri
dovevano necessariamente passare per una fase di lavoro
giornaliero che durava alcuni anni, mentre la maggioranza, con tutta
probabilità, passava direttamente dall'apprendistato alla condizione
di maestro di bottega. Quindi la classe operaia dell'antichità non era
né libera né priva di proprietà; se, mediante la manumissione, lo
schiavo poteva ottenere (a Roma) o acquistare (ad Atene) la sua
libertà, non era in condizioni di diventare un lavoratore libero ma
diventava invece un commerciante o un artigiano indipendente.
(«Gran parte degli schiavi liberati devono avere avuto a disposizione
qualche capitale personale», da impiegare nel commercio e
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
nell'industria [Barrow, "Slavery in the Roman Empire", p. 103]).
Anche nel Medioevo la condizione operaia era riservata ai giovani,
situazione temporanea che preparava il passaggio a maestro e allo
stato di uomo adulto; il lavoro salariato era un'eccezione, per gli
adulti, e non la regola. I "Tagelöhner" tedeschi, i "manoeuvres"
francesi, i "labouring poor" inglesi, vivevano al di fuori di ogni
corporazione e costituivano il mondo dei poveri (Pierre Brizon,
"Histoire du travail et des travailleurs", 1926, p. 40). Lo stesso fatto
che prima del "Code Napoléon" nessuna legislazione si occupi del
lavoro libero dimostra chiaramente quanto sia moderna l'origine
della classe operaia (W. Endermann, "Die Behandlung der Arbeit im
Privatrecht", 1896, p.p. 49, 53).
N. 72. Così pensa Proudhon nelle sue interessanti considerazioni sul
tema «la proprietà è un furto», nella postuma "Théorie de la
propriété" (p.p. 209-10), dove la proprietà è presentata nella sua
«natura egoistica e satanica» come il «mezzo più efficace per
resistere al dispotismo senza rovesciare lo stato».
N. 73. Devo confessare che non riesco a comprendere su quali basi
gli economisti liberali (che oggi si definiscono conservatori) possano
giudicare, nella società dei nostri giorni, il loro ottimismo sul fatto
che l'appropriazione privata della ricchezza debba garantire le libertà
individuali - che cioè possa adempiere alla stessa funzione della
proprietà privata. In una società in cui l'unica proprietà sicura è
rappresentata dal possedere un lavoro, queste libertà sono garantite
soltanto dallo stato. La minaccia della libertà nella società moderna
non viene dallo stato, ma dalla società, che distribuisce le diverse
occupazioni e determina la partecipazione individuale alla ricchezza.
N. 74. R. W. K. Hinton, "Was Charles I a Tyran?", in «Review of
Politics», vol. 18, gennaio 1956.
N. 75. Per la storia della parola «capitale», che deriva dal latino
"caput", usato nel diritto romano per indicare una somma prestata,
confer W. J. Ashley, op. cit., p.p. 429 e 433, n. 183. Soltanto nel
diciottesimo secolo si cominciò a usare la parola nel senso moderno
di «ricchezza investita al fine di trarne guadagno».
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 76. Il pensiero economico medievale non considerava ancora il
denaro come denominatore comune e misura generale, e anzi lo
annoverava tra i "consumptibiles".
N. 77. "Second Treatise of Civil Government", sez. 27.
N. 78. I casi relativamente rari in cui gli autori antichi danno un
apprezzamento positivo della povertà e del lavoro, si spiegano in
base a questo periodo. Confer per i riferimenti G. Herzog-Hauser,
op. cit.
N. 79. Le parole greca e latina che indicano l'interno della casa,
"megaron" e "atrium", sono strettamente imparentate con significati
come «oscuro» e «nero» (confer Mommsen, op. cit., p.p. 22 e 236).
N. 80. Aristotele, "Politica", 1254 b 25.
N. 81. La vita della donna è definita "ponetikos" da Aristotele, "De
generatione animalium", 775 a 33. Donne e schiavi vivevano
insieme; neppure la moglie del capofamiglia viveva con le sue pari
(cioè con le altre donne libere) e quindi la differenza di rango era
basata molto meno sulla nascita che sulle funzioni esercitate: confer
Wallon (op. cit., I, 77 e segg.) che parla di «confusione di gradi,
suddivisione di tutte le funzioni domestiche... Le donne si
confondevano con i loro schiavi nelle cure abituali della vita
domestica. Quale che fosse il loro rango, il lavoro era loro
appannaggio, come la guerra era affare degli uomini».
N. 82. Confer Pierre Brizon, "Histoire du travail et des travailleurs"
(4a ed., 1926, p. 184) sulle condizioni del lavoro di fabbrica nel
diciassettesimo secolo.
N. 83. Tertulliano, op. cit., 38.
N. 84. Questa diversità di esperienza può spiegare in parte la
differenza tra il giusto senso delle cose di Agostino e la spaventosa
concretezza delle idee politiche di Tertulliano. Tutti e due erano
romani e profondamente influenzati dalla vita politica romana.
N. 85. Luca, 8, 19. Lo stesso pensiero in Matteo, 6, 1-18, dove Gesù
mette in guardia dall'ipocrisia e dalle apparenti manifestazioni di
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
pietà. La pietà non si esercita di fronte agli uomini ma solo di fronte
a Dio, «che vede nei segreti». La parola tedesca "Scheinheiligkeit"
(«santità di facciata») esprime bene quel fenomeno religioso per cui
la manifestazione esteriore significa ipocrisia.
N. 86. Questa espressione si ritrova talora in Platone (confer
"Gorgia", 482).
N. 87. "Il principe", cap. 15.
N. 88. Ibid., cap. 8.
N. 89. "Discorsi", libro 3, cap. 1.
NOTE AL CAPITOLO TERZO.
N. 1. Confer "De la liberté des anciens comparée à celle des
modernes" (1819), ristampato nel "Cours de politique
constitutionnelle" (1872), II, 549.
N. 2. Locke, "Second Treatise of Civil Government", sez. 26.
N. 3. La lingua greca distingue tra "ponein" e "ergazesthai", il latino
tra "laborare" e "facere" o "fabricari" che hanno la stessa radice
etimologica, il francese tra "travailler" e "ouvrer", il tedesco tra
"arbeiten" e "werken". In tutti questi casi soltanto gli equivalenti del
"labor" hanno un significato chiaramente connesso con la fatica e la
pena. Il tedesco "Arbeit", è adoperato originariamente soltanto per il
lavoro dei campi, eseguito da servi, e non per il lavoro dell'artigiano,
chiamato "Werk". Il francese "travailler" ha sostituito la più antica
espressione "labourer", ed è derivato da "tripalium", un genere di
tortura. Confer Grimm, "Wörterbuch", p.p. 1854 segg., e Lucien
Fèbre, "Travail: évolution d'un mot et d'une idée", in «Journal de
psychologie normale et pathologique» vol. 41, n. 1,1948.
N. 4. Aristotele, "Politica", 1254 b 25.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 5. Così per la parola francese "ouvrer" e per il tedesco "werken".
In entrambe le lingue, a differenza dall'uso corrente inglese della
parola inglese "labor", le parole "travailler" e "arbeiten" hanno
perduto il significato originale di fatica accompagnata dalla pena;
Grimm, op. cit., ha già rilevato questo sviluppo linguistico alla metà
del secolo scorso: «mentre nella lingua più antica predominava il
significato di "molestia" e di lavoro pesante, e quello di "opus",
"opera" era relegato in secondo piano, oggi al contrario quest'ultimo
tende ad emergere, mentre il primo compare raramente».
Interessante anche il fatto che le parole "work, oeuvre, werk",
mostrino una tendenza crescente a essere impiegate per le opere
d'arte in tutte e tre le lingue.
N. 6. Confer J. P. Vernant, "Travail et nature dans la Grèce
ancienne", in «Journal de psychologie normale et pathologique»,
vol. 42, n. 1, gennaio-marzo 1955: «Il termine "demiourgoi", in
Omero e Esiodo, non qualifica in origine l'artigiano in quanto tale,
come operaio; definisce tutte le attività che si esercitano al di fuori
dell'"oikos", in favore di un pubblico, "demos"; gli artigiani carpentieri e fabbri - ma anche gli indovini, gli araldi, gli aedi».
N. 7. "Politica", 1258 b 35 segg. Per la discussione di Aristotele
sull'ammissione dei "banausoi" alla cittadinanza, confer "Politica", 3,
5. La sua teoria corrisponde strettamente alla realtà: si pensa che
circa l'80 per cento del lavoro libero, dell'artigianato e del
commercio, fosse esercitato da non-cittadini, fossero «stranieri»
("katoikountes" e "metakoi") o schiavi emancipati che si davano a
queste occupazioni (confer Fritz Heichelheim, "Wirtschaftsgeschichte
des Altertums", 1938, 1, 398 segg.). Jacob Burckhardt, che nella sua
"Griechiscbe Kulturgeschichte" (vol. 2, sez. 6, 8) riferisce l'opinione
corrente nella Grecia antica su quanto concerne e su quanto non
concerne la classe dei "banausoi", osserva anche che non abbiamo
notizia di alcun trattato sulla scultura. Quanto invece ai molti trattati
sulla musica e la poesia, le notizie che ne abbiamo non sono
probabilmente un caso dovuto alla tradizione, come non lo è il fatto
che ci restino tante storie sul grande senso di superiorità e persino
di arroganza diffuso tra i pittori famosi, aneddoti che non si trovano
per gli scultori. Questa valutazione di pittori e scultori sopravvisse
per secoli e secoli. La si ritrova nel Rinascimento, che annovera la
scultura fra le arti servili mentre assegna alla pittura una posizione
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
intermedia tra le arti liberali e quelle servili (confer Otto Neurath,
"Beiträge zur Geschichte der Opera Servilia", «Archiv für
Sozialwissenschaft und Sozialpolitik», vol. 41, n. 2, 1915). Il fatto
che l'opinione pubblica greca giudicasse le occupazioni in base allo
sforzo richiesto e al tempo consumato, è confermato da
un'osservazione sulla vita dei pastori: «vi sono grandi differenze nei
modi di vita degli uomini; quella dei pastori è la più oziosa; ad essi
danno nutrimento senza fatica ("ponos") gli animali domestici, e
vivono perciò nell'ozio ("scholazousin")» ("Politica", 1256 a 30
segg.). E' degno di nota come Aristotele, che segue probabilmente
l'opinione corrente, connetta la pigrizia, "aergia", con la "schole",
cioè l'astensione da certe attività che è condizione preliminare della
vita politica. In generale il lettore moderno deve tener presente che
"aergia" e "schole" non sono la stessa cosa. La pigrizia era
considerata allo stesso modo che da noi, e una vita di "schole" non
era considerata una vita futile. L'equiparazione di "schole" e pigrizia
è caratteristica dell'evoluzione avvenuta all'interno della "polis".
Senofonte riferisce che Socrate fu accusato di aver citato il passo di
Esiodo: «il lavoro non è mai vergogna, ma la pigrizia sì è vergogna».
L'accusa significava che Socrate aveva instillato nell'animo dei suoi
allievi principi servili ("Memorabilia", 1, 20, 56). Storicamente è
importante tener presente la distinzione tra il disprezzo delle cittàstato greche per tutte le occupazioni non politiche (disprezzo che
scaturiva dalle enormi pretese di tempo e energia rivolte ai
cittadini), e la primitiva, più generale e originale condanna delle
attività che servono soltanto a mantenere la vita. In Omero, Paride
e Ulisse collaborano alla costruzione delle loro proprie case,
Nausicaa lava la biancheria dei fratelli eccetera. Tutti elementi che
confermano l'immagine dell'eroe omerico autosufficiente e
indipendente. Nessun lavoro è avvilente se significa maggiore
indipendenza; l'attività autonoma può certo essere un segno di
servitù se non è espressione di sovranità ma di soggezione alla
necessità. Tra parentesi, è ben nota la stima che si ritrova in Omero
per il lavoro artigianale; il suo vero senso è chiarito molto bene in
uno studio recente di Richard Harder, "Die Eigenart der Griechen"
(1949).
N. 8. Lavoro e opera ("ponos" e "ergon") sono concetti distinti in
Esiodo; solo l'opera è dovuta a Eris, la divinità della lotta salutare
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
("Le opere e i giorni", 20-26), ma il lavoro, come tutti gli altri mali,
viene dalla scatola di Pandora (90 segg.), ed è una punizione di
Zeus per l'offesa fattagli da Prometeo. Da allora in poi «gli dei
tengono nascosta la vita agli uomini» e la loro maledizione colpisce
agli uomini mangiatori di pane» (82). Esiodo, anzi, riferisce come
cosa del tutto normale che il lavoro agricolo sia realizzato dagli
schiavi e dagli animali domestici. Dà una valutazione positiva della
vita quotidiana - cosa abbastanza straordinaria per un greco - ma il
suo ideale non è quello del lavoratore che lavora la terra, ma quello
del proprietario fondiario che non abbandona la sua terra e la sua
casa, si astiene dall'avventurarsi nel mare come nelle questioni
pubbliche e si preoccupa soltanto di quel che lo riguarda
direttamente.
N. 9. Aristotele inizia il suo famoso discorso sulla schiavitù
("Politica", 1253 b 25) con l'affermazione che «senza le necessità
non è possibile né la vita né la buona vita». Essere padrone di
schiavi è il modo in cui l'uomo può padroneggiare la necessità e
perciò non è cosa contro natura; è la vita stessa che lo esige. Perciò
i contadini, che provvedono alle necessità della vita, sono classificati
da Platone e da Aristotele tra gli schiavi (confer Robert Schlaifer,
"Greek Theories of Slavery from Homer to Aristotle", «Harvard
Studies in Classical Philology", vol. 47, 1936).
N. 10. In questo senso Euripide considera «vili» tutti gli schiavi, in
quanto vedono ogni cosa dal punto di vista dello stomaco
("Supplementum Euripideum", ed Arnim, framm. 49, n. 2).
N. 11. Perciò Aristotele raccomandava che gli schiavi impegnati in
«libere occupazioni» ("ta eleuthera ton ergon") fossero trattati con
maggiore dignità e non come schiavi. E quando nei primi secoli
dell'impero romano, crebbero di importanza certe funzioni pubbliche
che erano sempre state eseguite da schiavi pubblici, questi "servi
pubblici" potevano portare la toga e sposare donne libere.
N. 12. Le due facoltà che mancano allo schiavo, secondo Aristotele,
e per le quali non lo si può considerare un uomo, sono la facoltà di
deliberare e decidere ("to bouletikon") e quella di prevedere e
scegliere ("proairesis"). Che è un modo di dire quanto mai esplicito
per indicare la soggezione degli schiavi alla necessità.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 13. Cicerone, "De re publica", V, 2.
N. 14. L'idea che l'uomo crei se stesso attraverso il proprio lavoro si
trova negli scritti giovanili di Marx, che non la abbandonò mai. La si
può trovare in diverse forme nelle "Jugendschriften"; anche nella
"Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico" (confer "MarxEngels Gesamtausgabe", parte prima, vol. 5, Berlino, 1932, p.p. 156
e 167). Dal contesto è chiaro che Marx intendeva sostituire la
definizione tradizionale dell'uomo come "animal rationale",
definendolo "animal laborans". Questa teoria è sottolineata in una
frase dell'"Ideologia tedesca", successivamente cancellata: «Il primo
atto storico con cui questi individui si distinguono dagli animali non è
il fatto che pensano, ma il fatto che cominciano a produrre i propri
mezzi di sussistenza» (ibid., p. 568). Analoghe formulazioni si
ritrovano anche nei "Manoscritti economico-filosofici" e nella "Sacra
famiglia" (p.p. 125 e 189) e in Engels, ad esempio nella premessa
all'"Origine della famiglia" che è del 1884, o in un articolo del 1876,
apparso vent'anni più tardi nella «Neue Zeit»: "Sull'importanza avuta
dal lavoro nel passaggio dalla scimmia all'uomo". Il primo autore che
individuò nel lavoro la "differenza specifica" tra l'uomo e l'animale fu
probabilmente Hume, e non Marx (Adriano Tilgher, "Homo faber",
1929). Ma poiché il lavoro non riveste un interesse preminente nella
filosofia di Hume, la cosa ha solo un interesse storico; per Hume la
vita umana non diventa più produttiva, attraverso il lavoro, ma
soltanto più penosa che la vita animale. Interessante,
nell'osservazione di Hume, è il fatto che egli non ritenga di poter
definire l'uomo sulla base del pensiero o della ragione; egli riteneva
che il comportamento animale dimostri che gli animali sono capaci di
entrambi.
N. 15. "Wealth of Nations" (Everyman's ed.), 2, 302.
N. 16. La distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo risale ai
fisiocratici, che distinguevano fra produttori, proprietari fondiari e
classi sterili o improduttive. Poiché essi sostenevano che la fonte
originaria di ogni produttività sta nelle forze naturali della terra, il
loro criterio di produttività era basato sulla creazione di nuovi
oggetti e non sulle necessita e i desideri dell'uomo. Il marchese de
Mirabeau, padre del famoso oratore, definisce sterile «quella classe
di operai i cui lavori, benché necessari ai bisogni degli uomini e utili
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
alla società non sono tuttavia produttivi», e illustra la sua distinzione
fra lavoro sterile e lavoro produttivo con la differenza che esiste tra
il tagliare una pietra e il produrla (confer Jean Dautry, "La notion de
tratail chez Saint-Simon et Fourier", in «Journal de psychologie
normale et pathologique», vol. 42, n. 1, gennaio-marzo 1955).
N. 17. Questa speranza accompagnò Marx dall'inizio alla fine. Confer
"Ideologia tedesca": «Non si tratta di liberare il lavoro ma di
sopprimerlo superandolo» ("Gesamtausgabe", parte prima, vol. 3, p.
185), e alcuni decenni più tardi nel terzo volume del "Capitale", cap.
48: «Il regno della libertà comincia là dove cessa il lavoro»
("Gesamtausgabe", parte seconda, 1933, p. 873).
N. 18. Nella sua introduzione al secondo libro di "Wealth of Nations"
(Everyman's ed., 1, p.p. 241 segg.), Adam Smith sottolinea che la
produttività è dovuta alla divisione del lavoro più che al lavoro
stesso.
N. 19. Confer l'introduzione di Engels a "Salario, lavoro, capitale" di
Marx (Marx-Engels, "Selected Work", Londra 1950, 1, 384), dove
Marx ha introdotto il nuovo termine con particolare rilievo.
N. 20. Marx sottolinea sempre, particolarmente nella sua giovinezza,
che la funzione principale del lavoro era la «produzione della vita» e
lo considerava quindi tutt'uno con la procreazione (confer "Ideologia
tedesca", p. 19; inoltre "Salario, lavoro e capitale", p. 77).
N. 21. Le espressioni "vergesellschafter Mensch" o gesellschaftliche
Menschheit" [uomo socializzato e umanità sociale] furono usate
frequentemente da Marx per indicare il fine del socialismo (confer
ad esempio il terzo volume del "Capitale", p. 873) e la decima tesi
su Feuerbach: «Il punto di partenza del vecchio materialismo è la
società 'civile'; il punto di partenza del nuovo è la società umana o
l'umanità socializzata» ("Selected Works", 2, 377). Questa
socializzazione consisteva nell'eliminazione della frattura tra
l'esistenza individuale e sociale dell'uomo, perché l'uomo «nel suo
essere più individuale fosse al tempo stesso un essere sociale
("Gemeinwesen")» ("Jugendschriften", p. 113). Marx definisce
spesso questa natura sociale dell'uomo come una "Gattungswesen",
come «essere specifico» nel senso di «appartenente alla specie», e
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
la famosa «alienazione di sé» è innanzi tutto l'alienazione dell'uomo
dalla sua essenza specifica (ibid., p. 89: «Una conseguenza
immediata del fatto che l'uomo è estraniato rispetto al prodotto del
suo lavoro, alla sua attività vitale, alla sua essenza specifica è
l'estraneazione dell'uomo dall'uomo»). La società ideale è uno stato
di cose in cui tutte le attività umane derivano dalla «natura umana»
con la stessa naturalezza e semplicità della «fabbricazione» della
cera nei favi delle api; vivere e lavorare per la conservazione della
vita saranno allora un'unica cosa, e la vita del lavoratore non inizierà
più soltanto quando cesserà la sua attività in quanto lavoratore
(confer anche e soprattutto "Salario, lavoro e capitale", p. 77).
N. 22. L'imputazione originaria mossa da Marx alla società
capitalistica non era semplicemente la trasformazione di tutti gli
oggetti in merci, ma anche che «il lavoratore, di fronte al prodotto
del proprio lavoro, si trova come di fronte a un oggetto estraneo»
("Jugendschriften", cit., p. 83); in altre parole che le cose del
mondo, dopo essere state prodotte dall'uomo, diventano
indipendenti ed estranee alla vita umana.
N. 23. Seguo, su questo punto, i discorsi di Cicerone sulle attività
liberali e servili nel "De officiis", 1, 4243. Per i criteri di "prudentia" e
"utilitas" o "utilitas hominum", confer ivi, 151-155.
N. 24. Naturalmente la classificazione dell'agricoltura fra le arti
liberali è specificamente romana; non dipende affatto dalla sua
«utilità», come noi la intenderemmo, ma piuttosto dall'idea romana
di "patria", per la quale non la sola città di Roma ma l'"ager
Romanus" costituiscono il dominio pubblico.
N. 25. E' questa preoccupazione per il puro vivere che Cicerone
definisce "mediocris utilitas" (paragrafo 151) e che egli esclude dalle
arti liberali. Ancora una volta mi sembra che la tradizione non colga
il punto fondamentale. Non si tratta di «professioni... dalle quali la
società non trae alcun beneficio», bensì occupazioni che, in netto
contrasto con quelle indicate sopra, trascendono la volgare "utilitas"
dei beni di consumo.
N. 26. Edgar Loening, voce «Arbeitsvertrag», in "Handwörterbuch
der Staatswissenschaften", 1890, vol. 1, p.p. 742 segg.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 27. Nel Medioevo le "opera liberalia" erano identificate col lavoro
intellettuale, o meglio spirituale (confer Otto Neurath, "Beiträge zur
Geschichte der Opera Servilia", «Archiv für Sozialwissenschaft und
Sozialpolitik», vol. 41, 1915, n. 2).
N. 28. H. Wallon descrive questo fenomeno al tempo di Diocleziano:
«Le funzioni già considerate servili ricevettero una patina di nobiltà
e furono elevate al primo rango dello stato. Questa nuova
considerazione, che si estendeva dall'imperatore ai primi servitori di
palazzo, ai più alti dignitari dell'impero e discendeva a tutti i livelli
delle funzioni pubbliche... il servizio pubblico divenne un pubblico
ufficio... Le mansioni più servili... i nomi già ricordati a proposito
delle funzioni servili, sono ora illuminati dalla luce che promana dalla
persona del principe» ("Histoire de l'esclavage dans l'antiquité",
1847, III, p.p. 126-31).
Prima della nuova importanza attribuita ai loro servizi gli scribi erano
stati classificati nello stesso rango dei guardiani di pubblici edifici o
anche degli uomini che dovevano scortare i gladiatori nell'arena
(ibid., p. 171). Va rilevato il fatto che l'elevazione degli
«intellettuali» coincideva con la massima stabilizzazione della
burocrazia.
N. 29. Il lavoro di alcuni tra i più rispettabili ceti della società è
improduttivo e privo di valore quanto il lavoro servile, scrive Adam
Smith; e tra questi lavori improduttivi annovera tutto l'esercito e la
marina, i pubblici impiegati, i liberi professionisti, come pure
«ecclesiastici, avvocati, fisici, letterati di ogni specie». La loro opera
«proprio come la declamazione degli attori, l'arringa degli oratori, o i
suoni del musico... si esaurisce nell'istante stesso in cui si produce»
(op. cit., 1, 295-96). E' chiaro che Smith non avrebbe trovato alcuna
difficoltà a classificare i nostri «colletti bianchi».
N. 30. Al contrario non si ha notizia che alcun dipinto abbia mai
riscosso tanta ammirazione quanto la statua di Zeus a Olimpia,
opera di Fidia, il cui magico potere faceva dimenticare ogni
afflizione; chi non l'aveva vista era vissuto invano eccetera.
N. 31. Locke, op. cit., sez. 46.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 32. "Politica", 1254 a 7.
N. 33. Nella letteratura sul problema del lavoro, fino alla fine del
diciannovesimo secolo, era abbastanza frequente insistere sul
rapporto tra il lavoro e il movimento ciclico del processo vitale.
Schulze-Delitzsch, in una conferenza intitolata "Die Arbeit" (Leipzig
1863) descrive così il ciclo desiderio-sforzo-soddisfazione: «All'ultimo
boccone già inizia la digestione». Al contrario nella più recente
letteratura, che dipende totalmente da Marx, ho notizia soltanto di
un autore che si riferisce esplicitamente a questo aspetto del tutto
elementare del lavoro. E' Pierre Naville, il cui libro "La vie de travail
et ses problèmes" è uno dei contributi più interessanti, forse il più
originale. Affrontando gli aspetti particolari della giornata lavorativa
separatamente da altre misurazioni del tempo di lavoro, Naville
scrive: «Il carattere principale è il suo aspetto ciclico o ritmico. Tale
aspetto è legato nello stesso tempo allo spirito naturale e
cosmologico della giornata... e al carattere delle funzioni fisiologiche
dell'essere umano, che condivide con le specie animali superiori... è
evidente che il lavoro dovette essere solidale, agli inizi, con i ritmi e
le funzioni naturali». Qui ha origine il carattere ciclico del consumo e
della riproduzione della capacità di lavoro che determina l'unità di
tempo della giornata lavorativa. L'intuizione principale di Naville è
che il carattere temporale della vita umana, in quanto non è soltanto
parte della vita delle specie, si trova in forte contrasto con il
carattere ciclico del tempo della giornata lavorativa. «I limiti naturali
superiori della vita... non sono dettati, come quelli della giornata,
dalla necessità e dalla possibilità di riprodursi, ma al contrario
dall'impossibilità di rinnovarsi, se non a livello della specie. Il ciclo si
compie una volta sola e non si rinnova» (p.p. 19-24).
N. 34. Questa formulazione si ritrova spesso nell'opera di Marx,
ripetuta talora alla lettera: il lavoro è la necessità naturale eterna di
effettuare il metabolismo tra l'uomo e la natura (confer ad esempio
"Das Kapital", vol. 1, parte l, cap. 1, sez. 2; e parte 3, cap. 5;
troviamo una formulazione analoga nel terzo volume). E' chiaro che
quando Marx parla del «processo vitale della società», non si
esprime metaforicamente.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 35. Marx definiva il lavoro «consumo produttivo» ("Capital", ed.
della "Modern Library", p. 204), ed ebbe sempre ben chiaro il
carattere fisiologico della condizione dell'essere che lavora.
N. 36. L'intera teoria di Marx si basa fondamentalmente sul fatto che
il lavoratore riproduce innanzitutto la sua stessa vita producendo i
propri mezzi di sussistenza. Nei primi scritti egli afferma «che l'uomo
comincia a distinguersi dagli animali quando comincia a produrre i
propri mezzi di sussistenza» ("Deutsche Ideologie", p. 10). Questo è
proprio il contenuto della definizione dell'uomo come "animal
laborans". Va notato tuttavia che negli scritti posteriori Marx non è
più soddisfatto di questa sua definizione, perché non distingue
abbastanza nettamente l'uomo dagli animali: «Un ragno è capace di
operazioni che assomigliano a quelle di un tessitore, e un'ape
farebbe vergognare più di un architetto, quando costruisce le sue....
Ma ciò che distingue il peggiore architetto dalla migliore delle api è il
fatto che l'architetto erige la sua costruzione nell'immaginazione
prima di costruirla nella realtà. E alla fine di ogni processo lavorativo
siamo di fronte a un risultato che già all'inizio del processo era
realmente presente nell'immaginazione del lavoratore ("Das Kapital",
cap. 5, sez. 1). E' chiaro che qui Marx non parla più del "lavorare"
ma dell'"operare", di cui per altro non si occupa; la migliore prova di
questa nostra affermazione è che il fattore «immaginazione», che
sembra avere un'importanza così universale, non entra mai in gioco
nella sua teoria del lavoro. Nel terzo volume di "Das Kapital", Marx
ripete che il pluslavoro che oltrepassa i bisogni immediati serve alla
«progressiva estensione del processo di riproduzione» (p.p. 872-78).
Salvo qualche passo che esprime elementi di incertezza, Marx
ritenne sempre che «Milton produsse il "Paradiso perduto" per la
stessa ragione per cui il baco da seta produce la seta» (come ha
scritto nelle sue "Teorie del plusvalore", London 1951, p. 186).
N. 37. Locke, op. cit., sez. 46, 26 e 27.
N. 38. Ibid., sez. 34.
N. 39. L'espressione è di Karl Dunkmann ("Soziologie der Arbeit",
1933, p.71), che osserva giustamente come il titolo dell'opera
fondamentale di Marx sia poco appropriato, e che avrebbe dovuto
chiamarsi "Sistema del lavoro".
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 40. Questa curiosa osservazione è contenuta in T. Veblen, "The
Theory of the L eisure Class", 1917, p. 44 (trad. it. "Teoria della
classe agiata", Torino 1971).
N. 41. Il termine "vergegenständlichen" [oggettivo] non è molto
frequente in Marx, ma ricorre sempre in punti cruciali. Confer
"Jugendschriften", p. 88: «La produzione pratica di un mondo
oggettivo di cose, la trasformazione della natura inorganica
rappresenta la conferma che l'uomo è un essere cosciente
appartenente a una specie ("eines bewussten Gattungswesen")...
[l'animale] è spinto a produrre dal comando di un bisogno
immediato, mentre l'uomo, anche se libero dal bisogno fisico,
produce, ed esso solo produce in piena libertà dal bisogno». Qui,
come anche nel passo di "Capital", cit. alla n. 36, Marx introduce un
concetto del tutto diverso di lavoro, riferendosi cioè all'operare e al
fabbricare. La stessa reificazione è introdotta, benché in modo un
po' equivoco, in "Das Kapital" (vol. 1, parte 3, cap. 5): «[Die Arbeit]
ist vegegenstdndlicht und der Gegenstand ist verarbeitet» («Il
lavoro è oggettivato e l'oggetto è trasformato in lavoro»). Marx
gioca qui sulla parola "Gegenstand" («oggetto»), ma con questo
lascia un po' nell'oscurità quel che avviene effettivamente nel
processo: attraverso la reificazione una nuova cosa è stata prodotta
ma l'«oggetto» che questo processo trasforma in una cosa, dal
punto di vista del processo è soltanto del materiale e non è una
cosa. (La traduzione inglese, della Modern Library, non coglie il
significato del testo tedesco, e perciò sfugge all'equivoco.)
N. 42. Questa formulazione ricorre spesso nelle opere di Marx, e
particolarmente in "Das Kapital", vol. 1 (ed. Modern Library, p. 50) e
vol. 3, p.p. 873-74.
N. 43. «Das Prozess erlischt im Produkt» («Il processo si estingue
nel prodotto»: "Das Kapital", vol. 1, parte 3, cap. 5).
N. 44. Adam Smith, op. cit., I, 295.
N. 45. Locke, op. cit., sez. 10.
N. 46. Adam Smith, op. cit., I, 294.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 47. Op. cit., sez. 46-47.
N. 48. Lo scritto di Jules Vuillemin, "L'être et le travail", 1949, è una
prova di quel che accade quando si cerca di risolvere le
contraddizioni e le ambiguità fondamentali del pensiero di Marx. Ciò
è possibile soltanto se si abbandona del tutto l'evidenza fenomenica
e se si considerano i concetti marxiani come gli elementi di un
complicato gioco di astrazioni. Allora il lavoro «sembra emergere
apparentemente dalla necessità», ma «realizza in realtà l'opera della
libertà e afferma il nostro potere»; nel lavoro «la necessità esprime
per l'uomo una libertà nascosta» (p.p. 15-16). Contro queste
volgarizzazioni intellettualistiche sarà utile ricordare l'atteggiamento
superiore dello stesso Marx nei confronti della propria opera, quale
risulta da un aneddoto riferito da Kautsky. Quest'ultimo chiese a
Marx nel 1881 se non pensasse all'edizione delle sue opere
complete. Al che Marx replicò: «Queste opere, bisogna prima
scriverle» (Kautsky, "Aus der Frühzeit des Marxismus", 1935, p. 53).
N. 49. "Das Kapital", vol. 3, 873. Nell'"Ideologia tedesca", Marx
afferma che "die kommunistische Revolution... die Arbeit beseitigt"
(«La rivoluzione comunista... abolisce il lavoro»), dopo aver
affermato poche pagine prima che soltanto attraverso il lavoro
l'uomo si distingue dagli animali.
N. 50. Questa frase è tratta da: Edmund Wilson, "To the Finland
Station" (1953; trad. it. "Stazione Finlandia", Milano, 1971), ma
questa critica è familiare nella letteratura marxista.
N. 51. Confer cap. 6, parag. 42.
N. 52. "Deutsche Ideologie", p. 17.
N. 53. Nell'Antico Testamento la morte non rappresenta mai il
prezzo del peccato e anche la punizione per cui i progenitori furono
esclusi dal Paradiso non consisteva nel lavoro e nei dolori del parto
come tali, ma fu semmai la maledizione che rese penoso il lavoro e
doloroso il parto. Secondo la "Genesi", l'uomo ("Adam") è stato
creato per servire la terra ("adamath") come indica anche il suo
nome, che è la forma maschile di «terra» (confer "Genesi", 2, 57,15). «E "Adam" non era fino allora "adamath"... ed egli, Iddio,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
creò Adamo dalla polvere di "adamath", egli, Iddio, prese Adamo e
lo pose nel giardino dell'Eden perché lo lavorasse e lo custodisse»
(seguo la traduzione della Bibbia di Martin Buber e Franz
Rosenzweig, Berlino, s.d.). La parola impiegata qui per indicare il
lavoro dei campi, e che più tardi significò l'attività lavorativa in
ebraico, "leawod", ha il senso di «servire». La maledizione divina (3,
17-19) non fa uso di questa parola, ma il significato è chiaro, il
servizio per cui l'uomo fu creato si trasformava ora in servitù. Il
fraintendimento corrente della maledizione divina è dovuto a una
inconsapevole interpretazione dell'Antico Testamento alla luce del
pensiero greco; tale fraintendimento è notoriamente riconosciuto
dagli scrittori cattolici (confer, ad esempio, Jacques Leclercq,
"Leçons de droit naturel", vol. 4, parte 2, "Travail, Propriété", 1946,
p 31: «La pena del lavoro è il frutto del peccato originale... Se
l'uomo non vi fosse caduto avrebbe lavorato nella gioia, ma avrebbe
lavorato»; o anche T.-Chr. Nattermann, "Die moderne Arbeit,
soziologisch und theologisch betrachtet", 1953, p. 9). E' interessante
paragonare qui la maledizione dell'Antico Testamento con la
spiegazione in apparenza simile della durezza del lavoro in Esiodo.
Esiodo afferma che gli dei, per punire l'uomo, gli tennero celata la
vita (confer n. 8), costringendolo a cercarla, mentre prima non
doveva far altro che cogliere dagli alberi e dai campi i frutti della
terra. Qui la maledizione non consiste soltanto nell'asprezza del
lavoro, ma nel lavoro stesso.
N. 54. Gli scrittori moderni son tutti concordi nel dire che il lato
«buono» e «produttivo» della natura umana si riflette nella società,
mentre la sua malvagità rende necessario il governo. Come dice
Thomas Paine, «la società è il prodotto dei nostri difetti, il governo
della nostra malvagità; la prima promuove la nostra felicità in modo
positivo unendo assieme i nostri affetti, la seconda in modo
negativo, limitando i nostri vizi... La società in ogni stato è una
benedizione, ma il governo, anche nello stato migliore, è un male
necessario» ("Common Sense", 1776). E così Madison: «Ma cosa è
lo stesso governo se non la maggiore di tutte le riflessioni sulla
natura umana? Se gli uomini fossero angeli non sarebbe necessario
alcun governo. Se gli angeli governassero l'uomo, non sarebbe
necessario alcun controllo né esteriore né interiore» ("The
Federalist", Modern Library ed., p. 337).
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 55. Questa era l'opinione di Adam Smith, ad esempio, fortemente
indignato per la «pubblica follia dei governi»: «La totalità del
reddito, almeno di quello pubblico, è impiegato in molti paesi per
mantenere braccia improduttive» (op. cit., I, 306).
N. 56. Indubbiamente, prima del 1690, nessuno attribuiva all'uomo
un diritto naturale alla proprietà creata col proprio lavoro; dopo il
1690 quest'idea divenne un assioma della scienza sociale (Richard
Schlatter, "Private Property: The History of an Idea", 1951, p. 156).
Il concetto di lavoro e quello di proprietà rimanevano
reciprocamente incompatibili, mentre quelli di lavoro e di povertà
("ponos" e "penia", "Arbeit" e "Armut") rimangono associati nel
senso che l'attività che corrisponde allo stato della povertà è
l'attività lavorativa. Platone, che sosteneva l'inferiorità degli schiavi
addetti al lavoro materiale per il fatto che non erano padroni della
loro natura animale, sosteneva all'incirca le stesse cose sullo stato
della povertà. Il povero non è «padrone di se stesso» ("penes on kai
heautou me kraton": "Settima lettera", 351 a). Tra gli scrittori
classici nessuno considera il lavoro come fonte possibile di ricchezza.
Secondo Cicerone, che probabilmente riassume l'opinione dei suoi
contemporanei, la proprietà nasce" aut vetere occupatione aut
victoria aut lege" («o per un'occupazione precedente, o grazie a una
vittoria o alla legge») ("De offiais", 1, 21).
N. 57. Confer parag. 8.
N. 58. Op. cit., sez. 26.
N. 59. Ibid., sez. 25.
N. 60. Ibid., sez. 31.
N. 61. Io ritengo che in certi casi, piuttosto frequenti, di inclinazione
alla droga, inclinazione che viene generalmente considerata un
effetto della droga stessa, si tratti piuttosto del desiderio di ripetere
il piacere intenso della cessazione del dolore e l'euforia che
l'accompagna. Nella letteratura moderna ricordo soltanto un
racconto che può suffragare la mia ipotesi; Isak Dinesen, in un suo
racconto ("Converse at Night in Copenaghen", nei "Last Tales",
1957, p.p. 388 segg.; trad. it. "Ultimi racconti", Milano 1957), parla
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
dell'esperienza di una «cessazione di dolore», che annovera tra i
«tre tipi di perfetta gioia». Molto più frequenti gli esempi che ci offre
la letteratura classica. Già Platone si rivolge contro coloro che,
«quando sono liberati dal dolore ritengono di partecipare del
godimento più alto» ("Repubblica", 585 A), ma aggiunge anche che
simili «godimenti» come la cessazione di un dolore o l'appagamento
di un desiderio (il bicchiere d'acqua con cui calmiamo una sete
profonda), sono più intensi che i piaceri puri (come il bicchiere di
vino che beviamo soltanto per il piacere, senza aver sete); come
esempi di «godimenti puri» Platone stesso pone la contemplazione
delle figure geometriche o l'odorare un profumo. E' straordinario che
proprio gli edonisti non abbiano compreso queste distinzioni, non
volendo ammettere che il piacere derivante dalla «cessazione del
dolore» è più intenso di quello «puro». E già Cicerone rimprovera
Epicuro di aver scambiato la semplice assenza di dolore col piacere
che deriva dalla cessazione di un dolore (confer V. Brochard,
"Etudes de philosophie ancienne et de philosophie moderne", 1912,
p.p. 252 e segg.), e Lucrezio: «Non vedi tu che la natura desidera
soltanto due cose, un corpo privo di dolori e un animo libero dalle
cure...» (inizio del secondo libro del "De rerum natura").
N. 62. Brochard, op. cit., riassume molto bene la filosofia della tarda
antichità, in particolare la dottrina di Epicuro. La possibilità di porsi
nella situazione di godimento duraturo di uno stato d'animo felice
sta nella facoltà dell'anima «di trasferirsi in un mondo felice da lei
creato, così da poter persuadere il corpo con l'aiuto
dell'immaginazione, a riprovare sempre di nuovo quel godimento
che già una volta fu esperito» (p.p. 278-94 segg.)
N. 63. E' caratteristico di tutte le teorie che criticano la capacità dei
nostri sensi di fornire l'immagine del mondo il fatto di togliere alla
vista la dignità di senso superiore, e di sostituirla con il tatto o con il
gusto, che sono i sensi più privati, quelli cioè in cui il corpo sente in
maniera primaria se stesso mentre percepisce gli oggetti. Tutti i
pensatori che negano la realtà del mondo esterno sarebbero
d'accordo con Lucrezio che disse: «Perché il tatto e solamente il
tatto è l'essenza di ogni nostra sensazione corporea» (op. cit., p.
72). Ma questo non basta; il tatto o il gusto in un corpo non irritato
testimoniano ancora della realtà delle cose. Se per esempio io
mangio una fragola, gusto la fragola e non il gusto stesso della
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
fragola; o per prendere un esempio di Galileo, se accarezzo con la
mia mano una statua di marmo e poi un corpo vivo, ho la
sensazione del marmo e del corpo vivo, e non la sensazione della
mia mano con cui li accarezzo. Galileo è quindi costretto, per la
dimostrazione delle qualità secondarie dei sensi che non sarebbero
altro che parole prive di ogni realtà oltre la sensibilità corporea, a
ricorrere ad altri esempi, e a introdurre la sensazione dell'esser
solleticato da una piuma, mentre ritiene che queste varie qualità
abbiano appunto un'esistenza di questo genere e non superiore
(confer "Il Saggiatore", in "Opere", IV, 333 segg.). Questo
argomento può basarsi soltanto sulle esperienze dei sensi in cui il
corpo è riferito esclusivamente a se stesso ed estromesso dal
mondo in cui normalmente si muove. Quanto più forte è la
sensazione corporea interiore tanto più plausibile diventa
l'argomento. Descartes scrive nei "Principi": «Il semplice movimento
con cui una spada taglia una parte della nostra pelle ci fa sentire il
dolore, senza per questo farci sapere quale sia il movimento o la
figura di questa spada. Ed è certo che l'idea che abbiamo di questo
dolore non è meno diversa dal movimento che lo procura [...] di
quanto lo siano le idee che abbiamo dei colori, dei suoni, degli odori
o dei gusti» (4, 197).
N. 64. Questo nesso fu intuito dagli allievi di Bergson in Francia
(confer Edouard Berth, "Les méfaits des intellectuels", 1914, cap. 1,
e Georges Sorel, "D'Aristote à Marx", 1935). Nella stessa scuola si
inserisce l'opera dello studioso italiano Adriano Tilgher (op. cit.), che
sottolinea il carattere centrale dell'idea del lavoro, chiave della
nuova concezione e immagine della vita. La scuola di Bergson, come
lo stesso maestro, idealizza il lavoro equiparandolo all'opera e alla
fabbricazione. Certamente però l'"élan vital" di Bergson è assai
vicino al motore biologico della vita.
N. 65. Nella società comunista o socialista tutte le professioni
dovrebbero trasformarsi in "hobbies"; non vi sarebbero pittori ma
soltanto gente che tra le altre cose occupa il suo tempo anche
dipingendo. Diverrebbe possibile «fare oggi questo e domani quello,
andare a caccia al mattino e nel pomeriggio dedicarsi alla critica, a
proprio gusto; ma senza dover diventare cacciatore, pescatore,
pastore o critico» ("Deutsche Ideologie", p.p. 22 e 373).
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 66. "Repubblica", 590 C.
N. 67. Veblen, op. cit., p. 33.
N. 68. Seneca, "De tranquillitate animae", 2, 3.
N. 69. Confer l'eccellente analisi contenuta in: Winston Ashley, "The
Theory of Natural Slavery according to Aristotle and St. Thomas"
(dissertazione, University of Notre-Dame, 1941, cap. 5) che rileva
giustamente che «ci si porrebbe su una falsa strada interpretando
l'argomento di Aristotele come se egli considerasse gli schiavi
universalmente necessari soltanto in quanto strumenti produttivi.
Egli sottolinea piuttosto la loro necessità per il consumo».
N. 70. Max Weber, "Agrarverhältnisse im Altertum", in "Gesammelte
Autsätze zur Sozial- und Wirtschaftgeschichte", 1924, p. 13.
N. 71. Erodoto, 1, 113, ad esempio: "eide te dua touton", e passim.
Un'espressione analoga ricorre in Plinio, "Naturalis historia", 29:
«Alienis pedibus ambulamus; alienis oculis agnoscimus; aliena
memoria salutamus; aliena vivimus opera» [«Camminiamo con piedi
estranei, vediamo con occhi estranei, riconosciamo e salutiamo gli
altri con una memoria estranea, viviamo di un lavoro estraneo»: cit.
da R. H. Barrow, "Slavery in the Roman Empire", 1928, p. 26].
N. 72. Aristotele, "Politica", 1253 b 30 -1254 a 18.
N. 73. Winston Ashley, op. cit., cap. 5.
N. 74. Confer Viktor von Weizsacker, "Zum Begriff derArbeit", in
"Festschrift für Alfred Weber", 1948, p. 739. Il saggio, pur notevole
per certe osservazioni, complessivamente è male impostato, perché
Weizsacker confonde il concetto di lavoro con l'affermazione gratuita
che l'essere umano malato deve operare un lavoro per guarire.
N. 75. La categoria del lavoro come gioco, che ha un largo posto
nella letteratura moderna sul lavoro, è così generale da riuscire
generico. Ma è caratteristica sotto un altro aspetto: l'opposizione
reale che sta alla sua base è quella di necessità e libertà, ed è
importante vedere quanto sia plausibile per il pensiero moderno
considerare il giuoco come fonte di libertà. A pare questa
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
generalizzazione, le idealizzazioni moderne del lavoro rientrano nelle
seguenti categorie: (1) Il lavoro è un mezzo per conseguire un fine
superiore. Questa è generalmente la posizione cattolica, che ha il
grande merito di non fornire scappatoie dalla realtà, per cui le
connessioni tra lavoro e vita e tra lavoro e pena vengono
generalmente almeno ricordate. Un rappresentante notevole di
questa posizione è Jacques Leclercq, di Lovanio, particolarmente per
la sua analisi del lavoro e della proprietà, in "Leçons de droit
naturel", 1946, vol. 4, parte 2. (2) Il lavoro è un atto di
trasformazione per cui «una struttura data viene trasformata in
un'altra struttura superiore». E' la tesi centrale del famoso studio di
Otto Lipmann, "Grundriss der Arbeitswissenschaft", 1926. (3 ) Il
lavoro, in una società del lavoro, è un puro piacere, o «può essere
reso del tutto soddisfacente allo stesso modo delle attività
ricreative»: confer Glen W. Cleeton, "Making Work Human", 1949.
Questa posizione è ripresa oggi da Corrado Gini nella sua
"Economica Lavorista", 1954, che considera gli Stati Uniti come una
«società lavorista», in cui «il lavoro è un piacere e in cui tutti
desiderano lavorare» (per un sommario della posizione di Gini in
lingua
tedesca,
cfr.
«Zeitschrift
für
die
gesamte
Staatstwissenschaft», CIX, 1953, e CX, 1954). Questa teoria è meno
nuova di quanto non sembri. Fu formulata per la prima volta da F.
Nitti ("Le travail humain et ses lois", «Revue internationale de
sociologie», 1895), che sosteneva già a quell'epoca che «l'idea che il
lavoro sia faticoso è un fatto psicologico più che fisiologico», sicché
la fatica scompare in società dove tutti lavorano. (4) Il lavoro è
l'affermazione che l'uomo fa di sé contro la natura, che egli giunge a
dominare appunto mediante il lavoro. Questa è la tesi presupposta
esplicitamente o implicitamente dalla nuova corrente di umanesimo
del lavoro che fiorisce soprattutto in Francia ed è rappresentata da
Georges Friedmann. Dopo tutte queste teorie e discussioni
accademiche dà un senso di liberazione sapere che la grande
maggioranza dei lavoratori, quando si domanda loro «perché si
lavora?» rispondono semplicemente «per poter vivere» o «per fare
soldi» (confer Helmuth Schelsky, "Arbeiterjugend gestern und
heute": gli scritti di questo autore sono eccezionalmente liberi da
pregiudizi e idealizzazioni).
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358
Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 76. L'importanza dell'"hobby" nella società moderna è
grandissima e può costituire la radice dell'esperienza su cui si
fondano le teorie del lavoro come gioco. Marx che non aveva alcuna
inclinazione per questa direzione riteneva però che nella sua società
utopistica e resa libera dal lavoro tutte le attività umane sarebbero
trasformate in modo da rassomigliare in fondo moltissimo a degli
"hobbies".
N. 77. "Repubblica", 346. «L'arte di guadagnare allontana la povertà
allo stesso modo come l'arte medica allontana le malattie»
("Gorgia", 478). Poiché il compenso per queste prestazioni era
facoltativo (Loening, op. cit.), le professioni liberali devono aver
conseguito una notevole perfezione nell'«arte di far denaro».
N. 78. La spiegazione moderna più frequente di questo costume,
che fu caratteristico di tutta l'antichità greca e latina, che cioè la sua
origine stia nella credenza dell'incapacità dello schiavo a dire la
verità se non quando è sottoposto a tortura (Barrow, op. cit., p. 31)
è erronea. La vera credenza era al contrario che nessuno sia in
grado di inventare una menzogna sotto la tortura: «Si credeva di
raccogliere la voce stessa della natura nelle grida di dolore. Più il
dolore si faceva penetrante, più intima e più vera sembrava la
testimonianza della carne e del sangue» (Wallon, op. cit., 1, 325).
La psicologia antica era molto più cosciente di noi dell'elemento di
libera invenzione implicito nel raccontare bugie. La tortura doveva
valere appunto a sopprimere questa libertà e non poteva quindi
essere applicata ai liberi cittadini.
N. 79. L'espressione greca più antica per indicare gli schiavi, "douloi"
e anche "dmoes", indica il nemico sconfitto. Confer, sulla vendita di
prigionieri di guerra, come fonte principale della schiavitù
nell'antichità, W. L. Westermann, voce "Sklaverei", in PaulyWissowa.
N. 80. Oggi, dato lo sviluppo degli strumenti di guerra e di
distruzione, siamo portati a trascurare questo aspetto importante
nella vita dell'età moderna. In realtà il diciannovesimo secolo fu uno
dei più pacifici della storia.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 81. Wallon, op. cit., 3, 265. Wallon mostra brillantemente come
l'affermazione del tardo stoicismo per cui tutti gli uomini sono
schiavi si accorda con lo sviluppo dell'impero romano nel quale
l'antica libertà venne gradualmente assorbita dal governo imperiale,
sicché nessuno era più libero e tutti avevano il loro padrone. Il
momento cruciale si ebbe quando Caligola prima, e poi Traiano,
consentirono a essere chiamati con l'appellativo di "dominus", che
prima era usato soltanto per il capofamiglia. La cosiddetta moralità
servile della tarda antichità, con la sua affermazione che non esiste
una differenza reale fra la vita dello schiavo e quella dell'uomo
libero, aveva un fondamento quanto mai realistico. Lo schiavo
poteva dire al suo padrone: nessuno è libero, tutti hanno un
padrone. Con le parole di Wallon: «I condannati al lavoro nelle
miniere hanno come confratelli, a un grado minore di sofferenza, i
condannati alle macine, alla fabbricazione del pane, e ogni altro
lavoro che era compito di una corporazione particolare» (p. 216).
«E' il diritto della servitù che ormai governa il cittadino; e abbiamo
potuto ritrovare tutta la legislazione concernente gli schiavi nelle
regole che riguardano la persona, la famiglia o i beni del cittadino»
(p.p. 219-20).
N. 82. La società senza classi e senza stato teorizzata da Marx non è
un'utopia. Anche a parte il fatto che gli eventi moderni mostrano
una tendenza indubbia a eliminare le distinzioni di classe nella
società e a sostituire il governo politico con l'«amministrazione dei
beni» che, secondo Engels, rappresenta il tratto caratteristico della
società socialista, già in Marx questi ideali erano concepiti in accordo
con la democrazia ateniese; soltanto, nella società comunista, i
privilegi colà riservati ai cittadini liberi dovrebbero essere estesi a
tutti.
N. 83. Non è forse esagerato dire che "La condition ouvrière" (1951;
trad. it. "La condizione operaia", Milano 1950) di Simone Weil, è il
solo libro, nella vasta letteratura sulla questione del lavoro, che tratti
il suo oggetto senza pregiudizi e sentimentalismi. Simone Weil
sceglie come motto per il suo diario a cui affida giornalmente le sue
esperienze di fabbrica, il verso di Omero: "poll'alkadzomene, kratere
d'epikeiset ananke" [«molto è contro la tua volontà, perché la
necessità è molto più potente di te»] e conclude che la speranza di
una liberazione dal lavoro e dalla necessità è il solo elemento
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
utopistico nel marxismo, ed è al tempo stesso il motore di ogni
movimento del lavoro ispirato al marxismo. Esso è appunto
quell'«oppio del popolo» che Marx riteneva essere la religione.
N. 84. Questo tempo libero non è naturalmente la stessa cosa che la
"schole" dell'antichità, che non era un fenomeno di consumo,
abbondante o meno, e non si connetteva al problema di guadagnare
del tempo strappandolo al lavoro, ma consisteva al contrario in una
consapevole «astensione da» tutte le attività connesse con la mera
sussistenza, con l'attività del consumo non meno che quella della
produzione. Il tratto distintivo di questa "schole", rispetto all'ideale
moderno del tempo libero, è la ben nota frugalità della vita greca
del periodo classico. E' caratteristico a questo proposito che il
commercio marittimo, che era la maggior fonte di ricchezza per
Atene, era considerato con diffidenza, sicché Platone, associandosi a
Esiodo, raccomandava che le nuove città-stato venissero fondate
lontano dal mare.
N. 85. Si ritiene che nel Medioevo nessuno lavorasse più che metà
dei giorni dell'anno. I giorni festivi ufficiali erano 141 (confer
Levasseur, op. cit., p. 329; confer anche Liesse, "Le travail", 1899,
p. 253, per la quantità dei giorni di lavoro in Francia prima della
rivoluzione). L'estensione mostruosa delle giornate lavorative è un
fatto caratteristico dell'inizio della rivoluzione industriale, quando
cioè i lavoratori entrarono in concorrenza con le macchine. Prima di
allora la lunghezza della giornata lavorativa era di 12 ore
nell'Inghilterra del quindicesimo secolo, e di 10 nel diciassettesimo
(confer H. Herkner, «Arbeitszeit», in "Handwörterbuch für die
Staatswissenschaft", 1923, 1, 889 e segg.). In breve, «i lavoratori,
nella prima metà del diciannovesimo secolo, hanno conosciuto
condizioni di esistenza peggiori di quelle subite precedentemente
anche dai più disgraziati» (Edouard Dolléans, "Histoire du travail en
France", 1953; trad. it. "Storia del movimento operaio", Firenze,
1968, 3 voll.). La misura del progresso conseguito nel nostro tempo
è generalmente sopravvalutata, perché viene comparato a una vera
e propria «età buia». Può accadere per esempio che l'aspettativa di
vita dei paesi più civili del nostro tempo corrisponda a quella di certi
secoli dell'antichità. Non è possibile una maggiore precisione, ma la
durata della vita dei personaggi di cui ci restano le biografie suffraga
questa ipotesi.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 86 Locke, op. cit., sez. 28.
N. 87. Ibid., sez. 43.
N. 88. Adam Smith, op. cit., I, 295.
NOTE AL CAPITOLO QUARTO.
N. 1. La parola latina "faber", probabilmente in rapporto con
"facere" («fare qualcosa» nel senso di produrre), designava
originariamente l'artigiano che lavorava materiale resistente come la
pietra o il legno. Serviva anche a tradurre la parola greca "tekton"
che ha lo stesso significato. La parola "fabri", spesso seguita da
"tignarii", indicava in particolare i costruttori edili e i carpentieri. Non
mi è stato possibile stabilire come e quando sia apparsa per la prima
volta l'espressione "homo faber", che ha certamente un'origine postmedievale, moderna. Jean Leclercq ("Vers la société basée sur le
travail", «Revue du travail», vol. 41, n. 3, marzo 1950) avanza
l'ipotesi che sia stato Bergson «a introdurre il concetto di "homo
faber", nella circolazione delle idee».
N. 2. Ciò è implicito nel verbo latino "obicere", da cui deriva il nostro
«oggetto», e nella parola tedesca "Gegenstand", che ha lo stesso
senso. «Oggetto» significa letteralmente «qualcosa che è gettato»,
«qualcosa che è messo contro». [Nel testo inglese questo significato
di parole come "object" e "Gegenstand" (oggetto), è reso mediante i
due
verbi "withstand" («resistere») e
"stand against"
(«contrastare»). [N.d.T.]
N. 3. Questa interpretazione della creatività umana è di origine
medievale, mentre la nozione dell'uomo come signore della terra è
caratteristica dell'epoca moderna; entrambe sono in contrasto con lo
spirito della Bibbia. Secondo l'Antico Testamento, l'uomo è il
padrone di tutte le creature viventi (Genesi, 1), che sono state
create per aiutarlo (2, 19). Ma egli fu messo nel giardino dell'Eden
per custodirlo e preservarlo (2, 15). E' interessante notare che
Lutero, mentre respinge consapevolmente il compromesso scolastico
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
con l'antichità greca e latina, si sforza di eliminare dal lavoro umano
ogni elemento di produzione e di creazione. Per lui il lavoro umano è
soltanto il «ritrovamento» dei beni che Dio ha messo sulla terra.
Fedele all'Antico Testamento, Lutero sottolinea la dipendenza
dell'uomo dalla terra, non già la sua signoria. «Di' allora, chi mette
l'argento e l'oro nei monti, perché poi l'uomo li possa trovare? Chi
mette nei campi tutte quelle cose buone che poi crescono? L'uomo
lavora? Certo, il lavoro permette di trovarle, ma è Dio che deve
metterle perché l'uomo le possa trovare... Così tutto il nostro lavoro
non consiste che nel trovare i doni di Dio e raccoglierli, ma non nel
crearli e ottenerli con la nostra volontà»: "Werke", V, Weimar 1883).
N. 4. Hendrik de Man, ad esempio, descrive quasi esclusivamente le
soddisfazioni della creazione e della perizia artigianale sotto il titolo
inadeguato: "Der Kampf um die Arbeitsfreude", 1927 [«La lotta per
la gioia del lavoro», N.d.T.].
N. 5. Yves Simon, "Trois leçons sur le travail", Parigi, s.d. Questo
tipo di idealizzazione ricorre spesso nel pensiero cattolico liberale o
di sinistra in Francia (confer specialmente Jean Lacroix, "La notion
du travail", «La vie intellectuelle», giugno 1952, e il domenicano M.
D. Cheneu, "Pour une théologie du travail", «Esprit», 1952 e 1955:
«Il lavoratore lavora per la sua opera più che per se stesso: legge di
generosità metafisica che definisce l'attività laboriosa»).
N. 6. Georges Friedmann ("Problèmes humains du machinisme
industriel", 1946, p. 211; trad. it. "I problemi umani del
macchinismo industriale", Torino 1970), riferisce che i lavoratori
delle grandi industrie ignorano spesso anche il nome o l'esatta
funzione del pezzo che la loro macchina produce.
N. 7. La testimonianza aristotelica, secondo cui fu Platone a
introdurre il termine "idea" nella terminologia filosofica, si trova nel
primo libro della "Metafisica" (987 b 8). Un'ottima esposizione
dell'uso originario della parola e dell'insegnamento cattolico è
contenuta in G. F. Else, "The Terminology of Ideas", «Harvard
Studies in Classical Philology», vol. 47 (1936). Giustamente Else
sottolinea che «ciò che era la dottrina delle idee nella sua forma
completa, finale e definitiva, non lo si può ricavare dai dialoghi».
Altrettanto incerta è l'origine della dottrina, ma a questo proposito la
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
guida più sicura è proprio la parola stessa che Platone introdusse
nella terminologia filosofica, benché non fosse in uso nel dialetto
attico. Le parole "eidos" e "idea" si riferiscono indubbiamente a
forme o figure visibili, particolarmente a forme di creature viventi; e
ciò rende improbabile che Platone concepisse la dottrina delle idee
ricavandola dalle forme geometriche. La tesi di Francis M. Cornford
("Plato and Parmenides", Liberal Arts ed., p.p. 69-100) sull'origine
socratica della dottrina (teoria connessa al fatto che Socrate cercò di
definire la giustizia in sé o la bontà in sé, che non possono essere
concepite sensibilmente) e nello stesso tempo anche pitagorica (nel
senso che la dottrina dell'esistenza eterna e separata ["chorismos"]
di idee distinte da ogni oggetto perituro implica «l'esistenza separata
di un'anima che sa e conosce, indipendentemente dal corpo e dai
sensi») mi sembra assai convincente. Ma la mia presentazione del
pensiero platonico lascia in sospeso tutte queste ipotesi e si riferisce
soltanto al decimo libro della "Repubblica", dove Platone spiega la
sua dottrina facendo l'esempio comune «di un artigiano che
costruisce letti e tavoli in accordo con la sua idea», e aggiunge «che
così siamo soliti esprimerci in questo e in altri simili casi». Per
Platone la stessa parola "idea" doveva suggerire il fatto che
«l'artigiano che costruisce un letto o un tavolo non guarda a un altro
letto o tavolo, bensì all'idea del letto» (Kurt von Fritz, "The
Constitution of Athens", 1950, p.p. 34, 35). Inutile dire che nessuna
di queste spiegazioni tocca le radici della questione, cioè l'esperienza
specificamente filosofica che è alla base del concetto delle idee da
un lato, e dall'altro della loro più peculiare qualità, il loro potere di
illuminazione, il loro essere "to phanotaton" o "ekphanestaton".
N. 8. La celebre raccolta dovuta a Karl Bücher di canti ritmici del
lavoro, apparsa nel 1897 ("Arbeit und Rhythmus", 6a ed., 1924) è
stata seguita da una vasta letteratura di carattere più scientifico.
Uno dei migliori di questi studi Joseph Schopp, "Das deutsche
Arbeitslied", 1935) sottolinea che esistono soltanto dei canti di
lavoro, non canti connessi con l'operare dell'artigiano. I canti
dell'artigiano hanno un carattere sociale, vengono cantati dopo il
lavoro. Va rilevato tra parentesi che non esiste un ritmo «naturale»
per l'operare. La straordinaria somiglianza tra il ritmo «naturale»,
inerente a ogni operazione lavorativa, e il ritmo delle macchine è
stata rilevata talora, nonostante le ripetute lamentele circa il ritmo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
«artificiale» che le macchine imporrebbero al lavoratore. Lamentele
queste ultime relativamente rare tra i lavoratori stessi, che
sembrano trovare al contrario lo stesso grado di soddisfazione nel
lavoro ripetitivo della macchina che in altre forme analoghe di lavoro
(confer ad esempio, G. Friedmann, "Où va le travail humain?", 2a
ed., 1953, p. 233, e Hendrik de Man, op. cit., p. 213). Ciò conferma
le osservazioni già fatte nelle fabbriche Ford, all'inizio del secolo.
Karl Bücher, che riteneva che «il lavoro ritmico è un lavoro
altamente spirituale» ("vergeistigt") dichiara per altro che
«estenuanti sono soltanto quei lavori uniformi che non possono
essere configurati ritmicamente» (op. cit., p. 443). Infatti, benché la
velocità con cui funziona la macchina sia indubbiamente più alta e
più ripetitiva di quella di un lavoro spontaneo, «naturale»,
l'esecuzione ritmica come tale fa sì che il lavoro alle macchine e
quello pre-industriale abbiano molto più in comune tra loro che con
l'opera di un artigiano: H. de Man, ad esempio, ne è ben
consapevole: «Questo mondo [del lavoro] lodato da Bücher... ha
poco in comune con il mestiere creativo dell'artigiano, ma
assomiglia... al lavoro servile puro e semplice» (op. cit., p. 244).
Tutte queste teorie si rivelano tuttavia discutibili se si tien conto dei
motivi addotti dagli operai per spiegare la loro preferenza per il
lavoro ripetitivo. Essi lo preferiscono perché è meccanico e non
richiede applicazione mentale, sicché mentre lo si svolge si può
pensare ad altro (si può cioè "geistig wegtreten", come si
espressero gli operai berlinesi: confer Thielicke e Pentzlin, "Mensch
und Arbeit im technischen Zeitalter: zum Problem der
Rationalisierung", 1954, p.p. 35 e segg., che riferiscono anche
come, secondo un'indagine dell'Istituto Max Planck sulla psicologia
del lavoro, circa il 90 per cento degli operai preferiscono operazioni
monotone). Questa affermazione è tanto più importante in quanto
coincide con gli elogi cristiani primitivi dei meriti del lavoro manuale
che, in quanto richiede una minor attenzione, disturba meno la
contemplazione di ogni altra occupazione o professione (confer
Etienne Delaruelle, "Le travail dans les règles monastiques
occidentales du 4e au 9e siecle", in «Journal de psychologie normale
et pathologyque», vol. 41, n. 1, 1948).
N. 9. Una delle condizioni materiali significative della rivoluzione
industriale fu l'estinzione delle foreste e la scoperta del carbone
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
come sostituto del legno. La soluzione proposta da R. H. Barrow
("Slavery in the Roman Empire", 1928) «al ben noto enigma dello
studio della storia economica del mondo antico, per cui l'industria si
sviluppò fino a un certo punto ma si arrestò prima di fare il passo
che ci si sarebbe atteso da essa, è interessante e convincente se
considerata in rapporto a quanto si è detto. Barrow sostiene che il
solo fattore che «impedì l'applicazione delle macchine all'industria fu
l'assenza di materiale combustibile adeguato e a buon mercato» (p.
123),
N. 10. John Diebold, "Automation. The Advent ot the Automatic
Factory" (1952 p. 67). N. 11. Ibid., p. 69.
N. 12. Friedmann, "Problèmes humains du machinisme indusriel",
cit., p. 168. Questa, di fatto, è la conclusione più ovvia che può
essere tratta dal libro di Diebold. La catena di montaggio è il
risultato «concetto della manifattura come un processo continuo», e
l'automazione, si può aggiungere, è il risultato della meccanizzazione
della linea di montaggio. Alla possibilità di alleviare lo sforzo
lavorativo umano, già presente nel primo stadio industriale,
l'automazione aggiunge l'alleviamento dello sforzo cerebrale, poiché
«tutti i compiti di controllo ora adempiuti dall'uomo verranno affidati
alle macchine» (op. cit., p. 140). L'una e l'altra forma servono ad
alleviare il lavoro, non l'operare. Il lavoratore inteso come l'artigiano
consapevole di sé, i cui «valori psicologici e umani» (p. 164) quasi
ogni autore cerca disperatamente di salvare - magari con una certa
ironia involontaria, come quando Diebold e altri ritengono
ingenuamente che il lavoro di riparazione (che forse non potrà
essere mai completamente automatizzato) possa ispirare la stessa
soddisfazione che la fabbricazione e la produzione di un oggetto
nuovo - non ha più alcuna attualità in questo contesto, per il fatto
che questa bella immagine venne eliminata dalla fabbrica molto
prima che qualcuno parlasse di automazione. I lavoratori di una
fabbrica non possono certo ricavare le loro ragioni, per altro
eccellenti, di consapevolezza e rispetto di sé dal lavoro che fanno. Si
può soltanto sperare che essi non accetteranno come soddisfazioni
dei surrogati sociali, né il senso di dignità che viene loro offerto oggi
dai teorici del lavoro, che sono realmente convinti che l'interesse e
la soddisfazione artigianale per la propria opera possa essere
sostituita dalle «relazioni umane» e dalla stima che i lavoratori
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
«guadagnano agli occhi dei loro compagni lavoratori» (p. 164).
L'automazione, in ultima analisi avrà almeno un risultato positivo,
quello di dimostrare l'assurdità di tutti gli «umanesimi del lavoro»;
se si deve tener conto del significato storico e letterale del termine
umanesimo, allora l'espressione «umanesimo del lavoro» è una
contraddizione in termini (un'ottima critica della voga per le «human
relations» in: Daniel Bell, "Work and Its Discontents", 1956, cap. 5,
e R. P. Gemelli, "Facteur humain ou facteur social du travail", in
«Revue française du travail», vol. 7, numeri 1-3, gennaio-marzo
1952, dove si trova anche una denuncia molto dettagliata della
terribile «illusione» della «gioia» del lavoro).
N. 13. Günther Anders, nel suo interessante saggio sulla bomba
atomica (in "Die Antiquiertheit des Menschen", trad it. "L'uomo è
antiquato", Milano 1963), osserva giustamente che la parola
«esperimento», non può più essere applicata agli esperimenti
nucleari che comportano le esplosioni delle nuove bombe. Gli
esperimenti furono sempre caratterizzati dal fatto che lo spazio in
cui si verificavano era strettamente limitato e isolato dal mondo
circostante. Gli effetti delle bombe sono invece di una tale portata
che «il laboratorio in cui si verificano è coestensivo al globo» (p.
260).
N. 14. Diebold, op. cit., p.p. 59-60.
N. 15. Ibid., p. 67.
N. 16. Ibid., p.p. 38-45.
N. 17. Ibid., p.p. 110 e 157.
N. 18. Werner Heisenberg, "Das Naturbild der heutigen Physik"
(1955), p.p. 14-15, trad. it. "Natura e fisica moderna", Milano, 1957.
N. 19. Sull'infinità delle connessioni reciproche di mezzi e fini
("Zweckprogressus in infinitum") e sulla inerente distruzione del
significato, confer Nietzsche, afor. 666, in "Wille zur Macht".
N. 20. L'esprersione kantiana che ricorre nella "Critica del giudizio"
è: «ein Wohlgefallen ohne alles Interesse» [«soddisfazione senza
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
interesse»] ("Kritik der Urteilskraft", ed. Cassirer, V, 215; trad. it.
"Critica del giudizio", Bari, 1972).
N. 21. Ibid., p.p. 448-49.
N. 22. «La cascata d'acqua, come la terra in generale, come ogni
forza naturale, non possiede un valore perché non rappresenta un
lavoro che si sia oggettivato in essa» ("Das Kapital", 3, p. 698,
MEGA, sez. 2, Zürich, 1933).
N. 23. "Teeteto", 152; e "Cratilo", 385 E. In questi esempi, come in
altre antiche citazioni del detto famoso, Protagora è sempre citato
così: "panton chrematon metron estin anthropos" (confer Diels,
"Fragmente der Vorsokratiker", 4a ed., 19.72, framm. B 1). La
parola "chremata" non significa genericamente «tutte le cose», ma
specificamente le cose usate dall'uomo, le cose di cui ha bisogno e
che possiede. Il supposto detto di Protagora «l'uomo è padrone di
tutte le cose» sarebbe reso se mai in greco con "anthropos metron
panton" (nel senso in cui ad esempio Eraclito dice: "polemos pater
panton" («La guerra è padre di tutte le cose») [confer Diels-Kranz,
"Vorsokratiker", framm. B 1].
N. 24. "Leggi" 716 D, dove è citato testualmente il detto di
Protagora, con la sostituzione di «dio» (ho theos)" a «uomo»
("anthropos").
N. 25. L'affermazione è nel cap. 11 del "Capitale".
N. 26. La storia medievale, e in particolare la storia delle
corporazioni artigiane, offre un buon esempio della verità contenuta
nell'antica concezione dei lavoratori come schiavi domestici, in
contrasto con gli artigiani che erano considerati al servizio della
popolazione. Infatti, la comparsa delle corporazioni «segna il
secondo stadio della storia dell'industria, il passaggio dalla famiglia
al lavoro. Nel primo non si trovava una categoria di artigiani vera e
propria, perché tutte le necessità di un gruppo familiare erano
soddisfatte dal lavoro dei membri del gruppo stesso» (W. J. Ashley,
"An Introduction to English Economic History and Theory", 1931, p.
76). Nel tedesco medievale la parola "Storer" è un equivalente
esatto della parola greca "demiourgos" «il lavoratore che va a
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
lavorare dalla gente: "geht aut die Stor"», dove "Stor" significa
"demos" («la gente»). Confer Jost Trier, "Arbeit und Gemeinschaft",
«Studium generale», vol. 52, n. 11, novembre 1950.
N. 27. Egli aggiunge: «Nessuno mai vide un cane fare
deliberatamente lo scambio di un osso con un altro cane» ("Wealth
of Nations", Everyman's ed., 1, 12).
N. 28. E. Lavasseur, "Histoire des classes ouvrières et de l'industrie
en France avant 1789" (1900): «le parole maestro e operaio erano
ancora sinonimi nel quattordicesimo secolo» (p. 564, n. 2), mentre
«nel quindicesimo secolo quello di maestro è diventato un titolo a
cui non tutti possono aspirare» (p. 572). Originariamente «la parola
operaio si riferiva normalmente a chiunque operasse, facesse
un'opera, sia in qualità di capo che di subalterno» (p. 309). Anche
nelle botteghe artigiane e nella vita sociale non vi era grande
distinzione fra il maestro o proprietario della bottega e il lavoratore
(p. 313). Confer Pierre Brizon, "Histoire du travail et des
travailleurs", 4 ed. 1926, p.p. 39 e segg.
N. 29. Charles R. Walker e Robert H. Guest, "The Man on the
Assembly Line" (1952, p. 10). La famosa descrizione di Adam Smith
a proposito della produzione degli spilli (op. cit., 1, 4 segg.) mostra
chiaramente come il lavoro a macchina fosse preceduto dalla
divisione del lavoro e derivasse da essa i suoi principi.
N. 30. Adam Smith, op. cit., 2, 241.
N. 31. Questa definizione fu data dall'economista italiano abate
Galiani. Cito da Hannah R. Sewall, "The Theory of Value before
Adam Smith", 1901 («Publications of the America Economic
Association», 3a serie, vol. 2, n. 3, p. 92).
N. 32. Alfred Marshall, "Principles of Economics", 1920,1, 8 (trad. it.
"Principi dell'economia", Torino, 1972).
N. 33. "Considerations upon the Lowering of Interest and Raising
the Value of Money", Collected Work, 1801, 2, 21.
N. 34. W. J. Ashley, op. cit., osserva che «la differenza
fondamentale fra il punto di vista medievale e quello moderno
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
consiste nel fatto che per noi il valore è qualcosa di completamente
soggettivo; è quanto ciascun individuo vuol dare per ottenere una
cosa. Per Tommaso d'Aquino era invece qualcosa di oggettivo».
Questo è vero solo in parte, poiché «la prima cosa su cui insistono i
maestri medievali è che il valore non è determinato dall'eccellenza
intrinseca della cosa stessa, perché se così fosse una mosca avrebbe
un valore superiore a quello di una perla, data la sua maggiore
eccellenza intrinseca» (George O'Brien, "An Essay on Medieval
Economic Teaching", 1920 p. 109). Questa discrepanza si risolve
tenendo conto della distinzione lockiana tra "worth" e "value", il
primo dei quali rappresenta il "valor naturalis", mentre il secondo ha
il senso di "pretium" e anche "valor". Tale distinzione tra l'altro si
ritrova in tutte le società fuorché nelle primitive; ma nell'età
moderna il primo senso tende vieppiù a scomparire, sostituito dal
secondo. (Per la dottrina medievale, confer anche Slater, "Value in
Theology and Political Economy", in «Irish Ecclesiastical Record»,
settembre 1901.)
N. 35. Locke, "Second Treatise ot Gsil Government", sez. 22.
N. 36. "Das Kapital", 3, 689 (MEGA, parte 2, Zurigo 1933).
N. 37. Il miglior esempio di tale confusione è la teoria ricardiana del
valore, particolarmente la sua fede disperata in un valore assoluto.
(Confer le interpretazioni in Gunnar Myrdal, "The Political Element in
the Development ot Economic Theory", 1953, p.p. 66 e segg., e
Walter A. Weisskopf. "The Psychology of Economics", 1955, cap. 3.)
N. 38. La verità dell'osservazione di Ashley da noi riferita alla n. 34
sta nel fatto che il Medioevo ignorava il mercato di scambio, almeno
in senso proprio. Per gli scolastici medievali il valore di una cosa era
determinato dalla sua utilità o dalle necessità oggettive dell'uomo ad esempio, in Buridano: "valor rerum aestimatur secundum
humanam indigentiam" - e il «giusto prezzo» era normalmente il
risultato della valutazione generale, salvo che «dati i diversi e
corrotti desideri dell'uomo fu conveniente che esso venisse
determinato secondo il giudizio di alcuni uomini sapienti» (Gerson,
"De contractibus", I, 9, cit. da O'Brien, op. cit., p.p. 104 e segg.). In
assenza di un mercato di scambio era inconcepibile che il valore di
una cosa potesse consistere soltanto nel suo essere in relazione o in
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
proporzione con un'altra cosa. La questione quindi non è tanto se il
valore sia oggettivo o soggettivo, ma se possa essere assoluto o se
indichi soltanto un rapporto tra cose.
N. 39. Il testo si riferisce a una poesia di Rilke sull'arte che descrive
appunto questa trasfigurazione. Si intitola Magie. «Aus
unbeschreiblicher Verwandlung stammen / solche Gebilde - Fuhl!
und glaub! / Wir leiden, oft: zu asche werden Flammen, / doch, in
der Kunst: zur Flamme wird der Staub. / Hier ist Magie. In das
Bereich des Zaubers / scheint das gemeine Wort hinaufgestuft... /
und ist doch wirklich wie der Ruf des Taubers, / der nach der
unsichtharen Taube ruft». ("Aus Taschen-Büchern und MerkBlätttern", 1950) [«Da metamorfosi indescrivibile sgorgano / tali
forme - senti! e credi! Noi soffriamo sovente: le fiamme son fatte
cenere, / ma, nell'arte la polvere diviene fiamma. / Qui è la magia.
Nel regno del magico / la parola comune è istituita / ma è reale
come il richiamo del colombo / che chiama l'invisibile colomba»].
N. 40. L'espressione idiomatica "make a poem", o "faire des vers",
per indicare l'attività del poeta è in rapporto con questa reificazione.
Lo stesso vale per il tedesco "dichten", che deriva probabilmente dal
latino "dictare": il trascrivere la creazione immaginata spiritualmente
(Grimm, "Wörterbuch"); le cose non cambierebbero se la parola
derivasse come suggerisce ora l'"Etymologisches Wörterbuch"
(1951) di Kluge-Götze, da "Tichen", vecchia forma per "schaffen",
forse in rapporto col latino "fingere". In questo caso l'unità poetica
che produce la poesia prima che essa venga trascritta è intesa pure
come "making". Democrito esalta in senso del tutto analogo Omero,
per aver «fabbricato un cosmo diverso da ogni genere» (Diels, op.
cit., B 21). La stessa importanza viene riservata al fattore artigianale
della poesia nell'espressione greca che indica l'arte poetica:
"tektones hymnon".
NOTE AL CAPITOLO QUINTO.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 1. Questa descrizione è suffragata da recenti scoperte nel campo
della psicologia e della biologia, che sottolineano anche l'intima
affinità tra linguaggio e azione, il loro carattere spontaneo e la
mancanza di finalità pratiche. Confer specialmente Arnold Gehlen,
"Der Mensch. Seine Natur und seine Stellung in der Welt" (1955;
trad. in "L'uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo", Milano
1982), dove troviamo un'ottima sintesi dei risultati e delle
interpretazioni della ricerca scientifica dei nostri giorni, oltre a una
serie di intuizioni notevoli. Non ci riguarda invece in questo contesto
l'idea di Gehlen, e degli scienziati sulle cui ricerche egli fonda le
proprie teorie, che queste capacità specificamente umane siano
anche una «necessità biologica», siano cioè necessarie per un
organismo fragile e precario come quello dell'uomo.
N. 2. "De civitate Dei", 12, 20.
N. 3. Per Agostino i due inizi erano così diversi che egli usò una
parola per indicare quell'inizio che è l'uomo ("initium"), e un'altra
per indicare l'inizio del mondo: "principium", che è la traduzione
tradizionale del primo versetto della Bibbia. Come risulta da "De
civitate Dei", 11, 32, la parola «principio» aveva per Agostino un
significato assai meno radicale; il "principium" del mondo infatti
«non ita dictum tamquam primum hoc factum sit, cum ante fecerit
Angelos». Non si può dire quindi che prima del mondo non vi fosse
«nulla», come invece si può dire che prima dell'uomo non v'era
«nessuno».
N. 4. E' questa la ragione per cui Platone dice che la "leksis"
(«discorso») è più prossima alla verità che la "praksis".
N. 5. "A Fable" di William Faulkner (1954) si stacca da tutta la
letteratura sulla prima guerra mondiale, quanto a sensibilità e
penetrazione intuitiva; infatti in questo scritto l'eroe della storia è il
soldato ignoto.
N. 6. "Oute legei oute kryptei alla semainei" (Diels, "Fragmente der
Vorsokratiker", 4a ed., 1922).
N. 7. Socrate adopera la stessa parola che Eraclito, "semainein"
(«mostrare e dar segni») per indicare la manifestazione del suo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
"daimonion" (Senofonte, Memorabilia, 1, 1. 2. 4). Se dobbiamo
credere a Senofonte, Socrate paragonava il suo "daimonion" agli
oracoli e insisteva che entrambi devono essere usati soltanto per gli
affari umani, dove nulla è certo e non per i problemi delle arti e dei
mestieri dove tutto può essere previsto (ibid., 7-9).
N. 8. Il materialismo, nella teoria politica, è tanto vecchio quanto
l'affermazione platonico-aristotelica che le comunità politiche
("poleis") e non soltanto la vita familiare o la coesistenza di diverse
famiglie ("oikiai") devono la loro esistenza alla necessità materiale.
Per Platone, confer "Repubblica", 396, dove l'origine della "polis" è
individuata nella nostra mancanza di autonomia. Per Aristotele, che
qui come altrove è più vicino di Platone all'opinione comune greca
(confer "Politica", 1252 b 29): «La "polis" nasce per amor della vita
ma rimane in esistenza per amor del viver bene». Il concetto
aristotelico del "sympheron" che ritroviamo più tardi nella "utilitas"
di Cicerone, deve essere inteso in questo contesto. Entrambi
precorrono quella che sarà la teoria dell'interesse, sviluppata per la
prima volta da Bodin (come i re comandano i popoli, così gli
interessi comandano i re). Nel periodo moderno Marx non è
particolarmente rilevante per il suo materialismo quanto per il fatto
di essere stato il solo pensatore politico abbastanza profondo da
basare la sua teoria dell'interesse materiale su una attività umana
chiaramente materiale, sul lavoro, cioè sul metabolismo del corpo
umano nella materia.
N. 9. "Leggi", 803 e 644.
N. 10. In Omero la parola "heros" ha certamente un valore di
distinzione, ma tale che ogni uomo libero poteva conseguirla. Non
appare mai nel senso di «semidio», che è più tardo e caratterizza il
processo di deificazione degli antichi eroi epici.
N. 11. Aristotele ricorda che la parola "drama" venne scelta perché
si imitavano i "drontes" («le persone che agiscono»; confer
"Poetica", 1448 a 28). Dallo stesso trattato risulta chiaro che il
modello aristotelico del concetto di «imitazione» in arte è tratto dal
dramma, e la generalizzazione del concetto a tutte le arti sembra
piuttosto difficile.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 12. Perciò Aristotele normalmente non parla di imitazione
dell'azione ("praksis"), ma degli agenti ("prattontes") ("Poetica"
1448 a 1 segg.; 1448 b 25, 1449 b 24 segg.). Tuttavia, egli non è
sempre coerente in questo uso (confer 1451 a 29,1447 a 28). Il
punto decisivo è che la tragedia non si occupa delle qualità degli
uomini ("poiotes"), ma di qualsiasi evento riguardi loro, le loro
azioni, la vita nella buona o cattiva sorte (1450 a 15-18). Il
contenuto della tragedia, perciò, non è ciò che oggi chiameremmo
carattere, ma piuttosto l'azione o la trama.
N. 13. Nei "Problemata" pseudo-aristotelici (918 b 28) è riferito che
il coro «imita di meno».
N. 14. Platone rimproverava Pericle perché «non aveva reso migliori
i cittadini», e perché gli ateniesi, alla fine della sua carriera politica,
erano anche peggiori di prima ("Gorgia", 515).
N. 15. La storia politica recente è piena di esempi che indicano come
il termine «materiale umano» non sia una metafora, e lo stesso vale
per tutta una quantità di esperimenti scientifici moderni nel campo
dell'ingegneria sociale, della biochimica eccetera, che tendono tutti
quanti a trattare e a modificare il materiale umano come ogni altra
materia. Questo aspetto meccanicistico è tipico dell'età moderna;
quando l'antichità si proponeva simili scopi tendeva a considerare gli
uomini quali animali selvaggi che dovevano essere addomesticati. Il
solo risultato possibile è in ogni caso quello di uccidere l'uomo, se
non necessariamente come organismo vivente, almeno «in quanto»
uomo.
N. 16. Confer particolarmente l'uso omerico di "prattein" e "archein"
(confer C. Capelle, "Wörterbuch des Homeros und der Homeriden",
1889).
N. 17. E' interessante osservare che Montesquieu, che non trattava
tanto delle leggi quanto delle azioni che esse ispirano, definisce le
leggi come rapporti sussistenti tra esseri diversi ("Esprit les lois",
libro 1, cap. 1; confer libro 26, cap. 1). Definizione sorprendente
perché le leggi sono sempre state definite come legami e limitazioni.
La ragione del fatto è che Montesquieu aveva meno interesse per
ciò che chiamava «la natura del governo» -repubblica o monarchia,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
per esempio - che per il suo «principio... che lo fa agire... le passioni
umane che lo mettono in movimento (libro 3, cap. 1).
N. 18. Per questa interpretazione di "daimon e eudaimonia" confer
Sofocle, "Edipo re", 1186 segg.: "Tis gar, tis aner pleon / tas
eudaimonias pherei / e tosouton hoson dokein / kai doxant'
apoklinai" [«E infatti, quale uomo può sostenere una maggiore
"eudaimonia" di quanto ne possa trarre dall'apparenza e trasferire a
sua volta nell'apparenza?»]. Contro questa inevitabile distorsione il
coro sostiene il proprio punto di vista: gli altri vedono, «hanno» il
"daimon" di Edipo davanti agli occhi come esempio; la miseria dei
mortali è la loro cecità per il loro stesso "daimon".
N. 19. Aristotele, "Metafisica", 1048 a 23 segg.
N. 20. Il fatto che la parola greca "hekastos" («ognuno») sia
derivata da "hekas" («lontano») sembra indicare quanto radicato
fosse questo «individualismo».
N. 21. Confer ad esempio, l'"Etica Nicomachea" di Aristotele, 1141 b
25. Non vi è differenza più radicale fra la Grecia e Roma che nei loro
rispettivi atteggiamenti nei confronti del territorio e della legge. A
Roma la fondazione della città e la stabilizzazione delle sue leggi
rimaneva l'atto fondamentale e decisivo a cui tutte le azioni
posteriori dovevano essere riferite per acquisire validità e legittimità
politica.
N. 22. Confer M. F. Schachermeyr, "La formation de la cité
grecque", «Diogenes», n. 4, 1953, il quale paragona l'uso greco con
quello babilonese, dove la nozione di «babilonesi» poteva essere
espressa solamente dicendo: la gente del territorio della città di
Babilonia.
N. 23. «Infatti solo [i legislatori] agiscono come artigiani
[cheirotechnoi"]» perché i loro atti hanno un fine tangibile, un
"eschaton", che è il decreto approvato in assemblea ("psephisma"):
confer "Etica Nicomachea", 1141 b 29.
N. 24. Ibid., 1168 a 13 segg.
N. 25. Ibid., 1140.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 26. "Logon kai pragmaton koinonein", come dice Aristotele (ibid.,
1126 b 12).
N. 27. Tucidide, 2, 41.
N. 28. Aristotele, "Etica Nicomachea", 1172 b 36 segg.
N. 29. Il noto detto di Eraclito: «le persone deste hanno un solo
mondo comune, mentre chi dorme si ritira da questo mondo nel suo
proprio» (Diels-Krantz, B 89), esprime naturalmente lo stesso
concetto dell'affermazione, sopra citata, da Aristotele.
N. 30. Montesquieu, che ignora la differenza fra la tirannia e il
dispotismo: «Il principio del governo dispotico si corrompe
ininterrottamente poiché esso è corrotto per sua natura. Gli altri
governi periscono perché il loro principio è violato da particolari
accidenti: questo invece perisce per il proprio vizio interiore, se non
intervengono cause accidentali a impedire che il suo principio si
corrompa» (op. cit., libro 8, cap. 10).
N. 31. In che misura la glorificazione nietzscheana della volontà di
potenza fosse ispirata da questo tipo di esperienze dell'intellettuale
moderno, si può dedurre dalla seguente osservazione ("Wille zur
Macht", n. 55: "Denn die Obnmacht gegen Menschen, nicht die
Ohnmacht gegen die Natur, erzeugt die desperateste Verbitterung
gegen das Dasein". [«Perché è l'impotenza verso gli uomini e non
l'impotenza verso la natura, che produce la più disperata amarezza
nei confronti dell'esistenza».]
N. 32. Nel passo citato dalla «Orazione funebre» (n. 27) Pericle
mette deliberatamente in contrasto la "dynamis" della "polis" con
l'abilità dei poeti.
N. 33. La ragione per cui Aristotele nella sua poetica trova che la
grandezza ("megethos") è un prerequisito della rappresentazione
drammatica, è che il dramma imita l'azione e che l'azione è giudicata
in base alla grandezza e al suo distinguersi dal luogo comune (1450
b 25). Lo stesso vale tra l'altro per la bellezza che risiede nella
grandezza e nella "taksis", la relazione tra le parti (1450 b 34 segg.).
N. 34. Confer framm. 3, 157 di Democrito in Diels, op. cit.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 35. Confer per il concetto di "energeia" l'"Etica Nicomachea",
1094 a 1-5; "Fisica", 201 b 31: "De Anima", 417 a 16, 431 a 6. Gli
esempi più frequentemente riportati sono l'atto del vedere e il
suonare il flauto.
N. 36. Non importa per il nostro contesto che Aristotele scorgesse la
più alta possibilità di «attualità» non nell'azione e nel discorso, ma
nella contemplazione e nel pensiero ("theoria" e "nous").
N. 37. I due concetti aristotelici "energeia" e "entelecheia" sono
strettamente connessi fra loro ("energeia... synteinei pros ten
entelecheian"): la piena attualità ("energeia") non produce nulla
fuori di sé e la piena realtà ("entelecheia") non ha altro fine fuori di
sé (confer "Metafisica", 1050 a 22-35).
N. 38. "Etica Nicomachea", 1097 b 22.
N. 39. "Wealth of Nations" (Everyman's ed.), 2, 295.
N. 40. Questo è un aspetto essenziale del concetto greco - benché
forse non di quello romano - di «virtù»; dove vi è l'"arete" non può
sopraggiungere l'oblio (confer Aristotele, "Etica Nicomachea", 1100
b 12-17).
N. 41. Questo è il significato dell'ultima frase della citazione di Dante
posta al principio di questo capitolo; nonostante la sua chiarezza e
semplicità nel latino originale questa frase mette a dura prova il
traduttore ("De monarchia", 1,13).
N. 42. Mi servo qui dello straordinario racconto di Isak Dinesen,
"The Dreamers", in "Seven Gothic Tales" (Modern Library ed.,
soprattutto p.p. 340 e segg.; trad. it. "Sette storie gotiche", Milano,
1977).
N. 43. Il testo completo dell'aforisma di Paul Valéry da cui son tratte
le citazioni è il seguente: «"Créateur créé". Qui vient d'achever un
long ouvrage le voit former enfin un être qu'il n'avait pas voulu, qu'il
n'a pas conçu, précisément puisqu'il l'a enfanté, et ressent cette
terrible humiliation de se sentir devenir le fils de son oeuvre, de lui
emprunter des traits irrécusables, une rassemblance, des manies,
une borne, un miroir, et ce qu'il y a de pire dans un miroir, s'y voir
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
limité, tel et tel» ("Tel quel", 2, 149). [«"Creatore creato". Chi ha
appena ultimato una lunga opera, la vede alla fine formare un
essere che non aveva voluto, che non ha concepito, precisamente
perché l'ha messa al mondo, e prova la terribile umiliazione di
sentirsi divenire il figlio della propria opera, di doverle dei tratti
irrefutabili, una somiglianza, delle manie, un limite, uno specchio, e,
ciò che è peggio in uno specchio, vedersi limitato, così e così».]
N. 44. La solitudine del lavoratore in quanto lavoratore viene
generalmente trascurata nella letteratura su questo soggetto perché
le condizioni sociali e l'organizzazione del lavoro richiedono la
partecipazione simultanea di diversi lavoratori per ciascun progetto,
e spezzano ogni barriera di isolamento. Halbwachs ("La classe
ouvrière et les niveaux de vie", 1913) è consapevole del fenomeno,
«operaio è colui che nel lavoro e a causa del suo lavoro si trova in
rapporto soltanto con la materia e non con degli uomini», e
individua in questa implicita mancanza di contatto umano la causa
che ha estromesso per interi secoli dalla società l'intera classe
operaia (p. 118).
N. 45. Viktor von Weizsäcker, lo psichiatra tedesco, descrive i
rapporti fra i lavoratori durante il lavoro nel modo seguente: «Va
osservato innanzitutto che i due operai si comportano l'uno verso
l'altro come se fossero una sola persona... ci troviamo qui di fronte a
un caso di generazione del collettivo, che consiste nella progressiva
identità, nel farsi-uno nei due individui; si può dire anche che due
persone si sono mescolate fino a diventare una sola terza persona,
ma le regole secondo le quali questa terza persona lavora non si
distinguono per nulla dal lavoro di un'unica persona» ("Zum Begriff
der Arbeit", in «Festschrift für Alfred Weber», 1948, p.p. 739-740).
N. 46. Questa sembra la ragione per cui etimologicamente «lavoro e
comunità ["Arbeit" e "Gemeinschaft"] hanno molto in comune, dal
punto di vista del loro contenuto, quando riguardano gli
appartenenti alle più antiche società conosciute». (Per il rapporto tra
lavoro e comunità confer Jost Trier, "Arbeit und Gemeinschaft",
«Studium generale», vol. 3, n. 11, novembre 1950.)
N. 47. Confer R. P. Gemelli ("Facteur humain ou facteur social du
travail", in «Revue française du travail», vol. 7, 1-3, gennaio-marzo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
1952), che ritiene che «una nuova soluzione del problema» del
lavoro debba tener presente la «natura collettiva del lavoro» e
preoccuparsi non del lavoratore individuale, ma del lavoratore come
membro del suo gruppo. Questa soluzione «nuova» e in realtà
quella di fatto prevalente nella società moderna.
N. 48. Adam Smith, op. cit., 1, 15, e Marx, "Das Elend der
Philosophie" ["Miseria della filosofia"] (Stuttgart, 1885), p. 125:
Adam Smith «ha visto bene come in realtà la diversità delle
condizioni naturali tra gli individui sia molto inferiore di quanto non
crediamo... originariamente un facchino si distingue meno da un
filosofo di quanto un cane alla catena si distingua da un levriero. E'
la divisione del lavoro che ha scavato un abisso tra i due». Marx usa
il termine «divisione del lavoro» indifferentemente per la
specializzazione professionale e per la divisione dello stesso
processo lavorativo, ma ovviamente qui si riferisce al primo
significato. La specializzazione professionale è una forma di
distinzione, e l'artigiano o il lavoratore professionale anche quando
sono aiutati da altri lavorano essenzialmente nell'isolamento. Esso
incontra gli altri "come" lavoratori soltanto quando arriva allo
scambio dei prodotti. Nell'effettiva divisione del lavoro il lavoratore
non può realizzare nulla nell'isolamento. Il suo lavoro è soltanto
parte e funzione della fatica di tutti i lavoratori fra i quali il lavoro da
svolgere è suddiviso. Ma questi altri lavoratori in quanto tali non
differiscono da lui, formano un tutto unico. Peraltro non è la
divisione relativamente recente del lavoro, ma la specializzazione
professionale, ben più antica, che «apre un abisso» tra il facchino e
il filosofo.
N. 49. Alain Touraine, "L'évolution du travail ouvrier aux usines
Renault", 1955, p. 177 (trad. it. "L'evoluzione del lavoro operaio alla
Renault", Torino, 1974).
N. 50. "Etica Nicomachea", 1133 a 16.
N. 51. Il fattore decisivo è che le rivolte e le rivoluzioni moderne
rivendicano sempre la libertà e la giustizia per tutti mentre
nell'antichità «mai gli schiavi rivendicavano la libertà come un diritto
inalienabile di ogni uomo, e non vi fu mai il tentativo di abolire la
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
schiavitù come tale attraverso «un'azione combinata» (W. L.
Westermann, «Sklaverei», in Pauly-Wissowa, suppl. 6, p. 981).
N. 52. E' importante tener presente la netta differenza, in termini di
sostanza e di funzione politica, tra il sistema partitico continentale e
quello inglese e americano. Un fatto importante, anche se
trascurato, per lo sviluppo dell'evoluzione europea è che lo slogan
dei Consigli (Soviet, "Räte" eccetera) non fu mai promosso dai
partiti e dai movimenti che presero parte attiva nell'organizzarli, ma
emersero sempre da ribellioni spontanee; come tali, i Consigli non
furono mai ben compresi né accettati dagli ideologi che intendevano
imporre con la rivoluzione una forma preconcetta di governo sul
popolo. Il famoso slogan della ribellione di Kronstadt, che fu uno del
movimenti cruciali della rivoluzione russa era:«Soviet senza
comunismo», ciò che significava in quel momento anche: Soviet
senza partiti. La tesi secondo cui i regimi totalitari ci pongono di
fronte a una nuova forma di governo è esaminata nel mio articolo
"Ideology and Terror. A Novel Form of Government", «Review of
Politics», luglio 1953. Un'analisi più particolareggiata della
rivoluzione urgherese si trova in un recente articolo, "Totalitarian
Imperialism", «Journal of Politics», febbraio 1958.
N. 53. Un aneddoto della Roma imperiale, riferito da Seneca, può
ben illustrare quanto sembrasse pericolosa la mera comparsa in
pubblico. A quei tempi venne portata in senato una proposta perché
gli schiavi portassero in pubblico un abbigliamento uniforme che li
distinguesse immediatamente dai liberi cittadini. Ma la proposta fu
respinta perché sembrava troppo pericoloso che gli schiavi
potessero riconoscersi tra loro e diventar coscienti del loro virtuale
potere. Gli interpreti moderni tendevano a concludere da questo
fatto che il numero degli schiavi fosse allora molto grande; ma la
conclusione era affrettata. L'istinto politico dei romani giudicava
erronea la comparsa in pubblico come tale, indipendentemente dal
numero delle persone interessate (confer Westermann, op. cit., p.
1000).
N. 54. A Soboul ("Problèmes de travail en l'an II", in «Journal de
psychologie normale et pathologique», vol. 42, n. 1, gennaio-marzo
1955) descrive assai bene la prima comparsa dei lavoratori sulla
scena della storia: «I lavoratori non sono individuati per la loro
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
funzione sociale ma soltanto per il loro costume. Gli operai
adottarono i pantaloni abbottonati alla blusa, costume che divenne
una caratteristica del popolo: dei "sans-culottes"... 'parlando dei
sans-culottes', dichiara Pédon alla Convenzione il 10 aprile 1793,
'non si intendono tutti i cittadini, eccettuati i nobili e gli aristocratici,
ma si parla degli uomini che non possiedono, per distinguerli da
quelli che possiedono'».
N. 55. Originariamente la parola "peuple", diventata d'uso comune
alla fine del diciottesimo secolo, designava semplicemente le
persone prive di proprietà. Come si è ricordato sopra, una simile
classe di persone completamente sprovvedute di ogni sostanza non
esisteva prima dell'età moderna.
N. 56. L'autore classico a questo proposito è Adam Smith, per il
quale la sola legittima funzione del governo «è la difesa del ricco
contro il povero o di quelli che hanno una certa proprietà contro
quelli che non ne hanno affatto» (op. cit., 2, 158 segg.; per la
citazione confer 2, 203).
N. 57. E' questa un'interpretazione aristotelica della tirannia sotto
forma di democrazia ("Politica", 1292 a 16 segg.). Il governo regio
invece non rientra tra le forme tiranniche di governo né può essere
definito come l'esercizio del potere da parte di un solo uomo o
monarchia. Mentre le parole «tirannia» e «monarchia» possono
essere usate indifferentemente, i termini «tiranno» e «basileus» (re)
sono usati come termini opposti (confer ad esempio: "Etica
Nicomachea", 1160 b 3; e la "Repubblica" di Platone, 576 D). In
generale il potere di un solo uomo nell'antichità veniva apprezzato
soltanto per le questioni domestiche e per gli affari di guerra; e il
famoso verso dell'"Iliade" «Il governo di molti non è cosa buona;
uno solo deve essere il capo, uno solo il re» (2, 204) viene citato
normalmente in contesti militari o economici. Aristotele, che nella
"Metafisica" (1076 a 3 segg.) applica il detto omerico alla vita della
comunità politica ("politeusthai") in senso metaforico, costituisce
un'eccezione. Nella "Politica", 1292 a 13, dove Aristotele cita ancora
il verso omerico, egli prende posizione contro il potere dei molti che
agiscono «non come individui, ma collettivamente», e afferma che
questa è soltanto una forma mascherata di tirannia. Inversamente il
potere di molti, chiamato più tardi "polyarchia", indica confusione
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
nella conduzione delle questioni militari (confer ad esempio
Tucidide, 6, 72, e Senofonte, "Anabasi", 6, 1, 18).
N. 58. Aristotele, "Costituzione degli Ateniesi", 16, 2, 7.
N. 59. Confer Fritz Heichelhein,
Altertums", 1938, 1, 258.
"Wirtschaftsgeschichte
des
N. 60. Aristotele ("Costituzione degli Ateriesi", 15, 5) riferisce questo
a proposito di Pisistrato.
N. 61. "Politico", 305.
N. 62. La polemica fondamentale nel "Politico" è che non esiste
alcuna differenza tra la costituzione di un'amministrazione domestica
particolarmente ampia e quella della "polis" (confer 259), sicché la
stessa scienza dovrebbe valere per la sfera politica e per quella
economica o domestica.
N. 63. La cosa è particolarmente esplicita in quei passi del quinto
libro della "Repubblica" in cui Platone descrive come il timore di
attaccare il proprio figlio, fratello o padre avrebbe distolto da ogni
disputa i cittadini della sua repubblica utopica. Nella condizione della
comunità delle donne nessuno infatti può sapere quali siano i propri
parenti di sangue.
N. 64. "Repubblica", 443 E.
N. 65. La parola "ekphanestaton" ricorre nel "Fedro" (250) come la
qualità primaria del bello. Nella "Repubblica" (518) una simile qualità
è invocata a proposito dell'idea del bene (come "phanotaton").
Entrambe le parole derivano da "phainesthai" («apparire» e
«risplendere») e in entrambi i casi viene usato il superlativo.
Naturalmente la qualità di questo apparire luminoso si applica assai
più al bello che al buono.
N. 66. L'affermazione di Werner Jaeger alla fine del secondo volume
di "Paideia": «l'idea che esista una arte suprema della misura e che
la conoscenza filosofica del valore ("phronesis") è la capacità di
misurare, attraversa tutta quanta l'opera di Platone, è vera soltanto
per la filosofia politica, dove l'idea del bene sostituisce quella del
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
bello. La parabola della caverna, descritta nella "Repubblica",
costituisce realmente il centro del pensiero politico di Platone; ma la
dottrina delle idee quale viene presentata in quel contesto
rappresenta un'applicazione alla politica, e non la forma originale e
puramente filosofica di questa dottrina che non può essere qui
discussa. La caratterizzazione data da Jaeger della «conoscenza
filosofica del valore», come "phronesis" indica di fatto la natura
politica e non filosofica di tale conoscenza; infatti la stessa parola di
Platone e Aristotele caratterizza la concezione dell'uomo politico
piuttosto che quella del filosofo.
N. 67. Nel Politico, dove Platone segue questa linea di pensiero, egli
conclude ironicamente: cercando il modello di un uomo così capace
di comandare agli uomini come il pastore è capace di curare il suo
gregge, troviamo «un dio, non un mortale» (275).
N. 68 "Repubblica", 420.
N. 69. Può essere interessante notare il passaggio seguente del
pensiero politico di Platone. Nella "Repubblica" la sua distinzione fra
governanti e governati corrisponde al rapporto sussistente tra
l'esperto e a profano. Nel "Politico" si riferisce al rapporto tra il
sapere e il fare; nelle "Leggi" l'esecuzione di leggi immutabili è tutto
quello che viene riservato all'uomo politico; e solo questo è
necessario per il funzionamento della sfera pubblica. Quel che più
sorprende in questo sviluppo è la progressiva limitazione delle
facoltà richieste per padroneggiare la sfera politica.
N. 70. La citazione è tratta dal "Capitale" (cap. 24 parag. 6). Altri
passi di Marx mostrano come egli non restringesse la sua
osservazione alla manifestazione delle forze sociali o economiche.
Ad esempio «nella storia reale hanno notoriamente una grande
parte la conquista, l'assoggettamento, la rapina, in breve la
violenza» (parag. 1 dello stesso capitolo).
N. 71. Si confronti l'affermazione di Platone che il desiderio del
filosofo di avere il comando su altri uomini può derivare soltanto
dalla paura di essere comandati da uomini peggiori ("Repubblica",
347) con l'affermazione agostiniana che la funzione del governo è
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
quella di rendere possibile ai «'buoni» di vivere tranquillamente tra i
«malvagi» ("Epistole", 153, 6).
N. 72. Cit. da un'intervista con Werner von Braun riportata nel «New
York Times» del 16 dicembre 1957.
N. 73. «Si ignora l'origine, si ignorano le conseguenze... il valore
dell'azione è... sconosciuto», come Nietzsche afferma ("Wille zur
Macht", n. 291) senza rendersi ben conto che il suo pensiero
riecheggiava soltanto l'antico sospetto del filosofo nei confronti
dell'azione.
N. 74. Questa conclusione «esistenzialistica» è, molto meno di
quanto sembri, il frutto di una revisione autentica dei concetti e dei
modelli tradizionali; di fatto essa si muove all'interno della tradizione
e dei concetti tradizionali, benché sia animata da un certo spirito di
ribellione. Peraltro il risultato più palpabile di questa ribellione è un
ritorno ai «valori religiosi» che però non hanno vere radici
nell'autentica esperienza religiosa della fede, ma sono, come tutti i
«valori» spirituali moderni, dei valori di scambio, ottenuti in questo
caso in luogo di deprezzati «valori» della disperazione,
N. 75. Dove l'orgoglio umano è ancora intatto, più che l'assurdità e
la tragicità che caratterizza l'esistenza umana. In questo senso il
massimo rappresentante è Kant, per il quale la spontaneità dell'agire
e le facoltà concomitanti della ragion pratica, compresa la facoltà di
giudicare, restano le qualità superiori dell'uomo benché la sua
azione ricada nel determinismo delle leggi naturali e il suo giudizio
non sia in grado di penetrare il segreto della realtà assoluta (la
«cosa in sé»). Kant ebbe il coraggio di sottrarre l'uomo alla
responsabilità delle conseguenze delle sue azioni, insistendo
esclusivamente sulla purezza delle sue motivazioni; ciò gli permise di
conservare la sua fede nell'uomo e nella sua potenziale grandezza.
N. 76. Quest'affermazione è riportata con molto rilievo in Luca, 5,
21-24 (confer Matteo, 9, 4-6, e Marco, 12, 7-10), dove Gesù compie
un miracolo per provare come il figlio dell'uomo possiede la facoltà
«di perdonare i peccati in terra». E' l'insistenza di Gesù sulla «facoltà
di perdonare», ancor più dei suoi miracoli, che meraviglia il popolo,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
così che «sedendosi a tavola con lui, cominciarono a chiedersi: chi è
quest'uomo che perdona i nostri peccati?».
N. 77. Matteo 18, 35; confer Marco, 11, 25: «E quando vi mettete a
pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, affinché il
padre vostro che è nei cieli vi perdoni le vostre colpe». O anche:
«Perché se perdonate agli uomini le loro colpe, il padre vostro
celeste perdonerà anche a voi» (Matteo, 6, 14-15). In questi
esempi, il potere di perdonare è anzitutto potere umano: Dio
perdona «i nostri debiti, come noi li perdoniamo ai nostri debitori».
N. 78. Luca, 17, 3-4. E' importante tener presente che le tre parolechiave del testo -aphienai, metanoein e hamartanein - mantengono
certe connotazioni anche nel greco del Nuovo Testamento, che
vengono in parte perdute nelle traduzioni. Il significato originale di
"aphienai" è piuttosto quello di «rimettere» e «rilasciare» che di
«perdonare»; "metanoein" significa «cambiamento di pensiero» e in quanto rende anche l'ebraico "shuv" - significa più «ritorno sui
propri parsi» che «pentimento» (con le tonalità emotive connesse a
questo termine); quel che si chiede è una modificazione delle spirito
e l'impegno a «non peccare più», ciò che è quasi il contrario del far
penitenza. Infine "hamartanein" può essere reso più adeguatamente
con «trasgredire» che con «peccare» (confer Heinrich Ebeling,
"Griechish-deutsches Wörterbuch zum Neuen Testamente", 1923). Il
versetto da me riportato nella traduzione tradizionale può essere
quindi anche reso nel modo seguente: e se egli ha "trasgredito" nei
tuoi confronti... e... ritorna a te dicendo: "la mia mente è mutata" tu
"lo lascerai andare".
N. 79. Matteo, 12, 36-37.
N. 80. Questa interpretazione sembra giustificata dal contesto (Luca,
17, 1-5): Gesù introduce le sue parole additando l'inevitabilità delle
«offese» ("skandala") che sono imperdonabili, al meno qui in tetra;
perché «guai a colui per cui avvengono! Meglio sarebbe che una
macina da mulino gli fosse messa al collo e fosse gettato nel mare»;
e continua parlando del perdono dei peccati ("hamartanein").
N. 81. Il comune pregiudizio che l'amore sia un fatto altrettanto
frequente nella vita umana quanto lo sono le avventure romantiche,
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
deriva forse dalla nostra comune introduzione ai problemi dell'amore
attraverso l'esperienza della poesia. Ma i poeti ci ingannano, essi
sono i soli per i quali l'amore non è soltanto un'esperienza
fondamentale ma addirittura indispensabile, il che giustifica il loro
modo di universalizzare un'esperienza particolare.
N. 82. Questa facoltà di creazione di mondi, tipica dell'amore, non
coincide con la fecondità, su cui si fonda la maggior parte dei miti
della creazione. Il seguente racconto mitologico trae invece
chiaramente dall'esperienza dell'amore il proprio contenuto
immaginativo: il cielo è una dea gigantesca che si china su quel dio
che è la terra, ma ne rimane separata dalla divinità dell'aria, nata tra
di loro e che ora separa la madre celeste dal padre terrestre. Il
mondo è lo spazio aereo mondano, nato dall'amore del cielo e della
terra e si frappone tra loro (confer H. A. Frankfort, "The Intellectual
Adventure of Ancient Man", Chicago 1946, p. 28; e M. Eliade,
"Traité d'histoire des religions", Paris, 1953, p. 12; trad. it., "Trattato
di storia delle religioni", Torino, 1976).
N. 83. Nietzsche seppe vedere con chiarezza insuperata il nesso
esistente tra la sovranità umana e la facoltà di promettere, il che gli
permise di attingere un punto di vista privilegiato sui rapporti tra
l'orgoglio umano e la coscienza. Purtroppo entrambe queste
intuizioni rimasero indipendenti e prive di effetto sul suo tema
fondamentale, la «volontà di potenza», e sono perciò trascurate
spesso anche dai discepoli di Nietzsche. Confer i due primi aforismi
del secondo trattato, nella "Genealogia della morale".
N. 84. Confer le citazioni riportate alla n. 77. Gesù stesso indicò la
radice umana di questo potere di far miracoli nella fede - che noi
escludiamo qui dalle nostre considerazioni. Nel nostro contesto il
solo punto che interessi è che il potere di compiere miracoli non è
considerato come divino - la fede potrà smuovere le montagne e
potrà rimettere i peccati; entrambi sono miracoli e la risposta degli
apostoli a Gesù che chiedeva loro di saper perdonare sette volte in
un solo giorno, fu: «Signore, accresci la nostra fede».
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
NOTE AL CAPITOLO SESTO.
N. 1. Il termine "scienza nuova" si ritrova forse per la prima volta
nell'opera del matematico italiano del Cinquecento Niccolò Tartaglia,
che si riferiva alla nuova scienza della balistica di cui rivendicava la
scoperta per essere stato il primo ad applicare a ragionamento
geometrico alla traiettoria dei proiettili (devo questa informazione ad
Alexandre Koyré). Di maggiore importanza nel nostro contesto è
l'insistenza di Galileo, nel "Sidereus nuncius" (1610), sulla «novità
assoluta delle sue scoperte», ma siamo molto lontani dal senso
dell'affermazione di Hobbes, secondo cui la filosofia politica non è
«più antica del mio libro "De cive"» ("English Works", ed.
Molesvorth, 1839; 1, 9), o della convinzione di Descartes che nessun
filosofo prima di lui fosse riuscito nella filosofia ("Lettre au
traducteur pouvant servir de préface" nei "Principi della filosofia"). A
partire dal diciassettesimo secolo l'affermazione della novità assoluta
e la negazione di tutta la tradizione divenne un luogo comune. Karl
Jaspers ("Descartes und die Philosophie", 2a ed., 1948, p.p. 61 e
segg.) sottolinea la differenza tra la filosofia del Rinascimento, in cui
«l'impulso a valorizzare la personalità originale... assegnava al
valore di novità un carattere distintivo» e la scienza moderna in cui
«la parola 'nuovo' assume il carattere di un predicato di valore
materiale». Nello stesso contesto Jaspers indica quale notevole
differenza di significato sia implicita nell'affermazione di novità
rispettivamente nella scienza e nella filosofia. Descartes
effettivamente presentava la propria filosofia come uno scienziato
presenterebbe una nuova scoperta scientifica. Tuttavia egli
aggiunge: «Non ho maggiori meriti per quello che ho scoperto di
quanto ne avrebbe un viandante che avesse la fortuna di imbattersi
in qualche ricco tesoro, che una diligenza con molte persone a
bordo avesse cercato inutilmente già da parecchio tempo» ("La
recherche de la vérité", ed. Pléiade, p. 669).
N. 2. Questo non significa negare la grandezza della scoperta di Max
Weber circa l'enorme potere che deriva dall'«ascetismo
inframondano» (confer "L'etico protestante e lo spirito del
capitalismo", in "Religionssoziologie", 1920, vol. 1; trad. it.
"Sociologia della religione", Milano 1982). Weber individua i
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
precedenti dell'etica protestante del lavoro in certi elementi dell'etica
monastica; e si può vedere un primo germe di questi atteggiamenti
nella famosa distinzione agostiniana tra "uti" e "frui", tra le cose di
questo mondo che possono essere usate ma non fruite e quelle del
mondo a venire che possono essere fruite per proprio beneficio.
L'aumento del potere dell'uomo sulle cose del suo mondo deriva in
entrambi i casi dalla distanza che l'uomo interpone tra sé e il
mondo, vale a dire dall'alienazione.
N. 3. La ragione più spesso addotta per spiegare la sorprendente
ripresa della Germania - il fatto cioè di non aver dovuto sostenere le
spese militari - è inconsistente sotto due punti di vista: innanzitutto
la Germania era tenuta a pagare per parecchi anni le spese di
occupazione, che ammontavano a una somma almeno uguale a
quella di un bilancio militare notevole, in secondo luogo la
produzione bellica, in altre economie, è considerata il fattore
principale della prosperità del dopoguerra. Potrei riferirmi del resto
altrettanto bene all'esempio della prosperità delle potenze vincitrici,
che è connessa nel modo più stretto con la produzione di cose che
non sono prodotte allo scopo di essere utilizzate ma che sono
destinate in partenza alla distruzione, sia che vengano impiegate per
il loro fine intrinseco o che invece, come generalmente succede,
debbano essere eliminate perché vecchie e fuori uso.
N. 4. Si possono ritrovare negli scritti giovanili di Marx diversi passi
dai quali si vede come egli avesse una certa consapevolezza delle
indicazioni nel senso dell'alienazione mondana nella economia
capitalistica. Così nell'articolo del 1842: "Debatten über das
Holzliebstahlsgesetz", in "Marx Engels Gesamtausgabe", Berlin,
1932, parte 1, vol. 1, p.p. 266 e segg., egli si richiama non soltanto
all'opposizione formale tra proprietari e ladri, che trascura le
necessità umane più concrete, per cui il ladro di legna ha un bisogno
più impellente della legna di quanto ne abbia il proprietario, che la
vende soltanto (il che comporta una disumanizzazione, in quanto in
luogo delle vive necessità - da un lato l'utilizzazione diretta, dall'altro
la vendita - prendono posto gli astratti rapporti di proprietà); ma si
richiama innanzi tutto al fatto che il legno, diventato merce, si
snaturalizza, passa da legno a oggetto di vendita in generale. Nella
misura in cui la legge sul furto della legna considera gli uomini
soltanto come proprietari, essa considera anche le cose soltanto
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
come delle proprietà, e queste ultime non più come oggetti d'uso
ma solo di scambio. Marx ha ripreso presumibilmente questo
snaturamento della qualità di cosa in oggetto di scambio da
Aristotele, che già indicava come una scarpa potesse essere
considerata fino a un certo punto come un oggetto di scambio, ma
come non fosse implicito nella natura della scarpa di essere
scambiata ("Politica" 1257 a 8). (In generale l'influsso aristotelico
sullo stile e spesso anche sui contenuti del pensiero di Marx mi
sembra innegabile, e forse anche non meno importante dell'influsso
esercitato dalla filosofia hegeliana.) Ma nell'insieme dell'opera di
Marx queste considerazioni occasionali hanno un ruolo secondario,
mentre una parte di primo piano è giocata dall'estremo
soggettivismo moderno. Nella società ideale in cui l'uomo produrrà
come essere umano, l'alienazione è ancor più presente di quanto
mai non fosse; gli uomini infatti saranno in grado di oggettivare
("vergegenständlichen") la loro individualità, la loro peculiarità,
saranno in grado di confermare e attualizzare il loro vero essere; «le
nostre produzioni sarebbero altrettanti specchi sui quali si
riprodurrebbe la nostra natura» ("Aus den Exzerptheften", 1844-45,
in "Gesamtausgabe", parte 1, vol. 3, p.p. 546-547).
N. 5. Le cose sono completamente diverse nelle attuali condizioni, in
cui il lavoratore giornaliero è già divenuto un salariato per
settimana; in un futuro probabilmente non molto lontano il salariato
con contratto annuo sarà completamente sottratto a queste
condizioni primitive.
N. 6. A. N. Whitehead, "Science and the Modern World", ed. Pelican,
1926, p. 12 (trad. it. "La scienza e il mondo moderno", Milano
1945).
N. 7. Seguo qui l'ottima esposizione della storia del pensiero
filosofico e scientifico nella «rivoluzione del diciassettesimo secolo»
scritta recentemente da Alexandre Koyré ("From the Closed World
to the Infinite Universe") 1957, p.p. 43 e segg. (trad. it. "Dal mondo
chiuso all'universo infinito", Milano 1970).
N. 8. Confer P. M. Schuhl, "Machinisme et philosophie", 1947, p.p.
28-29.
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389
Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 9. E. A. Burtt, "Metaphysical Foundation of Modern Science"
(Ancor ed.), p. 38 (confer Koyré, op. cit. p. 55, che afferma che
l'influenza di Bruno si è fatta sentire «soltanto dopo le grandi
scoperte di Galileo al telescopio»).
N. 10. Il primo che «ha salvato i fenomeni affermando che il cielo è
immobile e che la terra si muove secondo un'orbita obliqua, pur
ruotando anche sul proprio asse», fu Aristarco di Samo, nel terzo
secolo a.C.; il primo a concepire la struttura atomica della materia fu
Democrito di Abdera nel quinto secolo a.C. Un'interessante storia del
mondo fisico greco da! punto di vista della scienza moderna è in
"The Physical World of the Greeks", di S. Sambursky (1956) [trad. it.
"Il mondo fisico dei greci", Milano 1966).
N. 11. Galileo, op. cit., rileva come «nessuno possa sostenere sulla
base della percezione sensibile che la superficie della luna non sia
liscia e levigata» (confer Koyré, op. cit., p. 89).
N. 12. Una posizione analoga venne presa dal teologo luterano
Osiander, di Norimberga, che in una introduzione all'opera postuma
di Copernico "De revolutionibus" (1546) scrive: «Le ipotesi di questo
libro non sono necessariamente vere o anche soltanto probabili. La
cosa essenziale è che esse ci conducano, sulla base dei calcoli, a
risultati che si accordino con i fenomeni osservati». Le citazioni sono
tratte da Philipp Frank, "Philosophical Uses of Science", in «Bulletin
of Atomic Scientists», vol. 13, n. 4 (aprile 1957).
N. 13. Burtt, op. cit., p. 58.
N. 14. Bertrand Russell, "A free Man's Worship", in "Mysticism and
Logic" (1918), p. 46 (trad. it. "Misticismo e logica", Milano, 1980).
N. 15. Cit. da J. W. N. Sullivan, "Limitations of Science" (Mentor
ed.), p. 141.
N. 16. Il fisico tedesco Werner Heisenberg ha espresso questo
pensiero in una serie di pubblicazioni recenti. Ad esempio: «Se,
partendo dalla situazione della ricerca scientifica moderna, ci si
sforza di ristabilire i fondamenti, che si sono messi in movimento, si
ha l'impressione che per la prima volta nel corso della storia l'uomo
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
su questa terra si trovi da solo di fronte a se stesso..., che in certo
modo noi incontriamo sempre e soltanto noi stessi» ("Das Naturbild
der heutigen Physik", 1955, p.p. 17-18). Heisenberg insiste sul fatto
che l'oggetto osservato non esiste indipendentemente dal soggetto
che lo osserva: «In base al genere dell'osservazione si è potuto
stabilire quali tratti della natura dovessero essere mantenuti e quali
invece si dissolvessero» ("Wandlungen in den Grundlagen der
Naturwissenschaft", 1949, p. 67).
N. 17. Whitehead, op. cit., 120.
N. 18. Il vecchio scritto di Cassirer, "Zur einsteinschen
Relativitätstheorie" (1921) (trad. it. "Sostanza e funzione - Sulla
teoria della relatività in Einstein", Firenze 1974), rimanda
insistentemente all'ininterrotta continuità della ricerca scientifica dal
diciassettesimo al ventesimo secolo.
N. 19. J. Bronowski, in un articolo dal titolo "Science and Human
Values" (Nation, 29 dicembre 1959), mostra quale importante
funzione abbia avuto la metafora nel pensiero dei grandi scienziati.
N. 20. Burtt, op. cit., p. 44.
N. 21. Ibid., p. 106.
N. 22. Bertrand Russell, citato da J. W. N. Sullivan (op. cit., p. 144).
Confer anche la distinzione stabilita da Whitehead tra il metodo
scientifico tradizionale di classificazione e il metodo moderno di
misurazione: il primo si conforma alla realtà oggettiva, che trova il
proprio principio nell'alterità della natura; il secondo è del tutto
soggettivo, prescinde dalle qualità e non presuppone nient'altro che
una molteplicità di oggetti dati.
N. 23. Leibniz, "Discours de Metaphysique", n. 6.
N. 24. Mi uniformo qui all'esposizione di W. Heisenberg,
"Elementarteile der Materie", in "Vom Atom zum Weltsystem" (
1954).
N. 25. Bronowski, op. cit.
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 26. La storia della fondazione e del primo periodo di vita della
Royal Society è particolarmente interessante. I membri dovevano
consentire a non prendere posizione su questioni esterne ai limiti di
competenza imposti dal re, e soprattutto a non prender parte alla
disputa politico-religiosa. Si è tenuti di dedurne che l'ideale
scientifico moderno dell'obiettività sia nato qui, il che farebbe
pensare che la sua origine è piuttosto politica che scientifica.
Peraltro è importante osservare come gli scienziati ritenessero
necessario fin dall'inizio di organizzarsi in una società; e il fatto che il
lavoro svolto all'interno della Royal Society finisse per assumere
un'importanza molto maggiore di quella svolta dal di fuori dimostrò
quanto fosse giusto il loro punto di vista. Un'organizzazione, benché
composta di scienziati che hanno abbandonato ogni interesse
politico, resta sempre un'istituzione politica; quando gli uomini si
organizzano, intendono agire e acquisire potere; non esiste lavoro
scientifico di équipe che sia puramente scientifico: sia che si
proponga di agire sulla società e di garantire ai suoi membri una
certa posizione all'interno di essa o che (come si verificò e ancor
oggi si verifica in larga misura nella ricerca scientifica organizzata) si
proponga un'azione congiunta al fine di conquistare la natura. Come
Whitehead ha osservato, «non è un caso che un'epoca
caratterizzata dalla scienza si sia trasformata in un'epoca
caratterizzata dall'organizzazione. Il pensiero organizzato è la base
dell'azione organizzata»; e non, si vorrebbe aggiungere, perché il
pensiero sia il fondamento dell'azione ma piuttosto perché la scienza
moderna, in quanto «organizzazione del pensiero», ha introdotto nel
pensiero un elemento di azione (confer "The Aims of Education",
Mentor ed., p.p. 106, 107).
N. 27. Karl Jaspers, nella sua magistrale interpretazione della
filosofia cartesiana, mette in rilievo la strana debolezza pratica delle
idee «scientifiche» di Descartes, la sua scarsa comprensione per lo
spirito della scienza moderna e la sua inclinazione, che già sorprese
Spinoza, ad accettare acriticamente le teorie senza fondarsi su una
evidenza tangibile (op. cit., p.p. 50 segg., 93 segg.).
N. 28. Confer i "Mathematical Principles of Natural Philosophy" di
Newton (trad. Motte, 1803, 2, 314).
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 29. Il primo libro di Kant fu "Allgemeine Naturgeschichte und
Theorie des Himmels" [Storia generale della natura e teoria del
cielo].
N. 30. Confer la lettera di Descartes a Mersenne, del novembre
1633.
N. 31. In queste parole Galileo esprime la sua ammirazione per
Copernico e per Aristarco, la cui ragione era in grado di far forza sui
loro sensi e da imporsi alla loro credulità ("Dialogues concerning the
two Great Systems of the World", 1661, trad. Salisbury, p. 301).
N. 32. Democrito, dopo aver affermato che il bianco, il nero,
l'amaro, il dolce sono mera apparenza, aggiunge: «Povero intelletto,
tu trai i tuoi argomenti dai sensi per poi frustrarli. La tua vittoria è la
tua disfatta» (confer Diels, "Fragmente der Vorsokratiker", 4a ed.,
1922, fragm. B 125).
N. 33. Confer "Johannes Climacus oder De omnibus dubitandum
est", uno dei primi manoscritti di Kierkegaard, che è forse la più
profonda interpretazione del dubbio cartesiano. Nella forma di una
autobiografia spirituale, l'autore racconta come avesse conosciuto
Descartes attraverso Hegel, rimpiangendo di non aver iniziato dalle
sue opere i propri studi filosofici. Di questo breve scritto, pubblicato
nell'edizione danese dei "Collected Works" (Copenaghen 1909, vol.
6) esiste una traduzione tedesca (Darmstadt 1948).
N. 34. La stretta relazione tra la fiducia nei sensi e la fiducia nella
ragione nel concetto tradizionale di verità fu riconosciuta
chiaramente da Pascal che scrisse: «Questi due principi di verità, la
ragione e i sensi, oltre al fatto di mancare entrambi di sincerità, si
fanno reciprocamente violenza. I sensi fanno violenza alla ragione
presentandole false apparenze, e questa stessa frode fatta alla
ragione la ricevono a loro volta dalla ragione che si prende la sua
rivincita. Le passioni dell'anima turbano i sensi suggerendo loro false
impressioni» ("Pensées", ed. Pléiade, 1950, n. 92, p. 849). La
famosa «scommessa» di Pascal, per cui vi sarebbe minor rischio nel
credere a ciò che il cristianesimo insegna circa una vita
ultramondana che nel negare questa credenza, è una dimostrazione
sufficiente del rapporto tra la verità razionale e sensibile e la verità
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393
Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
della rivelazione divina. Per Pascal, come per Descartes, Dio è un
"Dieu caché" (ibid. n. 366, p. 92}) che non si rivela, ma la cui
esistenza e il cui carattere divino costituiscono la sola garanzia
ipotetica che la vita umana non sia un sogno (l'incubo cartesiano si
ritrova in Pascal, ibid. n. 380, p. 928) e che la conoscenza umana
non sia un inganno divino.
N. 35. Max Weber, che nonostante i diversi errori di dettagli è il solo
tra gli storici ad aver affrontato la questione dell'età moderna con
quella profondità che il problema impone, sapeva anche che non fu
soltanto una mancanza di fede a causare il rovesciamento nella
valutazione dell'opera e del lavoro, bensì la perdita della "certitudo
salutis". Nel nostro contesto risulterebbe che questa certezza fu
soltanto una tra le molte certezze che andarono perdute con l'età
moderna.
N. 36. E' certo notevole che nessuna delle principali religioni, con
l'eccezione di quella di Zoroastro, abbia mai incluso la menzogna tra
i peccati mortali. Non soltanto non esiste un comandamento che
imponga di non mentire (il comandamento: non dir falsa
testimonianza ha naturalmente un carattere completamente
diverso), ma sembra anzi che prima dell'affermarsi di una morale
puritana nessuno abbia mai considerato la menzogna un delitto.
N. 37. Questo è il punto chiave dell'articolo di Bronowski cit.
N. 38. Da una lettera di Descartes a Henry More, cit. da Koyré, op.
cit. p. 117.
N. 39. Nel dialogo "La recherche de la vérité par la lumière
naturelle" ove Descartes espone le sue concezioni fondamentali
prescindendo da ogni formalismo tecnico, la posizione centrale del
dubbio è messa ancor più in evidenza che nelle altre opere. Infatti
Eudosso, che rappresenta Descartes, dice: «Voi potete
ragionevolmente dubitare di tutte le cose che potete conoscere
soltanto per opera dei sensi; ma potete dubitare del vostro dubbio
ed essere incerti se dubitate o no? Voi, che dubitate, siete, e questo
è tanto vero che non potete più dubitarne» (ed. Pléiade, p. 680).
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 40. «Je doute donc je suis ou bien ce qui est la même chose: je
pense donc je suis» [Dubito, quindi sono, oppure, ed è la stessa
cosa: penso, quindi sono] (Ibid. p. 687). Il pensiero ha quindi in
Descartes un carattere puramente derivato: «Car s'il est vrai que je
doute... il est également vrai que je pense; en effet douter est-il
autre chose que penser d'une certaine manière?» [«Infatti, se è
vero che io dubito... è altrettanto vero che io penso; in effetti
dubitare è forse diverso che pensare in un certo modo?»] (ibid., p.
686). L'idea direttiva di questa filosofia non è certamente che sarei
incapace di pensare senza essere, ma piuttosto che «non potremmo
dubitare senza essere, e questa è la prima conoscenza certa che si
possa acquisire» ("Principes", ed. Pléiade, parte 1, sez. 7).
L'argomento in se stesso naturalmente non è nuovo. Lo si trova per
esempio, quasi parola per parola, in Agostino, "De libero arbitrio"
(cap. 3), senza però la conseguenza che sia questa la sola certezza
contro la possibilità di un "Dieu trompeur" e senza che esso
rappresenti propriamente la base di un sistema filosofico.
N. 41. Non ci occupiamo qui dell'eventuale errore logico che
Nietzsche ha ritenuto di poter individuare nel "cogito ergo sum"
secondo cui l'espressione dovrebbe suonare invece: "cogito, ergo
cogitationes sunt" in quanto la consapevolezza espressa dal "cogito"
non proverebbe che io sono bensì soltanto che la coscienza è
(confer Nietzsche. "Wille zur Macht", n. 484).
N. 42. La qualità di Dio, come "dus ex machina", unica soluzione
possibile al dubbio universale, è particolarmente esplicita nelle
"Meditazioni" di Descartes. Nella terza meditazione egli sostiene che
per eliminare la causa del dubbio «devo esaminare se v'è un Dio... e
se trovo che ve ne è uno devo anche domandarmi se può essere un
Dio ingannatore: infatti senza la conoscenza di queste due verità
non vedo come potrei mai essere certo di alcunché». E nella quinta
meditazione conclude: «Così riconosco chiarissimamente che la
certezza e la verità di ogni scienza dipende dalla sola conoscenza del
vero Dio: così che prima di averlo conosciuto non avrei potuto
sapere perfettamente nessun'altra cosa» (ed. Pléiade, p.p. 177,
208).
N.43. A. N. Witehead, "The Concept of Nature" (Ann Arbor ed.), p.
32 (trad. it. "Il concetto di natura", Torino 1975).
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 44. Ibid., p. 43. Il primo a commentare e criticare la mancanza
del «senso comune» in Descartes fu Vico (confer "De nostri
temporis studiorum ratione", cap. 3).
N. 45. Questo trasferimento del senso comune nell'interiorità è
caratteristica di tutta l'età moderna; nella lingua tedesca essa è
indicata dalla differenza che sussiste tra la parola dell'antico tedesco
"Gemeinsinn" [«senso comune»] e l'espressione più recente:
"Gesunder Menschenverstand" [«buon senso», ma letteralmente
«intelletto sano», N.d.T.] che l'ha sostituita.
N. 46. Descartes operò in piena coscienza questo spostamento del
punto di Archimede nell'uomo: «Poiché a partire da questo dubbio
universale, come da un punto fisso e immobile, mi son proposto di
far derivare la conoscenza di Dio, di noi stessi e di tutte le cose
esistenti nel mondo» ("Recherche de la vérité", p. 680).
N. 47. Frank, op. cit., definisce la scienza in base al suo obiettivo «di
produrre i fenomeni osservabili desiderati».
N. 48. La speranza di Ernst Cassirer che «il dubbio sia superato con
l'essere posto» e che la teoria della relatività potesse liberare lo
spirito umano dal suo ultimo legame terrestre, cioè
dall'antropomorfismo inerente al «modo in cui stabiliamo
empiricamente le misure dello spazio e del tempo» (op. cit., p.p.
382, 389) non è stata esaudita; al contrario negli ultimi decenni è
venuto aumentando il dubbio sulla validità delle proposizioni
scientifiche come pure sulla intelligibilità dei dati scientifici.
N. 49. Ibid., p. 443.
N. 50. Hermann Minkovvski, "Raum und Zeit" in Lorentz, Einstein e
Minkowski, "Das Relat vitätsprincip" (1913); cit. da Cassirer, op. cit.,
p. 419.
N. 51. E questo dubbio non vien meno se si aggiunge un altro
elemento di coincidenza, la coincidenza cioè tra logica e realtà. Da
un punto di vista logico sembra evidente che «se gli elettroni
dovessero spiegare le qualità sensibili della materia non potrebbero
possedere queste qualità sensibili, poiché in questo caso la
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Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
questione circa la causa di queste qualità verrebbe soltanto spostata
un passo più in là ma non risolta» (Heisenberg, "Wandlungen in den
Grundlagen der Naturwissenschaft", p. 66). La ragione per cui
abbiamo motivi di dubbio è che solo se «nel corso del tempo» gli
scienziati diventano coscienti di questa necessità logica scoprono
che la «materia» non ha qualità e che perciò non può più esser
chiamata materia.
N. 52. Con le parole di Erwing Schrödinger: «Via via che il nostro
sguardo mentale penetra nelle distanze sempre più piccole ed in
frazioni di tempo sempre più brevi, scopriamo delle proprietà
naturali così totalmente diverse da quel che possiamo osservare nei
corpi visibili e palpabili del nostro ambiente circostante, che
"nessun" modello derivato dalle nostre esperienze macrocosmiche
può esser 'vero' » ("Science and Humanism", 1952, p. 25).
N. 53. Heisenberg, "Wandlungen in den Grundlagen", p. 64.
N. 54. Questo punto è meglio chiarito da una affermazione di
Planck, cit. in un articolo estremamente chiarificativo di Simone Weil
(pubblicato sotto lo pseudonimo di Emile Novis e intitolato
"Reflexions à propos de la theorie des quants" in «Cahiers du Sud»
(dicembre 1942, trad. it. in "Sulla scienza", Torino 1970), che
afferma quanto segue: «Un creatore di una ipotesi dispone di
possibilità praticamente illimitate, ed è altrettanto poco limitato dal
funzionamento dei suoi organi sensibili che dagli strumenti di cui si
serve. Si può persino dire che egli si crea una geometria nella sua
fantasia... è ancora per questo che nessuna misurazione potrà
confermare o disconfermare direttamente un'ipotesi, ma soltanto
farne vedere la maggiore o minore convenienza». Simone Weil
sottolinea qualcosa di «infiniment plus précieux» che la scienza ha
compromesso in questa sua crisi: la nozione di verità; non vede
tuttavia come la maggior complessità in questo stato di cose derivi
dal fatto innegabile che queste ipotesi «operino» effettivamente
(devo l'indicazione di questo articolo poco conosciuto a Beverly
Woodworth, mia ex allieva).
N. 55. Schrödinger, op. cit. p. 26.
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397
Hannah Arendt – VITA ACTIVA – La condizione umana
N. 56. "Science and the Modern World", p. 116 (trad. it., Milano
1945).
N. 57. Nella "Settima lettera", 341, C:[...] «perché non è mai
espressa in parole, come le altre cose che apprendiamo»]
N. 58. Confer particolarmente "Etica Nicomachea" 1142 a 25 segg e
1143 a 36 segg. La traduzione [inglese] corrente di questo passo
distorce il suo significato perché rende "logos" con «ragione» o
«argomentazione».
N. 59. E' particolarmente l'uso platonico dei terruini "eidolon" e
"skia" nel mito della caverna che fa di tutta la questione una replica
a Omero; le parole-chiave si ritrovano nella descrizione omerica
dell'Ade nell'"Odissea".
N. 60. Whitehead, "Science and the Modern World", cit., p.p. 116,
117.
N. 61. «Datemi la materia e io vi costruirò un mondo! Cioè datemi la
materia e vi mostrerò come un mondo ne debba sorgere» (confer la
prefazione di Kant alla sua "Allgemeine Naturgeschichte und Theorie
des Himmels").
N. 62. Che «la natura sia un processo», che perciò «il fatto ultimo
percepibile dai sensi sia un evento», che la scienza della natura si
occupi solo di accadimenti o eventi, ma non di cose, e che «al di là
degli accadimenti non c'è nulla»: questi sono assiomi delle varie
branche della moderna scienza della natura (confer Whitehead, "The
Concept of Nature", cit., p.p. 53,15, 66).
N. 63. Vico, op. cit., cap. 4, dichiara esplicitamente perché
abbandonò le scienze naturali. La conoscenza della natura è
impossibile, poiché non l'uomo, ma Dio l'ha creata; Dio può
conoscere la natura con la stessa certezza con cui l'uomo conosce la
geometria. "Geometrica demonstramus quia tacimus; si physica
demonstrare possemus faceremus" [«Possiamo dimostrare la
geometria perché la creiamo, per dimostrare le cose fisiche,
dobbiamo solo crearle»]. Questo breve trattato, più di quindici anni
anteriore alla prima edizione della "Scienza Nuova" (1725), è per più
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aspetti importante. Vico critica tutte le scienze esistenti, ma non a
vantaggio della sua nuova scienza della storia; egli si limita a
raccomandare lo studio della coscienza morale e politica che ritiene
ingiustamente trascurata. Solo più tardi deve aver elaborato l'idea
che la storia è fatta dall'uomo e la natura da Dio. Questa biografia,
che pure era eccezionale all'inizio del diciassettesimo secolo,
divenne la regola circa cento anni più tardi. Ogni volta che l'età
moderna aveva motivo di sperare in una nuova filosofia politica, si
trovò di fronte ad una filosofia della storia.
N. 64. Hobbes, introduzione a "Leviathan".
N. 65. Confer l'eccellente introduzione di Michael Oakeshott al
"Leviathan" (Blackwell's Political Texts), p. XIV.
N. 66. Ibid., p. LXIV.
N. 67. "Metafisica" 1025 b 25 segg., 1064 a 17 segg.
N. 68. Per Platone, confer "Teeteto" 155: "Mala gar philosophou
touto to pathos, to thaumazein; ou gar alle arche philosophias e
haute" [«Perché la meraviglia è ciò che sostiene di più la filosofia,
non c'è altro principio della filosofia che questo»]. Aristotele, che
all'inizio della "Metafisica" (982 b 12 segg.) sembra ripetere quasi
letteralmente Platone («Perché solo al loro stupore gli uomini
devono la possibilità di cominciare a filosofare»), intende invece
questa meraviglia in un modo del tutto diverso; l'impulso al
filosofare sta per lui nel desiderio di «sfuggire l'ignoranza».
N. 69. Henri Bergson, "Evolution créatrice" (1948), p. 157. Un'analisi
della posizione di Bergson nella filosofia moderna ci porterebbe
troppo lontani dall'argomento. Ma la sua insistenza sulla priorità
dell'"homo faber" sull'"homo sapiens" e sulla facoltà di fabbricare
come fonte della intelligenza umana, infine la sua opposizione
decisa di intelletto e vita, sono tratti particolarmente suggestivi. La
filosofia di Bergson può facilmente essere interpretata come un
esempio tipico del passaggio dalla moderna convinzione della
relativa superiorità del fare sul pensare all'idea più recente di una
assoluta superiorità della vita su ogni altra cosa. Proprio perché
Bergson unisce questi due elementi nel suo pensiero egli ha potuto
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esercitare una così decisiva influenza sulle prime teorie del lavoro in
Francia. Non soltanto le prime opere di Edouard Berth e di Georges
Sorel, ma anche l'"homo faber" di Adriano Tigher (1929) debbono la
loro terminologia a Bergson; lo stesso debito si deve riconoscere per
l'"Etre et le travail" (1949) di Vuillemin, benché quest'ultimo, come
quasi ogni autore francese contemporaneo, pensi soprattutto in
termini hegeliani.
N. 70. Bergson, op. cit., p. 140.
N. 71. Bronowski, op. cit.
N. 72. La formula di Jeremy Bentham in "An Introduction to the
Principles of Morals and Legislation" (1789) «gli fu suggerita da
Joseph Priestley, e assomiglia molto a quella di Beccaria: "la
massima felicità divisa nel maggior numero" [in italiano
nell'originale, N.d.T.] (introduzione di L. J. Lafleur all'ed. Hafner).
Secondo Elie Halévy ("The Growth of Philosophic Radicalism", 1955)
sia Beccaria sia Bentham sono debitori della formula a Helvétius
("De l'esprit").
N. 73. Lafleur, op. cit., p. XI. Lo stesso Bentham esprime la sua
insoddisfazione per una filosofia meramente utilitaristica in una nota
aggiunta a una tarda edizione della sua opera (ed. Hafner, p. 1):
«La parola "utilità" non deve riferirsi senz'altro alle idee di "piacere"
e "dolore" come invece le parole "gioia" e "felicità"». La sua
obiezione fondamentale è che l'utilità sfugge alla misura e non può
quindi «condurci alla considerazione del "numero"» senza di che
riuscirebbe impossibile una «creazione dei modelli del giusto e
dell'erroneo». Bentham deriva il suo principio della felicità da quello
di utilità separando il concetto di utilità dalla nozione di uso (confer
cap. 1, parag. 3). Questa separazione segna una svolta nella storia
dell'utilitarismo; benché il principio dell'utilità sia riferito a un Io,
Bentham ha radicalizzato a tal punto questo principio che l'idea di
utilità si è legata a una sfera indipendente dagli oggetti d'uso,
segnando il passaggio dall'utilitarismo ad un vero e proprio egoismo
universalizzato (Halévy).
N. 74. cit. da Halévy, op. cit. p. 13.
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N. 75. Questa è la prima proposizione dei "Principles of Morals and
Legislation". Questa famosa frase è «copiata quasi parola per parola
da Helvétius» (Halévy, op. cit. p. 26). Giustamente Halévy osserva
come «fosse naturale che un'idea molto diffusa tendesse a trovare
espressione dappertutto secondo la stessa formula» (p. 22). Il che
tra l'altro mostra chiaramente come gli autori di cui qui ci occupiamo
non siano filosofi; per quanto correnti possano essere certe idee in
un dato periodo non è possibile che due filosofi giungano alla stessa
formulazione senza copiare l'uno dall'altro.
N. 76. Ibid., p 15.
N. 77. I più grandi rappresentanti della filosofia della vita moderna
sono: Marx, Nietzsche e Bergson; tutti e tre equipararono Vita ed
Essere. In base a questa equazione essi dedicano soprattutto il loro
interesse all'introspezione, e difatti la vita è il solo «essere» capace
di farsi cosciente di sé attraverso la mera introspezione. La
differenza tra questi tre filosofi e quelli che li hanno preceduti
nell'età moderna sta nel fatto che in essi alla vita viene assegnata
una parte più attiva e produttiva che alla coscienza, la quale viene
ricondotta strettamente al suo aspetto contemplativo e al vecchio
ideale di verità. Questo estremo stadio della filosofia moderna può
essere forse meglio indicato come il momento della ribellione dei
filosofi contro la filosofia; ribellione che, a partire