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L’OSSERVATORE ROMANO
GIORNALE QUOTIDIANO
Unicuique suum
Anno CLV n. 76 (46.914)
POLITICO RELIGIOSO
Non praevalebunt
Città del Vaticano
venerdì 3 aprile 2015
.
Alla messa crismale nella basilica vaticana il Pontefice parla della fatica pastorale del sacerdote
I bambini vittime della guerra
Santa stanchezza
Generazioni perdute
di LUCETTA SCARAFFIA
Nel pomeriggio la lavanda dei piedi ai detenuti nel carcere romano di Rebibbia
Sulla «stanchezza dei sacerdoti» il Papa ha incentrato la sua riflessione nella messa crismale celebrata la mattina del 2 aprile, Giovedì santo. Nella
basilica vaticana Francesco ha esortato i presenti a
chiedere «la grazia di imparare a essere stanchi»,
ricordando che «la nostra stanchezza è come l’incenso che sale silenziosamente al cielo».
All’omelia il Pontefice ha confidato di pensare
spesso alla stanchezza dei sacerdoti — «specialmente quando a essere stanco sono io» ha precisato — e di pregare frequentemente per questo.
Quindi ha raccomandato di non cedere alla «tentazione di riposare in un modo qualunque» e ha
esortato a tenere «ben presente che una chiave
della fecondità sacerdotale sta nel come riposiamo
e nel come sentiamo che il Signore tratta la nostra
stanchezza».
In particolare il Papa ha invitato a evitare tre
tentazioni: la stanchezza della gente, dei nemici e
di se stessi. La prima fa riferimento a quella stanchezza delle folle di cui parlano i Vangeli. «Ma —
ha fatto notare in proposito — il Signore non si
stancava di stare con la gente. Al contrario: sembrava che si ricaricasse». Perciò «questa stanchezza in mezzo alla nostra attività è solitamente una
grazia che è a portata di mano di tutti noi sacerdoti». Ed è una stanchezza «buona, sana», è «la
stanchezza del sacerdote con l’odore delle pecore,
ma con il sorriso di papà che contempla i suoi figli o i suoi nipotini», ha aggiunto.
La seconda è la stanchezza dei nemici, per la
quale occorre «chiedere la grazia di imparare a
neutralizzare il male». Mentre l’ultima, «forse la
più pericolosa», perché «più autoreferenziale», è
L
la stanchezza di se stessi, quella che Francesco
chiama il «civettare con la mondanità spirituale».
Perché, ha concluso, «solo l’amore dà riposo»,
mentre «ciò che non si ama, stanca male, e alla
lunga stanca peggio».
Nel pomeriggio il Papa si reca nel carcere romano di Rebibbia, dove celebra la messa «in coena Domini» con il rito della lavanda dei piedi a
dodici detenuti: sei donne (due nigeriane, di cui
una con un bambino al nido, una congolese una
ecuadoregna e due italiane) e sei uomini (un brasiliano, un nigeriano e quattro italiani). E in un
tweet lanciato dall’account @Pontifex il Papa scrive: «Gesù lava i piedi degli apostoli. Noi siamo
disposti a servire gli altri così?».
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E
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ti, sono loro inferte: il rappresentante del Papa ha invitato a spingere lo sguardo verso il futuro, alle
vite miserabili che attendono questi
“bambini fantasma”. Definiti così
perché come rifugiati sono senza
documenti, privi quindi della possibilità di frequentare la scuola —
che si tiene comunque, spesso, anche in lingue che non conoscono —
e sovente anche privati della loro
famiglia, smembrata nella fuga e
mai ricostituita.
Questi bambini sono depredati
di un’educazione adeguata, e quindi pagheranno per tutta la vita
l’anormalità della loro situazione.
Essi costituiscono, come ha detto
icasticamente Tomasi, una “generazione perduta”. Perduta perché saranno chiusi loro gli accessi a una
vita dignitosa, perduta perché dalla
rabbia che stanno incamerando
può nascere altra violenza. L’arcivescovo non si limita a denunciare
la sofferenza dei bambini profughi
— che sono ormai un numero spaventoso, in varie parti della terra —
ma invita a considerare le conseguenze future della poca attenzione con la quale li guardiamo.
Quante generazioni perdute ci sono al mondo che renderanno più
difficile la vita futura, la loro e
quella degli altri?
Speriamo che la concezione del
tempo torni a guardare in modo lineare in avanti. Speriamo che la resurrezione di Pasqua ci aiuti a
guardare di nuovo al futuro, a riallacciare i rapporti con le giovani
generazioni del mondo di cui siamo tutti responsabili.
La sentenza
Quella iscrizione
sopra la testa
CARLO CARLETTI
A Losanna si cerca un accordo sul programma nucleare iraniano
I ribelli sciiti huthi avanzano nonostante i raid sauditi
Trattativa continua
Battaglia nel centro di Aden
LOSANNA, 2. Inizia a Losanna, in
Svizzera, un’altra giornata di trattative sul programma nucleare iraniano,
la seconda dopo la scadenza dei termini previsti per il negoziato che era
stata fissata alla mezzanotte del 31
marzo. Le delegazioni di Iran e del
gruppo cinque più uno (Stati Uniti,
Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania) stanno provando a
superare le divergenze su alcuni nodi che frenano il raggiungimento
dell’intesa, in particolare sui tempi
della revoca delle sanzioni contro
Teheran. L’accordo politico — base
di un successivo accordo tecnico per
il quale c’è tempo fino alla fine di
giugno — sembra avvicinarsi, almeno
stando alle ultime dichiarazioni di
alcuni protagonisti delle trattative. Il
ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, tornando ieri sera a Losanna, ha affermato: «Siamo a pochi
metri dalla linea del traguardo, ma
gli ultimi metri sono sempre i più
difficili». Il suo omologo tedesco,
Frank-Walter Steinmeier, ha annullato una missione nei Paesi baltici per
restare a Losanna e seguire da vicino
le trattative.
Ottimistica anche la previsione del
ministro
degli
Esteri
iraniano
Mohammad Javad Zarif, il quale,
dopo un’altra notte di negoziato, ha
dichiarato che «l’alba è vicina». Il
capo della diplomazia di Teheran ha
sottolineato in una pausa dei lavori
che sono stati fatti «progressi significativi», anche se «ancora non è stato
trovato un accordo» per risolvere il
pluridecennale contenzioso sul programma nucleare.
«Non siamo per fissare scadenze
arbitrarie, ma nemmeno per trattative infinite», ha intanto fatto sapere
il portavoce della Casa Bianca, Josh
Earnest. Secondo alcuni osservatori
queste parole rivelano un possibile
cambio di atteggiamento: raggiungere un’intesa in questa tornata negoziale è necessario per evitare il fallimento dell’intera trattativa.
SAN’A, 2. I carri armati dei ribelli
sciiti huthi sono entrati nelle scorse
ore nel centro di Aden, la roccaforte delle truppe fedeli al presidente
Abd Rabbo Mansour Hadi nello
Yemen del sud. Lo ha riferito
l’emittente Al Jazeera, citando testimoni locali. E, mentre si intensificano i combattimenti, nelle ultime
ore truppe straniere di nazionalità
non precisata sono sbarcate al porto
della città. Lo riporta la Bbc.
L’avanzata degli huthi verso
Aden non ha quindi risentito dei
raid lanciati la scorsa settimana da
una coalizione guidata dall’Arabia
Saudita che sostiene le forze lealiste. «Se Aden cadesse sarebbe un
disastro per la città e per la sua
gente», ha ammesso oggi il ministro degli Esteri yemenita, Riad
Yassin, in una dichiarazione alla
Attacchi jihadisti
nella penisola del Sinai
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a resurrezione, che stiamo
per festeggiare, dovrebbe
orientare lo sguardo di ogni
credente verso il futuro, verso quel
momento in cui la morte sarà vinta. Da questo mistero nasce la tradizione cristiana, dalla quale deriva
la concezione del tempo nelle società occidentali, poi divenuta anche una sua misurazione accolta da
tutto il mondo: un tempo che, a
partire dall’incarnazione, si muove
in modo lineare verso il futuro,
verso la resurrezione.
Mai come oggi è necessario
orientare i nostri sguardi in questa
direzione: la secolarizzazione, accompagnata
da
un
aumento
dell’età media mai registratosi nel
mondo occidentale, ha fatto sì che
questa concezione progressiva del
tempo venisse offuscata, se non addirittura dimenticata. Il futuro come dimensione lontana a cui pensare sta scomparendo, i traguardi
di cui ci interessiamo sono sempre
molto vicini: le prossime elezioni, i
cambiamenti ecologici e bio-tecnologici immediati invece del loro effetto sul lungo periodo.
Non credendo più alla resurrezione siamo diventati miopi, e poco interessati a cosa succederà dopo di noi. La Chiesa, che vive in
un tempo millenario, non può aderire a questa visione limitata: sa che
andiamo verso la resurrezione, e
guarda ai fenomeni che accadono
con attenzione diversa. Ne ha dato
un saggio acuto e incisivo l’arcivescovo Silvano Tomasi, nel discorso
che ha tenuto a Ginevra il 17 marzo scorso al Consiglio per i diritti
dell’uomo, organismo delle Nazioni unite.
Tomasi ha centrato la sua attenzione sui bambini vittime dei conflitti, ma non per aggiungere deprecazione a deprecazione, denuncia a denuncia, per il dolore e le
sofferenze che, come sappiamo tut-
Il segretario di Stato americano John Kerry a Losanna (Afp)
IL CAIRO, 2. Almeno 32 persone,
tra cui 15 soldati e due civili, sono
stati uccisi oggi in cinque attacchi
simultanei con razzi e armi automatiche sferrati da commando armati contro checkpoint dell’esercito nella penisola del Sinai, nel
nord dell’Egitto. Lo riferiscono
fonti della sicurezza locale citate
dall’agenzia di stampa Xinhua,
precisando che altri 17 soldati e sei
civili sono rimasti feriti.
Dopo gli attacchi è scattata
un’operazione delle forze di sicurezza egiziane con l’impiego di elicotteri. Stando sempre alle notizie
diffuse dalla Xinhua i militari
hanno ucciso «almeno 15 presunti
terroristi».
Sino a ora gli attacchi contro i
checkpoint non sono stati rivendicati. Da quando nel luglio del 2013
è stato destituito il presidente
Mohammed Mursi, espressione dei
Fratelli musulmani, le azioni dei
fondamentalisti si sono moltiplicate. Secondo le autorità del Cairo
almeno 500 tra poliziotti e soldati
dell’esercito sono stati uccisi in attentati e attacchi compiuti principalmente nel nord della penisola
del Sinai al confine con Israele.
stessa televisione del Qatar. Yassin
non ha escluso che i Paesi alleati
dell’Arabia Saudita nell’operazione
«Tempesta conclusiva» possano fare
ricorso a un intervento di terra contro i ribelli sciiti.
Intervistato dal sito web libico
«Al Wasat», il capo della diplomazia yemenita ha spiegato che
«l’operazione militare proseguirà sino a quando il presidente Abd
Rabbo Mansur Hadi non potrà ritornare a San’a per adempiere al
suo incarico e dopo il completo ritiro delle forze sciite huthi che hanno occupato la capitale e le sue istituzioni».
Il fronte sciita, al contrario, ha
celebrato la notizia dell’ingresso ad
Aden. «Possiamo affermare che dopo una settimana di bombardamenti sullo Yemen gli aggressori non
hanno raggiunto alcun risultato. Le
vittorie ad Aden oggi imbarazzano
e fanno tacere gli Stati aggressori»,
ha commentato il portavoce degli
huthi, Mohammad Abdulsalam.
L’avanzata degli huthi aggrava la
già precaria situazione umanitaria
nell’area, dove migliaia di civili restano bloccati nelle proprie abitazioni. Decine di persone in fuga sarebbero rimaste vittime dei violenti
combattimenti in corso.
Il segretario generale dell’O nu,
Ban Ki-moon, si è detto «molto
preoccupato» per le notizie di vittime civili a causa delle operazioni
militari in corso nello Yemen, e ha
ricordato che «tutte le parti coinvolte devono rispettare i loro obblighi derivanti dal diritto internazionale sulla protezione dei civili».
Inoltre, Ban Ki-moon ha riaffermato in una nota la sua «ferma convinzione della necessità di risolvere
il conflitto con mezzi pacifici», ricordando che gli ospedali e le altre
A PAGINA
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Ribelli huthi nelle zone occupate (Ansa)
strutture mediche hanno uno status
di protezione speciale ai sensi del
diritto internazionale.
Nel frattempo, presunti miliziani
di Al Qaeda nella penisola arabica
hanno attaccato la prigione di Mukalla, nel sud dello Yemen, liberando circa 300 detenuti, tra i quali alcuni membri della stessa organizzazione terroristica. Lo hanno reso
noto fonti della sicurezza precisando che gli assalitori, dopo l’attacco,
hanno fatto perdere le loro tracce. I
militanti di Al Qaeda hanno anche
attaccato alcuni edifici governativi
nella stessa città.
L’OSSERVATORE ROMANO
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venerdì 3 aprile 2015
Il premier ucraino Arseni Yatsenyuk
e il cancelliere tedesco Angela Merkel
alla conferenza stampa a Berlino (Ap)
Intervento della Santa Sede
Si avvicinano le scadenze dei rimborsi dei creditori
Un’agenda
per il sostegno dei Paesi
in via di sviluppo
Atene e Bruxelles
in attesa di un accordo
BRUXELLES, 2. L’accordo tra la Grecia e i partner Ue sulle riforme, in
cambio delle quali verrebbe sbloccata la tranche da 7,2 miliardi di
aiuti internazionali, appare sempre
più difficile. Non c’è più tempo e le
scadenze avanzano. Intanto il Governo del premier Tsipras ha aggiornato l’elenco delle riforme allo
studio: circolano voci su una lista
più dettagliata delle precedenti, che
prevede interventi per sei miliardi
di euro, come scrive il «Financial
Times», che pubblica il documento
in esclusiva. Il testo è composto da
26 pagine. Ma si tratta ancora di
ipotesi.
La sensazione che filtra dai palazzi di Bruxelles — dicono gli osservatori — non è buona: viene considerato «difficile» che entro la
prossima settimana sia raggiunto un
accordo con i creditori su un elenco
delle diciotto riforme del Governo
targato Syriza. Questo pomeriggio
è fissata una riunione dell’Eurogruppo a livello di sherpa. Le stesse
fonti hanno indicato che una lista
«completa e credibile» non c’è ancora sul tavolo e che le parti stanno
ancora negoziando sui contenuti
della lista. «C’è molto lavoro da fare ancora» dicono i tecnici. Secondo alcuni, l’ipotesi più verosimile è
che l’accordo definitivo possa essere
raggiunto a fine mese, il 24-25 a Riga dove si ritroveranno i ministri finanziari Ue per le riunioni informali di primavera. Nel frattempo Atene dovrà far fronte alle scadenze
nei pagamenti ai creditori internazionali.
Da Berlino, d’altra parte, non arrivano segnali incoraggianti. «Nella
migliore delle ipotesi, prevediamo
ci possa essere una qualche valutazione intermedia preliminare ma è
difficile prevedere come si svilupperanno le cose la prossima settimana» ha spiegato il portavoce delle
Finanze, Martin Jaeger. Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha dichiarato che l’Esecutivo di Berlino
farà tutto il possibile per evitare il
tracollo greco.
Per Atene, sulla carta, le prospettive non sono delle migliori. Il ministro greco degli Interni, Nikos
Voutzis, ha avvertito che il suo Paese non sarà in grado di rimborsare
al Fondo monetario internazionale
(Fmi) una tranche del debito da
450 milioni di euro. Parlando al settimanale tedesco «Der Spiegel»,
Nikos Voutzis, ha infatti affermato:
«Se entro il 9 aprile non riceveremo
niente dai creditori internazionali,
prima pagheremo stipendi, affitti e
pensioni qua in Grecia e preghiamo
i nostri partner all’estero di comprendere che non potremo pagare
puntualmente i 450 milioni di euro
dovuti al Fondo monetario internazionale». Bisognerà trovare un accordo «per posticipare il pagamento e scongiurare il default sul debito. Abbiamo denaro sufficiente fino
a metà aprile».
«Der Spiegel» afferma che il
mancato rispetto di questo pagamento all’Fmi da parte della Grecia
rappresenta «una chiara violazione
dello statuto del Fondo», mai avvenuta finora. «Da agosto non abbiamo più ricevuto un euro — ha detto
Voutzis — non esiste alcun Paese al
mondo che ripiana i debiti con
mezzi propri, senza accendere crediti». Voutzis ha aggiunto che il
rinvio del pagamento all’Fmi «deve
essere concordato affinché non ci
sia un default» e ha precisato che
«i soldi ci bastano fino ad aprile».
Ma se una prima parte della tranche non potrà arrivare prima di
maggio, serviranno altre fonti di finanziamento. «Vogliamo gli 1,9 miliardi di euro del Fondo di salvataggio delle banche che viene trattenuto da mesi» ha chiesto Voutzis.
Secondo il Governo greco, indica
ancora il settimanale tedesco, Atene
avrebbe pagato due volte per salvare le banche più piccole e adesso rivuole indietro i soldi. «E poi la
Grecia vorrebbe almeno una quota
minima dei fondi del programma di
finanziamenti della Bce», visto che
è al momento esclusa dal piano di
acquisto di titoli di Stato dei Paesi
membri dell’eurozona.
Rischio ambientale
nel golfo
del Messico
CITTÀ DEL MESSICO, 2. Rischio ambientale nel golfo del Messico. Un
violento incendio è scoppiato ieri
su
una
piattaforma
offshore
dell’azienda petrolifera statale messicana Pemex. Una persona è morta
e almeno altre 16 sono rimaste ferite, due delle quali in modo grave.
Altri trecento lavoratori sono stati
evacuati, mentre alcuni sembrerebbero dispersi. L’azienda ha deciso
di interrompere il flusso del greggio
per evitare disastri naturali.
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Incendio
nel sottosuolo
di Londra
LONDRA, 2. Momenti di paura
ieri nel centro di Londra, in una
zona del West End piena di uffici finanziari e rinomata per i
suoi teatri. Un fumo denso e nero e lingue di fuoco sono fuoriusciti dai tombini di Kingsway,
una importante e trafficata arteria nel centro della capitale britannica, a due passi dalla Bank
of England. Il fuoco, secondo i
pompieri, è stato scatenato da
un corto circuito che ha coinvolto i cablaggi sotterranei ma anche alcune tubature del gas. Non
ci sono state vittime, ma soltanto
tanta paura tra le decine di migliaia di persone che si trovavano nella zona, che pullula di uffici della comunità finanziaria.
Tanti i disagi per chi è rimasto
per ore intrappolato nel traffico.
In duemila sono stati fatti sgomberare dagli uffici dai pompieri,
che hanno fatto abbandonare anche i locali di un vicino complesso della London School of Economics e transennato una vasta
area normalmente molto trafficata. Sgomberati anche gli uffici
sullo Strand della Royal Court
of Justice, con magistrati e avvocati in toga e parrucca a invadere le strade e i bar, rimasti aperti
pur senza elettricità. Ed è stata
chiusa anche una stazione della
metropolitana, con disagi non
indifferenti per i pendolari.
Pubblichiamo la traduzione italiana
dell’intervento pronunciato il 24 marzo 2015 dall’arcivescovo Bernardito
Auza, Nunzio Apostolico, Osservatore
Permanente della Santa Sede, ai negoziati intergovernativi delle Nazioni
Unite sull’agenda di sviluppo post2015.
Lo ha promesso il premier al cancelliere tedesco
Impegno
di Kiev sulle riforme
BERLINO, 2. Dialogo con la Germania per la stabilizzazione ucraina. Il
premier ucraino, Arseni Yatsenyuk,
ha sottolineato ieri gli sforzi di
Kiev sulle riforme, «che sono difficili», e il desiderio del suo Paese
«di avvicinarsi all’Europa, non a
parole, ma con i fatti». Yatsenyuk si
è recato ieri a Berlino per incontrare il cancelliere tedesco, Angela
Merkel.
«In Ucraina la situazione dal
punto di vista del confronto militare è più tranquilla, ma la tregua
non è stata rispettata completamente» ha sottolineato Merkel, aggiungendo che «Francia e Germania
continueranno ad accompagnare il
processo per arrivare alla realizzazione del pacchetto delle misure
concordate».
A chi gli ha chiesto delle divergenze con il presidente Petro Poroshenko, Yatsenyuk ha risposto che
«il presidente e il premier sono uniti sul fatto che l’Ucraina combatte
per la propria indipendenza, sul
fatto che la Russia l'ha aggredita,
sul fatto che le misure concordate
vanno rispettate da parte di Mosca». Il primo ministro ha rivendicato ancora una volta l’integrità territoriale del suo Paese e ha fatto sapere che il suo Governo sarebbe favorevole a elezioni nelle aree
dell’est controllate dai filorussi in
tempi brevi. Sono tuttavia molte le
difficoltà di una campagna elettorale nelle circostanze attuali.
Intanto, il presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha dichiarato ieri
che per risolvere il conflitto nel
sud-est del Paese è necessario «l’invio di una missione di forze di pace
sotto l’egida delle Nazioni Unite».
Una linea condivisa anche dal capo
di Stato bielorusso, Alexandr Lukashenko, secondo cui gli Stati Uniti
dovrebbero essere coinvolti nel processo di pace perché senza di loro
«non è possibile la stabilità» nel
Paese. «Non so — ha detto Lukashenko — cosa gli americani vogliono qui, in Europa orientale, e in
particolar modo in Ucraina, ma se
vogliono pace e stabilità devono
immediatamente partecipare al processo di pace».
Sul piano energetico, Kiev e Mosca dovrebbero siglare entro il 14
aprile un memorandum sulle forniture di gas russo all’Ucraina che sarà valido fino alla primavera del
prossimo anno. Lo ha detto ieri il
ministro dell’Energia ucraino, Volodimir Demcishin, precisando che
l’accordo dovrebbe essere raggiunto
nel corso di trattative con Russia e
Unione europea il 13 e 14 aprile. Le
forniture di gas dalla Russia all’Ue
via Ucraina sono normali, ha precisato un portavoce della Commissione europea. Martedì scorso è scaduto il pacchetto invernale per le
forniture di gas naturale, siglato lo
scorso ottobre fra Mosca e Kiev
con la mediazione dell’Unione europea. Nell’ultimo incontro trilaterale tenutosi a Bruxelles lo scorso
20 marzo è stato discusso il pacchetto estivo per sostituire l’accordo
invernale.
Signori Co-facilitatori,
Grazie per aver convocato questa
sessione. La mia Delegazione sostiene questo processo trasparente e
inclusivo di negoziato intergovernativo e ci complimentiamo con entrambi per la leadership svolta durante tutto il processo. La mia Delegazione desidera anche ringraziare
il Presidente della Commissione
statistica delle Nazioni Unite la sua
presentazione sugli indicatori preliminari.
Per quanto riguarda il tema di
questa sessione, la mia Delegazione
desidera fare alcuni commenti iniziali.
Anzitutto, la mia Delegazione
apprezza la natura ambiziosa e impegnativa degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Allo stesso tempo
siamo convinti della necessità di
avere un’agenda di sviluppo post2015 trasformativa e orientata
all’azione. Inoltre, gli obiettivi di
sviluppo sostenibile devono integrare in modo equilibrato i tre pilastri
dello sviluppo sostenibile — lo sviluppo economico, sociale e ambientale — focalizzandosi in modo omnicomprensivo sullo sradicamento
della povertà e sulla realizzazione di
una vita di dignità per tutti. È imperativo che gli obiettivi di sviluppo
sostenibile si concentrino maggiormente sui bisogni dei Paesi più vulnerabili, ovvero i Paesi meno svi-
In Spagna dopo il varo della nuova legge
Confronto
sull’immigrazione
BRUXELLES, 2. Tra Spagna e
Commissione Ue è iniziato un
confronto serrato sulla questione
immigrazione.
«La Commissione prende nota
della legge recentemente adottata
dalla Spagna e valuterà con attenzione la sua compatibilità con la
normativa comunitaria e come sarà attuata» ha dichiarato ieri il
portavoce
della
Commissione
europea.
La legge sui migranti, entrata in
vigore ieri in Spagna, introduce
tra l’altro la possibilità del cosiddetto “rifiuto alla frontiera”. I mi-
granti intercettati sulle barriere
frontaliere di Ceuta e Melilla potranno perciò essere immediatamente rimandati in territorio marocchino, senza previa identificazione.
La Commissione «è attualmente
impegnata in un dialogo con la
Spagna per affrontare la situazione a Ceuta e Melilla» ha
spiegato il portavoce, che ha anche ricordato che il commissario
Ue all’Immigrazione, Dimitris
Avramopoulos, sta pianificando di
compiere a breve una visita nella
capitale spagnola.
luppati, i Paesi in via di sviluppo
senza sbocchi sul mare e i piccoli
Stati insulari in via di sviluppo, con
un’attenzione particolare ai settori
della loro popolazione in cui la povertà è più pervasiva, alle regioni in
cui i conflitti armati continuano a
impedire perfino la realizzazione
degli obiettivi di sviluppo del millennio — e, di fatto, a causare anche
un’ulteriore regressione verso il sottosviluppo — e alle zone più colpite
dai disastri naturali.
In secondo luogo, la mia Delegazione è pienamente consapevole
che gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono un pacchetto preparato
con attenzione e determinazione
per rispondere ai desideri delle parti interessate. Per questo la mia delegazione non sostiene la valutazione tecnica dei fini e degli obiettivi,
poiché questo potrebbe portare alla
riapertura e alla rinegoziazione di
ciò che è già un accordo politicamente equilibrato accettabile dalla
grande maggioranza delle parti in
causa.
In terzo luogo, ci aspettiamo di
vedere risultati e progressi significativi se gli obiettivi di sviluppo sostenibile vengono attuati. Tali risultati e progressi dovrebbero essere
accertati e verificati in base a indicatori concordati dalle stesse parti
interessate.
Pertanto, la mia Delegazione
prende atto del lavoro della Commissione statistica delle Nazioni
Unite nel fornire una lista preliminare di indicatori per i fini e gli
obiettivi di sviluppo sostenibile.
Inoltre, sottolineiamo che lo sviluppo di indicatori basati sulle prove
deve proseguire in maniera aperta e
trasparente ed essere guidato dagli
Stati membri. Tali indicatori non
devono sconvolgere l’equilibrio politico degli obiettivi di sviluppo sostenibile, né servire per imporre
idee o ideologie che non trovano
consenso negli esiti del gruppo di
lavoro aperto (OWGs).
A tale riguardo, la mia Delegazione desidera rilevare che alcuni fini e obiettivi vengono compresi in
modo diverso in contesti culturali e
religiosi differenti e quindi si tradurranno in maniera differente nelle politiche e nelle legislazioni nazionali. Riteniamo che gli indicatori
debbano tener conto di tali differenze ed essere elaborati in un modo che permetta ai Paesi di accertare i propri risultati in una maniera
che rispecchi e rispetti i loro valori
nazionali e sia coerente con le loro
politiche e legislazioni nazionali.
Infine, la mia Delegazione è fermamente convinta che gli indicatori
dovrebbero essere globali, pur tenendo conto delle specificità nazionali e regionali, specialmente delle
diverse capacità. Gli indicatori non
possono essere dati irrealistici che
solo — o nemmeno — i Paesi sviluppati sono in grado di realizzare.
Grazie.
Scomparso elicottero
nei soccorsi agli alluvionati del Cile
SANTIAGO, 2. Si aggrava il bilancio
dell’ondata di maltempo che ha
colpito la settimana scorsa il nord
del Cile. Secondo l’ultimo bollettino diffuso dall’Ufficio nazionale di
emergenze, le forti piogge cadute
sulle regioni di Atacama, Antofagasta e Coquimbo hanno provocato
almeno ventitré morti, oltre sessanta
dispersi e più di ventiduemila sinistrati. L’esercito cileno ha cominciato a fornire assistenza alimentare
d’urgenza per le popolazioni colpite dal disastro naturale, come aveva
annunciato la presidente, Michelle
GIOVANNI MARIA VIAN
direttore responsabile
Giuseppe Fiorentino
vicedirettore
Piero Di Domenicantonio
Bachelet, che, a causa della situazione nel nord del Paese, non parteciperà al prossimo Vertice delle
Americhe, in programma a Panamá
il 10 e 11 aprile. E nella notte, un
elicottero che partecipava alle operazioni di soccorso è scomparso
senza lasciare tracce: lo ha reso noto oggi l’Aeronautica cilena. Sul velivolo, un Bell 206 dell’azienda
Aguas Chañar, viaggiavano quattro
persone, compreso il pilota Pedro
Pablo Aldunate, che è il marito di
María Isabel Bachelet, cugina della
presidente.
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caporedattore
Gaetano Vallini
segretario di redazione
Tragico
naufragio
in Russia
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MOSCA, 2. Almeno 54 persone sono
morte e una quindicina di marinai
risultano dispersi nell’affondamento, ieri, di un peschereccio russo
con equipaggio multinazionale nel
mare di Ochotsk, al largo della penisola della Kamciatka. «Sono state
tirate fuori dall’acqua 106 persone,
52 delle quali ancora in vita. Sul
luogo dell’incidente stanno operando 26 imbarcazioni», ha detto un
rappresentante del ministero delle
Emergenze russo.
Migranti fermati dalla polizia a Melilla (Ap)
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Credito Valtellinese
L’OSSERVATORE ROMANO
venerdì 3 aprile 2015
pagina 3
Morti, feriti e numerosi studenti cristiani in ostaggio dei terroristi
Al Shabaab attacca
un’università kenyana
Offensive
dell’Is
alla periferia
di Damasco
DAMASCO, 2. Mentre perdono terreno in Iraq, i miliziani del cosiddetto Stato islamico (Is) tentano
nuove offensive in Siria. Una di
queste li ha condotti ieri a pochi
chilometri dal centro di Damasco
e ha permesso loro di occupare
gran parte del quartiere periferico
di Yarmuk, da molti anni trasformato in un campo profughi palestinese. In questi anni di conflitto,
a Yarmuk si erano consolidate le
basi dei ribelli contro il Governo
del presidente siriano Bashar Al
Assad e le stesse fazioni palestinesi si erano divise tra sostenitori e
avversari di quest’ultimo.
La vicenda, comunque, conferma la complessità della situazione
in Siria, dove le diverse formazioni ribelli combattono tra loro oltre
che contro le forze governative.
A fronteggiare a Yarmuk i miliziani jihadisti dell’Is — che oggi si
starebbero comunque ritirando,
secondo l’emittente Al Jazeera —
sono infatti impegnati quelli di
Aknaf Bayt Al Maqde, una fazione palestinese alleata del gruppo
islamista Fronte Al Nusra e avversaria del Governo di Al Assad.
L’attacco dell’Is è giunto inatteso per molti osservatori, anche se
fonti a Yarmuk del Fronte popolare per la liberazione della Palestina — organizzazione vicina invece
all’Autorità palestinese e sostenuta
dal Governo siriano — hanno sostenuto che i miliziani jihadisti sono entrati a Yarmuk dal vicino
quartiere di Hajar Aswad, dove
avevano organizzato da mesi proprie basi.
Nelle stesse ore, la Giordania,
uno dei Paesi impegnati nella coalizione internazionale contro l’Is
guidata dagli Stati Uniti, ha chiuso l’ultimo posto di frontiera ancora aperto con la Siria, quello di
Nasib, dopo un attacco sferrato
da formazioni del Fronte Al Nusra con un bombardamento di
mortai. Le forze governative siriane hanno risposto subito al fuoco,
impegnando anche elicotteri da
combattimento. Sull’esito dello
scontro le notizie sono ancora incerte, anche se fonti dell’opposizione siriana in esilio hanno sostenuto che Al Nusra ha preso possesso di Nasib. Questo equivarrebbe per il gruppo islamista a
controllare praticamente tutta la
frontiera con la Giordania, perché
già da tempo hanno nelle loro
mani il passaggio di Ramtha.
NAIROBI, 2. Almeno quindici persone, in massima parte studenti, sono
state uccise e una sessantina sono
state ferite nell’assalto sferrato questa mattina nel campus dell’università di Garissa, nell’est del Kenya.
L’attacco è stato rivendicato dalle
milizie islamiche di Al Shabaab, che
già in passato avevano compiuto
violenze nell’area e più in generale
in Kenya. Gli assalitori, al momento
in cui andiamo in stampa, tengono
in ostaggio numerosi studenti, quelli
di religione cristiana, dopo averne
rilasciati una quindicina di religione
islamica.
La circostanza conferma una progressiva radicalizzazione in senso
fondamentalista di Al Shabaab. Ol-
tre alla Somalia, il Kenya è il loro
principale bersaglio da quando il
Governo di Nairobi inviò contro il
gruppo truppe in territorio somalo,
impegnate prima in un’operazione
autonoma
e
poi
inquadrate
nell’Amisom, la missione dell’Unione africana in Somalia. Proprio le
truppe kenyane, la loro marina e la
loro aviazione, furono determinanti
per scacciare Al Shabaab da Chisimaio, seconda città e secondo porto
del Paese che avevano controllato
per anni. All’epoca in molti diedero
le milizie islamiche per definitivamente sconfitte, ma gli eventi successivi hanno dimostrato come Al
Shabaab abbia mantenuto intatta la
sua capacità di colpire, sia con azio-
Dopo dieci mesi in Thailandia
Revocata
la legge marziale
Forze di polizia dislocate fuori dall’ateneo attaccato (Ap)
Un’altra città nigeriana strappata alle milizie jihadiste
Buhari promette la sconfitta di Boko Haram
Il premier thailandese Prayuth Chan-ocha (Ansa)
BANGKOK, 2. La giunta militare al
potere in Thailandia ha revocato la
legge marziale in vigore dallo scorso maggio. Lo ha annunciato ieri
sera in un discorso televisivo il premier, generale Prayuth Chan-ocha,
comunicando il nulla osta del re,
Bhumibol Adulyadej, al provvedimento, che ha effetto immediato.
La legge marziale sarà però sostituita da una norma potenzialmente
ancora più severa, ossia l’articolo
44 della Costituzione in via di preparazione, che, secondo molti analisti, concentra sul primo ministro
tutti i poteri, assolvendolo da qualsiasi responsabilità legale.
L’articolo 44 della nuova Costituzione ad interim, redatta da una
commissione nominata dai generali
che hanno preso il potere con il
golpe dello scorso 22 maggio, consiste di un singolo paragrafo che,
in sostanza, concede al leader della
giunta militare di scavalcare qualsiasi ramo del Governo, in nome
della sicurezza nazionale.
Il ricorso a tale norma, indicano
gli osservatori, conferma una tendenza alla centralizzazione dei poteri nelle mani del generale
Prayuth, che continua a motivare
le sue scelte con la necessità di garantire stabilità e giungere alla riconciliazione nazionale, dopo un
decennio di divisioni politiche condite da manifestazioni di piazza di
opposti campi politici.
Uccisa una donna armata che si accingeva ad assaltare il comando di polizia
Ancora terrore a Istanbul
ANKARA, 2. All’indomani del tragico
sequestro del magistrato Mehmet
Selim Kiraz, finito nel sangue, la situazione rimane incandescente in
Turchia con un nuovo attacco armato stavolta contro la questura di
Istanbul. Una donna, che pare indossasse un giubbotto esplosivo, è
stata uccisa ieri e un altro assalitore
è fuggito, ma poco dopo è stato catturato. A due mesi dalle cruciali politiche del 7 giugno, in meno di 48
ore il Paese sembra essere precipitato
in una improvvisa e pericolosa spirale di violenza. Ieri mentre sulla
sponda europea di Istanbul si svolgevano con il premier Ahmet Davutoğlu i funerali del magistrato ucciso
con i due sequestratori nel blitz delle teste di cuoio, sulla sponda asiatica un uomo armato ha preso d’assalto una sede del partito islamico Akp.
L’uomo è stato poi arrestato.
ni militari sia con il ricorso al terrorismo, in patria come fuori dai confini, appunto soprattutto in Kenya.
L’attacco all’università di Garissa
è stato sferrato questa mattina presto
dai miliziani di Al Shabaab — da
cinque a dieci stando alle testimonianze degli ostaggi rilasciati — sembra una decina, entrati nella moschea del campus nascondendosi tra
i fedeli della preghiera mattutina.
Fonti governative affermano che i
militari hanno messo in sicurezza tre
dei quattro edifici dove sono ospitati
gli studenti. Gli assalitori sarebbero
quindi asserragliati con un numero
non precisato di ostaggi, nel quarto
edificio.
L’attacco all’università di Garissa
arriva dopo che una settimana fa era
stato diffuso dall’intelligence un allarme su possibili azioni terroristiche
contro università. Ma le misure di
sicurezza erano state adottate principalmente in tre atenei di Nairobi, la
Kenyatta University, l’University of
Nairobi, e l’United States International University.
ABUJA, 2. Il presidente eletto della
Nigeria, Muhammadu Buhari, ha
confermato la determinazione a
sconfiggere Boko Haram, il gruppo
jihadista responsabile da oltre cinque anni a questa parte di sistematiche e sempre più feroci violenze che
hanno provocato migliaia di morti
tra la popolazione civile, soprattutto
nel nord-est del Paese. «Vi posso assicurare che Boko Haram si misurerà rapidamente con la forza della
nostra volontà collettiva e dell’impegno comune per liberare la Nazione
dal terrore e riportare la pace. Nessuno sforzo sarà risparmiato per
sconfiggere il terrorismo», ha detto
Buhari in un discorso pronunciato
ieri sera nella capitale federale Abuja, dopo aver ricevuto dalla commissione elettorale la certificazione della
sua vittoria alle urne.
Poche ore prima, truppe del Ciad
e del Niger impegnate nella missione africana inviata a sostegno
dell’esercito
nigeriano,
avevano
strappato la città di Malam Fatori ai
miliziani di Boko Haram che la controllavano da mesi, secondo quanto
annunciato dal presidente nigerino,
Mahamadou Issoufou. Dall’inizio
dell’offensiva a marzo della forza
africana, alla quale forniscono contingenti anche Benin e Camerun, sono state riconquistate trentasei località occupate da Boko Haram nel
nord-est della Nigeria.
Ciò nonostante, appare ancora la
strada per arrivare alla definitiva
sconfitta del gruppo jihadista. A
Sanguinoso
attentato
in Afghanistan
KABUL, 2. È di almeno 17 morti e 61
feriti il bilancio di un attacco sferrato ieri da un attentatore suicida a
Khost City, nell’Afghanistan orientale. Lo riferiscono fonti della polizia
locale. L’attacco — ha spiegato il vicegovernatore della provincia di
Khost, Abdul Wahid Pathan — è
stato messo a segno «durante una
protesta di alcuni manifestanti contro il governatore». I dimostranti si
erano riuniti nei pressi della residenza del governatore accusato di corruzione. Nell’attentato, ha aggiunto
Pathan, «è rimasto ferito Homayoun
Homayoun, capo della commissione
Difesa del Parlamento».
Nel frattempo, le autorità di Kabul hanno annunciato che le elezioni legislative afghane non si svolgeranno come previsto quest’anno, ma
nel 2016.
questo scopo — e più in generale per
ricostruire la pace nel Paese — Buhari ha chiesto al rivale sconfitto, il
presidente uscente Goodluck Jonathan, di «dimenticare le vecchie battaglie e contenziosi del passato». In
merito, il presidente eletto ha sottolineato la necessità di mettere da
parte le rivalità politiche, dopo una
campagna particolarmente accesa, e
ha promesso di formare un Governo
«di tutti i nigeriani». Un riferimento
che gran parte degli osservatori attribuiscono in particolare al supera-
La Croce rossa
sospende
l’invio di aiuti
nel nord Mali
BAMAKO, 2. Il Comitato internazionale della Croce rossa
(Cicr) ha deciso di sospendere
gli spostamenti dei suoi operatori nel nord del Mali dopo
l’attacco di martedì scorso nei
pressi di Gao e nel quale è stato ucciso uno di loro e un altro è stato ferito. «Aspettiamo
di vedere più chiaro in questa
storia. Ci prenderemo il tempo
di analizzare quel che è successo e capire perché la Croce
rossa è stata fatta oggetto di
un attacco simile e ne trarremo
le conseguenze», ha spiegato
ieri Valery Mbaoh Nana, portavoce del Cicr nella capitale
maliana Bamako.
L’attacco, sferrato contro un
automezzo del Cicr diretto in
Niger per fare scorta di medicinali era stato attribuito da
diverse fonti al Movimento per
l’unicità e il jihad in Africa occidentale (Mujao), uno dei
gruppi islamisti presenti nel
nord del Mali e contro i quali
la Francia aveva deciso un intervento armato a fine 2012.
L’episodio offre un’ennesima conferma di come la pace
sia ancora lontana dalla regione a oltre tre anni dall’intervento delle forze francesi, dal
successivo dispiegamento dei
caschi blu e dalla dichiarata fine della transizione con l’elezione nell’estate del 2013 di
Ibrahim Boubacar Keïta alla
presidenza della Repubblica. Il
nord del Mali resta infatti nella morsa delle violenze, mentre
sul piano politico non si arriva
ancora all’accordo tra le forze
tuareg e arabe della regione e
le nuove autorità di Bamako.
mento della tradizionale contrapposizione tra il nord della nigeria a
maggioranza musulmana e il sud a
maggioranza cristiana.
Tra le priorità della sua presidenza, alla quale s’insedierà il 29 maggio, Buhari ha ribadito la lotta alla
corruzione, aggiungendo che «nessuno sarà considerato al di sopra
della legge». Dopo la sfida costituita da Boko Haram, tra i temi cruciali della campagna elettorale c’era
stata proprio la corruzione.
La vittoria di Buhari e dell’All
Progressive Congress, la coalizione
d’opposizione che lo ha candidato,
mette fine a sedici anni di governo
del People’s Democratic Party, che
ha guidato il Paese, da ultimo con
Jonathan, dopo la caduta nel 1999
della dittatura militare andata al potere nel 1983 con un colpo di Stato
guidato proprio da Buhari.
Questi trascorsi avevano suscitato
dubbi sul nuovo presidente, ma la
gran parte degli osservatori e dei
rappresentanti delle organizzazione
della società civile e delle comunità
religiose sottolineano che ormai le
condizioni sono profondamente mutate. In questo senso si è espresso,
tra gli altri, il cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di
Abuja, in un’intervista alla Misna,
sottolineando che per la prima volta
il risultato elettorale è stato pacificamente accettato dallo sconfitto.
«Abbiamo dimostrato al mondo di
aver abbracciato la democrazia e lasciato alle spalle il sistema del partito unico», aggiungendo che le elezioni sono state organizzate bene.
Quanto a Buhari, secondo il cardinale «è giusto ricordare che negli
anni ’80 fu un dittatore militare, ma
ora lo scenario è cambiato. Abbiamo
un sistema di governo civile e democratico. Come si comporterà ora il
nuovo presidente è presto per dirlo,
lo vedremo. La mia preghiera è che
sappia affrontare i gravi problemi
della Nigeria, impegnandosi per la
pace, l’unità e l’armonia del Paese».
In particolare, per il musulmano
Buhari «sarà una grande sfida quella
dell’armonia religiosa. Il presidente
dovrà mantenere la promessa di riconoscere l’importanza per la Nigeria di tanti cristiani devoti e di lavorare insieme con loro».
La sostanziale regolarità delle elezioni nigeriane e soprattutto l’accettazione pacifica del risultato da parte dei contendenti sono state sottolineate anche da diversi soggetti internazionali. Lo ha fatto, tra gli altri, il
presidente degli Stati Uniti, Barack
Obama, che ieri ha telefonato sia a
Buhari sia a Jonathan. La Casa
Bianca ha comunicato che il presidente si è congratulato per l’atteggiamento assunto nel primo trasferimento di poteri avviato in modo democratico e pacifico nel Paese africano.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
venerdì 3 aprile 2015
Paul Gauguin,
«Gesù nell’orto degli ulivi» (1889)
Riti e tradizioni della Pasqua ebraica
Passando oltre
di ZION EVRONY*
l 4 aprile, quindicesimo
giorno del mese ebraico di
Nisan, per otto giorni, gli
ebrei di tutto il mondo celebrano Pesach, la Pasqua,
così ricordando la liberazione del
popolo ebraico dalla schiavitù sotto il faraone nell’antico Egitto. I
primi due giorni e gli ultimi due
sono festività a tutti gli effetti, lavorare è proibito insieme ad altre
attività, ma cucinare è permesso se
non è sabato. Durante i quattro
giorni di mezzo, cioè i chol hamoed
o “giorni di mezza festa”, molte
attività, incluso il lavoro indifferibile, sono permesse.
«In quella notte io passerò per
il paese d’Egitto e colpirò ogni
primogenito nel paese d’Egitto,
uomo o bestia; così farò giustizia
di tutti gli dei dell’Egitto. Io sono
il Signore! Il sangue sulle vostre
case sarà il segno che voi siete
dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio, quando io colpirò
il paese d’Egitto» (Esodo 12, 1213).
Dopo centinaia di anni di
schiavitù, Dio mandò Mosè dal
faraone per chiedere la liberazione
del popolo ebraico. In seguito al
rifiuto del faraone, Dio colpì
l’Egitto con dieci piaghe, devastandone la terra e distruggendone le coltivazioni e il bestiame.
Come ultima piaga, Dio uccise
tutti i primogeniti d’Egitto, «passando oltre» (da qui Pesach, “passaggio oltre”) i bambini ebrei e risparmiando le loro vite. Il faraone
finalmente si arrese, lasciando
Mosè e il popolo ebraico liberi di
lasciare l’Egitto e intraprendere un
lungo viaggio che li avrebbe portati alla Terra Promessa.
Anticamente, quando esisteva il
tempio di Gerusalemme, la celebrazione di Pesach era basata sul
pellegrinaggio collettivo a Gerusalemme, l’offerta dell’agnello pasquale il pomeriggio del 14 di Nisan e la sua consumazione al termine di una cena collettiva la sera
del 15. Da quando è stato distrutto il tempio, il sacrificio pasquale
non è più presentabile e i riti che
si svolgono lo ricordano. La storia
della liberazione è raccontata durante la prima sera di Pesach (quest’anno venerdì 3) e letta dal libro
di preghiere Haggadah consumando particolari cibi in uno specifico
ordine o Seder.
Il Seder di Pesach è composto
da sette cibi, ognuno dei quali
simboleggia parte della storia degli schiavi ebrei liberati dalla
schiavitù. Le erbe amare o Maror
stanno per l’amarezza della schiavitù; la Zeròah o zampa d’agnello
arrosto simboleggia il sacrificio
che gli ebrei hanno compiuto nel
fuggire dall’Egitto; la Betzàh, l’uovo bollito, rappresenta un’altra offerta sacrificale dei giorni del secondo tempio; il Charòset (un mix
di noci, mele e vino) simboleggia
la malta che gli schiavi ebrei utilizzavano nel fare i mattoni; il
Karpàs (una verdura, di solito il
sedano) sta per la freschezza della
primavera; il Chazèret è un’altra
erba amara che simboleggia
l’asprezza della schiavitù, ed è in
alcune tradizioni rappresentata
dalla lattuga; tre Matzàh, cioè i
pani azzimi, sono posti al centro
del piatto del Seder. Alcuni cibi
sono accompagnati da acqua salata o aceto, che rappresentano le
lacrime e il sudore della schiavitù.
Vengono consumati anche quattro bicchieri di vino che simboleggiano le quattro promesse bibliche
di redenzione: «Vi sottrarrò ai gravami degli Egiziani, vi libererò
dalla loro schiavitù e vi libererò
con braccio teso e con grandi castighi. Io vi prenderò come mio
popolo e diventerò il vostro Dio»
(Esodo 6, 6-5). Il Seder viene ripetuto anche durante la seconda sera di Pesach.
La cerimonia del Seder si concentra molto sul ruolo dei bambi-
I
ni. Il bambino più piccolo della
famiglia è di solito colui (o colei)
che farà domande sul significato
del Seder, dando spunto per un
dibattito sui valori di questa tradizione. Il bambino canta le quattro
domande o Mah Nishtana: «Perché questa notte è diversa da tutte
le altre notti?» è la prima domanda, e continua: «Perché le altre sere mangiamo sia il chamètz (cibo
lievitato) che la matzàh e stasera
mangiamo solo la matzàh?». «Perché le altre sere mangiamo molte
verdure e stasera solo il maror?».
Gli adulti rispondono con versi
dell’Haggadah, dove è sottolineato
che «più si parla dell’Esodo
dall’Egitto, più si è degni di
lode».
«Il quindicesimo giorno sarà la
festa dei Pani azzimi in onore del
Signore; per sette giorni mangerete pane senza lievito» (Levitico 23,
5-8). Il Chamètz, il cibo lievitato, è
assolutamente proibito durante la
Pesach, e, prima che le celebrazioni comincino, ogni traccia di cibo
lievitato deve essere eliminata dalla casa. La Matzàh e altri cibi non
lievitati sostituiscono il Chamètz,
ricordando il fatto che gli schiavi
ebrei fuggirono così di fretta
dall’Egitto che non ebbero il tempo di far lievitare il pane.
Diverse tradizioni caratterizzano le celebrazioni di Pesach nel
mondo. In alcune comunità, ad
esempio, il piatto del Seder è posto sulla testa di un bambino che
sfila davanti a tutti, prima di consumare il pasto. I piatti tipici del
Seder italiano sono spesso una
combinazione di tradizione ebraica e italiana, dunque si mangia lasagna matzoh, “carciofi alla giudia”
e carne secca. Gli ebrei ashkenaziti (di origine tedesca) si astengono
anche dal consumo di riso, mais,
legumi, mentre la maggioranza
degli ebrei sefarditi (di origine
spagnola) e quelli italiani non osservano questi rigori. Vi sono differenze anche nella successione
delle recitazioni delle preghiere
durante il Seder. In Israele le celebrazioni della Pesach durano 7
giorni invece di 8, secondo l’originaria regola biblica.
Ovunque essa sia celebrata, la
Pesach rimane un’occasione per gli
ebrei di tutto il mondo per riunirsi con le proprie famiglie, ricordando la conquista della libertà
del popolo ebraico, trasmettendo
la memoria alle giovani generazioni e celebrandola con deliziose
pietanze.
Gesù nell’orto degli ulivi
La battaglia nascosta
già rivolto insistentemente ai discepoli come a tutti nel capitolo 13 e il
ricordo di quell’esortazione fa impallidire ancora di più i volti di questi tre che, invece, sono addormentati tutte e tre le volte in cui Gesù va
loro incontro (versetti 37, 40 e 41; richiamo al capitolo 13 sarà anche, tra
breve, il riferimento al canto del gallo, cfr. 13,35). Essi dovevano restare
e vegliare, ma ne sembrano incapaci.
Gesù suggerisce un altro sostegno
alla debolezza della carne, la preghiera (versetto 34), e, consapevole
del conflitto che egli stesso sta vivendo tra uno spirito pronto e una
carne debole, ritorna a pregare.
Ma i discepoli dormono. È chiaro
che la tentazione che colpisce i discepoli va ben oltre una debolezza
fisica: Marco dà una spiegazione di
questo sonno con una delle sue tipiche frasi-commento: «I loro occhi,
infatti, erano appesantiti» (versetto
40). Quale pesantezza può farti tenere gli occhi chiusi mentre il tuo
maestro e signore sta soffrendo atrocemente? Fino a che punto la stanchezza fisica può essere davvero un
alibi per un tale disinteresse? Con
un altro commento il narratore aveva già spiegato un fallimento dei discepoli nella sezione dei pani, in 6,
52: lì era il cuore indurito, qui sono
gli occhi pesanti ad impedire un discepolato degno del proprio maestro.
I discepoli, qui, sono ciechi a ciò
che essenzialmente accade al Getse-
solo Gesù aveva assicurato a Giacomo e Giovanni che avrebbero bevuto il suo stesso calice (10, 38-39), alludendo così alla partecipazione alle
sue sofferenze, ma aveva anche passato il calice (14, 23-24) del suo vino/sangue perché tutti condividessero gratuitamente il suo destino. Ora,
invece, Gesù vuole prendere le distanze da questo calice, lo rifiuta: la
tensione è altissima, la battaglia
atroce. L’ora, dunque, da allontanare — la medesima che dirà essere
giunta in 14, 41 —, è quella di bere
lui stesso il calice. Per entrambi gli elementi (calice
e ora), Gesù prega che siano allontanati, portati via
da lui.
Sia l’uno sia l’altra, dunque, sono cifra della soffeMarco parla molto raramente
renza a cui Gesù va inconPubblichiamo uno stralcio del
tro, ma di una sofferenza
della situazione emotiva
commento di Annalisa Guida a
in cui si gioca la sua stessa
Marco, pubblicato nel libro I
o psicologica dei suoi personaggi
identità come messia e, in
Vangeli tradotti e commentati da
lui, di Dio come Padre.
L’eccezione in questo punto
quattro bibliste (Roma, Àncora
Dio potrebbe accontentare
Editrice, 2015, pagine 1900, euro
amplifica il dramma
Gesù: il Gesù marciano a
46,75). Sul giornale del 2 aprile
più riprese ha insegnato ai
abbiamo pubblicato un analogo
suoi discepoli che tutto è
brano di Rosalba Manes su
possibile a Dio e a chi crerivelazione esclusiva al lettore di un
Matteo.
de
in
lui.
Eppure
non
è
rapporto unico che riemergerà
questa la direzione che
nell’appello drammatico alla croce.
prende il racconto; la moLa preghiera di Gesù, la sua angodalità si sposta dal potere
sciosa richiesta, nel Getsemani è acvolere, già nella stessa preghiera di mani, e che invece il lettore, come
compagnata dell’inerme sonno dei
Gesù: «Tutto è possibile a te (...). unico testimone e partner di Gesù,
suoi discepoli, i tre più intimi, quelli
Però non ciò che voglio io, ma ciò percepisce, ossia che quella preghiedei momenti più solenni: per ben
che vuoi tu». Sarà necessario, per il ra è una specie di finestra sul segretre volte Gesù tornerà da loro per
personaggio Gesù e per l’ingresso ti- to della figliolanza divina di Gesù e
trovarli addormentati (triplice ritormido ma più consapevole del lettore del rapporto specialissimo con il Pano e constatazione motivano la sudnel mistero degli eventi della passio- dre suo. Gesù, dunque, realizza la
divisione delle scene nei versetti 32ne, che questa preghiera venga ripe- propria figliolanza divina mentre i
38; 39-40; 41-42; questo micro-ractuta: ciò sarà fatto, già al versetto discepoli falliscono nel realizzare il
conto è un tipico esempio marciano
39, con le stesse parole e anche nei loro discepolato. Senza dubbio,
di scena tripartita). Si anticipa, così,
versetti 40-41, sebbene omessa, sem- dunque, il Getsemani è un climax,
il contrasto tra gli atteggiamenti di
bra implicito che la sequenza “pre- momento decisivo della story-line seGesù e Pietro ai rispettivi interrogaghiera personale-esortazione ai diquela dei discepoli. Gesù aveva già
tori (14, 53-72).
scepoli” si ripeta; non c’è bisogno,
provato numerose volte ad aprire gli
La scena al Getsemani è un proalla terza volta, di ribadirlo esplicitagressivo e drammatico isolamento
mente. Piuttosto Marco sente il bi- occhi ai suoi: a Betsàida e a Gerico,
del personaggio di Gesù dai suoi acsogno di insistere su un altro aspet- attraverso le guarigioni fisiche di
due ciechi che incastonano l’insecompagnatori: in 14,32 Gesù è con i
to: il sonno dei discepoli.
discepoli; in 14,34-35 Pietro, Giaco*Ambasciatore di Israele
Gesù li aveva esortati a restare e gnamento di Gesù sulla croce, e qui,
vegliare. L’invito a vegliare era stato nel cuore della passione, con vari
presso la Santa Sede
mo e Giovanni; in 14,35-36 solo. Il
tentativi (cfr. le varie predizioni).
Ma tutti sono destinati al fallimento: qui, nel Getsemani, essi non riescono neanche a tenere gli occhi
aperti. Si realizza, dunque, la profezia di Isaia, 6, 9-10, da Marco, 4 in
Pilato tra Anatole France e Joseph Ratzinger
poi sta funzionando quasi da programma narrativo dell’incomprensione/cecità/sordità dei discepoli: loro,
gli insider del mistero del regno, ora
sono definitivamente outsider al mistero di Gesù, al punto tale che non
sanno nemmeno cosa rispondergli.
Le reazioni di questi uomini alla
È interessante anche quanto scrive sullo stes- forza pacificante del diritto, questo fu forse il
di SABINO CARONIA
presenza interpellante di Gesù sono
so tema Helen K. Bond nel suo libro dedicato suo pensiero e così si giustificò davanti a se
state sempre più spesso caratterizza«Che cos’è la verità?» è la domanda di Pilato al funzionario romano. Il governatore esce dal- stesso (...). La pace fu in questo caso per lui
te dall’incomprensione e dalla paura
a cui Gesù non risponde (se non nell’apocrifo la stanza senza aspettare una risposta; non si più importante della giustizia (...). Per il mo(9,32), dalla vergogna (9,34), dalla
Vangelo di Nicodemo dove dice: «La verità è tratta di un moto di irritazione verso il prigio- mento tutto sembrò andar bene. Gerusalemme
tristezza (14,19), dallo smarrimento
dal cielo»). Gesù non ha risposto, scrive Kier- niero, sottolinea Bond, ma il segno che Pilato rimase tranquilla. Il fatto però che la pace, in
ultima analisi, non può essere stabilita contro
(14,40).
kegaard, perché la sua vita era la risposta — fa parte di quel mondo che rifiuta Gesù.
Sopraggiunto la terza volta, Gesù
In proposito, Georg Ratzinger nel suo volu- la verità, doveva manifestarsi più tardi». Quelnon a caso, l’anagramma di quid est veritas è
sembra risoluto (versetto 41). Non
me Mio fratello il Papa ricorda la lettura delle lo di Cristo, come riconosce anche il Pilato di
est vir qui adest.
c’è più tempo. Né per dormire né
Sul tema dell’Ecce homo si pensi invece alle opere di Gertrud von Le Fort, quella «poetessa Bulgakov, è il «regno della verità». Gesù qualifica
la
testimonianza
alla
verità
come
l’essenza
per riposarsi, ma neanche per indupagine del racconto Le procurateur de Judée di della trascendenza» — secondo la felice definigiare a pregare. L’ora è giunta in cui
Anatole France. Vecchio, amareggiato, Pilato zione di padre Ferdinando Castelli — autrice, della sua regalità.
si compirà la consegna. La formulaincontra un amico conosciuto in Giudea quan- tra l’altro, di un romanzo, La moglie di Pilato,
zione, secca, sintetica, molto vicina
do era procuratore e a lui racconta le sue di- dove si narra di Claudia Procla che, rimasta
alla seconda predizione lucana della
sgrazie di amministratore, vittima del procon- vedova, sogna le voci che nei secoli ripeteranpassione (Luca, 9, 44b), non lascia
sole Vitellio. «Chi difenderà la mia memoria?» no il nome del marito nelle formule liturgiche.
spazio a fraintendimenti. Di nuovo
chiede. L’amico, più frivolo, ricorda una balle- E proprio al procuratore di Giudea, e alla dola corrispondenza tra chi consegna e
rina incontrata in una bettola di Gerusalemme manda «che cos’è la verità?», Joseph Ratzinger
chi viene consegnato nel paralleli— il cui nome, Maddalena, non viene pronun- ha dedicato alcune delle pagine più belle del
smo dei versetti 41b-42: «Ecco, viene
ciato — finita tra i fedeli di un giovane tauma- suo Gesù di Nazaret. Dopo aver osservato che
consegnato il Figlio dell’uomo... coturgo, Gesù il Nazareno. «Ti ricordi di que- Pilato siamo tutti noi e che la sua è una dolui che mi consegna si avvicina». I
st’uomo?» chiede l’amico. Pilato aggrotta le manda «nella quale effettivamente è in gioco il
discepoli, ormai, devono alzarsi e
sopracciglia. Poi, dopo qualche istante di silen- destino dell’umanità», conclude: «Alla fine
andare. E il racconto confermerà che
zio, mormora: «Gesù? Gesù il Nazareno? No, vinse in lui l’interpretazione pragmatica del diTanzio
da
Varallo,
«Gesù
davanti
a
Pilato»
(1615,
particolare)
ritto: più importante della verità del caso è la
non c’è più tempo.
non ricordo».
di ANNALISA GUIDA
iamo nel cuore della passione: gli eventi tragici
non hanno avuto inizio,
eppure quello che avviene
nel campo del Getsemani
sembra la vera battaglia. Anticipati
dalla doppia predizione a Pietro, gli
eventi si susseguiranno come da copione. Prima, però, che si passi alla
fase del compimento, ecco la preghiera tragica di Gesù.
Marco la pone come momento di
pausa e di svolta tra la catena di
predizioni precedenti e il loro inverarsi (almeno parzialmente) nel racconto. Gesù si rivolge qui al Padre,
S
suo triplice ritorno da Pietro, Giacomo e Giovanni per constatarne tutte
le volte l’incapacità di vegliare enfatizzerà la sua solitudine. La fuga generale all’arresto sancirà la sua assoluta separazione.
All’inizio della scena, al gruppo
dei discepoli Gesù chiede solo di sedersi affinché lui possa pregare (versetto 32), mentre ai più intimi, Pietro, Giacomo e Giovanni, quelli che
già precedentemente ha voluto con
sé in altri due momenti d’intensa
autorivelazione, sembra fare una richiesta più esigente: restare e vegliare (versetto 34) perché la sua anima
è triste fino alla morte.
L’ansia di Gesù è espressa ai versetti 33-34 da un crescendo emotivo:
lo spavento, l’inquietudine, la tristezza profonda. Come sappiamo,
Marco offre molto raramente introspezione emotiva o psicologica dei
suoi personaggi, e quasi mai lo fa di
Gesù, né quasi mai Gesù esprime il
proprio stato d’animo rispetto a una
situazione (esempi rari sono stati 6,4
e 8,2). L’eccezione, qui, amplifica il
dramma e ci fa entrare direttamente
nel suo turbamento. Come a dire: in
un’angoscia in cui anche il Padre
sembra assente, grazie alla potenza
del racconto nella solitudine di Gesù entra almeno il lettore, che per la
prima volta è messo a contatto in
maniera così nuda e diretta con la
sua preghiera, la sua autoconsapevolezza, il suo dramma interiore. Stiamo per contemplare una scena che
rafforza la fede in Gesù o la mette
definitivamente in crisi?
Gesù avanza un po’ (versetto 35)
e si getta a terra, pregando — conosceremo tra poco il destinatario di
questa preghiera — che, se possibile,
passi da lui quell’ora. A quale ora si
riferisca è ben chiaro dall’esplicitazione della sua preghiera: rivolgendosi direttamente a Dio come Padre
(versetto 36), colui al quale tutto è
possibile, Gesù chiede che allontani
quel calice da lui.
L’effetto sul lettore e sull’accentuarsi del dramma è incredibile: non
Se il desiderio di pace uccide la giustizia
Quattro bibliste
L’OSSERVATORE ROMANO
venerdì 3 aprile 2015
pagina 5
Francisco del Rincón, «L’elevazione della croce»
(1604, Valladolid,
Colegio de San Gregorio, Museo Nacional de Escultura)
Nella procedura penale romana
era previsto che il giudice
facesse scrivere su una tabella
la motivazione della condanna
E il nome di chi era considerato reo
La sentenza
Quella iscrizione
sopra la testa
per il contenente; Marco (15, 26),
il più conciso, annota «e vi era
l’iscrizione con il motivo (della
condanna) iscritto: “Il re dei
Giudei”»; Luca (23, 38–39) infine
riporta: «E c’era anche una iscrizione sopra di lui, scritta in greco, latino ed ebraico: “Questo è
il re dei Giudei”».
Nell’ottica del diritto penale
romano e della tipologia, della
funzionalità, della tecnica esecutiva di un prodotto epigrafico,
l’iscrizione tramandata dai Vangeli suggerisce alcune osservazioni che possono consentire di leggere più lucidamente ruolo e significato dell’inserimento di un
testo epigrafico nell’evento ultimo della
Passione.
In primo luogo, dal
punto di vista tecnico e
statico, è oggettivamente impossibile pensare a
una iscrizione collocata
al di sopra di un dispositivo cruciforme, con
struttura e morfologia
di patibulum (cioè in
forma commissa o patibolata,
cosiddetta
a
tau).
Non a caso nella tradizione figurativa seriore, è generalmente rappresentato nella tipologia immissa o capitata
(la cosiddetta “croce latina”), la sola che
avrebbe potuto consentire l’esposizione dell’iscrizione, che nella
tradizione iconografica
a partire dal V secolo, è
appunto rappresentata
come una tabellina retCimabue, «Crocifisso di Santa Croce»
tangolare collocata sulla
(1272-1288, particolare)
sommità del palo verticale (stipes) della croce
che sopravanza l’asse
prossimità della croce — doveva orizzontale, il patibulum.
accompagnare il percorso di GeIn secondo luogo, tenuto consù di Nazaret dal Sinedrio al to che si trattava di un testo trilingue (greco, latino, ebraico),
Calvario.
I Vangeli, seppure con evidenti l’iscrizione doveva probabilmente
diversità nell’estensione del rac- estendersi almeno su tre righi e,
conto e nel dettaglio delle infor- coerentemente alla sua funzionamazioni, riferiscono infatti di un lità (anche giuridica) doveva pretesto iscritto commissionato da vedere di necessità la scrittura
Ponzio Pilato, senza accennare per esteso del nome del condanperò alla sua funzionalità giuridi- nato e del capo d’accusa; pertanca. Nella procedura penale roma- to nessun motivo plausibile
potuto
giustificare
na era previsto che il giudice, ri- avrebbe
conosciuta la colpevolezza del- l’esposizione di un acronimo —
l’accusato e pronunciata la con- come ad esempio il seriore Inri —
danna, dettasse il titulus — tra- come poi veicolato dalla tradizioscritto su una tabella — cioè la ne figurativa successiva, anche se
motivazione della sentenza e il nella testimonianza più antica si
trova la forma, comunque abbrenome del condannato.
La descrizione più dettagliata viata, Rex Ivd scritta entro una
della iscrizione destinata a Gesù tabellina rettangolare posta al di
si trova nel Vangelo di Giovanni, sopra della testa di Gesù, come
non a caso tramandato come te- documentato in una capsella
stimone oculare dell’evento de- eburnea del British Museum risascritto: «Pilato scrisse (scilicet fece lente al 420–430: in questo caso
scrivere) un’iscrizione (titulus/tí- — come evidente — viene ripropotlos) e la pose sopra la croce. Vi sta la versione ellittica dell’iscriera scritto: “Gesù il Nazareno, re zione, come tramandata da Mardei Giudei”. Molti giudei lessero co (15, 26) e Luca (23, 38–39),
questa iscrizione (ancora titu- che non menzionano il nome del
lus/títlos), poiché il luogo dove fu condannato (Iesus) né il suo etnicrocifisso Gesù era prossimo alla co (Nazarenus).
città. Era scritta in ebraico, in laSe, infine, come specificato nel
tino, in greco» (Giovanni, 19, Vangelo di Giovanni, «molti
Giudei lessero questa iscrizione»,
19–20).
Nei sinottici il riferimento a si può ragionevolmente supporre
questa iscrizione è presentato in che l’iscrizione fosse collocata in
termini più succinti e con qual- una posizione strategicamente
che difformità rispetto alla ver- funzionale alla lettura o almeno a
sione di Giovanni anche in rela- una sua immediata percezione vizione al testo dell’iscrizione e alla siva. Escluso che potesse trattarsi
sua denominazione. Matteo (27, di un titolo lapidario, è lecito im37–38) riporta «e imposero sulla maginare una iscrizione effimera,
sua testa la causa (cioè il capo destinata cioè dopo l’uso a non
d’accusa) scritta: “Questo è Gesù essere conservata: dunque un tire dei Giudei”», laddove — come tulus albo/rubro pictus tracciato su
evidente — l’iscrizione è implici- supporto probabilmente ligneo,
tamente definita con il contenuto disposto o ai piedi della croce o,
di CARLO CARLETTI
el succedersi degli
eventi che scandiscono i dies paschales — come narrati
nei Vangeli — si
può cogliere un particolare di carattere giuridicamente normativo
spesso non adeguatamente considerato dai commentatori antichi
e moderni nel suo significato cogente in riferimento all’azione
processuale che condusse alla
condanna del Nazareno: è l’iscrizione che fisicamente — prima
appesa al collo, poi disposta in
N
più probabilmente, appesa a una
asta — una sorta di labaro — collocata a fianco o dietro il patibulum e più in alto rispetto a esso,
così da apparire appunto come
posta sopra la testa.
Questa collocazione era comunque susseguente e diversa rispetto a quella del momento della condanna — non riportata dai
Vangeli ma prevista dalla legislazione romana — in cui la scritta
con il capo d’accusa doveva restare appesa al collo del condannato nel percorso al luogo del
supplizio, dove sarebbe stata poi
rimossa e collocata su altro supporto accanto o sopra il patibulum.
È quanto sembra potersi intuire da una lettura comparata dei
passi evangelici: Matteo riporta
«la posero sopra la sua testa»,
Luca «sopra di questo» e dunque
non necessariamente deve intendersi, come proposto nella traduzione della Bibbia di Gerusalemme, «sopra la sua testa», ma forse più genericamente sopra o in
contiguità con il crocifisso. Marco non ne fa cenno; Giovanni dice «la pose sopra la croce».
Queste informazioni, sebbene
tra loro non conformi e talvolta
tecnicamente ellittiche, giustificano tuttavia l’ipotesi ricostruttiva
di una iscrizione appesa a un’asta
e collocata dietro o a fianco della
croce. Questa possibile soluzione
è anche imposta dalla morfologia
dello strumento di supplizio, che
si presentava nella forma di una
crux commissa, in tutto corrispondente a quella di uso corrente nel
mondo romano.
Questa tipologia trova una
conferma convincente in un graffito parietale tracciato nel I secolo in una taberna di Pozzuoli,
Dal punto di vista tecnico
è oggettivamente impossibile
pensare a una scritta
collocata al di sopra
di un dispositivo cruciforme
prossima all’anfiteatro. Si tratta
di una crocifissione: su una croce
commissa è appesa una donna, il
cui nome Alcimilla è tracciato
all’altezza della testa.
L’eccezionale rappresentazione,
trattata in termini estremamente
realistici, seppure rozzi e approssimativi, non presenta nessun elemento che possa far pensare a
una intenzione derisoria o blasfema da parte dell’esecutore — come nel graffito derisorio del Palatino — anche perché il crudo realismo della scena è sottolineato
da un’altra iscrizione contestuale
che menziona il luogo, la città di
Cuma (Cumis), dove il supplizio
dovette consumarsi.
È verosimile che la scena rappresentasse l’esecuzione capitale
di una donna avvenuta nell’anfiteatro di Cuma in occasione di
uno spettacolo gladiatorio, di cui
si conserva l’annuncio a Pompei
in un edictum muneris, testualmente riportato in una iscrizione
murale dipinta sulla facciata di
un sepolcro fuori porta Nocera
(Corpus inscriptionum latinarum,
IV, 9983a): «Venti coppie di gladiatori e le loro riserve combatteranno a Cuma il primo, il cinque
e il sei ottobre: ci saranno i condannati alla crocifissione (cruciarii), il combattimento con le fiere
(venatio) e il velario (vela)».
Sulla croce
Prima il perdono
di ANTONIO PELAYO
adre,
perdonali,
perché non sanno
quello che fanno»
(Luca, 23, 34). Sono le sue prime
parole dalla croce. Sono parole di
perdono, non di vendetta, di odio o
di rancore, e non chiedono neppure a
Dio, giudice supremo, di fare giustizia
davanti all’enorme ingiustizia della
morte di un innocente. Gesù inchiodato alla croce si rivolge a Dio come
Padre per chiedergli di non scaricare
la sua frusta castigatrice su quegli
stolti che lo hanno crocifisso.
«Non sanno quello che fanno —
scriveva Hans Urs von Balthasar, uno
dei grandi teologi del XX secolo — lo
inchiodano al legno per disfarsi definitivamente di lui e così lo inchiodano per sempre a questa terra, saldamente. Lo inchiodano in modo che
non si possa più muovere e così eseguono la sua volontà di rimanere sempre con noi. Né la Resurrezione né
l’Ascensione cambiano tutto ciò. Non
è l’uomo che lo costringe a essere fedele alla terra; è Lui stesso che, con la
sua divina libertà, rimane con noi fino
alla fine e oltre» (Via Crucis in Vaticano, 1988).
«Non sanno quello che fanno», sospira Gesù mentre i suoi occhi, offuscati dal sangue che a fiotti sgorga dal
suo capo coronato di spine, intravedono appena l’orrenda folla che assiste
alla sua esecuzione. Forse non sapevano quello che stavano facendo i soldati romani, semplici esecutori materiali
del più orrendo crimine della storia
dell’umanità. Forse Anna e Caifa, e
con loro la casta dei sacerdoti e degli
scribi corrotti e corruttori, erano incapaci di comprendere l’entità dell’errore che stavano commettendo. Forse il
governatore Ponzio Pilato, assalito
dalle sue paure e dalla sua codardia,
pensava di aver preso la decisione politicamente corretta, sebbene fosse
convinto dell’innocenza del Nazareno.
Forse Giuda poteva giustificare il suo
tradimento con la delusione che aveva
subito la sua brama di capeggiare una
rivolta contro gli invasori romani. Forse in quella moltitudine vociferante e
blasfema non c’erano altro che un sadico desiderio di divertirsi con la disgrazia altrui e di ammazzare un pomeriggio con uno spettacolo che non
si vedeva tutti i giorni.
«P
Forse, forse, forse. Ma Gesù si disfa
di tutti quei forse e chiede al Padre di
perdonare tutti, senza eccezioni. Perciò è venuto al mondo, per perdonare
e vuole che questo sia il suo testamento. Il perdono di Gesù non ha limiti e
attraversa ogni tempo, fino a giungere
ai giorni nostri. Non gli impedisce di
perdonare neppure i nostri enormi e
gravi peccati, perché anche gli uomini
e le donne di oggi non sanno quello
che fanno, noi non sappiamo quello
che stiamo facendo.
Non sanno quello che fanno quegli
scienziati che giocano con la vita
umana come se fosse un oggetto, un
prodotto che si può manipolare, trasformare, vendere o affittare; quei sapienti che nei loro laboratori possono
già clonare l’essere umano privandolo
della sua vera natura di uomo libero e
di creatura nata dall’amore tra un uomo e una donna.
Sicuramente non sanno quello che
fanno quanti trafficano con gli esseri
umani, persino con i bambini; quanti
li gettano in mare su miseri scafi,
esposti a ogni sorta di pericolo con
l’unica speranza di lasciare dietro di
sé un passato di fame, di violenza e di
morte; molti di loro, troppi, finiscono
sul fondo del mare, trasformato così
nel più crudele di tutti i cimiteri.
Non sanno quello che fanno quei
politici corrotti e corruttori che
antepongono la loro cupidigia alla ricerca del bene comune; quanti
lusingano i più bassi istinti con la demagogia e il populismo, dimenticandosi che la verità non può essere né
elusa né camuffata; quanti cercano solo il potere per servirsene e non per
servire il popolo dal quale provengono.
Non sanno quello che fanno neanche quanti sfruttano la terra come se
fosse una loro proprietà e non un dono che abbiamo ricevuto in prestito
per trasmetterlo migliorato alle generazioni future; quegli spietati egoisti
che non rispettano le leggi della natura e che ignorano che non si può giocare impunemente con la salvaguardia
del pianeta. Non sanno, purtroppo,
quello che fanno neppure quei giovani disperati che si abbandonano alla
più codarda delle fughe, rifugiandosi
nelle reti dell’alcool o delle droghe
che uccidono; giovani che hanno per-
Giuseppe Pongolini, «Nuova crocifissione» (2004, particolare)
so la bussola della loro esistenza e diffidano di un amore che non hanno
mai conosciuto e che perciò sottovalutano; giovani di entrambi i sessi che
sembrano aver gettato la spugna prima ancora di cominciare a lottare per
la loro vita.
Non sanno quello che fanno — e
questo sì che è ancora più preoccupante — i clerici accecati dall’ambizione, dalla ricerca del potere e dall’avidità di denaro; quelli che osano violare le coscienze e i corpi di bambini e
di adolescenti; quelli che mettono sulle spalle degli altri gioghi che loro
stessi non sono capaci di sopportare e
si dimenticano di quella misericordia
che deve essere la loro unica norma di
comportamento.
Ma Gesù perdona perché il perdono è una forma molto speciale e privilegiata di quell’amore che è la quintessenza del suo Vangelo. Un perdono che sgorga dalla croce come il san-
Sermone
delle sette parole
Anticipiamo l’inizio del lungo
sermone sulle sette parole di Cristo
sulla croce che nel giorno di
venerdì santo tiene nella Plaza
Mayor di Valladolid don Antonio
Pelayo, corrispondente dal
Vaticano di «Vida Nueva» e di
Antena 3, consigliere ecclesiastico
dell’ambasciata di Spagna presso la
Santa Sede. Nato a Valladolid, il
predicatore di quest’anno ricorda
nella premessa di avere ascoltato in
passato il tradizionale pregón
pronunciato dai cardinali Marcelo
González e Antonio María Javierre
e da José Luis Martín Descalzo,
sacerdote, giornalista e poeta.
gue che scorre sul corpo del Crocifisso e impregna questo nostro amato
mondo terribile. «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo — dice il Vangelo di Giovanni — per giudicare il
mondo, ma perché il mondo si salvi
per mezzo di lui» (3, 17).
Come Papa Francesco ci ha recentemente ricordato, ci costa accettare la
«logica di Dio che, con la sua misericordia, abbraccia e accoglie reintegrando e trasfigurando il male in bene, la condanna in salvezza e l’esclusione in annuncio». Di conseguenza
— ha aggiunto nell’omelia ai nuovi
cardinali, lo scorso 25 febbraio — «la
strada della Chiesa è quella di non
condannare eternamente nessuno; di
effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con
cuore sincero». Lo stesso Papa ha appena annunciato un anno santo
straordinario. Anno santo della
Misericordia perché — come Francesco ripete continuamente — «Dio perdona sempre, Dio perdona tutto, Dio
non si stanca di perdonare. Siamo noi
che ci stanchiamo di chiedere perdono».
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 6
venerdì 3 aprile 2015
Appello del vescovo messicano di Piedras Negras
Nel dramma
dei migranti dispersi
In un messaggio l’incoraggiamento del Papa all’episcopato colombiano
Il rischio della pace
BO GOTÁ, 2. Il rischio e il coraggio
di lavorare per la pace, unica strada
per costruire una società più giusta
e fraterna. È l’indicazione che Papa
Francesco, attraverso una lettera del
cardinale segretario di Stato, Pietro
Parolin, ha inteso rivolgere all’episcopato colombiano. Un messaggio
che, nel clima della settimana santa,
è destinato all’«amato popolo colombiano, ai loro pastori e alle loro
autorità». In «attesa», scrive il porporato, «di potere incontrare tutti
presto», durante un prossimo viaggio pontificio in America latina.
Nel documento, indirizzato a
monsignor Luis Augusto Castro
Quiroga, arcivescovo di Tunja e presidente della locale Conferenza episcopale, il cardinale Parolin manifesta il vivo ringraziamento del Papa
«per le manifestazioni di sincero affetto collegiale» espresse recentemente dall’episcopato colombiano e
ricorda come Bergoglio «in tempi
diversi ha visitato questa bella terra,
e ha sempre ammirato la gioia e la
laboriosità dei suoi abitanti, così come la vitalità evangelizzatrice della
Chiesa». Tuttavia, ora il Papa «è
anche consapevole dell’importanza
cruciale di questo momento in cui,
con sforzo rinnovato e mossi dalla
speranza, i colombiani stanno cercando di costruire una società più
giusta e fraterna: una società in pace». Il Governo colombiano, come
è noto, è impegnato nei colloqui di
pace con i gruppi guerriglieri per
porre definitivamente fine a una stagione che ha insanguinato il Paese.
Si tratta di un obiettivo importante, per raggiungere il quale, sottolinea il cardinale Parolin, «è necessario essere consapevoli in primo
luogo di testimoniare la gioia di Gesù Cristo, “Principe della pace”,
l’unico che rende possibile la riconciliazione fra tante sofferenze e divisioni». In questo senso, il Papa «invita tutti a essere collaboratori
nell’opera della pace che nasce
dall’amore di Dio per l'umanità» ed
esorta «a proseguire l’opera di giustizia, fraternità, solidarietà, dialogo
e comprensione, che sono le fondamenta della costruzione di una società rinnovata. A lottare senza sosta
contro ogni forma di ingiustizia,
inequità, corruzione, esclusione, e
contro quei mali che distruggono la
vita della società». Infatti, viene ricordato, «costruire la pace è un processo complesso che non si esaurisce
in spazi o piani a breve termine».
Bisogna «correre dei rischi» per cementare la pace a partire dalle vittime, «con un impegno costante al fine di ripristinare la dignità, per riconoscere il dolore riparando così il
danno subìto». Il cardinale assicura
pertanto che «il Papa ha espresso
grande affetto, vicinanza e solidarietà, a chi ha patito le conseguenze
del conflitto armato in tutte le sue
espressioni». Di qui anche la sottolineatura che «si deve forgiare la pace
dall’emarginazione, dalla povertà
estrema, da coloro che non sono inclusi nella società».
Tuttavia, si avverte, «costruire
una pace stabile e duratura significa
anche lavorare in favore di rapporti
sani nelle famiglie colpite oggi da
preoccupanti situazioni di violenza
affinché, trasformate dalla potenza
del Vangelo, siano semi e scuola di
una cultura di pace e di riconciliazione». In tale prospettiva, «si deve
continuare a incoraggiare» l’impegno «in favore degli sfollati, dei
sopravvissuti alle mine antiuomo,
nei confronti di coloro a cui è stata
sottratta ingiustamente la proprietà,
degli ostaggi, di tutti coloro che
hanno sofferto in varie forme, e
anche delle vittime di decenni di
ingiustizia, inequità ed emarginazione».
Insomma «è necessario correre il
rischio di trasformare tutta la Chiesa, ogni parrocchia e ogni istituzione, in un “ospedale da campo” in
un luogo sicuro dove è possibile far
reincontrare chi ha conosciuto le
atrocità con chi ha agito con violenza. Affinché nella Chiesa tutti trovino guarigione e opportunità per recuperare la dignità perduta o tolta.
Che diventi possibile il pentimento,
il perdono e la decisione di non riprodurre di nuovo la catena di violenza. Coloro che hanno agito con
violenza, possano riconoscere le dolorose conseguenze delle loro azioni,
che non solo hanno fatto male alle
vittime, ma che hanno anche ferito
la propria dignità umana. Che questo “ospedale” copra le periferie del
dolore, spesso anche di risentimento
e di odio, che sono generati in ogni
conflitto».
PIEDRAS NEGRAS, 2. Preoccupazione per il destino di migliaia di migranti è stata espressa dal vescovo
di Pidras Negras in Messico, monsignor Alonso Gerardo Garza Treviño. Nei giorni scorsi il presule ha
lanciato un appello affinché le autorità competenti intervengano per
far luce sui tanti giovani scomparsi
nel tentativo di espatriare negli
Stati Uniti: «La gente è molto
preoccupata per i propri familiari e
avverte un senso di impotenza nel
vedere che non ci sono risvolti positivi dalle indagini svolte dalla polizia. Ma la cosa più grave — ha
proseguito monsignor Garza Treviño — è che le persone continuano a
scomparire».
Nel corso di un incontro con i
fedeli in occasione delle celebrazioni per la settimana santa il vescovo
non ha nascosto la propria apprensione, sottolineando che quanto
che sta accadendo nel Paese sudamericano, nella quasi totale indifferenza, è terribile: «Ci sono casi in
cui non si ha la minima idea di dove siano finite queste persone, vittime innocenti».
Monsignor Garza Treviño ha
sottolineato anche che sono poche
le famiglie che hanno ricevuto una
richiesta di riscatto. La maggior
parte invece non sa più nulla dei
propri parenti scomparsi. Ci sono
storie molto drammatiche al riguardo. «Ho sentito — ha detto il vescovo — i racconti di alcuni famigliari che dicono di non avere notizie dei propri cari. Nessuno sa
niente. Nessuno riesce a ottenere
informazioni attendibili».
Secondo fonti locali, molti degli
uomini e dei giovani rapiti vengono usati da gruppi di narcotrafficanti per trasportare droga o altra
merce oltre la frontiera, come conferma il ritrovamento di un gruppo
di persone scomparse da Piedras
Negras nelle carceri del Texas. Ultimamente le autorità messicane e
statunitensi si sono incontrate a
Maverick per uno scambio di informazioni riguardo agli scomparsi
e ai detenuti.
In diverse occasioni, i vescovi latinoamericani di frontiera hanno ribadito la necessità di porre fine al
fenomeno del sequestro e dello
Denuncia della Chiesa in Cile
Dopo l’inondazione
il mercato nero
Documento dei presuli brasiliani della regione Sud 2
Accanto
al popolo che soffre
BRASÍLIA, 2. «Anche noi soffriamo
con il popolo a causa della violenza,
dell’esodo dalle campagne, delle migrazioni, dei conflitti per la terra».
È quanto affermano i presuli della
regione Sud 2 dell’episcopato brasiliano, corrispondente allo Stato meridionale del Paraná, nel messaggio
conclusivo dell’incontro svoltosi nei
giorni scorsi ad Apucarana. Nel documento, reso noto dal sito internet
della conferenza episcopale, i vescovi, ricordando il cinquantesimo della diocesi di Apucarana, mettono in
evidenza il ruolo svolto dalla Chiesa
locale e sottolineano i progressi registrati di recente in campo sociale.
Proprio per questo i vescovi tornano
a mettere in evidenza quanto sia importante una sempre maggiore collaborazione tra istituzioni e popolazione per «trovare insieme luci e soluzioni».
Il testo del documento ricorda
anche le linee guida del Papa e della dottrina sociale della Chiesa per
promuovere il bene comune, come
pure la Campagna di fraternità,
l’iniziativa quaresimale della Chiesa
in Brasile, che quest’anno ha avuto
per tema «Fraternità: Chiesa e società» e si è sviluppata con lo slogan «Sono venuto per servire». Si
tratta, come è noto, di una iniziativa
che nel tempo ha assunto una grande importanza anche a livello sociale. La Campagna di fraternità intende infatti ricordare la vocazione e la
missione di ogni cristiano e delle
comunità ecclesiali al dialogo e alla
collaborazione con tutte le istanze
della società, così come indicato dal
concilio Vaticano II.
Nel documento i vescovi della regione Sud 2 auspicano anche che
l’anno della pace indetto per il 2015
dall’intero episcopato nazionale
contribuisca al superamento dei
conflitti interni al Paese. Secondo
gli ultimi dati disponibili, infatti,
nel 2012 in Brasile sono state assassinate più di 56.000 persone. Occorre dunque sconfiggere la violenza e
creare un clima più rispettoso e fraterno. In questa prospettiva, l’anno
della pace è stato indetto con l’intenzione di integrare le iniziative a
carattere nazionale con quelle locali
e diocesane. Di qui anche l’importanza della partecipazione dei cristiani alla vita politica come un aiuto alla costruzione di una società
giusta e fraterna. In questa prospettiva, come si ricorderà, i presuli brasiliani, anche attraverso la raccolta
di firme, hanno pubblicamente
espresso sostegno a un progetto di
legge di iniziativa popolare per una
riforma che renda più trasparente il
sistema elettorale.
Per quanto riguarda sempre lo
Stato del Paraná, la Commissione
pastorale per la terra ha annunciato
l’imminente pubblicazione del Rapporto sui conflitti per l’acqua (principalmente quella da impiegare in
agricoltura) con i dati relativi all’anno 2014. Secondo alcune anticipazioni, l’anno scorso è stato registrato il maggior numero di conflitti le-
gati all’acqua degli ultimi dieci anni,
nei quali sono rimaste coinvolte più
di 42.000 famiglie, contando solo
quelle che vivono nelle zone rurali.
Secondo quanto evidenziato dall’episcopato brasiliano, dall’anno
2005 si contano 322.508 nuclei familiari colpiti in diversa misura da
questo tipo di conflitti. Nell’anno
2014 i casi sono stati 127, con 42.815
famiglie interessate.
Tra le zone più interessate del
Paese quella del Pará, con oltre
69.000 famiglie colpite. Come è stato documentato nell’incontro per la
creazione della Rete Ecclesiale PanAmazzonia, tenutosi nel mese di
settembre dello scorso anno, la regione soffre per la mancanza di
«grandi progetti macroeconomici»
mentre «i Governi nazionali non
presentano proposte» come invece
si sono impegnate a fare «nell’ambito dell’Iniziativa integrale delle infrastrutture regionali del Sud America e per gli impatti dei cambiamenti
climatici
nell’Amazzonia».
Per
quanto riguarda la crisi idrica, che
colpisce gli Stati del sudest del Brasile, l’analisi stima che oltre 37 milioni di persone ne sono state coinvolte.
Nonostante la mancanza di dati
specifici, il rapporto indica come la
conservazione dell’Amazzonia e del
Cerrado (zona sud della foresta brasiliana) siano i fattori essenziali per
garantire l’acqua anche al centrosud
del Brasile.
SANTIAGO DEL CILE, 2. Mentre
continua senza sosta il lavoro
dei volontari per portare aiuto e
conforto alle popolazioni del
nord del Cile colpite da violente
inondazioni, migliaia di sfollati
sono ora alle prese anche con
l’odioso fenomeno dello sciacallaggio e del mercato nero. Nei
giorni scorsi, come riferisce
l’agenzia Fides, monsignor Celestino Aós Braco, vescovo di Copiapó, insieme con un gruppo
di esperti della Caritas e della
diocesi, ha raggiunto le zone
più colpite per verificare la situazione e dare un segno concreto di solidarietà in questo
momento così difficile.
Le forti piogge, gli allagamenti e le frane hanno provocato nella zona la morte di dodici
persone. Venti risultano i dispersi. Secondo i dati forniti dal ministero dell’Interno 748 persone
hanno perso la loro casa e più
di cinquemila sono state costrette ad abbandonarle per il pericolo delle frane. Nella città di
El Salado sono state improvvisate delle tendopoli per accogliere
in particolare i bambini e gli anziani. In molte cittadine della
regione ancora mancano l’acqua
potabile e l’elettricità.
Condizioni che favoriscono
quanti sono pronti a sfruttare
ogni situazione per trarne facili
profitti. Monsignor Aós Braco,
dopo la visita a diversi gruppi di
senza tetto, ha denunciato saccheggi e speculazioni sui prezzi
dei generi di prima necessità. A
questo proposito ha detto:
«Non riesco a capire come ci
possano essere delle persone, in
mezzo a queste tragedie, che vogliono approfittare della situazione e chiedono di pagare cifre
esorbitanti per beni necessari.
Questo è un comportamento
spregevole. Come società dobbiamo essere molto rigidi e
guardare all’onestà come prima
cosa. Dobbiamo essere uniti e
onesti, senza privare i più vulnerabili dei beni materiali, perché
così facendo togliamo loro la
speranza». Nei giorni scorsi, come si ricorderà, Papa Francesco
in un messaggio di cordoglio a
firma del cardinale segretario di
Stato, Pietro Parolin, aveva esortato «le istituzioni e tutti gli uomini di buona volontà, affinché,
mossi da sentimenti di solidarietà fraterna e carità cristiana,
prestino aiuti efficaci per superare questi difficili momenti».
Parole a cui si era unito il cardinale arcivescovo di Santiago del
Cile, Riccardo Ezzati Andrello,
il quale in un messaggio aveva
detto che «il desolante panorama degli ultimi giorni nel nord
del nostro Paese non può lasciarci indifferenti».
sfruttamento dei migranti. In occasione di un recente incontro a Tapachula, i presuli hanno anche stilato un documento dal titolo «No
all’indifferenza al dramma della
migrazione» dove si ricorda che
ogni giorno «centinaia di fratelli
centroamericani,
nell’attraversare
queste terre meridionali, subiscono
estorsioni e vengono aggrediti in
molti modi che mettono a rischio
la loro stessa vita. Tali fatti non
possono lasciare indifferenti, ma
sono motivo di dolore e vergogna.
La Chiesa non è indifferente a questo dramma. I costanti appelli del
Papa e dei vescovi su questa realtà
— hanno aggiunto — sono un richiamo alla coscienza dei cristiani e
a chi deve dare alla comunità risposte efficaci. Una voce purtroppo non ascoltata, soprattutto da
parte di coloro che, con le loro
pratiche criminali, rendono ogni
giorno più doloroso il cammino, di
per sé insicuro, di tanti fratelli centroamericani».
Nonostante l’impegno di molti
le risposte date al fenomeno delle
migrazioni sono ancora insufficienti. «Senza essere degli esperti in
analisi socioeconomiche — hanno
sottolineato i presuli — vediamo la
grande contraddizione tra il progresso tecnologico nel mondo occidentale e l’enorme arretratezza di
molte comunità, in particolare rurali e indigene. Vediamo la contraddizione tra la globalizzazione,
la libera circolazione delle comunicazioni, del commercio, del denaro,
e le difficoltà di ogni genere che
devono superare coloro che cercano di emigrare per una vita migliore. Vediamo la contraddizione tra
le promesse dei Governi e di coloro
che aspirano a cariche pubbliche
nelle nostre città di fronte alla realtà di miseria e disperazione soprattutto delle giovani generazioni».
Alle autorità i presuli hanno ricordato il dovere di «occuparsi con
maggiore serietà del tema dell’emigrazione in tutti i suoi aspetti: promuovendo fonti di lavoro degno in
grado di sradicare la povertà, prima causa del fenomeno, e garantendo la sicurezza di quanti attraversano il nostro territorio».
«I fratelli provenienti da altri
Paesi — hanno concluso i presuli
latinoamericani — possano aiutarci
a scoprire la ricchezza dei loro valori, della loro cultura. Il loro passaggio in mezzo a noi ci aiuti a riconoscere che tutti noi siamo di
passaggio in questa vita».
L’OSSERVATORE ROMANO
venerdì 3 aprile 2015
pagina 7
Parla il cappellano del carcere romano di Rebibbia dove il Pontefice celebra la messa «in coena Domini»
Oltre le sbarre
di MAURIZIO FONTANA
«Il Giovedì santo di Papa Francesco
a Rebibbia sarà importante per i detenuti, ma forse ancora di più per
chi è fuori». Sorride don Pier Sandro Spriano, cappellano del carcere
romano, consapevole dell’affermazione un po’ spiazzante. Dietro l’apparente paradosso si nasconde quello
che per lui è l’aspetto più importante della messa «in coena Domini»
che il Pontefice celebra nel pomeriggio di giovedì 2 aprile.
«I cristiani — spiega al nostro
giornale — non hanno ancora compreso che anche all’interno del carcere c’è una Chiesa. Non una chiesa di
mattoni, ma una Chiesa di uomini e
donne, che prega, celebra, riflette,
ascolta la parola di Dio e vorrebbe
annunciare all’esterno il concetto di
giustizia che esprime il Vangelo».
Non l’«occhio per occhio, dente per
dente» al quale si fa riferimento nel
mondo comune. Invece «la giustizia
del Vangelo pensa a punire se è necessario, ma nel contempo anche a
salvare il colpevole». Venticinque
anni (su cinquanta di sacerdozio) di
servizio pastorale all’interno del carcere hanno consolidato in lui una
convinzione: «Se oltre a punire chi
commette un reato, io non lo curo,
questa persona tornerà a delinquere
più di prima». Per questo spera che
da questa celebrazione emerga un
«segnale forte per dire che il reato, il
male, non annulla la possibilità di
essere cristiani, ma nemmeno annulla la possibilità di essere annunciatori di una giustizia nuova, così come
la predica il Vangelo». E il primo
scopo della giustizia evangelica è
quello di «ricomporre», di «ricostruire» la persona.
Proprio a questo si dedica il gruppo guidato da don Spriano: quattro
cappellani ufficiali, tredici preti volontari, ventidue seminaristi e un
centinaio di volontari della Caritas
(sono quelli del Vic, Volontari in
carcere, fondato dallo stesso cappellano). Ai detenuti viene proposto un
cammino celebrativo di preghiera e
di catechesi: si pensi che in carcere
c’è una partecipazione alla messa del
trenta per cento.
Quello dei volontari cattolici è un
lavoro prezioso nella complessa realtà di Rebibbia: quattro istituti penitenziari, tre maschili e uno femminile, circa 1.900 uomini e 350 donne, il
36 per cento dei detenuti è straniero
(da un’ottantina di Paesi). Sono più
di quanti il carcere potrebbe accogliere, ma secondo il cappellano il
sovraffollamento non è il primo dei
problemi. Quello vero è che ci si accontenta di seguire solo il dettato
della Costituzione, che impone, per
un certo tempo, di allontanare dalla
società chi ha commesso dei reati.
Ma per il recupero delle persone, il
carcere fa poco. Ecco allora che diventa fondamentale la presenza della
Chiesa. «Noi — ci spiega — riusciamo a confrontarci con la singola
persona affinché questa possa essere,
come dice la legge, stimolata a rivedere il suo passato deviante». In
questo i volontari sono aiutati anche
dal fatto di non avere obblighi istituzionali: non partecipano ai consigli di disciplina, non danno giudizi
al magistrato. I detenuti lo sanno. E
trovano in loro un appiglio, la possibilità di una speranza. Parte allora il
dialogo. A volte si avviano conversioni. Si tenta di ricucire, di ricomporre i cocci.
La realtà del carcere, sembra quasi
banale ricordarlo, è devastante per la
persona. Don Spriano entra un po’
nel dettaglio: «Qui si vive in un impianto che non è fatto per riconciliare. È fatto per punire. Violenze gratuite, rapporti disciplinari, il dover
stare chiusi e non poter decidere
niente per conto proprio, il sovraffollamento che crea la fatica del convivere». Su tutto domina la solitudine. Le carceri sono stracolme, le celle accolgono molti più detenuti di
quanto dovrebbero, ma in questo affollamento «la solitudine è uno dei
problemi fondamentali del carcerato». Proprio pochi giorni fa, a Rebibbia un detenuto si è suicidato. «I
suicidi in carcere — spiega il sacerdote — dipendono dalla condizione
Mentre si prepara la gmg e si commemora il decimo anniversario della morte di Giovanni Paolo
II
Settimana santa
tra i giovani polacchi
VARSAVIA, 2. Una settimana santa da
vivere anche in preparazione della
Giornata mondiale della gioventù e
nella memoria del santo Giovanni
Paolo II, di cui proprio oggi ricorre
il decimo anniversario della morte.
L’esortazione viene da diverse diocesi della Polonia, che stanno già avviando programmi in vista dell’incontro di Cracovia. Da Gniezno, la
più antica diocesi della Polonia, è
arrivato l’appello dell’arcivescovo
Wojciech Polak: «È l’invito — ha
spiegato il presule rivolgendosi ai ragazzi e alle ragazze che si raduneranno il prossimo anno — a cercare
la felicità con coraggio, ad andare
contro corrente e a opporsi alla banalizzazione dell’amore e alla cultura
di ciò che è passeggero». Parafrasando la celebre espressione di Giovanni Paolo II l’arcivescovo ha sottolineato: «Non abbiate paura di essere
felici! Ma questa vostra felicità deve
derivare da un cuore puro, da un
cuore dedito al Signore e agli uomini, da un cuore capace di immergersi
in Dio e di aprirsi agli altri». Nei
prossimi giorni, il vescovo celebrerà
per i giovani una speciale liturgia.
«Abbiamo ricevuto — ha spiegato a
Sir Europa il coordinatore diocesano, don Wojciech Orzechowski — le
adesioni di oltre mille persone dalla
Francia, dal Libano e dal Kazakhstan. I giovani saranno accolti
nell’ambito delle giornate diocesane
che precedono l’incontro con Papa
Francesco».
Anche la diocesi di Rzeszów, nel
sud-est della Polonia, ha iniziato a
lavorare, assieme alle autorità locali,
a un dettagliato programma di eventi. Si prevede di accogliere circa diecimila giovani, che potranno conoscere meglio anche il territorio poi-
ché la Giornata mondiale della gioventù, ha spiegato il vescovo Jan
Franciszek Wątroba, oltre alla dimensione spirituale avrà anche una
funzione importante per la Polonia e
le sue regioni.
Nella diocesi di Włocławek, poi, è
già pronto il programma dettagliato
delle giornate diocesane dal 20 al 25
luglio 2016, per le quali si prevede la
partecipazione di circa quattromila
ospiti coinvolti nelle attività di varie
parrocchie. Il 22 luglio 2016 è programmata la visita alla casa natale di
Faustina Kowalska, la santa che si
dedicò in particolare alla devozione
di Gesù misericordioso. «L’annuncio
dell’Anno santo della misericordia —
ha sottolineato monsignor Damian
Andrzej Muskus, vescovo ausiliare
di Cracovia e responsabile del Comitato organizzativo della Gmg — è un
grande dono per i giovani che si
preparano a raggiungere Cracovia,
“la capitale della divina misericordia”. Il giubileo sarà un tempo di
grazia e di celebrazione del mistero
che vogliamo donare ai giovani. Per
noi, per tutta la Chiesa in Polonia, e
specialmente per la Chiesa di Cracovia, la Gmg sarà un’occasione irripetibile per ricordare e renderci conto
ancora una volta della responsabilità
affidataci da san Giovanni Paolo II
quando, nel santuario di Łagiewniki,
consacrò il mondo alla divina misericordia».
Nel frattempo, ha preso avvio l’incontro dei giovani dell’arcidiocesi di
Przemysl, dove domenica scorsa è
stato aperto il centro d’informazione
per la prossima Giornata mondiale
della gioventù. L’evento di Przemysl, organizzato dal 1994, prevede
quest’anno la presenza di cinquemila
persone. Si tratta di uno dei più
grandi raduni di giovani su scala
nazionale.
spirituale della persona. A volte ci
sono problemi psichici, a volte non
si regge la frattura di aver perso la
famiglia, o il colpo di una condanna
all’ergastolo. Ci sono delle condizioni che il carcere esaspera proprio per
la solitudine in cui si vive. Qui nessuno riesce a impostare veri rapporti
amicali. Ci può essere aiuto reciproco, cameratismo, ma fondamentalmente si è portati a badare al proprio interesse, alla sopravvivenza».
E se si pensa alle famiglie la realtà
è altrettanto triste: «La maggioranza
si perde. Mancano i contatti, manca
un rapporto costante: ci sono solo
quattro ore al mese di colloqui. Durante i quali non puoi dare neanche
una carezza a tua moglie. Tutto questo è molto difficile da sostenere».
Eppure, ci dice ancora il cappellano,
per accordare i benefici di legge ai
detenuti, la cosa più importante che
viene valutata è proprio il loro rapporto con la famiglia.
La constatazione di don Pier Sandro è amara: in questo sistema, a chi
commette un reato non si infligge
solo la pena prevista della privazione
della libertà, ma, in maniera del tutto gratuita, «vengono tolti anche altri diritti fondamentali come quelli
all’affettività, alla privacy, o quello
alla salute». Quella sanitaria — pure
in un carcere come Rebibbia considerato dagli stessi reclusi «a sei stelle» — è infatti un’emergenza assolu-
Dieci preti a pranzo con il Papa
Un momento di comunione, nel giorno del Giovedì santo, tra il
vescovo di Roma e dieci preti della diocesi impegnati nella pastorale: secondo una tradizione che si sta consolidando, anche
quest’anno, per la terza volta, il Papa ha voluto condividere il
pranzo con alcuni sacerdoti. E così a fine mattina del 2 aprile,
dopo la celebrazione eucaristica nella basilica vaticana, il Pontefice si è recato nell’abitazione dell’arcivescovo Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, dove ha trascorso circa un’ora e
mezza con i sacerdoti. In un clima semplice e cordiale, il vescovo
di Roma ha voluto così conoscere più da vicino la missione di
nove parroci e del superiore di una comunità di religiosi che vivono in un appartamento per condividere anche in questo modo
la vita della gente. Il Papa ha ascoltato con grande attenzione le
loro testimonianze, incoraggiandoli nel loro ministero. È stato,
come aveva suggerito proprio Francesco nell’omelia della messa
crismale, un tempo comune di riposo spirituale per riflettere sul
servizio quotidiano a quanti i preti incontrano.
Pubblicata una guida interattiva per i disabili
A Granada riti senza barriere
GRANADA, 2. Senza più barriere.
Per i disabili di Granada i riti, le
celebrazioni e le processioni della
settimana santa non avranno più
limitazioni dettate da barriere architettoniche e ambientali. Nella
città andalusa è stata infatti pubblicata la prima guida interattiva ai
riti pasquali rivolta a persone con
disabilità visiva, uditiva o con difficoltà di deambulazione.
Un ulteriore gesto di attenzione
manifestato dalla Chiesa spagnola,
segno di una particolare sensibilità
nei confronti delle persone disabili. Si è infatti appena conclusa nella penisola iberica la settimana per
la vita che ha avuto per tema «C’è
molta vita in ogni vita», con la
quale si è inteso esortare i fedeli a
«riconoscere il prezioso dono di
ogni vita umana, specialmente di
coloro che nascono o vivono con
alcune vulnerabilità o disabilità».
In questa prospettiva si inserisce
dunque anche la «Guida della settimana santa accessibile della città
di Granada», la prima pubblicazione del genere prodotta in Spa-
A Gerusalemme il patriarca Twal ricorda i cristiani perseguitati
Dagli ordinari di Terra Santa
Testimoni dell’amore umiliato
Auguri
per la Pasqua
ebraica
GERUSALEMME, 2. «In questo mondo ferito dalle
guerre, dalle divisioni, dalle sofferenze, che vede
un numero sempre più grande di fratelli che cercano rifugio nel nostro Paese, dobbiamo chinarci per
tendere loro la mano: ci sono tante lacrime da
asciugare e tanti cuori affranti da consolare».
È un passaggio dell’omelia pronunciata Giovedì
santo dal patriarca latino di Gerusalemme, Fouad
Twal, nel corso della celebrazione che si è svolta
nella basilica del Santo Sepolcro. «In ciascuna eucaristia — ha spiegato il patriarca — assistiamo al
medesimo e unico sacrificio che è avvenuto sulla
Croce duemila anni fa, e che continuiamo a compiere nella fede. Un amore dato senza limiti, che
non ha paura di donarsi a costo di essere schernito, calpestato, umiliato, crocifisso».
Testimoni di questo «amore umiliato» sono «i
cristiani iracheni e siriani, costretti a lasciare tutto
in una notte, e a mettersi in cammino senza sapere
ta. «Tante volte noi volontari — ci rivela il cappellano — dobbiamo comprare medicinali salvavita che la Asl
non riesce a garantire». E continua:
«La quantità di infarti di persone
giovani deriva chiaramente dalla
mancanza di movimento. Senza contare che la forzata convivenza con
troppi favorisce la diffusione di malattie come la tubercolosi o la scabbia». E all’igiene spesso devono
provvedere i volontari: si pensi, ci
dice il sacerdote, «che ogni detenuto
avrebbe diritto a un rotolo di carta
igienica ogni due mesi».
Tutto questo «fa perdere non solo
il gusto del vivere, ma anche i valori». Don Spriano tiene a specificare
di non volere colpevolizzare i responsabili e il personale delle carceri
italiane: non mancano persone meritevoli e lodevoli. Il punto è un altro:
«È l’intero sistema carcerario che,
così come è impostato, è fallimentare». Ma anche fuori dal carcere la
mentalità non sembra essere differente: «Fuori l’ex detenuto è detenuto per sempre. Non ti si apre più
nessuna porta. La società è diffidente al massimo e ti costringe in un
angolo, anche se hai voglia di ricominciare».
Ecco allora più chiaro l’apparente
paradosso con cui don Spriano ha
iniziato il nostro colloquio: questa
messa celebrata a Rebibbia servirà
sicuramente ai detenuti come segno
di speranza, ma probabilmente, conclude il cappellano, «sarà più utile
fuori da queste mura, a chi sta al di
là delle sbarre».
dove andare, solo con i vestiti che portavano addosso, e una fede incrollabile nei cuori. Questi
arabi cristiani, questi discepoli di Gesù, che hanno
rifiutato di rinnegare Cristo e che per Lui hanno
accettato di perdere tutto, sono una testimonianza
di come deve essere la fede al giorno d’oggi. Siamo di nuovo alle radici della prima Comunità cristiana, assidua nella preghiera, nello spezzare il
pane e nella carità».
«Fratelli e sorelle del mondo intero — ha concluso il patriarca Twal — ascoltiamo in loro la voce
di Cristo che ci chiama, ascoltiamo Gerusalemme
che geme, e tendiamo le nostre mani per aiutare i
cristiani del Medio oriente a scendere dalla croce
che gli interessi e l’egoismo hanno innalzato per
loro». Nell’omelia il patriarca ha anche ricordato
l’esempio di vita delle due religiose palestinesi
Maria-Alphonsine Ghattas e Mariam Bawardi, che
saranno canonizzate il prossimo 17 maggio.
GERUSALEMME, 2. Un messaggio
augurale per la Pasqua ebraica
(Pesach) è stato diffuso dagli ordinari cattolici di Terra Santa e
dalla Commissione per le relazioni col popolo ebraico. «Ebrei e
cristiani — si legge nel testo pubblicato sul sito del Patriarcato latino di Gerusalemme — celebrano
in questo momento il passaggio
dalle tenebre alla luce, dalla tomba alla terra della libertà, dalla
morte alla vita. Nell’occasione vogliamo riaffermare il nostro impegno nella lotta per la libertà di
tutti da tutte le catene di schiavitù. Buona festa di Pasqua!».
gna grazie alla concreta collaborazione — riferisce l’agenzia Sir — tra
istituzioni comunali e la locale federazione delle fraternità e confraternite della settimana santa. La
guida contiene le cartine dei luoghi interessati dai riti e gli indirizzi delle chiese con collegamenti
ipertestuali a Google Maps per
poter generare un itinerario valido
e sicuro. Infatti, una volta scaricata
su dispositivo elettronico, è possibile navigare all’interno della guida e anche nella rete, interagendo
con le pagine web delle diverse
confraternite.
La guida dispone anche di trentaquattro schede, una per ogni
processione o stazione penitenziale
realizzate a Granada durante la
settimana santa, nelle quali si raccomanda alle persone con mobilità
ridotta un punto dell’itinerario
dove assistere più comodamente al
rito. Si tratta, avvertono gli estensori della guida, di raccomandazioni basate sulle esperienze e le
testimonianze di persone che
hanno operato quelle scelte negli
anni precedenti in funzione di
un’accessibilità
adeguata,
una
deambulazione praticabile e con
meno assembramenti di gente rispetto ad altri luoghi del percorso.
Ci sono poi informazioni sull’accessibilità alle chiese e sugli orari
di apertura.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 8
venerdì 3 aprile 2015
Benedizione
degli oli e del crisma
Alla «stanchezza dei sacerdoti» il
Papa ha dedicato l’omelia della messa
crismale celebrata nella mattina del 2
aprile, Giovedì santo, nella basilica
vaticana. «Chiediamo la grazia di
imparare a essere stanchi» ha
raccomandato ai presenti, ricordando
che «la nostra stanchezza è come
l’incenso che sale silenziosamente al
cielo» e invitandoli a evitare tre
tentazioni: la stanchezza della gente,
dei nemici e di sé stessi.
«La mia mano è il suo sostegno, / il
mio braccio è la sua forza» (Sal 88,
22). Così pensa il Signore quando
dice dentro di sé: «Ho trovato Davide, mio servo, / con il mio santo
olio l’ho consacrato» (v. 21). Così
pensa il nostro Padre ogni volta che
“trova” un sacerdote. E aggiunge ancora: «La mia fedeltà e il mio amore
saranno con lui / ... Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, / mio Dio
e roccia della mia salvezza”» (vv.
25.27).
È molto bello entrare, con il Salmista, in questo soliloquio del nostro Dio. Egli parla di noi, suoi sacerdoti, suoi preti; ma in realtà non
è un soliloquio, non parla da solo: è
il Padre che dice a Gesù: «I tuoi
amici, quelli che ti amano, mi potranno dire in modo speciale: Tu sei
mio Padre» (cfr. Gv 14, 21). E se il
Signore pensa e si preoccupa tanto
di come potrà aiutarci, è perché sa
che il compito di ungere il popolo
fedele non è facile, è duro; ci porta
alla stanchezza e alla fatica. Lo sperimentiamo in tutte le forme: dalla
stanchezza abituale del lavoro apostolico quotidiano fino a quella della
malattia e della morte, compreso il
consumarsi nel martirio.
La stanchezza dei sacerdoti! Sapete quante volte penso a questo: alla
stanchezza di tutti voi? Ci penso
molto e prego di frequente, specialmente quando ad essere stanco sono
io. Prego per voi che lavorate in
mezzo al popolo fedele di Dio che
vi è stato affidato, e molti in luoghi
assai abbandonati e pericolosi. E la
nostra stanchezza, cari sacerdoti, è
come l’incenso che sale silenziosamente al Cielo (cfr. Sal 140, 2; Ap 8,
3-4). La nostra stanchezza va dritta
al cuore del Padre.
Siate sicuri che la Madonna si accorge di questa stanchezza e la fa
notare subito al Signore. Lei, come
Madre, sa capire quando i suoi figli
sono stanchi e non pensa a nient’altro. «Benvenuto! Riposati, figlio.
Dopo parleremo... Non ci sono qui
io, che sono tua Madre?» — ci dirà
sempre quando ci avviciniamo a Lei
All’omelia della messa crismale Papa Francesco parla della fatica pastorale del sacerdote
Santa stanchezza
In mezzo alla gente con l’odore delle pecore e con il sorriso di un papà
(cfr. Evangelii gaudium, 286). E a
suo Figlio dirà, come a Cana: «Non
hanno vino» (Gv 2, 3).
Succede anche che, quando sentiamo il peso del lavoro pastorale, ci
può venire la tentazione di riposare
in un modo qualunque, come se il
riposo non fosse una cosa di Dio.
Non cadiamo in questa tentazione.
La nostra fatica è preziosa agli occhi
di Gesù, che ci accoglie e ci fa alzare: «Venite a me quando siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro»
(cfr. Mt 11, 28). Quando uno sa che,
morto di stanchezza, può prostrarsi
in adorazione, dire: «Basta per oggi,
Signore», e arrendersi davanti al Padre, uno sa anche che non crolla ma
si rinnova, perché chi ha unto con
olio di letizia il popolo fedele di
Dio, il Signore pure lo unge: «Cambia la sua cenere in diadema, le sue
lacrime in olio profumato di letizia,
il suo abbattimento in canti» (cfr. Is
61, 3).
Teniamo ben presente che una
chiave della fecondità sacerdotale sta
nel come riposiamo e nel come sentiamo che il Signore tratta la nostra
stanchezza. Com’è difficile imparare
a riposare! In questo si gioca la nostra fiducia e il nostro ricordare che
anche noi siamo pecore e abbiamo
bisogno del pastore, che ci aiuti.
Possono aiutarci alcune domande a
questo proposito.
So riposare ricevendo l’amore, la
gratuità e tutto l’affetto che mi dà il
popolo fedele di Dio? O dopo il lavoro pastorale cerco riposi più raffinati, non quelli dei poveri ma quelli
che offre la società dei consumi? Lo
Spirito Santo è veramente per me
«riposo nella fatica», o solo Colui
che mi fa lavorare? So chiedere aiuto
a qualche sacerdote saggio? So riposare da me stesso, dalla mia auto-esigenza, dal mio auto-compiacimento,
dalla mia auto-referenzialità? So
conversare con Gesù, con il Padre,
con la Vergine e san Giuseppe, con i
miei Santi protettori amici per riposarmi nelle loro esigenze — che sono
soavi e leggere —, nel loro compiacimento — ad essi piace stare in mia
compagnia —, e nei loro interessi e
riferimenti — ad essi interessa solo la
maggior gloria di Dio — ...? So riposare dai miei nemici sotto la protezione del Signore? Vado argomentando e tramando fra me, rimuginando più volte la mia difesa, o mi
affido allo Spirito Santo che mi insegna quello che devo dire in ogni occasione? Mi preoccupo e mi affanno
eccessivamente o, come Paolo, trovo
Prosegue la missione del cardinale Filoni in Iraq
Colombe pasquali per gli sfollati
Ha toccato alcuni villaggi del nord, quelli più vicini alle zone occupate dalle milizie del cosiddetto Stato islamico (Is), il cardinale Fernando Filoni nella sua missione in Iraq durante la settimana santa.
Il prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, che ad agosto era stato inviato speciale
del Papa tra le popolazioni stremata dalle violenze
jihadiste e da anni di guerra, è tornato in terra irachena per visitare soprattutto i campi dove hanno trovato
rifugio le minoranze cristiane e yazide in fuga dalla
piana di Ninive e da Mossul.
Dapprima a Baghdad e poi ad Arbil, il porporato ha
anche avuto incontri con la Chiesa cattolica locale —
dai vescovi, alle religiose delle missionarie della carità
che gestiscono un centro nella capitale — e con le autorità del posto. Anche con quelle del governo autonomo
del Kurdistan iracheno, che gli hanno assicurato come
i cristiani e le altre minoranze siano in cima anche alle
loro attenzioni.
Da Arbil, la città che accoglie il maggior numero di
profughi, il cardinale Filoni ha quindi raggiunto le antichissime città assire di Shaqlawa, Aqrah e Alqosh.
Nella circostanza ha visitato la tomba del profeta biblico Naum e incontrato il capo spirituale supremo yazida, il “Baba Sheikh”, Kato. Ma il prefetto ha trascor-
so la maggior parte del proprio tempo soprattutto con
i rifugiati nei villaggi della zona. E questo gli ha offerto la possibilità di constatare che la situazione rispetto
al mese di agosto è molto migliorata, perché le famiglie
hanno trovato un alloggio. Sebbene continuino a vivere in condizioni difficili e delicate. Per questo, come
gesto di incoraggiamento, ha portato loro in dono seimila colombe pasquali offerte dalla diocesi di Roma.
riposo dicendo: «So in chi ho posto
la mia fede» (2 Tm 1, 12)?
Ripassiamo un momento, brevemente, gli impegni dei sacerdoti, che
oggi la liturgia ci proclama: portare
ai poveri la Buona Notizia, annunciare la liberazione ai prigionieri e la
guarigione ai ciechi, dare la libertà
agli oppressi e proclamare l’anno di
grazia del Signore. Isaia dice anche
curare quelli che hanno il cuore
spezzato e consolare gli afflitti.
Non sono compiti facili, non sono
compiti esteriori, come ad esempio
le attività manuali — costruire un
nuovo salone parrocchiale, o tracciare le linee di un campo di calcio per
i giovani dell’oratorio...; gli impegni
menzionati da Gesù implicano la
nostra capacità di compassione, sono
impegni in cui il nostro cuore è
“mosso” e commosso. Ci rallegriamo
con i fidanzati che si sposano, ridiamo con il bimbo che portano a battezzare; accompagniamo i giovani
che si preparano al matrimonio e alla famiglia; ci addoloriamo con chi
riceve l’unzione nel letto di ospedale; piangiamo con quelli che seppelliscono una persona cara... Tante
emozioni... Se noi abbiamo il cuore
aperto, questa emozione e tanto affetto affaticano il cuore del Pastore.
Per noi sacerdoti le storie della nostra gente non sono un notiziario:
noi conosciamo la nostra gente, possiamo indovinare ciò che sta passando nel loro cuore; e il nostro, nel patire con loro, ci si va sfilacciando, ci
si divide in mille pezzetti, ed è commosso e sembra perfino mangiato
dalla gente: prendete, mangiate.
Questa è la parola che sussurra costantemente il sacerdote di Gesù
quando si sta prendendo cura del
suo popolo fedele: prendete e mangiate, prendete e bevete... E così la
nostra vita sacerdotale si va donando
nel servizio, nella vicinanza al Popolo fedele di Dio... che sempre, sempre stanca.
Vorrei ora condividere con voi alcune stanchezze sulle quali ho meditato.
C’è quella che possiamo chiamare
«la stanchezza della gente, la stanchezza delle folle»: per il Signore,
come per noi, era spossante — lo dice il Vangelo —, ma è una stanchezza buona, una stanchezza piena di
frutti e di gioia. La gente che lo seguiva, le famiglie che gli portavano i
loro bambini perché li benedicesse,
quelli che erano stati guariti, che venivano con i loro amici, i giovani
che si entusiasmavano del Rabbì...,
non gli lasciavano neanche il tempo
per mangiare. Ma il Signore non si
seccava di stare con la gente. Al contrario: sembrava che si ricaricasse
(cfr. Evangelii gaudium, 11). Questa
stanchezza in mezzo alla nostra attività è solitamente una grazia che è a
portata di mano di tutti noi sacerdoti (cfr. ibid., 279). Che bella cosa è
questa: la gente ama, desidera e ha
bisogno dei suoi pastori! Il popolo
fedele non ci lascia senza impegno
diretto, salvo che uno si nasconda in
un ufficio o vada per la città con i
vetri oscurati. E questa stanchezza è
buona, è una stanchezza sana. È la
stanchezza del sacerdote con l’odore
delle pecore..., ma con il sorriso di
papà che contempla i suoi figli o i
suoi nipotini. Niente a che vedere
con quelli che sanno di profumi cari
e ti guardano da lontano e dall’alto
(cfr. ibid., 97). Siamo gli amici dello
Sposo, questa è la nostra gioia. Se
Gesù sta pascendo il gregge in mezzo a noi non possiamo essere pastori
con la faccia acida, lamentosi, né,
ciò che è peggio, pastori annoiati.
Odore di pecore e sorriso di padri...
Sì, molto stanchi, ma con la gioia di
chi ascolta il suo Signore che dice:
«Venite, benedetti del Padre mio»
(Mt 25, 34).
C’è anche quella che possiamo
chiamare «la stanchezza dei nemici». Il demonio e i suoi seguaci non
dormono e, dato che le loro orecchie
non sopportano la Parola di Dio, lavorano instancabilmente per zittirla
o confonderla. Qui la stanchezza di
affrontarli è più ardua. Non solo si
tratta di fare il bene, con tutta la fatica che comporta, bensì bisogna difendere il gregge e difendere sé stessi dal male (cfr. Evangelii gaudium,
83). Il maligno è più astuto di noi
ed è capace di demolire in un momento quello che abbiamo costruito
con pazienza durante lungo tempo.
Qui occorre chiedere la grazia di imparare a neutralizzare — è un’abitudine importante: imparare a neutralizzare —: neutralizzare il male, non
strappare la zizzania, non pretendere
di difendere come superuomini ciò
che solo il Signore deve difendere.
Tutto questo aiuta a non farsi cadere
le braccia davanti allo spessore
dell’iniquità, davanti allo scherno dei
malvagi. La parola del Signore per
queste situazioni di stanchezza è:
«Abbiate coraggio, io ho vinto il
mondo!» (Gv 16, 33). E questa parola ci darà forza.
E per ultima — ultima perché questa omelia non vi stanchi troppo —
c’è anche «la stanchezza di sé stessi»
(cfr. Evangelii gaudium, 277). È forse
la più pericolosa. Perché le altre due
provengono dal fatto di essere esposti, di uscire da noi stessi per ungere
e darsi da fare (siamo quelli che si
prendono cura). Invece questa stanchezza è più auto-referenziale: è la
delusione di sé stessi ma non guardata in faccia, con la serena letizia di
chi si scopre peccatore e bisognoso
di perdono, di aiuto: questi chiede
aiuto e va avanti. Si tratta della stanchezza che dà il «volere e non volere», l’essersi giocato tutto e poi rimpiangere l’aglio e le cipolle d’Egitto,
il giocare con l’illusione di essere
qualcos’altro. Questa stanchezza mi
piace chiamarla «civettare con la
mondanità spirituale». E quando
uno rimane solo, si accorge di quanti settori della vita sono stati impregnati da questa mondanità, e abbiamo persino l’impressione che nessun
bagno la possa pulire. Qui può esserci una stanchezza cattiva. La parola dell’Apocalisse ci indica la causa di questa stanchezza: «Sei perseverante e hai molto sopportato per il
mio nome, senza stancarti. Ho però
da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore» (2, 3-4).
Solo l’amore dà riposo. Ciò che non
si ama, stanca male, e alla lunga
stanca peggio.
L’immagine più profonda e misteriosa di come il Signore tratta la nostra stanchezza pastorale è quella
che «avendo amato i suoi..., li amò
sino alla fine» (Gv 13, 1): la scena
della lavanda dei piedi. Mi piace
contemplarla come la lavanda della
sequela. Il Signore purifica la stessa
sequela, Egli si «coinvolge» con noi
(Evangelii gaudium, 24), si fa carico
in prima persona di pulire ogni macchia, quello smog mondano e untuoso che ci si è attaccato nel cammino
che abbiamo fatto nel suo Nome.
Sappiamo che nei piedi si può vedere come va tutto il nostro corpo.
Nel modo di seguire il Signore si
manifesta come va il nostro cuore.
Le piaghe dei piedi, le slogature e la
stanchezza, sono segno di come lo
abbiamo seguito, di quali strade abbiamo fatto per cercare le sue pecore
perdute, tentando di condurre il
gregge ai verdi pascoli e alle acque
tranquille (cfr. ibid., 270). Il Signore
ci lava e ci purifica da tutto quello
che si è accumulato sui nostri piedi
per seguirlo. E questo è sacro. Non
permette che rimanga macchiato.
Come le ferite di guerra Lui le bacia, così la sporcizia del lavoro Lui
la lava.
La sequela di Gesù è lavata dallo
stesso Signore affinché ci sentiamo
in diritto di essere “gioiosi”, “pieni”,
«senza paura né colpa» e così abbiamo il coraggio di uscire e andare
«sino ai confini del mondo, a tutte
le periferie», a portare questa buona
notizia ai più abbandonati, sapendo
che «Lui è con noi, tutti i giorni fino alla fine del mondo». E per favore, chiediamo la grazia di imparare
ad essere stanchi, ma ben stanchi!
Imponente partecipazione dei
sacerdoti alla messa del crisma
celebrata da Papa Francesco
all’altare della confessione della
basilica di San Pietro. Erano
quasi duemila, oltre a quaranta
cardinali e numerosi arcivescovi e
vescovi. Tutti hanno rinnovato le
promesse sacerdotali davanti al
Pontefice. Si è svolta poi la
benedizione degli oli e la
consacrazione del crisma,
introdotte dalla processione con
tre carrelli — ciascuno di un
colore diverso a seconda dell’olio
contenuto nelle anfore — che si è
mossa dalla cappella della Pietà
al canto del O Redemptor. Il
colore bianco era per quello degli
infermi, il viola per quello dei
catecumeni e il rosso per il
crisma. Ogni carrello è stato
accompagnato da quattro diaconi.
Un altro diacono, Jean Junior
Mputu Loote, portava una
piccola anfora contenente le
sostanze profumate, che ha
versato nel crisma. Il Papa si è
chinato alitando sull’anfora
contenente il sacro crisma e ha
recitato la preghiera. L’olio per la
celebrazione della messa è stato
donato dalla cooperativa Arte y
Alimentación di Castelseras in
Spagna. Le essenze profumate
sono state fornite da Alchimia
natura di Modena e dall’azienda
agrumicola Misilmeri di Palermo.
Gli oli verranno poi portati a San
Giovanni in Laterano, dove
saranno distribuiti ai sacerdoti
della diocesi di Roma per
l’amministrazione dei sacramenti
nel corso dell’anno. Alla liturgia
della Parola, la prima lettura,
tratta dal libro del profeta Isaia, è
stata letta in italiano da Mattia
Pica, la seconda lettura in
italiano, da Andreas Biancucci, e
il Vangelo è stato proclamato in
latino da Jacob Hsieh. Tra i
concelebranti, il cardinale Pietro
Parolin, segretario di Stato, e
numerosi presuli, prelati e officiali
della Curia romana, fra i quali,
gli arcivescovi Angelo Becciu,
sostituto della Segreteria di Stato,
Paul Richard Gallagher,
segretario per i Rapporti con gli
Stati, e Georg Gänswein, prefetto
della Casa pontificia, i
monsignori Peter Bryan Wells,
assessore, e José Avelino
Bettencourt, capo del Protocollo.
Al momento della consacrazione,
sono saliti all’altare con il
Pontefice i cardinali Tarcisio
Bertone, Giovanni Battista Re,
Jozef Tomko e Salvatore De
Giorgi. I canti sono stati eseguiti
dalla Cappella Sistina, diretta dal
maestro Massimo Palombella, dal
coro guida Mater Ecclesiae e
dalla Cappella Giulia. Hanno
prestato servizio liturgico come
ministranti gli alunni del
Pontificio Collegio internazionale
Maria Mater Ecclesiae, mentre i
diaconi permanenti della diocesi
di Roma hanno distribuito la
comunione ai concelebranti.
Prima dell’inizio della
celebrazione eucaristica, è stata
cantata in latino l’Ora terza.