LE LINGUE PER LO STREGA

LE LINGUE PER LO STREGA
LE LINGUE PER LO STREGA
280 TRADUZIONI IN 23 LINGUE DEL MONDO
Con una prefazione di Andrea Meloni
www.booksinitaly.it
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@Booksinitaly
Si ringrazia la rete degli Istituti Italiani di Cultura che ha diffuso e promosso
attivamente il progetto. Si ringraziano le scuole di italiano e gli studenti di
tutto il mondo che hanno permesso, con il loro entusiasta lavoro di traduzione, il successo dell’iniziativa.
Le Lingue per lo Strega è una pubblicazione realizzata a partire dall’iniziativa Chi ben comincia…: scegli l’incipit più bello, una iniziativa nata dalla
collaborazione tra Premio Strega e BooksinItaly.it e promossa dalla Direzione Generale Sistema Paese del Ministero degli Affari Esteri e della
Cooperazione Internazionale, in occasione della Settimana della Lingua
Italiana nel Mondo edizione 2014.
© BooksinItaly 2015
SOMMARIO
Prefazione
di Andrea Meloni
Gli incipit
Giuseppe Catozzella
Non dirmi che hai paura
6
Antonella Cilento
Lisario o il piacere infinito delle donne
64
Donatella Di Pietrantonio
Bella mia 69
Gipi
Una storia 83
Marco Magini
Come fossi solo 98
Giuseppe Munforte
Nella casa di vetro 131
Francesco Pecoraro La vita in tempo di pace 153
Paolo Piccirillo
La terra del sacerdote 167
Francesco Piccolo
Il desiderio di essere come tutti 186
Giorgio Pressburger
Storia umana e inumana 243
Elisa Ruotolo
Ovunque, proteggici 255
Antonio Scurati
Il padre infedele
275
Appendice
Indice per lingua
294
I dodici finalisti
Gli editori Gli Istituti Italiani di Cultura e le scuole di lingua
Le ambasciate e i consolati
295
296
297
299
Prefazione
È
per tutti noi un motivo di soddisfazione l’ottima riuscita
dell’iniziativa Chi ben comincia…: scegli l’incipit più bello,
ideata dalla Direzione Generale per la Promozione del
Sistema Paese del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione
Internazionale e realizzata in collaborazione con il Premio Strega e il
sito BooksinItaly.it, in occasione della XIV edizione della Settimana
della Lingua Italiana nel Mondo.
Gli Istituti di Cultura, le Ambasciate e i Consolati hanno messo a
disposizione delle scuole italiane nel mondo gli incipit dei dodici finalisti al Premio Strega 2014 e gli allievi sono stati invitati a tradurne
le prime trenta righe nella loro lingua madre.
Il successo dell’iniziativa – testimoniato dalle quasi 300 traduzioni
pervenute, in 23 lingue differenti – è una conferma importante della
vitalità delle istituzioni coinvolte e soprattutto dell’interesse per la nostra lingua da parte di quanti sono impegnati ad insegnarla all’estero
con grande passione e di coloro che si trovano nell’avvincente fase
dell’apprendimento.
Le lingue per lo Strega, questa pregevole pubblicazione digitale che
raccoglie tutti i testi tradotti, accompagnati da indici per autore e
per lingua di traduzione, oltre a restituire un affascinante e articolato quadro del dialogo di così tante lingue con l’italiano, offre al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale uno
stimolo ulteriore alla propria opera di valorizzazione della lingua e
della letteratura del nostro Paese, portata avanti con convinzione ed
entusiasmo da quegli imprescindibili avamposti della nostra cultura
che sono le scuole italiane all’estero, gli Istituti di Cultura, le Ambasciate e i Consolati, cui va la nostra gratitudine per aver reso possibile
questo risultato.
Ambasciatore Andrea Meloni
Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale
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Giuseppe Catozzella
6
Non dirmi che hai paura
Non dirmi
che hai
paura
Feltrinelli
Samia è una ragazzina di Mogadiscio. Ha la corsa nel sangue. Ogni giorno
divide i suoi sogni con Alì, che è amico del cuore, confidente e primo, appassionato allenatore. Mentre intorno la Somalia è sempre più preda dell’irrigidimento politico e religioso, mentre le armi parlano sempre più forte la
lingua della sopraffazione, Samia guarda lontano, e avverte nelle sue gambe magre e velocissime un destino di riscatto per il paese martoriato e per le
donne somale. Gli allenamenti notturni nello stadio deserto, per nascondersi
dagli occhi accusatori degli integralisti, e le prime affermazioni la portano, a
soli diciassette anni, a qualificarsi alle Olimpiadi di Pechino. Arriva ultima,
ma diventa un simbolo per le donne musulmane in tutto il mondo. Il suo
vero sogno, però, è vincere. L’appuntamento è con le Olimpiadi di Londra del
2012. Ma tutto diventa difficile. Gli integralisti prendono ancora più potere,
Samia corre chiusa dentro un burqa ed è costretta a fronteggiare una perdita
lacerante, mentre il “fratello di tutta una vita” le cambia l’esistenza per sempre. Rimanere lì, all’improvviso, non ha più senso. Una notte parte, a piedi.
Rincorrendo la libertà e il sogno di vincere le Olimpiadi. Sola, intraprende il
Viaggio di ottomila chilometri, l’odissea dei migranti dall’Etiopia al Sudan e,
attraverso il Sahara, alla Libia, per arrivare via mare in Italia.
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La mattina che io e Alì siamo diventati fratelli faceva un caldo da morire
e stavamo riparati sotto l’ombra stretta di un’acacia.
Era venerdì, il giorno della festa.
La corsa era stata lunga e stancante, eravamo tutti e due sudati fradici:
da Bondere, dove abitavamo, siamo arrivati dritti fino allo stadio Cons,
senza fermarci mai. Sette chilometri, passando per tutte le stradine interne
che Alì conosceva come le sue tasche, sotto un sole talmente cocente da
sciogliere le pietre.
Sedici anni in due avevamo, otto a testa, nati a tre giorni di distanza l’uno
dall’altra. Non potevamo che essere fratelli, aveva ragione Alì, anche se eravamo figli di due famiglie che non si sarebbero neanche dovute rivolgere la
parola e invece vivevano nella stessa casa, due famiglie che avevano sempre
condiviso tutto.
Stavamo sotto quell’acacia a prendere un po’ di fiato e di fresco, imbrattati
fino al sedere della polvere bianca e sottile che si alza dal fondo delle strade
al minimo sbuffo di vento, quando da un momento all’altro Alì se n’è uscito
con quella storia della abaayo.
“Vuoi essere mia abaayo?” mi ha chiesto, mentre ancora aveva il respiro
spezzato, le mani ai fianchi ossuti, stretti sot to i pantaloncini blu che erano
stati di tutti i suoi fratelli prima di finire a lui.
“Vuoi essere mia sorella?” Conosci qualcuno per una vita e c’è sempre un
momento esatto a partire dal quale, se per te è una persona importante, da
lì in poi sarà sorella o fratello.
Legàti per la vita da una parola, si rimane.
L’ho guardato storto, senza fargli capire cosa pensavo.
“Solo se riesci a prendermi,” ho detto all’improvviso, prima di scattare via
di nuovo, in direzione della nostra casa.
Alì deve avercela messa tutta, perché dopo pochi passi è riuscito ad afferrarmi per la maglietta e a farmi inciampare.
Siamo finiti a terra; lui sopra di me, nella polvere che si attaccava ovunque,
al sudore della pelle e ai vestiti leggeri.
Quasi l’ora di pranzo, in giro non c’era nessuno. Non ho cercato di divincolarmi, non ho opposto resistenza. Era un gioco.
“Allora?” mi ha chiesto, respirandomi il suo fiato caldo sulla faccia e facendosi d’un tratto serio.
Io non l’ho neanche guardato, ho solo strizzato gli occhi schifata. “Mi devi
dare un bacio, se vuoi essere mio fratello. Lo sai, sono le regole.”
Alì si è allungato come una lucertola e mi ha schiacciato un bacio bagnaticcio sulla guancia.
“Abaayo,” ha detto lui. Sorella.
“Aboowe,” ho risposto io. Fratello.
Ci siamo rialzati, e via.
Eravamo liberi, di nuovo liberi di correre.
Almeno fino a casa.
La nostra casa non era neanche una casa nel senso normale del termine,
come possono essere quelle belle, con tutte le comodità. Era piccola, piccolissima. E ci vivevamo in due famiglie, la nostra e quella di Alì, dentro
lo stesso cortile, recintato da un muricciolo d’argilla. Le nostre abitazioni
erano proprio una di fronte all’altra, ai due margini opposti dello spiazzo.
Giuseppe Catozzella è autore di poesie, romanzi-inchiesta, racconti e reportage. È stato a
lungo consulente editoriale per la Mondadori e attualmente lavora per Giangiacomo Feltrinelli. Scrive su “L’Espresso”, “Sette”, “Il Corriere Nazionale”, “Max”, “Lo Straniero”. Del suo
romanzo-inchiesta Alveare (Rizzoli, 2011; Feltrinelli, 2014) la casa di produzione Wildside ha
acquistato i diritti cinematografici, e sono stati tratti tre differenti spettacoli teatrali.
Non dirmi che hai paura © 2014 Giuseppe Catozzella
ISBN 978 8807030772
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7
Non dirmi che hai paura
Armeno
Ambasciata d’Italia a Erevan
ELEN MELIKYAN
Università Statale di Erevan
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Այն առավոտ, երբ ես ու Ալին դարձանք քույր ու եղբայր, սարսափելի շոգ
էր, և մենք պատսպարվել էինք մի բարակ մրփենու ստվերի տակ:
Ուրբաթ էր, տոնական օր:
Ճանապարհը երկար էր և հոգնեցուցիչ, երկուսս էլ ոտքից գլուխ թրջված
էինք. Բոնդերեից, որտեղ ապրում էինք, ուղիղ եկանք Կոնս մարզադաշտ՝
առանց կանգ առնելու: Յոթ կիլոմետր էր այն ուղին, որ անցել էինք
միասին այն բոլոր նեղ, փոքր փողոցներով, որոնք Ալին լավ գիտեր, այն
կիզիչ արևի տակ, որ հալեցնում էր նունիսկ քարերը:
Երկուսս միասին տասնվեց տարեկան էինք, յուրաքանչյուրս ութ, ծնված
երեք օր տարբերությամբ: Դա հաստատ էր, որ մենք քույր ու եղբայր էինք,
իրավացի էր Ալին, եթե անգամ երկու տարբեր ընտանիքների զավակներ
էինք, որոնք իրավունք չունեին անգամ բառ փոխանակել, մինչդեռ ապրում
էին միևնույն տանը, երկու տարբեր ընտանիքներ, որոնք միշտ ամեն ինչ
կիսում էին:
Մրփենու տակ հանգրվանեցինք՝ մի փոքր շունչ քաշելու և մաքուր օդ
շնչելու համար՝ մինչև ոտքի ծայրը աղտոտված սպիտակ, թեթև փոշով,
որը բարձրանում էր փողոցների խորքից փչող թեթև քամուց, երբ մի պահ
Ալին անսպասելիորեն հորինեց աբաայո-ի այդ պատմությունը:
-Ուզու՞մ ես լինել իմ աբաայոն,- հարցրեց ինձ, մինչ դեռ հևում էր՝
ձեռքերը ոսկրոտ կոնքերին, սեղմված կապույտ անդրավարտիքի տակ, որը,
մինչ նրան հասնելը, կրել էին իր բոլոր եղբայրները:
- Ուզու՞մ ես լինել իմ քույրը: Կյանքում այսպես է լինում. ծանոթանում
ես մեկի հետ, և գալիս է մի պահ որից հետո, եթե նա քեզ համար կարևոր
անձնավորություն է, դառնում է քույր կամ եղբայր:
Ցմահ մնում ես կապված մի բառով:
Ես խեթ-խեթ նայեցի նրան՝ առանց հասկացնել տալու, թե ինչ էի
մտածում:
-Միայն եթե կարողանաս վերցնել ինձ,- հանկարծ ասացի ես, մինչ կրկին
կվազեի մեր տան ուղղությամբ:
Ալին պետք է որ ջանք խնայած չլիներ, քանզի մի քանի քայլից
կարողացավ բռնել ինձ իմ շապիկից, և ես սայթաքեցի: Հայտվեցինք
գետնին՝ նա ինձ վրա, փոշու մեջ, որն ամենուրեք էր՝ մաշկի քրտինքի
վրայից մինչև թեթև հագուստը:
Գրեթե ճաշի ժամն էր, և շրջակայքում ոչ ոք չկար: Չփորձեցի
հակառակվել, չդիմադրեցի:
-Այսպիսո՞վ,- հարցրեց ինձ՝ փչելով դեմքիս իր տաք շունչը և հանկարծ
դեմքին լուրջ տեսք հաղորդելով:
Ես անգամ հայացք չգցեցի նրա կողմ, միայն գարշանքից փակեցի աչքերս:
-Պետք է համբուրես ինձ, եթե ուզում ես լինել իմ եղբայրը: Գիտե°ս՝
այդպիսին են կանոննները:
Ալին ձգվեց մողեսի նման և մի թաց համբույր դրոշմեց այտիս:
-Աբաայո,- ասաց նա:-Քույր:
-Աբոովե,-պատասխանեցի ես:-Եղբայր:
Վեր կացանք և գնացինք:
Ազատ էինք, կրկին ազատ վազելու: Գոնե մինչև տուն:
Մեր տունն անգամ տուն չէր բառի բուն իմաստով, ինչպիսին լինում են
սովորաբար՝ գեղեցիկ, բոլոր հարմարություններով: Եվ այնտեղ ապրում էր
երկու ընտանիք՝ մերը և Ալիինը, հենց նույն բակում, մի կավե պատնեշով
անջատված: Մեր բնակարանները ուղիղ մեկը մյուսի դիմաց էին՝ երկու
հակառակ եզրերին:
8
Non dirmi che hai paura
Bielorusso
Ambasciata d’Italia a Minsk
ANASTASIA BOBRIKOVICH
ANNA LIUBETSKAYA
VALENTINA TARANOVICH
ANNA VOLOS
Università Statale Linguistica di Minsk
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Раніца, калі я і Алі сталі братам і сястрой, была настолькі
спякотнай, што мы ратаваліся ад летняй гарачыні ў цяньку акацыі.
Была пятніца, дзень, калі ніхто не працуе.
Беглі мы доўга і моцна стаміліся: ад Бандэры, дзе жылі, мы
прыбеглі на стадыён Конс, не спыніўшыся ні разу. Сем кіламетраў
па вулачкам сярод двароў, якія Алі ведаў, як свае пяць пальцаў, пад
сонцам спякотным настолькі, што, здавалася, магло расплавіць
каменне.
У той час нам разам было шаснаццаць гадоў, па восем кожнаму, мы
нарадзіліся з розніцай у тры дні.
Алі меў рацыю, мы не маглі не быць братам і сястрой, хоць і былі з
розных сем’яў, якія ў іншых абставінах, магчыма, нават не загаварылі
б адзін з другім, жывучы ў адным доме. Дзве сям’і, якія заўжды ўсім
дзяліліся.
Мы сядзелі пад акацыяй, каб трохі перавесці дух і адпачыць,
выпацканыя белым тонкім пылам, які падымаўся з дарогі пры
любым подыху ветру, калі нечакана Алі пачаў размову пра abaayo.
- Хочаш быць маёй abaayo? – запытаўся ён, упёршыся рукамі ў
худзенькія бакі над сінімі штонікамі, якія да яго насілі ўсе яго браты.
- Хочаш быць маёй сястрой?
Ты ведаеш кагосьці ўсё жыццё і заўсёды наступае такі момант,
пасля якога, калі гэты чалавек сапраўды дарагі, раней ці пазней ён
становіцца табе братам або сястрой.
Аднойчы абязаўшы сябе словам, трэба быць верным яму ўсё
жыццё.
Я хітра паглядзела на яго, не даўшы магчымасці зразумець, пра што
думаю.
- Толькі калі ты мяне дагоніш, - сказала я , ускочыла і пабегла ў
накірунку нашага дома.
Алі, мабыць, з усіх сіл пабег за мной, таму што ўжо праз некалькі
крокаў ён схапіў мяне за край адзежыны і збіў з ног. Мы ўпалі, ён
наваліўся на мяне, абое ў пыле, які быў паўсюль – на целе, на адзенні.
Быў полудзень, вакол нікога. Я не спрабавала вырвацца і нават не
супраціўлялася. Гэта была гульня.
- Ну што? – сур’ёзным тонам запытаўся ён, і я адчула яго цёплы
подых.
Я нават не паглядзела на яго, а толькі зажмурылася.
- Ты павінен мяне пацалаваць, калі хочаш быць маім братам.
Разумеешь, такое правіла.
Алі выцянуўся, як яшчарка, і прыціснуў свае губы да маёй шчакі.
- Abaayo, - сказаў ён. Сястра.
- Abooye, - адказала я. Брат.
Мы падняліся і хутка пабеглі дадому.
Мы зноў былі вольныя, і зноў маглі бегчы.
Ва ўсякім выпадку да дому.
Наш дом не быў домам у звычайным сэнсе гэтага слова, якімі
бываюць тыя прыгожыя, з усімі зручнымі рэчамі. Наш быў маленькі,
вельмі маленькі. І жылі ў ім дзве сямьі – наша і сям’я Алі. У нас
быў адзін падворак, абнесеныгліняным плотам. Нашы дзверы
знаходзіліся насупраць і глядзелі адзін на другога з розных канцоў
падворка.
9
Non dirmi che hai paura
Cinese
Consolato d’Italia a Canton
DENG HAIYUN
Università di Studi Stranieri
di Guangdong
在我和阿里成为兄妹的那个早晨,天气非常炎热,我们呆
在洋槐树的一小片树阴下避暑。
那是星期五,也是一个节日。
那场赛跑很累很漫长,我们两人全身都被汗水浸湿了:从
我们居住的邦德烈一直跑到科斯体育馆,中间没有停下来
喘一口气。全程七千米,我们在灼热得能使石头熔化的太阳
底下跑过了本地所有的路,阿里对这些路了如指掌。
我们都是八岁,加起来有十六岁,彼此出生相差三天阿里
说得有道理,我们只能成为兄妹,虽然我们来自两个家庭,
两个本来没必要互相来往却住在同一屋檐下并总是共同分
担着一切的家庭。
我们在洋槐树下歇着喘气,道路深处吹来的最微弱的风
也能扬起细细白白的尘土,把我们全身上下都弄脏了。过了
一会儿,阿里突然讲起了关于妹妹的故事。
“你想成为我的妹妹吗?”他一边断断续续地喘气一边问
我,双手放在瘦骨嶙峋的腰上,他穿着紧身蓝色短裤,那是
他所有的哥哥都穿过了以后才轮到他穿的。“你想成为我的
妹妹吗?”某个朋友你认识了一辈子,总有那么一个时刻,如
果对你来说这是一个很重要的人,从此以之后他(她)就是
你的兄弟或姐妹了。
人们会把互相的关系都系在一句话上。
我斜着眼睛看了看他,不让他知道我在想什么。
“除非你能抓住我,”我突然说道,然后出其不意地再次飞
奔出去,朝我们家奔去。阿里想必也是竭尽了全力,因为不
过几步他就抓住了我,他拉着我的T恤,让我踉跄了一下。我
们都倒在地上,他压着我,尘土到处都是,粘着我们皮肤上
的汗水,也粘着我们薄薄的衣衫。
午饭时间快到了,周围没有一个人。我没有试图挣扎,也
不想反抗。这只是一场游戏。
“怎么样?”他问我,面色突然严肃起来,呼出的热气吹在
我的脸上。
我没有看他,只是厌恶地眨了眨眼睛。“你得给我一个吻,
如果你想成为我哥哥的话。这是规矩。”
阿里像蜥蜴一样伸长了脖子,狠狠地在我的脸颊上吻了一
下。
“Abaayo” 他说。妹妹。
“Aboowe” 我回答。哥哥。
我们爬起来,然后离开。
我们又自由畅快地跑起来。
一直跑回家。
说真的,我们的房子算不上一座真正漂亮、舒适的房子。
它很小,非常非常小。我家和阿里家都住在这座房子里,院
子中围着一堵用泥巴砌的墙。我们两家一前一后地居住,中
间还隔着一块空地。
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10 Non dirmi che hai paura
Cinese
Consolato d’Italia a Canton
WANG XITAO
Università di Studi Stranieri
di Guangdong
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在一个快要热死人的早晨,我和阿里成为了姐弟。那时候
我们一起躲在一片狭小的洋槐树荫下乘凉。
那天是星期五,正好是一个节日。
赛跑的路程很长很长,以在邦德烈的住处为起点,我们一
路跑到了科斯体育场。我们很疲惫,大汗淋漓,浑身都湿漉
漉的。迎着足以把石头烧化的炎炎烈日,我们跑过了所有这
个地方的蜿蜒小路,足足跑了七公里。
我们都八岁了,加起来是十六岁,彼此的生日相差三天。阿
里说得有道理,我们不得不成为兄弟——即使我们来自两
个家庭,两个本来没必要交流却住在同一屋檐下的、总是共
同分担一切的家庭。
我们俩在那片洋槐树荫下稍作休息,缓了口气。一阵细微
得甚至没法让人注意到的风吹过,将地面上细小的尘埃扬
了起来。正在这时,阿里想起了一个关于妹妹的故事。
他问我,“你愿意做我的妹妹吗?”此时的他还因疲惫和闷
热而略有喘息,双手叉在骨瘦如柴的、裹着一条蓝色短裤的
腰上。这条裤子被他哥哥们一个个轮着穿过,现在才为他所
有。“你愿意当我的妹妹吗?”有一些人,你似乎认识了他一
辈子;如果这个人对你来说很重要,那么总会有一个特定的
时间,从此以后他或她就成了你的兄弟姐妹。
人们总是会把彼此间关系的界定牢牢地栓在一句话上。
我歪着头看了看他,尽力不让他知道我此时此刻在想些什
么。
“除非你能抓住我,”我突然说道,然后以迅雷不及掩耳之
速再次飞奔向我们的家。阿里一定是用尽了所有的力气,因
为不过几步他就抓住了我。他拽了一下我的毛衣,我踉跄了一
下,险些摔倒。我们都累地倒在了地上,他压着我,地上的
灰尘黏腻着我们身上流不完的汗,沾湿了我们的衣衫。
差不多吃中午饭的时候,周围一个人影都没有。对于阿里
的话,我没有反抗,也同样没有坚持。这只是场游戏罢了。
“怎么样?想好了吗?”他一脸严肃地叫了我一声,呼出的
热气喷薄在我的脸颊上。
我连看都没有看他一眼,只是厌恶地瞟了他一下,“如果你
想当我的哥哥,你应该送我个吻。你知道的,这是规矩。”
阿里变了脸色,狠狠地在我脸颊上亲了一口。
“Abaayo” 他说道。姐妹。
“Aboowe” 我回答道。兄弟。
我们从地上爬了起来,朝家的方向走去。
我们又自由自在地奔跑了起来。
起码在到达家门口之前是这样的。
说真的,我们的房子不算富丽堂皇,也并非安逸闲适。它
很小,甚至于非常非常小。我和阿里,我们两家人都住在这
座房子里,院子中围着一堵用泥巴砌的墙。我们两家一个在
前,一个在后,而中间呢,中间隔着一块空地。
11 Non dirmi che hai paura
Cinese
RUAN WEISHA
Università di Comunicazione della Cina
在那个我和阿力成为兄弟的早晨,天儿可热得要命。
我和他在一棵洋槐窄窄的树荫下乘凉休息。
那天,是星期五,是一个节日。
路途漫漫,令人疲倦,我俩都累得汗流浃背:但我们没
有停歇半步,从我俩居住的伯恩多尔,直接到达了到科恩体
育场。七公里远的路途,我们顶着炎炎烈日,穿过所有阿力
轻车熟路的小巷,炽热的骄阳仿佛要把石头熔化。
按每人八年这么算来,我们俩一块儿作伴已经十六年
了。我们出生的日子只相差三天,就像亲兄弟一样。阿力说
得有道理,即使我们来自两个本来毫无交集的家庭,可如今
我们两家却生活在了一起,一直共用、分享着一切。
IIC Pechino
我俩在那棵洋槐树下歇了口气,坐下时屁股上便沾了
一层灰,这些薄薄的白色灰尘伴着小风从远处路的尽头吹
来。这时,阿力突然提起了他那个阿巴又的故事。
(阿巴又
abaayo来源于索马里语,意为:姐妹)
“你愿意做我的阿巴又吗?”他气喘吁吁地问道,两手放
在他瘦骨如柴的身体两侧,并把手紧紧地塞在那件他的哥
哥们在此之前都轮流穿过了的裤子里。“你愿意做我的姐妹
吗?”你知道的,有人终其一生,总有那么一瞬间、从那一刻
起,那人便将是姐妹或兄弟。
从一个词开始的联系,便是永恒。
我歪歪地看着他,不让他知道我在想些什么。
“除非你带着我,”我突然说道,在我们再一次偏离道路
之前,我俩又朝着家的方向走去。
阿力有些生气,走了几步之后便抓住了我的毛衣,搞得
我我踉踉跄跄。我俩倒在了地上,他压着我的身子。我俩沾
了一身灰,这灰黏在我们大汗淋漓的皮肤上,黏在我们轻薄
的衣服上。
几乎到了午饭时间,没什么人在闲逛了。我并没有试图
挣扎着爬起来,也没有反抗。那,只是个游戏。
“然后呢?”他问道,对着我的脸呼着他热腾腾的气。
我甚至都没有看他一眼,我只是对着他挤出个厌恶的
眼神。“如果你想做我的兄弟,你就该给我一个吻。你知道
的,这是规矩。”
阿力如同一只蜥蜴一般探出身子来,并在我脸上印上
了一个湿漉漉的吻。
“阿巴又,”他说道,姐妹。
“阿波威”我回答说,兄弟。
(阿波威aboowe来源于索马
里语,意为:兄弟)
我们重新站了起来,走开了。
我们自由了,又一次自由地飞奔起来。
至少直奔回家。
我们的家并不是通常意义上的家,不是那种华丽、舒
适的家。它不过是个弹丸之地,小之又小。我们生活在两个
家庭,我的家和阿力的家,同在一个被黏土矮墙围住的院儿
里。我们就住在对面,住在空地上两个相对的边缘。
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12 Non dirmi che hai paura
Cinese
HE HAOTING
Universita’ di Lingue Straniere
di Pechino
我和阿力互称兄妹的那天早上热得要命,我们当时躲在一
棵洋槐树窄窄的树荫下乘凉。
那天是星期五,正好放假。
之前跑了很长一段距离,让人疲惫不堪,我们俩都跑得汗
流浃背的:从我们住的本德勒一路跑到了康斯体育馆,中途
就没停过。我们顶着能把石头烤融的烈日,跑了七公里,穿
过了所有阿力熟悉的小街小巷。
我俩加起来有十六岁,分别八岁,生日只相差三天。阿力说
得很有道理,我们必须做兄妹,尽管我们来自不该有交流的
两个家庭,尽管我们两家住在同一个院子,总是共用所有的
东西。
IIC Pechino
我们当时在那棵洋槐下歇着喘气,贪些清凉,直到我俩
坐着沾上了轻细的白粉尘,一丝细风过,粉尘从路的尽头扬
起,这时,阿力突然讲了“阿巴唷”的故事。
“你愿意做我的‘阿巴唷’吗?”他问我时,呼吸还有些急
促,双手贴在两侧,紧贴着那条他所有哥哥都曾穿过之后再
传给他的蓝裤子。“你愿意做我的妹妹吗?”你在一生中认识
一个人,如果对你来说那是一个重要的人,总有某一时刻,
从那一刻起,他就成了你的兄弟或姐妹。
人们因一个词,一生都联系在了一起。
我歪着头看他,不让他明白我当时在想什么。
“如果你抓到我的话,”在朝着我们院子方向重新起跑之
前,我突然给了他回复。
阿力应该是故意的,因为没跑几步他就扯住了我的T恤,
害我跌倒了。我们摔倒在地;在四处飞扬的尘土中,他摔在
了我身上,隔着轻薄的衣物和皮肤上细密的汗珠。
几乎快到吃午饭的时间了,周围没有别的人。我并没试图
挣扎,我没有反抗。这就是一个游戏。
“所以呢?”阿力很认真地问我,呼出一口热气喷在我脸
上。
我根本没看他,觉得恶心,我只是眯着眼睛说到,“你应该
亲我一下,如果你想当我哥哥的话,你知道的,这是规则。”
阿力伸长了身子,像一只蜥蜴一样,在我脸颊上压了一个
湿乎乎的吻。
“阿巴唷” 他唤我。妹妹。
“阿波未” 我应他。哥哥。
我们重新站起身来,走了。
我们是自由的,可以再次自由地奔跑。
至少在到家前是这样。
我们的家并不是这个词正常意义上的一个家,怎么可能像
那些美好的家,具有所有舒适的设备。我们家房子很小,特
别特别小。房子里住了两家人,我家和阿力家,在同一个被
矮矮的土墙围起来的院子里。我们俩住的地方正好是门对
门,在院子相对的两边。
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13 Non dirmi che hai paura
Cinese
IIC Pechino
GUO JIAWEN
Università di Lingue Straniere
di Pechino
那天上午,天气热得要命,我和阿里躲进了洋槐下细窄的
阴影中。同样是那个上午,我们成为了兄妹。
记得那天是周五¬¬——一个值得欢庆的日子。
我们一路从彭德勒——我们住的地方跑来,径直地跑到
了康斯体育场,没有停歇。这段路程真是漫长而又令人精疲
力竭,我们跑得浑身都汗淋淋的。足足七公里,在灼热到足
以烤化石头的艳阳下,我们掠过了那些阿里再熟悉不过的
小道。
我俩加在一起有十六岁了,每个人都是八岁,一个比另
一个还大了三天。阿里说的对,我们注定会成为兄妹,尽管
我们来自两个家庭,两个本可能不会有任何来往,却生活在
同一个屋檐下,总是分享着一切的家庭。
我们躲在那棵洋槐下,想要喘口气,凉快一下,身上一
直到臀部都沾满了那些在一丝微风下都会从路边扬起的细
小的白色尘土。就是在这时,阿里脱口而出了那个关于“妹
妹”③的故事。
“你愿意做我的’妹妹’吗?”他问我,仍然带着喘息,两只
手放在他嶙峋而瘦窄的双胯上,胯上面还挂着一条蓝色的
短裤——这裤子在到他那儿之前,曾经属于他的每一个兄
弟,“你愿意做我的妹妹吗?”当你认识了一个人一辈子,而他
对你而言又是重要的,那么,总会有这么一刻,从那以后,他
便如同你的姐妹,或者兄弟。
他会留在你的身边,因为一句承诺而与你一生相系。
我看着歪歪扭扭的他,并没有让他看出我在想着什
么。
“只要你要能抓得住我。”我突然说,然后朝着我们的房
子又一次窜了出去。
阿里肯定是拼尽了全力来追我,因为没出几步路他就
够到了我的T恤,并且绊倒了我。我们双双倒在了地上,他倒
在我的上面。土沾的到处都是,混在了皮肤上的汗水中,沾
在了我们单薄的衣服上。
那时差不多是午饭的时候了,周围也没有什么人,我没
有试图挣脱,更没有反抗。这只是一个游戏而已。
“所以呢?”他问我,灼热的呼吸喷到我的脸上,忽然严
肃了起来。
讨人厌的我甚至没去看他一眼,只是眨了眨眼睛。“要
是想成为我的哥哥,你得亲我一下。你要知道,这是规矩。”
阿里像只蜥蜴似的抻长了身子,在我脸上印下了湿答
答的一吻。
“Abaayo。”他说。妹妹。
“Aboowe。”我回应。哥哥。
我们重新站了起来,离开了。
我们自由了,又一次可以恣意奔跑了。
至少,在到家之前可以。
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我们的房子甚至不是通常意义上所指的房子,不是那
种漂漂亮亮的,又很舒适的房子。它小小的,实际上,小极
了。在这儿,就在它陶土矮墙围城的庭院内,生活着两家
人,我们一家和阿里一家。我们两家的住处紧挨着,就在这
14 Non dirmi che hai paura
Cinese
Consolato d’Italia a Canton
张艺耀
黄宇翎
阮玉华
袁杰燊
吕泽琦
Scuola Senmiao, Canton
在一个酷热难耐的上午,我和阿力躲在稀疏的洋槐
树荫下乘凉,我们结拜成兄妹。
那天是周五,是一个节日。
路程漫长使人疲倦,我们两个都汗流浃背:从我们
曾住过的邦德勒(Bondere)一直跑到康斯(Cons)体育馆
都没有停下来过。在连石头都要被融化的太阳下,我们穿过
了7公里的小道,阿力对这些小道了如指掌。
当年我8岁,阿力也8岁,我们只相差3天,加一起才
16岁。我们不是亲兄妹却犹如亲兄妹,阿力是有道理的。尽
管我们是来自两个彼此并不融洽、连话也都不说的家庭的
孩子。但相反地,两个家庭却同住在一个院落里,经常共用
所有物品。
我们躲在那棵槐树下歇口气、纳纳凉,一阵微风吹
起,一些细小的白色粉尘弄脏了我们的下半身。就在这个时
候,阿力突然提到“abaayo”的事情。
“你想成为我的abaayo吗?”他气喘吁吁地问我,双
手插在被蓝色短裤包裹着瘦小胯骨上,那条蓝色短裤是他
兄弟们之前穿过的。“你想成为我的妹妹吗?”在你一生中,
你总会认识某个对你来说像兄弟姐妹一样重要的人。
我们的生活会因为一句“abaayo”而紧密相连。
我很疑惑地看着他,我不想让他读懂我的心。
“除非你能追上我,”我突然说,在朝着我们家的方
向重新起跑前。
阿力一定是竭尽全力了,因为没几步他就抓住了我
的衣服,我们摔在地上;他压在我身上,我们被汗湿了的皮
肤和轻便的衣服上都沾满了尘土。
差不多是午饭的时候,周围一个人都没有。我并没
有试图挣脱和反抗。这是一个游戏。
“所以呢?”他一边问我,一边朝我脸上呼出热气,
然后他露出了严肃的神情。
我并没有看他一眼,只是很嫌弃的挤了下眼睛。“你
必须给我一个吻,如果你想成为我的哥哥。你知道的,这是
规则。”
阿力像蜥蜴一样趴在我身上,在我的脸颊上留下了
一道湿吻。
“Abaayo(妹妹),”他说。
“Aboowo(哥哥),”我回答。
我们起身离去。
我们摆脱了束缚,重新跑起来。
至少我们可以跑到家门前。
我们的房子不像其他房子一样,没有它们漂亮、舒
服。它很小,非常小。 我和阿力两家人,住在同一个被矮墙
围绕着的小庭院里,我们的房子面对着面,在这个院子的两
端。
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15 Non dirmi che hai paura
Cinese
CHEN FANGSHU
Università Studi Internazionali Sichuan
我和阿里结为兄妹,是在一个炎热的早上,当时,我们俩
在一棵小洋槐树的树阴下乘凉。
那天是星期五,正好是节日。
我们跑了很长一段路,非常疲惫,浑身都被汗水浸湿
了:从我们居住的邦德莱,我们俩顶着热得能把石头烤化的
日头,马不停蹄地跑到了康斯体育场。阿里带着我,穿越了
七公里的小路,他对那些小路了如指掌。
我们俩年龄加起来十六岁,每人八岁,我们的生日只相隔
三天。阿里说得对,我们注定要成为兄妹。虽然,我们是来自
两个家庭的孩子,本来是连话都不该说的,可是,我们两家
人却生活在同一个屋檐下,同甘共苦。
IIC Pechino
我们在洋槐树下喘口气,凉快凉快,地上有一层灰尘,
每一阵微风吹过,都会扬起白色的灰尘,弄得我们裤腿脏
兮兮的。这时,阿里突然提起结拜的事情。
“你愿意做我的妹妹吗?”他一边微喘着气,一边问,他
双手叉腰,放在没有一点肉的胯骨上,他身上穿着的蓝色短
裤,是哥哥们穿过的。“你愿意做我的妹妹吗?”你与某个人
认识了很长时间,如果他/她对你而言是很重要的人,总有
那么具体的一刻,从这一刻开始,他/她就成为了你的兄弟
或姐妹。
从此,你们会因为这个词而牵绊一生。
我斜眼看着他,不想让他猜透我的想法。
“除非你抓到我,”我突然说,然后拔腿就朝家的方向跑
去。
阿里应该是拼了全力来追我的,因为没跑出几步,他就抓
到了我的汗衫,把我绊倒了。我们俩一起倒在了地上:他压
在我身上,我们满身都是尘土,皮肤上的汗水,还有轻薄的
衣服上,都粘上了土。
这时候,差不多到饭点了,周围一个人都没有。我没有挣
扎,也没有反抗。因为我知道,这不过是闹着玩罢了。
“怎么样?”他忽然一脸严肃地问,灼热的呼吸拂过我的
脸颊。
我没有看他,只是很厌烦地眨了眨眼睛,“你要是想当
我的哥哥,就要亲我一下。 你知道的,这是规矩。”
阿里像只蜥蜴一样,伸长了身体,使劲儿地亲了我一
口,在我脸上留下了一滩黏糊糊的口水。
“妹妹。”他这么叫我。
“哥哥。”我回应了他。
我们起身回家。
我们又自由自在地奔跑起来。
一直跑回家。
我们的家,并不是通常意义上的家,不是那些漂亮又舒适
的家。我们的家非常非常小。我们一家和阿里一家都住在里
面,黏土砌成的矮墙,围起了我们共用的院子。在院子里两
边,面对面修建着我们的屋子。
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16 Non dirmi che hai paura
Cinese
LIU SIJIE
Università Studi Internazionali Sichuan
那天早上,天气十分炎热,我和阿里在一棵洋槐树的树阴
下乘凉,就是那天,我们成为了兄妹。
那天是星期五,正好过节。
我们住在波恩德雷,从那儿,我们一直跑到了康斯体育
场,中途没有休息过,路途遥远,让人疲惫,我们俩的衣服
都被汗水打湿了: 在炎炎烈日之下,石头仿佛都要被烤化了,
我们抄小道,跑了七公里路,阿里对我们走的小路了如指
掌。
我们俩加起来十六岁,每人八岁,我们的生日只相差三
天。阿里说得对,我们注定成为兄妹,虽然我们出生在不同
的家庭,本不该交谈,但我们住在同一屋檐下,而且两家人
总是分享着一切。
IIC Pechino
我们待在那棵洋槐树下,喘口气,乘乘凉。路上灰尘遍
地,一阵小风就能扬起灰尘,我们的衣服都给弄脏了。突
然,阿里就说到了结拜的故事。
“你愿意同我结拜兄妹吗?”他问我,这时他还上气不接下
气,双手放在消瘦的胯骨上,他穿着一条蓝色裤子,这条蓝
色裤子他的哥哥姐姐们都穿过的,最后才轮到他。“你想做
我的妹妹吗?”你一直都认识的某个人,是你生命中重要的
一个人,总会有一个特定的时候,从那个时候,他/她开始
成为你们姐妹或是兄弟。
你一生都被这句话束缚,无法挣脱。
我斜视着他,不想让他看出我在想什么。
在重新起身,朝着回家的路出发之前,我突然说,“如果你
可以追上我的话”。
阿里竭尽全力在追我,没跑几步,他就抓住我的汗衫,把
我绊倒了。我们俩都摔在了地上;他倒在我身上,汗液中,衣
服上,到处都是灰尘。
差不多该吃午饭了,周围都没有人。我没有试图挣脱,也
没有进行反抗。这只是一个游戏。
“现在呢?”他一边问我,一边喘息,灼热的呼吸喷到了我
脸上,他突然变得十分严肃。
我还是没有看他,只是厌烦地眨了眨眼睛。“你应该吻我一
下,如果你想成为我哥哥的话。你知道的,这是规则。”
阿里像一只蜥蜴一样探过身子,之后在我脸颊上吻了一
下,湿乎乎的。
“妹妹。”他说。
“哥哥。”我回答。
我们起身离开。
我们是自由的,我们再一次自由自在地奔跑着。
就这样,回到了家。
从居住条件来看,我们的房子并不是一个真正意义上的
房子,它不像其他房子那样漂亮,那么舒适。我们的房子很
小,非常小。在这个小小的房子里,居住着两户人,我们一家
和阿里一家,我们就住在这个用矮土墙围起来的院子里。我
们的房子恰好面对着面,在院子两边。
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17 Non dirmi che hai paura
Cinese
IIC Pechino
YANG PENGFEI
Università di Lingue Straniere
Zhejiang Yuexiu
我和阿利成为兄妹的那个早上,天气简直热死了,所以我
们躲到一棵洋槐树下的一片小小的树荫里。
这天是星期五,也是节日。
那天跑的路程又长又累,我们两个都大汗淋漓:从我们住
的伯得乐开始,我们一直到达了孔斯体育馆,中途都没有停
过。总共七公里,在能把岩石都融化的灼热的太阳下面,我
们穿过了所有阿利都了如指掌的小道。
我们两个都是十六岁,而且都是八月份的,只不过中间差
了三天而已。阿利说的对,我们只能是兄妹,尽管我们是两
个都不彼此过话的家庭的孩子,但这两个家庭同住在一栋
房子里,而且一切都两家分享。
我们待在那棵洋槐树下,好喘喘气乘乘凉,不过在阿利正
要说出关于妹妹的事的时候,有一阵风从街道尽头吹来,所
夹带的细白粉末把我们给弄脏了。
“你想成为我的阿巴呦吗?” 他仍然呼吸短促地问道,双
手叉在消瘦的腰两侧,那条紧身的蓝裤子是他哥哥们之前
穿过后给他的。“你想成为我的妹妹吗?”当你认识某个人很
久,却总会有这样一个时刻,如果对于你来说他是一个重
要的人,那么,从那个时刻开始,他将会是你的姐妹或者兄
弟。
我们的人生被一个词联系在了一起,而且一直都这样保持
着。
我弯着脑袋看着他,不让他知道我在想什么。
“除非你能抓住我。” 我突然说道,说完就窜了出去,朝着
回家的方向飞奔。
阿利应该很生气吧,因为在几步之后他抓住了我的衣服,
让我摔了一跤。我们俩都倒在了地上,他在我上面,身上都
是土,皮肤上和薄薄的衣服上全是汗。
此时正是快到吃午饭的时候,所以四下没有什么人。我没
有试图挣脱,也没有反抗。这只是个游戏罢了。
“然后呢?”他问道,呼吸的热气吹在我的脸上,但表情很
严肃。
我连看都没有看他,只是眨着眼睛。我说:“如果你想成为
我的哥哥,你应该给我一个吻,你知道,这些都是规矩。”
阿利像只蜥蜴一样把头伸了过来,在我脸上给了我一个
吻。
“阿巴呦。”他说道。就是妹妹的意思。
“阿波威。”我回答道。就是哥哥的意思。
我们起身便离开了。
我们自由了,重新自由地奔跑着。
一直跑到我们家。
我们的房子不是那种正常意义上的房子,那种正常的房子
又漂亮又舒适。我们的房子很小,小极了。在这房子里住着
我们两家:我家和阿利家,而且我们同在一片土矮墙围着的
院子里。我们住处的对面是另外一家,而对面房子的两边是
空地。
torna al sommario
18 Non dirmi che hai paura
Cinese
IIC Pechino
ZHI YIWAN
Università di Lingue Straniere
Zhejiang Yuexiu
一天早,天热得要死。我和我的兄弟阿里在槐树的一小片
树阴下乘凉。
那天是星期五,一个节日。
我们跑的路是又长又累,俩人都汗流浃背,从我们居住的
邦德莱出发,我们没有停留地一直跑到康思体育馆,在这种
可以晒化石头的灼热的太阳下跑了7千米,经过了镇子里所
有的道路,阿里对于这些小路熟悉得一清二楚。
我们两个一共是16岁,每个人都是8岁。阿里有道理,我们
只能是兄弟,尽管我们是两个家庭的孩子,两家彼此都不说
什么话,但是我们生活在同一栋房子里,两个家庭一直分享
所有的东西。
我们在槐树下面歇了一会,平息一下气喘,呼吸一下新鲜
空气,阿里要提起阿巴瑶时,路的尽头挂起了一阵微风,白
色的细粉末弄脏了我们。
他呼吸还很局促呢,就我:“你愿意做我的阿巴瑶吗?”,
他两手抓着他哥哥们穿过又给他穿的蓝色短裤。“你愿意成
为我的妹妹吗?” 你认识了某人很久,总会有一个合适的时
机,从那个时刻开始,这个对你来说很重要的人,就会成为
你的兄弟或姐妹。
一个词就把两个人联系到一起一辈子,永远联系着。
我歪着眼睛看着他,没有让他明白我在想什么。
在再次踏上回家之路前,我突然说:“只有你能够抓住
我。”
阿里一定生我气了,在几步之后就成功地抓住了我的T恤,
并让我摔倒,我们俩都摔倒地上,他压在我上面,弄得两
个人到处都是灰尘,汗水湿透的皮肤和薄薄的衣服上全是
土。
快到中午时分,四周没有一个人,我没有尝试挣扎,没有
抵抗,这只是一个游戏而已。
他的灼热的气息呼在我的脸上,忽然变得挺严肃的。
地问我:“怎么样?”
我连看都没有看他,只是厌恶地眨了一下眼睛,“如果你是
我的哥哥,就必须给我一个吻。你懂的,这就是规矩。”
阿里像蜥蜴一样伸长脖子,在脸颊上吻了我一下。
“阿巴瑶”。妹妹。
“阿巴威”。哥哥。
我们站了起来,又开跑了。
我们再次自由的奔跑。
一直跑到家。
在某种程度上来说,我们的家不算是正规的家,不是舒服
的漂亮的家。我家庭和阿里家两家住在一栋房子里,在同一
个院子里,院子被黏土砌的矮墙围着。我们的房子对面也有
一栋房子,它两边都是空地。
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19 Non dirmi che hai paura
Cinese
IIC Pechino
YUAN YUHUAN
Università di Lingue Straniere
Zhejiang Yuexiu
那个热得要死的早上,我和阿里变成了兄妹,我们在合欢
树那一小片树荫底下小憩。
那天是周五,是个节日。
那次的跑步是漫长并且很累人的,我们两个浑身都是汗。
我从我们居住的邦德勒一直不带休息地跑到达了康思体育
馆。7千米的距离,我们在连石头都能晒化的炙热的阳光下,
穿过了阿里了如指掌的所有小路。
我们两个人一共16岁,每个人都八岁,出生的时间只相差三
天。我们只能是兄弟,阿里是正确的。尽管我们来自两个彼此
甚至都不过话的家庭,但是两家同住一栋房子,所有东西都
共享。
我们共同呆在这棵刺槐树下,喘喘气,乘乘凉。
等阿里要提起关于阿巴瑶的时候,一阵风从街道的尽头吹
来,让我们的裤子覆盖上了一层白白细细的灰尘。
“你想当我的阿巴瑶吗?”他问我,呼吸还没有喘定。他双
手叉在瘦骨嶙嶙的腰部,紧紧地抓着那条上面的哥哥们都穿
过再传给他的蓝色短裤。
“你愿意当我的妹妹吗?”在人的一
生中认识一人总是有它特定的时间,如果对你来说他是一个
重要的人,从那时起他将会是你的兄弟或者姐妹。
因为一个词而终生拴在一起,这个词就始终留住了。
我斜着眼看着他,却没有让他我明白所想的是什么。
在我们再度朝我们的家的方向开跑之前,我突然说:
“除
非你能抓住我才行!”
阿里肯定是生我气了,因为在几步之后他就成功地抓住我
的针织衫,让我摔倒在地。我们俩都倒在了地上,他在我的
上面。我们身上和衣服上到处都是灰尘。
正是吃午饭的时候,周围空无一人,我没有试图动一动,也
没有反抗,这本来就是一个游戏。
“然后呢?”他问我。我感受到了他热热的呼吸拂过我的
脸,突然变得特别严肃。
我甚至都没有看他,只是讨厌地眨了眨眼睛。
“你必须给我一个吻,如果你是我的兄弟。你知道,这是规
矩。”
我被阿里压着,他像一只蜥蜴,把脖子伸得老长,在我脸
颊上亲了一下。
“阿巴瑶””他说。妹妹。
“阿巴威”我回答道。哥哥。
我们站起身来,又奔跑了起来。
我们俩是自由的,再次自由地奔跑着。
至少一直到回家为止。
我们的家不是通常意义上的家,不是那种漂亮、舒适的
家。我们的房子很小,甚至是小极了。我们两个家,我和阿里
的家,同住在一栋房子里面,在同一个院子里,院子围着粘土
垒的矮墙。我们的房子正对面是另一栋房子,两边是开放的
空间。
torna al sommario
20 Non dirmi che hai paura
Coreano
HWANG IN-YEOP
Università di Studi Stranieri di Busan
알리와 내가 형제가 되었던 아침은 죽을 만큼 더웠다. 그래서 우리들은 좁은
아카시아그늘 아래로 피신했었다.
축제날인 금요일이었다.
우리 둘은 오랫동안 뛰어서 피곤했고, 둘 다 땀에 흠뻑 젖었다. 우리들이 살고 있
던 본데레부터 우리는 멈추지 않고 곧장 콘스스타디움까지 갔던 것이다. 알리가
자기 호주머니 속처럼 매우 잘 알고 있는 7킬로미터의 작은 오솔길을 지나는 동안,
태양 아래는 돌을 녹일 것처럼 뜨거웠다.
우리 둘의 나이를 합치면 16살이었다. 우리는 3일 간격으로 태어났고, 각각 8살
이었다. 알리가 옳았다. 비록, 같은 집에 살며 항상 어떠한 것도 공유하지 못하
고, 어떤 말 조차도 하지 않았던 두 가족의 자식들이었지만, 우리는 형제가 아
닐 수가 없었다.
IIC Seoul
우리들은 잠시 숨을 고르고, 열을 식히기 위해 그 아카시아 나무 아래 있었다. 시간
이 지나, 알리가 아바요의 이야기를 꺼내며 일어나 가려고 할 때, 길바닥에서
약한 바람이 불더니 앉았던 자리가 희고 미세한 먼지로 더러워졌다.
“너는 나의 ‘아바요’이기를 원하니?” 알리가 물었다. 형제들로부터 물려받은 파
란 반바지를 입고서 두 손을 옆구리에 놓고 거친 호흡을 내쉬었다. 우리는 살아가면
서 누군가를 알게 된다. 만약 사는 동안 중요한 사람이 있다면, 그 순간부터 시작
해, 그 사람이 우리의 여자형제나 남자형제가 되는 그런 정확한 순간이 있을 것
이다.
우리는 사는 동안 어떤 한 마디 말에 의해 연결되고, 그렇게 지속된다.
나는 내 생각을 전달하지 못하고서 그를 삐뚜름하게 바라보았다.
“네가 날 잡으면 말이야”, 다시 우리 집 쪽으로 뛰어가기 전에 나는 갑자기
말했다.
알리는 틀림없이 날 잡을 수 있을 것이었다. 왜냐하면 몇 발자국 가기도 전에
나의 옷깃을 잡고 발을 걸었기 때문이다. 우리들은 넘어졌다. 그는 어디에나 달라붙
는, 피부의 땀과 가벼운 우리 옷에 달라붙는 먼지 속에서 내 위로 엎어졌다.
점심 시간쯤, 주변에는 아무도 없었다. 나는 몸부림치지도, 저항하지도 않았다.
하나의 게임이었다.
“그렇게 한다면?” 그가 나에게 물었다. 나는 얼굴에 닿는 그의 뜨거운 호흡과 진
지한 태도를 느꼈다.
나는 그를 바라보지 않았다. 단지 진절머리 나는 눈초리로 흘깃 보았다. “만약 네
가 나의 형제이기를 원한다면 나에게 입맞춤을 해야 한다. 그게 규칙이라는 것
을 알거야.”
알리는 몸을 도마뱀처럼 폈고, 내 볼에 입맞춤하였다.
그는 “아바요”라고 말했다. 여자형제.
나는 “아부웨”라고 대답하였다. 남자형제.
우리는 다시 일어나서 가던 길을 갔다.
다시 우리는 자유롭게 뛰어갔다.
적어도 집까지는...
torna al sommario
‫‪21 Non dirmi che hai paura‬‬
‫‪Ebraico‬‬
‫בבוקר בו אני ועלי הפכנו לאחים שרר חום אימים‪ ,‬ותפסנו מחסה בצילו הצר‬
‫של עץ שיטה‪.‬‬
‫זה היה יום שישי‪ ,‬יום חג‪.‬‬
‫הריצה היתה ארוכה ומתישה ושנינו היינו שטופי זיעה‪ :‬יצאנו מבונדרה‪ ,‬שם‬
‫גרנו‪ ,‬ורצנו כל הדרך עד איצטדיון קונס‪ ,‬בלי שום עצירה‪ .‬שבעה קילומטרים‪,‬‬
‫כשאנחנו עוברים בכל הרחובות הפנימיים הקטנים שעלי הכיר כמו את כף ידו‪,‬‬
‫והכל תחת שמש כל כך קופחת עד שיכלה להמיס אבנים‪.‬‬
‫שש עשרה היה סך הגילאים שלנו‪ ,‬כל אחד היה בן שמונה‪ ,‬נולדנו בהפרש‬
‫של שלושה ימים אחד מהשני‪ .‬לא יכולנו שלא להיות אחים‪ ,‬עלי צדק‪ ,‬גם אם‬
‫היינו בנים לשתי משפחות שלא היו אמורות אפילו לדבר אחת עם השניה‪,‬‬
‫ולמרות זאת גרו באותו בית והיו תמיד שותפות בכל‪.‬‬
‫‪SHUNI LIFSHITZ‬‬
‫‪GABRIELA SCHWARTZ‬‬
‫‪Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura‬‬
‫ישבנו תחת עץ השיטה כדי לשאוף אויר ולהתרענן מעט‪ ,‬היינו מלוכלכים עד‬
‫הישבן מהאבק הלבן והדק שעלה מהרחובות עם כל משב רוח‪ ,‬כשלפתע עלי‬
‫בא עם הסיפור הזה של אבאיו‪.‬‬
‫“את רוצה להיות האבאיו שלי ?” שאל אותי‪ ,‬עדיין מתנשף‪ ,‬ידיו לצידי‬
‫מותניו הגרמיות‪ ,‬המהודקות בתוך המכנסונים הכחולים שעברו בין כל האחים‬
‫שלו עד שהגיעו אליו‪“ .‬את רוצה להיות אחותי ?” את מכירה מישהו כל‬
‫חייך‪ ,‬ותמיד יש רגע מסוים שממנו והלאה‪ ,‬אם האדם הזה חשוב לך‪ ,‬היא או‬
‫הוא יהיו אחותך או אחיך‪.‬‬
‫קשורים לכל החיים במילה אחת‪ ,‬לתמיד‪.‬‬
‫הבטתי בו במבט עקום‪ ,‬מבלי לתת לו להבין מה אני חושבת‪.‬‬
‫“רק אם תצליח לתפוס אותי” אמרתי פתאום‪ ,‬ומיד זינקתי משם לעבר הבית‬
‫שלנו‪.‬‬
‫עלי עשה כנראה כל מאמץ אפשרי‪ ,‬כי אחרי כמה צעדים הצליח לאחוז‬
‫בחולצה שלי ולגרום לי למעוד‪ .‬נפלנו על האדמה; הוא מעלי‪ ,‬בתוך האבק‬
‫שדבק בכול‪ ,‬בעור המיוזע ובבגדים הקלים‪.‬‬
‫זו הייתה כמעט שעת צהרים‪ ,‬איש לא היה בסביבה‪ .‬לא ניסיתי להשתחרר‪,‬‬
‫לא התנגדתי‪ .‬זה היה משחק‪.‬‬
‫“נו ?” שאל אותי ברצינות פתאומית‪ ,‬כשנשימתו החמה על פני‪.‬‬
‫אני אפילו לא הסתכלתי עליו‪ ,‬רק צמצמתי את עיני בסלידה‪“ .‬אתה צריך‬
‫לתת לי נשיקה‪ ,‬אם אתה רוצה להיות אחי‪ .‬אתה הרי יודע‪ ,‬אלה הכללים‪”.‬‬
‫עלי נמתח כמו לטאה והדביק לי נשיקה לחה על הלחי‪.‬‬
‫“אבאיו” אמר‪“ .‬אחות”‪.‬‬
‫“אבוווה”‪ ,‬עניתי “אח”‪.‬‬
‫קמנו והסתלקנו משם בריצה‪.‬‬
‫היינו חופשיים‪ ,‬שוב חופשיים לרוץ‪.‬‬
‫לפחות עד הבית‪.‬‬
‫‪torna al sommario‬‬
‫‪IIC Tel Aviv‬‬
‫הבית שלנו בכלל לא היה בית במובן הרגיל של המילה‪ ,‬כמו הבתים היפים‬
‫האלה עם כל הנוחות‪.‬‬
‫הוא היה קטן‪ ,‬ממש קטנטן‪ .‬בתוך אותה חצר מגודרת בקיר חימר נמוך‪ ,‬גרו‬
‫שתי משפחות‪ ,‬המשפחה שלנו וזאת של עלי‪ ,‬ממש אחת מול השניה‪ ,‬בשני‬
‫קצוות המגרש‪.‬‬
‫‪22 Non dirmi che hai paura‬‬
‫ביום בו אני ועלי הפכנו לאחים היה חם עד מוות ומצאנו מחסה בצלו הצר של‬
‫עץ שיטה‪.‬‬
‫היה זה יום שישי‪ ,‬יום החג‪.‬‬
‫הריצה הייתה ארוכה ומתישה‪ ,‬היינו שנינו רטובים מזיעה‪ :‬מהבית שלנו‬
‫בּבונד ֵרה‪ ,‬הגענו ישר עד אצטדיון קונס‪ ,‬מבלי שעצרנו בכלל‪ .‬שבעה‬
‫ֵ‬
‫קילומטרים‪ ,‬דרך כל הרחובות הפנימיים שעלי הכיר כמו את הכיסים שלו‪,‬‬
‫מתחת לשמש שורפת כל כך שמסוגלת להמיס אבנים‪.‬‬
‫ביחד היינו בני שש עשרה‪ ,‬שמונה כל אחד‪ ,‬נולדנו בהפרש של שלושה ימים‬
‫זה מזו‪ .‬לא יכולנו שלא להיות אחים‪ ,‬עלי צדק‪ ,‬כי למרות שהיינו בני שתי‬
‫משפחות שלא היו אמורות אפילו לדבר זו עם זו‪ ,‬גרנו באותו הבית‪ ,‬שתי‬
‫משפחות שחלקו תמיד הכל‪.‬‬
‫‪Ebraico‬‬
‫‪TIMOR INBAL‬‬
‫‪Università di Tel Aviv‬‬
‫עצרנו מתחת לשיטה כדי לנשום ולשאוף קצת אויר צח‪ ,‬מוכתמים עד הישבן‬
‫באבק לבן ודק שהיה עולה מתחתית הרחובות עם משב הרוח הזעיר ביותר‪,‬‬
‫כשמפה לשם התחיל עלי עם הסיפור ההוא על אּבאיו‪.‬‬
‫“רוצה להיות האּבאיו שלי?” שאל אותי כשנשימתו עוד מקוטעת‪ ,‬הידיים שלו‬
‫על ירכיו הגרמיות‪ ,‬הצרות מבעד למכנסיים הכחולים שעברו אצל כל אחיו‬
‫בטרם הגיעו אליו‪“ .‬רוצה להיות אחותי?” אתה מכיר מישהו חיים שלמים‬
‫ותמיד יש רגע מדויק שהחל ממנו‪ ,‬אם זה מישהו שחשוב לך‪ ,‬משם ואילך הוא‬
‫יהיה לך אח או אחות‪.‬‬
‫קשורים לכל החיים באמצעות מילה‪ ,‬נשארים‪.‬‬
‫הבטתי בו מהצד‪ ,‬מבלי שיוכל לנחש מה חשבתי לעצמי‪.‬‬
‫“רק אם אתה מצליח לתפוס אותי” אמרתי לפתע‪ ,‬לפני שניתרתי לרוץ שוב‪,‬‬
‫לכיוון הבית שלנו‪.‬‬
‫עלי כנראה נתן את כל כולו‪ ,‬כי אחרי צעדים ספורים הוא כבר הצליח לתפוס‬
‫בחולצה שלי ולהכשיל אותי‪ .‬מצאנו את עצמנו על הקרקע; הוא מעליי‪ ,‬בתוך‬
‫האבק שנדבק לכל מקום‪ ,‬לזיעה ולבגדים הדקים‪.‬‬
‫כמעט שעת ארוחת הצהריים‪ ,‬אין איש בסביבה‪ .‬לא ניסיתי להשתחרר‪ ,‬גם לא‬
‫התנגדתי‪ .‬זה היה משחק‪.‬‬
‫“אז?” שאל אותי‪ ,‬הבל פיו החם על פניי‪ ,‬פניו מרצינות באחת‪.‬‬
‫אני אפילו לא הסתכלתי עליו‪ ,‬רק צמצמתי את עיניי בגועל‪“ .‬אתה חייב לתת‬
‫לי נשיקה‪ ,‬אם אתה רוצה להיות אח שלי‪ .‬אלה הכללים‪ ,‬אתה יודע‪”.‬‬
‫עלי התמתח כמו לטאה ומעך נשיקה רטבובית על לחיי‪.‬‬
‫“אּבאיו”‪ ,‬אמר הוא‪ .‬אחות‪.‬‬
‫“אּבּווִ וי”‪ ,‬עניתי אני‪ .‬אח‪.‬‬
‫קמנו‪ ,‬ולדרך‪.‬‬
‫היינו חופשיים‪ ,‬חופשיים שוב לרוץ‪.‬‬
‫לפחות עד הבית‪.‬‬
‫‪IIC Tel Aviv‬‬
‫‪torna al sommario‬‬
23 Non dirmi che hai paura
Filippino
Ambasciata d’Italia a Manila
ITALIANO 14-15
Università delle Filippine
torna al sommario
Maalinsangan kaya’t nakasilong kami sa ilalim ng isang Akasya, noong
umagang naging magakapatid kami niAlì.
Biyernes noon, ang araw ng pista.
Mahaba at nakakapagod ang biyahe at basang-basa kami sa
pawis. Walang tigil kaming naglakad mula sa Bondere, kung saan kami
nakatira, papunta sa tanghalang Cons. Pitong kilometro ang dinaanan
namin, mga kalye at eskinita na kabisadong-kabisado ni Alì na gaya ng
kanyang mga palad, sa ilalim ng nakapapasong araw na tila nakalulusaw
pati ng mga bato.
Walong taong gulang kami noon, na may tatlong araw lamang
ang pagitan. Tama siAlì, imposible kaming maging magkapatid. Kahit
nananinirahan kami sa iisang bubong at nagsasalo sa lahat ngbagay, ni
hindi nag-iimikan ang aming mgapamilya.
Nasailalim kami ng Akasyang iyon at nagpapahinga, punung-puno ng puti at pinong alikabok na tinangay ng hangin mula sa
kalsada, nang biglang binanggit ni Alì ang tungkol sa abaayo.
“Gusto mo bang maging abaayo ko?”tanong niya sa’kin habang
kinakapos pa rin ng hininga at nakapamaywang sa asul niyang korto
na pinaglumaan na ng kaniyang mga kapatid. “Gusto mo bang maging
kapatid ko?” Kapag kilala mo na ang isang tao nang lubos, nagiging higit
pa siya sa isang kakilala lamang at nagiging isang kapatid.
Ipinagdudugtong ng isang salita: kapatid.
Tinignan ko siya nang masama nang hindi pinapaalam kung
ano ang iniisip ko.
“Kung mahahabol mo ako” bigla kong sinabi, bago tumakbo
ulit, papunta sa direksiyon ng aming tirahan.
Handa na siguro si Alì dahil matapos lamang ang ilang hakbang
ay nahablot niya ang aking kamiseta at ako’y natumba. Bumagsak kami
sa lupa, siya sa ibabaw ko, kasama ang alikabok na dumidikit sa aming
pawisang balat at maninipis na damit.
Manananghalian na noon kaya’t walang tao sa paligid. Hindi na
ako sumubok pumiglas. Hindi rin ako pumalag. Isa itong laro.
“Ano na?” seryoso niyang tanong habang ang mainit niyang
hininga ay dumadampi sa aking mukha.
Ni hindi ko siya tinignan, at umismid na lamang. “Sa isang kondisyon, kailangan mo akong halikan kung gusto mong maging kapatid
ko.”
Mabilis siyang lumiyad at binigyan akong mamasa-masang
halik sa aking pisngi.
“Abaayo” kanyang sinabi. Kapatid.
“Aboowe” sagot ko. Kapatid.
Bumangon na kami at umalis.
Malaya kami. Malaya na ulit kaming tumakbo. Kahit hanggang
sa bahay lang.
Ang aming bahay ay hindi nga maituturing na karaniwan gaya
ng iba. Ito ay maliit, napakaliit. At doon kami nakatira, ang pamilya ko at
pamilya ni Alì, pinalilibutan ng mababang bakod. Magkaharap lamang
kami sa magkabilang dulo ng bakod na iyon.
24 Non dirmi che hai paura
Francese
JEAN BOISVERT
JOCELYNE BOIVIN
DIANE BUCCI
FRANCINE LADOUCEUR
KATHRYN RADFORD
ELYSE VILLEMAIRE
Corsi dell’istituto Italiano di Cultura
Le matin où Alì et moi sommes devenus frère et sœur il faisait une chaleur
insupportable et nous nous étions réfugiés dans l’ombre fine d’un acacia.
C’était vendredi, le jour de la fête.
La course avait été longue et fatigante, nous transpirions à grosses gouttes
tous les deux. À partir de Bondere, où nous habitions, nous sommes arrivés
directement au Stade Cons, sans jamais s’arrêter. Sept kilomètres, en passant par toutes les ruelles intérieures qu’A lì connaissait comme le fond de
sa poche. Et cela sous un soleil de plomb capable de faire fondre les pierres.
Nous avions seize ans au total, huit chacun, nés à trois jours d’intervalle
l’un de l’autre. Alì avait raison, nous ne pouvions qu’être frères, même si
nous étions issus de deux familles qui n’auraient pas dû s’adresser la parole,
et qui pourtant vivaient dans la même maison. Deux familles qui avaient
toujours tout partagé.
Nous étions là sous l’acacia, à reprendre notre souffle et à profiter de l’air
frais, salis jusqu’aux fesses par cette poussière fine et blanche qui s’élève du
fond des rues au moindre souffle de vent, quand tout à coup, Alì m’a sorti
cette histoire de l’abaayo.
« Veux-tu être ma abaayo ? », m’a-t-il demandé, le souffle encore haletant,
les mains le long de ses hanches décharnées, serrées par son short bleu que
tous ses frères avaient porté avant lui. « Veux-tu être ma sœur ? » Tu connais
quelqu’un pour toute une vie et il y a toujours un moment précis à partir duquel, si cette personne est importante pour toi, elle sera ta sœur ou ton frère.
On se retrouve liés pour la vie par un mot.
Je l’ai regardé de travers, sans lui révéler mes pensées.
“Seulement si tu réussis à m’attraper” ai-je dit soudainement, juste avant de
bondir de nouveau en direction de notre maison.
Alì y est sans doute allé à fond, parce qu’après quelques pas, il a réussi à
m’agripper par le teeshirt et me faire trébucher. Nous avons terminé notre course sur le sol; lui
sur moi, dans la poussière qui collait à la sueur de nos peaux et à nos vêtements légers.
C’était presque l’heure du déjeuner, personne dans les parages. Je n’ai pas
tenté de me libérer, je n’ai pas résisté. C’était un jeu.
IIC Montreal
« Alors? » m’a-t-il demandé d´un ton sérieux, me soufflant sur le visage son
haleine chaude.
Je ne l’ai même pas regardé et, dégoutée, j’ai seulement cligné des yeux. «
Tu dois me donner un baiser, si tu veux être mon frère. Tu le sais bien, ce
sont les règles. »
Alì s’est allongé comme un lézard et m’a écrasé la joue d’un baiser mouillé.
« Abaayo » a-t-il dit. Ma sœur.
« Aboowe » lui ai-je répondu. Mon frère.
Nous nous sommes relevés, et sommes partis.
Nous étions libres, de nouveau libres de courir.
Du moins jusqu’à la maison.
Notre maison n’était pas une maison au sens propre du terme, comme
peuvent l’être celles qui sont jolies, et qui ont toutes les commodités. Elle
était petite, très petite. Et dans la cour, ceinturée d’un muret d’argile, nous y
vivions à deux familles, la nôtre et celle d’A lì. Nos habitations étaient situées
exactement une en face de l’autre, aux extrémités opposées de la clairière.
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25 Non dirmi che hai paura
Francese
SAMIRI RIME
DAKIR KENZA
Scuola Italiana paritaria
« Enrico Mattei »
Le matin où Ali et moi sommes devenus frères, il faisait une chaleur de tous
les diables et nous étions à l’abri sous l’ombre étroite d’un acacia.
C’était vendredi, le jour de la fête.
La course avait été longue et épuisante, nous étions tous deux en sueur:
de Boudere, là où nous habitions, nous sommes arrivés jusqu’au stade Cons
sans jamais nous arrêter. Sept kilomètres en passant par toutes les ruelles
qu’Ali connaissait comme sa poche, sous un soleil de plomb, si chaud qu’il
aurait pu faire fondre des pierres.
A deux nous avions seize ans, huit ans chacun, nés à trois jours d’intervalle l’un de l’autre. Nous ne pouvions être que frères, Ali avait raison,
même si nous étions fils de deux familles qui n’auraient jamais dû s’adresser
la parole, et au lieu de ça elles vivaient dans la même maison, deux familles
qui avaient toujours tout partagé.
IIC Rabat
Nous étions sous cet acacia à reprendre notre souffle et à nous rafraichir,
salis jusqu’aux échines de poussière blanche et fine qui se lève à la moindre
bouffée d’air, quand tout à coup Ali m’a sorti son histoire d’abaayo.
« Tu veux être ma abaayo ? » m’a-t-il demandé, alors qu’il avait le souffle
court, les mains sur ses hanches osseuses et étroites sous son short bleu qui
avait appartenu à tous ses frères avant de lui revenir. « Tu veux être ma sœur
? ». Lorsqu’on connait quelqu’un depuis longtemps, il y a toujours un moment à partir duquel –s’il s’agit d’une personne importante- il deviendra
ton frère ou ta sœur à jamais.
On reste liés à vie par un mot.
Je l’ai regardé de travers, sans lui faire comprendre ce que je pensais
vraiment.
« Seulement si tu réussis à m’attraper » ai-je dit subitement, avant de
m’échapper à nouveau en direction de la maison.
Ali a dû se surpasser, puisqu’après quelques pas il a réussit à m’attrapper par mon pull et à me faire trébucher. Nous sommes tombés ; lui sur
moi, dans la poussière qui collait partout à la sueur de notre peau et aux
vêtements légers.
Il était presque l’heure du déjeuner, dehors il n’y avait personne. Je n’ai
pas essayé de me défaire et n’ai opposé aucune résistance. C’était un jeu.
« Alors ? » m’a-t’il demandé, me soufflant son air chaud sur le visage, avec
un air sérieux.
Je ne l’ai même pas regardé, j’ai seulement plissé les yeux dégoutée.
« Tu dois m’embrasser si tu veux être mon frère. Tu le sais, ce sont les
règles.»
Ali s’est étiré et il m’a écrasé la joue d’un baiser mouillé.
« Abaayo », m’a-t’il dit. Sœur.
« Aboowe », ai-je répondu. Frère.
Nous nous sommes relevés, et c’était reparti.
Nous étions libres, de nouveau libres de courir.
Au moins jusqu’à la maison.
Notre maison n’en était même pas une, au sens propre du terme, comme
peuvent l’être les belles maisons, celles avec tout le confort. Elle était petite,
tout petite. Et nous étions deux familles à y vivre, la nôtre et celle d’Ali, nous
partagions la même cour intérieure, entourée d’un muret d’argile. Nos habitations étaient en face l’une de l’autre, aux côtés opposés de l’étendue.
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26 Non dirmi che hai paura
Georgiano
im dilas, rodesac me da ali da-Zma gavxdiT, saSineli sicxe iyo,
amitomac Tavs akaciis Crdils vafarebdiT.
paraskevi iyo, DdResaswauli.
NIA DANELIA
Università Statale di Tbilisi
“Ivane Javakhishvili”
gza grZeli da damRleli aRmoCnda. oriveni oflSi viwurebodiT;
bonderedan, im adgilidan sadac vcxovrobdiT, „konsis“
stadionamde SeuCereblad mivediT. Svidi kilometri im Siga
patara quCebiT gaviareT, romelsac ali Tavisi xuTi TiTiviT
icnobda. Aam dros ki mze isev ise acxunebda, gegoneboda misi
Zala qvebis dadnobasac ki SeZlebso.
orive erTad 16 wlis viyaviT, TiToeuli Cvengani ki rvis,
mxolod sami dRis gansxvavebiT. ali marTali iyo, sxva araferi
dagvrCenoda garda imisa, rom marTlac erTmaneTis da-Zmani
vyofiliyaviT, TumcaRa im ojaxebis Svilebi viyaviT, romelTac
erTmaneTisaTvis xma saerTod ar unda gaecaT; Cven ki piriqiT,
erT saxlSi vcxovrobdiT; ori ojaxi, romelic yovelTvis
yvelafers iyofda.
gasagrileblad da sulis mosaTqmelad akaciis qveS visxediT.
Tavidan fexebadme im TeTr, msubuq mtverSi viyaviT
amoganglulebi, romelsac qari erT patara wamobervazec ki
gzidan haerSi itacebda. Ees is wuTi iyo, rodesac alim „abaayo“-s
ambavi wamoiwyo.
„ginda iyo Cemi „abaayo“?“ mkiTxa man, jer kidev mZimed sunTqavda.
xelebi gamxdar, Zvlian TeZoebze hqonda Semodebuli, tanze ki
lurji Sorti ecva, romelic, sanam alis gaxdeboda, mis yvela
Zmas ekuTvnoda. “ginda Cemi da iyo?” icnob viRacas mTeli Seni
cxovrebis manZilze da, ai, dgeba is konkretuli wami, rodesac
SenTvis marTlac mniSvnelovani adamiani Sens dad an Zmad iqceva.
mTeli cxovreba erTi sityviT dakavSirebulni, samudamod.
almacerad Sevxede, ise, rom ver mimxvdariyo, ras vfiqrobdi.
„mxolod im SemTxvevaSi, Tu damewevi,“ vupasuxe uceb, sanam isev
Cveni saxlisken gaviqceodi.
alis mTeli Tavisi Zala-Rone unda moekriba, radgan ramdenime
nabijis Semdeg moaxerxa Cems maisurs CasWideboda da me
wavborZikdi. Zirs aRmovCndiT, me qvemoT, is ki zemodan, mtverSi,
romelic yvelgan gvekvroda, oflian kansa da msubuq
tansacmelze.
Ambasciata d’Italia a Tbilisi
TiTqmis sadilis dro iyo, irgvliv aravin Canda. me arc micdia
alisgan Tavis daRweva, winaaRmdegoba arc ki gamiwevia. es TamaSi iyo.
„aba?“ mkiTxa man, seriozuli saxiT. Cems saxeze Amis Tbil
sunTqvas vgrZnobdi.
misTvis arc ki Semixedavs, zizRiT Tvalebi movWute “Tu ginda,
rom Cemi Zma iyo unda makoco, Sen TviTonac ici, rom aseTi
wesia.”
ali Cemken xvlikiviT wamoiwia da loyaze magrad makoca.
„Abayoo“- Tqva man. da.
„Aboowe“- vupasuxe me. Zma.
wamovdeqiT da wavediT.
Tavisuflebi viyaviT, isev SegveZlo sirbili, saxlamde mainc.
Cveni saxli realurad arc ki warmoadgenda saxls am sityvis
pirdapiri gagebiT, ar iyo iseTive keTilmowyobili, rogorc is
lamazi saxlebia. patara iyo, Zalian patara. da iq ori ojaxi
vcxovrobdiT, Cveni da alis. erTsa da imave ezoSi, romelic
dabali Tixis kedliT iyo garSemortymuli. Cveni sacxovreblebi
zustad erTmaneTis pirispir iyo.
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27 Non dirmi che hai paura
Inglese
IIC Sidney
MATHEW CHU
Istituto De La Salle
torna al sommario
The morning that Ali and I had become siblings was a cold one, and we
were standing beneath the shade of an acacia.
It was Wednesday, the day of the fete.
The race a long and weary one, and we were both sweat-soaked: from
Bondere, where we were living, we had run directly to the Cons stadium,
without stopping to rest. Seven kilometres, passing through all of the thoroughfares that Ali knew like the back of his hand, under a scalding hot sun
that seemed to melt the rocks in the cliff side.
Sixteen years we shared between us, eight each – born three days apart
from each other. We couldn’t be brothers, Ali had reasoned, even if we
were the sons of two families that wouldn’t need to ask to talk to each other
because they lived in the same house; two families that shared everything
together.
We were under the acacia to catch a bit of breath and fresh air, smeared
from head to bottom with a thin film of white powder that sprung from
the recesses in the road at the slightest gust of wind, when Ali stirred up the
conversation about the abaayo.
“Do you want to be my abaayo?”, he asked me, between ragged breaths,
his hands resting on bony hips that protruded from his blue shorts – an
heirloom passed down from his many brothers. “Do you want to be my
sister?” Once you’ve known someone for a lifetime, and that person means
the world to you, they’ll eventually become your sister or brother.
You’re bound for a lifetime by word, and it remains this way forever.
I shot him a quizzical look, without letting him know what I thought.
“Only if you can catch me”, I blurted suddenly, before taking off again, in
the direction of our house.
Ali must have given it his all, because it wasn’t long before he managed
to grab me by the shirt, tripping me over. We ended up on the floor, with
him on top of me, sprawling in the powder that stuck to us everywhere, by
the sweat of our skin and sparse clothing.
It must have been around lunchtime, because there was no-one in the
vicinity. I never made the effort to disentangle myself, I simply didn’t resist.
It was a game after all.
“Well then,” he started, breathing the heat of his breath on my face, suddenly getting serious.
Without looking directly up at him, I simply squinted in mock disgust,
and chided, “You’d have to kiss me, if you truly want to be my brother. You
know the rules.”
Lurching forward like a lizard, he planted a wet kiss on my cheek.
“Abaayo,” he whispered. Sister.
“Aboowe,” I replied. Brother.
We got up, and away we went.
We were free – once again, free to run.
At least until we reached the house.
***
Our home was not a “house” in the usual sense of the word, with all its
alluring connotations of comfort and commodity. It was small – extremely
small. Yet it housed two families, our own and Ali’s, bounded in the same
backyard, enclosed by a low clay wall. Our lodgings were literally face to
face with each other, on the two opposite edges of the clearing.
28 Non dirmi che hai paura
Inglese
Consolato d’Italia a Vancouver
PETER PELTEKOV
Università di Calgary
torna al sommario
The morning that Ali and I became brothers, it was hot as hell and we
were hiding under the thick shadow of an acacia tree.
It was Friday, the day of the feast.
The race had been long and exhausting; we were both all sweaty: from
Bondere, where we lived, we arrived straight to the stadium Cons, without
ever stopping. Seven kilometers, passing through all the little inner streets,
which Ali knew as the back of his hand, under such a boiling sun, able to
melt stones.
Our added age was sixteen, each of us was eight and we were born three
days apart from each other. We could be nothing but friends; Ali was right,
although we were children of two families that shouldn’t have been on speaking terms, and yet they were living in the same house, two families that
had always shared everything.
We were standing under that acacia tree, trying to take some breath and
refresh ourselves, all dirty up to our butt with thin and white dust that rises
from the bottom of the streets at every gust of wind, when all of a sudden
Ali came up with the story about the abaayo.
“Do you want to be my abaayo?” he asked me, while he was still out of
breath, with hands on his bony hips and tight blue shorts that had belonged
to all of his brothers before they became his. “Do you want to be my sister?”
You’ve been knowing someone for your whole life, and there is always an
exact moment when, if this is an important person for you, this person will
become from then on a sister or a brother for you.
People remain bonded together for life just by a single word.
I gave him a dirty look without letting him know what I was thinking.
“Only if you can catch me” I said suddenly, before I started sprinting again
towards our house.
Ali must have made an all-out effort, because after a few strides he managed to grab me by my T-shirt and to trip me up. We ended on the ground;
he on the top of me, in the dust, which was sticking everywhere, to the sweat
from the skin and to the light clothes.
Almost time for lunch; there was nobody around. I didn’t try to wrench
away and I showed no resistance. It was a game.
“So?” he asked me, with his warm breath on my face, becoming suddenly
serious.
I didn’t even look at him, I just squinted, disgusted. “You have to give me
a kiss, if you want to be my brother. You know, these are the rules.”
Ali stretched like a lizard and he pressed a wet kiss on my cheek.
“Abaayo” he said. Sister.
“Aboowe” I answered. Brother.
We stood up and took off.
We were free, again free to run.
At least all the way home.
Our house was not even a house in the normal sense of the term, the way
those beautiful ones can be, with all the amenities. It was small, very small.
And we were two families living there, ours and Ali’s, in the same yard,
fenced around by a low wall of clay. Our houses were exactly in front of
each other, on the two opposite sides of the open area.
29 Non dirmi che hai paura
Lettone
Ambasciata d’Italia a Riga
ALISE KETLERE
KLINTA ĀBOLIŅA
EVA BĒZIŅA
Alfrēda Kalniņa Cēsu
Rītā, kad es un Ali kļuvām par brāli un māsu, varēja vai nobeigties
aiz karstuma un mēs patvērāmies kādas akācijas šaurajā ēnā.
Tā bija piektdiena, svētku diena.
Skrējiens bija garš un nogurdinošs, mēs abi bijām viscaur nosvīduši slapji: no Bonderes, kur dzīvojām, ne reizes neapstājoties, taisnā ceļā
devāmies uz Konsa stadionu. Septiņus kilometrus pa sīkajām ieliņām, ko
Ali pazina kā savu kabatu un tik svelmainā saulē, ka likās akmeņi izkusīs.
Abiem kopā mums bija gadi sešpadsmit – katram pa astoņi; mēs
bijām dzimuši ar trīs dienu starpību. Alī bija taisnība: mēs esam brālis un
māsa, un citādāk nemaz būt nevar, lai arī mums katram bija sava ģimene,
kurām nevajadzētu pat vārdu pārmīt, taču tās dzīvoja vienā mājā un arvien
visā dalījās.
Mēs stāvējām zem tās akācijas, lai mazliet atgūtu elpu un atvēsinātos. Līdz pat dibenam bijām nosmērējušies ar baltajiem, smalkajiem
ielas putekļiem, kas pacēlās pie viesniecīgākās vēja pūsmiņas. Piepeši Ali
nāca klajā ar to abaayo stāstu.
“Tu gribi būt mana abaayo? - viņš jautāja, joprojām saraustīti elsodams un rokas iespiedis kaulainajos sānos, kas likās tik šauri zilajos šortos, kurus pirms Ali bija valkājuši visi viņa brāļi. “Tu gribi būt mana māsa?”
Tu pazīsti kādu visu mūžu un vienmēr pienāk kāds noteikts brīdis, kad, ja
šis cilvēks tev ir īpašs, jūs kļūstat par māsu un brāli.
Paliekat uz mūžu saistīti ar vārdu.
Es pametu uz viņu ieslīpu skatienu, neļaujot noprast savas domas.
“Tikai tad, ja mani noķersi”, pēkšņi izsaucos un no jauna metos
skriet mūsu mājas virzienā.
Ali bija gluži traks, jo pēc pāris soļiem mani saķēra aiz krekla un
es paklupu. Mēs attapāmies zemē; viņš man virsū, putekļos, kas bija itin
visur: uz nosvīdušās ādas un vieglajām drēbēm.
Bija gandrīz pusdienlaiks, apkārt neviena nemanīja. Es necentos
izlocīties un nepretojos. Tā bija spēle.
“Tātad?” viņš jautāja, pūsdams savu karsto elpu man sejā un
pēkšņi kļūdams nopietns.
Es pat nepaskatījos uz viņu, tikai pašķielēju. “Ja gribi būt mans
brālis, tev mani jānoskūpsta. Tu zini, tādi ir noteikumi.”
Ali izstiepās kā tāda ķirzaka un uz vaiga man uzspieda slapju
buču.
“Abaayo”, viņš teica. Māsa.
“Aboowe,” es atbildēju. Brālis.
Mēs piecēlāmies un prom!
Mēs bijām brīvi, atkal brīvi, lai skrietu.
Vismaz līdz mājām.
Mūsu māja nelīdzinājās tam, ko parasti saprot ar šo vārdu – tām
skaistajām, ar visām ērtībām. Mūsējā bija maza mazītiņa. Un mēs tur dzīvojām divas ģimenes: manējā un Ali ģimene. Mums bija kopīgs, ar zemu
māla žogu apņemts iekšpagalms; mūsu mājokļi atradās viens otram tieši
pretim, pretējās pagalma pusēs.
torna al sommario
30 Non dirmi che hai paura
Lettone
Ambasciata d’Italia a Riga
IEVA SMIĻĢE
Università della Lettonia
Tajā rītā, kad mēs ar Alī kļuvām par brāli un māsu, bija nāvējoši karsti un
mēs bijām iekārtojušies akācijas šaurajā ēnā.
Tā bija piektdiena, svētku diena.
Skrējiens bija garš un nogurdinošs, un mēs abi divi bijām nosvīduši slapji:
no Bonderes, kur mēs dzīvojām, taisnā skrējienā nonācām līdz pat Konsa stadionam, ne reizi neapstājoties. Septiņi kilometri, skrienot pa visām
iekšzemes mazajām ieliņām, kuras Alī pazina kā savas kabatas, pavisam
tveicīgā saulē, kas būtu spējusi izkausēt pat akmeņus.
Pa abiem kopā mums bija 16 gadu, katram pa astoņiem, un mēs bijām
dzimuši ar trīs dienu starpību. Mēs nevarējām būt nekas cits, kā vien brālis
un māsa. Alī bija taisnība, mēs bijām bērni no divām ģimenēm, kurām savā
starpā nebūtu vajadzējis pārmīt ne pušplēsta vārda, taču tās dzīvoja vienā
mājā, divas ģimenes, kas allaž dalījās it visā.
Mēs bijām zem akācijas, lai ievilktu elpu un baudītu svaigo gaisu. Līdz pat
viduklim bijām nosmērējušies ar blāvi baltajiem putekļiem, kas parādās uz
ceļa pie katra mazākā vēja pūtiena. Un tieši kādā no tiem brīžiem Alī ienāca
prātā visa tā abaayo padarīšana.
“Vai tu gribi būt mana abaayo ?” - viņš man jautāja. Viņa elpa joprojām
bija saraustīta, un rokas bija nolaistas gar kaulainajiem sāniem, cieši
saķertas pie apakšmalas zilajām bikšelēm, kas bija piederējušas visiem viņa
brāļiem pirms nonākušas līdz viņam.
“Vai gribi būt mana māsa?” - Ja tu pazīsti kādu visu tavu dzīvi, tad noteikti
pienāks kāds konkrēts brīdis, kad, ja vien tas cilvēks tev būs svarīgs, jūs uz
visiem laikiem kļūsiet par brāli un māsu.
Ar vienu vārdu var palikt saistīti uz visu mūžu.
Es uz viņu greizi paskatījos, neļaudama nojaust, ko domāju.
“Tikai tad, ja mani noķersi!” es pēkšņi teicu, pirms laidos prom no jauna,
mūsu mājas virzienā.
Alī noteikti pūlējās no visas sirds, jo pēc dažiem soļiem viņam
izdevās saķert mani aiz krekla malas, tādejādi liekot man paklupt. Abi attapāmies uz zemes, viens otram virsū, putekļos, kas pielipa it visam, gan
mūsu ķermeņa sviedriem, gan plānajam apģērbam.
Bija gandrīz pienācis laiks pusdienām, mums apkārt nebija it neviens. Es nemaz nemēģināju kustēties un nepretojos viņa spēkam. Tā bija
spēle.
“Nu?” - viņš man vaicāja, pūzdams savu karsto elpu man sejā un pēkšņi
kļūdams pavisam nopietns.
Es uz viņu pat neskatījos, tikai pretīgumā samiedzu acis.
“Tev ir mani jānobučo, ja gribi būt mans brālis. Tu tači zini, tādi ir noteikumi.”
Alī izstiepās gluži kā ķirzaka un man uzspieda uz vaiga gluži
slapju buču.
“Abaayo”, viņš teica. Māsa.
“Aboowe”, atbildēju es. Brālis.
Mēs piecēlāmies kājās un metāmies tālāk.
Mēs bijām brīvi, mums atkal bija brīvība skriet.
Vismaz līdz mājām.
Mūsu māja nemaz nebija māja šī vārda parastajā izpratnē, kādas
varbūt ir tās skaistās, ar visām ērtībām. Mūsējā bija maza, pavisam maziņa.
Un tur dzīvoja divas ģimenes, manējā un Alī ģimene, tajā pašā pagalmā,
kuram apkārt stiepās māla mūris. Mūsu dzīvesvietas bija gluži pretī viena
otrai, laukuma pretējās pusēs.
torna al sommario
31 Non dirmi che hai paura
Portoghese
IIC San Paolo
GILDA MARIA DA LUZ
MARCIA BOHLER
TÂNIA GOMES
Centro di Cultura Italiana di Curitiba
torna al sommario
Na manhã que eu e Ali nos tornamos irmãos fazia um calor de
matar e estávamos protegidos sob a sombra estreita de uma acácia.
Era sexta feira, o dia da festa.
A corrida tinha sido longa e cansativa, estávamos os dois ensopados de suor: em Bondere, onde morávamos, chegamos direto ao estádio
Cons, sem pararmos nunca. Sete quilômetros, passando por todas as estradinhas internas, que Ali conhecia como a palma de sua mão, de baixo de
um sol de tal forma ardente que derretia as pedras.
Dezesseis anos tínhamos os dois, oito cada um, nascidos com três
dias de distancia um do outro. Não podíamos ser nada mais que irmãos,
tinha razão Ali, mesmo sendo filhos de duas famílias que não teriam nem
mesmo se dirigido a palavra e porém viviam na mesma casa, duas famílias
que haviam sempre compartilhado tudo.
Estávamos de baixo daquela acácia tomando um pouco de ar fresco e recuperando o fôlego, emporcalhados até o traseiro com o pó branco
e fino que se levanta do fundo das estradas com qualquer rajada de vento,
quando de repente Ali começou com aquela história de abaayo.
“Quer ser minha abaayo?” me perguntou, entre com a respiração
ainda ofegante, as mãos nas ancas ossudas e estreitas sob o short azul que
tinha sido de todos os irmãos antes de chegar nele. “Quer ser minha irmã?”.
Você conhece alguém por toda uma vida e tem sempre um momento exato
no qual uma pessoa que lhe é importante pode ser tornar ainda mais especial, como uma irmã ou um irmão.
Ligados à vida por uma palavra, se permanece.
Olhei-o torto, sem deixá-lo perceber o que eu pensava. “Só se conseguir me alcançar”, disse de repente, antes de disparar
de novo, em direção à nossa casa.
Ali deve ter dado o seu máximo porque depois de poucos passos
conseguiu me segurar pela blusa e me fazer tropeçar. Acabamos no chão,
ele sobre mim na poeira que grudava em tudo no suor da pele e nas roupas.
Quase na hora do almoço, não havia ninguém por ali. Não procurei desvencilhar-me, não ofereci resistência. Era um jogo.
Então? Me perguntou, com sua respiração quente no meu rosto e tornando-se repentinamente sério.
Eu nem mesmo olhei, apenas cerrei os olhos enojada. “Deve me dar um
beijo se quer ser meu irmão. Você sabe, são as regras”.
Ali se inclinou como uma lagartixa e me esmagou as bochechas com um
beijo molhado.
“Abaayo”, disse ele. Irmã.
“Aboowe”, eu respondi. Irmão.
Nos levantamos e fomos embora.
Éramos livres, de novo livres para correr.
Pelo menos até em casa.
A nossa casa não era nem mesmo uma casa no sentido normal
do termo, como podem ser aquelas casas belas com todas as comodidades.
Era pequena, pequeníssima. E vivíamos em duas famílias, a nossa e a de Ali,
dentro do mesmo pátio, cercado por um muro de barro. As nossas casas
eram exatamente de frente uma da outra, nas margens opostas do espaço.
32 Non dirmi che hai paura
Portoghese
IIC San Paolo
CONVERSAÇÃO 142CTA722
Centro di Cultura Italiana di Curitiba
torna al sommario
Na manhã que eu e Alí nos tornamos irmãos fazia um calor de morrer e
estávamos protegidos sobre a sombra estreita de uma acácia.
Era sexta-feira, o dia da festa.
A corrida foi longa e cansativa, ambos estávamos molhados de
suor: de Bonder, onde morávamos, formos diretamente ao estádio Cons,
sem nunca parar. Sete quilómetros, passando por todas as ruelas internas
que Alí conhecia como a palma das mãos, sob um sol inclemente que derretia até as pedras.
Em dois somávamos dezesseis anos, oito cada um, nascidos com
três dias de diferença um do outro. Não podíamos ser outra coisa que não
irmãos. Alí tinha razão, mesmo que fossemos filhos de duas famílias que
não deveriam nem mesmo se dirigir a palavra; e ao invés disto vivíamos na
mesma casa, duas famílias que sempre dividiram tudo.
Estávamos sob aquela acácia tomando um pouco de ar fresco,
sujos até o traseiro de poeira branca e fina que levantava do fundo da estrada com o mínimo sopro de vento, quando
de repente Alí veio com aquela história de abaayo.
- Você quer ser a minha abaayo, me pediu enquanto ainda estava
ofegante, com as mãos nos quadris, dentro daquele calçãozinho azul que já
havia sido de todos os seus irmãos.
- Você quer ser a minha irmã?
Conhecer alguém desde sempre e num determinado momento,
se para você é uma pessoa importante, dali em diante será seu irmão ou
irmã.
Ligados para toda vida por uma palavra, assim permanecemos.
Eu o olhei desconfiada, sem fazer-lhe entender o que eu pensava.
- Só se você conseguir me pegar. Disse ao improviso antes de sair
correndo em direção à nossa casa.
Alí deve ter saído a toda velocidade porquê, após alguns passos,
conseguiu pegar-me pela camiseta e me fazer tropeçar. Caímos no chão, ele
sobre mim, na poeira que se grudava em todo lugar, no suor da pele e nas
roupas leves.
Era quase hora do almoço e em volta não tinha ninguém.
Não procurei me soltar e nem opus resistência. Era uma brincadeira.
- E então? Me perguntou com seu respiro quente no meu rosto e
agora olhando-me sério.
Eu nem mesmo o olhei, somente pisquei os olhos incomodada.
- Você deve me dar um beijo se quer ser meu irmão. Você sabe,
são as regras.
Alí se esticou como uma lagartixa e me deu um beijo molhado na
bochecha.
- Abaayo. Disse ele. Irmã.
- Aboowe. Respondi. Irmão.
Nos levantamos e fomos embora.
Estávamos livres, livres para correr.
Ao menos até em casa.
A nossa casa não era nem mesmo uma casa no sentido normal da
palavra, como são aquelas bonitas com toda a comodidade. Era pequena,
pequenina. E ali vivíamos em duas famílias, a minha e a de Alí, dentro do
mesmo pátio cercado por um murinho de argila. As nossas casas eram uma
de frente para a outra, cada uma nos lados opostos do pátio.
33 Non dirmi che hai paura
Portoghese
IIC San Paolo
JESSICA MERCHIORI DALMOLIN
Università Federale di Paraná
torna al sommario
Na manhã em que eu e Alì nos tornamos irmãos fazia um calor de matar
e estávamos amparados sob a sombra estreita de uma acácia.
Era sexta-feira, dia de festa.
A corrida tinha sido longa e cansativa, estávamos encharcados
de suor: de Bondere, onde morávamos, chegamos ao estádio Cons, sem
parar por nem mesmo um segundo. Sete quilômetros, passando por todas
as estradinhas internas que Alì conhecia como a palma de suas mãos, sob
um sol tão ardente que parecia derreter as pedras.
Dezesseis anos tínhamos em dois, oito cada um, com três dias
de diferença um do outro. Não podíamos não ser irmãos, Alì tinha razão,
mesmo pertencendo a duas famílias que a princípio nem deveriam ter se
dirigido a palavra, mas que viviam na mesma casa. Duas famílias que sempre compartilharam tudo.
Estávamos embaixo daquela acácia tomando um pouco de fôlego e de
ar fresco, enodoados até a cintura pelo pó branco e fino que se levanta das
estradas à menor rajada de vento, quando, de uma hora pra outra, Alì veio
com aquela história de abaayo.
- Quer ser minha abaayo? – perguntou-me, ainda com a respiração entrecortada, as mãos ossudas nos quadris, apertados pelo calção azul
que todos os seus irmãos tinham usado antes de sobrar pra ele – Quer ser
minha irmã? – Você convive com alguém uma vida inteira, e tem sempre
um exato momento a partir do qual, se é uma pessoa importante para você,
dali em diante será sua irmã ou seu irmão.
Ligados a vida inteira por uma palavra, vocês permanecem.
O olhei torto, sem deixar transparecer o que eu pensava.
- Só se você conseguir me pegar – disse subitamente, antes de sair
correndo de novo em direção à nossa casa.
Alì deve ter dado tudo de si, pois depois de poucos passos conseguiu agarrar-me pela blusa e me fazer tropeçar. Fomos parar no chão; ele
em cima de mim, na poeira que grudava em toda parte, no suor da pele e
no tecido leve das nossas roupas.
Era quase a hora do almoço, não havia ninguém pela estrada. Não
tentei me desvencilhar, não opus resistência. Fazia parte da brincadeira.
- Então? – perguntou, ofegando-me seu hálito quente no meu
rosto e ficando sério de repente.
Nem mesmo o olhei, apenas fechei os olhos desgostosa.
- Deve me dar um beijo se quer ser meu irmão. São as regras, você
sabe.
Alì se esticou como uma lagartixa e me selou um beijo molhado
na bochecha.
- Abaayo, – disse ele. Irmã.
- Aboowe – respondi. Irmão. Nos levantamos, e fomos.
Estávamos livres, livres para correr novamente.
Ao menos até em casa.
34 Non dirmi che hai paura
Portoghese
IIC San Paolo
CLARA SALVADOR
PEREIRA DA COSTA
Università di San Paolo
torna al sommario
Na manhã em que Alì e eu nos tornamos irmãos fazia um calor de
matar e estávamos protegidos sob a sombra estreita de uma acácia.
Era sexta-feira, o dia da festa.
A corrida tinha sido longa e cansativa, estávamos os dois pingando
de suor: de Bondere, onde morávamos, chegamos diretamente ao
estádio Cons, sem nunca termos parado. Sete quilômetros, passando por
todas as ruazinhas internas que Alì conhecia como a palma da sua mão,
sob um sol tão ardente que derreteria pedras.
Dezesseis anos tínhamos os dois juntos, oito por cabeça, nascidos
com três dias de distância um do outro. Não poderíamos não ser irmãos,
Alì tinha razão, ainda que fóssemos filhos de duas famílias que nem
mesmo se deveriam dirigir a palavra e, ao contrário, viviam na mesma
casa, duas famílias que sempre compartilharam tudo.
Estávamos sob aquela acácia tomando um pouco de fôlego e de ar
fresco, emporcalhados até a bunda da poeira branca e fina que se
levanta do fundo da rua ao mínimo sopro de vento, quando de uma hora
para a outra Alì começou com aquela história da abaayo.
“Quer ser a minha abaayo?” perguntou-me, enquanto ainda estava
ofegante, com as mãos nos flancos ossudos, apertados sob o short azulmarinho
que tinha pertencido a todos os seus irmãos antes de terminar
sendo dele. “Quer ser minha irmã?” Você conhece alguém por uma
vida e tem sempre um momento exato a partir do qual, se para você é
uma pessoa importante, dali em diante será irmã ou irmão.
Ligados pela vida por uma palavra, permanecem.
Olhei torto para ele, sem lhe demonstrar o que eu pensava.
“Só se você conseguir me pegar”, disse repentinamente, antes de
sair em disparada de novo, em direção à nossa casa.
Alì deve ter-se esforçado ao máximo, porque depois de poucos
passos conseguiu me pegar pela camiseta e me fazer tropeçar. Fomos
parar no chão; ele sobre mim, na poeira que grudava por toda parte, no
suor da pele e nas roupas leves.
Estava quase na hora do almoço, não havia ninguém pelas ruas. Não
tentei me desvincular, não opus resistência. Era uma brincadeira.
“E então?” perguntou-me, respirando sobre o meu rosto o seu
fôlego quente e ficando subitamente sério.
Eu sequer olhei para ele, apenas apertei as pálpebras enojada. “Você
tem que me dar um beijo, se quer ser meu irmão. Você sabe, são as
regras.”
Alì se esticou como uma lagartixa e prensou-me um beijo molhado
na bochecha.
“Abaayo”, disse ele. Irmã.
“Aboowe”, respondi. Irmão.
Levantamo-nos e fomos embora.
Estávamos livres, de novo livres para correr.
Pelo menos até em casa.
A nossa casa não era nem uma casa no sentido normal do termo,
como podem ser aquelas bonitas, com todo o conforto. Era pequena,
pequeníssima. E ali viviam duas famílias, a nossa e a do Alì, dentro do
mesmo quintal, cercado por um murinho de argila. As nossas moradias
eram exatamente uma de frente para a outra, nas margens opostas do
terreno.
35 Non dirmi che hai paura
Russo
Ambasciata d’Italia a Minsk
ANASTASIJA GARCHAK
Università Statale Bielorussa
torna al sommario
То утро, когда я и Али стали братом и сестрой было ужасно
жарким, и мы прятались под узкой тенью акации.
Была пятница, выходной день.
Путь был долгим и утомительным, мы были оба мокрые от пота: от
Бондере, где мы жили, мы дошли прямо до стадиона Конс, ни разу
не остановившись. Мы прошли семь километров по внутренним
улочкам, которые Али знал как свои пять пальцев, под солнцем
столь горячим, что плавились камни.
Нам было шестнадцать лет на двоих, по восемь лет на голову,
и рождены мы были с разницей в три дня. Али был прав, мы не
могли быть братом и сестрой, хотя и принадлежали к двум семьям,
которые даже не должны были бы обращаться друг к другу, однако
они жили в одном доме; две семьи, которые всегда все разделяли
между собой.
Мы стояли под тем кустом акации, чтобы перевести немного
дыхание и подышать свежим воздухом, перепачканные до пояса
легкой белой пылью, которая поднималась с дорог при малейшем
дуновении ветра, когда спустя какое-то время к Али неожиданно
пришла та идея с abaayo.
«Хочешь быть моей abaayo (пер. с сомал. «сестра»)?», - спросил
он меня, еще прерывисто дыша, держа сжатые руки на худеньких
бедрах под синими штанишками, которые до него носили все
его братья. «Хочешь быть моей сестрой?». Ты знаком с кем-то на
протяжении жизни и всегда наступает определенный момент,
начиная с которого человек, если он важен для тебя, станет в
дальнейшем братом или сестрой.
Остается связанным одним словом на всю жизнь.
Я покосилась на него, не давая ему понять, о чем думаю.
«Только если поймаешь меня», неожиданно произнесла я, прежде
чем вновь побежать по направлению к нашему дому.
Должно быть Али очень постарался, так как через несколько шагов
ему удалось схватить меня за майку и повалить. Мы оказались на
земле; он надо мной, в пыли, которая прилипала ко всему, к влажной
коже и легкой одежде.
Было почти обеденное время, кругом - ни души. Я не пыталась
вырваться, оказать сопротивление. Это была игра.
«Ну что?», спросил он меня, обдавая мое лицо своим горячим
дыханием и внезапно став серьезным. Я даже не посмотрела на
него, презрительно зажмурив глаза. «Ты должен поцеловать меня,
если хочешь быть моим братом. Знаешь, существуют правила». Али
вытянулся как ящерица и влепил мне мокрый поцелуй в щеку.
«Abaayo», произнес он. Сестра.
«Aboowe», ответила я. Брат.
Мы поднялись и побежали прочь. Мы были свободны, вновь
вольны бегать.
По крайней мере до дома.
Наш дом даже не был домом в нормальном понимании этого
слова, какими должны быть дома: красивыми, со всеми удобствами.
Он был маленьким, крошечным. И жило в нем две семьи, наша и
семья Али, внутри одного двора, окруженного низенькой глиняной
стеной. Наши жилища располагались напротив друг друга, на
противоположных сторонах площади.
36 Non dirmi che hai paura
Russo
Ambasciata d’Italia a Minsk
DARIA TRIGUBAVA
TATIANA LUGANOVA
VALENTINA TARANOVICH
Università Statale Linguistica di Minsk
torna al sommario
Утро, когда я и Али стали братом и сестрой, было невозможно
жарким, и мы укрывались от летнего зноя в тени акации.
Была пятница, день, когда никто не работает.
Мы долго бежали и очень устали, покрывшись потом: от Бондеры,
где жили, мы прибежали прямо на стадион Конс, ни разу не
остановившись. Семь километров по улочкам внутри дворов,
которые Али знал, как свои пять пальцев, под солнцем настолько
палящим, которое, казалось, могло расплавить камни.
В то время нам на двоих было шестнадцать лет, по 8 каждому,
мы родились с разницей в три дня. Али был прав, мы не могли не
быть братом и сестрой, хотя были из двух разных семей, которые
в других обстоятельствах, возможно, даже не заговорили бы друг
с другом, живя в одном доме. Две семьи, которые всегда всем
делились.
Мы сидели под акацией, чтобы немного отдышаться и отдохнуть,
испачканные белой тонкой пылью, которая поднималась с дороги
при малейшем дуновении ветра, когда ни с того ни с сего Али завёл
разговор про abaayo.
- Хочешь быть моей abaayo? – спросил он, еще задыхаясь после
бега, упершись руками в худые бока над синими штанишками,
которые до него носили все его братья.
- Хочешь быть моей сестрой?
Ты знаешь кого-то целую жизнь, и всегда наступает тот момент,
после которого, если этот человек действительно дорог, рано или
поздно он становится тебе братом или сестрой.
Дав однажды слово, нужно быть верным ему всю жизнь.
Я хитро посмотрела на него, не давая понять, что у меня на уме.
- Только если ты меня догонишь, - сказала я и тут же вскочила,
убегая в направлении нашего дома.
Али наверняка изо всех сил побежал за мной, так как уже через
пару шагов он схватил меня за майку и сбил с ног. Мы упали на
землю, он навалился на меня, оба в пыли, которая была повсюду – на
теле, на одежде.
Было почти время обеда, вокруг никого. Я не пыталась вырваться
и даже не сопротивлялась. Это была игра.
- Ну что? – серьёзным голосом спросил он, и я почувствовала его
теплое дыхание.
Я даже не посмотрела на него, а только зажмурилась.
- Ты должен меня поцеловать, если хочешь быть моим братом. Ты
же понимаешь, у нас такие правила.
Али вытянулся, как ящерица, и прижался к моей щеке мокрыми
губами.
- Abaayo, - сказал он. Сестра.
- Abooye, ответила я. Брат.
Мы поднялись и быстро помчались домой.
Мы снова были свободны, и снова могли бежать.
По крайней мере до дома.
Наш дом не был домом в обычном смысле этого слова, какими
бывают все красивые дома с удобствами. Наш был маленький, очень
маленький. И жили в нем две семьи – наша и семья Али. У нас был
один двор, огражденный глиняным забором. Наши двери были
напротив и смотрели друг на друга с разных концов двора.
37 Non dirmi che hai paura
Russo
IIC San Pietroburgo
EKATERINA STEPANOVA
MARIA POPOVA
LISA MENIS
Università Statale
di San Pietroburgo
torna al sommario
В то утро, когда мы с Али стали братом и сестрой, стояла нестерпимая
жара, и мы укрывались под плотной тенью акации.
Была пятница, день праздника.
Дорога была длинной и утомительной, мы оба сильно вспотели:
мы дошли от Бондере, где жили, до стадиона Конс, ни разу не
остановившись. Семь километров, проходя по всем тропам, которые
Али знал как свои пять пальцев, под солнцем настолько палящим, что
казалось, оно растапливает камни.
На двоих нам было 16 лет, каждому по 8, мы родились с разницей
в 3 дня.
Али был прав - мы не могли не быть братом и сестрой. Даже если
были бы детьми из разных семей, которые не обмениваются и парой
слов. И, наоборот, если бы жили в одном доме, в семьях, которые
делятся друг с другом всем.
Когда Али начал рассказывать историю про abaayo, мы стояли под
акацией, чтобы немного передохнуть и глотнуть свежего воздуха, по
пояс перепачканные в мягкой белой пыли, поднимавшейся с дороги
при малейшем дуновении ветра.
«Ты хочешь быть моей abaayo?» - спросил он меня, прерывисто
вздыхая и положив руки на костлявые бедра, обтянутые голубыми
штанами, поношенными всеми его братьями перед тем, как наконец
достаться Али.
«Ты хочешь быть моей сестрой?» - когда ты знаешь кого-то всю
жизнь, всегда наступает такой момент, с которого вы становитесь
братом и сестрой, если важны друг для друга. И остаетесь ими по
жизни, связанные обещанием.
Я косо посмотрела на него, не давая понять, о чем думаю.
«Только если ты меня поймаешь» - сказала я вдруг, перед тем как
рвануть в сторону дома. Должно быть, это взбесило Али – через
пару шагов он схватил меня за рубашку, заставив споткнуться. Мы
оказались на земле, он сверху. Все перепачканные в пыли, которая
прилипала ко всему: к потной коже, к нашей легкой одежде.
Был почти час обеда, вокруг никого. Я и не пыталась вырваться, не
оказывала сопротивления, это была игра.
«Ну?» - спросил он с серьезным выражением лица, жарко на меня
дыша.
Я даже на него не посмотрела, только презрительно сощурила глаза.
«Ты должен поцеловать меня, если хочешь быть моим братом.
Правило, знаешь ли»
Али вытянулся как ящерица и влепил мне в щеку мокрый поцелуй
«Abaayo» - сказал он. Сестра
«Aboowe» - ответила я. Брат.
Мы поднялись и продолжили путь. Мы были свободны, свободны
снова, чтобы бежать. По крайней мере, до дома.
Наш дом даже не был домом в нормальном смысле этого слова,
какими были все те красивые дома с удобствами. Он был маленьким,
просто крошечным. И мы жили там двумя семьями – моей и Али – в
одном дворе, окруженном низкой глиняной стеной. Наши жилища
располагались прямо напротив друг друга - на двух противоположных
концах площадки.
38 Non dirmi che hai paura
Russo
IIC San Pietroburgo
SECONDO ANNO
Università Statale
di San Pietroburgo
torna al sommario
В то утро, когда мы с Али стали братом и сестрой, стояла
невыносимая жара, и мы укрывались от солнца в тени акации.
Была пятница, праздничный день.
Мы долго бежали, сильно устали и ужасно вспотели. От Бондеры,
где мы жили, мы добежали прямо до стадиона Конс, ни разу не
остановившись. Мы пробежали семь километров по улочкам,
которые Али знал, как свои пять пальцев, под палящим, словно
способным растопить камни солнцем.
На двоих нам было шестнадцать лет, каждому по восемь. Мы
родились разницей в три дня. Али был прав, мы не могли не быть
братом и сестрой даже, несмотря на то что, мы были из двух разных
семей, которые могли бы даже не разговаривать друг с другом, но
жили в одном и том же доме всегда всем друг с другом делились.
Ты стояли под акацией, все перепачканные белой мелкой пылью,
которая позанимается с дороги от малейшего дуновения ветра, чтобы
немного передохнуть и охладиться, когда али вдруг заговорил об
«абаайо».
«Хочешь быть мое абаайо», - спросил он, все еще тяжело дыша.
Руками он держался за свои худощавые бока, на нем были туго
затянутые брюки, доставшихся ему от старших братьев. Если ты
знаешь кого-то целую жизнь и наступает момент, когда этот человек,
если он для тебя важен, становится тебе братом или сестрой.
Люди на всю жизнь остаются связанными этим словом.
Я недоверчиво посмотрела на него, не давая ему понять, что думала.
«Только если ты поймаешь меня», - вдруг сказала я, прежде чем
как снова побежать к дому. Али, должно быть, бежал изо всех сил,
так как почти сразу ухитрился схватить меня за майку и подставить
подножку. Мы оба свалились землю, он на меня, пыль прилипла к
мокрой от пота коже и одежде.
На улице почти никого не было – близилось время обеда.
Я не пыталась вырваться, не сопротивлялась. Это была игра.
«Ну и?»,- спросил он, горячо дыша мне в лицо. Его лицо сделалось
серьезным.
Я даже не посмотрела на него, а лишь пренебрежительно
поморщилась. «Если хочешь стать моим братом, ты должен меня
поцеловать. Таковы правила», - ответила я.
Али вытянулся словно ящерица и поцеловал меня щеку.
- Абаайо, - сказал он. Сестра.
- Абооуэ, - ответила я. Брат.
Мы поднялись с земли и побежали.
Мы были свободны, снова свободны бежать. По крайней мере до
дома…
39 Non dirmi che hai paura
Russo
Ambasciata d’Italia a Tashkent
RAZIM DAMINOV
Università delle Lingue Mondiali
di Tashkent
torna al sommario
Тем утром, когда я и Али стали сестрой и братом, было очень жарко
и мы укрывались под узкой тенью акации.
Это было в пятницу, в день праздника.
Поездка оказалась очень долгой и утомительной, оба мы были
сильно вспотевшие: от Бондере, где мы жили, мы доехали прямо до
стадиона Конс без единой остановки. Проезжая семь километров по
всем внутренним улочкам, которые Али знал как свои карманы, под
столь палящим солнцем, что плавились камни.
Нам было шестнадцать лет на двоих, каждому по восемь, с разницей
рождения в три дня. Друг другу мы были никто иные как сестра и
брат, Али был прав, даже будучи детьми двух разных семей которые
не должны были даже общаться, но напротив эти семьи жили в одном
доме и всегда делили все что имели.
Мы стояли под этой акацией и дышали свежим воздухом,
испачканные до низу белой пылью которая поднималась в конце улиц
легким дуновением ветра как в один из таких моментов Али начал
рассказывать историю абаайо.
«Хочешь быть моей абаайо?» он спросил меня прерывисто,
держа руки на костлявых боках и одетый в суженные к низу синие
штанишки, которые до него побывали на всех его братьях. «Хочешь
быть моей сестрой?» Знаешь человека всю жизнь и если считаешь
его важным в твоей жизни, то в определенный момент этот человек
становится твоей сестрой или братом.
Связанные одним словом остаются таковыми на всю жизнь.
Я смотрела на него искоса, чтоб не дать ему понять о чем я думала.
«Только если сможешь поймать меня,» я вдруг произнесла до того
как сорваться с места в направлении нашего дома.
Али должен был сильно постараться, потому что сделав несколько
шагов, он сумел схватить меня за майку и дать мне споткнуться. Сразу
же мы оказались на земле; он поверх меня, в пыли, которая приставала
ко всему, к потной коже и легкой одежде.
Почти обеденное время, вокруг не было никого. Я не старалась
бороться и не сопротивлялась. Это была игра.
«Ну?» он спросил меня, тепло дыша мне в лицо с серьезным видом.
Я даже не смотрела на него, а только прищурила отвращено глаза.
«Ты должен поцеловать меня, если хочешь быть моим братом. Такие
вот правила».
Али вытянулся как ящер и мокро поцеловал меня в щеку.
«Абаайо», сказал он. Сестренка.
«Абооуэ», ответила я. Брат.
Мы поднялись, и тут же прочь.
Мы были свободны, снова свободны бежать.
По крайней мере до дома.
Наш дом не обладал даже нормальными жилищными условиями,
какие могут быть в тех красивых домах со всеми удобствами. Он был
маленький, крохотный. И в нем жили две семьи: наша и семья Али;
внутри такой же маленький дворик, огражденный глиняной стеной.
Жили мы, собственно говоря, друг против друга по две стороны
домашнего участка.
40 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
Ambasciata d’Italia a L’Avana
MAYRON DIAZ GALLARDO
Università di L’Avana
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La mañana que Alí y yo nos hicimos hermanos hacía demasiado calor y
estábamos refugiados debajo de la sombra reducida de una acacia.
Era viernes, el día de la fiesta.
La carrera había sido larga y agotadora, los dos estábamos empapados de
sudor: a Bondere, donde vivíamos, llegamos derecho hasta el estadio de
Cons, sin parar. Siete kilómetros, pasando por todas las calles internas, las
cuales Alí conocía como la palma de su mano, debajo de un sol que derretía
las piedras.
Teníamos dieciséis años, ocho cada uno, nacidos a tres días de diferencia uno de la otra. No podíamos ser hermanos, Alí tenía razón, aunque
fuéramos hijos de dos familias que ni siquiera se habían dirigido la palabra
y en cambio vivíamos en la misma casa, dos familias que siempre habían
compartido todo.
Estábamos debajo de aquella acacia para recuperar el aliento y refrescarnos, sucios de pies a cabeza del polvo blanco y fino que se alza de la superficie de las calles a la mínima corriente de viento, cuando de un momento
a otro Alí salió con aquella historia de la abaayo.
“¿Quieres ser mi abaayo?”- Me preguntó, mientras todavía tenía la respiración entrecortada, las manos a los lados, apretado debajo del pantalón
que había sido primero de todos sus hermanos antes de ser suyo. “¿Quieres
ser mi hermana?”. Cuando conoces a alguien en la vida siempre hay un
momento exacto, si para ti esa persona es importante, en el cual esa persona
pasa a ser un hermano o una hermana.
Unidos por la fuerza de una palabra, si permanece.
Lo miré torcido, sin darle a entender que cosa pensaba.
“Solo logra alcanzarme”- dije de repente, antes de salir corriendo de nuevo,
en dirección a nuestra casa. Alí se debe haber empeñado a fondo, porque
después de unos pocos pasos, consiguió agarrarme por la camiseta y hacerme tropezar. Caímos en la tierra, él sobre mí, el polvo que se pegaba por
todas partes, al sudor del cuerpo y a la ropa.
Casi a la hora del almuerzo, alrededor de nosotros no había nadie. No trate
de liberarme, no puse resistencia. Era un juego.
¿Entonces?- Me preguntó, respirando su aliento caliente en mi cara, haciéndose el de rasgos serios.
Yo ni siquiera lo mire, solo le guiñe el ojo asqueada. “Me tienes que dar un
beso, si quieres ser mi hermano. Lo sabes, son las reglas.”
Alí se estiró como una lagartija y me dio un beso mojado sobre la mejilla.
“Abaayo,” –dijo él. Hermana.
“Aboowe,” –respondí. Hermano.
Nos volvimos a levantar, y salimos.
Éramos libres, de nuevo libres de correr.
Por lo menos hasta la casa.
Nuestra casa ni siquiera era una casa normal como suelen ser las casas
bonitas, con todas las comodidades. Era pequeña, pequeñísima. Y en ella
vivíamos dos familias, la nuestra y la de Alí, dentro del mismo patio, cercado
con un murito de arcilla. Nuestras habitaciones estaban una frente a la otra,
a los dos márgenes opuestos del espacio.
41 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
GRACIELA BERALDO
ROSANA BERGAMINI
CLAUDIA BRACHETTI
MARÍA CRISTINA COLÓN
ANDREA DOBAL
ALBERTO GIACHETTI
JUAN ANTONIO MELLINO
Università di Buenos Aires
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En la mañana que Ali y yo nos hicimos hermanos hacia una calor de morirse y estábamos al de la angosta sombra de una acacia.
Era viernes, el día de la fiesta.
La carrera había sido larga y agotadora, estábamos los dos empapados en
sudor: desde Bondere, donde vivíamos, llegamos hasta el estadio Cons sin
detenernos nunca. Siete kilómetros, pasando por todas las callecitas internas que Ali conocía como la palma de su mano, bajo un sol tan abrasador
como para derretir las piedras.
Entre los dos teníamos dieciséis años, ocho cada uno, nacidos con tres
días de diferencia uno de la otra. Tenía razón Ali, no podíamos ser otra cosa
que hermanos, aunque éramos hijos de dos familias que nunca se habrían
dirigido la palabra, y, sin embargo, vivían en la misma casa; dos familias que
siempre compartieron todo.
Estábamos bajo aquella acacia tomando aliento y un poco de fresco, sucios hasta el culo del polvo blanco y sutil que se levanta del fondo de la calle
con la mínima brisa, cuando de repente Ali salió con aquella historia de la
ABAAYO.
“Querés ser mi ABAAYO? Me preguntó, mientras todavía tenía la respiración entrecortada, las manos a los costados de su huesudo cuerpo, apretadas
bajo los pantaloncitos azules que habían sido de todos sus hermanos antes
de terminar en él. “ Querés ser mi hermana?”
Conocés a alguien de toda la vida y hay siempre un momento exacto a
partir del cual, si para vos esa persona es importante, de ahí en más serán
hermanos.
Unidos de por vida por una palabra., para siempre.
Lo miré mal, sin darle a entender lo que pensaba.
“Sólo si lográs agarrarme”, dije de pronto, antes de salir disparada nuevamente, en dirección a nuestra casa.
Ali debe haberse esforzado un montón, porque después de unos pocos
pasos llegó a agarrarme de la remera y hacerme tropezar. Terminamos en
el suelo; él encima mío, con el polvo pegado por todos lados, sobre la ropa
y la piel sudada.
Era casi la hora del almuerzo, en la calle no había nadie. No traté de separarme, no opuse resistencia. Era un juego.
“Y?” Me preguntó, echándome su aliento caliente en la cara y poniéndose
serio de repente.
Ni lo miré, cerré con fuerza los ojos asqueada. “Me debés dar un beso, si
querés ser mi hermano. Lo sabés, son las reglas.”
Ali se estiró como una lagartija y me estampó un beso húmedo en la mejilla.
“ABAAYO”, dijo él. Hermana.
“Aboowe”, dije yo. Hermano.
Nos levantamos y nos fuimos.
Éramos libres, nuevamente libres para correr.
Nuestra casa no era ni siquiera una casa en sentido literal, como pueden
ser aquellas que son lindas, con todas las comodidades. Era pequeña, pequeñísima. Y en ella vivíamos las dos familias, la mía y la de Ali, en el mismo
patio, rodeado por un cerco de adobe. Nuestra habitaciones estaban justo
una enfrente de la otra, en los lados opuestos.
42 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
BEATRIZ ARILLA
Associazione Dante Alighieri, Lanus
La mañana que Alì y yo nos habíamos convertido en hermanos hacía un
calor de morirse y nos reparábamos bajo la estrecha sombra de una acacia.
Era viernes, el día de la fiesta.
La carrera había sido larga y cansadora, estábamos los dos completamente
sudados: de Bondere, donde vivíamos, habíamos llegado directamente al
estadio Cons, sin pararnos nunca. Siete kilómetros, pasando por todas la
callecitas internas que Alì conocía como a la palma de sus manos, bajo un
sol quemante que derretía las piedras.
Teníamos dieciséis años entre los dos, ocho cada, nacidos con tres días
de diferencia uno del otro. No podíamos sino ser hermanos, tenía razón
Alì, aún si éramos hijos de dos familias que no se habrían siquiera dirigido
la palabra y en cambio, vivían en la misma casa, dos familias que siempre
habían compartido todo.
Estábamos debajo de aquella acacia para tomar un poco de aliento y de
fresco, sucios hasta el traste por el polvo blanco y penetrante que se levanta
del fondo de las calles al menor soplido de viento, cuando de un momento
a otro Alì salió con aquella historia de la abaayo.
Querés ser mi abaayo? Me pidió, mientras todavía tenía la respiración
cortada, las huesudas manos a los costados, pegadas a los pantaloncitos
azules que habían sido de todos sus hermanos antes de que terminaran en
él. “Queres ser mi hermana? Conoces a alguien de toda la vida y hay siempre
un momento exacto a partir del cual, si para vos es una persona importante,
de ahí en más será hermana o hermano.
Se permanece de por vida unidos a una palabra.
Lo he mirado torcido, sin darle a entender qué pensaba.
“Sólo si logras alcanzarme”, le dije de repente, antes de disparar de nuevo
en dirección a nuestra casa.
Alì debe haberse empeñado al extremo, porque después de pocos pasos
logró agarrarme de la remera y hacerme tropezar. Terminamos en tierra; él
sobre mí, en el polvo que se pegaba por todas partes, al sudor de la piel y a
la ropa liviana.
A la hora del almuerzo, no había nadie dando vueltas. No traté de forcejear, no opuse resistencia. Era un juego.
“Entonces?” me preguntó, respirándome su aliento caliente sobre la cara
y poniéndose de repente serio.
Yo ni siquiera lo miraba, cerré los ojos asqueada. “Me tenes que dar un
beso, si queres ser mi hermano. Lo sabes, son las reglas.”
Alì se estiró como una lagartija y me estampó un beso mojado sobre la
mejilla.
“Abaayo”, dijo él. Hermana.
“Aboowe”, contesté yo. Hermano.
Nos levantamos y nos fuimos.
Eramos libres, de nuevo libres de correr. Al menos hasta casa.
Nuestra casa no era una casa en el sentido normal del término, como
pueden ser esas bellas, con toda la comodidad. Era pequeña, pequeñísima.
Y vivíamos allí, de a dos familias, la nuestra y la de Alì, en el mimo patio,
cercado de un murito bajo de arcilla. Nuestras habitaciones estaban justo
una frente a la otra, a los dos márgenes opuestos de la superficie.
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43 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
GRACIELA DEL VALLE
Associazione Dante Alighieri, Lanus
La mañana en que Alí y yo nos convertimos en hermanos hacía un calor
de morirse y nos reparábamos bajo la sombra estrecha de una acacia.
Era viernes, el día de la fiesta.
La carrera había sido larga y cansadora, estábamos los dos empapados en
sudor : desde Bondere , donde vivíamos, llegamos directo hasta el estadio
Cons, sin detenernos nunca.
Siete kilómetros pasando por todas las callecitas internas, que Alí conocía
como la palma de su mano, bajo un sol tan vehemente que disolvía las piedras.
Dieciséis años teníamos entre los dos, ocho por cabeza, nacidos con tres
días de diferencia uno del otro. No podíamos más que ser hermanos , tenía
razón Alí, aunque fuésemos hijos de dos familias que no deberían haberse
dirigido ni siquiera la palabra aunque vivieran en la misma casa, dos familias que habían compartido todo.
Estábamos debajo de aquella acacia para descansar un poco y tomar aire
fresco, ensuciándonos con el polvo blanco y sutil que se elevaba del fondo
de la calle al mínimo golpe de viento, cuando de repente Alí salió con aquella historia del abaayo.
-“¿Querés ser mi abaayo?”- me preguntó, mientras respiraba entrecortadamente y apretaba sus manos a los lados de su cuerpo huesudo, sobre sus
pantaloncitos azules que habían sido usados por todos sus hermanos antes
de llegar a él.
-“¿Querés ser mi hermana? “- Conocés a alguien de toda la vida y hay
siempre un momento exacto a partir del cual, si para vos es una persona
importante, de allí en más será tu hermana o hermano.
Se permanece el resto de la vida unidos por esa palabra .
Lo miré de reojo, sin hacerle saber qué estaba pensando.
-“Sólo si podés alcanzarme”- dije de imprevisto antes de salir disparada
en dirección a nuestra casa.
Alí debe haber hecho un gran esfuerzo porque después de pocos pasos
alcanzó a aferrarme por la remera y hacerme tropezar. Terminamos por el
piso; él sobre mí , con el polvo que se adhería por todas partes, al sudor de
la piel y a la ropa ligera.
Era casi la hora del almuerzo, en el lugar no quedaba nadie. No traté de
zafarme, no opuse resistencia. Era un juego.
-“¿Entonces?”- me dijo, respirándome con su aliento cálido sobre mi cara
y volviéndose de repente serio.
Yo ni lo miré, sólo apreté los ojos disgustada.
-“Me debés dar un beso, si querés ser mi hermano . Lo sabés, son las reglas.”Alí se estiró como un lagarto y me estampó un beso húmedo sobre la
mejilla.
-“Abaayo”- dijo él. Hermana.
-“Aboowe- le respondí yo. Hermano.
Nos levantamos y nos fuimos.
Éramos libres, de nuevo libres para correr.
Por lo menos hasta llegar a casa.
Nuestra casa no era para nada una casa en el sentido normal del término,
como pueden ser aquellas bellas casas que tienen todas las comodidades.
Era pequeña, pequeñísima. Y ahí vivíamos las dos familias, la mía y la de
Alí, compartiendo el mismo patio, cercado por un pequeño muro de arcilla.
Nuestras viviendas estaban justamente una frente a la otra, en los márgenes
opuestos del amplio espacio.
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44 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
JORGE EDGAR MAGIONCALDA
Associazione Dante Alighieri, Lanus
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La mañana en que Alí y yo nos convertimos en hermanos hacía un calor
mortal y nos habíamos reparado bajo la estrecha sombra de una acacia.
Era viernes, el día de la fiesta.
La carrera había sido larga y extenuante y ambos estábamos empapados
de sudor desde Bondere, donde vivíamos, habíamos llegado hasta el estadio
Cons, sin pararnos jamás. Siete kilómetros, pasando por todas las callecitas
internas que Alí conocía como las palmas de sus manos, bajo un sol tan
abrasador como para partir las piedras.
Teníamos dieciséis años entre los dos, ocho cada uno, nacidos con tres
días de diferencia. No podíamos dejar de ser hermanos, tenía razón Alí,
éramos hijos de dos familias que jamás se hubieran dirigido la palabra y
sin embargo vivían en la misma casa, dos familias que siempre habían compartido todo.
Estábamos bajo aquella acacia tomando un poco de aliento y de fresco,
cubiertos hasta el trasero por el polvo blanco y sutil que se levanta de las
calles al menor soplo de viento, cuando de un momento a otro Alí se fue
con esa historia de la “abaayo”
¿Querés ser mi abaayo? Me dijo, mientras todavía tenía la respiración
entrecortada, las manos a sus costados huesudos, apretados bajo sus pantaloncitos ajustados que habían sido de todos sus hermanos antes de terminar
en él. “¿Querés ser mi hermana?” Conoces a alguien durante una vida y
hay siempre un momento justo a partir del cual, si para vos es una persona
importante, de allí en adelante será hermana o hermano.
Unidos de por vida por una palabra, si perdura.
Lo miré torcido, sin hacerle saber lo que pensaba.
“Sólo si conseguís alcanzarme” le dije de pronto, antes de lanzarme a correr
hacia nuestra casa.
Alí habrá corrido con todas sus fuerzas, porque después de pocos pasos
consiguió agarrarme por la remera y hacerme caer. Terminamos los dos en
el suelo, él sobre mí, en el polvo que se pegaba al sudor de nuestra piel y a
nuestras ropas livianas.
Era casi la hora del almuerzo, por la calle no había nadie. No traté de
separarme, no opuse resistencia. Era un juego.
“¿Entonces?” me preguntó, con su aliento caliente sobre mi cara y haciéndose durante un tiempo el serio. Yo ni siquiera lo miré, cerré los ojos
asqueada. “Me tenés que dar un beso, si querés ser mi hermano. Lo sabés,
son las reglas”.
Alí se alargó como una lagartija y me plantó un beso mojado sobre mi
mejilla.
“Abaayo” dijo él. Hermana.
“Abaayo” le respondí yo. Hermano.
Nos volvimos a levantar, y corrimos.
Éramos libres, de nuevo libres para correr.
Por lo menos hasta casa.
Nuestra casa no era ni siquiera una casa en el sentido normal del término, como pueden ser las casas lindas, con todas las comodidades. Era chica,
muy chica. Y allí vivíamos dos familias. La nuestra y la de Alí, en el mismo
patio, cerrado con un murito de adobe. Nuestras habitaciones estaban una
frente a la otra, a ambos lados del espacio.
45 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
MELISA SCHIMKUS
Associazione Dante Alighieri, Lanus
La mañana que Ali y yo nos convertimos en hermanos hacía un calor de
morirse y estábamos reparados bajo la sombra de una acacia. Era Viernes,
el día de la fiesta.
El trayecto era largo y cansador, los dos estábamos todos mojados de
sudor; desde Bondere, donde vivíamos, llegamos directo al estadio Cons,
sin detenernos jamás. Siete kilómetros, pasando por todas las callecitas internas que Alí conocía como la palma de su mano, bajo un sol abrasador
que derretía hasta las piedras.
Teníamos dieciséis años, ocho por cabeza, nacidos con 3 días de diferencia el uno del otro. No podíamos ser otra cosa más que hermanos, Alí
tenía razón, aunque éramos hijos de dos familias que podían no dirigirse
la palabra y sin embargo vivían en la misma casa, dos familias que habían
siempre compartido todo.
Estábamos debajo de aquella acacia para recuperar el aliento y refrescarnos un poco, embadurnados hasta el trasero del polvo blanco y fino que
sube desde el fondo de la calle al mínimo soplo de viento, cuando de un
momento al otro Alí salió con aquella historia del abayo.
¿Desearías ser mi abayo? Me preguntó, mientras todavía tenía el aliento
entrecortado, sus manos en sus caderas huesudas, apretadas debajo de los
pantalones azules que habían sido de sus hermanos antes de terminar con
él. ¿Desearías ser mi hermana? Conoces algún momento exacto en la vida
a partir del cual, si una persona es importante para vos, de ahí en adelante
será una hermana o hermano.
Vinculado por la vida de una palabra, se permanece.
Lo miré torcido, sin hacerle saber lo que estaba pensando.
“Solo si podes agarrarme”, le dije de repente, antes de emprender de nuevo
el camino, en dirección a nuestra casa.
Alí debe haber puesto todo de sí, porque después de pocos pasos logró
agarrarme por la remera y hacerme tropezar.
Terminamos en el suelo, él encima de mí, en el polvo que se pegaba por
todas partes, al sudor de la piel y la ropa ligera. Casi la hora del almuerzo, no
había nadie alrededor. No traté de escabullirme, no me resistí. Era un juego.
¿Y ahora? Me preguntó, respirando con su aliento caliente sobre la cara y
poniendo cara de serio.
Yo ni lo miré, solo apreté los ojos disgustada. “Me debes dar un beso, si
querés ser mi hermano. Lo sabes, son las reglas”
Alí se estiró como un lagarto e me dió un beso sudado en la mejilla.
IIC Buenos Aires
“Abaayo,” dijo él. Hermana.
“Aboowe,” respondí yo. Hermano.
Nos levantamos, y partimos.
Estábamos libres, de nuevo libres para correr.
Al menos hasta casa.
Nuestra casa no era una casa en el sentido normal del término, como puede ser bella, con todas las comodidades. Era pequeña, pequeñísima. Y ahí
vivíamos dos familias, la nuestra y la de Alí, dentro del mismo patio, cerrado
por un muro de arcilla. Nuestras habitaciones estaban justo una enfrente de
la otra, los dos márgenes opuestos del pasillo.
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46 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
EMILIA L. ZAFFERRI
Associazione Dante Alighieri, Lanus
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La mañana que yo y Alí nos sentíamos como hermanos hacía un calor
de morirse y estábamos reparados bajo la sombra estrecha de una Acacia.
Era viernes, el día de la fiesta.
La caminata había sido larga y cansadora, íbamos los dos bañados en sudor, en Bondere donde vivíamos, estamos arribando derecho al estadio
Cons, sin pararnos nunca. Siete Kilómetros pasando por todas las calles
internas que Alí conocía como la palma de su mano, bajo un sol caliente
que derretía las piedras.
Diez y seis años en dos, ocho cada uno, nacidos a tres días de distancia
uno del otro. No podíamos ser más que hermanos, él tenía razón. Aunque
Alí y yo somos hijos de dos familias que no se habían dirigido nunca la
palabra, en cambio vivíamos en la misma casa, dos familias que compartíamos siempre todo.
Estábamos debajo de aquella Acacia para tomar un poco de respiro y de
fresco, ensuciados por el polvo blanco y fino que subía del fondo de la calle
al mínimo soplo del viento, cuando de un momento a otro Alí ha salido
con aquella historia de “Abaayo”.
¿Quieres ser mi Abaayo? Me ha dicho mientras daba una respiración entrecortada, las manos al flanco huesudo de su cuerpo, estrechándose los
pantaloncitos azules, que habían pasado por todos sus hermanos antes de
terminar en él.
¿Quieres ser mi hermana? Conoces a alguien toda una vida y siempre hay
un momento exacto, a partir del cual es para ti una persona importante y
en adelante puede ser tu hermana o hermano. Ligados por una vida, por
una palabra, se queda contigo.
Lo he mirado extrañada, sin hacerle saber lo que pensaba. Solo si logras
atraparme, lo dice de improviso antes de escapar de nuevo en dirección
a nuestra casa.
Alí aposto de todo, porque después de pocos pasos logró tomarme de la
camiseta, en forma imprevista. Caemos sobre la tierra, él sobre mí, en el
polvo que se pegaba a cualquiera, por el sudor de la piel sobre la vestimenta
ligera.
Es casi la hora del almuerzo, no había nadie caminando. No he tratado de
soltarme, no opongo resistencia. Era un juego.
¿Entonces? Me ha dicho, respirándome su aliento caliente sobre la cara,
tratándome con seriedad. Yo no lo he mirado nunca, sólo me he restregado
los ojos, disgustada. Me debes dar un beso. Lo sabes, es la regla. Alí se alarga
como una lagartija y me encaja un beso bañado sobre la mejilla.
“Abaayo” ha dicho él. Hermana.
“Aboowe” he respondido yo. Hermano.
Nos levantamos y salimos. Éramos libres, de nuevo libres de correr. Al
menos hasta la casa.
47 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
ALEMAÑY HAYDÈE
BONET AGUSTIN
BOVAZZI MARTA
CHEBEZ ELISABET
PIZZAROTTI CARLOS
QUISPE SILVIA
Associazione Dante Alighieri, Tigre
La mañana en que Alí y yo nos convertimos en hermanos hacía un calor
sofocante y nos reparamos bajo la estrecha sombra de una acacia.
Era viernes, el día de la fiesta.
La carrera había sido larga y agotadora, ambos estábamos empapados en
sudor: Desde Bondere, donde vivíamos, llegamos directamente al estadio
Cons, sin detenernos un instante. Siete kilómetros, pasando por todas las
callecitas internas que Ali conocía como la palma de su mano, bajo un sol
calcinante que derretía hasta a las piedras.
Sumábamos dieciséis años entre los dos, ocho cada uno, nacidos con tres
días de diferencia el uno del otro. Ali tenía razón, no podíamos más que ser
hermanos, a pesar de ser hijos de dos familias que nunca se habían dirigido
la palabra si bien vivían en la misma casa, dos familias que siempre habían
compartido todo.
Estábamos debajo de aquella acacia para recuperar el aliento y tomar
aire fresco, cubiertos hasta la médula del polvo blanco y fino que se levanta
desde el fondo de las calles ante el mínimo soplo de viento; cuando Ali salió
imprevistamente con esa historia del abaayo.
-“¿Quieres ser mi abaayo ?” me preguntó, aún con la respiración entrecortada, las manos a los costados de sus caderas huesudas, estrechas en los
pantaloncillos azules que habían pasado por todos sus hermanos antes de
llegar a él. – “¿Quieres ser mi hermana?”. Si conoces a alguien de toda la vida
y para ti es una persona importante, hay un momento exacto en el cual esa
persona se convierte en tu hermano o hermana.
Permanecemos unidos toda la vida por una palabra.
Lo miré estupefacta, sin mostrarle lo que pensaba.
-“Sólo si logras alcanzarme.” Le dije de repente, antes de salir corriendo
nuevamente en dirección a nuestra casa.
Debe de haber puesto todo de sí, porque luego de pocos pasos logró aferrarse de mi remera y hacerme tropezar. Terminamos en el suelo, él sobre mí,
en el polvo que se pegaba por el sudor de la piel a las ropas livianas.
Era casi la hora del almuerzo, no había nadie alrededor. No traté de escabullirme, no puse resistencia. Era un juego.
“¿Y entonces?” me preguntó, respirándome sobre mi rostro con su aliento
caliente haciéndose serio repentinamente.
Yo ni siquiera lo miré, sólo entrecerré los ojos asqueada. “Debes darme un
beso, si quieres ser mi hermano. Lo sabes, son las reglas.”
Alí se estiró como un lagarto y me dio un beso húmedo en la mejilla.
“Abaayo”, dijo él. Hermana.
“Aboowe”, respondí yo. Hermano.
Nos levantamos y nos fuimos.
Éramos libres, de nuevo libres para correr.
Al menos hasta llegar a casa.
Nuestra casa no era ni siquiera una casa en el sentido real del término,
como pueden ser aquellas casas lindas con todas las comodidades. Era pequeña, pequeñísima. Y vivíamos ahí dos familias, la nuestra y la de Alí, dentro del mismo patio, rodeado de un murete de arcilla. Nuestras viviendas
estaban enfrentadas, a los dos márgenes opuestos del espacio libre.
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48 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
MARÍA SOL BERGUELLA
CLARA MARSILI
CAMILA BORGOGNO
AGUSTINA GENTILE
AGUSTÍN CUTILLO
VICTORIA TELLO
FRANCISCO CATALANO
EMILIA TOMATIS
FRANCO SASSI
ANTONELLA LILLINI
LUCAS GOYOAGA
CAMILA OMEGNA
IGNACIO ZANZO
FEDERICO MANTOVANI
Scuola italiana
Cristoforo Colombo
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La mañana en la cual Alí y yo nos convertimos en hermanos hacía un calor de morirse y estábamos sentados bajo la estrecha sombra de una acacia
era un viernes, el día de la fiesta.
La carrera fue larga y agotadora, los dos estábamos bañados en sudor: en
Bondere, donde vivíamos, llegamos al estadio Cons directamente, sin parar
recorrimos 7 kilómetros pasando por todas las calles que Alí conocía como
la palma de su mano, bajo un sol que derretía hasta las piedras.
Entre los dos teníamos 16 años, 8 cada uno, con tres días de diferencia
no podíamos ser otra cosa que hermanos, Alí todavía tenía razón, aunque
fuéramos hijos de dos familias que por más que vivieran en la misma casa,
no se dirigían la palabra, pero siempre compartieron todo.
Estábamos bajo aquella acacia para recuperar el aliento y tranquilizarnos,
sucios de pies a cabeza del polvo blanco y sutil que se le levantaba del fondo
de la calle a la más mínima brisa de viento, cuando de un momento al otro
Alí salió con esa historia de la abaayo.
“Querés ser mi abaayo?” Me preguntó aún respirando entrecortadamente, las manos sobre sus caderas huesudas, ajustadas bajo los calzoncillos
azules que antes de ser suyos, habían sido de todos sus hermanos. “Querés
ser mi hermana?” si conocés a alguien de toda la vida, y esa persona es importante para vos, siempre habrá un momento exacto desde el cual será tu
hermana o hermano.
Ligados de por vida por una palabra, si perdura.
Lo miré de reojo, sin dejar ver que pensaba.
“Solo si me podés atrapar” dije de repente, antes de echar a correr otra vez,
eb dirección a nuestra casa.
Alí debió haber puesto todo de sí, porque luego de pocos pasos logró
agarrarme de la camiseta y hacerme tropezar terminamos en el piso, el
sobre mi, en el polvo que se pegaba al sudor de la piel y las ropas ligeras.
Era el mediodía, no había nadie alrededor. No intenté liberarme, no puse
resistencia, era un juego.
“Entonces?” Me preguntó, respirando su aliento caliente en mi cara manteniendo una expresión seria.
Yo no lo había ni siquiera mirado, había solo estrujado los ojos asqueada.
“Me tienes que dar un beso, si querés ser mi hermana” Lo sabes son las
reglas.
Alí se agarró como una lagartija y me clavó un beso bañado sobre la mejilla.
“ABAAYOO” Dijo él. Hermana,
“ABAAYOO” Respondí yo. Hermano.
Nos volvimos a levantar, nos fuimos.
Éramos libres, de nuevo libres para correr al menos hasta casa.
Nuestra casa no era ni siquiera una casa el sentido normal del término
como puede ser aquellas que son lindas, con todas las comodidades. Era
pequeña pequeñísima. Vivíamos en dos familias, la nuestra y la de Alí, dentro del mismo patio, cercado por un pequeño muro de arcilla. Nuestras
habitaciones estaban unas en frente de otras, a dos orillas opuestas del claro.
49 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
ANA EMILIA MELLINA BARES
Scuola italiana Cristoforo Colombo
torna al sommario
La mañana en la que Alí y yo nos hicimos hermanos hacia un calor de
morirse, yacíamos bajo la estrecha sombra de una acacia.
Era viernes, el día de la fiesta.
La carrera había sido larga y agotadora, estábamos los dos mojados de
sudor: desde Bondere, donde vivíamos, habíamos llegado sin parar hasta el
estadio Cons, sin hacer ni una pausa. Siete quilómetros, pasando por todas
las callecitas internas che Alí conocía como la palma de su mano, bajo un
sol ardiente capaz de disolver hasta las piedras.
Dieciséis años entre los dos, teníamos ocho cada uno, nacidos con tres
días de diferencia el uno del otro. No podíamos ser más que hermanos,
tenía razón Alí, también si éramos hijos de dos familias que ni siquiera se
hubieran tenido que dirigirse la palabra y en vez vivían en la misma casa,
dos familias que habían compartido siempre todo.
Estábamos bajo esa acacia tomando un poco de aire fresco, cubiertos hasta el trasero de polvo blanco y sutil que se alza desde el fondo de las calles
hasta la mínima levantada de viento, cuando de un momento al otro Alí
sale con aquella historia de la abaayo.
“¿Quieres ser mi abaayo?” me preguntó, mientras todavía tenía el aliento
acelerado, las manos a los lados, bajo los pantaloncitos azules que antes de
llegar hasta él, habían sido de todos sus hermanos. “¿Quieres ser mi hermana?” Conoces a alguien por la vida y siempre hay un momento exacto
a partir del cual, una persona es importante para tí, de ahí en más siempre
será un hermano o hermana.
Vinculados por la vida por solo una palabra, se permanece.
Lo mire asombrada, sin hacerle entender qué pensaba.
“Solo si puedes atraparme” dije de repente, antes de retomar la carrera,
en dirección a nuestra casa.
Alí tuvo sin duda que haber puesto toda su energía, porque luego de
unos pocos pasos logró agarrarme de la remera y hacerme tropezar. Ambos caímos; el sobre mí, sobre el polvo que se adhería, al sudor de la piel y
a las ropas ligeras.
Ya casi la hora de comer, alrededor no había ni una sola persona. No traté
de desvincularme, no puse ninguna resistencia. Era un juego.
“¿Entonces?” me preguntó, respirando su aliento cálido sobre mi cara y
haciéndose un tanto serio.
Yo ni siquiera le dirigí una mirada, solo miré de reojo disgustada. “Me
tienes que dar un beso, si quieres ser mi hermano. Lo sabes, son las reglas.”
Alí se extendió como un lagarto y posó sobre mi cachete un beso bañado.
“Abaayo”, dijo él. Hermana.
“Aboowe” respondí yo. Hermano.
Nos levantamos, y nos fuimos.
Éramos libres, de nuevo libres de correr.
Al menos hasta casa.
Nuestra casa no era ni siquiera una casa en sentido normal del término,
como pueden ser esas lindas, con todas las comodidades. Era chica, chiquitísima. Y vivíamos en dos familias, la mía y la de Alí, dentro el mismo
patio, cercado por un muro de arcilla. Nuestras habitaciones estaban una
de frente a la otra, a los dos márgenes opuestos del espacio
50 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
CAMILA CABRERA
Scuola italiana Cristoforo Colombo
La mañana que Alí y yo nos convertimos en hermanos hacía un calor
de locos y estábamos reparados debajo de una fina sombra de una acacia.
Era viernes, el día de la fiesta.
La prisa había sido larga y agotadora, estábamos los dos sudorosamente
mojados: desde Bondere, donde vivíamos, llegamos derechito al estadio
Cons, sin nunca detenernos. Siete kilómetros, pasando por todas las callecitas internas que Alí conocía como la palma de su mano, debajo de un sol
tan calcinante que podía derretir hasta las piedras.
Entre los dos teníamos dieciséis años, ocho por cabeza, nacidos con tres
días de diferencia el uno del otro. No podíamos ser hermanos, Alí tenía
razón, éramos hijos de dos familias que no se habían ni siquiera dirigido
la palabra y sin embargo habían vivido en la misma casa, dos familias que
habían siempre compartido todo.
Estábamos debajo de esa acacia tomando un poco de aire, enchastrados
hasta la médula con ese polvo blanco y finito che sobrevuela desde el fondo
de las calles con la mínima brisa de viento, cuando de un momento a otro
Alí empezó con la historia de la abaayo.
“¿Querés ser mi abaayo ? ” me pidió, mientras todavía tenía la repiración
quebrada, las manos puestas en sus caderas huesudas, estrechas debajo de
los pantaloncitos azules que habían sido de sus hermanos antes de llegar
a él. “¿Querés ser mi hermana? ”. Conoces a alguien por toda una vida y
siempre hay un momento exacto a partir del cual, si para vos es una persona
importante, de allí en más será hermana o hermano.
Se permanece atados de por vida por una palabra.
Le eché una mirada bizcosa, sin hacerle entender lo que pensaba.
“Solo si lográs agarrarme”, dije de repente, antes de emprender camino
nuevamente, en dirección a nuestra casa.
Alí se debe haber esmerado, porque después de pocos pasos logró agarrarme por la remera y hacerme tropezar. Terminamos en el piso; él encima
de mí, en el polvo che se pegaba en todos lados, al sudor de la piel y a las
vestimentas livianas.
Casi la hora del almuerzo, no había nadie rondando. No traté de separarme, no presenté resistencia alguna. Era un juego.
“¿Entonces?” me preguntó, respirándome con su aliento caliente en la
cara y transformándose su tono en uno serio.
Yo ni siquiera lo miré, lo miré de reojo con disgusto. “ Me tenés que dar
un beso, si querés ser mi hermano. Lo sabés, son las reglas.”
Alí se estiró como un lagarto y me encajó un beso húmedo en el cachete.
“ Abaayo” dijo él. Hermano.
“Aboowe” respondí yo. Hermana.
Nos levantamos, y andando.
Éramos libres, de nuevo libres de correr.
Al menos hasta casa.
Nuestra casa no era ni siquiera una casa en la integridad del término,
como pueden ser aquellas bellas, con todas las comodidades. Era chica, chiquitita. Y vivíamos dos familias, la nuestra y la de Alí, en el mismo pasillo,
cercado por un pequeño muro de arcilla. Nuestras habitaciones estaban justamente una de frente a la otra, en los dos márgenes opuestos del patiecito.
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51 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
MARTINA LAURENZI
Scuola italiana Cristoforo Colombo
La mañana que con Alí nos convertimos en hermanos hacia un calor de
morirse y estábamos refugiados bajo la sombra estrecha de una acacia.
Era viernes, el dia de la fiesta.
La carrera había sido larga y agotadora, estábamos los dos empapados
de sudor: desde Bondere, donde vivíamos, llegamos directo hasta el estadio Cons, sin detenernos nunca. Siete kilómetros, pasando por todas las
callecitas que Alí conocía como la palma de su mano, debajo de un sol tan
abrazador como para derretir las piedras.
IIC Buenos Aires
Entre los dos sumábamos dieciséis años, ocho por cabeza, nacidos con
tres días de diferencia el uno del otro.
No podíamos ser otra cosa que hermanos, tenia razón Alí, aun si hubiésemos sido hijos de dos familias que nunca se habrían tenido que dirigir la
palabra, eramos sin emargo dos familias que vivíamos en la misma casa y
siempre habían compartido todo.
Estábamos debajo de aquel acacia para tomar un poco de aire fresco, embadurnados del polvo blanco y sutil que se levanta desde el fondo de las
calles al minimo soplo de viento, cuando de un momento a otro Alí salió
con aquella historia de la “Abayoo”.
“Queres ser mi abayoo?” me preguntó, mientras todavía tenia la respiración partida, las manos a los costados, flacas, cerradas debajo de los
pantaloncitos azules que habían sido de todos sus hermanos antes de que
terminen para el. “queres ser mi hermana?” Conoces a alguien de toda la
vida y hay siempre un momento exacto a partir del cual, si para vos es una
persona importante, desde ahí en mas será hermana o hermano.
Se permanece unidos en la vida por una palabra.
Lo mire absorta, sin darle a entender lo que pensaba.
“solo si conseguís atraparme” le dije de repente, antes de escapar de nuevo, en dirección a nuestra casa.
Alí tuvo que haberse esforzado mucho, porque después de algunos pasos
logro detenerme de la remera y hacerme tropezar.
Terminamos en el piso, el arriba mio, con el polvo que se pegaba por
todas partes, al sudor de la piel y a la ropa ligera.
Casi era la hora del almuerzo, no había nadie al rededor. No busque forcejear, no opuse resistencia. Era un juego.
“¿Entonces?” me preguntó, respirándome su aliento caliente en la cara y
poniéndose de pronto serio.
Yo ni siquiera lo mire, solo entrecerré los ojos asqueada. “Me tenes que
dar un beso, si queres ser mi hermano. Lo sabes, son las reglas”.
Alí se alargo como una lagartija y me estampó un beso húmedo en el
mejilla.
“Abaayo” dijo el. Hermana
“Aboowe” le respondi. Hermano.
Nos levantamos, y nos fuimos.
Eramos libres, de nuevo libres para correr.
Almenos hasta a casa.
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Nuestra casa no era siquiera una casa en el sentido normal del termino,
como pueden ser esas bellas, con todas las comodidades. Era pequeña, pequeñísima. Y vivíamos dos familias, la nuestra y la de Alí, compartiendo
el mismo patio, cercado por un muro de arcilla. Nuestras habitaciones se
encontraban justo una enfrente de la otra, en los dos márgenes opuestos
del espacio.
52 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
CAROLINA MARÍA MOSQUERA
Scuola italiana Cristoforo Colombo
La mañana en que Alí y yo nos convertimos en hermanos hacía un calor
infernal y nos amparábamos bajo la sombra de una acacia.
Era un viernes, que caía feriado.
La carrera fue larga y cansadora, los dos nos encontrábamos empapados de sudor: desde Bondere, donde vivíamos, llegamos derecho hasta el
estadio Cons, sin parar nunca. Siete kilómetros, pasando por todas las callejuelas internas que Alí conocía como la palma de su mano, bajo un sol
tan fuerte como para derretir las piedras.
Dieciséis años contábamos entre los dos, ocho cada uno, con solo tres
días de diferencia el uno de la otra. No podíamos ser más que hermanos,
tenía razón Alí, a pesar que éramos hijos de dos familias que ni siquiera se
tendrían que dirigir la palabra, pero que en cambio vivían en la misma casa,
dos familias que siempre habían compartido todo.
Nos encontrabamos debajo de aquella acacia para recuperar el aliento y
para tomar un poco de aire fresco, cubiertos hasta el trasero por ese polvo
blanco y finito que se levanta desde el fondo de las calles ante el mínimo
soplido de viento, cuando de repente Alí empezó con esa historia de la
abaayo.
“¿Querés ser mi abaayo?” me preguntó, todavía sin aliento, con las manos
en los costados huesudos, apretadas bajo el short azul que antes de ser suyo
había pertenecido a todos sus hermanos.
“¿Querés ser mi hermana?” Si conocés a alguien de toda la vida siempre
hay un momento exacto al partir del cual, si para vos una persona es importante, de ahí en más será tu hermana o hermano.
Unidos de por vida por una sola palabra, uno queda.
Lo miré con desaprobación, sin hacerle entender qué era lo que pensaba
al respecto.
“Solo si podés atraparme”, le dije en ese momento, antes de largarme a
correr de nuevo, en dirección a nuestra casa.
Alí debió de hacer un gran esfuerzo, porque luego de unos pocos pasos
llegó a agarrarme de la remera y a hacerme tropezar. Terminamos en el
suelo; él arriba mío, sobre ese polvo que se te pegaba por todas partes, al
sudor de la piel y a la ropa liviana.
Era casi la hora del almuerzo, en la calle no había nadie. No traté de deshacerme de él, no opuse resistencia. Era un juego.
“¿Entonces?” me preguntó, lanzándome su cálido aliento en la cara y poniendo repentinamente una expresión seria. Yo ni siquiera lo miré, solo
cerré los ojos asqueada. “Me tenés que dar un beso, si querés ser mi hermano. Lo sabés, son las reglas.”
Alí se estiró como una lagartija y me apretó un beso pegajoso en la mejilla.
“Abaayo”, me dijo él. Hermana.
“Aboowe”, le respondí. Hermano.
Nos volvimos a levantar, y nos fuimos.
Éramos libres, de nuevo libres para correr.
Al menos hasta nuestra casa.
Nuestra casa no era tampoco una casa en el sentido normal de la palabra,
como podrían serlo esas que son lindas, con todas las comodidades. Era
pequeña, pequeñísima. Y estaba ocupada por dos familias, la nuestra y la de
Alí, en el mismo patio, rodeado por una pequeña pared de arcilla. Nuestras
viviendas estaban enfrentadas, en las dos márgenes opuestas del patio.
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53 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
MARTINA SARGENTI
Scuola italiana Cristoforo Colombo
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La mañana en la que Alí y yo nos convertimos en hermanos, hacía un
calor sofocante y nos reparábamos bajo la estrecha sombra de una acacia.
Era viernes, el día de la fiesta.
La carrera había sido larga y cansadora, estábamos los dos bañados en
sudor: desde Bondere, donde vivíamos, llegamos derecho hasta el estadio
Cons, sin parar. Siete kilómetros, atravesando todas las callecitas internas
que Ali conocía como la palma de su mano, bajo un sol radiante que rajaba
la tierra.
Entre los dos, sumábamos dieciséis años, ocho cada uno, nacidos con
tres días de diferencia. No había otra posibilidad que la de que fuéramos
hermanos, tenía razón Ali, inclusive si pertenecíamos a dos familias que
no tenían por qué saludarse y, en su lugar, vivían bajo el mismo techo; dos
familias que siempre habían compartido todo.
Estábamos bajo aquella acacia para recuperar el aliento y tomar aire fresco, cubiertos de pies a cabeza por ese polvillo fino y blanco que emana del
piso ante el más mínimo soplido de viento, cuando de repente Ali salió con
aquella historia de la abaayo.
‘¿Querés ser mi abaayo?’, me preguntó, mientras todavía tenía una respiración débil. Las manos sobre las caderas huesudas, estrechas bajo esos
pantaloncitos color azul que habían pasado por todos sus hermanos antes
de llegar a él. ‘¿Querés ser mi hermana?’. Conocés a alguien para toda la
vida, y hay siempre un momento exacto a partir del cual, si para vos es una
persona importante, en adelante será una hermana o un hermano.
Unidos para toda la vida por una palabra, se permanece.
Lo miré de reojo, sin darle a entender qué era lo que yo pensaba.
‘Sólo si lográs alcanzarme’, dije de repente, antes de salir corriendo de
nuevo, con dirección hacia nuestra casa.
Ali seguramente puso toda su energía, porque apenas luego de unos pasos
logró agarrarme la camiseta y hacerme tropezar. Terminamos en el piso; él
arriba mío, sobre el polvo que se adhería a todos lados, al sudor de nuestra
piel y a la ropa liviana.
Era casi la hora de almorzar, no había un alma por la calle. No traté de
desvincularme, no opuse resistencia. Era un juego.
‘¿Entonces?’ me dijo, volcando su respiración caliente sobre mi cara y
poniéndose serio.
Ni siquiera lo miré, revoleé los ojos disgustada. ‘Me tenés que dar un beso
si querés ser mi hermano. Lo sabés, esas son las reglas.’
Alí se estiró como una lagartija y me estampó un beso húmedo sobre la
mejilla.
‘Abaayo’, dijo él. Hermana.
‘Aboowe’, respondí yo. Hermano.
Nos levantamos, y fuera.
Éramos libres, de vuelta, libres para correr.
Al menos hasta casa.
Nuestra casa no era siquiera una casa en el sentido propio del término,
como pueden ser esas bellas, con todas las comodidades. Era pequeña, diminuta. Y vivíamos dos familias, la de Ali y la mía, dentro del mismo patio,
delimitado por un pequeño muro de arcilla. Nuestras habitaciones estaban
enfrentadas, en los márgenes opuestos del claro.
54 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
FRANCO PAZZAGLINI
Scuola italiana Cristoforo Colombo
La mañana en la que Alí y yo nos hicimos hermanos, hacía un calor para
morirse y estábamos resguardados bajo la angosta sombra de una acacia.
Era viernes, el día de la fiesta.
La carrera había sido larga y agotadora, ambos estábamos empapados
de sudor: desde Bondere, donde vivíamos, llegamos directo hasta el estadio Cons, sin detenernos nunca. Siete kilómetros, pasando por todas las
callecitas internas que Alí conocía como la palma de su mano, bajo un sol
ardiente como para derretir piedras
Entre los dos teníamos dieciséis años, ocho cada uno, nacidos con tres
días de diferencia uno de la otra. Tenía razón Alí, no podíamos ser otra cosa
que hermanos, incluso siendo hijos de dos familias que no se deberían ni
siquiera dirigir la palabra y en cambio vivían en la misma casa, dos familias
que siempre habían compartido todo.
Estábamos bajo la sombra de aquella acacia recuperando el aliento y
refrescándonos, completamente cubiertos del polvo blanco y fino que se
levanta de las calles al menor soplo de viento, cuando de un momento a
otro Alí comenzó con esa historia del abaayo.
“¿Quieres ser mi abaayo?” me preguntó, mientras todavía tenía la respiración agitada, las manos huesudas, dentro de los pantaloncitos azules que
habían sido de todos sus hermanos antes que de él. “¿Quieres ser mi hermana?” Conoces a alguien toda la vida y siempre hay un momento exacto
a partir del cual, si para ti es una persona importante, de allí en adelante
será hermana o hermano.
Mantenerse unidos por toda la vida, por una palabra.
Lo miré de reojo, sin hacerle entender en qué pensaba.
“Solo si llegas a alcanzarme,” dije de repente, antes de echarme a correr
de nuevo, hacia nuestra casa.
Alí debió haber hecho su máximo esfuerzo, ya que después de pocos pasos llegó a tomarme de la camiseta y a hacerme tropezar. Terminamos en
el suelo; él sobre mí, en el polvo que se pegaba en donde sea, al sudor de la
piel y a la ropa ligera.
Casi era la hora del almuerzo, no había nadie dando vueltas. No traté de
liberarme, no opuse resistencia. Era un juego.
“¿Entonces?” me preguntó, respirándome su aliento caliente en la cara y
poniéndose serio de golpe.
Yo ni siquiera lo miré, solo entrecerré los ojos asqueada. “Me tienes que
dar un beso, si quieres ser mi hermano. Lo sabes, son las reglas.”
Alí se estiró como una lagartija y me estampó un beso baboso en la mejilla.
“Abaayo” dijo él. Hermana.
“Aboowe” respondí yo. Hermano.
Nos volvimos a poner de pie, y arrancamos.
Éramos libres, de nuevo libres de correr.
Al menos hasta casa.
Nuestra casa no era ni siquiera una casa en el sentido normal de la palabra, como pueden ser esas lindas, con todas las comodidades. Era pequeña,
pequeñísima. Y las dos familias vivíamos allí, la nuestra y la de Alí, dentro
del mismo patio, rodeado por un pequeño muro de barro. Nuestras habitaciones estaban justo una enfrente de la otra, en los márgenes opuestos
de aquel espacio.
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55 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
MARINA VALENTE
Scuola italiana Cristoforo Colombo
torna al sommario
El día en el que Alí y yo nos volvimos hermanos hacía un calor de morir y
estábamos resguardados bajo la humilde sombra de un Acacia.
Era viernes, el día de la fiesta.
La carrera había sido larga y agotadora, estábamos los dos bañados en
sudor: desde Bondere, el lugar dónde vivimos, llegamos directamente al
estadio de Cons, sin siquiera parar. Siete kilómetros, entramos por cada
callecita que Alí conocía como la palma de su mano, debajo de un sol que
hacía arder como mil infiernos.
Los dos juntos teníamos dieciséis, cada uno ocho, habíamos nacido con
tres días de diferencia. Alí tenía razón, no podíamos ser nada más y nada
menos que hermanos, a pesar de ser hijos de dos familias diferentes, que
ni se tendrían que haber dirigido la palabra, pero sin embargo vivían en la
misma casa, dos familias que todo lo compartieron.
Estábamos descansando debajo del Acacia para recuperar el aire y refrescarnos, sucios como cerdos a causa de la sutil y blanca tierra que se elevaba
desde el suelo de las calles por la más mínima pequeña brisa, cuando de un
momento a otro Alí comenzó con el cuento de la “abaayo”.
“¿Te gustaría ser mi abaayo?”
Me preguntó, aun con la respiración entrecortada, sus manos estaban
enganchadas en su huesudo torso apretando el pantaloncillo azul que había
pertenecido a sus hermanos, antes de pertenecerle a él.
“¿Quieres ser mi hermana?”
Si conoces a alguien durante toda una vida, siempre hay un momento
exacto, si esa persona es importante para vos, a partir de ese entonces esa
persona será tu hermana o tu hermano. Unidos para toda la vida, por una
palabra.
Lo miré de reojo sin dejarle entender que era lo que pensaba.
“Solo si logras atraparme”
Le dije rápidamente, antes de escapar a toda velocidad otra vez, en dirección a nuestra casa.
Alí no tuvo ni que esforzarse, ya que a los pocos pasos logró sujetarme de
la remera y hacerme caer. Terminamos los dos en el suelo, él sobre mí, la
tierra se pegaba a cualquier lado, al sudor de nuestros cuerpos y a la ropa
veraniega.
Casi era el mediodía, no había nadie a nuestro alrededor. No opuse resistencia, no quería escaparme. Era un juego
“¿Entonces?”
Me preguntó arrojando su cálido aliento en mi rostro, su expresión era
seria.
Yo ni siquiera le dirigí la mirada, solo cerré los ojos expectante.
“Si quieres ser mi hermano, debes darme un beso. Lo sabes, son las reglas.”
Alí se estiró como una lagartija y me plantó un húmedo beso en la mejilla.
“Abaayo.”
Me dijo. Hermana.
“Aboowe.”
Le respondí. Hermano.
Nos levantamos y nos fuimos.
Éramos libres, de nuevo, libres para correr.
Al menos hasta llegar a casa.
Nuestra casa no era como las otras casas, no era de esas elegantes y con
todas las comodidades. Era chica, muy chiquita. Ahí vivían dos familias,
la mía y la de Alí, dentro el mismo patio, rodeado por un muro de arcilla.
Nuestras habitaciones estaban justo enfrentadas, en los lados opuestos del
patio.
56 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
VICTORIA RESUMIL
Istituto Superiore
“Joaquin V.Gonzales”
La mañana que Alì y yo nos convertimos en hermanos hacía un calor
infernal y nos habíamos resguardado bajo la estrecha sombra de una acacia.
Era viernes, el día de la fiesta.
La carrera había sido larga y agotadora, estábamos los dos empapados
en sudor: desde Bondere, donde vivíamos, habíamos ido directo al estadio
Cons, sin parar. Siete kilómetros, pasando por todas las callejuelas que Alì
conocía como la palma de su mano, bajo un sol tan abrasador que derretía
hasta las piedras.
Entre los dos teníamos dieciséis años, ocho cada uno, habíamos nacido con tres días de diferencia. No podíamos más que ser hermanos, tenía
razón Alì, aunque fuéramos hijos de dos familias que nunca deberían haberse dirigido la palabra a pesar de vivir en la misma casa; dos familias que
siempre habían compartido todo.
IIC Buenos Aires
Estábamos bajo aquella acacia para refrescarnos y recobrar el aliento,
cubiertos por el polvo blanco y fino que se levanta de las calles ante la más
mínima brisa, cuando de la nada Alì salió con esa historia de la abaayo.
“¿Querés ser mi abaayo?”, me preguntó, con la respiración todavía entrecortada y las manos en las caderas huesudas, apretadas bajo unos pantalones azules que habían pasado por todos sus hermanos antes de llegar
a él. “¿Querés ser mi hermana?” Conocés a alguien de toda una vida pero
siempre hay un momento exacto a partir del cual, si para vos es una persona
importante, de ahí en más será un hermano o una hermana.
Unidos por el poder de una palabra, para siempre.
Lo miré mal, sin demostrarle lo que pensaba.
“Sólo si lográs alcanzarme”, le dije de repente, antes de escapar corriendo
de nuevo, ahora en dirección hacia nuestra casa.
Alì debe haber puesto todo su esfuerzo, porque después de unos pocos
pasos consiguió agarrarme por la remera y hacerme tropezar. Terminamos
en el suelo; él encima mío, envueltos en una nube de polvo que se adhería
a todo, al sudor de la piel y a las ropas livianas.
Era casi la hora del almuerzo, no había nadie por la calle. No traté de
soltarme, ni opuse resistencia. Era un juego.
“¿Entonces?” me preguntó, exhalando su aliento cálido sobre mi cara y,
de pronto, poniéndose serio.
Ni siquiera lo miré, fruncí la frente, molesta. “Si querés ser mi hermano,
me tenés que dar un beso. Reglas son reglas”.
Alì se estiró como un lagarto y me estampó un beso pegajoso en la mejilla.
“Abaayo”, dijo él. Hermana.
“Aboowe”, le respondí. Hermano.
Nos levantamos y nos fuimos.
Éramos libres, de nuevo libres para correr.
Al menos hasta llegar a casa.
Nuestra casa no era en realidad una casa en el sentido usual de la palabra,
como puede serlo cualquier casa normal, con todas sus comodidades. Era
pequeña, pequeñísima. Y éramos dos familias que vivían ahí, la nuestra y
la de Alì, compartiendo un mismo espacio, cercado por un muro de arcilla.
Nuestras viviendas estaban justo una enfrente de la otra, sobre dos márgenes opuestos del lugar.
torna al sommario
57 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
ALEMAÑY HAYDÈE
BONET AGUSTIN
BOVAZZI MARTA
CHEBEZ ELISABET
PIZZAROTTI CARLOS
QUISPE SILVIA
Università Nazionale di San Martín
torna al sommario
La mañana en que Alì y yo nos convertimos en hermanos hacía un calor
de morir y estábamos bajo la sombra de una acacia.
Era viernes, el día de la fiesta.
El viaje había sido largo y cansador, estábamos todos transpirados: de Bondere, donde vivíamos, fuimos directo al estadio Cons, sin para.
Siete kilómetros, pasando por todas las calles internas que Alì conocía
como la palma de su mano, bajo un sol que rajaba la tierra.
Dieciséis años teníamos entre los dos, ocho cada uno, nacidos con
tres días de diferencia. No podíamos ser menos que hermanos, Alì tenía
razón, incluso éramos hijos de dos familias que ni siquiera se dirigían la
palabra en cambio vivían en la misma casa, y lo compartían todo.
Estábamos bajo la acacia para recuperar aliento y tomar un poco de aire
fresco, cubiertos de polvo fino y blanco que se alzaba desde el fondo de la
calle con un mínimo soplo de viento, cuando de repente Alì salió con la
historia del abaayo.
“¿Querés ser mi abaayo?” me preguntó, mientras tenía la respiración entre
cortada, las manos huesudas en la cadera, unos cortos pantalones azules
que habían sido de todos sus hermanos antes de llegar a ser de él. “¿Querés
ser mi hermana?” Conoces a alguien de toda una vida y siempre hay un
momento exacto a partir del cual, si para vos es una persona importante,
de allí en más será hermana o hermano.
Si mantenemos este juramento, estaremos unidos de por vida.
Lo mire mal, sin decirle lo que pensaba.
“Solo si puedes atraparme,” le dije, antes de salir corriendo hacia nuestra
casa.
Alì se la jugo con todo, porque después de unos pocos pasos logro atraparme de la remera y hacerme tropezar. Terminamos en el suelo, él encima mío,
el polvo se nos pegaba en todo el cuerpo, por el sudor y la vestimenta ligera.
Casi era la hora del almuerzo, no había nadie a nuestro alrededor. No he
tratado de escabullirme, no puse resistencia. Era un juego.
“¿Ahora?” me pregunto, tirándome su aliento caliente en la cara y haciéndose el serio.
Ni siquiera quise verlo, lo miré de reojo con disgusto. “Tenés que darme
un beso, si querés ser mi hermano. Lo sabes, son las reglas.”
Alì se estiró como un lagarto y me dio un beso en la mejilla.
“Abaayo,” dijo él. Hermana.
“Aboowe,” he respondido yo. Hermano.
Nos levantamos y nos fuimos.
Éramos libres, libres para correr de nuevo.
Al menos hasta la casa.
Nuestra casa no era ni siquiera una casa en el sentido normal del terminó,
como lo puede ser una bella casa, con todas las comodidades. Era chica,
muy chica. Vivian dos familias, la mía y la de Alì, compartíamos el patio,
cercado por un bajo muro. Nuestras habitaciones estaban una enfrente a la
otra, frente a un descampado.
58 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
BOYADJIAN AGUSTÍN
BOBADILLA RUBÉN
CENTURION SEBASTIÁN
CANO MARTÍN
VILLEGAS FACUNDO
SEQUERIA CLARA
GONZALEZ MELINA
GRANDINETTI SOFÍA
VILAR TIZIANA
WOLF ESPERANZA
RODRÍGUEZ AGUSTINA
Istituto Giuseppe Verdi
torna al sommario
La mañana que Alí y yo nos hicimos hermanos hacía un calor de morir y
estábamos bajo la sombra de una angosta acacia.
Era viernes el día de la fiesta. La carrera había sido larga y agotadora, los
dos estábamos sudando. Desde Bondere donde habitábamos llegamos directamente al estadio Cons sin frenarnos nunca.
Corrimos 7 km pasando por todas las calles internas que Alí conocía bajo
un sol tan caliente que derrite las piedras.
Los dos teníamos 16 años, 8 por cabeza, nacimos con 3 días de diferencia
el uno del otro.
No podríamos que ser hermanos, tenía razón Alí, aunque éramos los hijos
de 2 familias que ni siquiera se tendrían que haber dirigido la palabra y
sin embargo vivían en la misma casa dos familias que habían compartido
siempre todos.
Estábamos bajo de aquella acacia tomando un poco de aliento y aire fresco, sucios hasta la cola por el polvo blanco y fino que se vuela por la parte
inferior de las carreteras a un soplo mínimo de vientos cuando de un momento a otro Alí salió con aquella historia de la “abaayo”.
¿Quieres ser mi “abaayo”?
me ha preguntado mientras aun tenía el respiro cortado, las manos puestas en los costados huesudos, angostos bajo los pantaloncitos azules que
habían sido de todos sus hermanos antes que terminen con él.
¿Quieres ser mi hermano? conoce a alguien para toda la vida y hay siempre un momento exacto en el que, si para ti es una persona importantes, a
partir de ahí será un hermano o una hermana.
Ligados de por vida de una palabra, se queda.
Lo miré torcido sin hacerme entender que pensaba.
Solo si logras agarrarme dije de repente antes de correr de nuevo en la
dirección de nuestra casa.
Alí le puso todas las ganas porque a los pocos pasos se las arreglo para
agarrarme de la remera y hacerme tropezar.
Terminamos en el suelo, el encima de mí en el polvo que está en todas
partes, al sudor de la piel y a las ropas livianas.
Casi la hora del almuerzo, no había nadie. No he buscado alegrarme, no
me
resistí, era un juego.
¿Entonces? me ha preguntado soplando su aliento caliente sobre mi casa,
poniéndose un rato serio.
yo ni siquiera la miré, solo apreté los ojos asqueada :
”me tienes que dar un beso, si quieres ser mi hermano,
lo sabes, son las reglas”.
Ali se estiró como un lagarto y me robó un beso en la mejilla mojada.
“abaayo” dijo él, hermana.
“aboowue” conteste yo, hermano.
nos levantamos y nos fuimos.
éramos libres, para correr de nuevo, al menos hasta la casa. Nuestra casa
no era ni siquiera una casa de la forma habitual como pueden ser aquellas
bellas con todas las comodidades.
Era pequeña, muy pequeña.
Y vivíamos en 2 familias, la nuestra y la de Alí en el mismo patio, cerrado
por un muro de arcilla. Nuestras habitaciones eran propias una en frente
de la otra en los dos bordes opuestos del patio.
59 Non dirmi che hai paura
Spagnolo
IIC Buenos Aires
RUFFA CAMILA
RUIZ DÍAZ ROCÍO
Istituto Giuseppe Verdi
torna al sommario
La mañana que nos hemos convertido en hermanos Alí y yo estaba caliente como el infierno y nos albergó bajo la sombra de un acacia estrecho.
Era viernes, el día de la fiesta.
El viaje había sido largo y agotador, los dos estábamos sudorosos y mojados: desde Bondere, donde habitábamos. Fuimos directo al estadio Cons,
sin detenernos jamás.
7 kilómetros pasando por todas las calles internas de Ali sabía cómo sus
bolcillos, bajo un sol abrazador al que se disuelven las piedras.
Dieciséis años entre los dos tenían, ocho a cabeza, nacido a tres días de
distancia una de la otra.
Tuvimos que ser hermano, Ali estaba en lo cierto, a pesar de que éramos
los hijos de dos familias que ni siquiera hablaban entre ellas, y en vez vivíamos en la misma cosa, dos familias que siempre hablan compartido todo.
Estábamos bajo la acacia para tomar un poco de “alimento y fresco”, fuimos hasta la calle por el polvo blanco y fino, que se eleva desde el fondo de
los caminos a la bocanada mínima de viento, cuando de vez en cuando en
algo de Ali salió con la historia de “ abaayo”.
“quieres ser mi abaayo” me pregunto mientras él todavía tenia el aliento
contado en las catadas manos huesudas, bajo los pantalones cortos azules
que eran todos de sus hermanos antes de acabar con él, “quieres ser mi hermana?” ¿conoces alguien por una vida? es una persona importante, a partir
de ahí en adelante será hermana o hermano.
Atada de por vida a una palabra, se queda.
Lo mire mal, sin decirle lo que pasaba.
“solo si me agarras, le dije de repente, antes de despegar de nuevo en dirección de nuestra casa.
Ali hizo de todo, porque a los pocos pasos conseguido logró agarrarme
por la camiseta y hacerme caer. Terminamos en el suelo, él encima mio,
en el polvo que se pegaba en todas partes, el sudor, la piel y la ropa ligera.
Casi la hora del almuerzo, alrededor no había nadie. No traté de retroceder no puse resistencia.
Era un juego.
“¿y qué?” me pregunto, respirándome con su aliento caliente en mi cara
y poniéndose seria.
Ni siquiera lo mire, de reojo lo observe con disgusto “tienes que darme un
beso si quieres ser mi hermano” ¿sabías las reglas como son?.
Ali se retira como un lagarto y me dio un beso en la mejilla mojada.
“abaayo” dijo el hermana, “abaawe”, le contesto yo hermano. Nos hemos
levantado, y así sucesivamente, nosotros éramos libres, libres para correr
de nuevo al menos hasta casa.
Nuestra casa.
Nuestra casa no había ni siquiera una cosa en el sentido normal del término, como pueden ser las cosas agradables, con todas las comodidades era
pequeña. era pequeña pequeñísima. Ahí vivíamos en dos familias, la nuestra y la de Ali, en el mismo patio, cercado de una pared base. Nuestras
habitaciones estaban una frente a la otra, a los dos bordes del patio.
60 Non dirmi che hai paura
Svedese
CAROLINA ACUNA TRONCOSO
CANNELLE ANCIAUX
RAIJA BLOM
SOFIA BRUSLING
EVA FRISK
CECILIA GARDMO
THOMAS GARDMO
ULRIKA HAUGEN
JESPER LEXELL
SANDRA LIEN
MARIA LINDQVIST
BJÖRN RESARE
BRITT WESSEL
ANNITA ÅLUND
Università di Stoccolma
Den morgonen då jag och Alì blev syskon, var det stekhett. Vi hade dragit
oss tillbaka till den smala skuggan under en akacia. Det var fredag, högtidsdagen. Språngmarschen blev lång och uttröttande, vi var båda genomblöta
av svett. Från Bondere, där vi bodde, hade vi kommit ända till stadion Cons;
sju kilometer utan något uppehåll. Vi hade passerat de små gatorna som Alì
kände som sin egen ficka, under en sol så het att den kunde smälta sten.
Tillsammans var vi sexton år, åtta per skalle, födda med tre dagars mellanrum. Vi kunde inte annat än vara syskon, Alì hade rätt i det, trots att vi
tillhörde olika familjer som i vanliga fall inte skulle prata med varandra.
Istället bodde vi i samma hus, två familjer som alltid hade delat allt.
Vi satt i svalkan under akaciaträdet för att hämta andan, med rumporna
smutsiga av det fina vita dammet som blåste upp från gatan. Det var då Alì
slängde ur sig det här med abaayo.
”Vill du vara min abaayo?” frågade han mig, fortfarande andfådd,
med händerna på de beniga höfterna. Han hade på sig blå kortbyxor som
alla hans bröder hade haft före honom. ”Vill du vara min syster?” Du har
känt någon hela livet, men det finns alltid det ögonblicket, och från och med
den stunden, om personen betyder mycket för dig, så kan den då vara din
syster eller bror.
Förenade för livet med bara ett ord.
Jag tittade snett på honom utan att avslöja mina tankar.
”Bara om du kan ta mig”, sa jag plötsligt, innan jag sprang iväg igen mot
vårt hus.
Alì måste ha tagit i allt han kunde, för han lyckades ta tag i min t-shirt efter
några steg och fick mig att snubbla. Vi hamnade på marken, med honom
över mig, och med dammet som fastnade överallt, på den svettiga huden
och våra tunna kläder.
Det var nästan lunchdags och det fanns ingen ute. Jag försökte inte slingra
mig, jag gjorde inget motstånd. Det var en lek.
”Nu då?” frågade han mig medan han andades ut sin varma andedräkt i
mitt ansikte och blev plötsligt allvarlig.
Jag tittade inte ens på honom, jag kisade bara äcklat med ögonen. ”Du
måste pussa mig om du vill vara min bror. Du vet, det är reglerna.”
Alì sträckte sig som en ödla och gav mig en blöt, hård kyss på kinden.
”Abaayo”, sa han. Syster.
”Aboowe”, svarade jag. Bror.
Vi reste oss, och iväg.
Vi var fria, på nytt fria att springa.
Åtminstone ända hem.
IIC Stoccolma
Vårt hus var inte ens ett hus i ordets vanliga betydelse, som de där
fina husen med alla bekvämligheter. Det var litet, pyttelitet. Och där bodde
två familjer, vår och Alìs, vid samma gårdsplan, omgärdad av en låg lermur.
Våra bostäder var precis mittemot varandra tvärsöver gården.
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61 Non dirmi che hai paura
Tedesco
IIC Amburgo
SUSANNE MESTMACHER
Università di Amburgo
Der Morgen, an dem Ali und ich Bruder und Schwester wurden, war
unerträglich heiß, und wir hatten uns vor der Sonne in den schmalen Schatten einer Akazie geflüchtet.
Es war Freitag, der gesegnete Tag.
Der Lauf war lang und ermüdend gewesen, wir waren beide klatschnass
geschwitzt. Von Bondere, wo wir wohnten, waren wir bis zum Cons-Stadion gekommen, ohne ein einziges Mal anzuhalten. Sieben Kilometer, durch lauter kleine Gassen, die Ali wie seine Westentasche kannte, unter einer
Sonne, so heiß, dass sie Steine hätte schmelzen können.
Zusammen waren wir sechzehn, jeder acht Jahre alt, geboren mit einem
Abstand von drei Tagen. Ali hatte recht, wir konnten nichts anderes als
Geschwister sein, obwohl wir Kinder aus zwei Familien waren, die nicht
miteinander hätten sprechen dürfen und doch gemeinsam in einem Haus
wohnten, zwei Familien, die immer alles geteilt hatten.
Wir saßen unter dieser Akazie, um wieder ein bisschen zu Atem zu kommen und uns zu erfrischen, schmutzig bis hoch zum Po vom feinen weißen
Staub, der beim kleinsten Windstoß von den Straßen aufflog, als Ali von
einem Moment zum anderen mit dieser Geschichte von der abaayo anfing.
„Willst du meine abaayo sein?“ fragte er, noch nach Atem ringend, die
Hände in seine knochigen Hüften gestemmt, schmal unter der kurzen blauen Hose, die alle seine Geschwister getragen hatten, um am Ende bei ihm zu
landen. „Willst du meine Schwester sein?“ Du kennst jemanden ein Leben
lang, und dann gibt es immer einen bestimmten Moment, wenn es für dich
ein wichtiger Mensch ist, von dem an ist er Bruder oder Schwester.
Ihr bleibt verbunden für das ganze Leben, durch ein Wort.
Ich guckte ihn skeptisch an, ohne zu zeigen was ich dachte.
„Nur wenn du mich einholst“, sagte ich plötzlich, bevor ich aufsprang und
losrannte in Richtung unseres Hauses.
Ali musste alles gegeben haben, denn nach wenigen Schritten schaffte er
es, mich am T-Shirt zu packen und so zum Stolpern zu bringen. Wir landeten auf der Erde, er über mir, im Staub, der überall hängen blieb, im Schweiß
auf unserer Haut und in den leichten Sachen.
Es war fast Mittagszeit, niemand war unterwegs. Ich versuchte nicht, mich
zu befreien, und leistete keinen Widerstand. Es war ein Spiel.
„Na, was ist?“ fragte er, plötzlich ernst geworden, und blies mir seinen
warmen Atem ins Gesicht.
Ich sah ihn nicht an, verdrehte nur angewidert die Augen. „Du musst mir
einen Kuss geben, wenn du mein Bruder sein willst. Du weißt, so sind die
Regeln.“
Ali machte sich lang wie eine Eidechse und drückte mir einen feuchten
Kuss auf die Wange.
„Abaayo, “ sagte er. Schwester.
“Aboowe,“ antwortete ich. Bruder.
Wir standen wieder auf, und los!
Wir waren frei, wieder frei um zu laufen.
Jedenfalls bis nach Hause.
Unser Haus war kein Haus im eigentlichen Sinne, wie es diese schönen
Häuser sein können, mit all ihrer Bequemlichkeit. Es war klein, winzig
klein. Und dort wohnten zwei Familien, unsere und die von Ali, im gleichen
Hof, der von einem Lehmmäuerchen umgeben war. Unsere Wohnungen
lagen sich genau gegenüber, an beiden Seiten des Hofes.
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62 Non dirmi che hai paura
Tedesco
IIC Berlino
K. MÜLLER VON DER HEYDEN
Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura
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An dem Vormittag, als ich und Alì Geschwister wurden, herrschte eine
Mordshitze, und wir suchten im spärlichen Schatten einer Akazie Schutz.
Es war Freitag, der Festtag.
Der Lauf war lang und ermüdend gewesen, beide waren wir schweißgebadet: von Bondere, wo wir wohnten, sind wir geradewegs bis zum Cons-Stadium angelaufen gekommen, ohne ein einziges Mal anzuhalten. Sieben Kilometer, durch all’ die kleinen Nebenstraßen hindurch, die Alì wie seine eigene
Westentasche kannte, unter einer derart sengenden Sonne, dass sie die Steine
schmelzen ließ.
Sechzehn Jahre waren wir zusammen, acht pro Kopf, geboren in einem
Abstand von drei Tagen der eine zum anderen. Wir konnten nur Geschwister
sein, da hatte Alì recht, auch wenn wir Kinder zweier Familien waren, die überhaupt nicht miteinander hätten reden sollen und doch in ein und demselben
Haus lebten, zwei Familien, die immer alles miteinander geteilt hatten.
Wir standen unter dieser Akazie, um ein bisschen Luft zu holen und Frische
zu tanken, bis zum Hintern verklebt mit dem weißen und feinen Staub, der
beim kleinsten Windstoß vom Straßenboden aufwirbelt, als von einem Moment zum anderen Alì mit dieser abaayo-Geschichte anfing.
“Willst Du meine abaayo sein?” fragte er mich, während er noch immer
nach Luft rang, die Hände auf den knochigen, schmalen Hüften unter der kurzen blauen Hose, die erst allen seinen Brüdern gehört hatte, bevor sie bei ihm
landete. “Willst Du meine Schwester sein?” Du kennst jemanden ein Leben
lang, und dann gibt es einen ganz bestimmten Moment, von dem an, wenn
es für Dich eine wichtige Person ist, von da an wird er Schwester oder Bruder
sein.
Verbunden für das Leben durch ein einziges Wort bleibt man.
Ich sah ihn schief an, ohne ihm verstehen zu geben, was ich dachte.
“Nur wenn Du es schaffst, mich zu fangen,” sagte ich plötzlich, bevor ich
losstürmte, in Richtung unseres Hauses.
Alì muss alles daran gesetzt haben, denn nach wenigen Schritten gelang es
ihm, mich am T-Shirt zu packen und zum Straucheln zu bringen. Wir landeten auf dem Boden; er über mir, in dem Staub, der überall festklebte, an dem
Schweiß der Haut und an der leichten Kleidung.
Beinahe Mittagszeit, niemand war unterwegs. Weder versuchte ich, mich
unter ihm hervor zu winden, noch leistete ich Widerstand. Es war ein Spiel.
“Also?” fragte er mich, während er mir seinen heißen Atem ins Gesicht blies
und auf einmal ernst wurde.
Ich sah ihn überhaupt nicht an, ich kniff nur angeekelt die Augen zusammen. “Du musst mir einen Kuss geben, wenn Du mein Bruder sein willst. Das
weißt Du, so sind die Regeln.”
Alì streckte sich wie eine Eidechse und drückte mir einen klitschnassen
Kuss auf die Wange.
“Abaayo,” sagte er. Schwester.
“Aboowe,” antwortete ich. Bruder.
Wir standen wieder auf, und los.
Wir waren frei, von neuem frei zu rennen.
Wenigstens bis nach Hause.
Unser Haus war eigentlich überhaupt kein Haus im üblichen Sinne des Wortes, wie es diese schönen Häuser mit allem Komfort sein können. Es war klein,
winzig klein. Und darin lebten wir in zwei Familien, der unseren und der von
Alì, innerhalb desselben Hofes, der von einer kleinen Lehmmauer umgeben
war. Unsere Wohnungen lagen eine der anderen genau gegenüber, an den entgegengesetzten Rändern des Innenhofes.
63 Non dirmi che hai paura
Uzbeco
Ambasciata d’Italia a Tashkent
FARANGIZ RAMAZANOVA
Università delle Lingue Mondiali
di Tashkent
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Men va Ali aka-uka tutingan o`sha sahar o`lguday issiq edi, akatsiya
daraxti soyasi ostida bir-birimizga yaqin o`tirgandik.
Juma, bayram kuni edi.
Uzoq yugurib, ikkovimiz ham holdan to`ygan, terlaganimizdan ivib
qolgandik. Bondere, yashash joyimizdan Kons stadionigacha to`xtovsiz yetib keldik. Toshlarni eritgudek qizdirayotgan quyosh ostida Ali
besh qo`lday bilgan barcha qisqa ko’chalardan 7 kilometr yo’l bosdik.
Har bir boshga sakkiz yoshdan ikkovimiz o’n olti yoshda edik, tug’ilgan kunimizda 3 kun farq bor. Ali haq edi, bir uyda, ammo barcha
narsalarni so’zsiz baham ko’rgan ikki oila farzandlari bo’lishimizga
qaramay aka-ukadan boshqa munosabatda bo’lolmasdik.
O’sha akatsiya daraxti ostida biroz shamollash va nafasimizni rostlab
olish uchun o’tirgandik, ko’cha boshidan shamol uchirib kelgan chang
tufayli ust-boshimiz kir bo`ldi. Bir payt Ali abaayo hikoyasi bilan oldinga chiqdi.
Akalaridan o’tib oxiri unga yetib kelgan shortigini kiygan, belidan tushib turibdi. Qo`lini esa beliga qo’yib, nafasini bir rostlab “ Mening
abaayoyim bo`lishni xohlaysanmi?” deb so’radi. “Mening singlim
bo`lishni xohlaysanmi?” Hayotda bir kishini uchratasan. Agar u kishi
sen uchun muhum inson bo`lsa, shunday on keladiki sen o`sha inson
bilan aka –uka tutinasan.
Hayotda birgina so`z orqali munosabat o`rnatiladi.
Nima haqda o`ylayotganimni bildirmasdan unga ko`z qirida qaradim.
“Faqat meni kurashda yiqitsang” dedim to`satdan yana uyga qarab
yo`lga tushishdan oldin. Ali buni uddaladi, chunki bir necha qadamdan keyin maykamdan tutib meni yiqitdi. Ikkovimiz ham yiqildik,
terlagan teri va yengil kiymimizga chang yopishgan, u esa mening
ustimda.
Deyarli tushlik vaqti edi, atrofda hechkim yoq edi. Unga qarshilik ko`rsatmadim, u bilan kurashishga ham urinmadim. Bu o`yin edi.
Jiddiy bo`lib, yuzimga issiq nafasi bilan “Xo`sh?” dedi.
Men hatto unga qaramadim ham, faqatgina unga g`azab bilan ko`zimni
chertdim. “Agar akam bo`lmoqchi bo`lsang meni o`pishing kerak. Bu
qonun, bilasan.”
Ali huddi kaltakesakga o`xshab bo`ynini cho`zdi va chakkamga so`lakli bir bo`sa hadya etdi.
“Abaayo”- dedi u. Singil.
“Aboowe” deb javob qaytardim. Aka.
O`rnimizdan turdik va yo`lga tushdik. Biz erkin edik, yugurish uchun
yana erkin edik. Xech bo`lmaganda uygacha.
Bizning uyimizni boshqa chiroyli, barcha qulayliklari bor uylarga
o`xshab tuzuk deb ham bo`lmasdi. Kichkina edi, kichkinagina. Ochiq
maydondan iborat bo`lgan chegarali turar joylarimiz bir biriga qarama-qarshi edilar.
Antonella Cilento
64 Non dirmi che hai paura
Lisario
o il piacere
infinito
delle donne
Mondadori
Lisario Morales è muta a causa di un maldestro intervento chirurgico, ma
legge di nascosto Cervantes e scrive lettere alla Madonna. È poco più di una
bambina quando le propongono per la prima volta il matrimonio: per sottrarsi a quest’obbligo cade addormentata. Quando non può opporsi alla
violenza degli adulti, infatti, Lisario dorme. E addormentata da mesi, come
la protagonista della più classica delle fiabe, la riceve in cura Avicente Iguelmano, medico fallito giunto a Napoli per rifarsi una reputazione. Tra mille
incertezze, pudori, paure, la terapia, al tempo stesso la più prevedibile come
la più illecita, sarà coronata dal successo, e però spalancherà davanti alla
mente del dottore, fragile, superstiziosa, supponente – in una parola, seicentesca –, un vero e proprio abisso di fantasmi e di terrori, tutti con una radice
comune: il mistero abissale, conturbante, indescrivibile del piacere femminile,
l’incontrollabile ed eversiva energia delle donne.
Antonella Cilento (Napoli, 1970) scrive e insegna scrittura creativa da più di vent’anni. Ha
fondato nel 1993 a Napoli il Laboratorio di scrittura creativa La linea scritta (www.lalineascritta.it) e tiene corsi in tutta Italia. Ha pubblicato numerose opere, tradotte in Germania e
in Russia, e con Lisario o il piacere infinito delle donne è stata finalista al premio Strega 2014.
Collabora con «Il Mattino» di Napoli. Ha scritto racconti radiofonici per Rai RadioTre e numerosi testi per il teatro.
Lisario o il piacere infinito delle donne © 2014 Antonella Cilento
ISBN 978 8804634478
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[email protected]
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Signora mia Pregiatissima, Dolcissima e Valentissima,
oggi, addì 16 di marzo 1640, comincio questo segreto quaderno di lettere
all’età di anni undici a seguito di gravissima malattia, ovvero, come ripete la
Madre, disgrazia irrimediabile e, come chiosa Immarella, la serva, “nu guaio
troppo esagerato”. Tu, che dalle Stelle vedi tutto, di certo conosci la mia casa
ma, non volesse il Cielo Ti confondessi con un’altra Belisaria Morales, detta
Lisario, per sicurezza aggiungo: abito nel Castello di Sua Maestà Cattolicissima di Spagna, Napoli, Sicilia e Portogallo, Filippo IV, Dio lo conservi,
locato a Baia, presso la Splendidissima Città di Napoli e, comunque, basta
che chiedi e tutti Ti sapranno dire chi è la Figlia Sfortunata che Ti scrive.
Ti chiederai come, dacché alle Femmine è vietato lo Studio: appresi a
leggere un giorno di quattro anni orsono, mentre crescevo senza fratelli,
essendo io nata da Madre Difettosa e menata nell’aia come Gallina senza
istrumento, entrando in gran segreto nella Stanza del Padre dove erano i
Libri. Curiosa, mi arrampicai sullo scranno per afferrarli, caddi e i tomi mi
piombarono sulla testa!
Lì io credo Tu mi abbia illuminato, perché, da Gallina quale ero, mi ritrovai, ripresi i sensi, Sperta di Lettura, e, comprendendo ciò che il libro
raccontava, lo rubai.
In pochi mesi appresi compiutamente il Leggere e lo Scrivere sfogliando e
risfogliando quel solo Libro che chiamasi Novelle Esemplari dell’eccellentissimo Signor Miguel de Zerbantes, da lui dedicato a don Pedro Fernández
de Castro, Conte di Lemos. Ah, quale mondo si apriva ai miei occhi! Certo,
subito fui tentata di rubare altri Libri dalla stanza del Padre: un’opera in
versi, l’Orlando Furioso di Messer Ludovico Ariosto, un’avventura avventurosa nomata Lazarillo de Tormes di Anonimo eIgnoto Autore (Tu sai
chi è, Suavissima?) e infine la commedia Otello o il Moro di Venezia di un
albionico a nome Guglielmo Shakespeare.
Le recitavo tutte a memoria queste scritture, intanto rubandone altre, fino
a che il Padre se ne accorse – dei furti! – e diede la colpa a Immarella, che
alla parola Libro sgranava grandi gli occhi e muoveva la mano chiusa, come
cucuzziello, valesi a dire zucchina.
Immarella fu punita e io in questa circostanza scansai disgrazia e appresi
l’arte del Recitare, poiché ad altri dovevo ancora sembrare Gallina, ma avevo ormai anima di Volpe.
Suavissima, Ti prego però di tenere il silenzio e il segreto sul fatto che questa povera Cristiana sa scrivere e sa leggere poiché già troppe cose finirono
male nella mia breve vita. Eccomi, quindi, alla ragione della Lettera. Io ho
il gozzo. Un brutto gozzo, Madonna Mia Dolcissima, che cresce e cresce.
Colpa della mia costituzione canterina, dicono Madre e Padre, malata dalla
nascita di straparola.
Infatti, appena partorita, già cantavo, squillante come tromba, tanto che
il Medico guardò Madre e Padre, si fece il segno della Croce, e, per la vergogna, giù schiaffoni per farmi tacere: e io mi tacqui. Ma, crescendo, il vizio
non scompariva, anzi vorticoso cresceva perché o io cantavo o io parlavo,
come speditissimo predicatore, cosa vietatissima alle Piccole Femmine – e
alle Grandi – dicendo tutto quello che mi passava per la testa.
Suavissima, mi informarono che la Femmina è nata per obbedire, tacere e soffrire. E, a conferma, ogni volta che io cantavo o parlavo, riceveva
schiaffi e schiaffoni. «Scignetella, agliòttiti la lengua!» dicevano le serve e
complimenti simili così tanti che io il canto lo ringoiai una, due, mille volte
ed ecco,all’improvviso, una grande palla in gola! E più mi dicevano di stare
zitta, più mi si gonfiava delle parole che non potevo dire e delle canzoni che
non potevo cantare!
65 Lisario o il piacere infinito delle donne
Armeno
Ambasciata d’Italia a Erevan
ANAHIT DADOYAN
Università Statale di Erevan
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Հարգարժան, սիրելի և թանկագին, ի՛մ Տիրամայր,
այսօր` 1640թ. մարտի տասնվեցին, տասնմեկ տարեկան հասակում
սկսում եմ գրել նամակների այս գաղտնի տետրը մի շատ ծանր հիվանդության
հետևանքով կամ ինչպես մայրս է կրկնում` անբուժելի դժբախտության, և կամ
ինչպես աղախինը` Իմմարելլան է մեկնաբանում այն` “մի մեծ խնդիր”:
Դու՛, որ երկնքից տեսնում ես ամեն ինչ, վստահաբար գիտես իմ տան
տեղը, բայց Աստված մի արասցե, շփոթես ինձ մեկ այլ Բելիզարիա Մորալեսի
հետ, ում Լիզարիո են անվանում, ուստի ապահովության համար ավելացնում
եմ. ես ապրում եմ Իսպանիայի, Նեապոլի, Սիցիլիայի և Պորտուգալիայի
Ձերդ գերազանցություն Ֆիլիպ IV-ի կաթոլիկ ամրոցում, թո՛ղ Աստված նրան
պահպանի, տեղակայված Բաիայում` զարմանահրաշ Նեապոլի կողքին, և,
այնումանայնիվ, բավական է միայն հարցնել, և բոլորը կկարողանան քեզ ասել,
թե ով է այն դժբախտ աղջիկը, որ գրում է քեզ:
Դու ինքդ քեզ հարց կտաս` “Ինչպե՞ս”, քանի որ կանանց արգելված
է սովորելը. ես կարդալ սովորեցի չորս տարի առաջ մի գեղեցիկ օր` հույժ
գաղտնի սողոսկելով հորս սենյակ, որտեղ գրքերն էին գտնվում, մինչ
մեծանում էի առանց քույր-եղբայրների` ծնված լինելով հիվանդ մորից, որից
հետո ինձ մարագ էին տարել, ինչպես մի հավի, որ պատմություն չունի:
Հետաքրքրասիրությունից դրդված` մագլցեցի աթոռի վրա դրանք որսալու
համար, վայր ընկա, և հատորները թափվեցին գլխիս:
Կարծում եմ այնտեղ դու ինձ լուսավորեցիր, որովհետև անխելք հավի
կերպարից վերագտա ինձ, ուշքի եկա և զգացի ինչպես գրականության մի
գիտակ և, հասկանալով այն ամենը, ինչ պատմում էր գիրքը, գողացա այն:
Մի քանի ամսում ամբողջովին գրել-կարդալ սովորեցի` թերթելով և
վերընթերցելով այդ միակ գիրքը, որ ես անվանեցի“Հարգարժան պարոն Միգել
դը Սերվանտեսի բացառիկ նովելները”` ձոնված պարոն Պեդրո Ֆերնանդես
դը Կաստրոյին` Լեմոսի կոմսին: Ա~խ, ինչպիսի աշխարհ էր բացվում իմ
աչքերի առաջ: Իհարկե, անմիջապես գայթակղվեցի հորս սենյակից այլ գրքեր
գողանալու գաղափարով. բանաստեղծությունների մի շարք, պարոն Լյուդովիկո
Արիոստոյի“Մոլեգին Ռոլանդը”, անստորագիր և անհայտ հեղինակի գրչին
պատկանող մի արկածախնդիր պատմություն` կոչված“Լազարիլ դը Տորմես”,
(Դու գիտե՞ս` ով է նա, սիրելի՛դ իմ Տիրամայր) և վերջապես Վիլյամ Շեքսպիր
անունով մի անգլիացու“Օթելլո” կատակերգությունը կամ“Վենետիկի մավրը”:
Այս բոլոր գրվածքները ես անգիր էի արտասանում` միաժամանակ
գողանալով այլ գրքեր, մինչև որ հայրս գլխի ընկավ գողության մասին և
դրանում մեղադրեց Իմմարելլային, ով գիրք բառը լսելիս աչքերը չռում էր, իսկ
փակ ձեռքը շարժում էր դդմիկի պես:
Իմմարելլան պատժվեց, իսկ ես այս իրավիճակում գլուխս ազատեցի
հերթական անհաջողությունից և նախընտրեցի սովորել արտասանելու
արվեստը, քանի որ մյուսների մոտ ես դեռ պետք է հիմար հավիկ ձևանայի,
մինչդեռ իրականում արդեն աղվեսի հոգի ունեի:
Սիրելի՛դ իմ Տիրամայր, բայց խնդրում եմ քեզ լուռ մնալ և պահել
գաղտնիքն այն փաստի վերաբերյալ, որ այս խեղճ Կրիստինան գրել-կարդալ
գիտի, քանի որ իմ այս կարճ կյանքի ընթացքում արդեն իսկ շատ բաներ վատ
ավարտ ունեցան: Ուստի ահա՛ և նամակը գրելու շարժառիթս:
Ես խպիպ ունեմ: Մի տհաճ խպիպ, սիրելի՛դ իմ Տիրամայր, որ շարունակ
մեծանում է: Մայրս ու հայրս ասում են, որ դա իմ երաժշտասեր էության
պատճառով է, և որ ես ի ծնե տառապում եմ շատախոսությամբ:
Իրականում, անմիջապես մորս ծննադաբերելուց հետո, արդեն երգում
էի զրնգուն ձայնով, ինչպես շեփոր, այն աստիճան որ բժիշկը նայեց մորս ու
հորս, խաչակնքվեց և ամոթից ինձ ապտակեց` որպեսզի լռեցնի. և ես լռեցի:
Բայց մեծանալուն զուգընթաց արատը չէր անհետանում, դեռ ավելին` մրրիկի
արագությամբ զարգանում էր, որովհետև ես կա՛մ երգում էի, կա՛մ խոսում`
ասելով այն ամենը, ինչ մտքովս անցնում էր, ինչպես դատապարտյալ մի
քարոզիչ. մի բան, որ արգելված էր փոքր և մեծ կանանց:
Սիրելի՛դ իմ Տիրամայր, ինձ տեղեկացրեցին, որ կինը ծնված է
ենթարկվելու, լռելու և տառապելու համար: Եվ ի հաստատում այս ամենի`
ամեն անգամ, երբ ես երգում էի կամ խոսում, ինձ ապտակում էին:
“Կու՛լ տուր լեզուդ, կապի՛կ”,- ասում էին ինձ աղախինները և նման այլ
հաճոյախոսություններ այնքան շատ, որ ի վերջո ես երգը կուլ տվեցի մեկ,
երկու, հազար անգամ, և ահա հանկարծ մի մեծ գնդիկ հայտնվեց կոկորդումս:
Եվ որքան շատ էին ինձ ասում լուռ մնալ, այնքան ավելի էր փքվում գնդիկը
խոսքերից, որ չէի կարողանում արտասանել և երգերից, որ չէի կարողանում
երգել:
Քանի որ ես, սիրելի՛դ իմ Տիրամայր, փափագում էի հետագայում
երգչուհի դառնալ
66 Lisario o il piacere infinito delle donne
Spagnolo
IIC Buenos Aires
MARIA TOMASA POLICICCHIO
Associazione Dante Alighieri, Lanus
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Señora mía, Preciosísima, Dulcísima, Rogadísima,
Hoy, día 16 de marzo de 1640, comenzó este secreto cuaderno de cartas a
la edad de 11 años seguidos de gravísima enfermedad, o como repite Mamá,
desgracia irremediable y, como nota Immarella, la sierva,” un problema demasiado exagerado”.
Tú, que desde las Estrellas ves todo, de seguro conoces mi casa pero, no quisiera el Cielo Te confundas con otra Belisaria Morales, dicha Lisario, por seguridad agrego: vivo en el Castillo de su Majestad Catoliquísima de España,
Nápoles, Sicilia y Portugal, Felipe lV, Dios lo conserve, arrendado en la Bahía,
en la Esplendidísima Ciudad de Nápoles y, de todos modos, basta con que preguntes y todos Te sabrán decir quién es la Hija Desafortunada que Te escribe.
Te preguntarás como, desde cuando a las mujeres se les está prohibido Estudiar: aprendí a leer un día hace cuatro años mientras, crecía sin hermanos, habiendo nacida de Madre Defectuosa y conducida al corral como Gallina sin
oportunidad, entrando secretamente en la Habitación de Papá donde estaban
los Libros. ¡ Curiosa, me subí en el banquillo para tomarlos, caí y los tomos
cayeron desde lo alto sobre mi cabeza!.
Allí creo que Tú me habías iluminado porque de la Gallina que era, me encontré a mí misma, recuperé los sentidos, Experta en Lectura, y comprendiendo
aquello que el libro narraba, lo robé.
En pocos meses aprendí totalmente a Leer y a Escribir hojeando y volviendo a hojear solo las hojas de aquel Libro que se llama Novelas Ejemplares del
excelentísimo Señor Miguel de Cervantes, dedicado por él mismo a don Pedro
Fernández de Castro, Conde de Lemos .¡ Ah, qué mundo se abría ante mis ojos!.
Por supuesto, inmediatamente fui tentada de robar otros Libros de la habitación de Papá: una creación literaria en versos, Orlando el furioso de Messer
de Ludovico Ariosto, una historia llena de aventuras denominada Lazarillo
de Tormes Anónimo y Autor desconocido ( ¿Tú sabes quien es, suavísima?) y
finalmente la comedia Otelo o el Moro de Venecia que es de un inglés conocido
como Guillermo Shakespeare.
Las recitaba de memoria a todas estas escrituras, mientras continuaba robando otras, hasta que Papá se dio cuenta (de los hurtos) y culpó a Immarella que
a la palabra Libro abría bien grande los ojos y movía la mano cerrada, como
zapallito, es decir como calabacín.
Immarella fue castigada y yo en esta circunstancia me hice a un lado de las
desgracias y aprendí el arte de recitar, porque debía todavía parecer una gallina,
pero ahora tenía alma de zorro.
Suavisíma, Te ruego silencio y mantener en secreto el hecho que esta pobre
Cristiana sabe escribir y leer porque ya demasiadas cosas terminaron mal en
mi corta vida. Sin duda, es el objetivo de la carta.
Tengo un bocio, un bocio antiestético, Virgen Mía Dulcísima, que crece y
crece. Culpa de mi vocación de cantante, así dice Mamá y Papá, enferma de
nacimiento de delirio.
De hecho, apenas parida, ya cantaba, estridente como una trompeta, tanto que
el médico miró a Mamá y a Papá, se hizo la señal de la Cruz, y por la vergüenza,
me abofeteo para hacerme: callar, y me callé. Pero, creciendo , el defecto no desaparecía, al contrario crecía vertiginosamente porque cantaba y hablaba como
un grandilocuente predicador, cosa prohibidísima a las pequeñas mujeres ( y a
las grandes) diciendo todo aquello que me pasaba por la cabeza.
Suavísima, me informaron que la mujer nació para obedecer, callar y sufrir. Y
confirmado, cada vez que cantaba o hablaba, recibía bofetadas y golpes.
“ ¡ Desprécienla, trágate la lengua!” decían las siervas y elogios similares así
tanto que los tragué una, dos, miles de veces y aquí, de repente ¡ una gran bola
en la garganta! ¡ Y más me decían que me calle, más se me hinchaba de palabras
que no podía decir y de canciones que no podía cantar ¡
67 Lisario o il piacere infinito delle donne
Spagnolo
IIC Buenos Aires
LOSITO CAMILA
GUTIERREZ CELESTE
ESPINDOLA LUCIANA
VIVAS TAMARA
Istituto Giuseppe Verdi
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Mi señora preciosísima, dulce y valentísima,
hoy en día, este día 16 de marzo de 1640, que comienza este cuaderno secreto
de las letras a la edad de once años, como resultado de una enfermedad grave,
o mejor como repite la madre, desgracia irremediable, como aclara Immarella,
le cierra un problema no demasiado exagerado.
Tú, que ves todo, desde las estrellas, sin duda sabes mi casa, pero no quería
que el cielo te confunda con otro Belisaria Morales llamada Lisario para añadir
seguridad: Vivo en el castillo de su majestad catoliquísima de España, Nápoles,
Sicilia, y Portugal. Felipe IV, Dios lo proteja, arrendado a la Bahía, cerca de la
esplendida ciudad de Nápoles y de todos modos, solo hay que preguntar y todo
te sabrán decir quien es la hija desafortunada que a usted escribe.
Usted podría preguntarse como, ya que esta prohibido a las mujeres estudiar: Aprendí a leer un día, hace cuatro años mientras yo estaba creciendo sin
hermanos, ya que he nacido de madre defectuosa. Traída en el campo como
gallina sin instrumento entrando en la habitación secreta del padre dónde estaban los libros. Curioso, me subí en el banco para apoderarme de ellos, me caí
y los libros se me cayeron encima.
Alla creo que me has iluminado, porque yo era un pollo, me encontré a mi
mismo, recupere mis sentidos, experta de lectura y entendiendo lo que el libro
contaba, lo sabe.
En pocos meses aprendí totalmente la lectura y escritura. Hojeando y reojeando el único libro que se llama novelas ejemplares del excelentísimo Sr.
Miguel de Cervantes dedicado a Don Pedro Fernández de Casto, Conde de
Lemos.
¡Ah, que mundo se abrió a mis ojos! Por supuesto que me sentí tentado de inmediato a robar otros libros de la habitación del padre. De una obra de versos,
la orlando furioso Ariosto, una aventura nonata aventurero, Lazarillo de Tormes anónimo y desconoció autor (usted sabe quien suave) y finalmente la obra
Otelo o el Moro de Venecia, un albaonico en nombre de William Shakespeare.
Las recitaba de memoria todas estas escrituras mientras tanto robaba otras
hasta que el padre se dio cuenta de los robos y culpo a Immarella. A la palabra
abría grandes los ojos y movía la mano cerrada como cucuzziello Valesi decir
calabaun.
Immarella estaba castigada y yo desgracia en esta circunstancia aprendí el
arte de actuar porque todavía tenia que parecer gallina pero ahora tenia el
alma de zorro.
Suavísima pero por favor te pido de guardar silencio y el secreto sobre el hecho de que esta pobre cristiana sabe escribir y sabe leer porque ya demasiadas
cosas terminaran mal en mi corta vida. Este es la razón de la carta, que tengo un
bocio, un bocio malo, mi virgen dulce, que crece y crece a causa de mi cantar
continuo dicen madre y padre enferma desde el nacimiento de la mala palabra.
De hecho como dio a la luz ya cantaba como trompeta estridente, tanto que el
medico miro a la madre y al padre, se hizo de la cruz por vergüenza, varios sopapos para hacerme callar y yo me calle. Pero creciendo el vicio no desaparecía,
al contrario, creció porque yo estaba cantando o yo hablaba como expiadado
predicador de cosas vietatisimas, pequeñas y grandes hembras diciendo todo
lo que yo estaba pensando.
Suavísima me informaron de que la mujer ha nacido para obedecer y callar,
sufrir y confirmaba cada vez que cantaba o hablaba recibía bofetadas y golpes.
Monito frena la lengua decían las sirvientas y al igual que tantos elogios que
yo los tragara unas dos mil veces, y así y todo, de una gran bola repentina en la
garganta. Más me decían que me callara, mas se hinchaba de palabras que no
pude decir y las canciones que yo no podía cantar.
68 Lisario o il piacere infinito delle donne
Tedesco
IIC Berlino
K. MÜLLER VON DER HEYDEN
Corso Istituto Italiano di Cultura
Meine allerverehrteste, allersanftmütigste und allerfähigste Herrin,
heute, den 16. März 1640, im Alter von elf Jahren beginne ich dieses geheime
Heft von Briefen in Folge von sehr schwerer Krankheit oder, wie die Mutter zu sagen pflegt, nicht wiedergutzumachendem Unglück und, wie Immarella, die Magd,
glossiert, “einem richtig großen Mist”.
Du, die Du von den Sternen aus alles siehst, kennst sicherlich mein Zuhause, aber,
damit Du um Himmels willen nicht mit einer anderen Belisaria Morales, Lisario
genannt, in Verwirrung gerätst, füge ich zur Sicherheit hinzu: Ich wohne in dem
Schloss Seiner hochkatholischen Majestät von Spanien, Neapel, Sizilien und Portugal, Philipp IV., Gott möge ihn bewahren, das sich in Baia befindet, in der Nähe
der sehr prächtigen Stadt Neapel, und jedenfalls genügt es, dass Du fragst, und alle
werden Dir zu sagen wissen, wer die Unglückselige Tochter ist, die Dir hier schreibt.
Du wirst Dich fragen, wie, da den Frauen das Studieren verboten ist: Ich lernte eines Tages vor vier Jahren lesen, während ich ohne Geschwister aufwuchs, nachdem
ich von einer mangelhaften Mutter geboren und in der Tenne wie ein Huhn ohne
Bildung gehalten worden war, als ich in aller Heimlichkeit in das Zimmer des Vaters
eintrat, wo die Bücher waren. Neugierig kletterte ich auf den Sitz, um sie ergreifen
zu können, stürzte und die Bände fielen auf meinen Kopf herab!
Dort, glaube ich, hast Du mich erleuchtet, da ich, das Huhn, das ich war, nachdem ich wieder zu Sinnen gekommen war, mich als des Lesens Kundige wiederfand
und, nachdem ich das, von dem das Buch erzählte, verstanden hatte, es stahl.
In wenigen Monaten lernte ich das Lesen und Schreiben, indem ich dieses eine
Buch, das sich Exemplarische Novellen nennt, von dem hochvorzüglichen Herrn
Miguel de Cervantes und von diesem Don Pedro Fernandez de Castro, Graf
von Lemos, gewidmet. Ach, welche Welt öffnete sich vor meinen Augen! Gewiss,
sofort war ich in Versuchung geführt, weitere Bücher aus dem Zimmer des Vaters zu stehlen: ein Werk in Versen, den Orlando Furioso von Messer Ludovico
Ariosto, ein schelmenhaftes Abenteuer, Lazarillo de Tormes genannt, von einem
Anonymen und Unbekannten Autor (Weißt Du, wer es ist, Allerentzückendste?)
und schließlich die Komödie Othello oder der Mohr von Venedig von einem Engländer namens William Shakespeare.
Diese Schriften sagte ich alle aus dem Gedächtnis auf, während ich weitere stahl,
bis der Vater es bemerkte - die Diebstähle - und Immarella die Schuld gab, die bei
dem Wort Buch die Augen weit aufriss und die geschlossene Hand in der Form
eines kleinen Kürbis hoch und herunter bewegte.
Immarella wurde bestraft, und ich entging unter diesem Umstand der Ungnade
und lernte die Kunst des Schauspielerns, da ich anderen immer noch ein Huhn zu
sein schien, aber ich hatte bereits die Seele eines Fuchses.
Allerentzückendste, ich bitte Dich jedoch, Stillschweigen und das Geheimnis
über die Tatsache zu bewahren, dass diese arme Christin schreiben und lesen kann,
weil schon zu viele Dinge in meinem kurzen Leben böse endeten. Hier bin ich nun
also an dem Anlass für diesen Brief angekommen.
Ich habe einen Kropf. Einen hässlichen Kropf, meine allersanftmütigste Madonna, der wächst und wächst. Schuld meiner sangesfreudigen Verfassung, sagen Mutter und Vater, seit Geburt an Zuvielreden erkrankt.
In der Tat, gerade geboren, sang ich bereits, wie eine Trompete schmetternd, so
sehr, dass der Arzt Mutter und Vater anblickte, sich bekreuzigte und aus Scham hagelte es Ohrfeigen, um mich zum Schweigen zu bringen: Und ich, ich schwieg. Aber,
während ich heranwuchs, verschwand diese schlechte Angewohnheit nicht, im Gegenteil, sie nahm wie ein Wirbel zu, da ich entweder sang oder sprach, wie ein sehr
ungezwungener Prediger, eine den kleinen Frauen - und auch den großen - höchst
verbotene Angelegenheit, all’ das auszusprechen, was mir durch den Kopf ging.
Allerentzückendste, sie unterrichteten mich, dass die Frau dazu geboren wird, zu
gehorchen, zu schweigen und zu leiden. Und, zur Bestätigung, bekam ich jedes Mal,
dass ich sang oder sprach, Ohrfeigen über Ohrfeigen.
“Du Äffchen, verschluck’ Deine Zunge!” sagten die Mägde und ähnliche Komplimente, so viele, dass ich den Gesang hinunterschluckte, ein-, zwei-, tausendmal
und da erschien plötzlich ein großer Ball in der Kehle! Und je mehr sie mir sagten,
still zu sein, desto mehr schwoll er mir an, vor Worten, die ich nicht sagen konnte,
und vor Liedern, die ich nicht singen konnte!
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Donatella Di Pietrantonio
69 Non dirmi che hai paura
Bella mia
Elliot edizioni
La storia di una donna che si ritrova a improvvisarsi madre, nonostante
quell’idea di sé fosse stata abbandonata da tempo, con un adolescente taciturno e scontroso. È ciò che succede alla protagonista e io narrante di questo
romanzo, quando la sorella gemella, che sembrava predestinata alla fortuna,
rimane vittima del terremoto de L’Aquila. Il figlio Marco viene affidato in
un primo tempo al padre, che però non sa come occuparsene. Prendersi cura
del ragazzo spetta dunque a lei e alla madre anziana, trasferite nelle C.A.S.E.
provvisorie del dopo-sisma. Da allora il tempo trascorre in un lento e tortuoso processo di adattamento reciproco, durante il quale ognuno deve affrontare il trauma del presente, facendo i conti con il passato. Ed è proprio nella
nostalgia dei ricordi, nei piccoli gesti gentili o nelle attenzioni di un uomo
speciale, che può nascondersi l’occasione di una possibile rinascita.
Donatella Di Pietrantonio è nata e ha trascorso l’infanzia ad Arsita, in provincia di Teramo.
Ha esordito nel 2011 con il romanzo Mia madre è un fiume, vincitore di numerosi premi e
tradotto in Germania.
Vive con il compagno e il figlio a Penne, in provincia di Pescara, dove esercita la professione
di dentista pediatrico.
Bella mia © 2014 Donatella Di Pietrantonio
ISBN 978 8861924345
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[email protected]
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Siede al suo posto con la testa capellona sul piatto, il vapore del brodo gli
dilata i brufoli e piega i peli lunghi e sottili che spuntano senza progetto in
attesa di diventare barba. Dal rumore delle posate credo ci stia lavorando,
invece mangia troppo poco. Rimesta a lungo con il cucchiaio e lo porta alla
bocca semivuoto. Evita i nostri occhi, sa che lo guardiamo e gli contiamo le
proteine ingerite e quelle che lascia sul fondo.
Mastica silenzio.
Non riesco ad amarlo tutto, questo ragazzo. Alto, secco, un corpo di linee
spezzate e mai curve, una debolezza improvvisa nel disegno delle gambe,
appena sotto il ginocchio. La nonna lo tratta sempre da bambino, non so
come regolarmi, io. È un adolescente, a volte sembra meno.
Provavo per lui una facile tenerezza quando era una creatura dai boccoli
scuri e le labbra a cuore, allora possedeva in abbondanza la grazia necessaria ai piccoli per la continuazione della specie. Lo tempestavo di baci nei
pomeriggi sfiniti che me lo davano in custodia. Sapeva di cucciolo, adesso
gli capita di lasciarsi dietro l’aspro delle ascelle o una persistenza di capelli
grassi mentre si sposta muto. Se toglie la maglietta, è un paesaggio di costole in rilievo da un lato, vertebre dall’altro. Si curva, assume la postura di
chi ha appena ricevuto una pallonata nella pancia. Di spalle non sempre lo
riconosco da lontano, è cresciuto così in fretta.
Ci troviamo intorno a questa tavola ricostruita che non appartiene a nessuno di noi. Ciascuno aveva la propria, la nonna vedova nella sua casa di
paese, io in centro città e lui con la mamma non distante; loro due erano
tornati a vivere qui da un anno e mezzo, quando è successo. Ora stiamo
insieme, noi tre soli nell’appartamento assegnato. È nostro nipote, mio e
di mia madre.
Non avevamo bisogno del terremoto. Ognuno possedeva già i suoi dolori.
Mia sorella però era contenta di essere rientrata con il figlio, un ripiego
accettabile, diceva. Si riappropriava dei luoghi, delle relazioni sospese, del
tempo rallentato. Addolciva il distacco subito.
Le domeniche pomeriggio d’inverno prendevamo il caffè da nostra madre sedute sotto il lampadario basso della sala da pranzo. Ci viziava con il
cioccolatino trovato come per caso accanto alla tazzina fumante, più tardi
la ciotola di frutta sbucciata tesa da una mano invisibile, il pretesto di dover
raccogliere i panni in cortile per liberare le confidenze a due.
Quando non usciva con gli amici veniva anche lui, attaccato alle cuffie. Ci
isolava. Così fa adesso certe mattine, se perde l’autobus e lo accompagno in
macchina. Adopera la musica che si versa nelle orecchie come filo spinato
tra me e lui. A quell’ora è forse più vulnerabile, più attento a difendere la
distanza. Sta tutto dentro il suo giaccone, alza il bavero, ispessisce il panno e
si rende irreperibile. Guarda ostinato fuori, o l’orlo dei pantaloni e le scarpe.
Si regge fino a sbiancare le nocche, per non essere proiettato verso di me
dalle curve a destra. A quelle contrarie si appiccica al vetro con la faccia e
la spalla, tiene disponibili solo gli spigoli dalla mia parte, l’anca, il gomito,
casomai mi sbilanci io nella sua direzione. Di fronte alla scuola il saluto
quasi non lo sento, ma chiude la portiera con insospettabile delicatezza.
Alcuni giorni fa ci siamo incontrati davanti al portone all’ora di pranzo,
lui con lo zaino e io con le buste pesanti della spesa. Mi precedeva di qualche
passo, ha bofonchiato un mezzo ciao di schiena e lasciato aperto prima di
salire. Ma poi, scaricata la sua zavorra al piano, è venuto giù per le scale ad
aiutarmi, ha preso il sacchetto di patate e il cartone dell’acqua minerale che
tenevo con un indice ormai cianotico. Gli ho detto grazie, nessuna risposta.
70 Bella mia
Armeno
Ambasciata d’Italia a Erevan
ANAHIT AGHAKARYAN
Università Statale di Erevan
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Նստած է իր տեղը` երկարամազ գլուխը ափսեին կախած. արգանակի գոլորշին
լայնացնում է դեմքի բշտիկները և ծռմռոտում երկար ու բարակ մազիկները,
որոնք անկանոն կերպով դուրս են ցցված` մորուք դառնալու սպասումով: Սպասքի
չխկչխկոցից թվում է` ուտում է, բայց իրականում` չափազանց քիչ: Երկար
խառնում է գդալով և այն կիսադատարկ մոտեցնում բերանին: Խուսափում է մեր
հայացքներից. գիտի, որ նայում ենք նրան և հաշվում իր կերած սպիտակուցները
ու նաև նրանք, որ թողնում է ափսեի հատակին:
Ծամում լռությունը:
Չեմ կարողանում ամբողջովին սիրել այս տղային: Բարձրահասակ է, ոսկրոտ.
մարմինը կարծես անավարտ գծերից է կերտված, ոչ մի տեղ կորություն չկա. մի
անսպասելի թուլություն կա ոտքերի մեջ` անմիջապես ծնկների տակ: Տատիկը
նրան միշտ երեխայի պես է վերաբերվում, իսկ ես չգիտեմ` ինչպես վարվել: Նա
դեռահաս է, բայց երբեմն ավելի փոքր է թվում:
Նրա նկատմամբ թեթև քնքշություն էի զգում, երբ մուգ գանգուրներով
և սրտաձև բերանով մանուկ էր. այն ժամանակ լիովին օժտված էր տեսակի
շարունակության համար փոքրերին անհրաժեշտ նրբագեղությամբ: Նրա վրա
համբույրների տեղատարափ էր տեղում տանջալից այն օրերին, երբ նրան իմ
խնամքին էին հանձնում: Փոքրիկ ձագուկի նման էր բուրում, իսկ այժմ պատահում
է, որ անխոս տեղափոխվելիս հետևում է թողնում քրտնած թևատակերի կծու հոտը:
Երբ հանում է վերնաշապիկը, բացվում է մի տեսարան` մի կողմից դուրս պրծած
կողերով, իսկ մյուս կողմից` ողերով: Երբ առաջ է թեքվում, թվում է, թե հենց նոր
փորին գնդակով հարված է ստացել: Հեռվից միշտ չէ, որ կարողանում եմ նրան
հետևից ճանաչել. այնքա~ն արագ է մեծացել:
Այս վերանորոգված սեղանի շուրջն ենք, որը մեզնից և ոչ մեկին չի
պատկանում:Ամենքս մեր սեփականն ունեինք. այրի տատիկը` իր գյուղի տանը,
ես` քաղաքի կենտրոնում, իսկ նա մայրիկի հետ` ոչ հեռու. նրանք երկուսը այստեղ
ապրելու եկան մեկ ու կես տարի առաջ, երբ պատահեց այն, ինչ պատահեց: Հիմա
մենք միասին ենք. միայն մենք երեքս` մեզ հատկացված բնակարանում: Նա իմ
քրոջ որդին է և մորս թոռնիկը:
Ցնցման կարիք չէինք զգում: Յուրաքանչյուրն արդեն ապրում էր իր
ցավով: Քույրս, սակայն, ուրախ էր, որ միացել էր որդու հետ. ինչպես ինքն էր
ասում, դա ընդունելի փոխհատուցում էր: Նա վեր էր գտնում վայրերը, խզած
հարաբերությունները, դանդաղեցված ժամանակը: Քաղցրացնում էր բաժանումը:
Ձմեռը, կիրակի օրերին սուրճ էինք խմում մեր մոր տանը` ճաշասենյակի
ցածրիկ ջահի տակ նստած: Մեզ երես էր տալիս տաք սուրճի կողքին կարծես
հանկարծակի հայտնված շոկոլադե կոնֆետով, ավելի ուշ` անտեսանելի ձեռքով
մեկնած մի աման կլպած մրգերով, մահուդե կտորները գավթում հավաքելու
պատրվակով, որպեսզի մեզ երկուսով թողնի:
Երբ ընկերների հետ դուրս չեր գնում, նա էլ էր գալիս` ականջակալներն
ականջներին: Օտարանում էր մեզանից: Այժմ էլ առավոտյան այդպես է անում,
երբ ուշանում է ավտոբուսից, և նրան ուղեկցում եմ մեքենայով: Միացնում է
երաժշտությունը, որը կարծես փշալար լինի` նրա և իմ միջև: Այդ ժամին
հավանաբար ավելի խոցելի է և ավելի ուշադիր` հեռավորությունը պահելու
համար: Ամբողջովին մտած է իր բաճկոնի մեջ, վեր է հանում օձիքը, ուռեցնում
է հագուստն ու դառնում անորսալի: Համառորեն դուրս է նայում, կամ էլ` իր
կոշիկներին ու տաբատին: Այնքան պինդ է բռնվում ամրագոտուց, որ մատնահոդերը
սպիտակում են, և դա անում է, որպեսզի շրջադարձի ժամանակ ինձ վրա չընկնի:
Երբ ճանապարհորդում ենք հակառակ ուղղությամբ, դեմքով և ուսով կպչում է
ապակուն. իմ տրամադրության տակ է թողնում միայն ողերը, ազդրը, արմունկը,
այն դեպքում, եթե ես թեքվեմ դեպի իրեն: Դպրոցի դիմաց նրա ցտեսությունը
համարյա չեմ լսում, մինչդեռ դուռը անսպասելի նրբանկատությամբ է փակում:
Մի քանի օր առաջ, ճաշի ժամին հանդիպեցինք շքամուտքի դիմաց. նա իր
ուսապարկով էր, իսկ ես` գնումների ծանր տոպրակներով: Ինձնից մի քանի քայլ
առաջ էր. առանց շրջվելու հազիվ բարևեց և բարձրանալուց առաջ դուռը բաց
թողեց: Իր պայուսակը վերևում թողնելուց հետո աստիճաններով ներքև իջավ`
ինձ օգնելու, վերցրեց կարտոֆիլի տոպրակը և հանքային ջրի տուփը, որ բռնել
էի արդեն կապտած ցուցամատով: Նրան շնորհակալություն ասացի. ոչ մի
պատասխան:
71 Bella mia
Bulgaro
ANDREA-KARINA BENVOSKA
Liceo Bilingue di Gorna Bania
Изви се, заемайки поза, сякаш току-що е бил ударен с топка в корема.
Гледайки го отдалеч, не винаги успявам да го позная. Пораснал е
толкова бързо.
Намираме се около тази обединяваща, „ наредена отново” трапеза,
която не принадлежи на никого от нас. Всеки си има своя- баба, която
беше вдовица, си имаше нейна в селската си къща, аз- в центъра на
града и той с мама недалеч от тук. Те двамата се завърнаха да живеят
тук, вече от година и половина, когато това се случи. Сега сме заедно,
тримата сами в приписания ни апартамент. Той е на нашия племенник,
мой и на майка ми.
Нямахме нужда от заметресение. Всеки вече си имаше своите
страдания. Моята сестра, обаче, беше доволна, че се върна с детето
си. Това за нея беше един приемлив компромис. Свикваше с местата,
с прекъснатите взаимоотношения, забавеното време. Опитваше се да
„ подслади” предишното откъсване от средата.
Зимните неделни следобеди пиехме кафе с майка ни, седна под
полилея в трапезарията. Мама ни глезеше с шоколадови бонбони,
уж случайно сложени до топлата чаша. По- късно ни поднасяше
,,незабележимо” купа с обелени плодове, с предтекста, че трябва да
събере прането в двора. Целта й всъщност бе да останат насаме.
IIC Sofia
Когато не излизаше с приятели, идваше и той, но винаги със слушалки
в ушите. Изолираше ни. Така прави и сега, някои сутрини, ако изпусне
автобуса, в които го закарвам с колата. Използва музиката, изливаща
се в ушите му, като бодлива тел между нас. Тогава може би е по- уязвим
и по- внимателно се опитва да запази дистанцията помежду ни.
Потъва в якето си, вдига яката, натъкмява се и сякаш изчезва. Гледа
настойчиво навън, в ръба на панталона си или в обувките. Крепи се с
ръце, стискайки ги до побеляване, за да не се доближи до мен на някой
завой.
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72 Bella mia
Coreano
YEOM WOO JIN
Università di Studi Stranieri di Busan
그 아이는 헝클어진 머리로 테이블 앞에 앉는다. 수프의 김은 뾰루지를 자극하고, 수
염이 될 만한, 대책도 없이 나오는 길고 가는 털들을 구부러뜨리는 듯하다. 포크와 스푼
을 만지는 소리를 들어서는 아이가 먹으려고 노력한다는 것을 알 수 있었지만, 그래도
너무 적게 먹는다. 스푼으로 오랫동안 휘젓고 반만 떠서 입에 겨우 넣을 뿐이다. 아이
는 우리의 눈을 계속 피하지만, 우리가 자기를 지켜보고 있으며, 얼마나 겨우겨우 먹는
지 관찰하고 있다는 것도 알고 있다.
그 아이가 침묵을 깬다.
나는 이 아이의 전부를 사랑할 수 없다. 키가 크고 말랐으며, 몸매는 울퉁불퉁하고,
무릎 바로 아래 다리는 허약해서 모양이 휘어져 있다. 할머니는 어렸을 때부터
아이를 돌봐주고 있지만, 정작 나는 그 애를 어떻게 하면 좋을지 모르겠다. 아이는 지
금 사춘기를 겪고 있는데, 가끔은 그렇지 않은 것처럼 보이기도 한다.
아이가 검은 머리칼과 하트 모양의 입술을 가진 피조물이었을 때, 나는 거기서 쉽
게 부드러움을 느꼈고, 인간이라는 종이 지속되기 위해 어린 아이들이 필수적이라는 사
실에 큰 감사함을 느꼈다. 나는 아이를 맡게 되는 기나긴 오후면 키스를 퍼붓고 싶은 충
동을 느꼈다. 아이는 강아지 한 마리를 기르고 있었는데, 지금 그 강아지는 아이가 풍
기는 겨드랑이의 시큼한 냄새와 연일 계속되는 기름진 머리카락을 피해 멀찍이 떨
어져있다. 그가 셔츠를 벗을 때, 그의 옆 모습에서는 갈비뼈가 두드려져 보이고, 반
대편으로는 척추가 보인다. 그가 몸을 구부리면, 배에 공을 받는 사람과 같은 자세를
보인다. 뒷모습을 보면 알아보지 못 할 만큼, 아이는 빨리 성장했다.
우리는 우리 중 누구의 것도 아닌, 다시 정돈된 그 탁자 주변에 자리를 잡는다. 우리
들 각각은 탁자를 가지고 있었는데, 남편을 잃어 과부가 된 할머니는 할머니 자신
의 집에, 나는 시내에, 그리고 어머니와 함께 아이는 그리 멀지 않은 곳에 탁자가
있었다. 어머니가 성공했을 때, 아이와 어머니는 이곳에서 살기 위해 1년 반 전
에 돌아왔다. 지금 우리는 함께 있고, 우리 셋은 오로지 이 주어진 아파트 내에서 살
고 있다. 조카와 나, 그리고 나의 어머니 말이다.
우리는 떨어져 지낼 필요가 없게 되었다. 우리 모두는 이미 고통을 겪어왔다. 나의
누이는 아들과 함께 다시 돌아오게 되어 기뻐했고, 그녀가 말하길 이것은 받아들
일만한 대책이었다. 아이는 고향, 멈춰진 관계들, 그리고 늦춰진 시간에 다시 적
응했다. 아이는 헤어짐에 대해 적응한 것이다.
겨울 어느 일요일 오후에, 우리는 식당 샹들리에 아래에 앉아 어머니께서 타주
신 커피를 마시고 있었다. 어머니는 김이 나는 작은 잔 가까이에서 우연히 발견한
초콜릿으로 우리를 타락시켰다. 나중에는, 어느새 깎은 과일을 담은 접시가 우리에게
건네졌다. 나는 앞마당에 나가 옷을 거둬들이면서 둘과 친밀한 분위기를 연출했다.
IIC Seoul
어머니가 친구들과 외출하지 않을 때, 아이는 이어폰을 벗지 않았다. 아이는 우리
와 따로 존재했다. 그래서 아이가 이어폰을 꽃은 채 버스를 놓치게 되는 아침이면,
내가 차로 데려다 준다. 아이의 귀로 흘러 드는 음악은 우리 사이에 철조망과 같은 역
할을 한다. 그 때, 아이는 더 움츠러들면서, 나와의 거리를 두는데 더 신경을 기울인
다. 아이는 웃옷 속에 몸을 더 들이밀면서, 옷깃을 세우고, 빈틈이 안보이게 해, 도통 보이
지 않게 숨는다. 아이는 창 밖만 뚫어져라 쳐다 보거나, 바짓단이나 구두를 바라
본다. 차가 오른쪽으로 돌아 아이가 내 쪽으로 쏠리게 되면, 나에게 닿지 않기 위해
손 관절 마디 마디가 하얗게 될 때까지 꿋꿋이 몸을 지탱한다. 반대쪽으로는 얼
굴과 어깨를 유리창에 대고 있고, 그러다 내가 그쪽 방향으로 균형을 잃을 때는 내
허리와 팔꿈치 부분만 간신히 닿을 정도다. 학교 앞, 나는 아이의 인사를 거의 듣지
못한다. 하지만 아이는 대단히 섬세한 동작으로 차 문을 닫아준다.
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73 Bella mia
Francese
IIC Rabat
SAMIRI RIME
DAKIR KENZA
Scuola Italiana Paritaria « Enrico
Mattei »
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Assis devant son plat, la vapeur du bouillon lui dilate les boutons et lui ramollit
les poils longs et fins qui poussent clairsemés en attendant de devenir une barbe.
De par le bruit des couverts je pensais qu’il se hâtait de manger, au lieu de ça il
mange trop peu. Il remue la cuillère longuement et la ramène semi vide à sa
bouche. Il évite nos regards, il sait que nous l’observons et que nous lui comptons
les protéines avalées et celles qu’il laisse au fond du plat.
Il mâche silencieusement.
Je n’arrive pas à l’aimer ce garçon. Grand, sec, au corps géométrique sans courbes, une mollesse soudaine dans le dessin de ses jambes. Grand-mère le traite
toujours comme un enfant, je ne sais pas où me mettre. C’est un adolescent,
parfois il fait plus jeune.
J’éprouvais pour lui une tendresse facile quand il était une créature aux boucles
foncées et à la bouche en cœur, alors il possédait en abondance la grâce nécessaire aux petits pour la continuité de l’espèce. Je l’accablais de baisers pendant les
longs après-midi qu’on me le confiait. Il sentait le nouveau-né, maintenant il lui
arrive de laisser une odeur âpre d’aisselles ou une persistance de chevelure grasse
alors qu’il se déplace muet. S’il enlève son pull, c’est un paysage de côtes en relief
d’une part et de vertèbres de l’autre. Se courbant il prend la posture de celui qui
reçoit un coup dans le ventre. De loin lorsqu’il est de dos je n’arrive pas toujours
à la reconnaitre, il a grandi si vite.
Nous nous trouvons autour de cette table reconstruite qui n’appartient à aucun de nous. Chacun avait la sienne, grand-mère veuve dans sa maison de campagne, moi au centre-ville et lui non loin avec sa mère ; tous deux étaient revenus
vivre ici depuis un an et demi, quand cela est arrivé. Désormais nous sommes
ensembles, seules tous les trois, dans l’appartement qu’on nous a assigné. C’est
mon neveu et son petit-fils, ma mère et moi.
Nous n’avions pas besoin de tremblement de terre, chacun avait déjà ses maux.
Ma sœur pourtant était contente d’être rentrée avec son fils, un repli acceptable
disait-elle. Elle se réappropriait les lieux, les relations restées en suspens, le temps
ralenti. Cela adoucissait le détachement subit.
Les dimanches après-midi d’hivers nous prenions le café chez notre mère assises sous l’abas jour de la salle à manger. Elle nous gâtait avec du chocolat trouvé
comme par hasard à côté de la tasse fumante, plus tard le panier de fruits pelés,
tendu par une main invisible, le prétexte de devoir ramasser le linge dans la cour
pour libérer les confidences à deux.
Quand il ne sortait pas avec ses amis, lui aussi ventait, ses écouteurs pendus à
ses oreilles. Il nous isolait. C’est comme ça qu’il fait certains matins, s’il rate le
bus et que je l’accompagne en voiture. Il écoute de la musique qui lui coule dans
les oreilles comme un fil épineux entre lui et moi. A cette heure si il est plus vulnérable, plus sur la défensive. Enveloppé dans son manteau, il lève me menton, il
épaissi ses vêtements et se rend imperceptible. Il regarde avec obstination dehors
ou bien l’ourlet de sn pantalon et ses chaussures. Il résistait aux coups de volant
à droite et s’appuyait fort sur ses phalanges pour ne pas être projeté sur moi. Au
coup de volant contraire, il colle sa tête et ses épaules à la vitre ne me renvoyant
que les bordures de son corps, la hanche, le coude, au cas où je me retournerais
dans sa direction. Arrivés à l’école, il me salue si bas que je ne l’entends pas, mais
il ferme la portière avec une délicatesse insoupçonnée.
Il y a quelques jours nous nous sommes rencontrés devant la porte de l’école à
l’heure du déjeuner, lui son cartable sur le dos et moi les sachets de courses pleins
les mains. Il me devançait de quelques pas, il m’a balbutié un demi-salut de dos et
a laissé ouvert la porte avant de monter. Puis, déchargé de son cartable à l’étage, il
a descendu les escaliers pour m’aider, il a pris le sachet de pommes de terre et le
pack d’eau minérale que je tenais avec l’index. Je lui ai dit merci, aucune réponse.
74 Bella mia
Portoghese
IIC San Paolo
PAULA MELO
Università Federale del Paraná
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Está sentado em seu lugar com a cabeça de cabelos fartos curvada sobre o
prato, o vapor do caldo lhe dilata e curva os pelos longos e finos que brotam
desarrazoados à espera de virarem barba. Pelo barulho dos talheres, creio que
os esteja usando; ao contrário, come muito pouco. Mexe a colher por um bom
tempo e a leva à boca meio vazia. Evita nossos olhos, sabe que o observamos
e contamos as proteínas que ingere e aquelas que deixa no fundo do prato.
Mastiga silêncio.
Não consigo amá-lo inteiro, este garoto. Alto, magro, um corpo de linhas
segmentadas e nunca curvas, uma fraqueza improvisa no desenho das pernas,
logo abaixo dos joelhos. A avó o trata sempre como criança; eu não sei como
me portar. É um adolescente; às vezes parece menos.
Sentia por ele uma ternura natural quando era uma criaturinha de cachos
escuros e lábios em formato de coração; ele tinha então em abundância a
graça necessária aos pequenos para a perpetuação da espécie. Cobria-o de beijos nas tardes extenuadas em que eu devia cuidar dele. Tinha cheiro de cria,
agora às vezes deixa para trás o odor acre das axilas ou um rasto de cabelos
oleosos enquanto anda, mudo. Se tira a blusa, é um panorama de costelas em
relevo de um lado, vértebras do outro. Curva-se, assume a postura de quem
acabou de levar uma bolada no estômago. De costas nem sempre o reconheço
à distância, cresceu assim tão depressa.
Estamos reunidos ao redor desta mesa que não pertence a nenhum de nós.
Cada um tinha sua própria: a avó viúva na sua casa no vilarejo, eu no centro
da cidade e ele com a mãe, não muito longe; eles tinham voltado a viver aqui
havia um ano e meio, quando aconteceu. Agora estamos juntos, nós três,
sozinhos, no apartamento que nos foi atribuído. É meu sobrinho, e neto de
minha mãe.
Não precisávamos do terremoto. Cada um de nós tinha já suas dores. Minha
irmã, porém, estava contente de ter voltado com o filho, uma solução não
ideal mas aceitável, dizia. Voltava a apropriar-se dos lugares, das relações
interrompidas, do tempo desacelerado. Suavizava a separação sofrida.
Nas tardes de domingos de inverno, tomávamos café na casa de nossa mãe,
sentadas sob o lustre da sala de jantar. Ela nos mimava com o chocolate
deixado, como se por acaso, ao lado da pequena xícara fumegante; mais tarde,
a tigela de fruta descascada oferecida por uma mão invisível, o pretexto de
recolher a roupa do varal para libertar as confidências a sós.
Quando não saía com os amigos, vinha também ele, pendurado aos fones de
ouvido. Isolava-nos. Faz isso ainda em algumas manhãs, se perde o ônibus e
lhe dou uma carona de carro. Usa a música que se derrama aos ouvidos como
arame farpado entre mim e ele. Nessa hora está talvez mais vulnerável, mais
atento a salvaguardar a distância. Encolhe-se em sua jaqueta, levanta a gola,
espessa a camada e se torna inalcançável. Olha obstinadamente para fora, ou
para a barra das calças e para os sapatos. Segura-se até os nós dos dedos ficarem brancos, para não ser jogado contra mim nas curvas à direita. Naquelas
para o outro lado, cola-se ao vidro com o rosto e ombro, mantém voltadas
para mim apenas as arestas: o quadril, o cotovelo, para a eventualidade de eu
pender para seu lado. Na frente da escola, quase não ouço o adeus, mas ele
fecha a porta do carro com inesperada delicadeza.
Há alguns dias, nos encontramos na frente do portão à hora do almoço,
ele com a mochila e eu com as sacolas pesadas de compras. Andava alguns
passos a minha frente; balbuciou um meio “oi” de costas e deixou o portão aberto antes de subir. Mas depois, descarregada sua carga no patamar,
desceu as escadas para me ajudar: pegou o saco de batatas e o garrafão de
água mineral que eu segurava com um indicador já cianótico. Agradeci-lhe;
nenhuma resposta.
75 Bella mia
Portoghese
IIC San Paolo
CLARA SALVADOR
PEREIRA DA COSTA
Università di San Paolo
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Senta no seu lugar com a cabeça cabeluda sobre o prato, o vapor do caldo
dilata-lhe as espinhas e dobra os pelos longos e finos que despontam sem
projeto à espera de se tornarem barba. Pelo barulho dos talheres acredito
que esteja em atividade, no entanto come pouco demais. Remexe por muito
tempo com a colher e a leva à boca quase vazia. Evita os nossos olhares, sabe
que olhamos para ele e contamos as proteínas ingeridas e aquelas que deixa
no fundo do prato.
Mastiga silêncio.
Não consigo amá-lo por completo, este rapaz. Alto, raquítico, um corpo de
linhas despedaçadas, nunca curvas, uma fraqueza repentina do desenho das
pernas, logo abaixo do joelho. A avó o trata sempre como criança, eu não sei
como agir. É um adolescente, às vezes não parece tanto.
Sentia por ele uma fácil ternura quando era uma criança de cachos escuros
e lábios em forma de coração, à época possuía em abundância a graça necessária aos pequenos para a continuação da espécie. Eu o cobria de beijos nas
tardes sem fim em que o deixavam aos meus cuidados. Tinha cheirinho de
filhote, agora lhe acontece de deixar rastro do mau odor das axilas ou um
ranço de cabelos oleosos enquanto se desloca mudo. Se tira a camisa, é uma
paisagem de costelas em relevo de um lado, vértebras do outro. Curva-se, assume a postura de quem acabou de receber uma bolada na barriga. De costas
nem sempre o reconheço de longe, cresceu tão depressa.
Encontramo-nos ao redor desta mesa reconstruída que não pertence a
nenhum de nós. Cada um tinha a sua, a avó viúva na sua casa de aldeia, eu no
centro da cidade e ele com a mãe não distante; eles dois tinham voltado a morar aqui há um ano e meio, quando aconteceu. Agora estamos juntos, nós três
sozinhos no apartamento designado. É meu sobrinho e neto de minha mãe.
Não precisávamos do terremoto. Cada um já possuía as próprias dores.
Minha irmã, contudo estava contente de ter voltado com o filho, uma saída
aceitável, dizia. Reapropriava-se dos lugares, das relações suspensas, do tempo desacelerado. Mitigava logo a separação. Nas tardes invernais de domingo
tomávamos café na casa de nossa mãe, sentadas sob o lustre baixo da sala de
jantar. Mimava-nos com o chocolatinho encontrado como que por acaso
ao lado da xicrinha fumegante, mais tarte a cumbuca de fruta descascada
estendida por uma mão invisível, o pretexto de ter que recolher as roupas no
quintal para liberar as confissões entre as duas.
Quando não saía com os amigos ele também vinha, grudado nos fones de
ouvido. Isolava-nos. É assim que ele faz agora, certas manhãs, se perde o
ônibus e o levo de carro. Utiliza a música que verte nos ouvidos como arame farpado entre mim e ele. Àquela hora talvez esteja mais vulnerável, mais
atento a defender a distância. Fica todo enfiado no seu casacão, levanta a gola,
engrossa o pano e torna-se inacessível. Olha obstinado para fora, ou para a
barra da calça e os sapatos. Segura-se até embranquecer o nó dos dedos, para
não ser projetado na minha direção pelas curvas à direita. Naquelas contrárias, cola no vidro com o rosto e o ombro, deixa disponíveis só as quinas
para o meu lado, o quadril, o cotovelo, caso eu venha a tombar na sua direção.
Na frente da escola quase não ouço o cumprimento, mas fecha a porta com
insuspeitável delicadeza.
Há alguns dias nos encontramos diante do portão na hora do almoço, ele
com a mochila e eu com as sacolas pesadas das compras. Ele estava mais a
frente por alguns passos, murmurou um fraco oi de costas e deixou aberto antes de subir. Mas depois, descarregado o seu estorvo no chão, desceu
as escadas para me ajudar, pegou o saquinho de batatas e o engradado de
água mineral que eu segurava com um indicador já roxo. Disse-lhe obrigada,
nenhuma resposta.
76 Bella mia
Russo
Ambasciata d’Italia a Minsk
YANA MALINOVSKAYA
ANASTASIA BOROVAYA
EKETERINA DASHKOVSKAYA
VIKTORIA YASKEVICH
GALINA KOZIK
ELENA LYKO
YANA DESHUK
VLADISLAV MAZEIN
YULIA MAKSIMOVA
YURIY ALFEROVICH
MARIA NITIEVSKAYA
Università Statale Linguistica di Minsk
Он сидит за столом, склонив обросшую голову над тарелкой бульона.
От пара его прыщи становятся заметнее, а тоненькие длинные волоски
пробивающейся бородки начинают закручиваться. По звуку столовых
приборов мне кажется, что он ест, однако это не так: он долго мешает суп
ложкой и подносит ее ко рту полупустой. Он старается не смотреть нам в
глаза, зная, что мы наблюдаем за тем, сколько он съел и сколько оставил в
тарелке. Жует пустоту.
У меня не получается любить этого мальчишку по-настоящему. Высокий,
тощий, угловатый, с тонкими как спички ногами. Бабушка обращается с
ним как с ребенком, а что мне с ним делать, я не знаю. Он подросток, но
иногда кажется младше.
Когда он был прелестным кудрявым малышом с губками бантиком,
я не могла не испытывать к нему нежность. Я осыпала его поцелуями
в те изнурительные дни, когда мне поручали смотреть за ним. Раньше
он напоминал котенка, а теперь он молчаливо ходит по дому с немытой
жирной головой, оставляя за собой резкий запах пота. А когда снимает
майку, взору предстает пейзаж из выступающих ребер и позвонков.
Он горбится так, как будто только что получил мячом в живот. Со спины
мне не всегда удается его узнать, так быстро он вырос.
Мы собираемся за новым столом, который никому не принадлежит.
Раньше у каждого был свой: у овдовевшей бабушки – в деревне, у меня – в
центре города, и у него с мамой – неподалеку; они прожили здесь уже
полтора года, когда это случилось. А сейчас мы живем вместе, втроем, в
полученной нами квартире. Ведь это мой племянник, внук моей матери.
Только землетрясения нам и не хватало. И так у каждого полно своих
проблем. Однако моя сестра была рада приехать со своим сыном, она
говорила, что это хороший выход. Жизнь снова налаживалась: вокруг
привычные места и старые знакомства, разлука становилась менее
болезненной.
Зимними воскресными вечерами мы пили кофе с нашей мамой, сидя в
столовой под низкоподвешенной люстрой. Она баловала нас шоколадками,
которые как бы случайно оказывались возле горячей чашечки. Затем как
будто бы из ниоткуда появлялась тарелка очищенных фруктов, и под
предлогом того, что ей нужно снять белье, она уходила на улицу, оставляя
нас вдвоем.
А он, когда не гулял с друзьями, приходил к нам, вечно в наушниках.
Таким образом он отгораживался от нас. Иногда и сейчас по утрам он так
делает, если не успевает на автобус, и я подвожу его в школу на машине.
Он вечно слушает музыку, и наушники натягиваются между нами как
колючая проволока. В такие моменты он был наиболее уязвим, и был
склонен держать дистанцию. Казалось, что он прячется в своей куртке,
поднимая воротник, тем самым отгораживаясь еще больше. Он постоянно
смотрит либо в окно, либо себе под ноги; держится за ручку так, что
белеют костяшки на руках, а все для того, чтобы не приблизиться ко мне
при повороте направо. А при повороте налево он прижимается к стеклу
лицом и плечом, оставляя незащищенным только левый бок на случай, если
меня наклонит к нему. Перед школой я едва ли слышу его «пока», но дверь
автомобиля он закрывает на удивление тихо.
Несколько дней назад мы встретились с ним у входа, у него был рюкзак,
у меня тяжелые сумки с продуктами. Он шел на пару шагов впереди
меня, не оборачиваясь, пробормотал «привет» и, не закрыв дверь,
поднялся по лестнице. Но потом, оставив свои вещи наверху,
спустился вниз, чтобы помочь мне. Он взял пакет с картошкой и
упаковку минеральной воды, которую я держала уже посиневшим
указательным пальцем. Я поблагодарила его, но ничего не услышала
в ответ.
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77 Bella mia
Russo
IIC San Pietroburgo
ELISAVETA KRAVCHENKO
Università Statale di San Pietroburgo
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Он сидит на своем месте, склонив волосатую голову над тарелкой, пар от
бульона заставляет его угри расширяться и завивает длинные и тонкие волосы,
которые беспорядочно растут в ожидании стать бородой. Шум его столовых
приборов создает впечатление большого действа, а на самом деле он ест совсем
мало. Он перемешивает ложкой и доносит ее до рта полупустой. Он избегает
наших глаз, знает, что мы на него смотрим и считаем поглощенные им протеины,
а также те, которые остались на дне тарелки.
Он пережевывает тишину.
Мне не удается любить его всего, этого мальчика. Высокий, поджарый, тело с
ломанными, и совсем не плавными линиями, вдруг демонстрирует внезапную
слабость в очертаниях ног, чуть ниже колен. Бабушка относится к нему попрежнему, как к ребенку, но я не знаю, как быть с этим мне. Он уже юноша, хотя
иногда выглядит младше.
Я испытывала к нему легкую нежность, когда он был маленьким созданием с
темными кудрями и ртом в форме сердечка, в то время он обладал необходимым
для малышей очарованием в той мере, которая нужна нам для продолжения
рода. Я осыпала его поцелуями в те продолжительные вечера, когда мне давали
за ним присмотреть. Он напоминал зверька, а сейчас случается, что у него
терпко пахнут подмышки, и жирные волосы стоят торчком, в то время как
передвигается он молчаливо.
Когда он снимает футболку, то виднеется пейзаж из рельефных ребер с одной
стороны и позвоночника с другой. Он сутулится, принимая такую позу, будто
только что получил удар мячом в живот. Я не всегда его узнаю со спины издалека,
так быстро он вырос.
Мы собрались за столом, который не принадлежит никому из нас. У каждого
был свой, у вдовствующей бабушки в провинциальном городишке, у меня в
центре города и у него с мамой неподалеку; они оба вернулись жить в наши края
полтора года, когда это случилось. Теперь мы были вместе, только мы втроем в
выделенной нам квартире. Мне он племянник, а моей маме - внук.
Нам не нужно было землетрясение. У каждого из нас и так была своя боль.
Однако же моя сестра была рада воссоединиться с сыном, приемлемый
выход, говорила она. Она вновь вернула себе места, подвешенные отношения,
замедленное время. Она смягчала произошедшую разлуку.
Зимой по воскресеньям после обеда мы пили кофе у нашей мамы, сидя под
низкой люстрой в столовой. Она нас баловала шоколадкой, найденной как бы
случайно рядом с дымящийся чашкой, а потом ваза с очищенными фруктами,
протянутая невидимой рукой и предлог, что ей нужно снять во дворе белье,
чтобы оставить нас двоих наедине.
Когда он не гулял с друзьями, приходил тоже, вечно приклеенный к наушникам.
Изолировался от нас. Сейчас он так иногда делает по утрам, если опоздал на
автобус, и я везу его на машине. Он использует музыку, которая льется ему в уши,
как колючую проволоку между мною и им. В эту минуту он, возможно, особенно
уязвим, более сосредоточен на сохранении дистанции. Он весь внутри своей
куртки, поднимает воротник, зарывается в ткань и становится невидимкой. Он
упрямо смотрит на улицу или на края брюк, или на ботинки. Он держится так
до тех пор, пока у него не белеют костяшки пальцев, чтобы не попасться мне на
глаза, когда мы поворачиваем направо. Когда же мы поворачиваем налево, он
прилипает лицом и плечами к стеклу, оставляя с моей стороны только бедро и
локоть для поддержания равновесия в случае, если машина делала наклон. Перед
школой я почти не слышу, как он прощается, но дверцу машины он закрывает с
неожиданной деликатностью.
Несколько дней спустя мы встретились у входа в обеденное время, у него
был рюкзак, а у меня тяжелые сумки с покупками. Он шел на несколько шагов
впереди меня, проворчал что-то похожее на «чао», не поворачиваясь, и оставил
открытой дверь, перед тем, как подняться. Но потом, освободившись наверху
от своей ноши, он спустился по лестнице вниз, чтобы мне помочь, взял пакет с
картофелем и упаковку минеральной воды, которую я держала уже посиневшим
указательным пальцем. Я сказала ему «спасибо», но ответа не последовало.
78 Bella mia
Spagnolo
IIC Buenos Aires
LIDIA ROVELLA
Associazione Dante Alighieri di Lanus
Está sentado en su lugar con la cabeza melenuda inclinada sobre el plato, el
vapor de la sopa le dilata los granitos y tuerce los pelos largos y delgados que
asoman sin proyecto, en espera de convertirse en una barba.
Por el rumor de los cubiertos pienso que está muy ocupado, en cambio come
muy poco. Permanece largo tiempo con la cuchara en la mano y la lleva a la
boca casi vacía. Esquiva nuestros ojos, sabe que lo observamos y contamos las
proteínas que ingiere y aquellas que deja en el fondo del plato.
Mastica silencio.
No logro amar totalmente a este muchacho. Alto, seco, con un cuerpo de
líneas sin armonía y sin curvas, por debajo de las rodillas las piernas tienen
un diseño débil que contrasta con el resto.
La abuela lo trata siempre como a un nene, yo, no sé cómo hacerlo. Es un
adolescente, a veces parece aniñado.
Sentía por él una dulce ternura cuando era una criatura de bucles oscuros
y labios en forma de corazón, entonces poseía en abundancia la gracia necesaria de los pequeños para la continuación de la especie. Lo cubría de besos
en los lánguidos atardeceres cuando lo dejaban a mí cuidado. Olía a bebé,
ahora, deja detrás de sí el olor acre de las axilas o persiste en llevar los cabellos
grasientos, mientras tanto él permanece inmutable. Se quita la remera, es un
paisaje de costillas en relieve de un lado, y vértebras del otro. Se encorva, toma
la postura de quien ha recibido un pelotazo en la panza. De espaldas y a lo
lejos, no siempre lo reconozco, ha crecido tan rápido!
Nos encontramos en torno a esta mesa reconstruida que no pertenece a
ninguno de nosotros. Cada uno tenía la suya, la abuela viuda en su casa del
pueblo, yo en el centro de la ciudad y él con la mamá no muy lejos. Los dos
habían regresado a vivir aquí desde hacía un año y medio, cuando sucedió.
Ahora estamos juntos, nosotros tres solos en el departamento asignado. Es
mi sobrino, el nieto de mí madre.
No necesitábamos al terremoto. Cada uno poseía ya su propio dolor. Mi
hermana, sin embargo, estaba contenta de estar de regreso con su hijo, una
solución aceptable, decía. Se reapropió de los lugares, de las amistades suspendidas, del tiempo atrasado. Endulzaba rápidamente la separación.
Los domingos, en los atardeceres de invierno, tomábamos el café en casa
de nuestra madre, sentados bajo la araña del comedor. Nos mimaba con el
chocolatito encontrado como por casualidad junto a la tacita humeante, más
tarde llegaba el tazón de frutas secas tendido por una mano invisible. Con el
pretexto de recoger la ropa, salíamos al patio a liberar nuestras confidencias.
Mi hermana y yo.
Cuando no salía con sus amigos, venía también él, con los auriculares pegados a su cabeza. Se aislaba. Así lo hace cierta mañana cuando pierde el
autobús y lo llevo en mi auto. Se abstrae escuchando música, que se introduce
en nuestros oídos como un alambre de púas entre él y yo.
En aquel momento está quizás más vulnerable, más atento a defender la
distancia. Totalmente arropado con su chaqueta, alza el cuello, dobla la tela
y se vuelve invisible. Mira obstinadamente hacia fuera, o el dobladillo de sus
pantalones o las medias.
Se sostiene fuertemente hasta dejar blancos sus nudillos, para no ser lanzado hacia mí en una curva a la derecha. O por el contrario, pega la cara y
el hombro al vidrio de la ventanilla, dejando espacio libre solo de mi lado,
distanciándose de mi codo, de mi cadera, por si acaso me abalanzo en su
dirección. Ya frente a la escuela casi no escucho el saludo, cierra la puerta con
insospechada delicadeza.
Hace algunos días nos encontramos frente a la puerta de entrada a la hora
del almuerzo. Él, con su mochila, yo, con las bolsas pesadas de las compras.
Me precedía algunos pasos, murmuró un saludo a medias, dándome la espalda y dejó la puerta abierta antes de subir. Pero, después de guardar la mochila
en el departamento, bajó por la escalera para ayudarme, tomó la bolsa de papas y el cartón del agua mineral que yo sostenía con el dedo índice ya violeta.
Le agradecí, no hubo respuesta.
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79 Bella mia
Spagnolo
IIC Buenos Aires
ARACELI CAPPELLA
DIANA GONZÁLEZ
MARÍA LAURA FRAGALE
MÓNICA LÓPEZ
ORIANA LUCIA
Associazione Dante Alighieri di Tigre
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Sentado en su lugar con una abundante cabellera sobre el plato, el vapor del
caldo le dilata los granos, le dobla los pelos largos y finos que aparecen sin un
proyecto, esperando ser una barba. Por el ruido de los cubiertos creo que esté
trabajando, sin embargo come muy poco. Revuelve por un largo rato, con la
cuchara y se la lleva a la boca semivacía. Evita nuestros ojos, sabe que lo miramos y le contamos las proteínas ingeridas y las que deja en el fondo del plato.
Mastica silencio.
No logro amarlo del todo a este muchacho. Alto, muy delgado, un cuerpo
de líneas quebradas y sin curvas, una debilidad abrupta en el diseño de las
piernas, debajo de las rodillas. La abuela lo trata siempre como un niño, y no
sé cómo manejarlo. Es un adolescente; a veces parece menor.
Sentía por él una gran ternura cuando era una criatura con bucles oscuros y
los labios con forma de corazón. Entonces, tenía la abundante gracia necesaria
en los niños, para la continuación de la especie.
Lo cubría de besos en las tardes agotadoras cuando me lo dejaban para
cuidarlo. Olía a cachorro, ahora le sucede de dejar una estela ácida de las
axilas o una persistencia de cabellos grasos, mientras se mueve en silencio. Se
quita la remera, es un paisaje de costillas en relieve de un lado, vértebras del
otro. Se curva, toma la postura de quien apenas ha recibido un pelotazo en la
panza. De espaldas no siempre lo reconozco de lejos, ha crecido muy rápido.
Nos encontramos alrededor de esta mesa reconstruida, que no pertenece a
ninguno de nosotros.
Cada uno tenía la suya, la abuela viuda en su casa de pueblo, yo en el centro
de la ciudad y él con la madre, no muy lejos, ambos habían vuelto a vivir aquí
hace un año y medio atrás, cuando sucedió. Ahora estamos juntos, nosotros
tres solos, en el departamento que nos dieron. Es nuestro sobrino y nieto,
mío y de mi madre. No necesitábamos ese terremoto, cada uno tenía ya sus
problemas. Mi hermana estaba contenta de haber regresado con el hijo; un
retroceso aceptable, decía. Se volvía a apropiar de los lugares, de las relaciones
y el tiempo suspendidos. Suavizaba la distancia inmediatamente.
Las tardes de domingo en invierno tomábamos café en la casa de nuestra
madre, sentada bajo la araña del comedor. Nos consentía con el chocolatín
encontrado como por casualidad, al lado de la taza humeante; más tarde el
tazón de fruta pelada tendida por una mano invisible, el pretexto de tener que
recoger la ropa del patio era para liberar las confidencias de ambas.
Cuando no salía con los amigos, venía él también, con los auriculares puestos. Nos aislaba. Así hace ahora algunas mañanas, cuando pierde el ómnibus
y lo llevo en auto. Usa la música, que se vierte en los oídos, como un alambre
de púas entre él y yo. A esa hora es tal vez más vulnerable, más atento a defender la distancia. Está todo dentro de su chaqueta, levanta la solapa, espesa
el paño del abrigo y se vuelve invisible.
Mira obstinado hacia afuera o el dobladillo de los pantalones o los zapatos.
Se agarra hasta que se le empalidecen los nudillos, para no ser arrojado hacia
mí por las curvas hacia la derecha.Para las de la izquierda, se pega al vidrio
con la cara y el hombro, mantiene sólo disponibles las esquinas de mi lado, la
cadera, el codo, en caso que yo me desequilibre en su dirección.
Frente a la escuela el saludo, casi no lo siento, pero cierra la puerta con
insospechada delicadeza.
Unos días atrás nos encontramos delante del portón a la hora del almuerzo,
él con la mochila y yo con las bolsas pesadas de las compras. Venía unos
pasos atrás, gruñó un medio chau de espaldas y dejó abierto antes de subir.
Pero después de haber descargado su lastre en el piso, bajó las escaleras para
ayudarme, tomó la bolsa de papas, el pack de agua mineral que yo llevaba con
un índice, casi cianótico. Le dije gracias, no respondió.
80 Bella mia
Spagnolo
Ambasciata d’Italia a L’Avana
ANA ELENA SANTANA
Università di L’Avana
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Se sienta en su puesto con la cabeza melenuda sobre el plato, el vapor del
caldo le dilata las espinillas y dobla los pelos largos y delgados que despuntan
sin proyecto, a la espera de convertirse en barba. Por el ruido de los cubiertos, tal parece que esté trabajando con ellos; sin embargo, come muy poco.
Revuelve una y otra vez con la cuchara y la lleva a la boca medio vacía. Evita
nuestros ojos, sabe que lo observamos y le contamos las proteínas ingeridas
y las que deja en el fondo.
Mastica silencio.
No consigo amarlo todo a este muchacho. Alto, seco, un cuerpo de líneas
partidas y nunca curvas, una debilidad repentina en el diseño de las piernas,
apenas debajo de la rodilla. La abuela lo trata siempre como a un niño, yo, no
sé cómo actuar. Es un adolescente, a veces, parece menos.
Sentía por él una ternura fácil cuando era una criatura de bucles oscuros
y labios de corazón, entonces poseía en abundancia la gracia necesaria a los
pequeños para la continuación de la especie. Lo inundaba de besos en los
mediodías sin fin en que me encargaban cuidarlo. Olía rico de cachorro, ahora
a veces deja atrás el acre de las axilas o una persistencia de cabellos grasosos
mientras se desplaza mudo. Si se quita la camiseta, aparece un paisaje de costillas a relieve de un lado, vértebras del otro. Si se curva, adopta la postura de
quien acaba de recibir un pelotazo en la barriga. De espaldas, no lo reconozco
de lejos, ha crecido así de rápido.
Nos encontramos en torno a esta mesa reconstruida, que no pertenece a
ninguno de nosotros. Cada uno tenía la suya propia, la abuela viuda en su casa
en el campo, yo, en el centro de la ciudad, y él, con su madre, no muy lejos; los
dos habían vuelto a vivir aquí hacía un año y medio, cuando ocurrió. Ahora
estamos juntos, nosotros tres solos en el apartamento asignado. Es nuestro
sobrino y nieto, mío y de mi madre.
No necesitábamos el terremoto. Cada uno poseía ya sus dolores. Mi hermana, sin embargo, estaba contenta de haber regresado con su hijo, un remedio
aceptable, decía. Se reapropiaba de los lugares, de las relaciones suspendidas,
del tiempo ralentizado. Endulzaba la separación sufrida.
En las tardes de domingo invernales, tomábamos el café en casa de nuestra
madre, sentadas bajo la lámpara del comedor. Nos mimaba con un bomboncito que encontrábamos como por casualidad junto a la tacita humeante; más
tarde, el tazón de fruta pelada ya, ofrecida por una mano invisible y el pretexto
de tener que recoger los paños del patio para revelar confidencias entre dos.
Cuando no salía con los amigos, venía él también, pegado a los audífonos. Nos aislaba. Así hace ahora algunas mañanas, si pierde el autobús y lo
acompaño en el auto. Usa la música que se vierte en los oídos como cordón
espinado entre él y yo. A esa hora es tal vez más vulnerable, está más atento
a defender la distancia. Está todo él dentro de su chaquetón, alza el cuello,
aglomera la tela, y se vuelve inalcanzable. Mira obstinado hacia afuera, o el
dobladillo del pantalón, o los zapatos. Se aguanta hasta que le palidecen los
nudillos, para no ser proyectado hacia mí en las curvas a la derecha. En las
contrarias se pega al cristal con la cara y la espalda, tiene disponibles solo los
ángulos de mi parte, la cadera, el codo, en caso de que pierda el equilibrio y
caiga en su dirección. Frente a la escuela, casi no oigo el saludo, pero cierra la
puerta con insospechada delicadeza.
Hace algunos días nos encontramos en el portón a la hora de almorzar,
él con la mochila y yo con las pesadas bolsas de las compras. Me precedía
algunos pasos, masculló un medio “hola” de espaldas y dejó la puerta abierta
antes de subir. Pero, después, desembarazado de todo su lastre en el apartamento, bajó por las escaleras para ayudarme; tomó la bolsa de papas y la caja
de agua mineral que llevaba yo con un índice ya cianótico. Le dije gracias,
ninguna respuesta.
81 Bella mia
Tedesco
IIC Berlino
KIRSTEN M VON DER HEYDEN
Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura
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Er sitzt an seinem Platz mit seinem langmähnigen Kopf über dem Teller, der
Dampf der Brühe öffnet ihm die Poren seiner pickligen Haut und kräuselt den
langen, dünnen Flaum, der in Erwartung, Bart zu werden, planlos sprießt. Vom
Geräusch des Bestecks her glaube ich, dass er es wirklich benutzt, aber er isst viel
zu wenig. Er rührt ewig mit dem Löffel um und führt ihn halbleer zum Mund.
Unsere Blicke meidet er, er weiß, dass wir ihn beobachten und ihm die Proteine
zählen, die, die er zu sich genommen hat, und die, die er auf dem Teller lässt.
Er kaut Stillschweigen.
Es gelingt mir nicht, ihn ganz zu lieben, diesen Jungen. Hoch gewachsen,
dürr, ein Körper von kantigen Linien und nirgendwo Rundungen, eine unerwartete Schwäche in der Formung der Beine, genau unter dem Knie. Die Großmutter behandelt ihn immer noch wie ein Kind, und ich, ich weiß nicht, wie ich
mich verhalten soll. Er ist ein Heranwachsender, manchmal erscheint er jünger.
Es fiel mir leicht, Zärtlichkeit für ihn zu empfinden, als er ein Kind mit
dunklen Locken und herzförmigen Lippen war. Damals besaß er in Hülle und
Fülle den für die Kleinen notwendigen Liebreiz, um für die Erhaltung des Menschengeschlechts zu sorgen. Ich bestürmte ihn mit Küssen an den endlosen
Nachmittagen, die sie ihn mir in Obhut gaben. Er roch wie ein Tierjunges, nun
geschieht es, dass er einen strengen Achselgeruch oder einen lang andauernden
von fettigen Haaren hinter sich lässt, während er sich stumm bewegt. Wenn
er sich das T-Shirt auszieht, bietet sich eine Landschaft von hervorstehenden
Rippen von der einen und Wirbelknochen von der anderen Seite. Beugt er sich,
nimmt er die Stellung von jemandem ein, der gerade einen Ball in den Bauch
abbekommen hat. Von hinten erkenne ich ihn nicht immer von Weitem wieder,
er ist so eilig gewachsen.
Wir sitzen um diesen zusammengestückelten Tisch herum, der niemandem
von uns gehört. Jeder hatte seinen eigenen, die verwitwete Großmutter in ihrem
Haus im Dorf, ich im Zentrum der Stadt und er mit seiner Mutter nicht weit entfernt; sie beide waren vor anderthalb Jahren, als es passiert war, zurückgekehrt,
um hier zu leben. Nun leben wir zusammen, nur wir drei in der zugewiesenen
Wohnung. Er ist mein Neffe und der Enkel meiner Mutter.
Wir hätten das Erdbeben nicht gebraucht. Jeder besaß bereits seinen Kummer. Aber meine Schwester hatte sich gefreut, mit ihrem Sohn wieder zurückgekehrt zu sein, ein akzeptabler Notbehelf, wie sie sagte. Sie eignete sich wieder
die Orte, die abgebrochenen Beziehungen, das verlangsamte Tempo an. Sie milderte sofort diesen Einschnitt ab.
An den Sonntagnachmittagen im Winter tranken wir bei unserer Mutter Kaffee, während wir unter dem niedrigen Esszimmerleuchter saßen. Sie verwöhnte
uns mit einer Praline, die wir wie zufällig neben der dampfenden Tasse fanden,
später die Schale mit geschältem Obst, von einer unsichtbaren Hand gereicht,
dann der Vorwand, die Wäsche im Hof abnehmen zu müssen, um die Vertraulichkeiten zu zweit zu ermöglichen.
Wenn er nicht mit Freunden ausging, kam auch er, an den Kopfhörern hängend. Er isolierte uns. So macht er es jetzt an manchem Morgen, wenn er den
Bus verpasst und ich ihn mit dem Auto mitnehme. Er benutzt die Musik, die in
seine Ohren strömt, wie einen Stacheldraht zwischen mir und ihm. Zu dieser
Stunde ist er vielleicht verletzlicher, noch mehr darum bemüht, den Abstand zu
wahren. Er versinkt völlig in seiner Winterjacke, schlägt den Kragen hoch, lässt
den Stoff noch dicker erscheinen und wird unerreichbar. Er schaut hartnäckig
hinaus oder auf den Hosensaum oder die Schuhe. Er krallt sich fest, bis die
Knöchel weiß werden, nur um nicht von den Rechtskurven gegen mich geworfen zu werden. Bei den entgegengesetzten klebt er mit Gesicht und Schulter an
der Scheibe, in meine Richtung hält er nur die knochigen Kanten, die Hüfte,
den Ellenbogen, bereit, für den Fall, dass ich mich in seine Richtung bewege.
Vor der Schule höre ich kaum den Abschiedsgruß, die Tür schließt er aber mit
unvermutetem Feingefühl.
Vor einigen Tagen haben wir uns zur Mittagszeit vor der Tür getroffen, er mit
Rucksack und ich mit schweren Einkaufstaschen. Er ging mir einige Schritte voraus, brummte ein halbes Hallo über die Schulter und ließ die Tür offen, bevor er
hinaufging. Aber dann, nachdem er seinen Ballast oben abgeworfen hatte, kam
er die Treppen wieder herunter, um mir zu helfen. Er nahm den Sack Kartoffeln
und die Packung Mineralwasser, die ich mit einem bereits blau angelaufenen
Zeigefinger hielt. Ich sagte ihm Danke, keine Antwort.
82 Bella mia
Ucraino
IIC Kiev
NASTIA GAIDARZHY
VITALII GURA
RITA IASTREBNAIA
DZHAMILIA MYINIA
Università Nazionale I. I. Mechnikov
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Он сидел за обедом, уткнувшись головой в тарелку. Горячий пар от
супа заставил покраснеть его далеко не идеальную подростковую кожу
и завил мелкие волоски будущей бороды на его лице. По звуку столовых
приборов можно было подумать, что он охотно кушает, но это не так.
Подолгу перемешивая еду, он несет ко рту наполовину пустую ложку.
Он старается не смотреть нам в глаза, потому что знает, что мы за ним
наблюдаем и видим, что съел он мало. Жует медленно.
Он больше меня не умиляет: высокий, худощавый, перекошенный, с
ужасно тонкими ногами. Для бабушки он все еще ребенок, я же еще не
решила, как к нему относиться. Он подросток, но иногда ведет себя как
дитя. Когда он был ребенком, я испытывала к нему нежность, смотря на его
тёмные локоны и ротик в форме сердечка. Я просто зацеловывала его в те
многочисленные вечера, когда меня просили посидеть с ним дома. Милое
существо, напоминавшее щеночка, превратилось в вечно молчащего
подростка с характерными запахами и подолгу немытой головой. Когда
он снимает рубашку, виднеются выпирающие ребра и позвоночник. Он
сутулится так, как будто ему заехали мячом в живот, а растет так быстро,
что со спины его не всегда можно узнать.
Мы сидим за столом, который нам не принадлежит. У каждого был
свой собственный дом. Бабушка овдовела и жила в деревне, я – в центре
города, и он вместе с мамой неподалеку. Они приехали сюда полтора года
назад после того, что случилось. Теперь мы живем втроем в полученной
квартире, а с нами – мой племянник, мамин внук.
Нам и без землетрясения хватало проблем. Но моя сестра была счастлива,
когда она приехала сюда со своим сыном. Она быстро осваивалась на
новом месте и не думала о том, что утеряно навсегда и сколько еще это
продлится. Она умела разрядить обстановку.
В зимние воскресенья после обеда мы обычно пили кофе, приготовленный
мамой. Мы сидели в столовой под низко висящей люстрой. Мама баловала
нас шоколадными конфетами, которые якобы случайно находила возле
чашки, а затем, будто невидимой рукой, подносила нам корзинку с уже
очищенными фруктами. После она звала меня во двор под предлогом
развесить белье, но на самом деле так мы с ней вдвоём секретничали.
Когда он не гулял с друзьями, то сидел дома в наушниках. Он всегда был
в наушниках и не обращал на нас внимания. Он ведет себя точно так же и
сейчас, если не успевает на автобус, и я подвожу его до школы на машине.
Музыка в его наушниках выступает чем-то вроде колючей проволоки,
ограждающей нас. В такие моменты, наверно, его осторожность достигает
максимума, и он любым способом пытается оградить своё личное
пространство. Он по уши окунается в куртку, приподнимает воротник,
и таким образом, закутавшись, считает себя невидимым. Всю дорогу он
сидит, тупо уставившись на свою обувь и края брюк. Он держится за ручку,
чтобы при повороте машины направо случайно не приблизиться ко мне.
Держится он так сильно, что даже пальцы белеют. На поворотах налево
он приклеивается лицом и правым плечом к стеклу, а для защиты в случае
моего приближения к нему служат левые бедро и локоть, выставленные
в мою сторону. Я почти не слышу, как он прощается со мной, когда мы
подъезжаем к школе, но дверь он закрывает на удивление аккуратно.
На днях мы с ним столкнулись у входа в подъезд, когда возвращались на
обед. На нём висел рюкзак, а у меня руки были заняты тяжелыми сумками с
продуктами. Он шел немного впереди меня, перед этим пробормотав едва
понятное «привет» из-за собственной спины и затем, оставив входную
дверь открытой, поднялся к себе. Оставив рюкзак, он спустился вниз,
чтобы помочь мне. Он взял пакет с картошкой и упаковку воды, которая
висела на моём онемевшем указательном пальце. Я сказала «спасибо».
Ответа не последовало.
Gipi
83 Non dirmi che hai paura
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Una storia
COCONINO PRESS
Gipi, Gianni Pacinotti (Pisa, 12 dicembre 1963), è un fumettista, illustratore e regista italiano.
Le Graphic novel di Gipi sono pubblicate in Italia da Coconino Press, e sono tradotte in molti
paesi, tra cui Francia, Spagna, Germania e Stati Uniti.
Una storia © 2014 Gipi
ISBN 978 8876182495
[email protected]
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84 Una storia
Armeno
Ambasciata d’Italia a Erevan
EMMA HAIRAPETYAN
Università Statale di Erevan
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85 Una storia
Bulgaro
MARIA PEEVA
Liceo Bilingue di Gorna Bania
Нека да поговорим
за анатомия.
Дай ми сложни отговори
Слъзните жлези
Моля те.
Когато старата жена (старицата) се
видi в огледалото
Например.
Колко
съм стара!
Каза.
Но излъга.
- Старицата, до
колкото беше стара
не можеше да се
види като такава.
Беше невъзможно за нея.
Знаеш ли защо ние
продължаваме да изпълняваме
процедурите за безопасност и
вътрешна сигурност?
IIC Sofia
Отворена скоба.
Щях да кажа:
„Защото природата е
благосклонна”. Щях
да кажа тази глупост.
Затворена скоба.
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86 Una storia
Filippino
Ambasciata d’Italia a Manila
CLASSE DI ITALIANO 80
Università delle Filippine
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87 Una storia
Francese
IIC Rabat
NOUFEL MAALAL
ZAHIRA HADDAD
Scuola Italiana Paritaria « Enrico Mattei »
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88 Una storia
Portoghese
IIC San Paolo
CLARA SALVADOR
PEREIRA DA COSTA
Università di San Paolo
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89 Una storia
Spagnolo
IIC Buenos Aires
CREMONA DI LORENZO
GARCIA IGLESIAS
Casa Beatrice - Centro Dante Alighieri
di Rosario
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90 Una storia
Spagnolo
IIC Buenos Aires
INNOCENTI RINALDI
Casa Beatrice - Centro Dante Alighieri
di Rosario
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91 Una storia
Spagnolo
IIC Buenos Aires
PORTERO GARCIA SAPPIA
Casa Beatrice - Centro Dante Alighieri di
Rosario
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92 Una storia
Spagnolo
IIC Buenos Aires
RINALDI GAGLIARDO GARCIA SELETTI
Casa Beatrice - Centro Dante Alighieri
di Rosario
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93 Una storia
Spagnolo
IIC Buenos Aires
MILENA APONTE
DULCINEA CORDOBA MACULAN
AGUSTINA DUCAU SALERNO
FLORENCIA DAPIAGGI
OLIVIA TADINI
Centro Culturale Alessandro Manzoni
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94 Una storia
Spagnolo
IIC Buenos Aires
LUCAS MIGLIACCIO
MATIAS MINADEO
FACUNDO BAEZ
MARCOS GODOY
Istituto Giuseppe Verdi
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95 Una storia
Spagnolo
IIC Buenos Aires
AGUSTIN SUAREZ ECLECIA
MARTIN MACIEL
GONZALO SANCHEZ
NEHUEN GOMEZ
Istituto Giuseppe Verdi
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96 Una storia
Spagnolo
IIC Buenos Aires
GIULIANA PERCHIVALE
EUGENIA GOMEZ
LUDMILA TUAMA
CELESTE FLORENTIN
MELANY POPOFF
MIGUEL PERCHIVALE
LAUTARO ROMERO
Istituto Giuseppe Verdi
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97 Una storia
Spagnolo
IIC Buenos Aires
BRENDA GRAMAJO
SOLANGE GRAMAJO
ELIANA RODRIGUEZ
EVELYN MEDINA
MAGALI PROVENZANO
Istituto Giuseppe Verdi
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Marco Magini
98 Non dirmi che hai paura
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Come fossi
solo
Giunti
La rievocazione del massacro e del successivo processo presso il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia è affidata a tre voci che si alternano
in una partitura ben scandita. La voce del magistrato spagnolo Romeo González che rievoca lo svolgersi del processo, evidenziando le motivazioni non
sempre etiche e limpide che determinano una sentenza. Nell’eterno dibattersi
tra ubbidire a leggi fratricide o ribellarsi appellandosi ai diritti inviolabili
dell’uomo, viene fuori solo un’immagine povera e burocratica dell’esercizio
della legge. Al giudice González si affiancano le voci di Dirk, casco blu olandese di stanza a Srebrenica, rappresentante del contingente Onu colpevole
di non avere impedito la strage, e quella del soldato serbo-croato Drazen
Erdemovic, vero protagonista della storia, volontario nell’esercito serbo, che
fu l’unico a confessare di avere partecipato al massacro, l’unico processato e
condannato.
Dirk
Vorrei non dovermi ancora una volta svegliare in mia compagnia.
Mi alzo e mi faccio la barba.
Sono passate le undici e anche stamani non ho salutato i bambini prima
che andassero all’asilo. Mi gira la testa, avanzo incerto verso il bagno che ha
un odore chimico di lavanda.
Christine.
Ha affogato nel deodorante l’odore di vomito di ieri sera. Potesse, darebbe
una spruzzatina anche sul resto della nostra vita. Più la vedo e più mi fa
schifo. Le canzoncine della buonanotte cantate ai bambini, il suo aggiungere caro, tesoro, alla fine di ogni frase, fanno sembrare tutto ancora più
sfacciatamente patetico.
Mi gira la testa. Mi siedo sulla tazza per pisciare in modo da non perdere
di nuovo l’equilibrio. Lo spazzolino, il dopobarba, la crema per il viso: ogni
singolo oggetto si trova esattamente dove si è sempre trovato e dove sempre
si troverà. Mi tiro su: è solo l’immagine riflessa nello specchio a essere fuori
posto in questo cazzo di bagno.
Esco per allontanare i pensieri.
Afferro la prima maglietta che trovo nell’armadio e vado verso la cucina.
Immancabile un biglietto mi aspetta sopra il tavolo.
Buongiorno tesoro,
c’è della frutta in frigo, mangiala insieme allo yogurt.
Ho fatto anche del polpettone, mangialo per pranzo che ti piace.
Ti amo,
Chris.
Apro il freezer e prendo del ghiaccio per farmi un gin tonic.
Fuori il vicino taglia l’erba del prato. Da quando si sono trasferiti sembra
che non abbiano altro a cui pensare. Avrà più o meno settant’anni, è grasso, suda, la gora ormai scura sulla schiena e sotto le ascelle. Mi stanco ben
presto di quello spettacolo, mi faccio un altro gin tonic e entro incerto nel
salone.
È solo in quel momento che la vedo.
Come cazzo le è venuto in mente?
Le mensole ai lati del televisore, quelle dove tenevamo i souvenir dei
nostri viaggi, sono adesso riempite di foto, foto ben inquadrate in cornici
d’argento. Foto di quando eravamo fidanzati, foto del nostro matrimonio,
foto dei bambini, foto di me in divisa il giorno del diploma all’accademia
militare.
Ha stravolto la disposizione del nostro soggiorno.
Accendo e mi metto in poltrona.
I programmi della mattina ti fanno sentire solo al mondo, oppresso tra
repliche e serie per casalinghe. Bevo a piccoli sorsi, giocherellando con il
ghiaccio.
Marco Magini è nato ad Arezzo nel 1985. Si è laureato in Politica Economica Internazionale
alla London School of Economics. Per motivi di studio e di lavoro ha vissuto in Canada, Stati
Uniti, Belgio, Turchia e India. Oggi vive e lavora a Zurigo dove si occupa di cambiamento
climatico ed economia sostenibile. Con il romanzo Come fossi solo è stato finalista al Premio
Calvino 2013, menzione speciale della giuria.
Come fossi solo © 2014 Marco Magini
ISBN 978 8809994478
[email protected]
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99 Come fossi solo
Armeno
Ambasciata d’Italia a Erevan
ARPI GASPARYAN
Università Statale a Erevan
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Կուզենայի ստիպված չլինել ևս մեկ անգամ արթնանալ ինքս ինձ հետ:
Արթնանում եմ և սափրվում:
Տասնմեկն անց է, և այս առավոտ էլ չողջունեցի երեխաներին նախքան
նրանց մանկապարտեզ գնալը: Գլուխս պտտվում է, անվստահ քայլերով գնում
եմ դեպի լոգարան, որը լցված է նարդոսի ծանր հոտով:
Դե, իհարկե, Քրիստինը երեկ երեկոյան իր փսխուքի գարշահոտությունն է
չեզոքացրել դեզոդորանտով: Եթե նրա կամքով լիներ, կչեզոքացներ նաև մեր
հետագա համատեղ կյանքը: Որքան շատ եմ տեսնում նրան, այնքան ավելի
եմ գարշում նրանից:
Թե՛ երեխաների համար երգած նրա օրորոցայինները, և թե՛ այն, որ ինձ
ուղղած ամեն նախադասության վերջում ավելացնում է <թանկագինս>,
<գանձս>, հանդգնության հասնող սրտառուչ են դառնում։
Գլուխս պտտվում է: Նստում եմ զուգարանակոնքին` միզելու, որպեսզի
նորից չկորցնեմ հավասարակշռությունս: Ատամի խոզանակը, սափրվելու
լոսիոնը, դեմքի քսուքը. այդ իրերից յուրաքանչյուրը ճիշտ այնտեղ է, որտեղ
պետք է լինի և որտեղ միշտ կարելի է գտնել դրանք: Տեղիցս վեր եմ կենում.
այս անիծյալ լոգարանում հայելուց այն կողմ ինձ է նայում իր տեղում
չհայտնված ոմն մեկի պատկերը:
Դուրս եմ գալիս, որպեսզի շարունակեմ մտորել:
Զգեստապահարանից դուրս եմ քաշում առաջին պատահած վերնաշապիկը
և ուղղվում դեպի խոհանոց: Դե, իհարկե, այնտեղ` սեղանի վրա ինձ մի
երկտող է սպասում:
<Բարի օր, գանձս:
Սառնարանում միրգ կա, կեր այն յոգուրտով:
Պատրաստել եմ նաև մսով գնդիկներ. կե՛ր այն ճաշին, ինչպես որ քեզ դուր
է գալիս:
Սիրում եմ քեզ:
Քրիս>:
Բացում եմ սառցարանը, սառույց եմ հանում, որպեսզի ջին տոնիկ
պատրաստեմ:
Դրսում հարևանը այգու խոտն է կտրում: Ինչ այստեղ են տեղափոխվել,
թվում է` որևէ այլ հոգս չունեն: Մոտ յոթանասուն տարեկան կլինի, գեր
է, հաճախ է քրտնում, մեջքին և անթացուպերում արդեն մուգ դեղնավուն
հետքեր կան: Շատ շուտ հոգնելով այդ տեսարանից` ինձ համար ևս մի ջին
տոնիկ եմ պատրաստում և անվստահ մտնում հյուրասենյակ:
Ու հենց այդ պահին է, որ նկատում եմ դա:
Ա՜յ քեզ բան, գրողը տանի, ոնց էլ այդպիսի միտք է ծագել նրա գլխում:
Հեռուստացույցի կողքի գրադարակները, որտեղ մեր
ճանապարհորդություններից բերված հուշանվերներն էինք պահում, այժմ լի
են արծաթե շրջանակների մեջ դրված լուսանկարներով: Մեր նշանադրության
լուսանկարը, մեր պսակադրության լուսանկարը, երեխաների նկարները,
համազգեստով իմ լուսանկարը` արված զինվորական ակադեմիայի դիպլոմը
ստանալու օրը:
Ամբողջ հյուրասենյակի դասավորությունը տակնուվրա է արել:
Միացնում եմ հեռուստացույցը և նստում բազմոցին:
Առավոտյան հեռուստածրագրերը կրկնվող ցուցադրություններով և տնային
տնտեսուհիների համար նախատեսված սերիալներով ճնշում են քեզ և
ստիպում մեն-մենակ զգալ աշխարհում: Խմում եմ ումպ առ ումպ` գավաթի
մեջ պտտեցնելով սառույցը:
100 Come fossi solo
Bulgaro
IIC Sofia
RAIKO BELOPITOV
REGHINA MARINOVA
Liceo Bilingue “Gorna Bania”
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Бих искал да не ми се налага да се събуждам още веднъж в
моята компания.
Събуждам се и се обръсвам.
Вече мина единадесет часа и отново не поздравих децата
преди да тръгнат за детската градина. Вие ми се свят, отправям
се неуверено към банята, в която мирише на химически аромат
на лавандула.
Кристин.
Удавила е миризмата на снощното повръщане в дезодорант.
Ако можеше щеше да го изпръска и за остатъка от нашия
живот. Колкото повече я гледам, толкова по-гадно ми става.
Песничките й за лека нощ, които пее на децата, нейните „скъп”,
„миличък”, в края на всяко изречение, карат всичко да изглежда
още по-патетично.
Вие ми се свят. Сядам на тоалетната чиния, за да пишкам без да
губя баланс отново. Четката за зъби, лосионът за след бръснене,
кремът за лице: всеки един предмет се намира точно, където
винаги се е намирал и където винаги ще се намира. Изправям
се: само въображението, отразено в огледалото е извън реда в
тази шибана баня.
Излизам, за да премахна мислите си.
Добра идея, Кристин.
Връщам се в кухнята, напълвам ледарката и взимам бутилка
джин. Прескачам от един на друг канал, като че ли търся
наистина нещо определено. Най-накрая попадам на състезание
с велосипеди. Още са далеч от финала, за да привлекат някакво
внимание, но все пак увеличавам звука максимално с надеждата,
че гласът на коментатора ще замести тишината, която е в
главата ми.
Бъркам.
Неподвижен до екрана, този „аз” от преди много години ме
гледа усмихнат. Пия и се опитвам да го игнорирам, но той
продължава да се взира у мен. Какво по дяволите се усмихваш?
Ставам, пия едн глътка и поглеждам навън през прозореца с
надеждата да се разсея. Съседът се е върнал и на улицата цари
спокойствието на една делнична сутрин както като при всички
други.
Въпреки, че не го гледам, знам, че той ме зяпа. И се смее.
Обръщам се и поглеждам снимките.
Аз и Кристин, туко-що запознали се, в къмпинга на брега
на езерото; аз и Кристин в деня на нашата сватба, двама
издокарани младежи и после, децата, които растат рамка след
рамка. Страхотна идея си имала, Кристин.
Ето я накрая. Снимката от деня на дипломирането, ето ме в
униформата, фукайки се с тази глупава усмивка: „ Готов съм да
служа на родината си ” . Взимам я на ръце.
„ Какво се смееш? Какво се смееш? Какво толкова има, за да се
смееш? ” – прошепвам с ненавист.
101 Come fossi solo
Cinese
LIU ZHENGQI
Università di Comunicazione della Cina
我宁愿别再独自醒来。
起床,刮胡子。
十一点已过,孩子们去了幼儿园,我又没有在他们出门前道
别。头很晕,我摇摇晃晃地起身,朝散发着洗涤剂味道的厕
所走去。
克里斯汀。
她已经将昨天晚上呕吐的味道用除臭剂彻底掩盖了。如果
可以的话,她会将我们余下的生命都清洗一番。我看她越多,
就越恶心。唱给孩子们的晚安歌谣,每句话结尾都会加上“
亲爱的”、
“宝贝”,这些行为看起来就更有一种恬不知耻的
可怜劲儿了。
头很晕。我坐在抽水马桶上撒尿,为的是不要再次失去平
衡。牙刷,须后水,洗面奶……每一样东西都在它平常待着的
地方,也将会继续待在那儿。我站起身来:认为这见鬼的厕所
变得混乱,不过是镜中反射的幻想而已。
为了远离胡思乱想,我走了出去。
我穿上了从衣柜里找到的第一件衣服,走向厨房。果然,一
张便条在桌上等着我。
“宝贝早上好,
冰箱里有水果,要和酸奶一起吃。
我还做了乱炖,如果喜欢的话午饭时吃。
我爱你
克里斯。”
IIC Pechino
我打开了冷藏室,拿出冰块给自己弄一杯金汤力。
邻居在外面草坪上除草。自打他们搬来以后,除了这件事似
乎再没有别的事干了。他应该有70岁了,胖胖的,滴着汗,汗水
把背后和腋下的衣服都打湿了。很快我就对这一幕厌倦了。喝
完第二杯金汤力,我摇摇晃晃地进了客厅。
直到这时我才看见她。
我他妈的是怎么想到她的?
电视两侧的架子,我们原本是想用来摆放旅途收获的纪念
品的,现在摆满了照片,被精心地嵌在银相框里的相片。当我
们还在谈恋爱时的照片、婚礼的照片、孩子们的照片、我穿着
制服从军校毕业那天的照片……
她弄乱了起居室的布置。
我点了根烟,坐在沙发上。
早晨的电视节目让你感觉在世上孤苦伶仃,夹在为家庭主
妇准备的电视剧和反复播出的节目中。我小口的啜着酒,漫不
经心地摆弄着冰块。
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102 Come fossi solo
Cinese
WANG TING
Università Studi Internazionali Sichuan
我再也不想一个人醒来,哪怕一次。
我起床,刮了胡子。
现在已经过了十一点了,像往常一样,我又一次没能在孩子
们去幼儿园之前,与他们告别。我感到头晕,摇摇晃晃地朝
卫生间走去,那里散发着薰衣草香精的味道。
克里斯汀。
昨天晚上,她在这里喷了很多空气清新剂,来消除呕吐物
难闻的味道。假如可能的话,她也会在我们余下的生活里来
点清新剂。我越想,就越觉得恶心。我想起了她给孩子们唱
的安眠小曲,她总喜欢在每个句子后面,都加上“亲亲”、
“
宝贝”一类的词,这似乎让一切显得更加无耻造作。
我头晕,为了防止失去平衡,我坐在马桶上撒尿。牙刷、须
后水、面霜:每样东西都准确无误,摆放在它们该待的地方:
以前在那里,将来也一样。我站起身:只是镜子里照出的面
孔,与这该死的卫生间格格不入。
为了远离那些想法,我从卫生间走了出来,
我从衣橱里随便拿了件T恤穿上,然后向厨房走去。总是会
有一张便条在桌上等着我。
亲爱的,早上好,
冰箱里有水果,你可以和酸奶一起吃。我还做了丸子,如果
你喜欢的话,可以当午餐。
爱你,
克里斯
IIC Pechino
我打开冰箱,拿了点冰块,放杜松子酒里。
屋外,邻居正在修剪草坪。自从他们搬到这里以来,好像除
了修剪草坪,从来都没别的事情可做。他看起来差不多有七
十岁,有些肥胖,流下来的汗水浸湿了后背和腋窝。我很快就
对这个“节目”失去了兴趣,又倒了杯杜松子酒,摇摇晃晃地
走进客厅。
只有在这时候,我才看到了它。
妈的,她是怎么想的?
电视机旁边的架子,以前,是我们摆放旅行纪念品的地方,
现在,那上面却摆满了照片,照片都装在银质边框里:我们订
婚、结婚时的照片,孩子们的照片,我从军校毕业那天穿军装
的照片。
她打乱了我们客厅原来的布置。
我点了支烟,坐在沙发上。
早晨的电视,永远都是给家庭主妇看的,那些不断重复播
放的连续剧,会让你感到压抑,感到自己在这个世上孤身一
人。我小口地抿着酒,晃动着杯子里的冰块。
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103 Come fossi solo
Cinese
KONG YAYA
Università di Lingue Straniere
Zhejiang Yuexiu
我希望有一天我不必再在我的公司醒来。
起床然后刮胡子。
时间到11点了,今早在孩子们在上幼儿园之前,我还没跟他
们打过招呼。我头晕,迟疑地迈步走向浴室,那里还残留着薰
衣草的气味。
克里斯汀。
她为除掉昨晚呕吐物的臭味喷了好多香水。如果可能,但
愿能在我们的余生中还喷点香水。我越看她,也就愈发厌恶
她。歌她唱给给孩子们的摇篮曲的每一句末尾都加上了“亲
爱的,我的宝贝”更显得她那么矫揉造作。
我头晕。坐在马桶上小便,以免再次失去平衡。刷子,须后
水,脸霜:每件物品都各守其位,过去、现在、将来将总是呆
在那里。我起身而立:只是在这个糟糕的浴室里镜子反射的
形象是不合时宜的。
我决定出门,以打消这些想法。
我从衣柜里面抓起看到的第一件T-恤,然后去了厨房,那
里桌上必然有一张条子在静静地等着我。
“早安,亲爱的,
冰箱里有一些水果,和酸奶一起吃吧。
我还做了你喜欢的肉丸子,你可以当午饭吃。
我爱你,
克里斯。
IIC Pechino
我打开冷冻室,取出一些冰块,放在我的杜松酒里。
窗外,我的邻居正在割草,自从他们搬到这里,似乎没有其
他可以想的事情。他大概七十岁上下,肥胖,背上和腋窝的汗
渍清晰可见。我很快就看够了这些繁琐的事情,给自己做了另
外一份杜松酒,踌躇地进入客厅。
只有在这时,我才看到她。
她他妈的到底是怎么想的?
电视机两侧柜子上,原来摆着我们旅行带回来的纪念品,
而现在却充斥着照片,它们都很好地镶嵌在银色的相框里
面。我们结婚时的照片,我们孩子们的照片,我那天在军校毕
业穿着制服的照片。
她彻底打乱了我们客厅的安排。
我点燃一支烟,坐在单人沙发上。
上午的计划让你感受到这个世界的孤独,受到家庭主妇们
的反对和一系列的压迫。
我喝了一小口杜松酒,晃了晃杯中的冰块。那些照片......
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104 Come fossi solo
Coreano
KIM SU WAN
Università di Studi Stranieri di Busan
나는 또 다시 나 혼자 깨어나지 않기를 바란다.
나는 일어나서 면도를 한다.
열한 시가 지나갔고 심지어 나는 오늘 아침 아이들이 유치원에 가기 전에 인사도 하
지 못했다. 머리가 어지럽다. 라벤더의 화학향이 화장실에 희미하게 남아있다.
크리스틴.
그녀는 어제 저녁의 구토 냄새를 탈취제로 감추었다. 할 수만 있다면, 그녀는 우
리의 남은 삶에도 탈취제를 뿌려 댈 것이다. 그녀를 보면 볼 수록 나는 더 짜증이 난
다. 아이들에게 자장가를 불러주면서 각 소절 끝에 ‘사랑하는 보물’을 덧붙이는 것. 그
모두가 뻔뻔스러울 정도로 감상적으로 보인다.
머리가 어지럽다. 나는 다시 균형을 잃지 않을 자세로 소변을 보기 위해 변기 위
에 앉는다. 작은 솔, 애프터 쉐이브 로션, 얼굴 전용 크림. 각각의 물건은 항상 있어왔
고 항상 있을 곳에 정확히 놓여있다. 나는 기분이 좋아진다. 나 자신만이 이 빌어먹
을 화장실 안 거울에서 반사되는 헝클어진 유일한 이미지이다.
나는 생각들을 떨쳐버리기 위해 밖으로 나간다.
나는 옷장 안에서 처음 잡히는대로 티셔츠를 꺼내 입고 부엌 쪽으로 간다. 여지없
이 쪽지가 식탁 위에서 나를 기다린다.
좋은 아침, 보물.
냉장고 안에 과일이 있어, 요거트와 함께 먹어.
미트로프도 만들었어, 네가 좋아하는 것으로 점심때 먹어.
사랑해,
크리스.
IIC Seoul
나는 진 토닉 한 잔을 만들기 위해 냉장고를 열고 얼음을 꺼낸다.
밖에 이웃은 풀밭의 잔디를 깎는다. 그들은 이사 온 때부터 다른 생각은 없는 사람
처럼 보인다. 70살쯤 되어 보이는 그는 뚱뚱하고 땀을 흘리곤 하는데, 등판과 겨드랑
이가 이미 땀으로 젖어있다. 그 모습에 나는 벌써 피곤해진다. 나는 또 다른 진 토닉
을 만들어서 비틀거리며 거실로 들어간다.
그녀를 보는 유일한 순간이다.
도대체 어떻게 그녀 마음에 들었던 것일까?
우리가 여행하며 수집한 기념품들을 보관하는 텔레비전의 측면 선반은 지금 실버
프레임에 보기 좋게 들어앉은 사진들로 가득 차 있다. 우리의 약혼식 사진, 결혼식 사
진, 아이들 사진, 사관학교 졸업식 날 제복 입은 나의 사진.
그녀는 우리의 생활 방식을 뒤집어놓았다.
나는 텔레비전을 켜고 안락의자 안에 파묻혔다.
아침의 프로그램들로 인해 나는 세상에서 혼자라고 느끼게 되고 재방송과 주부들
이 보는 아침 연속극 사이에서 스트레스를 받는다. 나는 얼음 든 잔을 놀리면서 진 토
닉을 홀짝인다.
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105 Come fossi solo
Filippino
ITALIANO 60
Università delle Filippine
Kahit isang beses lang hindi ko gustong magising sa piling ko.
Bumangon ako at nag-ahit ng balbas.
Pasado alas onse na at hindi ko rin nabati ang mga bata kaninang umaga
bago sila nagtungo sa paaralan. Nahihilo ako, nagpagewang-gewang ako
patungo sa banyo na amoy kemikal na bulaklak ng lavander.
Christine.
Nilagay niya iyon upang matakpan ang amoy ng suka kagabi. Kung pwede
lang, lalagyan ko rin ng kaunti nito ang aming mga buhay. Sa bawat nakikita
ko, lalo akong naduduwal. ‘Yong mga pang-hele sa mga bata na kinakanta
tuwing gabi, na dinadagdagan ng “baby” o “darling” sa dulo ng bawat linya,
ay pinagmumukhang lalong kahiyahiya at kahabag-habag ang lahat.
Nahihilo ako. Umupo ako sa kubeta para umihi, para lang hindi na naman
ako mawalan ng panimbang. ‘Yong sipilyo, ‘yong ___, ‘yong ___; bawat bagay ay nakalagay kung saan sila mahahanap dati – at kung saan sila parating
mahahanap. Tumayo ako. Tanging ang anyo ko sa salamin ang wala sa lugar
dito sa putanginang banyong ito.
Lumabas ako para itaboy ang mga naiisip.
Kinuha ko ang pinakaunang kamiseta na makita ko sa aparador at pumunta ako sa kusina. Hindi maiiwasan na ang isang sulat ang naghihintay
sa akin sa ibabaw ng mesa.
Ambasciata d’Italia a Manila
Magandang umaga mahal,
May prutas sa ref, kainin mo ito kasama ang yogurt.
Ginawa ko rin ang meatloaf na gusto mo, kainin mo ito para sa tanghalian.
Mahal kita,
Chris.
Binuksan ko ang freezer at kumuha ako ng yelo para gumawa ng gin at
tonik. Sa labas, naggugupit ng damo ang kapitbahay. Mula nang lumipat
sila, parang wala na silang ibang iniisip pa. Siya ay mahigi’t kumulang pitumpu’t taong gulang, mataba, pinagpapawisan at ang dungis ay sumusuot
na sa likod at ilalim ng kili-kili. Ako’y nagsawa agad sa palabas na ito, kaya
ginawan ko uli ang sarili ng isa pang gin at tonik, at may pagdududang pumasok sa sala.
Doon lang sa oras na iyon ko nakita ito.
Punyeta, paano ba ito pumasok sa isipan?
Ang mga estante sa tabi ng telebisyon, kung saan namin nilalagay ang mga
pasalubong mula sa aming bakasyon, ay puno na ng mga litratong nakakuwadro sa pilak. sang litrato noong tayo’y nagkatipan Isang litrato ng ating
kasal Isang litrato ng ating mga anak Isang litrato kung saan ako’y nakauniporme noong araw na ako’y nagtapos sa akademyang military.
Sinira nito ang disposisyon ng ating bakasyon.
Binuksan ko ang telebisyon at umupo ako sa silya.
Dahil sa mga programa sa umaga, nararamdaman ko na ako’y nagiisa sa
mundo, Inaabuso, tulad ng mga tao sa mga teleseryeng para sa maybahay.
Uminom ako ng konti, pinaglaruan ko ang yelo.
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106 Come fossi solo
Francese
NOURA FOUQADE
IMANE MOHAMADI
Scuola Italiana Paritaria
‘’Enrico Mattei’’
Je ne voudrais pas me réveiller encore une fois en ma compagnie.
Je me lève et je me rase la barbe. Il est déjà onze heures et encore
une fois ce matin je n’ai pas salué mes enfants avant qu’ils partent à
la crèche. Je suis étourdi, j’avance incertain vers les toilettes qui ont
une odeur de lavande.
Christine.
L’odeur de vomissement d’hier soir a noyé dans le déodorant. Si elle
pouvait, elle donnerait une vaporisation même sur le reste de notre
vie. Plus je la vois et plus elle me dégoute. Les berceuses chantées
aux enfants, sont ajout de cher, trésor, à la fin de chaque phrase, font
paraitre le tout ainsi plus que pathétique. Je suis étourdi. Je m’assois
sur la cuvette pour pisser de manière pour ne pas perdre l’équilibre
à nouveau. La brosse à dent, l’après-rasage, la crème pour le visage :
chaque objet se trouve exactement où il s’est toujours trouvé. Je me
lève : tout ça ce n’est que l’image reflétée dans le miroir à ne pas être
toujours à sa place dans cette merde de toilettes.
Je sors de la salle pour oublier mes pensées.
J’accroche le premier T-shirt que je trouve dans l’armoire et je vais
vers la cuisine. Sur la table l’inévitable message m’attends.
Bonjour chéri,
Il y a des fruits dans le réfrigérateur , mange-les avec du yogourt. J’ai
préparé de la viande hachée, mange-la pour le déjeuner.
Je t’aime
Chris.
IIC Barat
J’ouvre le réfrigérateur et je prends les glaçons pour me faire un gin
tonic. Dehors mon voisin tond la pelouse. Depuis qu’ils ont déménagé il parait qu’ils n’ont rien d’autre auquel penser. Il a plus au moins
soixante-dix ans, gros. Je me fatigue souvent tôt de cette scène, je me
fais un autre gin tonic et je rentre incertain dans le salon.
Et seulement à ce moment que je la vois.
Putain, comment elle a pu penser comme ça ?
Les étagères au bord de la télévision, sur lesquelles on gardait les
souvenirs de nos voyages, elles sont maintenant pleines de photos,
bien encadrés en argenté. Photos de nos fiançailles, photos de notre
mariage, photos de nos enfants, mes photos de la remise de diplôme
de l’Académie militaire en uniforme. Elle a bouleversée la disposition du salon. J’allume la télévision et je m’assois sur le fauteuil. Les
programmes du matin te font sentir seul au monde, opprimé entre
les répliques et les séries pour les femmes au foyer. Je bois à petites
gorgées, en jouant avec les glaçons.
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107 Come fossi solo
Lettone
INGUS MACATS
Università della Lettonia
Es gribētu vienreiz mūžā nepamosties savā ķermenī.
Pieceļos un noskujos.
Ir jau pāri vienpadsmitiem, un arī šorīt es neesmu atvadījies no
bērniem, pirms viņi dodas uz dārziņu. Man griežas galva; es nedroši
dodos uz vannasistabu, no kurienes vēdī ķīmiska lavandas smaka.
Kristīne.
Vakarvakara vēmekļu smārdu viņa ir noslīcinājusi gaisa atsvaidzinātājā. Ar to derētu apsmidzināt arī mūsu pārējo dzīvi. Jo vairāk es
uz viņu skatos, jo vairāk man no viņas metas nelabi. Bērniem uz nakti
dziedamās dziesmiņas un tas, kā viņa katra teikuma galā piekabina
mīļais vai dārgais, man liek vēl vairāk atskārst, cik šī dzīve ir bezkaunīgi nožēlojama.
Man griežas galva. Apsēžos uz poda, lai varētu pamīzt neapgāžoties. Zobu birste, losjons pēc skūšanās, sejas krēms – katra lieta stāv
tieši tur, kur tai jabūt un kur tā vienmēr būs. Pieceļos. Šeit neiederas
vienīgi mans atspulgs.
Izeju no nolāpītās vannasistabas, lai atkautos no uzmācīgajām
domām.
Paķeru pirmo kreklu, ko skapī atrodu, un dodos uz virtuvi. Mani
sagaida mūžīgā zīmīte uz galda.
Ambasciata d’Italia a Riga
Sveiks, dārgais!
Ledusskapī ir augļi, apēd tos kopā ar jogurtu.
Es uztaisīju arī viltoto zaķi, lai tev būtu, ko ēst pusdienās.
Mīlu,
Krisa.
Atveru saldētavu un izņemu ledu, lai sajauktu sev džinu ar toniku.
Ārā kaimiņš pļauj zāli. Kopš viņi šurp pārvākušies, liekas, ka nekas
cits viņus neinteresē. Kaimiņam ir apmēram septiņdesmit gadu, viņš
ir resns un svīst, uz muguras un padusēs jau izpletušies tumši pleķi.
Es no šīs izrādes nogurstu ātri, sajaucu sev vēl vienu džinu ar toniku
un aizklīstu uz koridoru.
Tikai tad es to beidzot ieraugu.
Kā gan viņai kas tāds ienācis prātā?
Plaukti abpus televizoram, kur stāvēja mūsu ceļojumu suvenīri, tagad pilni fotogrāfijām, kas ierāmētas sudraba rāmīšos, no laikiem,
kad bijām saderināti, no mūsu kāzām, bērnu bildes un viena, kur es
uniformā esmu nofotogrāfēts militārās akadēmijas izlaidumā.
Kristīne šeit visu apgriezusi kājām gaisā.
Ieslēdzu televizoru un apsēžos uz dīvāna.
Rīta raidījumi cilvēkam liek justies tā, it kā viņš būtu vienīgais pasaulē, jo no visām pusēm virsū spiežas atkārtojumi un mājsaimnieču
seriāli. Es dzeru maziem malkiem, dzenādams ledu šurpu turpu pa
savu glāzi.
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108 Come fossi solo
Russo
Ambasciata d’Italia a Minsk
ELIZAVETA CHEKRYZHOVA
Università Statale Bielorussa
torna al sommario
Хотелось бы больше никогда не просыпаться один на один с собой.
Я встаю и бреюсь.
Время близится к полудню и сегодня я опять не поцеловал детей
перед тем, как они пошли в сад. У меня начинает кружиться голова,
я неуверенно направляюсь в сторону уборной, пахнущую химией с
ароматом лаванды.
Кристина.
Она перебила освежителем вонь вчерашней блевотины. Если бы
могла, она бы освежила им и нашу жизнь. Чем больше я ее вижу, тем
больше она мне противна. Эти ее колыбельные, напеваемые детям, ее
привычка добавлять дорогой, милый в конце каждой фразы, из-за
этого всё кажется мне еще более жалким.
У меня ещё кружится голова. И я сажусь на унитаз , чтобы снова не
потерять равновесие. Зубная щетка, бальзам после бритья, крем для
лица – каждый предмет стоит именно на том самом месте, где всегда
стоял и где всегда будет стоять. Я встаю, вот только моё отражение в
зеркале кажется не к месту в этой чертовой уборной.
Выхожу, чтобы отогнать эти мысли.
Беру первую попавшуюся майку из шкафа и иду в направлении
кухни. Неизменная записка ждет меня на столе.
Доброе утро, милый,
В холодильнике есть фрукты, скушай их вместе с йогуртом.
Еще я приготовила мясной рулет. Скушай его на обед, он же тебе
нравится.
Люблю тебя,
Крис.
Открываю морозильник, чтобы взять льда для джин-тоника.
На улице сосед стрижёт газон. С тех пор, как они переехали, кажется,
что им больше не о чем думать. Ему около семидесяти, он толстый,
потеет, у него уже мокрая спина и подмышки. Я быстро устаю от этого
представления, делаю себе еще один джин-тоник и неуверенно вхожу
в гостиную.
И только в этот момент я вижу ее.
Какого черта ей пришло это в голову?
Полки около телевизора, где мы хранили сувениры из путешествий,
сейчас уставлены фотографиями: фотографиями, аккуратно
помещенными в серебристые рамки. Фото, где мы еще помолвлены,
фото со свадьбы, фото детей, моя фотография в форме в день выпуска
из военной академии.
Она испортила весь вид нашей гостиной.
Включаю телевизор и сажусь в кресло.
109 Come fossi solo
Russo
Ambasciata d’Italia a Minsk
ALEKSANDRA LESCHEVICH
ALEKSANDRA VASIL’EVA
TAT’JANA USTINOVICH
DAR’JA PAVLOVA
Università Statale Bielorussa
Не хотелось бы мне снова проснуться с таким человеком как я.
Я встаю и бреюсь.
Уже двенадцатый час и сегодня утром я опять не встал проводить
детей в детский сад. У меня кружится голова, неуверенным шагом я
направляюсь в ванную, где стоит едкий запах лаванды.
Кристина.
Она заглушила освежителем воздуха запах моей ночной блевотины.
Если бы она могла, то освежила бы им и всю нашу совместную жизнь.
Чем чаще я ее вижу, тем она мне противнее. Колыбельные, которые она
поет детям, эти ее постоянные дорогой, сокровище, в конце каждой
фразы, делают все еще более откровенно фальшивым.
У меня кружится голова. Я сажусь на унитаз, чтобы, писая, снова не
потерять равновесие. Зубная щетка, лосьон после бриться, крем для
лица: каждый отдельный предмет находится именно там, где он всегда
находился и где всегда будет находиться. Я встаю, только отражение в
зеркале не на своем месте в этой гребаной ванной.
Я выхожу, чтобы выбросить из головы все эти мысли.
Хватаю из шкафа первую попавшуюся майку, и иду на кухню.
Неизбежная записка как всегда ждет меня на столе.
Доброе утро, сокровище,
в холодильнике фрукты, съешь их с йогуртом.
Я приготовила твой любимый мясной рулет, съешь его на обед
Люблю тебя,
Крис.
Я открываю морозильную камеру и беру лед, чтобы сделать себе
джин тоник.
За окном сосед стрижет траву на лужайке. С тех пор как они сюда
переехали, кажется, им больше нечем заняться. Ему около семидесяти,
жирный, с темными пятнами пота на спине и под мышками. Я
быстро устаю от этого зрелища, делаю себе еще один джин тоник и
неуверенным шагом иду в гостиную.
И только сейчас я это замечаю.
Что за фигню она придумала?
На полках по бокам от телевизора, там, где мы держим сувениры
из наших поездок, сейчас полно фото, фото аккуратно вставленных
в серебряные рамки. Фото тех времен, когда мы только встречались,
фото нашей свадьбы, фото детей, фото, где я в форме в день окончания
военной академии.
Она абсолютно исказила дух нашей гостиной.
Я включаю телевизор и сажусь в кресло.
Утренние программы заставляют тебя чувствовать таким одиноким
в этом мире, увязшем в ток-шоу и сериалах для домохозяек. Я пью
маленькими глотками, играя кубиками льда.
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110 Come fossi solo
Russo
ANNA LINNIK
Università Statale Bielorussa
Как хотел бы я больше никогда не просыпаться в своей шкуре.
Я встал и побрился.
Пробило одиннадцать, сегодня утром я даже не попрощался с
детьми, прежде чем они пошли в сад. Голова идет кругом, я неуверенно
поплелся к ванной, где остался тяжелый аромат лаванды.
Кристина.
Она утопила в своем дезодоранте запах вчерашней тошноты. Будь у
нее возможность, она обязательно добавила бы каплю этой гадости и
к остатку нашей жизни. С каждым разом чувство отвращения к ней
у меня росло все больше. Колыбельные песенки, которые она пела
детям, добавляя в конце каждой фразы свое неизменное «милый»,
«сокровище», делали всё еще более пафосным.
Голова идет кругом. Я присел на унитаз, чтобы снова не
потерять равновесие. Зубная щетка, крем после бритья, лосьон для
лица – каждый предмет как всегда на своем месте и там же всегда и
будет. Я приподнялся: в зеркале было всего лишь отражение, которое
не должно находиться в этом чертовом месте.
Я вышел, чтобы развеяться.
Схватил первую попавшуюся под руки майку, которую нашел
в шкафу и пошел на кухню. Как всегда на столе меня ждала записка:
Ambasciata d’Italia a Minsk
Доброе утро, солнце.
В холодильнике есть фрукты, съешь их с йогуртом.
Я приготовила тефтели, можешь оставить их на обед, если
захочешь.
Люблю тебя,
Кристинка.
Я достал из морозилки лед, чтобы сделать себе джин-тоник.
За окном сосед косил газон. С момента их переезда сюда, казалось,
они ни о чем другом не думают. Ему около семидесяти, он жирный и
потный, даже спина и подмышки стали темными от пота. Я быстро
устал от этого шоу, сделал себе еще джин-тоника и неуверенно вошел
в зал.
И только в тот момент я увидел это.
Какого черта ей взбрело в голову?
Полки около телевизора, на которых находились сувениры
из наших путешествий, сейчас были заполнены фотографиями,
красиво оформленными в серебряные рамки. Здесь были фотографии
нашей помолвки, свадьбы, наших детей и даже фото где я в форме с
дипломом военной академии.
Она нарушила порядок в нашей гостиной.
Я включил телевизор и уселся в кресло.
Программы телепередач давали ощущение одиночества в этом мире,
угнетая ток шоу и сериалами для домохозяек. Я пил небольшими
глотками, поигрывая кубиками льда.
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111 Come fossi solo
Russo
TATIANA ZOLOTOVA
MARIA FLEROVA
ALEXANDRA LOBANOVA
Università Statale di San Pietroburgo
Вот бы мне больше не приходилось просыпаться наедине с самим
собой.
Я встаю и бреюсь.
На часах уже больше одиннадцати, и я опять не попрощался с
детьми перед их уходом в детский сад. У меня кружится голова,
и я неуверенно продвигаюсь в сторону ванной, откуда доносится
резкий химический запах лаванды.
Кристина.
Она попыталась заглушить запах вчерашней рвоты освежителем.
Если бы она могла, она бы забрызгала им и всю нашу жизнь. Чем
больше смотрю на нее, тем сильнее она мне противна. Эти ее
песенки детям перед сном, ее вечное «дорогой мой», «любимый
мой» в каждой фразе – это всё выглядит откровенно жалко.
Кружится голова. Я сажусь на унитаз, стараясь снова не потерять
равновесие. Зубная щетка, лосьон после бритья, крем для лица:
каждый предмет на своем месте. Там, где всегда был и всегда будет.
Поднимаю глаза: только моё отражение в зеркале не на своём
месте в этой чертовой ванной.
Я выхожу, чтобы отогнать плохие мысли.
IIC San Pietroburgo
Хватаю первую попавшуюся кофту и иду на кухню. На столе
меня ждет уже давно привычная записка:
Доброе утро, дорогой,
В холодильнике немного фруктов, съешь их вместе с йогуртом.
На обед я приготовила твои любимые котлеты.
Люблю тебя,
Крис.
Открываю морозилку, достаю немного льда для джин тоника.
На улице сосед подстригает свой газон. Кажется, с тех пор, как
они сюда переехали, они ни о чем другом и не думают. Ему лет
семьдесят, грузный, он сильно потеет, на спине и подмышками уже
темные мокрые пятна. Это зрелище мне быстро надоедает, я делаю
еще один джин тоник и неуверенно вхожу в гостиную.
И только тогда я вижу.
Как ей вообще могло прийти это в голову ?
Полки возле телевизора, на которых мы раньше хранили
сувениры, привезенные из путешествий, теперь были заставлены
фотографиями в серебряных рамках. Фото тех времен, когда мы
встречались, фото с нашей свадьбы, фото детей, фото, сделанное
в день моего окончания Военной академии.
Она полностью изменила облик нашей гостиной.
Я включаю свет и сажусь в кресло.
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112 Come fossi solo
Russo
PRIMO ANNO DI MAGISTRATURA
Università Statale di San Pietroburgo
Вот бы никогда больше не пришлось просыпаться самим собой.
Я встаю и бреюсь.
Уже одиннадцать, а это значит, что в очередной раз я не успел
увидеть детей, перед тем, как они ушли в детский сад. Кружится
голова, я неуверенно бреду в сторону ванной, из которой несет
химией с ароматом лаванды.
Кристин.
Утопила в освежителе запах вчерашней рвоты. Была бы
возможность, и на нашу совместную жизнь не преминула бы
пшикнуть пару раз. Чем дольше я с ней, тем больше она беситменя.
Дурацкие колыбельные, которые она поет детям, ее манера в конце
каждой фразы добавлять ‘золотце’, ‘милый’ - тошно, хоть в петлю
лезь.
Кружится голова.
Я сажусь на унитаз, пытаясь отлить так, чтобы снова не потерять
равновесие. Каждый предмет здесь на своем месте, где всегда
был и где его всегда можно будет найти: зубная щётка, лосьон и
крем после бритья. Я смотрюсь в зеркало и понимаю, что в этой
гребаной ванной не на своем месте только я.
IIC San Pietroburgo
Выхожу, чтобы отвлечься от этих мыслей.
Я хватаю из шкафа первую попавшуюся футболку и иду на
кухню. Как всегда, на столе меня ждет записка.
Доброе утро, золотце,
Я оставила тебе немного фруктов в холодильнике, съешь их
с йогуртом.
Еще я приготовила тебе мясной рулет, который тебе так
нравится, это на обед.
Люблю тебя, Крис.
Достаю из морозилки лед для джин тоника.
За окном сосед косит газон. С того момента, как они переехали,
им,кажется, и в голову не приходило что можно заниматься чемнибудь еще. Толстяку лет семьдесят, пот течет в три ручья: по
спине и под мышками расползлись темные пятна. Это зрелище
меня очень быстро утомляет. Я делаю себе еще один джин тоник
и, пошатываясь, вхожу в гостиную.
И только тогда я вижу это.
Как эта хрень взбрела ей в голову?!
Полки у телевизора, где всегда стояли сувениры из наших
путешествий, сейчас забиты фотографиями, которые она
аккуратно вставила в серебряные рамочки. Тут и фотографии с
тех времен, когда мы только встречались, и фото с нашей свадьбы,
фото детей, и даже фотография меня в форме в день выпуска из
военной академии.
Над нашей гостиной свершилось насилие.
Я включаю телевизор и опускаюсь в кресло.
Утром, когда по ящику крутят повторы передач и сериалы для
домохозяек, чувствуешь себя космически одиноким.
Я пью маленькими глотками, перекатывая лед в стакане.
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113 Come fossi solo
Spagnolo
MARIA NORMA CRICRI
Associazione Dante Alighieri di Lanus
Quisiera aunque sea por una vez no despertar con mi compañia.
Me levanto y me afeito.
Son pasadas las once, y tampoco esta mañana salude a los niños antes de
que se vayan a la escuela. Me da vueltas la cabeza, avanzo con paso incierto
hacia el baño, que tiene un olor quimico a lavanda.
Cristina. Ahogo en el desodorante el olor a vomito de ayer por la noche.
Si pudiera salpicaria tambien sobre el resto de nuestra vida. Mas la veo y
mas asco me da.
Las cancioncitas de las buenas noches cantadas a los niños, su agregado
“querido tesoro”, al final de cada frase, hacen parecer todo, aun mas descaradamente patetico.
Me da vueltas la cabeza, me siento en el inodoro para orinar de manera de
no perder otra vez el equilibrio. El cepillito, la locion para despues de afeitar,
la crema para la cara: cada simple objeto se encuentra exactamente donde
siempre ha estado y donde siempre estara.
Me levanto, solamente la imagen que refleja el espejo esta fuera de lugar
en este baño de mierda.
Salgo para alejar los pensamientos.
Tomo la primer remera que encuentro en el placard y voy a la cocina.
Infaltable, una notita me espera sobre la mesa.
IIC Buenos Aires
Buen dia tesoro,
Hay fruta en la heladera, comela con el yogurth.
Hice tambien pan de carne, comelo para el almuerzo, se que te gusta.
Te amo
Cris.
Abro el freezer y tomo hielo para hacerme un gin tonic. Afuera, el vecino
corta el pasto del jardin. Desde que se mudaron parece que no tienen otra
cosa en que pensar.
Tendra mas o menos setenta años, es gordo, suda, el surco de agua se va
perdiendo por debajo de la espalda y de las axilas. Me canso muy rapido de
ese espectaculo, me hago otro gin tonic y entro incierto en el salon.
Es solamente en ese momento que la veo.
Como mierda se le ocurrio.
Los estantes, a los costados del televisor, aquellos donde teniamos los souvenirs de nuestros viajes, estan ahora llenos de fotos, fotos bien enmarcadas
en portaretratos de plata. Fotos de cuando eramos novios, fotos de nuestro
casamiento, fotos de los niños, foto mia con el uniforme el dia del diploma
en la academia militar.
Ha cambiado la disposicion de nuestro living.
Enciendo la tele y me tiro en el sillon.
Los programas de la mañana te hacen sentir solo en el mundo, atrapado
entre replicas y series para amas de casa. Bebo de pequeños sorbos, jugando
con el hielo.
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114 Come fossi solo
Spagnolo
MIRTA FOTIA
Associazione Dante Alighieri di Lanus
Me gustaría no tener que despertar de nuevo en mi compañía.
Me levanto y me afeito.
Son las once de esta mañana y ni siquiera he saludado a los niños antes que
fueran al jardín. Mi cabeza da vueltas, sigo incierto hacia el baño que tiene
un olor químico a lavanda.
Christine
Ahogado en desodorante el olor a vomito de anoche. Si pudiera, rociaría
también sobre el resto de nuestras vidas. Más la veo y más asco me da. Las
canciones de buenas noches cantadas a los niños, añaden su “querido, querido,” al final de cada frase, todo me hace parecer aun mas descaradamente
patético.
Mi cabeza da vueltas. Me siento en el inodoro para orinar de manera de
no perder de nuevo el equilibrio. El cepillo de dientes, la crema de afeitar, la
de la cara: cada objeto se encuentra precisamente donde se halla y donde
siempre se hallará. Me tire hacia atrás: es solo la imagen reflejada en el espejo
fuera de lugar en este maldito baño
Salgo para alejar los pensamientos.
Tomo la primera remera que encuentro en el armario y voy hacia la cocina.
Infaltable una nota esperándome sobre la mesa:
Buen día amor.
Hay fruta en la heladera, coméla junto al yogurt
Hice también pastel de carne, comélo en el almuerzo que te gusta
Te amo.
Chris
IIC Buenos Aires
Abro el congelador y tomo hielo para prepararme un gin tonic. Afuera, el
vecino corta la hierba del césped. Desde que se han mudado me parece que
no tiene algo en que pensar. Tendrá mas o menos 70 años, es gordo, se le ve
el sudor en la espalda y debajo de las axilas. Me canso bien rápido de aquel
espectáculo, me preparo otro gin tonic y entro inseguro a la sala de estar.
Y Justo en aquel momento la veo.
Como diablos le vino en mente?
Los estantes a los lados del televisor, aquellos donde manteníamos los
souvenirs de nuestros viajes, estaban ahora llenos de fotos, fotos bien enmarcadas en marcos de plata. Fotos de cuando éramos novios, de nuestro
casamiento, fotos de los niños, una foto mía con uniforme el día del diploma
en la academia militar.
Ha cambiado la disposición de nuestro living.
Enciendo y me siento en el sillón.
Los programas de la mañana te hacen sentir solo en el mundo, oprimido
entre replicas y series para amas de casa. Bebo pequeños sorbos, jugando
con el hielo.
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115 Come fossi solo
Spagnolo
ELIANA EVA GATTUSO
Associazione Dante Alighieri di Lanus
Una vez más querría no despertarme en mi compañía.
Me levanto y me afeito.
Son las once de la mañana y ni siquiera he saludado a los niños antes
de que se vayan al jardín de infantes. Me da vueltas la cabeza, me dirijo de
manera incierta hacia el baño que tiene olor lavanda.
Christine
Ha tapado con ese desodorante el olor a vomito de ayer a la noche. Si
pudiera, daría un poquito del resto de nuestras vidas. Cuanto más lo veo,
más apesta. Las canciones de las buenas noches cantadas a los niños, el
decir “querido”, “amado”, al final de cada frase, hace que todo parezca más
descaradamente patético.
Me siento mareado. Para orinar me siento en el inodoro con el fin de no
perder el equilibrio de nuevo. El cepillo, la loción para después de afeitar,
la crema para la cara: cada objeto se encuentra exactamente donde siempre
se ha encontrado y donde siempre se encontrará.
Me acuesto hacia arriba: solo está la imagen reflejada en el espejo que me
lleva a fuera de ese maldito baño.
Salgo para alejar los pensamientos.
Agarro la primera camisa que encuentro en el armario y me dirijo hacia
la cocina. Inevitablemente, una nota me espera sobre la mesa.
Buen día amado,
Hay fruta en la heladera, comela junto con el yogurt.
También hice pastel de carne, comelo en el almuerzo cuando desees.
Te amo,
Chris.
Abro el congelador y agarro hielo para hacerme un gin-tonic.
Afuera, el vecino corta el césped. Desde que se han mudado parece que
no tienen otra cosa que hacer. Tendrá más o menos setenta años, es gordo, suda y tiene grasa en la espalda y debajo de los brazos. Me canso muy
pronto de ese espectáculo, me hago otro gin-tonic y entro de forma incierta
en el salón.
Es solo en ese momento que lo veo.
¿En qué demonios estábamos pensando?
Los estantes en los costados de la TV, donde teníamos los recuerdos de
nuestros viajes, ahora están llenos de fotos, fotos bien enmarcadas en marcos de plata. Fotos de cuando éramos novios, fotos de nuestra boda, fotos
de los niños, fotos mías con el uniforme en el día de la graduación Militar.
IIC Buenos Aires
Ha cambiado por completo el diseño de la sala de estar
Entro y me siento en el sillón.
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116 Come fossi solo
Spagnolo
GIOIA BEATRIZ JULIA
Associazione Dante Alighieri di Lanus
Querría no tener una vez que despertar en mi compañía.
Me levanto y me afeito.
Son pasadas las 11 y también esta mañana no salude a los niños antes de
que se fueran al Jardín. La cabeza me da vueltas, avanzo inseguro hacia el
baño que tiene olor a lavanda
Cristina.
Ahogó en desodorante el olor a vómito de ayer a la noche. Podría dar
también una rociada sobre el resto de nuestras vidas. Más la veo y más asco
me da. Las cancioncitas de las buenas noches a los niños, su agregado de
“querido tesoro” al final de cada frase, hace aparecer todo aún más descaradamente patético.
La cabeza me da vueltas. Me siento en el inodoro a orinar de modo de
no perder nuevamente el equilibrio. El cepillo de dientes, la loción para
después de afeitarse, la crema para la cara, cada objeto se encuentra exactamente donde siempre se encontrará. Me levanto: y sólo la imagen refleja en
el espejo un ser fuera de lugar en esta mierda de baño.
Salgo para alejar mis pensamientos.
Agarro la primera camiseta que encuentro en el armario y voy hacia la
cocina. Indefectiblemente un mensaje sobre la mesa.
IIC Buenos Aires
Buen día tesoro.
Hay fruta en la heladera, cómela junto con el yogurt.
Hice también albóndigas, que te gustan, cómelas para el almuerzo.
Te amo.
Cris.
Abro el freezer y agarro hielo para hacer un gin tonic. Afuera el vecino
corta el pasto. Desde que se mudaron parece que no tienen otra cosa en
que pensar.
Tendrá más o menos 60 años, es gordo, sudoroso, la mancha ya es oscura
en la espalda y bajo las axilas. Me canso rápido de ese espectáculo, me hago
otro gin tonic y entro con incertidumbre en la habitación.
Es sólo en ese momento que la veo.
Como mierda vino a mi mente?
Las repisas al lado del televisor, aquellas donde teníamos los souvenirs de
nuestros viajes, están también repletas de fotos, fotos en marcos de plata.
Fotos de cuando éramos novios, fotos de nuestro matrimonio, fotos de los
niños, fotos mías en uniforme el día del diploma de la Academia Militar
Trastornó la disposición de nuestra sala.
Enciendo la televisión y me tiro en el sofá.
Los programas de la mañana te hacen sentir solo en el mundo, preso entre
repeticiones y series para amas de casa .Bebo un pequeño sorbo, y jugueteo
con el hielo.
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117 Come fossi solo
Spagnolo
GUIDO BARBIERI
CARINA BRODA
JUAN PABLO BRUNORI
ETELVINA FERNANDEZ
VIRGINIA LANCELLOTI
MARÍA MARTA RAMOS
CELENE RIZZUTI
ALFONSINA VIOTTI
JOSÉ FERRARI
Casa Beatrice - Centro Dante Alighieri
di Rosario
Quisiera no tener que despertarme una vez más conmigo mismo.
Me levanto y me afeito.
Son pasadas las once y esta mañana tampoco he saludado a los niños antes
de que se vayan al jardín. Me da vueltas todo, camino desorientado hacia el
baño que tiene un fuerte olor a lavanda.
Cristina.
Ha tapado con el desodorante el olor a vómito de anoche. Si pudiera, también rociaría el resto de nuestra vida. Cuanto más la veo, más me desagrada.
Las cancioncitas de cuna cantadas a los niños, el agregar “querido”, “tesoro”,
al final de cada frase, hacen parecer todo aún más descaradamente patético.
Me da vueltas todo. Me siento en el inodoro para orinar y no perder de
nuevo el equilibrio. La brocha, la loción, la crema para la cara: cada una
de las cosas, se encuentra exactamente donde siempre ha estado y donde
siempre estará. Me pongo de pie: mi imagen en el espejo es lo único fuera
de lugar en este maldito baño.
Salgo para despejar la mente.
Agarro la primera remera que encuentro en el armario y voy hacia la cocina. Infaltable, una nota me espera sobre la mesa.
“Buen día tesoro,
hay fruta en la heladera, comela junto con el yogurt.
También hice un pan de carne, comelo en el almuerzo que te gusta.
Te amo
Cris”
IIC Buenos Aires
Abro el freezer y agarro hielo para hacerme un gin tonic.
Afuera, el vecino corta el césped del jardín. Desde que se mudaron parece
que no tuvieran otra cosa en que pensar.
Tendrá alrededor de 70 años, es gordo, transpira y ya se ve el rastro del
sudor sobre la espalda y debajo de las axilas. Me canso enseguida de esa
escena, me preparo otro gin tonic y entro confundido al living.
Es solo en aquel momento que la veo.
¿Cómo carajo se le ocurrió?
Los estantes al lado del televisor, donde teníamos los souvenirs de nuestros
viajes, ahora están repletos de fotos, fotos bien enmarcadas en portarretratos
de plata. Fotos de cuando éramos novios, fotos de nuestro casamiento, fotos
de los niños, fotos mías en uniforme del día que me gradué de la academia
militar.
Ha cambiado rotundamente la disposición de nuestro living.
Prendo la tv y me siento en el sillón.
Los programas matutinos te hacen sentir solo en el mundo, oprimido entre repeticiones y programas para amas de casa.
Bebo a pequeños sorbos, jugando con el hielo
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118 Come fossi solo
Spagnolo
GASPAR MARTIN COLOMBO
Scuola Italiana Cristoforo Colombo
Querría no tener todavía que despertarme con mi compañía.
Me levanto y me afeito.
Pasaron las once del mediodía y también esta mañana no saludé a
los chicos antes de que se fueran al colegio. Me da vueltas la cabeza,
voy inseguro al baño que tiene un olor químico a lavanda.
Christine.
Ahogó con el desodorante el olor a vomito de ayer a la noche. Si
pudiese, daría una rociada también sobre el resto de nuestras vidas.
Más la veo y más me da asco. Las cancioncitas de buenas noches
cantadas a los chicos, su manía de agregar querido, amor, al terminar
cada frase, hacen parecer todo más descaradamente patético.
Me da vueltas la cabeza. Me siento sobre el inodoro para mear de
modo que no pierda de nuevo el equilibrio. El cepillo, el pós-barba, la
crema para la cara: cada cosa está exactamente donde siempre estuvo
y donde siempre va a estar. Me paro: es solo la imagen reflejada en el
espejo que esta fuera de lugar en este baño de mierda.
Salgo para alejar los pensamientos.
Agarro la primera remera que encuentro en el armario y voy a la
cocina. Un nota me espera sobre la mesa.
IIC Buenos Aires
Buen día amor,
hay fruta en la heladera, comela con yogurt.
Hice también pastel de carne, comelo en el almuerzo que te gusta.
Te amo,
Chris.
Abro el freezer y agarro hielo para hacerme un gin tonic.
Afuera el vecino corta el pasto del jardín. Desde que se mudaron
parece que no piensan en otra cosa. Tendrá más o menos setenta
años, es gordo, suda, la mancha ya oscura sobre la espalda y debajo
de las axilas. Me canso rápidamente de ese espectáculo, me hago otro
gin tonic y entro inseguro en el salón.
Sólo en ese momento la veo.
¿Cómo mierda se le ocurrió?
Los estantes a los lados de la tele, esos donde teníamos los souvenir
de nuestros viajes, están ahora llenos de fotos, fotos bien encuadradas
en marcos de plata. Fotos de cuando éramos novios, fotos de nuestro
casamiento, fotos de los chicos, fotos mías en uniforme el día del diploma de la academia militar.
Cambió por completo la disposición de nuestro living.
Me doy vuelta y me siento en el sillón.
Los programas de la mañana te hacen sentir solo en el mundo, oprimido entre reproducciones y series para mucamas. Tomo de a poco,
jugando con el hielo.
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119 Come fossi solo
Spagnolo
REBECA RASKOVSKY
Scuola Italiana Cristoforo Colombo
Me gustaría no tener de nuevo que levantarme otra vez acompañado por
mí.
Me levanto y me afeito.
Acaban de pasar las once y esta mañana tampoco salude a los niños antes
de que se fueran a la guardería. Me da vueltas la cabeza, avanzo incierto
hacia el baño che tiene un olor químico a lavanda.
Christine.
Ahogó en desodorante el olor a vomito de ayer a la noche. Si pudiera,
daría un espolvoreo también sobre el resto de nuestra vida. Cuanto más
la veo más me repugna. Las cancioncitas de buenas noches cantadas a los
niños, el agregar querido, tesoro al final de cada frase, hacen parecer todo
aún más descaradamente patético.
Me da vueltas la cabeza. Me siento sobre la taza para orinar para así no
perder de nuevo el equilibrio. El cepillo, el aftershave, la crema para la cara:
Cada particular objeto se encuentra exactamente donde siempre se encontró y donde siempre se encontrará. Me levanto: es solo la imagen reflejada
en el espejo la que está fuera de lugar en esta mierda de baño.
Salgo para alejar los pensamientos.
Me agarro a la primera camisa che encuentro en el armario y voy hacia la
cocina. Infaltablemente una nota me espera sobre la mesa.
IIC Buenos Aires
Buen día tesoro,
Hay fruta en la heladera, cómela junto al yogurt.
Hice también albóndigas, cómelas en el almuerzo que te gustan.
Te amo
Chris.
Abro la heladera y agarro hielo para hacerme un gin tonic.
Afuera el vecino corta el pasto del jardín. Desde que se mudaron parece
que no tengan otra cosa a la cual pensar.
Tendrá unos setenta años, es gordo, suda, la mancha ya oscura sobre la
espalda y bajo las axilas. Me canso bastante rápido de aquel espectáculo, me
hago otro gin tonic y entro inseguro en el salón.
Es solo en ese momento que lo veo.
¿Cómo mierda se le ocurrió?
Los estantes a los lados del televisor, esas donde teníamos los souvenir
de nuestros viajes, están ahora llenos de fotos, fotos bien encuadradas en
marcos de plata. Fotos de cuando éramos novios, fotos de nuestro matrimonio, fotos de los niños, fotos mías con uniforme el día del diploma en
la academia militar.
Ha descolocado el orden de nuestro hogar.
Enciendo y me siento en el sofá.
Los programas de la mañana te hacen sentir solo en el mundo, deprimido
entre replicas y series para amas de casa. Bebo de a pequeños tragos, jugueteando con el hielo.
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120 Come fossi solo
Spagnolo
FRANCOFRANCO ZOCCO
Scuola Italiana Cristoforo Colombo
Me gustaría no tener que volver a despertarme con mi propia compañía.
Me levanto y me afeito.
Ya pasaron las 11 y ,esta mañana, tampoco saludé a los chicos antes de que
se fueran al jardín de infantes. La cabeza me da vueltas, camino inseguro
hasta el baño, que tiene un olor artificial a lavanda.
Cristina.
Ahogó con el desodorante el olor a vómito de ayer a la noche. Si pudiera
le tiraría un poquito de él al resto de nuestras vidas. Más la analizo y más
asco me da. Las cancioncitas de las buenas noches cantadas a los mas chicos,
el añadir “querido”, “tesoro”, al final de cada frase, hacen parecer todo más
descaradamente patético.
La cabeza me da vueltas, me siento en la taza del inodoro para mear sin
perder el equilibrio otra vez. El cepillo, la loción para después del afeitado,
la crema para los ojos: cada objeto se encuentra exactamente donde siempre
estuvo y donde siempre estará. Me levanto: es solamente la imagen reflejada
en el espejo la que está fuera de lugar en esta mierda de baño.
Salgo para alejar los pensamientos
Agarro la primera remera que encuentro en el armario y voy hacia la cocina. Como siempre, una carta me espera arriba de la mesa.
Buenos días amor,
Hay fruta en la heladera, comela con el yogurt.
Deje hecho un pastel de carne, comelo para el almuerzo que te gusta.
Te amo,
Cris.
IIC Buenos Aires
Abro el freezer y saco hielo para hacerme un gin tonic.
Afuera, el vecino, corta el pasto del jardín. Desde que se mudaron, parece
que no tienen otra cosa que pensar. Tendrá, más o menos, setenta años, es
gordo y la transpiración se le nota en la espalda y en las axilas. Me canso
rápidamente de ese espectáculo, me hago otro gin tonic y entro incierto
en el salón.
Es solo en ese momento cuando la veo.
Cómo mierda se le ocurrió?
Los estantes a los costados del televisor, esos donde solíamos tener los
souvenirs de nuestros viajes, están ahora repletos de fotos, fotos bien encuadradas con marcos de plata. Fotos de cuando estábamos casados, fotos
de nuestro matrimonio, fotos de los chicos, fotos mías con el uniforme el
día del diploma de la academia militar.
Distorsionó la disposición de nuestra sala
Prendo y me siento en el sillón.
Los programas matutinos te hacen sentir solo en el mundo, lleno de réplicas y series para amas de casa. Bebo a pequeños sorbos, jugando con el hielito.
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121 Come fossi solo
Spagnolo
MILENA APONTE
DULCINEA CORDOBA MACULAN
AGUSTINA DUCAU SALERNO
FLORENCIA DAPIAGGI
OLIVIA TADINI
Centro Culturale “Alessandro Manzoni”
Quisiera no tener que despertarme otra vez en mi compañía.
Me levanto y me afeito la barba.
Pasaron las once y esta mañana tampoco saludé a los niños antes de
que vayan al jardín de infantes.
Estoy mareado, avancé inseguro hacia el baño que tiene aroma a
desinfectante de lavandina.
Christine
Ahogó en el desodorante el olor a vómito de ayer a la tarde. Pudiera,
daría una roceada a lo que queda de nuestra vida. Más la miro y cada
vez me da más asco. Las cancioncitas de buenas noches cantadas a los
niños, el agregar querido o tesoro al final de cada frase, hacen parecer
aún todo más descaradamente patético.
Estoy mareado. Me siento en el inodoro para mear para no perder
otra vez el equilibrio.
El cepillo de dientes, el after shave, la crema facial: cada objeto se encuentra exactamente donde siempre se encontró y donde siempre se
encontrará. Me pongo de pie: es solo la imagen reflejada en el espejo
a estar afuera del lugar en esta mierda de baño.
Salgo para dejar los pensamientos.
Agarro la primera remera que encuentro en el armario y me dirijo
hacia la cocina. Infaltable una nota me espera sobe la mesa.
IIC Buenos Aires
Buenos días amor
Hay fruta en la heladera, comela junto con el yogurt.
Hice un pan de carne, comelo en el almuerzo que te gusta.
Te amo.
Chris
Abro el freezer y agarro hielo para hacerme un gin tonic.
Afuera el vecino corta el pasto del jardín. Desde que se mudaron
parece que no tienen otra cosa en qué pensar. Tendrá más o menos
setenta años, es gordo, transpira, el embalse ya oscuro sobre la espalda y bajo los brazos. Me canso rápidamente de ese espectáculo, me
hago otro gin tonic y entro tambaleante en el salón.
Es solo en ese momento que la veo.
¿Cómo mierda le pasó eso por la cabeza?
Las estanterías a los lados del televisor, aquellas donde teníamos los
souvenir de nuestros viajes, ahora están llenos de fotos, fotos bien
encuadradas con marcos de plata. Fotos de cuando éramos novios,
fotos de nuestro casamiento, fotos de los niños, fotos de mí con el
uniforme, el día de la entrega del diploma de la academia militar.
Revolucionó la disposición del living.
Enciendo (la televisión) y me tiro en el sillón. Los programas de la
mañana te hacen sentir solo en el mundo, agobiado entre réplicas y
series para amas de casa. Tomó a traguitos jugueteando con el hielo.
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122 Come fossi solo
Spagnolo
VALERIA XIMENA ADAMO
GUADALUPE ALCATRAZ
CARMEN MERCEDES BRAVO
CLARA MABEL DIAZ
LEONARDO RAMÓN LOZANO
MARCOS LAUTARO LOZZA
NATALIA ALEJANDRA MARTINEZ
LEANDRO MILANO
JOSEFINA PACELLA
JUAN CESAR ROLDAN
NORMA HAYDE SILVA
Università Nazionale di San Martín
Quisiera no despertarme una vez más en mi propia compañía.
Me levanto y me afeito. Son más de las once y esta mañana tampoco saludé
a los niños antes de que fueran al jardín de infantes. Me da vueltas la cabeza
y camino tambaleando hacia el baño que huele a desinfectante de lavanda.
Christine.
Ha tapado el olor a vomito de anoche con desodorante. Si pudiera, daría
una rociadita también sobre el resto de nuestra vida. Más la veo y más me
asquea. La “cancioncitas” de las buenas noches que les canta a los niños antes
de dormir, su manía por terminar cada frase con “querido” o “tesoro”, hacen
que todo parezca más descaradamente patético.
Me da vueltas la cabeza. Me siento en el inodoro a mear para no perder
de nuevo el equilibrio. El cepillo, la loción para después de afeitar, la crema
para el rostro: cada objeto se encuentra exactamente donde siempre se ha
encontrado y donde siempre se encontrará. Me paro: sólo mi imagen reflejada en el espejo es la que está fuera de lugar en este puto baño.
Salgo para despejarme.
Tomo la primera remera que encuentro en el armario y voy a la cocina.
Sobre la mesa una notita. Infaltable.
Buenos días tesoro,
Hay fruta en la heladera, comela con el yogurt. Preparé pan de carne,
comelo en el almuerzo que te gusta.
Te amo
Chris
IIC Buenos Aires
Abro el freezer y tomo hielo para prepararme un gin tonic. Afuera, el
vecino corta el césped. Desde que se mudaron parece que no tienen otra
cosa en qué pensar. Tendrá unos 70 años, es gordo, suda y se le notan las
manchas oscuras de sudor en las axilas y la espalda. Me canso rápido de ese
espectáculo, me preparo otro gin tonic y, vacilante, entro al living.
Es sólo en ese momento que la veo.
Cómo carajo se le pudo ocurrir?
Los estantes a cada lado del teléfono, ahí donde teníamos los souvenirs de
nuestros viajes, están ahora llenos de fotos, de fotos perfectamente encuadradas en marcos de plata. Fotos de cuando éramos novios, de nuestra boda,
de los niños, fotos mías con el uniforme el día de la entrega de diplomas en
la academia militar.
Ha transformado radicalmente nuestro living.
Enciendo el televisor y me tiro en el sillón.
Los programas de la mañana te hacen sentir solo en el mundo, oprimido
entre repeticiones y series para amas de casa. Bebo de a pequeños sorbos
jugueteando con el hielo.
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123 Come fossi solo
Spagnolo
CLAUDIA MARCELA BASSO
DANA BIDETTI TORRES
CLARA MARGARITA CABRERA
ALBERTO DANTE CALZOLARI
MARIA LUISA LALOUTRE
BIANCA FERNANDA OSELLA
SANDRA BEATRIZ PAVONE
TATIANA PEREZ
MILVA VANONI
Università Nazionale di San Martin
Quisiera no despertarme una vez más en mi propia compañía.
Me levanto y me afeito. Son más de las once y esta mañana tampoco saludé
a los niños antes de que fueran al jardín de infantes. Me da vueltas la cabeza
y camino tambaleando hacia el baño que huele a desinfectante de lavanda.
Christine.
Ha tapado el olor a vomito de anoche con desodorante. Si pudiera, daría
una rociadita también sobre el resto de nuestra vida. Más la veo y más me
asquea. La “cancioncitas” de las buenas noches que les canta a los niños antes
de dormir, su manía por terminar cada frase con “querido” o “tesoro”, hacen
que todo parezca más descaradamente patético.
Me da vueltas la cabeza. Me siento en el inodoro a mear para no perder
de nuevo el equilibrio. El cepillo, la loción para después de afeitar, la crema
para el rostro: cada objeto se encuentra exactamente donde siempre se ha
encontrado y donde siempre se encontrará. Me paro: sólo mi imagen reflejada en el espejo es la que está fuera de lugar en este puto baño.
Salgo para despejarme.
Tomo la primera remera que encuentro en el armario y voy a la cocina.
Sobre la mesa una notita. Infaltable.
Buenos días tesoro,
Hay fruta en la heladera, comela con el yogurt. Preparé pan de carne,
comelo en el almuerzo que te gusta.
Te amo
Chris
IIC Buenos Aires
Abro el freezer y tomo hielo para prepararme un gin tonic. Afuera, el
vecino corta el césped. Desde que se mudaron parece que no tienen otra
cosa en qué pensar. Tendrá unos 70 años, es gordo, suda y se le notan las
manchas oscuras de sudor en las axilas y la espalda. Me canso rápido de ese
espectáculo, me preparo otro gin tonic y, vacilante, entro al living.
Es sólo en ese momento que la veo.
Cómo carajo se le pudo ocurrir?
Los estantes a cada lado del teléfono, ahí donde teníamos los souvenirs de
nuestros viajes, están ahora llenos de fotos, de fotos perfectamente encuadradas en marcos de plata. Fotos de cuando éramos novios, de nuestra boda,
de los niños, fotos mías con el uniforme el día de la entrega de diplomas en
la academia militar.
Ha transformado radicalmente nuestro living.
Enciendo el televisor y me tiro en el sillón.
Los programas de la mañana te hacen sentir solo en el mundo, oprimido
entre repeticiones y series para amas de casa. Bebo de a pequeños sorbos
jugueteando con el hielo.
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124 Come fossi solo
Spagnolo
MARIA ELISABET MUOTRI
Università Nazionale di San Martín
Quisiera por una vez despertarme sin mi compañía.
Me levanto y me hago la barba.
Son pasadas las once y tampoco esta mañana he saludado a los niños antes
de irse a la escuela. Se me vuela la cabeza; voy temblando hacia el baño,
siento un fuerte olor a lavanda.
Cristina.
Con el desodorante, ha disimulado el olor del vómito de anoche. Podría,
también, limpiar el resto de nuestra vida. Más la veo, más asco me da. Las
cancioncitas de las buenas noches cantadas a los niños, más el agregado de
“caro, tesoro”, al final de cada frase, me hace parecer todo más insoportable
y patético.
Me vuela la cabeza. Me siento sobre el inodoro para “pisciar” y no perder
de nuevo el equilibro. La brocha, la loción, la crema para la cara, cada uno de
los objetos está exactamente donde están siempre y donde siempre estarán.
Me levanto, solo veo mi imagen reflejada en el espejo, estoy fuera de ligar
en este “cazzo” de baño.
Salgo para alejar los pensamientos.
Agarro la primera camiseta que encuentro en el armario y voy hacia la
cocina.
Infaltable un mensaje sobre la mesa.
IIC Buenos Aires
Buenos días tesoro.
Hay fruta en la heladera, cómela con el yogurt.
También te hice un “polpettone”, cómelo al mediodía, es el que te gusta.
Te amo.
Cris.
Abro el freezer, agarro el hielo para prepararme un gin tonic.
Afuera el vecino corta el pasto del jardín. Desde que llegaron no parecen
tener otra cosa que pensar. Tendrá más o menos 70 años, es gordo, sudoroso, la transpiración le escurre por la espalda y por las axilas. Me canso
rápidamente de este espectáculo, me preparo otro gin tonic y entro confuso
en la sala.
Es solo en este momento que la veo.
¿Qué “cazzo” le pasó por la cabeza?
Las mesitas a los lados del televisor, aquellas donde teníamos los souvenir
de nuestros viajes, ahora están llenas de fotos, fotos bien enmarcadas con
marcos de plata. Fotos de cuando éramos novios, fotos de nuestro matrimonio, fotos de los niños, foto mía con el uniforme y entrega del diploma
de la academia militar.
Cambió todos los muebles de lugar.
Prendo y me siento en el sillón.
Los programas de la mañana te hacen sentir que estás solo en el mundo,
atrapado entre repeticiones y series para amas de casa. Bebo en pequeños
sorbos, jugueteando con el hielo.
torna al sommario
125 Come fossi solo
Spagnolo
AVALDA ISOLINA SARINELLI
Università Nazionale di San Martín
Quisiera no tener que despertarme todavía otra vez, en mi compañia.
Me levanto y me afeito.
Han pasado las once y tampoco ésta mañana he saludado a los niños antes
que se fueran al jardín.Me da vueltas la cabeza,avanzo incierto hacia el baño
que tiene un olor químico a lavanda
Christine
Ha ahogado con el desodorante el olor a vómito de ayer a la noche.Podría
dar una esparcida también sobre el resto de nuestras vidas. Más la veo y más
asco me da.Las cancioncitas de las buenas noches cantada a los niños,y su
irritante de caro,tesoro,al finalizar cada frase,hace parecer todo todavía más
descaradamente patético.
Me da vueltas la cabeza.Me siento sobre la tapa del inodoro para mear
de tal modo de no perder el equilibrio. El cepillo,la loción para después de
afeitarse, la crema para el rostro: cada objeto se encuentra exactamente en
el lugar de siempre y donde siempre se encontrará. Me levanté de golpe: es
sólo la imagen reflejada en el espejo la que está fuera de lugar en éste baño
de mierda.
algo para alejar mis pensamientos.
Tomo la primera remera que encuentro en el armario y voy hacia la cocina.
Infaltable una nota me espera sobre la mesa
IIC Buenos Aires
Buen día tesoro
Las frutas están en el heladera,cómelas junto con el yogurt.
He preparado las albóndigas,cómelas para el almuerzo que te gustan
Te amo
Chris
Abro el freezer y saco el hielo para prepararme un gin tonic
Afuera el vecino corta el cesped. Desde que se mudaron parece no tener
otra cosa en que pensar. Tendrá más o menos setenta años,es gordo.suda,la
gota ahora oscura en la espalda y debajo de las axilas.Me canso bien pronto
de tal espectáculo,me preparo otro gin tonic y entro incierto en el salón.
Es sólo en ese momento que la veo
Cómo carajo se le vino a la cabeza?
Los estantes a los lados del televisor,donde teníamos los recuerdos de
nuestros viajes están ahora repletos de fotografías,fotos bien encuadradas
marcos de plata .Foto de cuando éramos novios,foto de nuestro matrimonio,foto de los niños.Un fotografía mía tomada el día que me entregaron
el diploma en la academia militar.Ha cambiado las cosas en nuestro lugar de estar.
Enciendo la luz y me siento en el sillón.
Los programas de la mañana te hacen sentir solo en el mundo,oprimido
entre repeticiones y series para amas de casa.Bebo en pequeños sorbos
jugueteando con el hielo.
torna al sommario
126 Come fossi solo
Spagnolo
DEMIAN ESTRADA
Istituto Giuseppe Verdi
Quisiera no tener que despertar de nuevo en mi compañía.
Me levanto y me afeito.
Han pasado las 11 am y ni siquiera he saludado a los niños antes de ir a la
guardería. Mi cabeza esta girando, avanzo incierto para el baño, que tiene
un olor químico a lavanda
Christine.
Ahogado en el olor de desodorante de vómitos de anoche. Si pudiera, daría
una pizca en el resto de nuestras vidas. Mas la veo y más me da asco. Las canciones cantadas a los niños de buenas noches, su poder tesoro querido ,al final de cada frase ,hacen que todo parezca aun mas descaradamente patético.
Me siento mareado. Me siento en el inodoro para orinar, para no perder de
nuevo el equilibrio .El cepillo de dientes, loción de afeitar, crema para la
cara: cada objeto está situado exactamente donde se encuentra y siempre y
donde siempre se encontrara .Me tire hacia arriba: y solo la imagen reflejada
en el espejo para estar fuera de lugar en este maldito cuarto de baño.
Salgo para alejar los sentimientos agarro la primera remera que encuentro
en el armario y me voy a la cocina, encuentro una nota que me espera en
la mesa:
Buen dia tesoro!
Hay fruta en la heladera, cómela con el yogurt. También hice el pastel de
carne, cómelo para el almuerzo que te gusta.
Te amo
Chris.
IIC Buenos Aires
Abro el congelador y tomo el hielo para hacerme un gin-tonic. Afuera
el vecino corta la hierba del césped .Desde que se mudaron parece que no
tienen más en que pensar, tendrá mas o menos setenta años, es graso,suda,el
pelaje es muy oscuro en el dorso y en las axilas. Me canse de ese espectáculo
me hago un gin-tonic y entro en la sala
solo en ese momento que la veo
¿Cómo coño vine a su mente?
Los estantes a los lados del televisor, aquellos en los que guardan los recuerdos de nuestros viajes, ahora están llenos de fotos ,fotos muy buenas en
marcos de plata. Foto de cuando éramos novios, imágenes de nuestra boda,
fotos de los niños, fotos mías en uniforme en el día de la graduación de la
academia militar ha cambiado por completo el diseño de nuestro living,
enciendo y me pongo en un sillón.
Los programas de la mañana te hacen sentir solo en el mundo, oprimidos
entre replicas y series para ama de casa. Bebo en pequeños sorbos, jugueteando con el hielo.
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127 Come fossi solo
Spagnolo
Quisiera no tener que despertarme otra vez en mi compañía.
Me levanto y me afeito la barba.
Ya pasaron las once y tampoco esta mañana saludé a los niños antes de irse
para
el jardín de infancia. La cabeza me da vueltas, me dirijo vacilante hacia
MÓNICA CONTRERA HERNÁNDEZ
el
baño
que tiene un olor químico a lavanda.
Università di L’Avana
Christine.
Ahogó en el desodorante el mal olor a vomito de ayer por la noche. Si ella
pudiera, también le daría una rociadita al resto de nuestra vida. Mientras
más la veo más me repugna. Las cancioncitas de las buenas noches para
los niños, el agregar querido, tesoro, al final de cada frase, hacen que todo
parezca, aún más, descaradamente patético.
La cabeza me da vueltas. Me siento en la taza para orinar sin perder de
nuevo el equilibrio. El cepillo, la loción de afeitar, la crema para la cara: cada
objeto se encuentra exactamente donde siempre ha estado y donde siempre
estará. Me levanto: solo la imagen reflejada en el espejo está fuera de lugar
en este baño de mierda.
Salgo para alejar los pensamientos.
garro la primera camiseta que veo en el armario y voy hacia la cocina. Me
espera sin falta un mensaje sobre la mesa.
Ambasciata d’Italia a L’Avana
Buenos días tesoro,
hay fruta en el refrigerador,
cómela con el yogurt.
También preparé polpettone , cómelo en el almuerzo, como te gusta.
Te amo,
Chris.
Abro el congelador y tomo algo de hielo para prepararme un gin tonic.
Afuera, el vecino corta el césped del jardín. Parece que desde que se mudaron no tienen nada más en que pensar. Tendrá más o menos setenta años,
es gordo y suda: ya tiene en la espalda y en las axilas la mancha oscura de
sudor. Me aburro muy rápido de aquel espectáculo, me preparo otro gin
tonic y entro vacilante en la sala.
Es justo en ese momento que la veo.
¿Cómo coño le pasó por la cabeza?
Las repisas a ambos lados del televisor, aquellas donde teníamos los suvenires de nuestros viajes, ahora están llenas de fotos, fotos bien encuadradas
en marcos plateados. Fotos de cuando éramos novios, fotos de nuestro matrimonio, fotos de los niños, fotos mías en uniforme el día de la graduación
de la academia militar.
Alteró la disposición de nuestra sala de estar.
Enciendo y me siento en la butaca.
Los programas de la mañana te hacen sentir como si estuvieras solo en el
mundo, oprimido entre retransmisiones y series para amas de casa. Bebo a
pequeños sorbos, jugueteando con el hielo.
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128 Come fossi solo
Spagnolo
AMBAR SELENE MARIA
ARGUELLO SULLOW ARGUELLO
PASCUAL ANTONIO
SILVA DENIS
Scuola Dante Alighieri di Asunción
No quisiera tener que levantarme una vez más y encontrarme conmigo
mismo.
Me levanto y me afeito.
Ya son las once pasadas y tampoco saludé a los niños antes de irse al preescolar. Me duele la cabeza, me voy con dificultad hacia el baño donde hay
un fuerte olor a lavanda.
Christine
Ha exagerado con el desodorante por el olor a vomito de anoche. Si pudiera, daría un rocío también a nuestras vidas. Más la veo, más asco le tengo.
Las canciones de las buenas noches cantadas a los niños, su agregarle “querido tesoro”, al final de cada frase, hace parecer todo descaradamente patético.
Me duele la cabeza. Me siento sobre el wáter para orinar de manera a no
perder de nuevo el equilibrio. El cepillo dental, el after shave, la crema hidratante: cada objeto se encuentra exactamente donde siempre se encontró
y donde siempre se encontrará. Siento un solievo: es sólo la imagen reflejada
en el espejo a encontrarse en su lugar en este carajo de baño.
Salgo para alejarme de mis pensamientos.
Agarro la primera remera que encuentro en el ropero y me voy hacia la
cocina. Como me esperaba, una cartita me espera sobre la mesa.
Scuola Asuncion Paraguay
Buenos días tesoro,
Hay fruta en la heladera, cómela junto al yogurt. También preparé un
pastel de carne, cómelo para el almuerzo, tanto te gusta.
Te amo. Chris.
Abro la heladera y tomo del hielo para preparar un gin tonic.
Afuera el vecino está cortando el pasto. Desde el momento en que se mudaron aquí parece que no tienen otra cosa a la cual pensar. Habrá más o
menos setenta años, es gordo, suda, la gora oscura en la espalda y bajo las
axilas. Me canso rápido de ese espectáculo, me tomo otro gin tonic y entro
en el salón.
Es sólo ahora que la veo.
Qué carajo le vino en mente
Las repisas a lado del televisor, donde teníamos los recuerdos de nuestros
viajes, ahora están llenas de fotos, fotos bien enmarcadas en marcos de plata. Fotos de la época de nuestro noviazgo, fotos del nuestro matrimonio,
fotos de los niños, fotos mías en uniforme el día del diploma en la academia
militar.
Ha cambiado totalmente el lugar de los muebles de la sala de estar. Prendo
el televiso y me siento en el sillón.
Los programas de la mañana te hacen sentir solo en el mundo, oprimido
entre réplicas y series para amas de casa. Tomo despacio, jugando con el
hielo.
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129 Come fossi solo
Tedesco
SASCHA FAHRENDORF
Università di Amburgo
Ich würde mir wünschen, nicht noch einmal in meiner Haut aufwachen
zu müssen.
Ich stehe auf und rasiere mich.
Es ist nach elf Uhr und auch heute Morgen habe ich meine Kinder nicht
verabschiedet, bevor sie in den Kindergarten gingen. Mir dreht sich der
Kopf, ich begebe mich unsicheren Schrittes in Richtung Badezimmer, in
dem ein chemischer Lavendelgeruch herrscht.
Christine.
Sie hat den Geruch des Erbrochenen von gestern Abend mit Deodorant
vernichtet. Wenn sie könnte, würde sie auch dem Rest unseres Lebens eine
kleine Dosis davon verpassen. Je mehr ich sie sehe, desto mehr kotzt sie
mich an. Die Schlafliedchen, die sie den Kindern vorsingt, und ihr Zusatz
lieber und Liebling an jedem Satzende lassen alles noch viel ex-tremer ergreifend erscheinen.
Mir dreht sich der Kopf. Ich setze mich zum Pinkeln so auf die Kloschüssel, dass ich nicht erneut das Gleichgewicht verliere. Die Zahnbürste, das
Aftershave, die Gesichtscreme: Jedes einzelne Teil befindet sich genau dort,
wo es sich immer befunden hat und wo es sich immer befinden wird. Ich
ziehe mich hoch: Es ist nur das im Spiegel reflektierte Bild, das in diesem
scheiß Badezimmer fehl am Platz ist.
Ich gehe raus, um die Gedanken zu vertreiben.
Ich greife nach dem ersten T-Shirt, das ich im Schrank finde, und gehe
Richtung Küche. Unvermeidlich erwartet mich ein Zettel auf dem Tisch.
IIC Amburgo
Guten Morgen Liebling,
es ist Obst im Kühlschrank, iss es mit dem Joghurt.
Ich habe auch Hackbraten gemacht, iss ihn zu Mittag und lass’ ihn
Dir schmecken.
Ich liebe Dich,
Chris.
Ich öffne das Gefrierfach und nehme mir Eis heraus, um mir einen Gin
Tonic zu machen.
Draußen mäht der Nachbar den Rasen. Seitdem sie umgezogen sind,
scheint es, als hätten sie nichts Anderes, an das sie denken. Er wird so in
etwa siebzig sein, er ist dick und schwitzt - zumindest ist der Rand auf dem
Rücken und unter den Achseln dunkel. Ich werde ziemlich schnell müde bei
diesem Anblick, mache mir einen weiteren Gin Tonic und gehe unsicheren
Schrittes ins Wohnzimmer.
Es ist jener Moment, in dem ich sie sehe.
Wie zum Teufel ist ihr das in den Sinn gekommen?
Die Regale neben dem Fernseher, jene, in denen die Andenken an unsere
Reisen waren, sind jetzt voller Fotos, sorgfältig in silberne Bilderrahmen
eingefasster Fotos. Fotos aus der Zeit, als wir verlobt waren, Fotos von unserer Hochzeit, Fotos von den Kindern, Fotos von mir am Tag der Diplomübergabe an der Militärakademie.
Sie hat unser Wohnzimmer durcheinandergebracht.
Ich mache den Fernseher an und setze mich in den Sessel.
Das Morgenprogramm gibt dir das Gefühl, allein auf der Welt zu sein - du,
erdrückt zwischen Wiederholungen und Serien für Hausfrauen. Ich trinke
mit kleinen Schlucken und spiele mit dem Eis herum.
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130 Come fossi solo
Tedesco
K. MÜLLER VON DER HEYDEN
Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura
Ich wünschte, ich müsste nicht noch einmal in meiner Gesellschaft aufwachen.
Ich stehe auf und rasiere mich.
Es ist nach elf, und auch heute Morgen habe ich die Kinder nicht begrüßt,
bevor sie in den Kindergarten gegangen sind. Mir dreht sich alles, unsicher
bewege ich mich vorwärts in Richtung Bad, das einen chemischen Lavendelgeruch verströmt.
Christine.
Sie hat mit dem Raumspray den Geruch des Erbrochenen von gestern Abend
übersprüht. Könnte sie, würde sie auch den Rest unseres Lebens übersprühen.
Je länger ich sie sehe, desto mehr ekelt sie mich an. Die Gutenachtliedchen, die
sie den Kindern singt, ihr Hinzufügen von Mein Lieber, mein Schatz am Ende
jeden Satzes lassen alles noch unverschämt rührseliger erscheinen.
Mir dreht sich alles. Ich setze mich zum Pinkeln auf die Klosettschlüssel, um
nicht wieder das Gleichgewicht zu verlieren. Die Bürste, das Rasierwasser, die
Gesichtscreme: Jeder einzelne Gegenstand befindet sich exakt dort, wo er sich
immer befunden hat und wo er sich immer befinden wird. Ich ziehe mich
hoch: Es ist nur das sich im Spiegel zeigende Bild, was in diesem Scheißbad
fehl am Platz ist.
Ich gehe hinaus, um die Gedanken loszuwerden.
Ich ergreife das erstbeste T-Shirt, das ich im Schrank finde, und gehe in
Richtung Küche. Unweigerlich erwartet mich eine Nachricht auf dem Tisch.
IIC Berlin
Guten Morgen Schatz,
es gibt Obst im Kühlschrank, iss es zusammen mit dem Yoghurt.
ch habe auch Hackbraten gemacht, iss ihn zum Mittag, er schmeckt Dir
doch.
ch liebe Dich,
Chris.
Ich öffne den Kühlschrank und nehme Eis, um mir einen Gin Tonic zu machen.
Draußen mäht der Nachbar den Rasen. Seitdem sie eingezogen sind, scheinen sie an nichts anderes zu denken zu haben. Er wird wohl um die 70 Jahre
alt sein, ist dick, schwitzt, bereits dunkle Schweißflecken auf dem Rücken und
unter den Achseln. Dieses Schauspiel habe ich recht rasch satt, ich mache mir
noch einen Gin Tonic und betrete unsicher das Wohnzimmer.
Erst in diesem Moment sehe ich das.
Scheiße, was ist ihr denn da eingefallen?
Die Konsolen seitlich des Fernsehers, die, wo wir die Andenken unserer
Reisen aufbewahrten, sind jetzt mit Fotos vollgestellt, Fotos, schön eingefasst
in silbernen Rahmen. Fotos aus der Zeit, als wir verlobt waren, Fotos unserer
Hochzeit, Fotos der Kinder, Fotos von mir in Uniform am Tage des Diploms
an der Militärakademie.
Sie hat die Anordnung unseres Wohnzimmers völlig durcheinander gebracht.
Während ich einschalte, setze ich mich in einen Sessel.
Die Programme am Vormittag lassen dich einsam auf der Welt fühlen,
beklommen zwischen Wiederholungen und Hausfrauenserien. Ich trinke in
kleinen Schlucken, während ich mit dem Eis spiele.
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Giuseppe Munforte
131 Non dirmi che hai paura
Nella casa
di vetro
Gaffi
Cos’è una famiglia felice? Davide, voce narrante del libro, padre di Andreas
e marito di Elena (con la quale cresce anche una figlia concepita con un altro
uomo, Sara), osserva la vita dei suoi cari con discrezione. Vede Sara che si sistema gli occhiali mentre impara a leggere una nuova parola, e poi Elena che
trattiene il dolore - ma per cosa? La casa nella quale condividono il quotidiano sembra protetta da una bolla di vetro mentre appena fuori dalla finestra,
sulla tangenziale milanese, le macchine sfrecciano in un frastuono. Quella
bolla è la voce stessa del narratore a crearla, quasi volesse posare sulla casa
un’aura che la difenda dagli urti col mondo. Davide si nasconde, forse non c’è,
vede soltanto, e si domanda se questa esistenza che un giorno lasceremo, tutto
ciò che abbiamo costruito, le persone che abbiamo amato, continuerà anche
senza di noi. Com’è il mondo quando gli voltiamo le spalle? “Nella casa di vetro” è una favola metropolitana, o una preghiera, quella di un padre, e di un
marito, che cerca di conservare ogni attimo d’amore, di non dissipare il tempo condiviso, perché sa che questo è il solo modo per riconsegnarli all’eternità.
Giuseppe Munforte, nato nel 1962 a Milano, ha vinto nel 1996 il premio Assisi per l’inedito
con il romanzo Meridiano, pubblicato nel 1998 da Castelvecchi. Nel 2008 ha pubblicato il
romanzo La prima regola di Clay con Mondadori e nel 2011 Cantico della galera con Italic-Pequod. Suoi racconti sono stati pubblicati da diverse riviste letterarie, ultima delle quali
Achab, uscita con il primo numero a gennaio 2013.
Nella casa di vetro © 2014 Giuseppe Munforte
ISBN 978 8861651456
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[email protected]
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Portami ancora leggerezza e voglia di correre, il fruscio della
bicicletta su uno sterrato, la neve che placa le strade, quello sguardo, quel profumo, e poi chiarezza: e voce limpida! Aiutami, se
puoi, a vincere la paura che mi insidia. Portami la libertà dei
pensieri, e del desiderio. Il coraggio della veglia.
Seguimi quando mi perdo nelle vasche scure della sotterranea e
passo come ombra feroce sui metalli e scendo gradini, e mi muovo
come respirando e ondeggiando piano, in fila, affondando verso il mezzanino, io nessuno, dentro il popolo lumaca che alza
le sue mille teste e le ritrae ritmicamente, respirando, sfiorate
dai liquidi bagliori dei neon. Dallo strepito di martello giù nella
galleria. Quando il vagone si infila come lama nella pietra e la
corsa spacca i pensieri, e immagini dal cuore si strappano come
creature subito morte.
Quando anch’io filo come uno che abbia tradito la vocazione
gloriosa del rifiuto.
Portami ancora il dono della carne, il sole potente di marzo, e
l’aria fredda, la fiducia: e il trillo degli uccelli che fila – invisibili
– sopra la luce dei tetti. La sua voce. E quel modo benevolo di
guardarmi che mi dava riscatto.
Portami ancora in quel parco, una domenica mattina di novembre, dentro un fuoco di foglie madide, e alberi quasi neri, puliti, e foglie gialle come cedri sbucciati. Dentro la luce di foglie contro la pineta. Nel silenzio. Vicino all’uomo anziano, al laghetto
dei cigni e delle papere, cappello e giacca vecchi di vent’anni, che
spaccava il pane secco contro la recinzione di legno, battendolo
con il palmo delle sue mani pesanti, e intanto parlava e spiegava
qualcosa a un giovane di colore, al suo figlioletto che osservava il
pane e i cigni. Vicino a tutti i bambini che andavano e venivano.
Là, con la piccola Sara per mano. Alle mattine vagabonde della
domenica con lei, portami, quando sua madre non poteva alzarsi
dal letto, perché aspettava il piccolo Andreas.
Al laghetto, portami ancora, alle briciole di pane, agli alberi e ai
sentieri colmi di foglie – come cesti pronti per essere sollevati da
terra, offerti al tempo senza direzione.
‫‪132 Nella casa di vetro‬‬
‫امنحني مزيدا من الخفة ورغبة في الركض‪ ،‬إمنحني ذكرى‬
‫حفيف الدّراجة على ألطريق الترابي‪ ،‬والثلج الذي يكسو‬
‫الطرقات‪ .‬أعد لي تلك النظرة وذاك العطر‪ .‬ساعدني كي‬
‫أسمع بوضوح‪ ،‬ذاك الصوت الشـفّـاف‪ .‬ساعدني كي أتغلب‬
‫على الخوف الساكن في أعماق ذاتي‪ .‬زوّدني بالحرّية‪:‬‬
‫حرّية األفكار‪ ،‬حرية الرّغبة‪ ،‬وشجاعة التيقّـظ‪.‬‬
‫كظل‬
‫إاتبعني عندما أتوه في جوف الينابيع المظلمة‪ ،‬وأعبر ّ‬
‫متوحّش على صفيح حادّ‪ ،‬وأهبط الساللم ببطء حابسًا‬
‫الصف‪.‬‬
‫أنفاسي غارقًـا في تفكيري كمن يقف في‬
‫ّ‬
‫أشعر أنّـي ال أحد وسط آالف الرؤوس الحلزونيّة التي‬
‫تتحرّك بإيقاع منسجم‪ ،‬تستشعر سائلها كومضات األضواء‬
‫الباهتة‪.‬‬
‫ضجيج المطرقة في أسفل النفق‪ ،‬عند انزالق مقطورة كشفرة‬
‫في الحجرفتتسابق األفكار والصور وتسقط ميتة فجأة كتوقف‬
‫قلب الكائنات عن الخفقان‪.‬‬
‫وأنا أيضًا كالذي خان النداء الباطني المجيد للرفض‪.‬‬
‫هبني نعمة البشر‪ ،‬شمس آذار الساطعة‪ ،‬والهواء البار‪ .‬هبني‬
‫الثقة وزغردة العصافير وتسلّـلها عبر أضواء األسقف‪.‬‬
‫أعطني صوتها ونظراتها الجميلة التي تمنحني الفداء‪.‬‬
‫خذني في صباح يوم أحد من شهر تشرين الثاني‪ ،‬الى تلك‬
‫الحديقة‪ :‬أشجار شبه سوداء‪ ،‬نظيفة و صفراء كقشر الليمون‪.‬‬
‫إحملني داخل النارالتي تحرق أوراق رطبة‪ .‬خذني الى لمعان‬
‫األوراق وأشجار الصنوبر‪ ،‬إلى الهدوء والصمت‪ .‬قرب انسان‬
‫مسنّ يجلس على ضفاف بحيرة الوزّ والبجع‪ ،‬يرتدي قبّعة‬
‫وسترة عمرها عشرون عامًا‪ :‬يتحدّث إلى شاب ملوّن‪،‬‬
‫بكف يده الثقيل‪ ،‬ويفـتّـت بعض الخبز الجاف على‬
‫يضرب ّ‬
‫السّتار الخشبي‪ ،‬ويشرح ألبنه الذي كان يتأمل الخبز والبجع‬
‫كل األطفال الذين يأتون ويذهبون‪ .‬خذني إلى‬
‫بالقرب من ّ‬
‫هناك في صباحات األحد حيث أتجول ويدي بيد الصغيرة‬
‫سارة‪ .‬إصطحبني الى أنها التي كانت ترقد في سريرها‬
‫بانتظار الصغير أندرياس الى العالم‪.‬‬
‫خذني الى البحيرة‪،‬إلى فتات الخبز‪ ،‬الى الشجر‪ ،‬الى الدروب‬
‫الصغيرة المكسوّة بأوراق الخريف‪ ،‬إلى السالل المآلنة‬
‫الهداة‪ ،‬إلى الزمن دون أيّ اتجا‬
‫‪Arabo‬‬
‫‪TALA HARAKE‬‬
‫‪Università Libanese‬‬
‫‪IIC Beirut‬‬
‫‪torna al sommario‬‬
133 Nella casa di vetro
Armeno
Ambasciata d’Italia a Erevan
MARIAM KHACHATRYAN
Università Statale di Erevan
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Կրկին Բե՛ր ինձ թեթևություն և փախչելու ցանկություն,
ավերված հողի վրայով գնացող հեծանվի խշշոցը, ձյունը ,
որը խախաղեցնում է փողոցները, այն հայացքը, այն բույրը,
ապա պարզությունը և ջինջ ձայնը: Օգնի՛ր ինձ , եթե կարող
ես ` հաղթահարել վախը, որը ինձ հետապնդում է` տանում է
ինձ մտքերի և երազանքների ազատություն: Այն ինձ տալիս է
արթուն մնալու քաջություն:
Հետևի՛ր ինձ, երբ ինքս ինձ կորցնում եմ ստորգետնյա մութ
ջրամբարներում, անցնում եմ ինչպես մետաղի վրայով գնացող
մի կատաղի ստվեր, ապա իջնում եմ աստիճաններով, շարժվում
եմ ` շնչելով ու ալիքների վրա դանդաղ ճոճվելով,հերթով,
միջնամասի ուղղությամբ սուզվելով :Ես ոչ ոք եմ խխունջների
բազմության մեջ, որոնք բարձրացնում են իրենց հազարավոր
գլուխներն ու ռիթմիկ կերպով պատկերում են դիմանկարներ
, շունչ քաշելով , հպվում են նեոնային փայլուն հեղուկին:
Մուրճի աղմուկից մինչև պատկերասրահ: Երբ վագոնը անցնում
է ինչպես մի ածիլ- քարի միջով, վազքը կոտրում է մտքերը, իսկ
սրտից բխած պատկերները պատռվում են ինչպես անմիջապես
մահացած արարածներ:
Երբ ես նույնպես փախչում եմ ինչպես մեկը, ով դավաճանել
է ականավոր մերժողի կոչումը:
Բե՛ր ինձ մարմնի պարգևը, մարտ ամսվա կիզիչ արևը,
մաքուր օդը, վստահությունը: Ինձ նորից տա’ր դեպի թռչունների
ծլվլոցը, որոնք կտուրների լույսի վերևում փաղչում են
անտեսանելի: Այն ձայնը:Այն բարյացակամ հայացքը, որն ինձ
տալիս էր փրկության հույս:
Ինձ նորից տա՛ր դեպի զբոսայգի, մի նոյեմբերյան կիրակի
առավոտը` խոնավ տերևների կրակի ներքո,ծառերը գրեթե
սևացած, մաքուր, իսկ տերևները ինչպես կեղևազրկված
ծառեր: Տա՛ր ինձ դեպի սոճու պուրակի տերևների
ստվերները:Լռություն:Կարապների և բադերի լճակի մոտ` մի
տարեց մարդ, հին `քսան տարվա գլխարկով և կոստյումով, չոր
հացը պոկում և ձեռքերի թիզով փայտյա պարիսպից ներս էր
նետում այն, իսկ մինչ այդ ինչ որ բան էր ասում ու բացատրում
սևամորթ մի երիտասարդի`իր որդուն, ով հետևում էր հացին և
կարապներին: Նրանք մոտ էին բոլոր երեխաներին, ովքեր գնում
ու գալիս էին: Ահա նա` փոքրիկ Սառան իր ձեռքերում: Բե՛ր
ինձ կիրակի օրվա թափառական առավոտները նրա հետ, երբ
իր մայրը չէր կարողանում վեր կենալ անկողնուց, որովհետև
սպասում էր փոքրիկ Անդրեասին:
Ինձ նորից տա՛ ր դեպի լճակ,դեպի հացի փշուրներ, ծառերով
և տերևներով լի արահետ, որոնք ինչպես զամբյուղներ պատրաստ
են գետնից բարձրանալ և առանց որոշակի ուղղության առաջ
գնալ:
134 Nella casa di vetro
Bulgaro
IRINA KAKRINSKA
Liceo Bilingue “Gorna Bania”
Дай ми още свобода и желание да тичам, шумът от
колелото по чакъла; снегът, който стихва по улиците,
онзи поглед, онзи аромат, и след това - яснота и ясен
глас! Помогни ми, ако можеш, да преодолея страха,
който ме застрашава. Дай ми свобода на мислите и
на желанието. Куражът на бдението.
Следвай ме, когато се изгубя в тъмния басейн на
подземието и преминавам като свирепа сянка върху
металите и слизам по стълбите, и се движа дишайки
и люлеейки се бавно, в редица, потъвайки към
полунощ, аз - никой, зад бавния като охлюв народ,
който надига хилядите си глави и диша ритмично.
Следвай ме и ме пази от шума на чук долу в минната
галерия. Когато вагонът се приплъзва като острие от
камък и пробегът разбива мислите и образите, а от
сърцето се разкъсват парчета като отделни създания,
които веднага умират.
Следвай ме и когато аз също вървя като някой, който
е предал славното своето призвание и се е отказал
чрез несъгласие.
IIC Sofia
Дай ми отново плътта си в дар, силното мартенско
слънце, и студеният въздух, вярата и песента на
птиците която се прокрадва невидима над светлината
и над покривите. Нейният глас. И онзи благосклонен
начин, по който ме гледаш и ми даваш откуп.
Дай ми още спомени от този парк.
Една ноемврийска неделна утрин, вътре в един
пламък от листа и дървета, почти черни,и чисти и
листа жълти и обелени като кедри.
Светлина на листата срещу боровата гора. В
тишината. В близост до стареца, на езерото с
лебедите и патиците, този със старите шапка и яке на
около двадесетина години, който разчупваше сухия
хляб срещу дървената ограда, удряйки го с дланта
на тежките си ръце и междувременно говорейки
и обяснявайки нещо на един младеж. Младежа
бе неговият син, който наблюдаваше и хляба и
лебедите.
Близостта до всичките деца, който идваха и
си отиваха. Там, с малката Сара под ръка. В
скитническите неделни утрини. Само двамата с нея
. И спомена когато майка и не можеше да стане от
леглото, тъй като чакаше малкия Андреас.
На езерцето... дай ми още спомени.
Трохите хляб, дърветата и чувствата пълни с листа,
като корени, готови да бъдат повдигнати от земята,
посветени на времето без посока.
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135 Nella casa di vetro
Cinese
IIC Pechino
QI KEJING
Università di Lingue Straniere
Zhejiang Yuexiu
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你还带给我轻松,跑步的欲望,自行车在砂石路上的沙沙
作响,覆盖道路的白雪,那景色,那芳香,还有那明朗: 多么
清晰的声音!如果你能帮我,战胜我内心的恐惧。带给我思
考和希望的自由。让我清醒的勇气。
当我迷失在地铁的暗道里,你要跟随着我,我深色的影
子,脚步踏着金属前行,走上向下的台阶。我缓慢地呼吸和
晃动着移动。排着队走向下面的夹层,我不算是什么人物,
混在有无数头高昂着并且有节奏地移动的蜗牛大军中,掠过
明亮的霓虹灯光。在隧道里,在锤打的敲击声的回响中。当
列车像刀片钻入磨石一样、奔跑分散了思想,还有由心而生
的画面,就像迅速死亡的生灵。
我也像一个背叛了光荣志向的人在疾行。
你还馈赠我肉类,给我带来三月里强烈阳光和寒冷的空
气,还有信任:在屋顶的阳光之上飞行的看不见的鸟的叫
声。它的那种声音。还有那种仁爱的看着我的方式,给我带
来了救赎。
一个九月的星期天早上,你还带我去那个公园里,再进入
那片湿叶子的火红之中,那几乎是黑色的干净树木群中,那
好像剥了皮的雪松的黄色叶子之中。进入松林逆光的树叶的
光里。进入寂静之中。你离一个老人很近,在有天鹅和小母
鹅的小湖边,旧帽子和夹克有二十多年。他面对者木栅栏掰
开一个干面包,用他沉重的手掌敲打着面包。于此同时,老
人对一个年轻的黑人和他那位正在观察面包和天鹅的小儿
子解释、讲述着什么。你在来来去去的小孩旁边。在那里,
你牵着小萨拉的手。你告诉我,当他妈妈没能醒来的时候,
你星期天早晨和她漫步,因为她在等小安德烈(出生)。
你在带我去小湖边,去看面包屑,树木,铺满落叶的小路,
就好像是从大地举起的献给没有方向的时间的篮子。
136 Nella casa di vetro
Cinese
IIC Pechino
ZHU WEN
Università di Lingue Straniere
Zhejiang Yuexiu
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带给我轻盈和奔跑的欲望,一条土路上自行车的沙沙声,
铺满道路的白雪, 那目光,那香气,还有那明亮: 多么清晰
的声音!如果你能,请帮助我克服威胁恐惧感。给我思想和
愿望的自由。给我觉醒的勇气。
当我迷失在昏暗的地下隧道中,跟着我,我像吓人的鬼影,
在金属管线上行走,然后下台阶,我像慢慢推动和摇曳似地
移动,排成一排,正在向阁楼下行。我不算什么人,在抬起数
以千计的头并有节奏地移动的蜗牛群中,它们呼吸着,触碰
着霓虹灯闪烁的液体。下面的隧道中回响着锤击的噪音。当
车打滑,就像在磨石里打磨的刀片,这种奔跑打开思想,从心
里冒出的脑海形象,像一个瞬间即亡的造物一样。
当我也像一个背叛了光荣使命的人,匆匆离去。
再带给我肉的礼物,3月的暖日和冷空气,信任:看不见的疾
飞的鸟儿在鸣叫,就在屋顶的光线之上。它的声音。而这种看
我的仁慈的方式让我赎了身。
11月的一个星期天早上,还带我去那个公园,在一些湿叶
子的火红色中,一些几乎黑色的干净的树木,剥落的雪松的
黄色树叶之中。在松林的逆光针叶里。在寂静中。在一位老汉
的附近,在有天鹅和鸭子的湖水旁,二十多年的帽子和旧外
套,他当时掰碎了干面包,对着木栅栏,用他有力的手掌拍打
面包,同时对一个的有色年轻人和他当时在观察面包和天鹅
的他儿子聊天和解释一些有趣的事。在来来往往的孩子们附
近。在那,牵着小萨拉的手。在星期天闲逛的早晨,当她的母
亲不能起床与她同行的时候,把她带给我,因为她当时在等
小安德烈斯(出世)。
再把我带到池塘边,带到面包屑、树木和满是树叶的小巷
–如同准备好从地面举起的篮子,没有方向的奉献给时间。
137 Nella casa di vetro
Coreano
IIC Seoul
KIM SEONG YEONG
Università di Studi Stranieri di Busan
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나에게 달릴 수 있는 바람과 가벼움을, 흙 길의 자전거 휙 하는 소리
를, 땅을 달래는 눈을, 그곳의 시선을, 그곳의 향기를, 그리고 선명함을 다
시 가져다 주세요. 그리고 맑은 음성! 당신이 할 수만 있다면 나를 위
협하는 두려움을 극복할 수 있도록 도와주세요. 나에게 생각의 자유와 열
망을 가져다 주세요. 밤새 기도하는 용기를.
지하의 어두운 웅덩이에서 길을 잃었을 때, 내가 금속의 거친 그림자처
럼 지나갈 때, 그리고 계단을 내려올 때, 중이층으로 가라앉으며 일렬
로 천천히 물결을 이루고 숨을 쉬는 것처럼 움직일 때, 나를 따라오세요.
천 개의 머리를 들어올리는 달팽이 같은 사람들 속에서 나는 아무도 아닙
니다. 그리고 네온이 비치는 물에 스치듯 숨을 쉬며 율동적으로 그 머리들을 그
립니다. 화랑 밑 망치의 시끄러운 소리로. 마차가 돌 안에 날처럼 껴들
고 그 달리기가 생각을 깨버릴 때, 심장의 이미지는 마치 생명체가
곧 죽을 것처럼 흩어집니다.
나 역시 거부의 영광스러운 소명을 배신한 사람처럼 달려갈 때.
나에게 육체의 선물을, 3월의 힘있는 태양을, 시원한 대기를, 신뢰를 다
시 가져다 주세요. 지붕의 빛 너머로 보이지 않는, 줄을 선 새들의 지저귐.
그 목소리. 나를 해방시키며 나를 바라보는 자애로운 그 모습.
11월의 일요일 아침을, 눅눅한 잎사귀의 불길 속 거의 검은 색이 된 나무
를, 그리고 매끈하게 껍질이 벗겨진 삼나무 같은 노란 잎사귀를 이 공원
에서 나에게 다시 가져다 주세요. 소나무 숲과 마주한 잎사귀의 빛 속.
조용히. 나이든 사람 근처에는 백조와 오리의 작은 호수와 20년 된 낡은
모자와 코트가 있고, 그 사람은 나무울타리 속에서 두툼한 손의 손바닥으로
쳐서 마른 빵을 나눴고, 그 동안 빵과 백조들을 관찰하던 아들과 이
야기하며 색감이 살아있는 무언가를 설명했지요. 자유로이 오가는 아이
들 근처. 그곳에서 어린 사라의 손을 잡고. 함께 일요일의 방랑하는 아
침을 나에게 가져다 주세요. 그녀의 어머니가 조그만 안드레아스를 뱃
속에 품고서 침대에서 일어나지 못하던 그 아침을.
나를 다시 데려다 주세요. 작은 호숫가로, 빵 부스러기들로, 나무들로, 그
리고 잎사귀가 수북이 쌓인 길로. 이것들은 정처 없이 시간에 맡겨진, 이
제 금방 땅에서 들어올려질 바구니처럼 그렇게 있네요.
138 Nella casa di vetro
Francese
IIC Rabat
MARIAM CHEMSI
MERYEM ELLOUZE
Scuola Italiana Paritaria
« Enrico Mattei »
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Apporte-moi légèreté et envie de courir, le froufrou de la bicyclette
sur une route non goudronnée, la neige qui bloque la route, ce regard, ce parfum, et puis de la clarté : et cette voix pure ! Aide-moi,
si tu peux, à vaincre cette peur qui me tourmente. Apporte moi la
liberté de penser et du désir. Le courage de veiller.
Suis moi quand je me perds dans les abysses les plus souterraines,
je passe comme une ombre féroce sur les métaux et je descends
les gradins, je bouge en respirant et m’ondulant délicatement, en
queue, me noyant dans l’entre sol, moi personne, parmi le peuple
escargot qui hausse ses mille têtes et les retourne constamment, en
respirant, effleuré par les éclats des néons. Du bruit assourdisant
du marteau provenant de la galerie d’en bas. Quand le wagon s’enfile comme la lame dans la pierre et la course fissure les pensées,
et les réminiscences du cœur se déchirent comme deux créatures à
peines mortes.
Quand je tricote comme un qui aurait trompé la vocation glorieuse du refus. Apporte moi le plaisir charnel, le soleil puissant
de mars, et la brise, la confiance : et le chant des oiseaux qui s’en
va –invisible- au dessus de la lumière des toits. Sa voix. Et cette
douce façon de me regarder qui me redonnait confiance en moi.
Emmène moi encore une fois dans ce parc, un dimanche matin
en plein novembre, immergé dans une multitude de feuilles d’automne mortes, et des arbres presque noirs, propres, et des feuilles
jaunes comme des cèdres pelés. À l’intérieur de la lumière des feuilles contre le pin. Dans le silence. À côté du vieil homme, au lac
des cygnes et des canards, chapeau et veste datant de vingt ans,
qui coupait le pain sec contre la clôture faite de bois, tout en le
battant avec la paume de ses grosses mains, entre temps il parlait
et expliquait quelque chose à un jeune homme de couleur, à son fils
qui observait le pain et les cygnes. À côté des enfants qui allaient et
revenaient. Là bas, en tenant par la main la petite Sara. Au petit
matin vagabond du dimanche avec elle, emmène moi, quand sa
mère ne pouvait pas se lever du lit, vu qu’elle attendait le petite
Andréas.
Au lac, emmène moi encore, aux miettes de pains, aux arbres
et aux sentiers remplis de feuilles comme des paniers prêts à être
soulevés de terre, offerts au temps sans direction.
139 Nella casa di vetro
Inglese
IIC Sidney
JORDAN KUZMANOVSKI
Istituto De La Salle
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Bring me nimbleness and the desire to run, the rustling sounds
of the bicycle on the dirt, the snow that surrounds the streets, that
look, that perfume, and then make it become clear to me, make
that voice clear to me! Help me if you can, to overcome the fear that
traps me. Give me the liberty of free thought and bring me what I
desire. The courage of those who are awake.
Follow me when I lose myself in the darkness of the underworld and I pass like a ferocious shadow on the metal as I descend
stairs, my movement and breathing patterns in sync, swaying on
the mezzanine floor, I am no one, like a snail that lies on a pole
and raises its thousands of heads, rhythmically breathing, while
escaping from liquid splashes of neon. From the noise of a hammer,
bellow the gallery. When the wagon slips like sword in a stone, the
journey destroys thoughts, and the images in the heart are destined
to die like mortal creatures. When I too, am deemed as one of those
who has betrayed the glorious calling of rejection. Bring me the gift
of flesh and meat, the powerful sun that shines in March and the
cool air, faith: and the trill of the birds that fly – invisibly – amongst the light of the roofs. And that benevolent way that you look at
me, as if you are giving me redemption.
Take me again to that park, to that Sunday morning of November inside the fire of the foliage, the almost black, bare trees, and
the leaves which are as yellow as peeled cedar. Inside the light of
the leaves against the pine forest. Amongst the Silence. Close to
the old man, the pond of swans and ducks, and the coats and caps
from twenty years ago, the man that broke the dry bread against
the wooden fence, beating it with the palms of his heavy hands,
while he spoke and explained something to a young man of color,
and his son that observe the bread and watched the swans. Close
to all the young children that come and go. There, with little Sara.
In the mornings, wandering around on Sunday with her, bring
her to me, when her mother can’t wake her because she is waiting
for little Andreas.
Take me again to the pond, to the crumbs of bread, to the trees
and to the pathways filled with leaves – like baskets ready to be
raised from the earth, offered at a time without direction.
140 Nella casa di vetro
Inglese
MADONA MARKAJ
Università di Calgary
Bring me still the carelessness and the will to run, the rustling of
the bicycle on the grime, the snow that quiets roads, that glance, that essence, and then clarity: a limpid voice! Help me, if you
can, overcome this fear that torments me. Bring me the freedom
of thought, and of desire. The courage of awareness.
Consolato Generale di Vancouver
Follow me when I get lost into the underground’s dark hoses as
I transient as a ferocious shadow on metals and I go down the
stairs, as I move by breathing and slowly surging, lined up, drowning towards the circle, I am no one, in between snail people who
rises and drops his thousands heads in rhythm, breathing, slightly blinded by the flashing neon lights. From the whimpering of a
hammer down to the gallery. When the wagon slides in as a blade
cuts through stone and the run cracks the thoughts, and images
from the heart are grasped away like creatures that just died.
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141 Nella casa di vetro
Lettone
Ambasciata d’Italia a Riga
SINTIJA OZOLINA
Università della Lettonia
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Nes man atkal vieglumu un vēlmi skriet, riteņa grabēšanu
braucot pa zemes ceļu, sniegu, kas apklusina ielas, to skatienu,
to smaržu, un tad vēl skaidrību un dzidru balsi! Palīdzi man, ja
vien spēj, pieveikt tās bailes, kuras man neliek mieru. Atgriez man
domu un alku brīvību, un drosmi palikt nomodā.
Seko man, kad apmaldos pazemes tumšajos tuneļos un kad
slīdu garām kā mežonīga ēna uz metālu sienām, kad nokāpju pa
trepēm, un kad kustos it kā elpodams un līgodamies klusi. Seko
man, kad plūstu līdzi pūlim, iegrimdams līdz starpstāvam, es,
neviens, gliemezis starp cilvēkiem, kuri paceļ savas tūkstoš galvas
un tās atkal ritmiski ierauj, elpodami dzer kāri no neona zibšņu
šķidrumiem, no āmura sitieniem šeit, tunelī. Kad vagons ietriecas
akmenī kā asmens un steiga sašķeļ domas, sirds tēli izplēšas ārā
kā acumirklī mirušas radības.
Kad arī es plūstu līdzi pūlim kā viens no tiem, kuri noraidījuši
aicinājumu izrauties.
Nes atkal man miesu, kas upurēta, marta vareno sauli, un vēso
gaisu, uzticību: un aizlidojošu putnu čivināšanu – neredzamu –
virs jumtu gaismām. Viņas balsi. Un laipno skatienu, kas man
dāvāja pestīšanu.
Aived mani atkal uz to parku, kādā novembra svētdienas rītā,
kādā miklu lapu ugunskurā, un teju melnos kokos, iztīrītos, un
dzeltenās lapās kā nomizotos ciedros. Pret silu – lapu gaismā. Klusumā. Pie tā vecā vīra, pie gulbju un pīlēnu dīķa, cepure un jaka
kam bija divdesmitgadīgas, kurš pāršķēla sauso maizi pret koka
iežogojumu, sitot ar savu smago dūri un vienlaicīgi skaidroja kaut
ko tumšādainam jaunietim, savam dēlēnam; pie tā vīra dēla, kurš
vēroja maizi un gulbjus. Pie visiem bērniem, kuri nāca un gāja.
Tur, ar mazo Sāru pie rokas. Uz klaidoņu svētdienu rītiem kopā
ar viņu, aizved mani, kad viņas māte nevarēja piecelties no gultas,
jo gaidāja mazo Andreasu.
Pie dīķa, aizved mani atkal, pie maizes drupatām, pie kokiem
un lapu piepildītiem celiņiem – kā grozu, kas gatavs tikt pacelts
no zemes un dāvāts nenoteikta virziena laikam.
142 Nella casa di vetro
Russo
Ambasciata d’Italia a Minsk
ANGELINA BAI
LIDIYA DENISENKO
ALINA KASHINSKAYA
DARYA ROMANOVSKAYA
ANNA SADOVSKAYA
Università Statale Bielorussa
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Дай мне еще хотя бы раз ощутить невесомость и желание
бежать, услышать шум велосипеда на проселочном пути,
увидеть укутанные снегом дороги, обрести те взгляд
и запах, а потом ясность: кристально чистый голос!
Помоги мне, если сможешь, победить преследующий меня
страх. Принеси мне свободу мыслей и желаний. Утреннюю
бодрость.
Следуй за мной, когда я затеряюсь в тёмных туннелях
подземки, проникну в них мрачной тенью, спущусь по
ступенькам, двинусь, едва дыша, чуть раскачиваясь,
погружусь в мезонин. Я никто, внутри народа-слизняка,
что поднимает свои тысячи дышащих голов и ритмично
опускает их из-за жидких вспышек неона и стука молотка
вдали туннеля. Когда вагон проедет, словно скользящее по
камню лезвие, а бег разобьёт мысли, из сердца вырвутся
изображения подобные умершим только что существам.
Когда я также пройду, словно изменивший отказом
славному призванию.
Подари мне вновь яркое мартовское солнце, морозный
воздух, уверенность и пение птиц, что звучит над
крышами. Тот голос. И тот нежный взгляд, что меня
подкупал.
Отведи меня в тот ноябрьский парк, проведи сквозь
черные деревья, сквозь «огонь» мокрых и желтых, словно
очищенные кедры, листьев. Сквозь их свет напротив
сосновой рощи. В тишину. У небольшого пруда пожилой
мужчина в старомодных одеждах ломает сухой хлеб, стуча
им по деревянному ограждению своей тяжелой рукой. Он
объясняет что-то наблюдающим за лебедями чернокожему
мужчине и его сыну. Хочу оказаться возле всех тех детей,
которые туда-сюда бегают. Хочу быть там и держать за
руку маленькую Сару. Унеси меня к утренним блужданиям,
в те времена, когда мать не вставала с постели, потому
что ждала маленького Андреаса.
Унеси меня на озерцо, к этим крошкам хлеба, к
деревьям, к тропинкам, полным опавших листьев, что
так напоминают корзинки и готовы в любой момент
подняться с земли в хаотичном танце.
143 Nella casa di vetro
Spagnolo
IIC Buenos Aires
SANDRA RADDI
Associazione Dante Alighieri di Lanus
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Dame aún ligereza y ganas de correr, el sonido de la bicicleta
sobre elsendero, la nieve que cubre las calles, aquella mirada, aquel
perfume, y después claridad: y voz límpida! Ayúdame, si puedes, a
vencer el miedo que me acecha. Dame la libertad de pensamiento,
y el deseo. El coraje de la espera.
Seguime cuando me pierdo en los túneles oscuros del subterráneo
y paso como sombra feroz sus metales y desciendo escalones ,y me
muevo respirando y flotando lento, en hilera, hundiéndome en el
desánimo, yo alguien, dentro del pueblo caracol que alza sus miles
de cabezas y las retrae rítmicamente, respirando, rozando las luces
de neón. Del alboroto del martillo bajo la galería.
Cuando el vagón se mete como cuchilla en la piedra y el recorrido quiebra los pensamientos e imágenes del corazón se desgarran
como criaturas a punto de morir.
Cuando también yo me alisto como una más que haya traicionado la vocación gloriosa de rehusarse.
Dame aún el don de la carne, el sol potente de marzo, y el aire
frío, la confianza: el trinar de los pájaros quese escurre, invisible,
sobre los techos. Su voz. Aquél modo benevolente de mirarme que
me daba contención.
Llévame aún al parque una dominical mañana de noviembre, a
un fuego de hojas húmedas, y árboles casi negros, limpios, y hojas
amarillas de los cedros pelados. La luz de las hojas que contrasta
con el pinar. En el silencio. Cerca del hombre anciano, al laguito
de los cisnes y los gansos, cabello y chaqueta de veinte años, que
partía el pan seco contra la cerca de madera, y lo arrojaba con la
palma de sus manos pesadas, mientras, hablaba y explicaba alguna cosa a un joven de color, a su hijo postizo que observaba el pan
y los cisnes. Cerca de todos los niños que van y vienen. Allá, con la
pequeña Sara de la mano. Vagando las mañanas de los domingos
con ella, llévame, cuando su madre no podía levantarse de la cama
porque esperaba al pequeño Andreas.
Al laguito, llévame aún, a las migajas de pan, a los árboles y a los
senderos repletos de hojas como cestas pronto a ser alzadas de la
tierra, ofrendas al tiempo sin dirección.
144 Nella casa di vetro
Spagnolo
IIC Buenos Aires
PATRICIA SALERNO
Associazione Dante Alighieri di Lanus
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Dame más ligereza y ganas de correr, el ruido de la bicicleta sobre
una zanja, la nieve que calma las calles, aquella mirada, aquel
perfume y después claridad: y voz cristalina! Ayúdame, si puedes
a vencer el miedo que me engaña. Tráeme la libertad de los pensamientos, y el deseo. El coraje del desvelamiento.
Sígueme cuando me pierdo en los estanques del subterráneo y
paso como sombra feroz sobre los metales bajando escaleras, y
me muevo como respirando y ondulando despacio, en línea recta,
hundiéndome hacia el entresuelo, yo ninguno, dentro del pueblo
caracol que levanta sus miles de cabezas y se retrae rítmicamente
respirando, acariciadas por los líquidos deslumbrantes del neón.
Del estruendo de martillo bajo del túnel cuando el vagón se enfila
como cuchilla en la piedra y la carrera quebranta los pensamientos, e imágenes del corazón se desgarran como criaturas al instante
muertas. Cuando yo también me enfilo como uno que ha traicionado la vocación gloriosa del renuncio.
Tráeme aun el don de la carne, el sol potente de marzo, y el aire
frío, la confianza : y el trinado de los pájaros que línea -invisible- sobre la luz de los techos. Su voz y aquel modo bondadoso de
mirarme que me daba liberación.
Llévame otra vez a aquel parque, un mañana de domingo de
noviembre, dentro de un fuego de hojas húmedas, y árboles casi
negros límpidos, y hojas amarillas como maderas de cedros.
Dentro de la luz de hojas contra el pinar. En el silencio. Cerca del
hombre anciano, al laguito de los cisnes y de los patos, sombreros
y chaquetas viejas de veinte años, que quebrantaba el pan seco
contra la cortadura de leño, batiéndola con la palma de sus manos
pesadas, y mientras hablaba y explicaba algo a un joven de color,
a su pequeño que observaba el pan y los cisnes. Cerca de todos los
niños que iban y venían allí, con la pequeña Sara de la mano. A
las mañanas vagabundas del domingo con ella, llévame, cuando
su madre no podía levantarse de la cama, porque esperaba al pequeño Andreas.
Al laguito, llévame otra vez a las miguitas de pan a los arboles y
a los senderos colmados de hojas, como canastas dispuestas a estar
elevadas de la tierra, ofrecidas al tiempo sin dirección.
145 Nella casa di vetro
Spagnolo
IIC Buenos Aires
JUANA CARMEN RACCIO
Università Nazionale di San Martin
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Tráeme una vez más liviandad y ganas de correr, el roce de la
bicicleta sobre el piso, la nieve que suaviza las calles, esa mirada,
ese perfume y después la claridad: y voz transparente! Si puedes
ayúdame a vencer al miedo que me acecha. Tráeme libertad de
pensamientos y deseos. El valor de la vigilia. Acompáñame cuando
me pierdo en oscuros huecos subterráneos y paso como una feroz
sombra metálica, desgrano peldaños, me muevo respirando con
suaves oleadas, una tras otra, en lo profundo del suelo, yo nadie,
inmerso en el pueblo caracol que eleva y retrae rítmicamente sus
cabezas por miles, respirando, acariciadas por el líquido resplandor del neón.
Del golpe del martillo bajo la galería.
Cuando el tren, cual navaja, penetra la roca, la velocidad quiebra el pensamiento, las corazonadas se desgarran y como criaturas
mueren de repente. También yo me alineo como quien hubiera
traicionado la gloriosa vocación del rechazo.
Tráeme una vez más el regalo carnal, el intenso sol de marzo, el
aire helado, la confianza y el trinar de los pájaros que unidos invisibles - sobre techos iluminados.
Su voz y aquella manera buena de mirarme que me traía redención.
Llévame a aquel parque una mañana dominguera de noviembre, allí en lo profundo, el calor de las hojas húmedas, arboles casi
negros, despojados y hojas amarillas cual cedros descascarados.
En la luz de las hojas contra el pinar. En el silencio, junto al anciano con su sombrero y su saco, el pequeño lago de cisnes y gansos,
el que partía el pan seco, contra la rama caída, golpeándolo con la
palma de sus pesadas manos, mientras le hablaba y le explicaba
algo, a un joven de color, su hijito quien miraba el pan y los cisnes.
Cerca, los niños iban y venían.
Allí, de la mano con la pequeña Sara, con ella, a las mañanas
perdidas de domingo, cuando su madre no podía abandonar el
reposo, embarazada del pequeño Andreas.
Llévame otra vez al pequeño lago, a las migas de pan, a los árboles y a los senderos repletos de hojas, como canastas listas para
ser elevadas sobre la tierra, ofrecidas al tiempo sin rumbo.
146 Nella casa di vetro
Spagnolo
IIC Buenos Aires
FLORENCIA AQUINO
JULIA GARCÍA
AXEL HERNÁNDEZ
AGUSTIN MARTÍNEZ
GASTON PEDROZO
JOAQUIN VARAS
MAXIMILIANO FLORENTÍN
GONZALO MIGLIACIO
FAVILLI DIONEL
GEORGINA PERCHIVALE
Istituto Giuseppe Verdi
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Tráeme aun así la ligereza y el deseo de correr, crujido de la bicicleta en un camino de tierra, la nieve que apaga las calles, esa
mirada, ese perfume y después con claridad y con voz clara: ayúdame, si podes, para ganar el miedo que me sofoca. Tráeme la libertad de los pensamientos y los deseos. El coraje de la vigilia.
Sígueme cuando me pierdo en los huecos y paso como una sombra sobre el metal y bajo escaleras, y me muevo como la respiración
y balanceándome, hundiéndome hasta el entresuelo, yo no, en el
pueblo el caracol lanza sus mil de cabezas y retrata rítmicamente,
respirando, tocado por el rayo de neón líquido. Desde el ruido del
martillo abajo en la galería cuando el vagón se mete como hoja en
la piedra, y la carrera para romper los pensamientos y las imágenes del corazón se rompen como criaturas después de la muerte.
Cuando yo también vuelvo como uno que haya traicionado la
vocación gloriosa de rechazo.
Tráeme todavía el don de la carne, el sol de marzo, el aire frio y
la confianza: y el canto de pájaro que vuelve –invisible- sobre la
luz de los techos .Su voz. Y aquella mirada benévola que me daba
una sensación de reedición.
Llévame otra vez a aquel parque, un domingo a la mañana en
noviembre, dentro de un fuego de hojas húmedos, y arboles casi
negros, limpios y hojas amarilla como cedros .La luz de las hojas
contra el pinar. En el silencio. Cerca del anciano, en el estanque
de los cisnes y de los patos, sobrero y el saco viejo de 20 años, que
cortaba el pan seco contra recinto de madera, golpeándome con
la palma de sus manos pesadas mientras hablaba y aplicaba algo
a un joven de color , a su hijito que observaba el pan y los cisnes
.Cerca a todos los chicos que iban y venían .Allá con pequeña Sara
de la mano .En la mañana vagabundos del domingo con ello ,
llévame , cuando su madre no podía levantarse de la cama, porque
esperaba el pequeño Andreas.
Al estanque, llévame otra vez, a la miga de pan, los árboles y los
senderos llenos de hojas como cestos listos para ser levantados de
la tierra, en el momento ofrecidos al tiempo sin dirección.
147 Nella casa di vetro
Spagnolo
IIC Buenos Aires
JENNIFER AVALOS
LUCRECIA CENTURIÓN
BIANCA DELL’ ORDINE
ROCÍO FERNÁNDEZ
MELANIE MEDINA
AILÉN TORREJÓN
Istituto Giuseppe Verdi
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Llévame también a la ligereza y ganas de correr el crujido de la
bicicleta en un camino de tierra, la nieve que apaga las calles, esa
mirada, aquel perfume y después claridad: y la voz clara! Ayúdame, si puedes, superar el miedo que me debilita. Tráeme la libertad de los pensamientos, y el deseo. El valor de la vigilia.
Sígueme cuando me pierdo en la oscuridad de los tanques subterráneos y paso como sombrías feroces sobre los metales y bajo escalones, y me muevo como la respiración y ondulante después en una
fila que se hunde hacia el entrepiso, nadie en el pueblo en el interior
del caracol que elevan sus miles de cabezas y las retrata rítmica
mente , respirando , tocando los flashes de líquidos del neón. Desde
el ruido del martillo abajo en el túnel cuando el coche se detiene
como hoja en la piedra y la carrera corta los pensamientos y las
imágenes del corazón se arrancan como las criaturas muertas.
Cuando debo parar como alguien que ha traicionado la vocación
gloriosa de rechazo. Tráeme todavía el don de la carne, el sol potente de Marzo, y el aire frío, la confianza: y el cantar de los pájaros
que se oye, invisible, sobre la luz de los techos. Su voz y de aquella
manera generosa de mirarme que me daba confianza.
Llévame ahora a aquel parque, un domingo a la mañana de
Noviembre, dentro de un fuego de hojas humeadas, y arboles casi
negros, limpios y hojas amarillas como cedros quemados . Dentro
de la luz de hojas al pinar.
En el silencio al lado del hombre anciano, al estanque de los cisnes
y de los patos, sombrero y saco viejos de veinte años , que cortaba el
pan seco contra el recinto de madera , golpeando con la palma de
sus manos pesadas , mientras hablaba y explicaba algo a un joven
de color , a su hijito que miraba el pan y los cisnes.
Cerca de todos los niños que iban y venían. Allá, con la pequeña
Sara de la mano. A las mañanas vagabundas del domingo con
ella, llévame cuando su madre no podía levantarse de la cama,
por que esperaba al pequeño Andreas.
En el estanque, tráeme migas de pan, los arboles y los caminos
llenos de hojas. Como cestos listos para ser levantados del suelo
ofrecidos al tiempo sin dirección.
148 Nella casa di vetro
Spagnolo
IIC Buenos Aires
CAMILA LA PORTA
Istituto Giuseppe Verdi
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Llévame todavía ligera y con ganas de correr, el crujido de la bicicleta en un camino de tierra, la nieve desaparece en las calles,
aquella mirada, aquel perfume, y después la claridad ¡a voz clara!.
Ayúdame si puedes a ganarle al miedo que me vence. Llévame a la
libertad de pensamientos, y el deseo. El coraje de la vigilia.
Sígueme cuando me pierda en los agujeros oscuros del subterráneo y pasa como sombra feroz sobre los metales, y baja los escalones,
y muéveme tal como una respiración y balancéame despacio en
fila ahogando a la entreplanta, ya nadie en el interior del pueblo
caracol que levanta sus miles de cabezas y retratan rítmicamente
la respiración, tocan los líquidos, las luces de neón. Desde el ruido del martillo abajo en la galería. Cuando el vagón comienza a
caminar tal como la hoja en la piedra y que corte los pensamientos, e imaginar desde el corazón rasgado tal como la creación y la
muerte sufrida.
Cuando yo también tengo que hilar como uno que traiciona la
vocación gloriosa del rechazo. Tráeme el don de la carne, el potente
sol de Marzo, y el aire frío, la confianza y el canto de los pájaros
que reman -invisibles- por encima de la vista de los tejados. Su voz.
Y al igual que ese tipo de mirada que me dio el rescate.
Llévame de nuevo a ese parque, Domingo por la mañana en Noviembre, dentro de un incendio de hojas de Matilda, y árboles casi
negros, limpios y hojas amarillas tal como cedros pelados. Dentro
la luz de las hojas contra el bosque de pinos .En el silencio. Cerca
del hombre mayor en el estanque del cisne y de patos, sombrero
y chaqueta viejos, veinte años que partía el pan seco, contra un
recinto de madera, golpeando con la palma de sus manos pesadas,
mientras hablaba y explicaba algo a un joven de color ,su hijito
que observaba el pan y los cisnes, cerca de todos los chicos que
iban y venían.
149 Nella casa di vetro
Spagnolo
IIC Buenos Aires
KATHERINE QUIROGA
Istituto Giuseppe Verdi
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Llévame ahora ligereza y deseo de correr, el susurro de la bicicleta sobre un camino de tierra, la nieve que aplaca las calles, esa
mirada, aquel perfume, y entonces claramente: ¡es la voz clara!
Ayúdame, si podes, a vencer el miedo que me invade. Llévame la
libertad del pensamiento y del deseo. El coraje de la vigilia.
Sígueme cuando me pierdo en los huecos oscuros del subterráneo
y paso como sombra feroz sobre los metales y desciendo escalones,
y me muevo como respirando y flotando despacio, en fila, hundiendo hacia el entresuelo, yo nadie, dentro de un pueblo caracol
que alza sus miles de cabezas y las retrae rítmicamente, respirando, rosado por los flashes del neón líquido. Del ruido de martillo
abajo en la galería.
Cuando el vagón se desliza como cuchilla en la piedra y la carrera
corta los pensamientos, y las imágenes del corazón se arrancan
como criaturas recién muertas.
Cuando yo también vuelvo como uno que había traicionado la
vocación gloriosa del rechazo.
Llévame ahora en aquel parque, un domingo a la mañana de
noviembre, dentro de un fuego de hojas húmedas, y árboles casi
negros, limpios y hojas amarillas como cedros quemados. Dentro
de las luz de hojas contra el pinar. En el silencio. Al lado del hombre anciano, al estanque de los cisnes y de los patos, sombrero y
saco viejos de veinte años, que cortaba el pan seco contra el recinto
de madera, golpeándolo con la palma de sus manos pesadas, de
mientras hablaba y explicaba algo a un joven de color, a su hijito
que miraba el pan y los cisnes. Cerca de todos los niños que iban
y venían. Allá con la pequeña Sara de la mano. A las mañanas
vagabundas del domingo con ella, llévame cuando su madre no
podía levantarse de la cama, porque esperaba al pequeño Andreas.
Al estanque, llévame ahora, a las migas de pan, a los árboles y a
los caminos llenos de hojas- como cestas listas para ser levantadas
fuera de la tierra, ofrecidas el tiempo sin dirección.
150 Nella casa di vetro
Spagnolo
Ambasciata d’Italia a L’Avana
YANIRA PÉREZ GARMENDIA
Università di L’Avana
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Tráeme también ligereza y el deseo de correr, el murmullo de
la bicicleta sobre una excavación, la nieve que serena las calles,
aquella mirada, aquel perfume, y luego claridad: y voz pura!
Ayúdame si puedes, a vencer el miedo que me asedia. Tráeme la
libertad de pensamiento y deseo. El coraje de la vela.
Sígueme cuando me pierdo en los pozos oscuros del metro y
paso como sombra feroz sobre los metales y desciendo escalones,
y me muevo como respirando y ondeando despacio, en línea,
naufragando en el entrepiso, yo, nadie, dentro del pueblo de los
caracoles que alzan sus miles de cabezas y las retiran armónicamente, respirando, rozados por los líquidos resplandores de los
neones. Del estrépito del martillo allá en la galería. Cuando el
vagón se enfila como lámina en la piedra y la carrera quiebra los
pensamientos, e imágenes del corazón se arrancan como criaturas muertas de un golpe.
Cuando también me encamino como uno que ha traicionado
la vocación gloriosa del rechazo.
Tráeme también el regalo de la carne, el potente sol de marzo, y
el aire frío, la confianza, el trino de los pájaros que viajan –invisibles- sobre la luz de los techos. Su voz. Y aquel modo indulgente
de mirarme que me liberaba.
Tráeme también en aquel jardín, una mañana de domingo en
noviembre, dentro un fuego de hojas empapadas, y árboles casi
negros, pulidos, y hojas amarillas como cedros talados. Dentro,
la luz de hojas hacia el bosque de pinos. En el silencio. Cerca del
hombre anciano, del estanque de los cisnes y de los gansos, sombrero y chaqueta viejos de veinte años, que quebraba el pan seco
contra el cerco de madera, y lo golpeaba con la pesada palma
de sus manos, y mientras, hablaba y explicaba alguna cosa a un
joven de color, a su hijo que observaba el pan y a los cisnes. Cerca
de todos los niños que iban y venían. Allá, con la pequeña Sara
de mano. A las mañanas vagabundas de los domingos con ella,
llévame, cuando su madre no podía alzarse de la cama, porque
esperaba al pequeño Andreas.
Al estanque, llévame también, a las migas de pan, a los árboles y
a los senderos repletos de hojas, cual cesta lista para ser levantada
de la tierra, que se ofrece al tiempo sin rumbo.
151 Nella casa di vetro
Spagnolo
Ambasciata d’Italia a L’Avana
DAVID RODRIGUEZ VENTO
Università di L’Avana
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Llévame otra vez la ligereza y el deseo de correr, el chirrido de la bicicleta metido en uno, la nieve que calma las calles, aquella mirada, aquel
perfume, y después claridad: ¡y a viva voz! Ayúdame, si puedes, a vencer
el miedo que me atrapa. Llévame la libertad de los pensamientos y del
deseo. El coraje del desvelo.
Sígueme cuando me pierdo en los túneles oscuros del metro y paso
como una sombra feroz sobre los metales y bajo escalones y me muevo
como respirando y transitando tranquilamente, en fila, hundiéndome en
el entresuelo; yo nadie, dentro del pueblo lento que alza sus mil cabezas
y las retira rítmicamente, respirando, rozadas por los resplandecientes
líquidos de neón. Del ruido del martillo allá en el túnel. Cuando el vagón
penetra como el acero en la piedra y la distancia separa los pensamientos, y las imágenes del corazón se rompen como criaturas de repente
muertas.
Cuando también yo me comporto como alguien que haya traicionado
la gloriosa vocación del rechazo.
Llévame otra vez el regalo de la carne, el sol intenso de marzo, el aire
frío y la confianza: y el trino de los pájaros invisibles que viaja sobre la
luz de los techos. Su voz. Y aquel modo benévolo de mirarme que me
rescataba.
Llévame otra vez a aquel parque, un mañana de domingo de noviembre, dentro, un fuego de hojas húmedas, y árboles casi negros, limpios, y
hojas amarillas como cedros desnudos. Dentro, la luz de las hojas contra
el pinar. En el silencio. Cerca del hombre anciano, de la laguna de los
cisnes y de los gansos, de sombrero y chaqueta viejos de veinte años,
que rompía el pan seco contra el cercado de madera, golpeándolo con la
palma de su fuertes manos, y al mismo tiempo hablaba y explicaba algo
a un joven de color, y a su hijito que observaba el pan y los cisnes. Cerca
de todos los niños que íbamos y veníamos.
Llévame, allá, con la pequeña Sara de la mano, a las bohemias mañanas de domingo junto a ella, cuando su madre no podía levantarse de la
cama porque esperaba al pequeño Andrés.
Llévame otra vez al lago, a las migajas de pan, a los árboles y a los caminos llenos de hojas, como cestas listas para ser levantadas de la tierra,
ofrecidas al tiempo sin dirección.
152 Nella casa di vetro
Tedesco
IIC Berlin
K. MÜLLER VON DER HEYDEN
Corsi Istituto Italiano di Cultura
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Bring’ mir noch einmal Leichtigkeit und Lust zu laufen, das
Rascheln des Fahrrads auf einem unbefestigten Weg, den Schnee, der die Straßen still werden lässt, diesen Blick, diesen Duft
und dann Klarheit: und eine klare Stimme! Hilf mir, wenn Du
kannst, die Angst, die mich bedroht, zu besiegen. Bring’ mir die
Freiheit der Gedanken und des Wunsches. Den Mutzum Wachsein.
Folge mir, wenn ich mich in den dunklen Schächten der
U-Bahn verirre und wie ein wilder Schatten auf dem Metall
vorbeihusche und Stufen hinabgehe und mich bewege, als holte
ich Luft und schwankte ich leicht, in Reih und Glied, als ginge ich
unter in Richtung Zwischengeschoss, ich niemand, inmitten des
Schneckenvolkes, das seine tausend Köpfe rhythmisch hebt und
wieder senkt, atmend, umspielt vom fließenden Schein der Neonleuchten. Vom hämmernden Lärm da unten im Tunnel. Wenn
sich der Waggon wie eine Klinge in den Stein hineinschiebt und
der Lauf die Gedanken zerplatzen lässt und die Bilder aus dem
Herzen wie sofort gestorbene Geschöpfe zerreißen.
Wenn auch ich flitze wie einer, der die ruhmreiche Berufung
zur Verweigerung verraten hat.
Bring’ mir noch einmal das Geschenk des Fleisches, die kräftige
Märzsonne und die kalte Luft, das Vertrauen: Und das Trillern der - unsichtbaren - Vögel, das über dem Licht der Dächer
schwirrt. Ihre Stimme. Und diese wohlwollende Art, mich zu
betrachten, die mir Befreiung gab.
Bring’ mich noch einmal in diesen Park, einen Sonntagvormittag im November, inmitten eines Feuers aus nassen Blättern
und beinahe schwarzen, blanken Bäumen und gelben Blättern,
geschälten Zitronatzitronen gleich. Inmitten des Leuchtens der
Blätter gegen den Pinienwald. In die Stille. In die Nähe des alten
Mannes, an dem Teich mit den Schwänen und Enten, Hut und
Jacke, beide zwanzig Jahre alt, der das trockene Brot zerbrach,
indem er es mit der Handfläche seiner schweren Hände gegen
den Holzzaun schlug, und währenddessen sprach und einem
jungen Schwarzen oder eher seinem kleinen Sohn, der das Brot
und die Schwäne beobachtete, etwas erklärte. In die Nähe aller
Kinder, die kamen und gingen. Dorthin, mit der kleinen Sara an
der Hand. Zu den sonntäglichen Bummelvormittagen mit ihr,
bring’ mich, als ihre Mutter nicht aus dem Bett aufstehen konnte,
weil sie den kleinen Andreas erwartete.
An den Teich, bring’ mich noch einmal, zu den Brotkrumen, zu
den Bäumen, zu den Wegen, voll mit Blättern - wie Körbe, die
bereit stehen, um vom Boden hochgehoben, angeboten zu werden
an eine richtungslose Zeit.
Francesco Pecoraro
153 Non dirmi che hai paura
La vita in
tempo di pace
Ponte alle Grazie
L’ingegner Ivo Brandani è sempre vissuto in tempo di pace. Quando il libro
comincia, il 29 maggio 2015, Ivo ha sessantanove anni, è disilluso, arrabbiato, morbosamente attaccato alla vita. Lavora per conto di una multinazionale a un progetto segreto e sconcertante, la ricostruzione in materiali sintetici
della barriera corallina del Mar Rosso: quella vera sta morendo per l’inquinamento atmosferico. Nel limbo sognante di un viaggio di ritorno dall’Egitto,
si ricompongono a ritroso le varie fasi della sua esistenza di piccolo borghese:
la decadenza profonda degli anni Duemila, i soprusi e le ipocrisie di un Paese travolto dal servilismo e dalla burocrazia, il sogno illusorio di un luogo
incontaminato e incorruttibile, l’Egeo. E poi, ancora indietro nel tempo, le
lotte studentesche degli anni Sessanta, la scoperta dell’amore e del sesso, fino
ad arrivare al mondo barbarico del dopoguerra, in cui Brandani ha vissuto
gli incubi e le sfide della prima infanzia. Chirurgico e torrenziale, divagante
e avvincente, “La vita in tempo di pace” racconta, dal punto di vista di un
antieroe lucidissimo, la storia del nostro Paese e le contraddizioni della nostra borghesia: le debolezze, le aspirazioni, gli slanci e le sporcizie, quel che
ci illudevamo di essere e quel che alla fine, nostro malgrado, siamo diventati.
Francesco Pecoraro lavora come architetto urbanista presso il comune di Roma, dove vive.
Scrive da una ventina d’anni, poesie, saggi su arte e architettura pubblicati da riviste specializzate e racconti. Ha pubblicato i racconti di Dove credi di andare (Mondadori, 2007; Premio
Napoli e Premio Berto), le poesie di Primordio vertebrale (Ponte Sisto, 2012) e Questa e altre
preistorie (Le Lettere, 2008), che racchiude le prose del suo Tash-blog.
La vita in tempo di pace © 2014 Francesco Pecoraro
ISBN 978 8862209670
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[email protected]
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Ivo Brandani era perseguitato dal senso della catastrofe. La vedeva in ogni
iniziativa di trasformazione della realtà, in ogni edificio (che può crollare),
in un aereo in volo (che può precipitare), in un’automobile in corsa (che
può sbandare), in una presa di corrente (che può andare in corto), in una
pentola sui fornelli (rischio di incendio), in un bicchiere d’acqua (che può
rovesciarsi), in un uovo fresco (che può rompersi): tutto ciò che sta in piedi
può cadere, tutto ciò che funziona può smettere di farlo. Anzi, prima o poi
avrebbe smesso di farlo, questo era sicuro. Ma come si sarebbe potuta evitare, quella catastrofe? Era un evento molto lontano nel tempo, non avrebbe
dovuto importargliene. Invece gliene importava.
Quelle genti non si era mai saputo bene chi fossero, né da dove fossero
venute, né con precisione quando, né perché. Si sapeva solo che erano una
secrezione etnica dell’Asia Centrale. Qualcuno aveva addirittura sostenuto
che fossero nient’altro che greci che avevano cambiato religione e costumanze. Di sicuro si sapeva che un paio di secoli dopo la loro prima comparsa sulle sponde del Mediterraneo avevano preso Costantinopoli. E questo
per lui era inaccettabile. Del resto, a partire dal 29 maggio del 1453, in ogni
generazione umana sono esistite persone che non riuscirono a farsi una
ragione della caduta di Bisanzio. L’ingegner Ivo Brandani era tra queste.
Noi tutti ci aspettiamo dai tecnici solo quei sani pragmatismi e positivismi che consentono agli ignoranti, come agli intellettuali puri, di prendere
un aereo, di percorrere un ponte in automobile, di salire su un treno, una
nave, con ragionevoli probabilità di non lasciarci la pelle. I tecnici fanno sì
che esistano oggetti chiamati case, ponti, aerei, treni, gallerie, razzi, satelliti
e stazioni spaziali, automobili, computer eccetera e noi li vogliamo simili ai loro ritrovati, conformi all’oggetto delle loro attenzioni. Li vogliamo
disincantati e attenti, neutrali rispetto alle cose della politica, anche se li
immaginiamo difficili da ingannare, perché propensi alla verifica e restii a
dare più importanza alle parole che ai fatti. I tecnici li vogliamo non-sofisticati, meglio se un po’ ignoranti. Insomma ci fidiamo di più se sembrano
distaccati e un po’ ottusi, se gli vediamo in mano un giallo piuttosto che un
libro di poesie. Non ci aspettiamo da un ingegnere ossessioni e risentimenti
come quelle che abitavano nella mente di Ivo Brandani.
Quando per la prima volta era stato a Istanbul per lavoro gli era capitato
di entrare in una piccola moschea a ridosso delle mura sul Mar di Marmara. Sulla carta era indicata come Kucuk Aya Sofya Camii, che tradotto
in inglese era Small Ayasofya Mosque, ma sulla sua guida risultava anche
come SS. Sergio e Bacco. Si trattava di una chiesa bizantina poi trasformata in moschea, che, nonostanti i suoi millecinquecento anni, le diffuse
iscrizioni coraniche sulle pareti intonacate di bianco e una probabile ripulitura iconoclasta da ogni immagine e mosaico precedente, sembrava
ancora ben conservata. “Ha millecinquecento anni! Millecinquecento!” si
ripeté Ivo, cercando di afferrare il concetto. Faceva così ogni volta che era
alle prese con una grandezza non figurabile: centomila tonnellate, quattrocento chilometri cubi, trecentomila chilometri al secondo… «L’impianto
planimetrico» diceva la guida, «e in generale tutta la struttura dell’edificio
si ispirano a Santa Sofia». Brandani ebbe subito la sensazione che qualcosa
non andasse, poi, salito al matroneo e affacciatosi alla balconata, provò una
specie di fastidio fisico, un dolore come quando ti premono con le dita
dietro le orecchie: eccole lì, sotto i suoi occhi, la Resa, la Sopraffazione, la
Sottomissione, l’Espropriazione, la Cancellazione, la Sostituzione…
Da lassù si vedeva chiaramente la torsione degli assi di simmetria cui era
stato sottoposto l’edificio, l’espianto culturale subìto da quella chiesa e dalla
città tutta.
154 La vita in tempo di pace
Armeno
Ambasciata d’Italia a Erevan
ANI ADAMYAN
Università Statale di Erevan
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Իվո Բռանդանին տառապում էր աղետի մոլուցքով։ Այն տեսնում էր
իրականության փոփոխման յուրաքանչյուր փորձի մեջ. ամեն շենքի մեջ (որը
կարող էր փլուզվել), թռիչքում գտնվող օդանավի մեջ (որը կարող է վայր ընկնել),
ընթացքի մեջ գտնվող մեքենայի մեջ (որը կարող է վթարի ենթարկվել), վարդակի
մեջ (որ կարող է փչանալ), գազօջախի վրա գտնվող կաթսայի մեջ (որը կարող
է հրդեհի պատճառ դառնալ), ջրով լի բաժակում (որը կարող է թափվել ), թարմ
ձվի մեջ (որը կարող է կոտրվել) : Այն ամենը ինչը կանգուն է, կարող է ընկնել,
այն ամենը ինչը որ աշխատում է, կարող է դադարել աշխատել: Դեռ ավելին, վաղ
թե ուշ դա այդպես էլ լինելու էր, դա միանշանակ էր։ Սակայն ինչպե՞ս կարելի
էր խուսափել այդ աղետ կոչվածից։ Դեպքը շատ վաղուց էր տեղի ունեցել, պետք
է որ դա նրան չհուզեր, մինչդեռ ընդհակառակն էր:
Հայտնի չէր, թե այդ մարդիկ ովքեր էին, որտեղից էին եկել, նույնիսկ ստույգ
ժամանակը կամ պատճառը: Հայտնի էր միայն, որ Կենտրոնական Ասիայի
էթնիկ ցեղերից էին սերում։ Ոմանք նույնիսկ պնդում էին, որ ոչ այլ ոք են, քան
հույներ, որոնք փոխել էին իրենց կրոնն ու բարքերը։ Ստույգ հայտնի էր միայն
այն, որ Միջերկրականի ափերին հայտնվելուց մի քանի դար հետո գրավեցին
Կոստանդնուպոլիսը։ Եվ սա նրա համար անընդունելի էր: Բացի այդ, 1453թ․ի մարտի 29-ից ի վեր մարդկային յուրաքանչյուր սերնդի մեջ գոյություն են
ունեցել մարդիկ, ովքեր չեն կարողացել իմաստավորել Բյուզանդիայի անկումը:
Ինժեներ Իվո Բրանդանին դրանց թվում էր։
Մենք բոլորս մասնագետներից սպասում ենք առողջ պրագմատիզմ և
լավատեսություն, որոնք ինչպես անգրագետներին, այնպես էլ խելացիներին
թույլ են տալիս օդանավ նստել, մեքենայով անցնել կամրջի վրայով, գնացք
կամ նավ նստել՝ տրամաբանորեն հուսալով կյանքի թելը չկտրել այնտեղ։
Մասնագետներն այնպես են արել, որ գոյություն ունեն իրեր, որոնց անվանում
ենք տուն, կամուրջ, օդանավ, գնացք, թունել, հրթիռ, արբանյակ և տիեզերական
տարածություն, ավտոմեքենաներ, համակարգիչ, ինչպես նաև պահանջում ենք,
որ նման լինեն իրենց գյուտերին, համանման իրենց ուշադրությանն արժանացած
առարկաներին։ Ցանկանում ենք, որ նրանք չհրապուրվեն դրանցով և ուշադիր
լինեն, չեզոք՝ ի տարբերություն քաղաքականությանը վերաբերող երևույթների,
եթե անգամ պատկերացնում ենք, որ դժվար թե ստացվի նրանց խաբել, քանի որ
ավելի հակված են ստուգելու և կարևորություն են տալիս ավելի շատ քայլերին,
քան բառերին։ Չենք կամենում, որ մասնագետները լինեն նրբանկատ, ավելի
լավ է, երբ մի փոքր անգրագետ են։ Մի խոսքով, ավելի ենք վստահում, երբ մի
փոքր անվստահ են և բթամիտ են թվում, երբ նրանց ձեռքում արկածային գիրք են
ենք տեսնում բանաստեղծությունների ժողովածուի փոխարեն։ Ինժեներից չենք
սպասում սևեռուն մտքեր կամ քինախնդրություն, ինչպիսին ապրում էին Իվո
Բրանդանիի գլխում։
Երբ առաջին անգամ գործով Ստամբուլում էր, այնպես պատահեց, որ մտավ
Մարմարա գետի հարևանությամբ գտնվող մի փոքր մզկիթ: Քարտեզի վրա անունը
նշված է որպես Կուչուկ Այա Սոֆիա Կամիի, որը անգլերեն թարգմանաբար
նշանակում էր Փոքրիկ Այա Սոֆիա մզկիթ, սակայն նրա ուղեցույցի վրա
նշված էին նաև սուրբ Սարգիս և սուրբ Բաքոս անունները: Խոսքը գնում էր մի
բյուզանդական եկեղեցու մասին, որը վերափոխվել և դարձել էր մզկիթ, և չնայած
իր 1500 տարվա պատմությանը և ճերմակեցրած պատերին Ղուրանից վերցված
բազմաթիվ գրությունների, որոշակիորեն նշմարելի են մաքրված սրբապատկերի
և խճանկարի հետքեր, որոնք կարծես թե դեռ լավ են պահպանվում:
“1500 տարեկան է, 1500 տարեկան”,- ինքն իրեն կրկնեց Իվոն՝ փորձելով
ըմբռնել այդ իմաստը: Ամեն անգամ այդպես էր անում, երբ տարվում էր
աննկարագրելի չափսերով․ 100․000 տոննա, 400 կմ/3, 300․000 կմ/վ․․․
“Հարթաչափությամբ արված կառույց”,- ասում էր էքսկուրսավարը,- “և ամբողջ
շինությունը ոգեշնչված է սուրբ Սոֆյայից”։ Բրանդանին անմիջապես զգաց, որ
մի բան այնպես չէր, հետո բարձրանալով օթյակ և մոտենալով պատշգամբին՝
մարմնով մեկ տհաճ ինչ-որ զգացողություն ունեցավ, այնպիսի մի ցավ, որ
կարծես ականջների ետևից ինչ-որ մեկը մատներով սեղմեր. ահա° դրանք իր
աչքի առաջ են՝ հանձնվում, կեղեքում, հնազանդում, սեփականությունից զրկում,
ջնջում, փոխարինում... Վերևից հստակ երևում էր համաչափության կանոնների
խախտումը, որին ենթարկվել է կառույցը, այդ եկեղեցու և ողջ քաղաքի կողմից
ենթարկված մշակութային մի սխալմունք:
155 La vita in tempo di pace
Coreano
IIC Seoul
YOU HANEY
Università di Studi Stranieri di Busan
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이보 브란다니는 파멸로 고통 받고 있었다. 모든 건물(무너질 수 있는)과 날고 있는
비행기(추락할 수 있는), 주행중인 자동차(미끄러질 수 있는), 콘센트(끊어질 수 있
는)와 불 위의 냄비(화재 위험이 있는), 물이 담긴 컵(엎어질 수 있는), 그리고 신선
한 달걀(깨질 수 있는)까지 그는 현실의 변화를 일으키는 모든 것을 보았다. 이 모든
것들은, 사물이 서 있으면서도 넘어질 수 있는 것과 같이, 가능하거나 멈출 수 있다.
확실히 말한다면, 곧 멈추게 될 것이다. 이것은 확실하다. 하지만 누가 이 재앙을
피할 수 있을까? 이 사건은 꽤 오래 전의 일이며, 그에게 중요하지 않은 것임에 틀
림없었다. 하지만 사실, 중요했다.
사람들은 그들이 누군지 알 수 없었다. 그들이 어디서 왔는지, 정확히 언제 왔는
지, 왜 왔는지조차 알 지 못했다. 단지 그들이 중앙 아시아에서 왔다는 것만 알
뿐이었다. 누군가는 그들이 그들 자신의 종교와 관습을 바꾼 그리스 사람들이라고 주장
했다. 그들이 지중해 연안에 처음으로 나타난 후, 몇 세기가 지나 콘스탄티노플을 빼
앗았다는 것은 분명한 사실이라고 말했다. 그런데 이러한 사실을 그는 받아들일 수
없었다. 게다가 1453년 5월 29일, 수 세대를 거쳐 일어난 비잔틴 제국의 몰락
의 이유 중 하나를 알아내지 못한 사람들은 존재해왔다. 공학자인 이보 브란다니도 그
런 사람들 중 하나였다.
기차를 타고, 차로 다리를 건너고, 기차와 배에 올라탈 때, 우리는 생명을 지키고
자 하는 올바른 염원을 지니고서 현명한 실용주의와 실증주의에 기대게 된다. 그럴
때 우리는 무지한 사람들이나 온전한 지식인들의 차이가 없다는 것을 알게 된다. 전
문가들은 주택, 교량, 열차, 터널, 로켓, 위성, 그리고 우주정거장과 자동차, 컴퓨터
라고 부르는 사물이 존재한다는 것을 말한다. 우리는 그 전문가들이 새롭게 발견했다
고 하는 그러한 것들의 존재를 인정하며 그들과 유사한 관심을 기울이고자 한다. 또
한 그들이 사기를 치기는 힘들다고 상상한다 해도, 그들이 정치 문제에 대해서 각성하
고 주의를 기울이며 또한 중립의 입장에 있기를 바란다. 왜냐하면 진실을 생각하
고 말이나 행동에 더 큰 중요성을 두고자 하기 때문이다. 우리는 전문가들이 똑똑하지
않았으면, 아니 차라리 무지했으면 하고 바란다. 결국 전문가들이 시집보다는 추리
소설을 손에 들고 있는 모습을 본다면 우리는 그들이 좀 더 초연하고 낙천적이라고 믿게
될 것이다. 우리는 공학자라면 이보 브란다니의 머릿속에서 줄곧 머물고 있던 울분과
망상 따위에 사로잡히지 않기를 기대한다.
일 때문에 처음 이스탄불에서 지냈을 무렵, 그는 마르 디 마르마라Mar di Marmara 벽화가 그려진 작은 사원에 우연히 들어갔었다. 종이에는 ‘Kucuk Aya
Sofya Camii’라고 써있었는데, 영어로 번역하면 작은 아야소피아Ayasofya 사
원을 의미했다. 마지막에는 세르조Sergio와 바코Bacco라고 써있었다. 원래 비잔
틴 교회였으나 후에 이슬람 사원으로 바뀌었다. 천오백 년의 세월에도 불구하고, 코란
의 비문에는 백색의 염료가 넓게 덧칠해져 있었고, 그 파편으로 보이는 각각의 그림
들과 그 이전 시대의 모자이크에는 우상 파괴에 관한 것들이 여전히 잘 보존되어있었
다. “천오백 년이라니! 천오백 년!” 이보는 생각을 정리하며 말했다. 그는 크기를 말
할 때마다 형태가 아닌, 10만 톤, 4입방 미터, 초당 30만 킬로미터 하는 식으로
말하곤 했다. “평면도와” 라고 안내서에는 써있었다. “전반적으로 모든 것들은 성
소피아에서 영감을 받았다.” 브란다니는 즉시 뭔가 잘못됐다는 느낌을 받고 바로 갤
러리에 올라갔다. 발코니 앞에 선 그는 귀 뒤를 손가락으로 누를 때와 같은 육체적인
불편함과 고통을 느꼈다. 이 곳에서 그들은 자신의 눈 앞에 펼쳐진 항복, 탄압, 구속,
몰수, 취소, 대용과 같은 답답함을 느꼈을 터였다. 이 곳에서 그들은 모든 도시와 그
교회와 건물을 받치는 중심 축이 뒤틀리는 문화적인 이식을 또렷하게 지켜보고 있었다.
156 La vita in tempo di pace
Danese
IIC Copenahgen
FINN AMUNDSEN
KIRSTEN HARDERS
ALEXANDRA EMBORG
NANNA LØNBORG HANSEN
SUSANNE WESTH HECTER
ULLA VON BACKHAUS HVITNOV
MARIA SOFIA JAKOBSEN
LYKKE GØTZSCHE JENSEN
MARIA MELLEMGAARD
LINA GROSSO PEDERSEN
LARS REMVIG
CHRISTINE RUDBØG
EMILIE SKOVLY
Università di Copenahgen
torna al sommario
Ivo Brandani var besat af følelsen af, at katastrofen lurede alle vegne. Den
meldte sig, hver gang noget forandrede sig i hverdagen, når han så en bygning
(den kan styrte sammen), et fly i luften (det kan falde ned), en bil på vejen (den
kan skride ud), eller når han så en stikkontakt (den kan kortslutte), en gryde
på komfuret (den kan starte en brand), et glas vand (det kan vælte), et friskt æg
(det kan gå i stykker). Kort sagt: Alt, hvad der står op, kan vælte, alt, hvad der
virker, kan gå i stykker. Før eller siden ville det gå galt, det var helt sikkert! Men
hvordan kunne denne katastrofe have været undgået? Den lå så langt tilbage i
tiden, at den egentlig ikke burde bekymre ham. Men det gjorde den alligevel.
Ingen havde nogensinde fundet ud af, hvem disse mennesker var, hvorfra
de var kommet eller præcis hvornår eller hvorfor. Man vidste dog, at de var
en etnisk udsondring fra Centralasien. Nogen påstod ligefrem, at de bare var
grækere, som havde skiftet religion og taget andre skikke til sig. Men der var
ingen tvivl om, at de havde indtaget Konstantinopel et par hundrede år efter,
at de første gang var dukket op ved Middelhavets kyster. Dette kunne Brandani
ikke acceptere. I øvrigt har der i samtlige generationer siden 29. maj 1453 været
personer, som ikke kunne forlige sig med Byzans’ fald. Ingeniør Ivo Brandani
var én af dem.
Vi har alle en forventning om, at ingeniører udelukkende er pragmatikere og
positivister, som med deres frembringelser gør det muligt for alle - ignoranter
såvel som intellektuelle ¬¬- at rejse med fly, køre over en bro i bil, stige på et tog
eller gå om bord på et skib med rimelig sandsynlig-hed for ikke at sætte livet på
spil. Takket være ingeniører findes der huse, broer, fly, tog, tunneller, raketter,
missiler, satellitter, rumstationer, biler, computere med mere, og derfor ønsker
vi, at de skal være ligesom deres opfindelser. Vi ser helst, at de er nøgterne og
grundige, og de skal holde sig fra politik, selv om vi forestiller os, at de er svære
at snyde, fordi de kræver kontante beviser og lægger større vægt på handlinger
end ord. Vi ser gerne, at ingeniører er usofistikerede og en smule uvidende.
Egentlig stoler vi mere på dem, hvis de virker uengagerede og sløve, og hvis de
sidder med en kriminalroman - og ikke en digtsamling - i hånden. Vi forventer derfor ikke, at en ingeniør som Ivo Brandani går og tumler med den slags
tvangstanker og frustrationer.
Da han første gang arbejdede i Istanbul, var han tilfældigt gået ind i en lille
moské, som lå bag bymuren ud mod Marmarahavet. På kortet var den angivet
som Kucuk Aya Sofya Camii, som var oversat til engelsk med Small Ayasofya
Mosque, men i guidebogen stod der Sankt Sergius og Bacchus. Det var oprindelig en byzantinsk kirke, som senere blev omdannet til en moské, og byg-ningen
var stadig velbevaret på trods af dens et tusinde og fem hundrede år, de spredte
koranin-skriptioner på de hvidkalkede vægge og den ikonoklastiske ødelæggelse af tidligere udsmykninger og mosaikker, som givetvis havde fundet sted i
den. ”Den er ét tusinde fem hundrede år gammel! Ét tusinde femhundrede!”
gentog Ivo, som selv havde svært ved at fatte, hvad det betød. Sådan rea¬gerede
han, hver gang han blev præsenteret for en eller anden ubegribelig størrelse:
hundrede tusinde tons, fire hundrede kubikkilometer, tre hundrede tusinde
kilometer i sekundet …. “Byg-ningens grundplan,” sagde guiden, “og generelt
hele bygningens konstruktion er inspireret af Santa Sofia”. Brandani fik straks
en følelse af, at noget ikke passede, så da han var gået op i kvindegalle¬riet og ud
på en lille balkon, blev han ramt af et fysisk ubehag - en smerte - som når nogen
trykker én under ørerne: Lige der så han det hele for sig: Kapitulationen, Besættelsen, Underkastelsen, Ekspropriationen, Udryddelsen, Trosændringen ...
Deroppefra så man tydeligt, hvordan hele bygningens symmetri var blevet
vredet om sin egen akse samt den kulturelle udrensning, som kirken og hele
byen havde været offer for.
157 La vita in tempo di pace
Francese
IIC Parigi
ABATE CORRADO
BALDOCCI BARBARA
BARRIERVALENTIN
BENUCCI FRANCESCA
BEZAULT CHARLOTTE
BOLOGNA JLENIA
EHRHARD GUILLAUME
DE GRAZIA FRANCESCA
GIAUFFRET CHARLOTTE
JERIBI GIULIA
MANINI JULIE
PRIAMI AURELIA
SAITA ADELE
SEVERO ERSILIA
TRUJILLO RAPHAEL
VARGA REKA
Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne
torna al sommario
Ivo Brandani était persécuté par le sentiment de la catastrophe. Il
la voyait dans chaque initiative de transformation de la réalité, dans
tout immeuble (qui peut s’écrouler), dans un avion en vol (qui peut
s’écraser), dans une voiture qui roule (qui peut sortir de route), dans
une prise de courant (ça peut sauter), dans une casserole sur le feu
(risque d’incendie), dans un verre d’eau (qui peut se renverser), dans
un œuf tout frais (qui peut se casser) : tout ce qui tient debout peut
tomber, tout ce qui fonctionne peut s’arrêter. Pire, tôt ou tard, tout
aurait arrêté de fonctionner. Mais comment aurait-on pu l’éviter,
cette catastrophe-là ? C’était un événement si éloigné dans le temps,
il n’aurait pas dû s’en soucier. Et pourtant il s’en souciait.
Ces peuples, on n’avait jamais bien su qui ils étaient, ni d’où ils étaient venus, ni précisément quand, ni pourquoi. On savait seulement
que c’était une sécrétion ethnique d’Asie Centrale. Quelqu’un avait
même soutenu qu’ils n’étaient rien que des Grecs ayant changé de
religion et de mœurs. On tenait pour certain que quelques siècles
après leur première apparition sur les rives de la Méditerranée, ils
avaient pris Constantinople. Et cela, il ne pouvait pas l’accepter. Du
reste, à partir du 29 mai 1453, dans chaque génération humaine il y
a eu des personnes qui n’arrivaient à se faire une raison de la chute
de Byzance. L’ingénieur Ivo Brandani en faisait partie.
Nous tous nous attendons à trouver chez les techniciens juste ces
sains pragmatismes et positivismes qui permettent aux ignorants,
comme aux intellectuels purs, de prendre un avion, parcourir un
pont en voiture, monter sur un train, un navire, avec des probabilités raisonnables de ne pas y laisser sa peau. Les techniciens font en
sorte qu’il existe des objets nommés maisons, ponts, avions, trains,
tunnels, fusées, satellites et stations spatiales, voitures, ordinateurs
etcétéra, et nous les voulons semblables à leurs découvertes, conformes à l’objet de leurs attentions. Nous les voulons désenchantés et
prudents, neutres par rapport aux choses de la politique, même s’ils
nous semblent difficiles à tromper, parce que portés au contrôle et
réticents à donner plus d’importance aux paroles qu’aux faits. Les
techniciens, nous les voulons non sophistiqués, et encore mieux si
un peu ignorants. En somme nous leur faisons plus de confiance
s’ils semblent détachés et un peu obtus, si nous leur voyons entre les
mains un roman policier plutôt qu’un livre de poésie. Nous ne nous
attendons pas d’un ingénieur des obsessions et des ressentiments
comme ceux qui habitaient l’esprit d’Ivo Brandani.
158 La vita in tempo di pace
Inglese
IIC Sidney
JACK CRANNEY
Istituto De La Salle
torna al sommario
Ivo Brandani was haunted by the feelings from the disaster. He felt it in
anything that transformed reality; in every building (that could collapse), in an
aeroplane in flight (that could fall from the sky), in a running car (that could
crash), using a power outlet (that could short-circuit), using a pot on a stove
(being a fire hazard), using a glass of water (that could tip over), and even having
a fresh egg (that could break).
Everything that stands may fall; and everything that works may stop working.
As a matter fact however, sooner or later these things would have to stop. This
was certain. But how would one be able to avoid that disaster?
It all starts from an event far back in time, and he didn’t have to care about it.
Rather, it mattered to him…
Those people had never been able to know who they were, nor where they
came, nor exactly when, nor why. They only knew that they were of Central
Asian ethnicity. Someone had even claimed that they were nothing more than
Greeks who had changed their religion and customs. Surely they knew that a
couple of centuries after their first appearance on the shores of the Mediterranean they had taken Constantinople. And this was unacceptable for him.
Furthermore; from May 29, 1453, in every human generation that has existed,
there have been people who could not come to terms with the fall of Byzantium.
The engineer Ivo Brandani was among them.
We all expect from engineers only healthy pragmatism and positivism that
allows the ignorant, like the pure intellectuals, to take a plane, to cross a bridge
in a car, to get on a train or a ship, with a reasonable chance of not dying.
The Engineers ensure that there are objects called houses, bridges, planes,
trains, tunnels, rockets, satellites and space stations, cars, computers and so on.
We want them similar to their variety, consistent with the objects of their attention.
We want them to be disenchanted and careful; neutral with respect to political
matters, even if we imagine them difficult to deceive, because they are inclined
to verify and are reluctant to give more importance to words rather than facts.
We want engineers who are unsophisticated, even better if a little ignorant. In
short, we trust them more if they seem aloof and a bit dull… if we see in their
hands a yellow book rather than a book of poems. We do not expect from an
engineer the obsessions and resentments as those that lived in the mind of Ivo
Brandani.
When for the first time he was in Istanbul for work, he happened to enter a
small mosque near the walls of the Sea of Marmara. On paper it was shown as
‘Kucuk Aya Sofya Camii’, which was translated into English; ‘Small Ayasofya
Mosque’. But, in his guidebook, it resulted as SS. Sergio and Bacco.
It was a little Byzantine church converted into a mosque, which shows off its
fifteen hundred years of age; featuring widespread Koranic inscriptions on the
whitewashed walls, a probably re-cleaned iconoclast of every image, and a mosaic above, which seemed still well preserved.
“It’s fifteen hundred years old! Fifteen hundred!” Ivo repeated, trying to grasp
the concept. He did so every time he was struggling with a inconceivable size:
one hundred thousand tonnes, four cubic kilometres, three hundred thousand
kilometres to the second... “The site plan,” the guide said, “and in general, the
whole structure of the building was inspired by the Holy Sodia”.
Brandani immediately had the feeling that something was wrong, he then
ascended to the women’s gallery and looked out from the balcony. He felt a kind
of physical discomfort, similar to the pain when you press your fingers against
the back of your ears. There they were, under his eyes; surrender; oppression,
submission; expropriation; cancellation; replacement…
From up there he could see clearly the torsion of the axis of symmetry of which
the building had been subjected to, the explant culture that suffered from the
church and the entire city.
159 La vita in tempo di pace
Portoghese
IIC San Paolo
CAMILA DE OLIVEIRA AFONSO
Università Federale di Paraná
torna al sommario
Ivo Brandani tinha uma obsessão pela ideia de catástrofe. Via a tragédia em
toda iniciativa de transformação da realidade, em cada edifício (que pode desmoronar), em cada avião (que pode cair), em cada automóvel em movimento
(que pode derrapar), em cada tomada (onde pode haver um curto-circuito), em
uma panela no fogão (um risco de incêndio), em um copo d’agua (que pode
derramar), em um ovo cru (que pode quebrar): tudo aquilo que está em pé pode
cair, tudo aquilo que funciona pode parar de funcionar. Cedo ou tarde pararia
de funcionar, aliás, isso era uma certeza. Mas como poderia ter sido evitada,
aquela catástrofe? Um acontecimento tão distante assim no tempo não deveria
interessar-lhe. Mas lhe interessava.
Nunca se soube bem quem era aquela gente, nem de onde vinha,
nem quando, nem por que. Sabia-se somente que eram uma secreção étnica
da Ásia Central. Alguém tinha até mesmo defendido que eram nada mais do
que gregos que haviam mudado de religião e de costumes. A única coisa que se
sabia era que, dois séculos após o primeiro aparecimento sobre as margens do
Mediterrâneo, haviam tomado Constantinopla. E para ele isso era inaceitável.
De resto, a partir de 29 de maio de 1453, em toda geração humana existiram
pessoas que não conseguiram se conformar com a queda de Bizâncio. O engenheiro Ivo Brandani era uma delas.
Todos nós esperamos dos técnicos somente um pragmatismo e um
positivismo saudáveis que consentem aos ignorantes, como aos que só fazem
uso do puro intelecto, de pegar um avião, de atravessar uma ponte de carro,
de subir em um trem ou em um navio, com probabilidades razoáveis de não
largar a casca. Os técnicos fazem com que existam objetos chamados casas,
pontes, aviões, trens, galerias, foguetes, satélites e estações espaciais, automóveis, computadores, etc., e nós queremos que eles sejam semelhantes às suas
descobertas, idênticos aos objetos aos quais dedicam sua atenção. Queremos
que sejam desencantados e atentos, neutros quando se trata de política, apesar de pensarmos neles como pessoas difíceis de enganar, pois são propensos
à verificação, e relutantes em dar mais importância às palavras que aos fatos.
Queremos que os técnicos sejam pouco sofisticados, melhor ainda se forem
um pouco ignorantes. Enfim, confiamos mais neles se parecem distantes e um
pouco obtusos, se vemos que têm em mãos um romance policial, ao invés de
um livro de poesias. Não esperamos de um engenheiro que carregue consigo
obsessões e ressentimentos como aqueles que habitavam a mente de Ivo Brandani.
Quando, pela primeira vez, esteve em Istambul a trabalho, aconteceu de entrar em uma pequena mesquita abrigada por muros, sobre o Mar de
Mármara. No mapa era indicada como Kucuk Aya Sofya Camii que, traduzido
em inglês, era Small Ayasofya Mosque, mas no seu guia de viagem aparecia
também como SS. Sérgio e Baco. Tratava-se de uma igreja bizantina transformada posteriormente em mesquita que, apesar de seus mil e quinhentos anos,
as extensas inscrições corânicas nas paredes de reboco branco, e uma provável
limpeza iconoclasta de qualquer imagem e mosaico anterior, se mantinha aparentemente bem conservada. “Tem mil e quinhentos anos! Mil e quinhentos!”
repetiu Ivo, tentando agarrar-se ao conceito. Fazia assim sempre que precisava lidar com uma medida inimaginável: cem mil toneladas, quatrocentos
quilômetros cúbicos, trezentos mil quilômetros por segundo... “o sistema planimétrico” dizia o guia “e em geral toda a estrutura do edifício se inspiram em
Santa Sofia”. Brandani logo teve a sensação de que havia algo errado. Depois,
apoiando-se sobre o matroneu, sentiu uma espécie de desconforto físico, uma
dor, como quando nos beliscam atrás das orelhas: lá estavam, diante de seus
olhos, a Rendição, a Prepotência, a Submissão, a Expropriação, a Anulação, a
Substituição...
Lá de cima via-se claramente a torção dos azes de simetria ao qual o edifício
tinha sido submetido, o explante cultural sofrido por aquela igreja e por toda
aquela cidade.
160 La vita in tempo di pace
Russo
IIC San Pietroburgo
ANASTASIA LUCONINA
ECATERINA ISADICEVA
MARIA COMIAGHINA
Università Statale di San Pietroburgo
torna al sommario
Иво Брандани преследовало чувство катастрофы. Он видел её в любом
начинающемся изменении реальности, в любом здании (которое
может рухнуть), в летящем самолёте (он может потерпеть крушение), в
движущемся автомобиле (может вылететь с дороги), в розетке (которая
может замкнуть), в кастрюле на плите (риск пожара), в стакане воды (он
может опрокинуться), в сыром яйце (которое может разбиться): всё, что
стоит прямо, может упасть, всё, что функционирует, может перестать это
делать. Более того, рано или поздно оно действительно перестанет, в этом
он был уверен. Но как можно было её избежать, ту катастрофу? Это событие
было слишком отдалено во времени, оно не должно было иметь для него
значение. Но оно имело.
Он никогда ясно не осознавал, ни что это были за народы, ни откуда
они пришли, ни точно когда, ни зачем. Было известно лишь то, что они
были выходцами из Центральной Азии. Кто-то даже доказал, что они –
никто иные как греки, изменившие свою религию и обычаи. Было ясно
точно, что спустя пару веков после их первого появления на берегах
Средиземного моря они взяли Константинополь. Но для него это было
неприемлемо. Впрочем, начиная с 29 мая 1453 года, в каждом поколении
людей существуют личности, неспособные примириться с фактом падения
Византии. Инженер Иво Брандани был одним из них.
Мы все ожидаем от технических специалистов только того здравого
прагматизма и позитивизма, которые дают возможность как невеждам, так
и явным интеллектуалам лететь на самолете, проезжать на автомобиле по
мосту, садиться на поезд или корабль с разумной степенью возможности
не поплатиться за это жизнью. Инженеры дарят существование таким
предметам, которые зовутся домами, мостами, самолетами, поездами,
туннелями, ракетами, спутниками и космическими станциями,
автомобилями, компьютерами и так далее; а мы хотим, чтобы они были
похожи на свои открытия, подобны предметам своего внимания. Мы
хотим, чтоб они были проворными и внимательными, равнодушными к
политическим делам, мы также воображаем, что их трудно обмануть, так
как они склонны все проверять и не расположены придавать словам больше
значения, чем фактам. Мы не хотим видеть в техниках мудрствующую
вычурность, пусть лучше будут немного грубыми. В общем, мы скорее
поверим, если увидим их сдержанными и немного тупыми, с детективным
романом в руках, нежели со сборником стихотворений. Мы не ожидаем от
типичного инженера той одержимости и досады, которые обитают в уме
Иво Брандани.
Когда он впервые приехал в Стамбул по работе, ему выпало побывать
в маленькой мечети, окруженной стенами на берегу Мраморного моря.
На карте она была обозначена “Kakuk Aya Sofya Camii” что в переводе
на английский звучало “Small Ayasofya Mosque”, но в путеводителе она
значилась также “S.S. Sergio e Bacco”. Речь шла о византийской церкви,
позже переделанной в мечеть, которая, несмотря на свои полторы тысячи
лет, белые отштукатуренные стены, покрытые надписями из Корана, и
уничтожение иконоборцами всех предыдущих изображений и мозаик,
казалась еще хорошо сохранившейся. «Ей тысяча пятьсот лет! Тысяча
пятьсот!» - повторял про себя Иво, стараясь постичь замысел. Он делал так
всякий раз, когда сталкивался с величиной, фигурально невыразимой: сто
тысяч тонн, четыреста кубических километров, триста тысяч километров
в секунду… «Планиметрическое сооружение, – говорилось в путеводителе,
– и в целом вся структура этого здания созданы под вдохновением от
собора Святой Софии». Брандани тут же ощутил, что что-то идет не так,
и затем, взобравшись на галерею и высунувшись с балкона, испытал некое
физическое беспокойство, боль подобную той, что испытываешь, когда
тебя сжимают пальцами за ушами: и вот, перед его глазами – Капитуляция,
Угнетение, Покорение, Экспроприация, Уничтожение, Подмена…
Сверху хорошо было видно вращение осей симметрии, на которых стояло
здание, а также неожиданно развернувшийся образ церкви и всего города.
161 La vita in tempo di pace
Russo
IIC San Pietroburgo
NADEZHDA KOSNYREVA
Università Statale di San Pietroburgo
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Предчувствие трагедии никогда не оставляло Иво Брандани. Он предвидел
ее во всем: в здании, которое может рухнуть, в самолете, который может
упасть, в проезжающем мимо автомобиле, который может потерять
управление, в электрической розетке, которая может убить током, в кастрюле
на плите, которая может привести к пожару, в стакане с водой, который может
упасть, в сыром яйце, которое может разбиться: все, что стоит, может упасть,
все, что работает, может сломаться. Более того, рано или поздно должно
сломаться, обязательно. Но как же ее можно было избежать, ту трагедию?
Это случилось давным-давно, и, пожалуй, не должно было бы иметь для него
никакого значения. Но все же имело, и большое.
Никто так и не узнал, кем были эти люди, откуда и когда они пришли, а
главное – зачем. Знали только, что они были этнической сегрегацией из
Центральной Азии. Кто-то даже решил, что это были греки, сменившие
религию и традиции. Достоверно известно лишь то, что через несколько
веков после их первого появления на берегах Средиземного моря они
захватили Константинополь. И этот факт был для него совершенно
неприемлем. Впрочем, начиная с 29 мая 1453 года, в каждом новом поколении
существовали люди, которые так и не смогли смириться с падением
Константинополя. Инженер Иво Брандани был одним из них.
Мы считаем, что инженеры создают только разумные прагматичные
и практичные вещи, которые позволяют невеждам, как настоящим
интеллектуалам, сесть в самолет, пересечь на автомобиле мост, пройти в
вагон, взойти на корабль, с большей вероятностью, не распрощавшись при
этом с жизнью. Именно благодаря инженерам существуют вещи, которые
мы называем домами, мостами, самолетами, поездами, туннелями, ракетами,
спутниками и космическими станциями, автомобилями, компьютерами и
так далее. И мы хотим видеть этих людей, похожих на то, что они создают:
нужными и практичными. Нам хочется, чтобы они были умными и
внимательными, равнодушными к политике. Мы думаем, что их невозможно
обмануть, поскольку они все взвешивают и верят больше делу, чем слову.
Мы не можем представить их романтичными и утонченными, мы чаще
представляем их грубыми. В общем, мы привыкли к тому, что они кажутся
нам отрешенными и немного глуповатыми, что их скорее можно увидеть с
детективом в руке, чем со сборником стихотворений. Мы никак не ожидаем,
что в голове инженера могут возникнуть чувства наваждения и возмущения,
подобные тем, которые полностью занимали мысли Иво Брандани.
Когда он в первый раз приехал по работе в Стамбул, ему представилась
возможность посетить небольшую мечеть у городских стен на побережье
Мраморного моря. На карте она была обозначена как Küçük Ayasofya Camii, что переводилось на английский язык, как малая мечеть Айя-София, а
в его путеводителе значилась как церковь святых Сергия и Вакха. Речь шла
о византийской церкви, впоследствии превращенной в мечеть, которая,
несмотря на полуторатысячную историю, пестревшие на белых стенах записи
из Корана и возможную иконоборческую чистку ранних изображений и
мозаик, казалась хорошо сохранившейся. «Ей тысяча пятьсот лет! Тысяча
пятьсот!» - повторял про себя Иво, стараясь осознать саму идею этой цифры.
Он делал так всякий раз, когда сталкивался с невообразимой величиной: сто
тысяч тонн, четыреста кубических километров, триста тысяч километров
в секунду… «Планиметрия церкви»,- говорилось в путеводителе,- «и в
общем, вся структура здания спроектирована по подобию собора Святой
Софии». У Брандани вдруг появилось ощущение, что что-то здесь не так,
тогда он поднялся на хоры и, высунувшись с галереи, почувствовал какоето физическое напряжение, напоминающее боль, возникающую, когда кто-то
с силой жмет пальцами за ушами: вот они, прямо перед его глазами, Взятие,
Притеснение, Подчинение, Присвоение, Уничтожение, Замещение…
Сверху четко просматривалась точка схождения осей, которой было
подчинено здание, вмешательство инородной культуры, которому
подверглись церковь и весь город.
162 La vita in tempo di pace
Spagnolo
IIC Buenos Aires
SILVINA MARCHELLI
Associazione Dante Alighieri di Lanus
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Ivo Brandani era perseguido por el sentido de la catástrofe. La veía en cada
intento de transformación de la realidad, en cada edificio (que puede derrumbarse), en un avión en vuelo (que puede caer), en un automóvil en carrera
(que puede desbandarse), en un enchufe (que puede estar en corto), en una
cacerola sobre la hornalla (riesgo de incendio), en un vaso de agua (que puede
volcarse), en un huevo fresco (que puede romperse): todo aquello que está de
pie puede caerse, todo aquello que funciona puede dejar de hacerlo. Es más,
antes o después habría dejado de hacerlo, esto era seguro. Pero ¿cómo se podría haber evitado aquella catástrofe? Era un acontecimiento muy lejano en
el tiempo, no debería importarle. Sin embargo le importaba.
De aquella gente no se sabía nunca bien quiénes eran, ni de dónde venían,
ni con precisión cuándo, ni por qué. Sólo se sabía que eran una secreción
étnica del Asia Central. Cualquiera hubiera sostenido además que eran nada
más que griegos que habían cambiado de religión o de costumbres. Sí se sabía
que un par de siglos después de su primera aparición en las riberas del Mediterráneo habían ocupado Constantinopla. Y esto para él era inaceptable.
Por lo demás, a partir del 29 de mayo de 1453, en cada generación humana
existieron personas que no lograron encontrar una razón para la caída de
Bizancio. El ingeniero Ivo Brandani se encontraba entre éstos.
Todos nosotros esperamos de los técnicos solamente aquellos sanos pragmatismos y positivismos que permitan a los ignorantes, así como también
a los intelectuales puros, viajar en avión, atravesar un puente en automóvil,
subir a un tren, a un barco, con razonable probabilidad de no dejar la vida en
ello. Los técnicos sí hacen que existan objetos denominados casas, puentes,
aviones, trenes, túneles, cohetes, satélites y estaciones espaciales, automóviles, computadoras, etcétera y nosotros los queremos similares a sus descubrimientos, conformes al objeto de sus atenciones. Los queremos desencantados
y atentos, neutrales respecto a las cuestiones de la política, aunque los imaginamos difíciles de engañar, ya que son propensos a la verificación y reacios
a otorgar más importancia a las palabras que a los hechos. A los técnicos los
queremos no sofisticados, mejor si son un poco ignorantes. Por eso confiamos más en ellos si parecen distantes y un poco obtusos, si los vemos con una
novela policial en la mano antes que con un libro de poesías. No esperamos
de un ingeniero obsesiones y resentimientos como aquellos que habitaban en
la mente de Ivo Brandani.
Cuando estuvo en Estambul por trabajo la primera vez tuvo la ocasión de
entrar en una pequeña mezquita al abrigo de las murallas del Mar de Mármora. En el plano figuraba como Kucuk Aya Sofya Camii, que traducido al
inglés era Small Ayasofya Mosque, pero en la guía también estaba indicada
como San Sergio y San Baco. Se trataba de una iglesia bizantina que después
fue transformada en mezquita, que, no obstante sus mil quinientos años,
las inscripciones coránicas difusas en las paredes pintadas de blanco y una
probable limpieza iconoclasta de cada imagen y mosaico precedente, parecía
todavía bien conservada. “¡Tiene mil quinientos años! ¡Mil quinientos!” se
repitió Ivo, tratando de captar el concepto. Hacía así cada vez que luchaba con
una grandeza no imaginable: cien mil toneladas, cuatrocientos metros cúbicos, trescientos mil kilómetros por segundo… «La instalación planimétrica»
decía la guía, «y en general toda la estructura del edificio se inspira en Santa
Sofía». Brandani tuvo la sensación de que algo no funcionaba, después, subido al matroneo y asomándose por el balcón, experimentó una especie de
molestia física, un dolor como cuando te aprietan con los dedos dentro de las
orejas: helos aquí, debajo de sus ojos, la Rendición, la Vejación, la Sumisión,
la Expropiación, la Cancelación, la Sustitución…
Desde allí arriba se veía claramente la torsión de los ejes de simetría a los
que había sido sometido el edificio, la extirpación cultural rápida de aquella
iglesia y de la ciudad entera.
163 La vita in tempo di pace
Spagnolo
IIC Buenos Aires
MAURICIO PERCOW
Scuola Italiana Cristoforo Colombo
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A Ivo Brandani lo perseguía el sentido de la catástrofe. La veía en cada iniciativa de transformación de la realidad, en cada edificio (que puede caer), en
un avión mientras vuela (que puede precipitar), en un automóvil mientras
corre una carrera (que puede desbandarse), en un enchufe (que puede hacer
cortocircuito), en una cacerola sobre las hornallas (riesgo de incendio), en
un vaso de agua (el cual puede volcarse), en un huevo fresco (que es capaz
de romperse): todo aquello que se mantenga en pie puede caer, todo aquello
que funcione de algún modo puede dejar de hacerlo. Es más, antes o después
debería haber dejado de hacerlo, esto era seguro. ¿Pero cómo se podría haber
evitado esa catástrofe? Era un suceso muy lejano en el tiempo, no le debería
haber interesado. Pero aún así le importaba.
Esas personas, nunca se supo bien quiénes fuesen, ni de donde hubiesen
venido, ni precisamente cuando, ni porqué. Solo se sabía que eran una segregación étnica de Asia Central. Alguien había incluso sostenido que no fuesen
otra cosa que griegos que habían cambiado religión y costumbres. Seguramente se sabía que un par de siglos después de su primera aparición en las
orillas del Mediterraneo habrían tomado Constantinopla. Y esto para él era
inaceptable. Del resto, a partir del 29 de Mayo de 1453, en cada generación
humana existieron personas que no lograron creer en la caída de Bizancio. El
ingeniero Ivo Brandani era una de ellas.
Todos nosotros nos esperamos de los técnicos, solo aquellos puros pragmatismos y positivismos che consienten a los ignorantes, como a los puros intelectuales, de tomar un avión, de atravesar un puente en automóvil, de subirse
a un tren, un barco, con probabilidades razonables de no dejar la vida. Los
técnicos logran que existan objetos lllamados casas, puentes, aviones, trenes,
túneles, misiles, satélites y estaciones espaciales, automóviles, computadoras
etcétera y nosotros los queremos similares a como ellos los encuentran, conforme al objeto de atención. Los queremos desencantados y atentos, neutrales
respecto a las cosas de la política, aunque los imaginemos difíciles de engañar,
ya que son propensos a controlar y tercos respecto a dar más importancia a
las palabras que a los hechos. A los técnicos los queremos poco sofisticados,
mejor si son un poco ignorantes. En fin, confiamos más si parecen fríos y cerrados,y si vemos en sus manos un libro policial en vez de uno de poesías. No
esperamos de un ingeniero, ni obsesiones ni resentimientos, como aquellos
que habitaban en la mente de Ivo Brandani.
Cuando estuvo por primera vez en Estambul, por trabajo, le sucedió de entrar en una mezquita por detrás de unas murallas sobre el mar de Marmara.
En el mapa estaba indicada como Kucuk Aya Sofya Camii, que traducido al
inglés era Small Ayasofya Mosque, pero en la guía aparecía también como SS.
Sergio y Bacco. Se trataba de una iglesia bisantina que fue luego transformada
en mezquita, que no obstante sus mil quinientos años, las difusas inscripciones del corán en las paredes pintadas de blanco y una probable limpieza iconoclasta de cada imagen y mosaico precedente, parecía todavía bien conservada. “¡Tiene mil quinientos años! ¡Mil quinientos!” se repitió a si mismo Ivo,
tratando de fijar el concepto. Hacía así cada vez que se enfrentaba a algo muy
grande y no representable: cien mil toneladas, cuatrocientos kilómetros cúbicos, trescientos mil kilómetros por segundo... «La instalación planimétrica»
decía la guía, «y en general toda la estructura del edificio se inspira en Santa
Sofía». Brandani tuvo inmediatamente la sensación de que algo no andaba
bien, después, sobre el balcón y apoyado en la baranda la baranda, sintió una
especie de malestar físico, un dolor como cuando te apretan con los dedos
detrás de las orejas: allí estan, debajo de sus ojos, la Rendición, el Agobio, la
Sumisión, la Expropiación, la Cancelación, la Sustitución...
Desde allá arriba se veía claramente la torsión de los ejes de simetría a los
cuales estaba sometido el edificio, la explantación cultural sufrida por esa iglesia y por toda la ciudad.
164 La vita in tempo di pace
Spagnolo
IIC Buenos Aires
ARIADNA JIMENA POMPONIO
NADIA BELÉN AGOSTENA
NATALIA GISELLE HOKAMA
JULIÁN NICOLÁS INSAURRALDE
FERNANDO MATÍAS HUARANCA
AUGUSTO MATEO ALODI
AGUSTÍN GABRIEL GONZALEZ
Istituto Giuseppe Verdi
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Ivo Brandani era perseguido por el sentimiento de la catástrofe. La veía en
cada iniciativa de transformación de la realidad, en cada edificio (que puede
derrumbarse ), en un avión en vuelo (que puede caerse), en un auto en carrera
(que puede descarriarse), en un tomacorriente ( que puede hacer cortocircuito) , en una olla sobre la hornalla (que corre el riesgo que incendiarse ), en
un vaso de agua (que puede volcarse ), en un huevo fresco (que puede romperse ); todo lo que está en pie puede caer , todo lo que funciona puede dejar
de hacerlo. Mejor dicho, tarde o temprano había dejado de hacerlo, eso era
seguro. ¿Pero cómo se podría evitar esa catástrofe? Era un hecho muy lejano
en el tiempo, no tendría que haberle importado. Sin embargo le importaba.
Aquella gente no sabía bien quienes habían sido, ni de donde habían venido, ni con precisión cuando, ni porque. Se sabía solo que eran una secreción
étnica del Asia Central. Alguien había sostenido además que fueran nada
más que griegos que habían cambiado la religión y las costumbres. Seguramente se sabía que un par de siglos después de su primera aparición sobre la
orilla del Mediterráneo habían tomado Constantinopolis. Y esto para él era
inaceptable. Del resto, a partir del 29 de mayo de 1453, en cada generación
humana existían personas que no pudieron encontrarle una razón a la caída
de Bisanzio. El ingeniero Ivo Brandani se encontraba entre ellos.
Todos nosotros esperamos de los técnicos solo aquellos sanos pragmatismos y positivismosque consienten a los ignorantes, como aquellos intelectuales puros, de tomar un avión, de recorrer un puente en auto, de viajar
en tren, un barco, con razonables probabilidades de no perder el pellejo. Los
técnicos hacen que existan objetos llamados casas, puentes, aviones, trenes,
galerías, cohetes, satélites y estaciones espaciales, autos, computadoras,etc., y
nosotros los queremos iguales a los que ellos habían encontrado, conformes
a los intereses de ellos . Los queremos con los pies sobre la tierra y atentos,
neutrales respecto a las cosas políticas, aunque se los imagina difíciles de engañar, porque propensos al chequeo y cautelosos a dar más importancia a
las palabras que a los hechos. A los ingenieros los queremos no-sofisticados,
mejor si son un poco ignorantes. En conclusión nos confiamos más si parecen
destacados y son un poco tercos, si les vemos en mano un policial en vez de un
libro de poesía. No nos esperamos de un ingeniero obsesiones y resentimientos como los que habitaban en la mente de Ivo Brandani.
Cuando por primera vez estuvo en Istanbul por trabajo tuvo la ocasión de
entrar a una pequeña mezquita detrás de las paredes del Mar de Marmara. En
el mapa se indicaba como KucukAyaSofyaCamii, que traducido en ingles era
Small Ayasofya Mosque, pero sobre su guía aparecía también como SS. Sergio
y Bacco. Se trataba de una iglesia bizantina después transformada en mezquita, que, no obstante sus 1500 años, las difusas inscripciones coránicas sobre las
paredes entonadas de blanco y una probable nueva limpieza iconoclasta de
cada imagen y mosaico anterior, parecía aún bien conservada.
“¡Tiene mil quinientos años!¡mil quinientos!, se repite Ivo tratando de aferrar la idea. Hacia así cada vez que se entusiasmaba con una grandezainimaginable:cien mil toneladas, cuatrocientos km 2 ,trecientos mil km/s… «El plan
de sitio» decía la guía, «y en general toda la estructura del edificio se inspira
en Santa Sofía». Brandani tuvo enseguida la sensación de que algo no andaba
bien, luego, salió y matroneo y asomándose al balcón, sintió una especie de
fastidio físico, un dolor como cuando te tiran de las orejas: Llegadoallí, debajo
de sus ojos, larendición, laopresión,la sumisión, la expropiación, la cancelación, sustitución.
Desde allá arriba se veía claramente la torsión de los ejes de simetría en donde se sostenía el edificio, la exposición mostraba desde aquella iglesia y desde
toda la ciudad.
165 La vita in tempo di pace
Spagnolo
IIC Buenos Aires
ARIADNA DEL RÍO
EMILIANO DIOMEDI
BELEN MALICKI
ANTONELLA MARTINEZ
FIORELA TESTA
CHIARA VELIS
Istituto Giuseppe Verdi
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Ivo Brandani fue perseguido por el sentido de la catástrofe. La veía en todas
las iniciativas de transformación de la realidad, en cada edificio (que puede colapsar), en un avión (que puede precipitar), en un automóvil en marcha (que
puede patinar), en una toma de corriente (que se puede generar un corto),
en una olla en la estufa (riesgo de incendio), en un vaso de agua (que puede
volcarse), en un huevo fresco (que puede romperse): todo lo que está en sus
pies puede caer, nada de lo que funciona puede dejar de hacerlo. De hecho,
tarde o temprano habría dejado de hacerlo, eso era seguro. Pero ¿Cómo podía
evitar esa catástrofe? Fue un evento muy lejos en el tiempo, no debería tener
importancia. Sin embargo le importaba.
Aquellas personas no se supo bien quienes fueron, ni de donde habían venido, ni precisamente cuando, ni porque. Se sabía solo que eran una secreción
étnica del Asia Central. Alguien había incluso afirmado que no eran más que
griegos que habían cambiado su religión y sus costumbres. De seguro se sabía
que un par de siglos después de su primera aparición a las orillas del Mediterráneo habían tomado Constantinopla. Y esto para él era inaceptable. Por otra
parte, a partir del 29 de mayo de 1453, en cada generación humana existían
personas que no lograron entender la caída del imperio Bizancio. El ingeniero
Ivo Brandani estaba entre estos.
Todos nosotros esperamos de los técnicos solo el sano pragmatismo y positivismo que otorga a los ignorantes, como la inteligencia pura de tomar un
avión, de recorrer un puente en auto, de salir en un tren, una nave, con razonable probabilidad de no dejar la piel. Los técnicos hacen que existen objetos
llamadas casas, puentes, aviones, trenes, túneles, cohetes, satélites y estaciones
espaciales, automóviles, computadoras, etcétera y nosotros los queremos similares a la variedad de ellos, conformes al objeto de su atención. Nosotros
queremos que sean cuidadosos y desencantados, neutrales con respecto a
asuntos políticos, incluso si imaginamos que sean difíciles de engañar, probablemente debido a que la verificación y reacción a dar más importancia a
las palabras que a los hechos. Los técnicos son poco sofisticados, mejor si son
un poco ignorantes. En fin, confiamos más si parecen distantes y un poco
aburridos, si les vemos en las manos un libro policial en lugar de un libro
de poemas. No esperamos de un ingeniero obsesiones y resentimientos tales
como los que habitaban en la mente de Ivo Brandani.
Cuando por primera vez fue a Estambul por trabajo le pasó que tuvo que
entrar en una pequeña mezquita cerca del muro sobre el Mar de Marmara.
Sobre el papel se muestra como Kucuk Aya Sofya Camii, que fue traducido
al inglés Mezquita Pequeño Aya Sofya, pero sobre la guía apareció como San
Sergio y San Bacco. Se trataba de una iglesia bizantina después transformada
en mezquita, que, no obstante sus mil quinientos años, inscripciones coronarias generalizadas en las paredes pintadas de blanco y una probable limpieza
de cada imagen y el mosaico anterior, parecía bien conservado.
¡Tenia mil quinientos años! ¡Mil quinientos! repitió Ivo tratando de captar
el concepto. Hacia así cada vez que estaba luchando con una magnitud no
configurable: cientos de miles de toneladas, cuatrocientos kilogramos cúbicos,
trescientos mil kilómetros por segundo… «El plan de sitio» decía la guía, «y
en general toda la estructura del edificio se inspira en Santa Sofía» Brandani de
inmediato tuvo la sensación de que algo andaba mal, luego, subió a la tribuna y
se asomó al balcón, sintió una especie de malestar físico, un dolor como cuando aprietan con los dedos detrás de las orejas: ahí están ante sus ojos, el rendimiento, el abuso, la sumisión , la expropiación, la cancelación, la sustitución…
Desde allí se podía ver claramente el eje de giro de la simetría que había sido
sometido a la construcción y el espacio cultural que paso en esa iglesia y en
toda la ciudad.
166 La vita in tempo di pace
Tedesco
IIC Berlino
K. MÜLLER VON DER HEYDEN
Corsi dell’stituto Italiano di Cultura
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Ivo Brandani war von einem Katastrophensinn verfolgt. Katastrophen sah er in jeder Unternehmung zur Abänderung der Wirklichkeit, in jedem Gebäude (das einstürzen kann), in einem Flugzeug in der Luft (das abstürzen kann), in einem Auto in
Fahrt (das ins Schleudern geraten kann), in einer Steckdose (die einen Kurzschluss
haben kann), in einem Topf auf dem Herd (Brandgefahr), in einem Glas Wasser
(das umkippen kann), in einem rohen Ei (das zerbrechen kann): Alles, was steht,
kann fallen, alles, was funktioniert, kann aufhören, das zu tun. Früher oder später
hätte es sowieso aufgehört, das zu tun, das war sicher. Aber wie hätte man diese
Katastrophe verhindern können? Es handelte sich um ein zeitlich weit zurückliegendes Ereignis, es hätte ihn nicht interessieren müssen. Jedoch es interessierte ihn.
Von diesen Völkern war niemals genau bekannt gewesen, wer sie waren, weder
woher sie gekommen waren, noch genau wann, noch warum. Man wusste nur, dass
sie eine ethnische Absonderung aus Zentralasien waren. Irgendjemand hatte sogar
behauptet, dass sie nichts anderes als Griechen wären, die ihre Religion und ihre
Sitten verändert hatten. Ganz sicher wusste man, dass sie ein paar Jahrhunderte,
nachdem sie das erste Mal an den Ufern des Mittelmeeres erschienen waren, Konstantinopel eingenommen hatten. Und dieses war für ihn unzumutbar. Übrigens
gab es seit dem 29. Mai 1453 in jeder Menschengeneration Personen, denen es nicht
gelang, sich mit dem Fall von Byzanz abzufinden. Zu diesen gehörte der Ingenieur
Ivo Brandani.
Wir alle erwarten von Technikern nur diese gesunden Pragmatismen und Positivismen, die es den Unwissenden, wie den reinen Intellektuellen, erlauben, ein
Flugzeug zu nehmen, in einem Auto über eine Brücke zu fahren, in einen Zug, ein
Schiff zu steigen und mit großer Wahrscheinlichkeit nicht dabei draufzugehen. Die
Techniker sorgen dafür, dass solche Gegenstände existieren, die Häuser, Brücken,
Flugzeuge, Züge, Tunnel, Raketen, Satelliten und Weltraumstationen, Autos, Computer usw. genannt werden, und wir wollen sie ihren Erfindungen ähnlich, dem
Gegenstand ihrer Aufmerksamkeit getreu. Wir wollen sie ernüchtert und aufmerksam, neutral gegenüber politischen Dingen, auch wenn wir sie uns nur schwerlich
korrumpierbar vorstellen, weil sie zur Überprüfung neigen und widerwillig sind,
den Worten größere Bedeutung als den Fakten zuzugestehen. Die Techniker wollen
wir ungekünstelt, lieber ein bisschen ungebildet. Somit vertrauen wir ihnen eher,
wenn sie unbeteiligt und ein bisschen stumpfsinnig erscheinen, wenn wir bei ihnen
eher einen Kriminalroman als einen Gedichtband in Händen sehen. Wir erwarten
von einem Ingenieur keine Besessenheiten und keinen Groll, wie sie den Kopf von
Ivo Brandani bevölkerten.
Als er das erste Mal in Istanbul zum Arbeiten gewesen war, war er zufällig in eine
kleine Moschee hinter der Mauer über dem Marmarameer geraten. In der Karte war
sie mit Kucuk Aya Sofya Camii angegeben, was ins Englische übersetzt Small Ayasofya Mosque bedeutete, aber aus seinem Reiseführer ging sie auch als Sergios- und
Bakchos-Kirche hervor. Es handelte sich um eine byzantinische Kirche, die dann in
eine Moschee umgewandelt worden war, die ungeachtet ihrer tausendfünfhundert
Jahre, der Koraninschriften, die auf den weißverputzten Wänden verbreitet waren, und wahrscheinlich einer ikonoklastischen Säuberung von jedem vorigen Bild
und Mosaik immer noch gut erhalten schien. “Sie ist tausendfünfhundert Jahre alt!
Tausendfünfhundert!” sprach Ivo in dem Versuch, dessen Bedeutung zu erfassen,
wiederholt vor sich hin. So machte er es jedes Mal, wenn er sich mit einer unvorstellbaren Größe abmühte: hunderttausend Tonnen, vierhundert Kubikkilometer,
dreihunderttausend Kilometer pro Sekunde ... “Der Grundriss”, sagte der Führer,
“und die gesamte Struktur des Gebäudes im allgemeinen sind von der Hagia Sophia
inspiriert worden”. Brandani hatte sofort das Gefühl, dass irgendetwas nicht stimmte, dann, nachdem er auf die Empore gestiegen war und sich über die Brüstung
gelehnt hatte, verspürte er eine Art körperlicher Unannehmlichkeit, einen Schmerz,
als wenn man dir mit den Fingern hinter die Ohren drückt: Dort waren sie, direkt
unter seinen Augen, die Kapitulation, die Überwältigung, die Unterwerfung, die
Enteignung, die Ausradierung, die Auswechselung ... Von dort oben sah man die
Torsion der Symmetrieachsen, der das Gebäude unterworfen worden war, die kulturelle Explantation, die diese Kirche und die gesamte Stadt erlitten hatten.
Paolo Piccirillo
167 Non dirmi che hai paura
La terra
del sacerdote
Neri Pozza
È notte e la ragazza corre nella campagna buia più veloce che può, senza voltarsi indietro. È finalmente riuscita a scappare dalla gabbia in cui la vecchia
la teneva prigioniera. Il vento gelido le taglia la faccia e la terra brulla i piedi,
ma quasi non se ne accorge, perché il dolore delle doglie la rende insensibile
a tutto il resto. La ragazza si accascia, urla e partorisce, ma a quell’urlo di
dolore ancestrale non segue alcun pianto che annunci la vita. Lascia il bambino morto sotto un albero e prosegue fino a un fienile dove spera di potersi
nascondere e riposare. La ragazza non lo sa ma la terra su cui sta cercando
rifugio è conosciuta da tutti come “la terra del Sacerdote”. Agapito è un uomo
burbero e solitario, arido e secco come la sua terra. Tanti anni prima aveva
provato a fuggire la povertà della sua terra, il Molise, emigrando in Germania; lì era divenuto sacerdote ma ormai di quel saio e della promessa fatta
prendendo i voti è rimasto solo un soprannome. Dalla Germania è tornato
con un segreto troppo grande e ha barattato il suo silenzio con la terra su cui
vive. Quando Agapito scopre la ragazza nascosta nel fienile si trova di colpo
al centro di un affare molto più grande di lui; la ragazza è un’immigrata clandestina, portata con l’inganno dall’Est dell’ Europa e costretta a ripagare il
passaggio in Italia in modo disumano: rinchiusa come un animale in gabbia
e utilizzata per partorire figli da destinare all’adozione o al traffico d’organo.
Paolo Piccirillo è nato nel 1987 a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Nel
2010 ha pubblicato Zoo col semaforo, un romanzo che ha riscosso un notevole successo di
pubblico e critica. Autore di racconti pubblicati su varie riviste e antologie, nel 2011 è stato
scelto dal Festival delle letterature di Mantova come rappresentante italiano per le Scritture
giovani.
La terra del sacerdote © 2014 Paolo Piccirillo
ISBN 978 8854506701
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A farle la guardia ci sono due oche selvatiche. Hanno gli occhi rossi.
Quando il sole se ne va la vecchia le libera, e loro sanno che devono sorvegliare il pollaio. A ogni movimento sospetto devono gridare e poi attaccare.
Allungano il collo – hanno il collo muscoloso –, e quando mordono il loro
becco taglia.
Il pollaio è un’enorme gabbia di ferro che la pioggia non arrugginisce.
Dentro ci sono galline, polli, conigli, piccioni, germani reali, un paio di lepri
e un pavone. Tutti divisi per settori, ci sono cassette di compensato, reti
sbrindellate e pure la carcassa di un vecchio televisore a separarli.
Tra i piccioni e i conigli, in un settore un po’ piú grande degli altri ma non
meno sporco e infame, c’è una donna. È lei che le oche devono sorvegliare
– l’hanno capito –, infatti ce n’è sempre una che le gira attorno e che spesso
protende il collo verso di lei, il becco sfiora l’inferriata della gabbia.
Sono piú di tre anni che la donna sta lí. E che non fa altro che osservare
le oche.
Ha scoperto che le oche sono ghiotte di lumache. Mangerebbero solo
lumache, non fanno altro che cercarle, ovunque. La donna se n’è messa
da parte una decina. Le ha ammazzate durante il giorno, di nascosto dalla
vecchia. Le ha sradicate dal guscio e poi le ha tagliate a metà con le unghie.
Dalla ferita è schizzato fuori un muco di morte.
Le unghie la donna se l’è fatte crescere sempre di nascosto, tenendo i pugni chiusi quando la vecchia passava.
È notte e la donna si sdraia sulle mani quattro luma-che, due per palmo.
Le offre alle oche, che incuriosite si avvicinano.
Quando capiscono che si tratta proprio di ciò che speravano allungano il
collo. Non sono minacciose, sono docili di fame.
Quando il becco passa attraverso la rete, per un attimo si fermano. Sanno
che è rischioso allungarsi ancora. Ma la donna ritrae sempre di piú le mani
e allora le oche cedono e mettono il collo dall’altra parte.
È a questo punto che la donna butta via le lumache. Le oche capiscono
l’inganno e cercano di indietreggiare, ma pure questo la donna aveva programmato, e infatti, prima che le due teste escano dai buchi della rete, afferra entrambi i colli e li spinge contro la rete stessa, li tira a sé e le oche si
ritrovano appese con i piedi palmati che sfiorano la terra impauriti. La loro
è una ribellione senza speranza.
La donna le ritorce intorno al buco superiore della gabbia facendo una
U coi loro colli, e piú loro tentano di liberarsi piú l’aria gli viene a mancare,
e si dimenano, coi corpi penzoloni e le gole che strusciano sul ferro della
gabbia. La donna spezza entrambi i colli, tra le mani veloci soffi di morte
piú che ultimi respiri. I corpi ancora vibrano d’istinto, ma lei non smette
di stringere le gole. Non vuole che esca piú nulla da quei colli, non si fida di
loro, neanche un attimo prima che crepino. Pure quando hanno smesso di
respirare, aspetta a mollare la presa. Aspetta che la notte sveli il suo silenzio.
Solo allora le lascia, e le oche rimangono impiccate al pollaio.
Morte le oche, alla donna basta una pietra per rompere il lucchetto arrugginito della porta. Non fa troppo rumore, neanche i piccioni se ne accorgono, continuano a dormire con la testa nel petto.
Davanti a lei non ci sono che chilometri di campagna tutta uguale. La sua
però non sarà la fuga di chi scappa lontano, elettrico di paura.
168 La terra del sacerdote
Armeno
Ambasciata d’Italia a Erevan
LIDIA FARKHOYAN
Università Statale di Erevan
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Նրան պաշտպանում են երկու վայրի սագեր, որոնք կարմիր աչքեր ունեն:
Երբ արևը մայր է մտնում, ծեր կինը նրանց ազատ է արձակում, և նրանք
գիտեն, որ պետք է հսկեն հավաբունը: Յուրաքանչյուր կասկածելի շարժման
դեպքում պետք է ճիչ արձակեն, իսկ հետո հարձակվեն: Երկարացնում են իրենց
վզները (նրանք մկանուտ վզներ ունեն) և երբ կծում են, նրանց կտուցը կարող
է կտրել:
Հավաբունը երկաթե մի հսկայական վանդակ է, որը անձրևից չի ժանգոտվում:
Այնտեղ կան հավեր, աքլորներ, ճագարներ, աղավնիներ, բադեր, մի զույգ
նապաստակ և մի սիրամարգ: Բոլորը տարանջատված են ըստ բաժինների, որի
համար պահանջվել են դատարկ արկղեր, օգտագործած թիթեղյա ցանցեր և
նույնիսկ մի հին հեռուստացույցի կմախք:
Մյուսներից մի փոքր ավելի մեծ, սակայն ոչ պակաս կեղտոտ եւ թշվառ
հատվածում՝ աղավնիների և ճագարների միջև, մի կին կա: Այդ նա է, ում պետք
է հսկեն սագերը (դա գիտեն): Իսկապես, նրանցից մեկը միշտ պտտվում է կնոջ
շուրջը և պարանոցը ձգում է դեպի կինը, իսկ կտուցը հոտոտում է վանդակի
երկաթե ճաղապատնեշը:
Երեք տարուց իվեր այդ տիկինն այդտեղ է: Եվ նա չունի այլ զբաղմունք, քան
ուսումնասիրել սագերին:
Նա բացահայտեց, որ սագերը խխունջների սիրահար են: Հաճույքով կսնվեին
միայն խխունջներով, ամենուրեք միշտ դրանց են փնտրելում: Կինը դրանցից
մոտ տասնյակ մի կողմ է դրել: Դրանց օրվա ընթացքում է սատկացրել՝ ծեր
կնոջից թաքուն: Հանել է պատյանից և կիսել եղունգներով: Վերքից դուրս
ցայտեց մահվան լորձունքը:
Եղունգներ նույնպես գաղտնի էր երկարացրել՝ ծեր կնոջ անցնելու ընթացքում
բռունցքը ամուր սեղմելով:
Գիշեր է, և կինը պառկած է՝ ձեռքում չորս խխունջ, որոնցից երկուսը ափի մեջ
են: Դրանք կերակրում է սագերին, որոնք հետաքրքրությամբ մոտենում են: Երբ հասկանում են, որ դա հենց այն է, ինչի մասին երկար ժամանակ երազում
էին, երկարացնում են իրենց վզները: Նրանք չեն սպառնում, պարզապես
քաղցից խոնարհ ծառաներ են դարձել:
Երբ կտուցը անցնում է ցանցի միջով, մի պահ կանգ են առնում: Գիտակցում
են, և ձգվելը դեռ վտանգավոր է: Սակայն կինը գնալով ավելի ու ավելի է
ձեռքը ետ քաշում եւ այդպիսով սագերը հանձնվում են եւ վզները մյուս կողմն
են անցկացնում:
Հենց այդ պահին էլ կինը նետում է խխունջները: Սագերը գլխի են ընկնում
խաբեության մասին և փորձում են նահանջել, սակայն դա նույնպես
կանխատեսել էր կինը, և իսկապես, նախքան երկու գլուխների՝ ցանցի անցքից
դուրս գալը բռնում է երկուսի պարանոցը և հրում դեպի ցանցը, քաշում դեպի
իրեն, և սագերը մնում են կախված՝ ոտքերն ի վար՝ վախեցած հազիվ հպվելով
գետնին: Նրանց ապստամբությունը անօգուտ է: Կինը նրանց պարանոցները
փաթաթում է վանդակի վերին հատվածի անցքից՝ ստանալով Ս տառը, և որքան
շատ են փորձում ազատվել, այնքան օդը նրանց գնալով չի բավարարում, և
նրանց կախված մարմինները թպրտում են, իսկ կոկորդները քսվում են վանդակի
երկաթներին:
Կինը երկուսի վզներն էլ կոտրում է, և լսվում է մահվան հոգոցից առաջ
վերջին շունչը: Մարմինները դեռ բնազդաբար թպրտում են, սակայն կինը չի
դադարում սեղմել կոկորդները: Չի ցանկանում՝ անգամ մեկ շունչ դուրս գա
այդ կոկորդներից, նրանց չի վստահում, նույնիսկ սատկելուց մեկ վայրկյան
առաջ: Անգամ երբ դադարեցին շնչել, միեւնույն է բաց չի թողնում: Սպասում
է, որպեսզի գիշերվա լռությունը վայելի: Միայն այդ ժամանակ է բաց թողնում,
եւ սագերը մնում են կախված հավաբնում:
Սագերի սատկելուց հետո կնոջը բավական է միայն մի քար՝ դռան ժանգոտած
փականը ջարդելու համար: Շատ չի աղմկում, անգամ աղավնիները չեն
նկատում, շարունակում են քնել՝ գլուխները կրծքի մեջ:
Նրա առջև կիլոմետրերով ձգվող նույնանման գյուղից բացի ուրիշ ոչինչ չկա:
Սակայն նրանը փախուստ չի կարելի համարել, երբ փախչում են հեռու՝ վախից
դողալով:
169 La terra del sacerdote
Bulgaro
IIC Sofia
DENITSA DANCEVA
ADRIANA TURKMEN
Liceo Bilingue “Gorna Bania”
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Пазят я две диви гъски с червени очи.
Когато слънцето залезе старицата ги пуска и те знаят, че трябва да пазят
курника. При всяко подозрително движение трябва да викат, а после да
атакуват. Протягат вратовете си, а те имат мускулести вратове, и когато хапят
клюновете им режат.
Курникът е огромна желязна клетка, която не ръждясва въпреки дъжда.
Вътре в него има кокошки, пилета, зайци, гълъби, зеленоглави патици, двойка
диви зайци и един паун. Всички са разпределени по сектори с помоща на
чекмеджета от шперплат, разпокъсани мрежи както и част от стар телевизор.
Измежду гълъбите и зайците в един малко по-голям сектор от останалите,
но не по-малко мръсен и скандален има една жена. И именно тя бива пазена
от гъските, всъщност винаги някоя от тях се върти около нея и за да я виждат
често протягат шиите си, за да може клюновете им да са по-близо до парапета
на клетката.
Вече три години жената не прави друго освен да наблюдава гъските. И
забелязва, че те са любители на охлювите. Ядат само това и не правят друго,
освен да търсят охлюви навсякъде. Жената е заделила една дузина охлюви,
които е убила през деня скришом от старицата. Извадила ги е от черупките им
и ги е разделила на половина с пирон. От раните им е изтекла слуз.
Жената винаги криела дължината на ноктите докато минавала старицата,
като стискала юмруци, за да не ги види.
Нощ е и жената слага четири охлюва на дланта си ...Предлага ги на гъските,
които заинтригувани се приближават.
Когато разбират, че става дума точно за това, на което се надяват, протягат
шии. Те не представляват заплаха, послушни са, защото са гладни.
Когато клюнът минава през мрежата, за миг спират. Знаят, че е рисковано да
се протягат повече от това. Но жената отдръпва все повече ръцете си и тогава
гъските се предават и пъхат шиите си от другата страна.
В този момент жената хвърля охлювите. Гъските разбират измамата и се
опитват да отстъпят назад, но жената е предвидила и това и в действителност
преди двете глави да излязат от дупките на мрежата докрай, сграбчва двете
шии и ги тласква към самата мрежа, дърпа ги към себе си и гъските се
озовават окачени уплашени, с висящи ципести крака, които едва докосват
земята. Тяхната борба е безнадеждна жената ги извива около горната дупка
на клетката, правейки буквата У с техните шии, и колкото повече се опитват
да се освободят, толкова повече въздуха им свършва и се гърчат с окачени тела
и гърла, които стържат върху желязото на клетката.
Жената прекършва двете шии с бързите си ръце. Излиза и последният им
дъх. Телата още инстиктивно вибрират, но тя не престава да стиска шиите.
Не иска да излезе повече нищо, от тези шии, не им се доверява, дори и миг
преди да умрат. Дори когато спират да дишат изчаква да отпусне хватката.
Очаква ноща да спусне своята тишина. Едва тогава ги оставя и гъските остават
обесени в птичарника.
След като умират гъските, на жената и трябва само един камък, за да счупи
катинара на вратата.Не вдига много шум, дори и гълъбите не забелязват,
продължават да спят с главите заровени в гърдите.
Пред нея има само километри поле. Нейното бягство обаче няма да бъде
бягството на човек, който бяга надалеч, настръхнал от страх.
170 La terra del sacerdote
Cinese
IIC Pechino
XU DANBO
Università di Lingue Straniere
Zhejiang Yuexiu
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看守着她的是两只野鹅,它们长着一双红色的眼睛。
夕阳西下,老太太把它们放开。这两只鹅知道它们要守卫
鸡舍。
只要有任何一点有嫌疑的动静的,两只鹅肯定会大声尖叫
并攻击他。它们伸长健壮的脖子,并且用尖利的喙撕咬。
鸡舍是一个不生锈的巨大铁笼。里面有母鸡,公鸡,兔子,
鸽子,绿头鸭,两只野兔还有一只孔雀。每只动物有自己的地
盘,用来把这些动物分开来的是胶合板箱子、破旧的网和一
个老电视的壳子。
在兔子和鸽子中间,有一个比别处更大但也一样脏乱的地
方住着一个女人。两只鹅必须牢牢看守的,就是这个女人。它
们知道这一点,事实上,总有一只鹅一直在这里转悠,并且经
常朝她伸长脖子,鹅嘴时常碰到笼子的铁丝网。
这个女人关在这里三年多了。她除了观察这两只鹅,根本就
不做其他任何事情。
她慢慢察觉到,那两只鹅特别喜欢吃蜗牛,只吃蜗牛,而且
它们出了找蜗牛其他什么事也不干。女人找到了十来个蜗牛,
放到一边。白天的时候,她瞒着老太太,把蜗牛给弄死。她先
把硬壳给剥掉,然后用指甲把蜗牛肉撕成两半,蜗牛的伤口
里迸射出死亡的粘液。
女人悄悄地让自己的指甲长长,当老女人路过时就紧握着
拳头。
到了晚上,女人躺了下来,手心里放着4只蜗牛,每个手掌
里两只。她给鹅看,让鹅因为好奇而靠近。
当它们懂得这正是它们垂涎的蜗牛时,就伸长脖子凑向蜗
牛,这时它们不再具有攻击性,而因为饥饿变得很顺从。
当鹅的嘴通过铁网时,它们稍停了一下。它们知道,再继续
伸长脖子会很冒险。但女人总是向后缩自己的手,两只鹅只好
放弃吃蜗牛的念头,把脖子转向了另一边。
这时,女人把手上的蜗牛扔到了一边。两只鹅知道了,她搞
的这是个骗局,试图后退,但这也是女人早已计划准备好的。
事实上,就在两只鹅的头伸出铁网之前,她抓住了两鹅的脖
子,把它们的头推向铁丝网,使劲向后拉脖子,两只鹅的双腿
挣扎无济于事,离开了地面。女人把鹅的脖子穿过笼子上面的
网眼扭成了U形。它们越是想挣扎着想多喘气口气,就越是摇
动着悬在空中的身体,嗓子就越是被龙子的铁丝卡住。
女人掐断了两只鹅的脖子,动作快捷地结束了两只鹅的性
命。 它们身体还在本能的颤抖,而女人还始终攥紧了它们
的喉咙。她不相信它们,她要让脖子里再也流不出什么东西,
只要它们还没有停止呼吸,就绝不松手。她等待那个属于她自
己的安静的夜晚,只有到那时她才离去,而那两只死鹅还吊
在鸡舍的铁丝网上。
鹅死了,对于这个女人来说,剩下的只不过是用一块石头打
破门上那把生锈的锁。她没有弄出什么动静,连鸽子都还继
续睡觉,脑袋窝到胸脯下面。
在她面前,几公里的乡村景色都是一样的。然而她所做的,
不是那种紧张得害怕一切的逃离。
171 La terra del sacerdote
Cinese
IIC Pechino
DI GUANNAN
Università di Lingue Straniere
Zhejiang Yuexiu
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她由两只野鹅看着,它们的眼睛是红色的。
当太阳下山时,老妇人就把它们放开了,它们知道它们要牢
牢看着鸡窝。对于每一个可疑的动静,它们都要先大叫,然后
发动攻击。它们总是伸长自己强有力的脖子,啄击的时候,嘴
非常锋利。
鸡窝是一个巨大的铁笼子,就算雨淋也并不生锈。里面有
母鸡、公鸡、兔子、鸽子、绿头鸭、两只野兔和一只孔雀。它们
都被胶合板木箱、破网还有旧电视机的机壳按类隔开。
介于鸽子和家兔之间有一块更大却并不更干净的地,那里
关着一个女人。她就是野鹅们要看管的对象,对于这一点,它
们都很清楚。事实上,总有一只鹅围着她打转,常常朝她伸脖
子,嘴掠过笼子的铁网。
那个女人在那里呆了三年多,她什么都不做,只是观察这些
鹅。
她发现鹅喜食蜗牛。也许它们就只吃蜗牛,并且除了找蜗
牛什么也不做。在白天,那个女人总是背着老妇人找来十多
个蜗牛放在一起,然后,她先敲碎硬壳,再用指甲把肉掐成两
段。蜗牛的伤口处流出死亡的黏液。
那个女人总是偷偷地留指甲,每当老妇人经过的时候,她
总是握起拳头。
到了晚上,女人就在自己的两个手掌上各放上两只蜗牛,招
引那些因好奇而不断靠近的鹅。
在它们明白那就是它们想要的蜗牛时,就伸长脖子,被饥饿
冲昏了头脑的野鹅们其实并不危险。
当它们的嘴巴穿过网眼的时候,它们就停下来了:它们知
道,再往前伸过去就危险了。但女人总是继续把手向后缩,于
是野鹅们就放弃了食欲,把脖子转到另一边。
这个时候,女人把手上的蜗牛都丢掉,而野鹅们就也明白
这是个骗局,并努力后退。但是就连这一点也都是女人早就
计划好的,事实上,在野鹅们要把头从网眼里抽出去的时
候,她就抓住它们的脖子,狠狠地往自己这边扯,双脚都惊恐
地离开地面的野鹅们就被拎了起来。它们的反抗都是徒劳的,
女人把它们一边揪到铁笼的上面方的网眼,一边又用它们的
脖子拧成U形,它们越是努力挣脱,女人就抓得更紧。野鹅们
挣着挣着,身体悬在半空,喉咙被笼子的铁丝卡着。
女人快速地拧断了它们的脖子,只剩下死亡之前的最后残
喘。它们的身体还是本能地在颤动,但是她并没有停止继续
拧紧它们的脖子。她要等到在没有任何东西从它们的喉咙里
流出来,哪怕是它们濒临死亡,她也不信任它们。就算它们断
气了,她也要再等上一等才松手。她等着夜色降临,只有这样
她就能安心让野鹅死在鸡窝里了。
鹅死了,对于女人来说,一块能砸开门上生了锈的锁的石头
就足够了。她没有发出太大的声响,连鸽子也没有察觉,还继
续熟睡着。
在她眼前是大片的乡野,几公里的景色没有什么不同,而她
要做的,不是神经紧张的逃跑,不是远走他乡。
172 La terra del sacerdote
Cinese
IIC Pechino
LUO MENGLI
Università di Lingue Straniere
Zhejiang Yuexiu
torna al sommario
看守她的,是两只野鹅。它们都长着红眼睛。
每当太阳下山之际,老妇人就会放了两只鹅,而它们也十分
清楚自己守护鸡舍的使命。一有风吹草动,它们就大叫着进
攻:肌肉结实的脖子伸得的老长,并咬动利嘴。
鸡舍是一个巨大的铁笼子,风吹雨打都没有生锈。里面住
着鸡、兔、鸽子、绿头鸭、两只野兔和一只孔雀。大家分类占
位,各自被胶合板箱、破网、甚至旧电视机壳给隔开。
在鸽子和兔子之间,比别处稍大但并不更干净的一块地
上,有一个女人。而她就是鹅们要看守的对象,它们对此也都
很明白,事实上,总有一只鹅围着她转,脖子朝她伸着,嘴角
时不时掠过笼子的铁网。
那女人在这里已经呆了三年多,除了观察那些鹅,她什么也
不做。她发现,这些鹅都很喜欢吃蜗牛,也只吃蜗牛,它们每
天什么都不做,就是到处找蜗牛。那女人收集起来十几只蜗
牛。趁老妇人不注意时,就偷偷拔掉蜗牛外壳,并用指甲把它
们的肉掐成两半。顺着伤口流出的,是一种死亡的粘液。
女人总是偷偷地养着指甲,每当老妇人走过的时候,她就
紧握着拳头。
到了晚上,女人就在每只手掌上各放两只蜗牛,亮给那些鹅
看,致使它们好奇地靠近过来。
当它们明白那是它们最渴望的蜗牛时,就伸长了脖子。在饿
的时候,它们都很温顺,不再是威胁了。
一旦嘴巴穿过铁网,它们就停下来了,因为它们知道,再继
续伸长脖子就会有危险了。
但女人把手慢慢抽回去,于是鹅就停下来,将脖子扭到另
一边。此时,女人把蜗牛全都丢掉。
到了这个时刻,那些鹅也明白这是个陷阱了,都试图后退,
但这一点也是女人料到了的。事实上,在两只鹅将头缩回到
铁网外面之前,她就一把抓住它们的脖子,一头压在铁网上,
另一头往自己这边拽,鹅被拎了起来,脚掌离开了地面,非常
恐慌,但也只是在进行无谓的抵抗。那女人将它们的脖子绕
着上面的网眼拧成一个U型,这样它们的身体悬在空中,咽喉
卡在铁丝网上,越是想要逃脱,就越缺氧。
女人双手快捷地拧断了它们的脖子,两只鹅就只剩下残留
的几口气息了。它们的身体仍然本能地抽搐着,但女人并没有
减轻双手掐紧脖子的力道。
她要拧到那脖子里再流不出任何东西,即使是在脖子断裂
前的一秒钟,她也不信任它们。尽管它们已经断了气,她也还
要再等上一等。等着夜色露出它的寂静,她才离开,而那两只
鹅则吊死在鸡舍网上。
鹅死了,女人只需捡一块石头,砸碎门上生锈的锁。她没有
弄出多大声响,就连笼中的鸽子也没有发觉,继续把头埋在
胸脯里睡觉。
在她面前,只是绵延若干公里景色无异的乡野,而她所做
的,不是远走他乡、神经紧张的逃跑。
173 La terra del sacerdote
Coreano
IIC Seoul
PARK JI YEONG
Università di Studi Stranieri di Busan
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부산외국어대학교 이탈리아어과 3학년 박지영
노파를 경호하는 2마리의 야생거위들이 있다.
그들은 빨간 눈을 가지고 있다. 해가 지고 나면 노파는 그들을 풀어주고, 그들은 닭
장을 감시해야 한다는 것을 알고 있었다. 의심스러운 행동들이 보일 때면 소리치거
나 공격하기 일쑤였다. 목을 길게 빼내고 – 그들은 힘 쌘 목을 가졌다-, 그들이 물
면, 그들의 부리는 토막이 날 정도였다.
닭장은 비에도 녹슬지 않는 견고한 철로 된 거대한 새장이었다. 안에는 암탉,
수탉, 토끼, 비둘기, 청둥오리, 한 쌍의 산토끼와 공작 한 마리가 있었다. 모든 동물
들은 구역별로 나누어졌으며, 그 곳은 합판상자들과 뜯겨진 망들, 심지어 잔해만
남겨진 오래된 텔레비전으로 구분되어 있었다.
비둘기와 토끼들 사이에, 다른 곳들보다는 좀 더 큰 한 구역이 있었다. 더럽고 열악한
상황은 별반 다를 것이 없었지만, 그곳에는 한 여자가 있었다. 그녀는 거위들이 주의
깊게 살펴야 할 여자였다- 그들도 알고 있었다-, 사실 늘 한 마리가 그녀의 주
위를 돌고, 종종 그녀를 향해 목을 늘이며 부리로 새장 창살에 지나쳤다.
3년 이상 그녀는 그곳에 있었다. 그녀는 거위들만 관찰한다.
거위들이 달팽이를 아주 좋아한다는 것을 그녀는 알아냈다. 그들은 오직 달팽이
만을 먹기를 원하며, 어디든지 찾으러 다녔다. 여자는 달팽이 10마리 정도를 따로
보관해 두었다. 낮 동안 노파를 피해 슬그머니 달팽이들을 죽였다. 껍데기를 뽑아버
리고 그녀의 손톱으로 두 동강을 냈다. 그 상처에서 죽음의 점액이 밖으로 흘러 나왔다.
그녀는 손톱을 늘 몰래 길렀으며, 노파가 지나갈 때에는 주먹을 쥔 채로 있었다.
밤이 되자 그녀는 달팽이 4마리를 양손바닥에 2마리씩 올려놓았다. 흥미를 보
인 거위들이 다가왔다.
자기들이 바라던 것이라는 사실을 알았을 때, 그들은 목을 쭉 내밀었다. 거위들은
위협적이지 않지만 굶주림에 길들어져 있었다.
거위 부리가 철창을 스칠 때 그들은 순간 멈칫했다. 목을 더 빼는 것은 위험한 짓
이라는 것을 안다. 하지만 그녀는 손을 점점 더 멀리하며, 그때 거위는 포기하고 다
른 편으로 목을 내민다.
이 때 여자는 달팽이를 던져버렸다. 거위들은 그녀의 계략을 눈치채고 물러서
보려 하지만 이것 또한 그녀가 계획했던 것이었다. 사실, 철창 구멍 사이로 2마리
의 머리가 나왔을 때 둘의 목을 움켜잡아 망 쪽과 자신이 있는 쪽으로 밀고 당겼
다. 거위들은 물갈퀴 발이 매달린 채로 두려움에 휩싸여 바닥에 끌렸다. 희망 따
위 없는 그들의 반란이었다. 그녀는 새장 위쪽 구멍에 그들의 목을 U자형으로 만들어
다시 꼬아두었다. 벗어나려 할수록 죽음의 숨소리는 더욱 더 가까워지고, 매달린 몸
으로 발버둥치며 철창에 묶여 목만 끌릴 뿐이었다.
그녀가 그들의 목을 부러뜨리고, 민첩한 손놀림에서 죽음의 기운이 느껴졌다. 거위의 몸
은 본능적으로 움직이고 있었지만 그녀는 목을 놓아줄 생각이 없었다. 더 이상은 목을 내
미는 것을 원하지도, 설령 죽어간다 하더라도 그들을 믿지 않았다. 숨이 멈추었음에도
불구하고, 붙잡은 거위를 풀어주는 것을 기다렸다. 밤의 고요함이 드러날 때까지 그녀는
기다렸다. 그제서야 그들을 놓아 주고는 교수형에 처한 거위들은 닭장에 남겨졌다.
거위들이 죽고 문에 달린 녹슨 자물쇠를 부숴버리기에는 돌 하나로 충분했다. 시끄러움
은 없었다. 깊은 잠에 빠진 비둘기들은 상황을 알아채지 못한 채 가슴에 머리를 묻
고 잘 뿐이었다.
그녀의 앞에는 온통 끝없는 똑같은 시골길만이 있었다. 단순히 누군가 멀리 도망치는
것이 아닌 그녀에게는 긴장한 채 두려움에 가득 찬 도망이었다.
174 La terra del sacerdote
Francese
IIC Rabat
AMINE KARAMI
Scuola Italiana Paritaria
«Enrico Mattei»
torna al sommario
Deux oies - au yeux rouge - montent la garde. La vieille les libère à chaque
coucher du soleil. Les oies savent qu’elles doivent surveiller le poulailler, à
chaque mouvement suspect elles doivent crier et puis attaquer en allongeant leur cou musclé et en mordant avec leur bec tranchant.
Le poulailler est une énorme cage de fer que la pluie ne rouille pas. Dedans
on trouve : des poules, des coqs, des lapins, des pigeons, de vrais canards
sauvages, une paire de lièvres et un paon. Tous divisés en secteur par des
caisses, de vieux câblages, et même la carcasse d’un vieux téléviseur. Entre
pigeons et lapins dans un secteur un peu plus grand que les autres mais non
moins sale et infâme : se trouve une femme. C’est elle que les oies doivent
surveiller- et elles l’avaient compris- justement y en avait toujours une qui
lui tournait autour et qui souvent tendait le cou vers elle, on effleurant le
haut de la cage. Cela fait plus de trois ans que la femme est assise là et qu’elle
ne fait rien d’autre qu’observer les oies.
Elle avait découvert que les oies raffolent des escargots, elles en mangeraient toute la journée, elles ne font rien d’autre qu’en chercher un peu
partout. La femme en avait mis de côté une bonne dizaine. Elle n’avait fait
qu’en tuer toute la journée, sans que la vielle le sache. Elle les arrachait de
leurs coquilles et puis les coupait à moitié avec ses onglets- de la blessure
jaillissait un jus de mort-. La femme a toujours fait pousser ses onglets en
cachette, tenant les points fermés quand la vieille passait. La nuit tombés la
femme s’allonge, elle avait quatre limaces deux dans chaque main. Elle les
offre aux deux oies qui intrigués s’approchent, quand elles comprennent
qu’il s’agit de ce qu’elles espéraient, elles allongent leurs cou. Elles ne sont
pas menaçantes mais juste dociles par la faim. Quand leurs becs passaient
à travers la grille elles s’arrêtaient.
Elles savent que c’est risqué d’allonger leurs cous encore plus, mais la
femme rétracte toujours plus ses mains fessant céder les oies qui sortent
leurs cou de l’autre côté de la grille. Et c’est à cet instant que la femme laisse
tomber les limaces, les oies comprennent le traquenard et cherche à s’enfuir mais la femme avait déjà prévu le coup : avant que les têtes ne puissent
sortir des trous du grillage, elle prend leur deux cous et les écrasent contre
le grillage même, elle les tire vers elle et les oies se retrouvent pendues aux
mains de la femme avec leurs pieds palmés qui essayait tant bien que mal
de toucher terre. Les oies tentent une rébellion désespérée. La femme les
tord contre le trou de la cage en formant avec leur cou un U et plus elles
tentent de se libérer plus l’air vient à leur manquer, mais elles se démènent
avec leur corps pendant et leur cou heurtant le fer de la cage. La femme les
sert toujours plus, entre ses mains; on entend de rapides souffles de mort
plus qu’un dernier soupir.
Elle n’arrête pas de serrer entre ses mains ces oies au corps tremblant,
car elle veut que rien ne sorte de leurs cous pas même au moment ou elles
s’arrêtaient de respirer, la femme ne les lâche point, elle attend que la nuit
dévoile son profond silence. Et c’est seulement à cet instant qu’elle lâche
prise, les oies restent accrocher au grillage du poulailler. À cet instant, la
femme n’a plus besoin que d’une pierre pour casser le loqué rouiller de la
porte et elle ne fit aucun bruit, pas même les pigeons ne s’en aperçurent, ils
continuaient à dormir avec leurs têtes plongés dans leur torse, devant elle
on n’aperçoit que des kilomètres de campagne. Sa fuite pourtant ne sera pas
la fugue de ceux qui échappent au loin, tétanisé de peur.
175 La terra del sacerdote
Macedone
Ambasciata d’Italia a Skopje
VIKTORIJA ILIEVSKA
Università di Goce Delcev “Shtip”
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Две диви гуски чуваат стража. Имаат црвени очи. Кога сонцето
си оди, старицата ги ослободува и тие знаат дека треба да го
надгледуваат кокошарникот. На секое сомнително движење
врескаат и напаѓаат. Го исправаат вратот, а имаат мускулест
врат, и кога гризат со клунот сечат.
Кокошарникот е огромен железен кафез кој не зарѓавува од
дождот. Внатре има кокошки, пилиња, зајаци, гулаби, диви пајки,
неколку диви зајаци и еден паун. Сите се распоредени во посебни
делови, има кутии од иверица, искинати мрежи, дури и стар
телевизор кои служат за да ги одделат.
Меѓу гулабите и зајаците, во еден дел малку поголем од другите,
но не и помалку валкан и грд, има една жена. Токму неа гуските
треба ја надгледуваат, добро го разбраа тоа. Всушност едната
од нив секогаш се врти околу неа, а често знае и да го испружи
вратот кон неа, допирајќи ја со клунот оградата на кафезот.
Жената е таму повеќе од три години. Не прави ништо друго
освен што ги гледа гуските.
Откри дека гуските се лакоми за полжави. Би јаделе само
полжави, единственото нешто што прават е бараат полжави,
насекаде. Жената стави настрана десетина. Ги уби во текот на
денот, скришум од старицата. Ги извади од школката и потоа со
ноктите ги пресече на половина. Слузта од раните се распрска
во смрт.
И ноктите на жената пораснаа скришум, стискајќи ги прстите во
тупаница кога поминуваше старицата.
Ноќ е и жената става во рацете четири полжави, по два на дланка.
Им ги нуди на гуските кои љубопитно се доближуваат. Кога сфаќаат дека се работи баш за тоа за кое и се надеваа,
го издолжуваат вратот. Не се опасни, туку се послушни од глад.
Кога клунот поминува низ мрежата, за момент застануваат.
Знаат дека е опасно ако се исправат малку повеке. Но, жената
уште повеќе ги повлекува рацете наназад, и тогаш гуските
потклекнуваат и го провлекуваат вратот од другата страна.
Токму во тој момент жената ги фрла полжавите. Гуските ја
сфаќаат измамата и се обидуваат да се повлечат назад, но
жената и ова го имаше смислено. Всушност, пред двете глави
да излезат од отворите на мрежата, таа ги грабнува вратовите и
ги притиска кон мрежата, ги свртува кон неа и гуските остануваат
да висат со раширени нозе кои со страв ја допираат земјата.
Нивното бунтување е безнадежно. Жената ги витка вратовите
во форма на буквата „U” околу горниот отвор на кафезот и колку
повеќе тие се обидуваат да се ослободат толку повеќе го губат
воздухот, мрдаат вознемирени додека телата им се нишаат, а
грлата го бришат железото на кафезот.
Жената ги крши двата врата, и она што се чувствува помеѓу
нејзините раце повеќе наликува на кратки издишки на смртта
отколку на последен здив. Телата инстинктивно треперат, но таа
не престанува да ги притиска грлата. Не сака ништо повеќе да
излезе од нив, не им верува, ниту во моментот кога испуштаат
душа. Дури и кога престанаа да дишат, чека за да попушти. Чека
ноќта да ја открие тишината. Дури тогаш ги пушта и гуските
остануваат обесени на кокошарникот.
Мртви се, и сега на жената и е доволен само еден камен за да
го скрши ‘рѓосаниот катанец на вратата. Не крева многу врева,
ниту гулабите не ја забележуваат, продолжуваат да спијат со
главата на градите.
Пред неа имаше само еднолични полиња долги километри.
Но таа нема да бега како некој што бега далеку, вознемирен од
страв.
176 La terra del sacerdote
Portoghese
IIC Lisbona
JOÃO MIGUEL BRANCO
Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura
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A guardá-la estão dois gansos bravos. Têm os olhos vermelhos.
Quando o sol se põe, a velha liberta-os e eles sabem que têm de vigiar a
capoeira. A cada movimento suspeito devem grasnar e depois atacar. Estendem o pescoço – um pescoço musculoso – e quando mordem, o bico corta.
A capoeira é uma enorme gaiola de ferro que a chuva não enferruja. Dentro, há galinhas, frangos, coelhos, pombos, patos-reais, um par de lebres e
um pavão. Todos divididos por setores: a separá-los, caixotes de contraplacado, redes esfarrapadas e até a carcaça de um velho televisor.
Entre os pombos e os coelhos, num setor um pouco maior que os outros,
mas não menos porco e abjeto, está uma senhora. É ela que os gansos têm
de vigiar – já o entenderam – e, de facto, há sempre um que gira à sua volta
e que, frequentemente, estende o pescoço na sua direção, com o bico a roçar
a grade da gaiola.
Há mais de três anos que a senhora está ali. E que não faz outra coisa senão
observar os gansos bravos.
Descobriu que os gansos são gulosos por caracóis. Comeriam apenas caracóis e não fazem outra coisa a não ser procurá-los, por todo o lado. A
senhora colocou de parte uma dezena deles. Matou-os durante o dia, às
escondidas da velha. Arrancou-os da casca e depois rasgou-os ao meio com
as unhas. Do rasgão, esguichou um muco de morte.
As unhas, a senhora deixou-as crescer sempre às escondidas, mantendo
os punhos fechados sempre que a velha passava.
É noite e a senhora estende sobre as palmas das mãos quatro caracóis, dois
por palma. Oferece-os aos gansos que, curiosos, se aproximam.
Quando se apercebem que era mesmo aquilo que estavam à espera, esticam o pescoço. Não estão ameaçadores, a fome amansou-os.
Quando o bico passa através da rede, param por um instante. Sabem que
é arriscado estender-se mais. Mas a senhora encolhe cada vez mais as mãos
e, então, os gansos cedem e metem o pescoço do outro lado.
É nessa altura que a senhora deita fora os caracóis. Os gansos percebem
que foram enganados e tentam recuar, mas também isto a senhora havia
programado e, na realidade, antes que as duas cabeças saiam dos buracos
da rede, agarra ambos os pescoços e empurra-os contra a mesma rede, puxando-os até si, e os gansos ficam pendurados com as patas rasando a terra,
aterrorizados. Entram numa rebelião sem esperança. A senhora retorce-os
à volta do buraco superior da capoeira, fazendo um U com os seus pescoços
e quanto mais tentam libertar-se, mais o ar lhes falta, mas abanam-se, com
os corpos pendentes e as goelas que se esfregam contra o ferro da gaiola.
A senhora parte ambos os pescoços, entre as mãos velozes, sopros de morte mais do que últimos respiros. Os corpos ainda vibram por instinto, mas
ela não para de apertar as goelas. Não quer que saia nada mais daqueles
pescoços, não confia neles, nem um só momento até que morram. Apenas
quando pararem de respirar, espera largar a presa. Espera que a noite desvele o seu silêncio. Apenas então os larga e os gansos permanecem enforcados
na capoeira.
Mortos os gansos, basta à senhora uma pedra para rebentar o cadeado ferrugento da porta. Não faz muito barulho e nem os pombos se apercebem,
continuam a dormir com a cabeça sobre o peito.
À sua frente, não estão mais do que quilómetros de campos iguaizinhos.
A sua fuga, no entanto, não será a de quem escapa para longe, eletrizado
de medo.
177 La terra del sacerdote
Spagnolo
IIC Buenos Aires
BEATRIZ FOLINO
Associazione Dante Alighieri di Lanus
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A hacerles la guardia son dos gansos salvajes. Tienen los ojos rojos.
Cuando el sol se va la vieja los libera,y ellos saben que deben vigilar el
gallinero. A cada movimiento sospechoso deben gritat y después atacar.
Alargan el cuello,hacen el cuello musculoso y cuando muerden el pico de
ellos recompensa. El gallinero es una enorme jaula de hierro que la lluvia
no derrumba.
Dentro hay gallinas,pollos,conejos,palomas,pavos reales,un par de liebres y un pavo. Todos divididos por sectores,son cajitas restribuidas,redes
haraposas,mas bien la carcasa de un viejo televisor a separarlos. Entre las
palomas y los conejos,en un sector un poco mas grande de los otros pero no
menos sucios e infame,hay una mujer. Es ella que los gansos deben vigilar,lo
hacen entendiendo. Al efecto hay siempre una que le da vuelta alrededor y
a menudo extiende el cuello en dirección de ella, el pico roza la reja de la
jaula. Son mas de tres años que la mujer esta allí, y que no hace otra cosa
que observar los gansos.
Descubrio que los gansos son gustosos de caracoles, no hacen otra cosa
que buscarles por doquiera. La mujer se ha metido de parte una decena. la
han matado durante el dia,a escondida de la vieja. La han extirpado las cascaras y después le han cortado en mitad las uñas. De las heridas y salpicado
fuera una mucosidad de muerte. Las uñas la mujer se la han hecho crecer
siempre a escondidas, teniendo los puños cerrados cuando la vieja pasaba.
Es noche y la mujer se acuesta sobre las manos cuatro caracoles, dos por
palma. Le ofrece a los gansos, que curiosos se acercan. Cuando comprenden
que se trata propio de lo que esperaban alargarle el cuello. No son amenazante, son dóciles de hambre. Cuando el pico pasa a través de la red, por
un instante se paran. Saben que es riesgoso alargarse todavía. Mas la mujer
retrae siempre de mas las manos y entonces los gansos desmoralizados meten el cuello de la otra parte. Y en este punto que la mujer tira los caracoles.
Los gansos entienden el engaño y buscan de retroceder, mas también esto
la mujer había programado, y en efecto antes que las dos cabezas escapen
de los agujeros de la red,aferra ambos los cuellos y los empuja contra la red
misma, allí tira a si y los gansos se reencuentran colgados con los pies palmados rozando la tierra asustados. Lo de ellos es una rebelión sin esperanza.
La mujer los retuerce dentro del agujero superior de la jaula haciendo una
u con los cuellos de ellos, y mas ellos intentando liberarse, mas el aire le
viene faltando y se agitan. Con los cuerpos colgantes y la garganta que se
consume sobre el fierro de la jaula. La mujer a menudo ambos los cuellos,
entre las manos veloces soplos de muerte mas que últimos respiros. Los
cuerpos todavía vibran de instinto, mas ella no deja de apretar las gargantas.
No quiere que salga mas nada de aquellos cuellos, no se fia de ellos, ni
un instante antes que mueran. Tambien cuando han terminado de respirar,
epera a aflojar la presa. Epera que la noche revele su silencio. Solo entonces
los deja, y los gansos quedan ahorcados en el gallinero.
Muertos los gansos, a la mujer le basta una piedra para romper el candado
herrumbado de la puerta. No hace mucho ruido, ni tampoco las palomas se
acuerdan, continúan a dormir con la cabeza en el pecho. Delante de ella no
hay que kilómetros de campo toda igual. La suya no será la fuga de quien
escapa lejos, eléctrico de miedo.
178 La terra del sacerdote
Spagnolo
IIC Buenos Aires
TERESA LAURA PICOLLO
Associazione Dante Alighieri di Lanus
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Hacen la guardia dos gansos salvajes. Tienen los ojos rojos.
Cuando el sol se va, la vieja los suelta y ellos saben que deben vigilar el
gallinero. A cada movimiento sospechoso deben gritar y después atacar.
Alargan el cuello, tienen el cuello musculoso y cuando muerden, sus picos
cortan.
El gallinero es una gran jaula de hierro que la lluvia no deteriora. Dentro
hay gallinas ,pollos, conejos, palomas , un ave germana, un par de conejos
y un pavo.
Todos separados por sectores, están en cajas comprimidas, redes andrajosas y también la carcasa de un viejo televisor las separa.
Entre las palomas y los conejos hay un sector un poco más grande que los
otros pero no menos sucio e infame. Hay una mujer.
Es a la que las ocas deben vigilar, la han comprendido, de hecho siempre
una gira alrededor y a menudo estira el cuello hacia ella y saca el pico entre
los hierros de la jaula.
Hace más de tres años que la mujer esta ahí y que no hace otra cosa que
observar a las ocas.
Ha descubierto que las ocas son glotonas de caracoles, no hacen más que
buscarlos por todas partes.
La mujer ha tomado diez de ellos y durante el día a escondidas de la vieja
los ha matado sacándoles el caparazón y luego las corta por la mitad con las
uñas. De la herida salió gran mucosidad; es por la muerte.
La mujer deja crecer las uñas y las esconde cerrando el puño cuando pasa
la vieja.
De noche es cuando la mujer recuesta sobre sus manos cuatro babosas,
dos en cada palma y las ofrece a las ocas que curiosas se acercan. Cuando
entienden de qué se trata, alargan el cuello, son fáciles de tentarse por el
hambre. Cuando el pico atraviesa la red, por un minuto se detienen. Saben
que es riesgoso estirarse ahora. Pero la mujer retrae más las manos y entonces las ocas sacan el cuello para afuera.
En este punto, la mujer tira las babosas a la tierra. Las ocas comprenden el
engaño y buscan de retroceder pero para esto la mujer había programado
todo y de hecho antes que las dos cabezas saquen sus buches de las redes
aferra los dos cuellos y los aprieta contra la misma red, los tira hacia ellas, las
ocas se retraen apenas con sus pies palmados que rozan la tierra espantados,
asustados. La mujer retuerce sus cuellos alrededor del agujero superior de la
jaula haciendo una U con sus cuellos, es más ,ellos intentan liberarse, mas
el aire les empieza a faltar, se agitan los cuerpos y pesan sobre las gargantas
apretadas contra los hierros de la jaula.
La mujer quiebra ambos cuellos entre sus manos veloces, un soplo de
muerte, un ultimo respiro.
Los cuerpos todavía vibran por instinto pero ella no deja de apretar las
gargantas. No quiere que escape nada más de aquellos cuellos, no sefía de
ellos ni un minuto antes que mueran. A pesar de ello, cuando hayan dejado
de respirar, espera para golpear la presa.
Espera que la noche despierte de su silencio.
Sólo entonces las deja, y las ocas quedan ahorcadas en el gallinero.
Muertas las ocas, a la mujer le es suficiente una piedra para romper el candado oxidado de la puerta. No hace mucho ruido, tampoco los polluelos se
dan cuenta, continúan durmiendo con la cabeza en el pecho
Delante de ella no hay kilómetros de campo iguales, Su fuga no es la de
quien escapa lejos, tampoco electrizada de miedo.
179 La terra del sacerdote
Spagnolo
IIC Buenos Aires
BETTIGA NELLY
BOVERO NOEMI
CHIARI ALICIA
DRUGHIERI AGUSTINA
FERRARI SILVIA
LAGANA DOMINGO
MARTINO ANDREA
OROZCO ANA MARIA
PINI NOEMI
ROSSI CAROLINA
Associazione Dante Alighieri di Tigre
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Dos ocas salvajes le hacen guardia. Tienen los ojos rojos.
Cuando se pone el sol, la anciana las libera y ellas saben que deben vigilar
el gallinero. A cada movimiento sospechoso deben graznar y luego atacar.
Estiran el cuello, que es musculoso, y cuando muerden con el pico, cortan.El gallinero consiste en una enorme jaula de hierro que la lluvia no logra
herrumbrar. En su interior hay gallinas, pollos, conejos, palomas, patos
silvestres, un par de liebres y un pavo real. Todos divididos por sectores;
hay cajas de madera aglomerada, elásticos deteriorados de viejas camas…
y hasta la carcasa de un viejo televisor usado para separarlos.Entre las palomas y los conejos, en un sector apenas más grande que los
otros, pero no menos sucio e indigno, se encuentra una mujer. Es a ella a
quien las ocas deben vigilar (lo han comprendido); en efecto, siempre hay
una que gira a su alrededor y que frecuentemente alarga el cuello hacia ella,
rozando con su pico el tejido metálico de la jaula.Hace más de tres años que la mujer está ahí… y no hace más que observarlas.
Ha descubierto que son golosas de caracoles a los cuales buscan ávidamente por doquier, que comerían sólo eso. La mujer ha conseguido una
decena de los mismos. Los mató durante el día a escondidas de la anciana.
Los sacó del caparazón y después los cortó a la mitad con las uñas. De la
herida salpicó un moco de muerte. Las uñas se las ha dejado crecer siempre
a escondidas, teniendo los puños cerrados cuando la vieja pasaba.Es de noche y la mujer coloca sobre las palmas de sus manos cuatro caracoles, dos por cada palma, y los ofrece a las ocas que, curiosas, se aproximan.
Cuando se dan cuenta que se trata de lo que estaban buscando, alargan su
cuello. No son amenazantes, sino que el hambre las vuelve dóciles.Cuando el pico pasa a través de la malla, por un instante, se detienen. Saben que es riesgoso estirarse aún en ese caso. Pero la mujer retrae un poco
las manos y entonces las ocas ceden y pasan el cuello hacia el otro lado.Y es en este momento cuando la mujer arroja los caracoles. Percatadas del
engaño, las ocas, tratan de volver atrás; pero esto ella lo había programado,
y de hecho, antes de que las dos cabezas salgan de los agujeros de la malla,
agarra ambos cuellos y los aprieta contra el tejido, los trae hacia ella y así las
ocas, quedan colgadas, con las patas que apenas rozan la tierra. La de ellas es
una rebelión sin esperanza. La mujer las retuerce alrededor del agujero de la
malla formando una “U” con sus cuellos y, cuanto más tratan de liberarse,
más les falta el aire, y se menean con sus cuerpos como péndulos, y los
buches refregándose sobre el hierro de la jaula.La mujer rompe ambos cuellos con manos veloces…, son soplos de muerte más que últimos respiros. Los cuerpos aún vibran instintivamente, sin
que ella deje de estrujar las gargantas. No quiere que de aquellos cuellos
salga nada más. No les tiene confianza siquiera un segundo antes de que
mueran. Aún cuando ya han dejado de respirar, espera para soltarlas.
Aguarda a que la noche desvele su silencio. Sólo entonces las deja, y las
ocas permanecen ahorcadas en el gallinero.Muertas las ocas, a la mujer le basta una piedra para romper el candado
corroído de la puerta. No hace mucho ruido. Ni aún las palomas se dan
cuenta, que continúan durmiendo con su cabeza contra el pecho.
Delante de ella se extienden kilómetros de campo todo igual. Su fuga, sin
embargo, no será la fuga de quien escapa lejos estremecida de miedo
180 La terra del sacerdote
Spagnolo
IIC Buenos Aires
ROCÍO HERMOSILLA
MAYRA SÁNCHEZ
LOURDES CANCINO
ELÍAS BANEGAS
ADRIAN ROMERO
JUAN CRUZ PUEYO
AGUSTÍN CUSANO
KEVIN HIQUIS
EDUARDO HERRERA
Istituto Giuseppe Verdi
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Alguien que está haciendo guardia a dos gansos salvajes. Que tienen los
ojos rojos.
Cuando el sol se va la vieja los libera. Pero ellos deben vigilar el gallinero.
Un cualquier movimiento sospechoso debe gritar y luego atacan. Alargan
su cuello que es musculoso y cuando mueven su pico corto.
El gallinero es una enorme jaula de hierro, que la lluvia no la oxida. Dentro hay gallinas, pavos, conejos, palomas, patos, par de liebres y un pavo.
Todo está dividido en sectores, hay cajas de madera y redes andrajosos y la
carcasa de un viejo televisor para separarlos. El sector donde las palomas y
los conejos no es mono sucio y vergonzoso, hoy una mujer. Descubrió que
los gansos son aficionados a los caracoles y que solo tienen que buscar en
todas partes. La mujer se pone a parte una docena. Los mató durante el día
a escondidas de la vieja. Las sacó de la cáscara y luego las cortó por la mitad
con las uñas. De la herida salpicó a fuera un moco de muerte. Las uñas
de la mujer las hizo crecer siempre a escondidas manteniendo los puños
cerrados cuando la vieja pasaba.
Es de noche y la mujer se acuesta, en sus manos cuatro caracoles, dos en
cada palma. Les ofrece a los gansos que con curiosidad se acercan.
Cuando entiendan que se trata justo de eso que esperaban alargan su cuello. No son amenazantes, son dóciles y hambrientos, cuando el pico pasa y
atraviesa la jaula por un minuto. Saben que es riesgoso todavía estirarse
más. Pero la mujer trata y siempre más las manos y luego los gansos ceden
y ponen el cuello del otro lado.
Entre las palomas y conejos en un campo un poco más que los otros, pero
no es menos sucio y vergonzoso, no es una mujer y tienes que tener cuidado
de que los gansos han entendido, de hecho, siempre hay una que alrededor
del cuello y, a menudo llega a ella, el pico toca la barandilla de la jaula.
La mujer rompe ambos cuellos entre las manos rápidas, suspiro de muerte, más que últimos respiros. Los cuerpos aun vibraban de instinto, pero
ella mantiene apretando las gargantas, no quería que saliera mas nada de
esos cuellos, no confió en ellos, ni siquiera por un momento antes de morir,
incluso cuando han dejado de respirar, espera a dejarlos.
Espero que la noche revele su silencio. Solo entonces las hojas y los gansos
son ahorcados en el gallinero.
181 La terra del sacerdote
Spagnolo
IIC Buenos Aires
MAYRA ROMERO
Istituto Giuseppe Verdi
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A hacerle de guardia hay dos gansos salvajes. Tiene los ojos rojos.
Cuando el sol se va la vieja los libera, y ellos saben que tienen que vigilar el
gallinero. A cada movimiento sospechoso tienen que gritar y atacar. Alargan el cuello. Tienen el cuello musculoso-, y el pico muerde.
El gallinero es una enorme jaula de fierro, que se oxida con la lluvia. Adentro hay gallinas, pollos, conejos, palomas, pavos reales, un par de liebre.
Todos divididos por sectores, hay cajas de comida, redes entre abiertas y
también una carcasa de un viejo televisor a separarlos.
Entre las palomas y los conejos en un sector poco más grande de los otros
pero no menos sucio, hay una mujer. Es ella que los gansos tienen que vigilar- lo entendieron- por eso siempre hay uno que le gira alrededor y que
le alarga el cuello.
Son más de tres años que la mujer esta ahí. Y que no hace otra cosa que
mirar los gansos.
Descubrió que los gansos son golosos de lombrices, no hacen otra cosa
que buscar lombrices. La mujer se guardó a parte un curto. Los mato durante el día, de escondida de la vieja. Le sacó la cáscara y después los cortó
por la mitad con las uñas.
Las uñas, la mujer las hizo crecer de escondida, teniendo los puños cerrados cuando pasaba la vieja.
Es de noche y la mujer se acuesta, tiene cuatro caracoles, dos por cada
mano, las ofrece a los gansos, que curiosos se acercan.
Cuando entienden que se trata de lo que ellas esperaban, alargan el cuello.
No son peligrosas, son de hambre dócil.
Cuando el pico pasa através de la red, por un instante se pasan. Saben que
es peligroso alargarse más. Pero la mujer les acerca las manos y entonces los
gansos se rinden y ponen el cuello del otro lado.
Es ese momento que la mujer tira los caracoles los gansos entienden el
engaño y tratan de retroceder, pero también eso la mujer había programado
entonces, antes de que los gansos saquen las cabezas de los agujeros de la red
agarra los dos cuellos y los empuja contra la red misma, los tira y los gansos
se encuentran con los pies en el aire. Lo de ellos es lucha sin esperanza. La
mujer les da vuelta haciendo una U, y más ellos tratan de escapar mas el
aire le falta.
La mujer rompe los dos cuellos. Los cuerpos todavía se mueven pero ella
no deja de apretar la garganta. No quiere que salga mas ni un respiro de
esas gargantas, no confía en ellos, ni un minuto antes de que se mueran.
También después de que dejen de respirar no los suelta. Espera de que todo
quede en silencio. Solo ahí los suelta y los gansos quedan colgando en el
gallinero.
Muertos los gansos, a la mujer le alcanza la piedra para romper el candado de la jaula. No hace mucho ruido, ni las palomas se dan cuenta, siguen
durmiendo.
Adelante de ellos hay solo kilómetros de campos. Pero lo de ella no será
un escape lejos, eléctrico de miedo.
182 La terra del sacerdote
Spagnolo
Ambasciata d’Italia a L’Avana
ALEJANDRO A CASTELLANOS
Università di L’Avana
torna al sommario
Para vigilarla hay dos ocas salvajes. Tienen los ojos rojos.
Cuando el sol se va la vieja las libera, y ellas saben que deben vigilar el gallinero. Ante cada movimiento sospechoso deben gritar y luego atacar. Extienden el cuello -tienen el cuello musculoso-, y cuando muerden su pico corta.
El gallinero es una enorme jaula de hierro que la lluvia no oxida. Adentro
hay gallinas, pollos, conejos, palomas, ánades reales, un par de liebres, y
un pavo real. Todos divididos por sectores; hay cajones de contrachapado,
redes desgarradas, e incluso el casco de un viejo televisor para separarlos.
Entre las palomas y los conejos, en un sector un poco más grande que los
otros pero no menos infame, hay una mujer. Es ella a quien las ocas deben
vigilar -lo han entendido-, de hecho, hay siempre una que la rodea y que a
menudo extiende su cuello hacia ella, y con el pico roza la reja de la jaula.
Hace más de tres años que la mujer está allí. Y que no hace otra cosa que
observar a las ocas.
Ha descubierto que a las ocas les encantan los caracoles. Comerían sólo
caracoles, no hacen más que buscarlos por todas partes. La mujer se hizo de
una decena. Los mató durante el día, a escondidas de la vieja. Desarraigó las
babosas de su concha y luego las cortó a la mitad con las uñas. De la herida
salpicó un moco de muerte.
Las uñas la mujer se las dejó crecer siempre a escondidas, manteniendo
los puños cerrados cuando la vieja pasaba.
Es de noche y la mujer tiende sobre sus manos cuatro babosas, dos por
cada palma. Las ofrece a las ocas, que se acercan con curiosidad.
Cuando se dan cuenta de que se trata de lo que esperaban, estiran el cuello.
No son amenazadoras, están mansas por el hambre.
Cuando el pico pasa a través de la red, por un momento se detienen. Saben
que es arriesgado estirarse más. Pero la mujer retira cada vez más sus manos
y así las ocas ceden y meten el cuello hacia la otra parte.
Es en este momento cuando la mujer arroja las babosas. Las ocas perciben
el engaño y tratan de retroceder, pero incluso esto la mujer lo había programado, y en efecto, antes de que las dos cabezas salgan de los huecos de la
red, agarra ambos cuellos y los empuja contra la red misma, los hala y las
ocas se encuentran con las patas palmeadas que asustadas rozan la tierra. La
suya es una rebelión sin esperanza. La mujer las retuerce en torno al hueco
superior de la jaula haciendo una U con sus cuellos, y mientras más tratan
de liberarse más les falta el aire, y forcejean, con los cuerpos colgando y las
gargantas que frotan el hierro de la jaula.
La mujer quiebra ambos cuellos, entre sus manos veloces soplos de muerte
más que últimos suspiros. Los cuerpos aún vibran por instinto, pero ella no
deja de apretar las gargantas. No quiere que salga nada de aquellos cuellos,
no se fía de ellas ni tan siquiera un instante antes de morir. Y aun cuando
han dejado de respirar, espera para soltar a su presa. Espera a que la noche
revele su silencio. Sólo entonces las suelta, y las ocas se quedan ahorcadas
al gallinero.
Muertas las ocas, a la mujer le basta una piedra para romper el candado
oxidado de la puerta. No hace mucho ruido, ni las palomas se dan cuenta,
continúan durmiendo con la cabeza en el pecho.
Delante de ella no hay más que kilómetros de campo todo igual. La suya,
sin embargo, no será la fuga de quien escapa lejos, tenso de miedo.
183 La terra del sacerdote
Tedesco
IIC Amburgo
CAMILLA ERNST
Liceo Corvey
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Zwei rotäugige Wildgänse dienen als Wache. Beim Sonnenuntergang befreit die Alte sie und sie wissen, dass sie den Hühnerstall
bewachen müssen.
Bei jeder verdächtigen Bewegung sollen sie schnattern und anschließend angreifen.Sie dehnen ihren muskulösen Hals und ihr
Schnabel ist messerscharf, wenn sie zubeißen.Der Hühnerstall besteht aus einem großen rostfreien Metallkäfig, der durch Sperrholzkisten, zerfetzte Netze und einem alten Fernseher in verschiedene
Abteilungen geteilt ist. Dort befinden sich Hühner, Kaninchen, Tauben, Stockenten, ein paar Hasen und ein Pfau.
Zwischen den Tauben und den Kaninchen, in einer gleich verdreckten Abteilung ist eine Frau, die die Gänse bewachen müssen.
Die Gänse wissen es, da eine von ihnen immer in ihrer Nähe ist, den
Hals in ihre Richtung streckt und ihren Schnabel das Gitter streifen
lässt.
Seit mehr als drei Jahren ist die Frau dort und tut nichts anderes als
die Gänse zu beobachten.
Sie hat herausgefunden, dass die Gänse eine Vorliebe für Schnecken haben, am besten würden sie nur diese essen und suchen
sie überall.
Die Frau hat heimlich ein Dutzend davon umgebracht und zur Seite gelegt. Sie hat sie aus ihrem Haus geholt und mit ihren Fingernägel
in zwei Hälfte geschnitten, aus der Wunde kam Todesschleim.
Die Frau hat heimlich ihre Fingernägel wachsen lassen, jedes Mal
wenn die Alte in ihre Nähe kommt, ballt sie ihre Hände zu Fäusten,
um dies zu verstecken. Es ist Nacht, die Frau legt sich auf jede Handfläche jeweils zwei Schnecken und bietet sie den Gänsen an, die
sich neugierig annähern. Wenn sie das Erhoffte entdecken, strecken
sie harmlos
ihren Hals aus. Wenn sie den Schnabel durch das Gitter schieben,
bleiben sie für einen Augenblick stehen, da sie wissen dass es gefährlich sein könnte.
Dann zieht die Frau ihre Hände immer weiter zurück, die Gänse
geben nach und strecken ihren Hals durch das Gitter. Plötzlich wirft
die Frau die Schnecken weg, die Gänse merken den Schwindel und
versuchen zu entwischen, aber die Frau hatte dies schon eingeplant,
greift blitzartig nach
ihren Hälse drückt sie gegen das Gitter und zieht sie hoch bis
sie verängstigt mit ihren Schwimmfüßen den Boden nicht mehr
berühren.
Die Gänse wehren sich in hoffnungslosem Widerstand. Die Frau
dreht die Hälse um das Gitter und macht mit ihren Hälsen ein U,
je mehr die Gänse versuchen sich zu befreien, desto weniger Luft
bekommen sie. Die Gänse zappeln mit ihren hängenden Körper und
ihre Hälse reiben sich an dem Metallgitter.
Die Frau bricht ihnen beiden den Hals, sie hört nicht auf sie zu
würgen, während die Körper die letzten Zuckungen von sich geben.
Sie lässt sie nicht los, ehe sie nicht krepieren.
Erst wenn die Stille der Nacht einbricht, lässt sie die leblose Körper
am Gitter hängen. Als die Gänse tot sind, bricht die Frau das rostige
Türschloss mit einem Stein. Sie ist leise, nicht mal die Tauben merken es, sie schlafen mit eingezogenen Köpfen weiter.
Sie flüchtet nicht in die Ferne, vor ihr liegt nur Kilometer weites
gleichförmiges Land.
184 La terra del sacerdote
Tedesco
IIC Berlino
K. MÜLLER VON DER HEYDEN
Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura
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Um sie zu bewachen, gibt es zwei Wildgänse. Sie haben rote Augen.
Wenn die Sonne untergeht, lässt die Alte sie frei, und sie wissen, dass sie den
Hühnerstall bewachen sollen. Bei jeder verdächtigen Bewegung sollen sie laut
schnattern und dann attackieren. Sie strecken den Hals - sie haben einen muskulösen Hals - und wenn sie beißen, ist ihr Schnabel schneidend scharf.
Der Hühnerstall ist ein riesiger Eisenkäfig, den der Regen nicht rosten lässt.
Darin befinden sich Hennen, Hühner, Kaninchen, Tauben, Stockenten, ein Hasenpaar und ein Pfau. Alle in einzelne Bereiche aufgeteilt, Sperrholzkisten, zerfetzte Netze und sogar das Gehäuse eines alten Fernsehers dienen dazu, um sie
voneinander zu trennen.
Zwischen den Tauben und den Kaninchen, in einem Bereich, der ein klein
wenig größer als die anderen, aber nicht weniger schmutzig und scheußlich ist,
befindet sich eine Frau. Sie ist es, die die Gänse bewachen sollen - und das haben
sie verstanden -, tatsächlich gibt es immer eine von ihnen, die sie umkreist und die
ihr oft den Hals entgegenstreckt, der Schnabel streift dabei die Gitter des Käfigs.
Mehr als drei Jahre sind es nun, dass die Frau dort lebt. Und dass sie nichts
anderes tut, als die Gänse zu beobachten.
Sie hat entdeckt, dass die Gänse versessen auf Schnecken sind. Sie würden nur
Schnecken essen, sie tun nichts anderes, als diese zu suchen, überall. Die Frau
hat sich ein Dutzend davon zur Seite gelegt. Sie hat sie während des Tages umgebracht, hinter dem Rücken der Alten. Sie hat sie aus ihrem Gehäuse gerissen und
dann mit den Fingernägeln in der Mitte durchschnitten. Aus der Wunde ist ein
Schleim des Dahinscheidens herausgespritzt.
Die Fingernägel hat sich die Frau wachsen lassen, immer im Verborgenen, indem sie die Fäuste geschlossen hielt, wenn die Alte vorbeikam.
Es ist Nacht, und die Frau legt sich vier Schnecken auf die Hände, jeweils zwei
pro Handfläche. Sie bietet diese den Gänsen an, die, neugierig geworden, sich
nähern.
Als sie begreifen, dass es sich genau um das handelt, was sie erhoffen, strecken
sie den Hals aus. Sie sind nicht bedrohlich, sie sind zahm vor Hunger. Als ihr
Schnabel durch das Netz hindurch gelangt, halten sie für einen Moment inne. Sie
wissen, dass es gefährlich ist, sich noch weiter auszustrecken. Aber die Frau zieht
ihre Hände immer weiter zurück, und da geben die Gänse nach und strecken
ihren Hals auf die andere Seite.
Und genau in diesem Moment geschieht es, dass die Frau die Schnecken fortwirft. Die Gänse begreifen den Betrug und versuchen zurückzuweichen, aber
genau das hatte die Frau eingeplant, und tatsächlich, bevor die beiden Köpfe aus
den Löchern des Netzes heraustreten, packt sie beide Hälse und drückt sie gegen
eben dieses Netz, zieht sie an sich, und die Gänse finden sich aufgehängt wieder,
mit ihren Schwimmfüßen, die knapp den Boden verfehlen, verängstigt. Die ihre
ist eine Rebellion ohne Hoffnung. Die Frau fädelt sie wieder zurück durch das
höher gelegene Loch des Käfigs hindurch, indem sie ein U mit ihren Hälsen formt, und je mehr sie sich zu befreien versuchen, desto mehr geht ihnen die Luft
aus, und sie schlagen wild um sich, mit baumelnden Körpern und den Hälsen,
die am Eisen des Käfigs scheuern.
Die Frau bricht beiden das Genick, unter den schnellen Händen eher Seufzer
des Todes denn letzte Atemzüge. Die Körper vibrieren noch aus einem Trieb heraus, aber sie hört nicht auf, die Kehlen zuzudrücken. Sie will nicht, dass auch
nur ein einziger Laut aus diesen Hälsen tritt, sie traut ihnen nicht, auch nicht
einen Moment, bevor sie gänzlich verrecken. Selbst als sie zu atmen aufgehört
haben, zögert sie noch, den Griff zu lockern. Sie wartet, dass die Nacht ihr Schweigen enthüllt. Erst jetzt lässt sie sie los, und die Gänse verbleiben aufgehängt am
Hühnerstall.
Als die Gänse tot sind, genügt der Frau ein Stein, um das verrostete Vorhängeschloss an der Tür zu zerschlagen. Sie macht nicht zu viel Lärm, selbst die Tauben
bemerken nichts, sie schlafen weiter mit dem Kopf auf der Brust.
Vor ihr befindet sich nichts außer Kilometern immer gleichen Landes. Die ihre
wird jedoch keine Flucht von jemandem sein, der weit, elektrisiert vor Angst,
flieht.
Francesco Piccolo
185 Non dirmi che hai paura
Il desiderio di
essere come
tutti
Einaudi
I funerali di Berlinguer e la scoperta del piacere di perdere, il rapimento Moro
e il tradimento del padre, il coraggio intellettuale di Parise e il primo amore
che muore il giorno di San Valentino, il discorso con cui Bertinotti cancellò
il governo Prodi e la resa definitiva al gene della superficialità, la vita quotidiana durante i vent’anni di Berlusconi al potere, una frase di Craxi e un
racconto di Carver...
Se è vero che ci mettiamo una vita intera a diventare noi stessi, quando guardiamo all’indietro la strada è ben segnalata, una scia di intuizioni, attimi,
folgorazioni e sbagli: il filo dei nostri giorni. «Un’epoca – quella in cui si vive
– non si respinge, si può soltanto accoglierla».
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Sono nato in un giorno di inizio estate del 1973, a no­ve anni.
Fino a quel momento la mia vita, e tutti i fatti che ac­cadevano nel mondo,
erano due entità separate, che non potevano incontrarsi in nessun modo.
Me ne stavo nella mia casa, nel mio cortile, nella mia città; con i miei ge­
nitori, i miei fratelli, i compagni di scuola, i parenti e gli amici – e in un altro
pianeta accadevano i fatti che guar­davo in televisione. Ogni tanto i grandi
ne parlavano, del mondo e dell’Italia in particolare; quindi c’era interesse
verso quello che accadeva al di fuori della nostra vita. Ma noi tutti, in ogni
caso, non c’entravamo niente. E io, an­cora meno.
Era appena finita la scuola. Massimo, il mio compagno di banco, mi invitava il pomeriggio a giocare da lui. Era molto ricco, aveva una villa gigantesca a Briano. Aveva appena conosciuto un ragazzino del paese, basso, con
tan­te lentiggini e pochi capelli; non sapeva stare fermo, par­lava soltanto
in dialetto, e ci sembrava che sapesse tutto di ogni cosa come se fosse un
adulto dentro il corpo di un ragazzino. Noi stavamo zitti, lo ascoltavamo e
poi face­vamo quello che faceva lui. Disse che ci avrebbe portato in un posto
segreto, se avevamo il coraggio. Noi dicemmo subito di sí, anche se avevamo
paura. Ci vedemmo il gior­no dopo, era tardi, ma il sole non calava mai, e il
ragazzi­no con le lentiggini ci disse di seguirlo. Percorremmo un bosco, lui
sapeva benissimo come muoversi, dove andare. L’aveva già fatto tante volte,
disse. E disse anche che non avremmo dovuto parlarne con nessuno. Noi
giurammo, senza fare domande.
Arrivammo davanti a un muro. Abbastanza alto, ma non troppo alto. Ancora un po’ diceva, e ci faceva strada. Camminavamo sfiorando il muro
con la spalla. Poi arrivam­mo in un punto e lui disse: qui. Mise il piede in un
picco­lo buco che sapeva, si spinse in alto, si aggrappò al bordo e si tirò su.
Fate come me, disse. E saltò dall’altra parte, sparendo. Massimo fece esattamente lo stesso.
Toccava a me, adesso. Di là, Massimo diceva: dài, salta. Di qua, avevo paura di non farcela. Mi aggrappai al mu­ro, misi il piede cercando di trovare
un punto che potesse reggermi, mi tirai su con forza, e con molta piú fatica
di quanto avessi visto fare agli altri due, schiacciando tutto il torace contro
il bordo, mi issai sul muro. E saltai giú. Non c’era piú nessuno ad aspettarmi. Ero sempre in mezzo agli alberi, ma dall’altra parte del muro, e la luce
arrivava for­te: gli alberi, mi resi conto, erano pochi. Subito oltre vidi i due,
fermi, che si guardavano intorno.
Allora venni fuori alla luce anche io.
Certo, lo avevo capito subito che quel muro era il mu­ro della Reggia. Tutti
lo sapevamo, a Caserta, che comin­ciava dal centro della città e saliva sulle
colline. Ma non avevo mai calcolato il perimetro dell’interno con le misure
dall’esterno. Cioè, quando il ragazzo aveva detto: qui – non potevo rendermi
conto di dove ci trovavamo.
Quindi, restai senza fiato.
Eravamo in cima, appena sotto la cascata, il punto che chiunque desiderava raggiungere quando entrava nella Reggia. Avanzai lentamente, con una
mano che sfiorava l’acqua oltre il bordo della grande fontana, attirato dalla
statua di una donna seminuda, coperta da un panno svo­lazzante, poggiato
sulle parti che non bisognava vedere.
Francesco Piccolo (1964) è scrittore e sceneggiatore. Tra le ultime pubblicazioni: La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010), Il desiderio di essere come tutti
(2013), vincitore del Premio Strega 2014, e Momenti di trascurabile infelicità (2015).
Il desiderio di essere come tutti © 2014 Francesco Piccolo
ISBN 978 8806194567
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[email protected]
‫‪186 Il desiderio di essere come tutti‬‬
‫‪Arabo‬‬
‫“ولدت في يوم من أيام بداية صيف سنة ‪ ،1973‬عندما كان في عمري تسع سنوات‪.‬‬
‫إلى غاية تلك اللحظة كانت حياتي وكل األحداث التي تجري في العالم كيانين منفصلين عن‬
‫بعضهما البعض‪ ،‬كيانين كان من المستحيل أن يلتقيا تماما‪ .‬كنت في منزلي‪ ،‬في فنائي‪ ،‬في‬
‫مدينتي؛ مع والداي‪ ،‬اخوتي‪ ،‬زمالئي في المدرسة‪ ،‬األقارب واألصدقاء‪ -‬وفي كوكب آخر كانت‬
‫تجري األحداث التي كنت أشاهدها على التلفاز‪ .‬كان الكبار يتحدثون عنها من حين إلى آخر‪،‬‬
‫يتحدّثون عن العالم وعن إيطاليا بصفة خاصة؛ كان هنالك إذًا اهتمام بما كان يجري خارج‬
‫حياتنا‪ .‬ولكنّا جميعا لم يكن لنا دخل بتلك األحداث‪ ،‬خاصة أنا‪.‬‬
‫‪MOHAMED WALID GRINE‬‬
‫‪Università di Algeri 2‬‬
‫كانت قد مرت فترة قصيرة عل انتهاء السنة المدرسية‪ .‬كان ماسّيمو‪ ،‬زميلي في المدرسة‪،‬‬
‫فيل ضخمة في برييانو‪ .‬كان قد‬
‫يدعوني زواال للعب معه في منزله‪ .‬كان مرفّها‪ ،‬كان لديه ّ‬
‫تعرّف منذ فترة قليلة على ولد صغير من الريف‪ ،‬قصير القامة‪ ،‬كثير النمش وقليل الشعر؛ لم‬
‫يكن يريد التوقف عن الحركة‪ ،‬ويتكلم باللهجة فقط‪ ،‬وكان يبدو لنا أنه يعرف كل شيء عن أي‬
‫شيء كما لو أنه كان رجال داخل جسم ولد صغير‪ .‬نحن كنا نصمت‪ ،‬نسمعه ثم نفعل ما كان‬
‫يفعله‪ .‬قال لنا أنه سيقودنا إلى مكان سري إن كنا شجعانا‪ .‬قبلنا فورا بفكرته‪ ،‬حتى وإن كنا‬
‫خائفين‪ .‬التقينا في اليوم التالي‪ ،‬في وقت متأخر‪ ،‬ولكن الشمس لم تكن تغرب أبدا‪ ،‬وطلب منا‬
‫الولد ذو النمش بتتّبع خطاه‪ .‬عبرنا غابة‪ ،‬كان الولد يعرف كيف يتحرك وإلى أين كان ذاهبا‪.‬‬
‫قال لنا أنه كان قد قام بذلك مرات عديدة‪ .‬وقال أيضا أنه ال يجب أن نُحدّث أحدا عن ذلك‪.‬‬
‫حَلِ ْفنا بربط ألسنتنا دون أن نسأله عن السبب‪.‬‬
‫وصلنا أمام سور‪ .‬عال نوعا ما‪ ،‬ولكن ليس عاليا كثيرا‪ .‬كان يقول لنا‪“ :‬اصبرا قليال” ثم كان‬
‫يفتح أمامنا الطريق‪ .‬كنا نمشي ونالمس السور بكتفنا‪ .‬ثم بلغنا مكان ما وقال لنا‪ :‬هنا‪ .‬وضع‬
‫رجله في ثقب كان يعرفه‪ ،‬قفز إلى األعلى ‪ ،‬تمسّك بحافة السور ثم سحب نفسه إلى فوق‪ .‬قال‬
‫لنا‪“ :‬افعال مثلي”‪ .‬ثم قفز نحو الجهة األخرى واختفى‪ .‬فعل ماسّيمو نفس الشيء تماما‪.‬‬
‫كان دوري قد أتى‪ .‬كان يقول لي ماسّيمو من الجهة األخرى‪“ :‬هيا‪ ،‬اقفز!”‬
‫من جهتي‪ ،‬كنت أخشى ّأل أنجح في القفز إلى الجهة األخرى‪ .‬تمسّكت بالسور‪ ،‬وضعت‬
‫رجلي باحثا عن نقطة يمكنها أن تدعمني‪ .‬سحبت نفسي إلى األعلى بقوة وتسلّقت السور‪ ،‬وبذلت‬
‫أثناء القيام بذلك جهدا أكبر من الجهد الذي كنت قد رأيت اآلخرين يبذالنه‪ ،‬وضغطت كامل‬
‫صدري على حافة السور‪ .‬قفزت بعدها إلى األسفل‪ .‬لم يعد هناك أحد ينتظرني‪ .‬كنت دائما‬
‫وسط األشجار‪ ،‬ولكن من جهة السور األخرى‪ ،‬وكانت النور تضيء المكان بشدّة‪ :‬أدركت أن‬
‫األشجار كانت قليلة‪ .‬بعد ذلك فورا رأيت الولدين متسمرين في مكانهما وينظران إلى حواليهما‪.‬‬
‫حينها رأيت أنا أيضا النور‪ .‬طبعا‪ ،‬كنت قد أدركت فورا أن ذلك السور كان سور القلعة‪.‬‬
‫جميعنا في كازيرتا كنا نعرف أن األسوار تبدأ من وسط المدينة ثم تصعد حتّى التالل‪ .‬ولكني‬
‫لم أقس أبدا المحيط الداخلي بقياسات من الخارج‪ .‬يعني أنه لمّا كان الطفل قد قال‪“ :‬هنا”‪ -‬لم‬
‫يكن بإمكاني معرفة في أي جهة من القلعة كنّا‪ .‬فبقيت الهثا‪ .‬كنا في القمة‪ ،‬تحت الشالل تقريبا‪،‬‬
‫وهي النقطة التي كان أي شخص يريد بلوغها حينما يدخل القلعة‪ .‬تقدمت ببطء‪ ،‬وأنا أالمس‬
‫الماء بيدي‪ .‬كانت يدي ممدودة إلى أبعد من حافة الفوارة الكبيرة‪ ،‬ألن تمثال امرأة نصف عارية‬
‫كان قد أثار اهتمامي‪ .‬كانت تغطي التمثال قطعة قماش مرفرفة موضوعة على األماكن التي لم‬
‫يكن يجب رؤيتها‪”.‬‬
‫‪IIC Algeri‬‬
‫‪torna al sommario‬‬
‫‪187 Il desiderio di essere come tutti‬‬
‫وُلدت في أوائل صيف ‪ ،1973‬وأنا في التاسعة من عمري‪.‬‬
‫ُ‬
‫حتّـى تلك اللّـحظة‪ ،‬كانت حياتي وأحداث العالم أجمع كيانيّن منفصليّن‪،‬‬
‫ترعرعت في منزلي‪ ،‬في حارتي‪ ،‬في‬
‫ال يلتقيان بأي شكل من األشكال‪.‬‬
‫ُ‬
‫مدينتي‪ ،‬مع أهلي‪ ،‬مع أخواتي‪ ،‬مع أصدقائي في المدرسة‪ ،‬ومع األقارب‬
‫واألصدقاء – وفي كوكب آخر‪ ،‬كانت تجري األحداث التي كنت أشاهدها‬
‫على التلفاز‪ .‬كان الكبار يتحدّثون من حين إلى آخر عن العالم وعن إيطاليا‬
‫خاصّة‪ ،‬اذ كان هنالك اهتمام لما يحدث خارج حياتنا ‪ .‬أمّا بالنسبة لنا‪ ،‬على‬
‫أيّ حال‪ ،‬لم يكن لألمر عالقة بنا – وال حتّـى بشخصي‪.‬‬
‫‪Arabo‬‬
‫‪NATALIE DANDAN‬‬
‫‪Università Libanese‬‬
‫انتهى العام الدراسيّ لتوّه‪“ .‬ماسيمو”‪ ،‬زميلي في الصف كان يدعوني للعب‬
‫ال فخمة في بريانو‪ .‬لقد تعرّف‬
‫معه بعد الظهر‪ .‬كان ثريًـا جّدًا‪ ،‬يملك في ّ‬
‫للتوّ على صبيّ من البلدة‪ ،‬قصير القامة‪ ،‬وجهه مليء بالنمش‪ ،‬شعره خفيف‪،‬‬
‫ال يعرف التوقّـف عن الكالم‪ ،‬ويتحدّث بلهجة خاصّة‪ .‬وقد بدا لنا وكأنّـه‬
‫كل شيء كما لو أنه رجل في جسد فتى صغير‪ .‬كنّـا نلتزم الصمت‪،‬‬
‫يعرف ّ‬
‫نستمع لما كان يقوله‪ ،‬ونفعل حسبما يتصرّف‪ .‬قال بأنه ربما يصطحبنا إلى‬
‫مكان سرّي اذا ملكنا الشجاعة الكافية‪ .‬فوافقناه على الفور بالرغم من الخوف‬
‫يحل‬
‫الذي تملّـكنا‪ .‬إلتقينا في اليوم التالي‪ ،‬وكان الوقت متأخرًا والمغيب لم ّ‬
‫بعد‪ ،‬فطلب منّـا هذا الصبي ذو النمش أن نتبعه‪ .‬وعبرنا معًـا غابة كبيرة‪،‬‬
‫وكان مدركًـا جيّدًا كيف يتنقّـل‪ ،‬وأين يذهب‪ .‬لقد سلك هذه الطريق مرات‬
‫ال نخبر أحدًا عن الموضوع‪ ،‬فأقسمنا‬
‫عديدة كما قال‪ .‬غير أنّـه طلب منّـا أ ّ‬
‫على ذلك دون أن نسأل حتّـى عن السبب‪.‬‬
‫جدار‪ ،‬مرتفع ما فيه الكفاية ولكنه لم يكن عاليًا جدًّا‪ .‬وهو‬
‫وصلنا أمام‬
‫ٍ‬
‫“سنصل بعد قليل”‪ ،‬فمشينا وأكتافنا‬
‫يرشدنا إلى الطريق‪ ،‬كان الصبي يردّد‬
‫ُ‬
‫تالمس الجدار‪ .‬ثمّ وصلنا إلى نقطة معّينة‪ ،‬فقال لنا ‪“ :‬هنا”‪ .‬عندئذ‪ ،‬وضع‬
‫رجله في حفرة صغيرة كان يعرفها‪ ،‬ودفع نفسه إلى العلى‪ ،‬تعلّـق بحافة‬
‫الجدار‪ ،‬وتسلق إلى فوق‪ .‬وطلب أن نفعل مثله‪ .‬وقفز الى الجهة األخرى‪،‬‬
‫مختفيًـا‪ .‬أمّا ماسيمو فقد قلّـده تمامًا‪ ،‬وفعل بالضبط مثله‪.‬‬
‫اآلن‪ ،‬جاء دوري‪ .‬من هناك‪ ،‬ردّد ماسيمو ثم أضاف‪ :‬هيا‪ ،‬أقفز‪ .‬ومن هنا‪،‬‬
‫ال‬
‫انتابني الخوف لعدم تمكنّي من فعله‪.‬‬
‫تمسّكت بالجدار‪ ،‬وضعت قدمي محاو ً‬
‫ُ‬
‫إيجاد نقطة ألستطيع االستناد‪ ،‬دفعت نفسي بقوّة‪ ،‬وبجهد أكبر من الذي قد‬
‫بكل صدري تجاه الحافة‪،‬‬
‫شاهدت الصّبيين األخرَيين يقومان به‪،‬‬
‫ضغطت ّ‬
‫ُ‬
‫سحبت نفسي على الجدار‪ ،‬كان يأتي الضوء قويًّا‪ :‬أدركت بأن األشجار كانت‬
‫قليلة‪ .‬على الفور رأيت الولدين‪ ،‬مسمرّين‪ ،‬يتطلعان هنا وهناك‬
‫ثمّ ابتعدت أنا أيضًا عن الضوء‪.‬‬
‫بالطبع‪ ،‬لقد فهمت فورًا بأن ذلك الجدار هو جدار القصر الملكيّ (ريجّـا) ‪.‬‬
‫كلّـنا نعرفه‪ ،‬في كاسيرتا‪ ،‬كان يمتدّ من وسط المدينة ويصل صعودًا إلى‬
‫التالل‪ .‬لكنّـني لم أحسب أبدًا محيط الداخل مع الخارج‪ .‬أعني‪ ،‬عندما قال‬
‫الصبيّ‪ :‬هنا‪ -‬لم أستطع أن أدرك أين كـنّـا‪.‬‬
‫‪torna al sommario‬‬
‫‪IIC Beirut‬‬
‫إنّـما‪ ،‬انقطعت أنفاسي‪.‬‬
‫كـنّـا في القِمة‪ ،‬ليس بعيد عن أسفل الشالل‪ ،‬ذلك المكان الذي يرغب‬
‫تقدمت ببطء‪،‬‬
‫أي شخص بالوصول اليه حين يدخل القصر الملكي(ريجّـا)‪.‬‬
‫ُ‬
‫ال بتمثال امرأة شبه‬
‫وكانت يديّ تالمس المياه إلى ما بعد أطراف النبع‪ ،‬منذه ً‬
‫عارية‪ ،‬مغطاة برقعة قماش متطايرة‪ ،‬مُلقاة على األجزاء التي لم يكن من‬
‫الضروري مشاهدتها‪.‬‬
188 Il desiderio di essere come tutti
Armeno
Ambasciata d’Italia a Erevan
ARMINE MAGHAKYAN
Università Statale di Erevan
torna al sommario
Ես ծնվել եմ 1973 թվականի ամռան սկզբին. ինը տարեկան էի:
Մինչ այդ պահը իմ կյանքը և բոլոր այն դեպքերը, որոնք կատարվում էին
աշխարհում, երկու առանձին իրողություններ էին, որոնք ոչ մի դեպքում չէին
կարող հանդիպել միմյանց: Ես ապրում էի իմ տանը, իմ բակում, իմ քաղաքում,
իմ ծնողների, քույրերի և եղբայրների, դասընկերների, բարեկամների
և ընկերների հետ, իսկ այդ ընթացքում մեկ այլ մոլորակում տեղի էին
ունենում իրադարձություններ, որոնք դիտում էի հեռուստատեսությամբ:
Մերթընդմերթ մեծահասակները խոսում էին աշխարհի և հատկապես
Իտալիայի մասին, այդպիսով կար հետաքրքրություն մեր կյանքից դուրս
կատարվող իրադարձությունների հանդեպ: Սակայն մենք, այդուհանդերձ,
ոչ մի կապ չունեինք դրանց հետ, իսկ ես՝ առավել ևս:
Դասերը հենց նոր էին ավարտվել: Մասսիմոն՝ իմ դասընկերը, ինձ
հրավիրեց կեսօրին իր հետ խաղալու: Նա շատ հարուստ էր, մի հսկայական
առանձնատուն ուներ Բրիանում: Վերջերս ծանոթացել էր մի ցածրահասակ,
բազմաթիվ խալերով և սակավամազ մի փոքրիկ տղայի հետ, ով չէր
կարողանում անշարժ մնալ, խոսում էր միայն բարբառով և թվում էր, թե
գաղափար ուներ ամեն ինչի մասին, կարծես փոքրիկ տղայի մարմնում
մի մեծահասակ լիներ: Մենք լուռ էինք մնում, լսում էինք նրան և հետո
անում էինք այն, ինչ նա էր անում: Ասաց, որ մեզ տանելու էր մի գաղտնի
վայր, եթե քաջ լինեինք: Մենք անմիջապես համաձայնեցինք, եթե անգամ
սրտներումս վախ կար: Հանդիպեցինք հաջորդ օրը. Ուշ էր, բայց արևը դեռ
մայր չէր մտնում, և խալերով տղան կարգադրեց մեզ հետևել իրեն: Անցանք
մի անտառով, նա շատ լավ գիտեր, ինչպես տեղաշարժվել, ուր գնալ: Ասաց,
որ շատ անգամ էր դա արել: Նաև ասաց, որ դրա մասին չպետք է խոսենք ոչ
մեկի հետ: Երդվեցինք, առանց հարցեր տալու:
Հասանք մի պատի մոտ: Բավականին բարձր, բայց ոչ այդքան: -Փոքր-ինչ
էլ,- ասում էր մեզ և ուղեկցում: Քայլում էին՝ մեջքով հպվելով պատին:
Հետո հասանք մի վայր և նա ասաց՝ այստեղ է: Ոտքը դրեց փոքր փոսի մեջ,
որի մասին նա գիտեր, հրվեց դեպի վեր, բռնվեց ծայրից և ձգվեց վեր:
-Արե՛ք ինձ նման,- ասաց նա և ցատկեց մյուս կողմ՝ անհեայտանալով մեր
տեսադաշտից: Մասսիմոն նույնն արեց:
Այժմ հերթն իմն էր: Մյուս կողմից Մասսիմոն գոռում էր.
-Դե՜,ցատկի՛ր: Այդ կողմում վախենում էի, որ ինձ չհաջողվեր: Մագլցեցի
պատին, ոտքս դրեցի, փորձելով գտնել հենակետ, վերև բարձրացա շատ
մեծ դժվարությամբ, քան նախորդ երկուսը, կրծքով պատին սեղմվելով,
բարձրացա դրա վրա և ցատկեցի ներքև: Այլևս ինձ ոչ ոք չէր սպասում:
Կրկին ծառերով էի շրջապատված, սակայն պատի մյուս կողմում, որտեղ
լույսն ավելի ուժեղ էր. հասկացա, որ իմ դիմացի ծառերը քիչ էին: Հետո
անմիջապես տեսա այն երկուսին՝ կանգնած նայում էին շուրջը:
Այդ ժամանակ ես նույնպես դուրս եկա թաքստոցից:
Իհարկե, ես միանգամից հասկացա, որ այդ պատը Ռեջջայի պատն էր:
Բոլորս դա գիտեինք Կազերտայում, որ սկսում էր քաղաքի կենտրոնից և
ձգվում էր մինչև բլուրներ: Սական դրսից երբեք չէի հաշվարկել ներքին
շրջագիծը: Այսինքն, երբ տղան ասաց՝ այստեղ, չէի կարողանում ընկալել,
որտեղ էինք գտնվում:
Այսպիսով, ապշահար եղա:
Գագաթին էինք, փոքր-ինչ ներքև ջրվեժն էր. մի վայր, ուր յուրաքանչյուր
ոք ցանկանում էր լինել, երբ մտնում էր Ռեջջա: Դանդաղ առաջ շարժվեցի,
մի ձեռքով հպվելով մեծ շատրվանից ցայտող ջրին, գրավված մի կիսամերկ
կնոջ արձանով՝ ծածկված մի ծածանվող սավանով, որը փակում էր այն
հատվածները, որոնք չէր կարելի տեսնել:
189 Il desiderio di essere come tutti
Bielorusso
Ambasciata d’Italia a Minsk
SHAMAL KARYNA
TSIVO DZIYANA
RUDZENSKAYA MARYIA
Università Statale Bielorussa
Днём свайго нараджэння я лічу адзін з першых дзён лета 1973 года, калі
мне было 9 гадоў. Да гэтага моманту маё жыццё і ўсе падзеі, якія здараліся
ў свеце, існавалі асобна адно ад другога і ні ў якім разе не маглі перасячыся.
Я знаходзіўся ў маім двары, у маёй хаце, у маім горадзе; з маімі бацькамі, з
маімі братамі, аднакласнікамі, сваякамі і сябрамі - а па тэлевізары паказвалі
падзеі, якія адбываліся быццам на другой планеце. Усе дарослыя час ад часу
размаўлялі пра гэта, пра падзеі ў свеце і пераважна пра Італію; дарослыя
заўсёды былі заклапочаны думкай пра тое, што адбываецца за межамі
нашага жыцця. Але ўсе мы, ва ўсялякім выпадку, не былі датычнымі ні да
чаго, у тым ліку і я.
Толькі што скончыўся навучальны год. Масімо, мой аднакласнік, часта
запрашаў мяне пагуляць з ім у другой палове дня. Ён быў вельмі багаты і нават
меў велізарную вілу ў Брыана. Зусім нядаўна мы пазнаёміліся з вясковым
хлопчыкам. Твар гэтага нізенькага хлапчука быў увесь у вяснушках, а валасы
кароткія. Ён не мог уседзець на месцы, размаўляў толькі на дыялекце, і
здавалася, што ён ведаў усё пра ўсё, як быццам бы гэта быў дарослы ў целе
хлопчыка. Мы маўчалі, слухалі яго і потым рабілі тое, што рабіў ён. Хлопчык
сказаў, што возьме нас у патаемнае месца, толькі нам спатрэбіцца мужнасць.
Нягледзячы на тое, што мы вельмі баяліся, адразу згадзіліся. Мы сустрэліся
на наступны дзень, было ўжо позна, але сонца яшчэ не зайшло. Хлопчык з
вяснушкамі параіў прытрымлівацца яго. Мы ішлі па лесе, ён добра ведаў
дарогу. “Мы рабілі гэта ўжо шмат разоў”, - сказаў ён і дадаў, што мы не
павінны казаць пра гэта нікому. Мы паабяцалі ісці, не задаючы пытанняў.
Нарэшце мы дабраліся да сцяны, дастаткова высокай, але не вельмі вялікай.
“Яшчэ трошкі”, - пастаянна казаў хлопчык і крочыў уперад. Мы ішлі, крыху
дакранаючыся да сцяны плячыма. Праз некаторы час дайшлі да месца і ён
сказаў: “Тут”. Хлопчык паставіў нагу ў маленькую дзірку, якую, пэўна, ведаў,
узняўся наверх, зачапіўся за край і падцягнуўся. “Рабіце, як я”, - сказаў ён.
Пераскочыўшы на другі бок, хлопчык знік. Масімо зрабіў тое ж самае. Цяпер
была мая чарга. З таго боку сцяны Масімо прашаптаў: “Давай, перапаўзай”. А
я з гэтага стаяў і баяўся, што ў мяне не атрымаецца. Зачапіўшыся за сцяну, я
паставіў нагу ў пошуках месца, на якім бы я змог утрымацца, падбадзёрыўся,
і са значна большым высілкам, чым гэта рабілі двое іншых, прыхінуўшыся
целам да сцяны, падняўся на яе і саскочыў уніз. Не было нікога, хто б мяне
чакаў. Я апынуўся сярод дрэў, але тут было святлей: я разумеў, што дрэў
было мала. Адразу за імі я ўбачыў двух нерухомых хлопцаў, якія аглядаліся
па баках. Крыху пазней выйшаў на святло і я.
Вядома, я адразу зразумеў, што сцяною была сцяна палаца. Усе мы ведалі
пра каралеўскі палац Казерта, які пачынаўся ад цэнтра горада і ўзнімаўся на
пагоркі. Мяне ўразіла ўся веліч палаца, якую я не мог уявіць сабе, гледзячы
на яго звонку. Гэтыя ўражанні захапілі мяне, я не разумеў, дзе мы апынуліся.
Таму я ахнуў. Мы знаходзіліся зверху. Якраз пад вадаспадам, на тым месцы,
у якім кожны марыў пабываць, калі прыходзіў у палац. Я павольна ступіў,
закрануўшы рукою ваду на краі вялікага фантана. Мяне прыцягвала статуя
напаўаголенай жанчыны, пакрытая абрусам. Мы знаходзіліся зверху. Якраз
пад вадаспадам, на тым месцы, у якім кожны марыў пабываць, калі прыходзіў
у палац. Я павольна ступіў, закрануўшы рукою ваду на краі вялікага фантана.
Мяне прыцягвала статуя напаўаголенай жанчыны, пакрытая абрусам з
лёгкай тканіны ў тых частках, якія не павінен быў бачыць ніхто.
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190 Il desiderio di essere come tutti
Bulgaro
IIC Sofia
DIMITAR POPOV
MARIA LUISA STOYNEVA
Liceo Bilingue “Gorna Bania”
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Родих сеистински през 1973 в началото на лятото, на девет години.
До този момент моят живот и всички събития, които се случваха
в света, бяха две различни неща , които нямаха нищо общо едно с
друго. Живеех в моята къща, в моя двор, в моя град с моите родители,
братя, съученици, роднини и приятели – и всички събития, които
се случваха по света и гледах по телевизията, сякаш бяха от друга
планета. Всеки път даваха хората от висшето съсловие, които
говореха за света и Италия в частност. Все пак имаше интерес към
това, което се случваше извън нашия живот. Но нас във всеки случай
не ни интересуваше. А мен конкретно - още по-малко.
Тъкмо училището беше свършило. Массимо, моят другар по чин, ме
канеше следобяд да играя у тях. Беше много богат, имаше огромна
вила в Бриано. Точно се беше запознал с едно момче от селото, ниско,
с много лунички и малко коса. Не можеше да седи на едно място,
непрестанно говореше на диалект и изглеждаше ,че знаеше всичко
за всяко нещо толкова добре, че като че ли беше един възрастен в
тяло на момченце. Ние го слушахме смълчани и после правехме това,
което правеше той. Обеща ни, че ще ни заведе на едно тайно място
ако имаме достатъчно кураж.
Видяхме се на другия ден. Беше късно, но слънцето нямаше
намерение да залязва и момчето с лунички ни каза да го последваме.
Преминахме една гора, в която той знаеше прекрасно как да се
придвижва и къде да върви. Каза, че го е правил много пъти. Каза
също, че не трябва да говорим за това с никой. Ние се заклехме без
да задаваме въпроси. Стигнахме пред една стена. Доста висока, но
не толкова, че да не можеш да я прескочиш. Още малко - каза той - и
ни пусна да минем пред него. Вървяхме докосвайки стената с рамо.
После стигнахме до едно място и той каза: тук! Пъхна крак в една
малка дупка в стената, която знаеше предварително, повдигна се,
после се хвана за ръба и се издърпа. Направете като мен – каза той.
Скочи от другата страна и изчезна. Массимо веднага го последва.
Сега беше мой ред. Оттам - каза Масимо - хайде скачай. Стигнал
до тук ме беше страх, да се откажа. Хванах се за стената, търсейки
с крак издатина, която можеше да ме задържи, покатерих се отгоре
с много повече усилия, отколкото видях да полагат другите двама,
опирайки си гърдите в ръба и обяздих стената. После скочих долу.
Там нямаше никой. Пак бях сред дърветата, но от другата страна на
стената, и светлината беше по-силна: струваше ми се, че дърветата
бяха по-малко. Веднага видях другите двама, спрели, гледайки
наоколо. Тогава и аз излязох на светлината.
Естествено, веднага разбрах ,чe това беше стената на кралския
дворец. Всички от Казерта знаехме, че започваше от центъра на града
и се изкачваше върху хълмовете. Но никога не си бях представял
колко е голям дворецът отвътре гледайки го от външната страна.
Именно, когато момчето беше казало: тук- не можех да осъзная къде
се намирахме. След това , останах без дъх.
191 Il desiderio di essere come tutti
Ceco
DOCENTE LAURA RUBINI
Società Dante Alighieri
Narodil jsem se jednoho dne na začátku léta 1973, bylo mi devět.
Až do této chvíle byly můj život i všechny věci, které se dály ve světě, dvěma
odlišnými skutečnostmi, jež se v žádném případě nemohly potkat. Žil jsem
v našem domě, na našem dvoře, v našem městě; s rodiči, se sourozenci, spolužáky, příbuznými a kamarády….. a na jiné planetě se dály věci, které jsem
viděl v televizi. Dospělí o nich občas mluvili, o světě a o Itálii zvlášť; tedy o to,
co se dělo vně našeho života, zájem byl, ale nás všech se to v žádném případě
netýkalo. A mne ještě méně.
Škola zrovna skončila. Můj soused z lavice Massimo mě zval, abych si s ním
odpoledne u nich hrál. Byl velmi bohatý, měli obrovskou vilu v Brianu. Ten
se před nedávnem seznámil s jedním vesnickým klukem, malým, pihatým, s
málo vlasy; nevydržel v klidu, mluvil jen dialektem, a nám se zdálo, že ví všechno o všem, jako by to byl dospělý v těle kluka. A my jsme mu naslouchali
bez hlesu a pak jsme dělali to co on. Řekl, že nás zavede na tajné místo, jestli
máme odvahu. My jsme hned souhlasili, i když jsme měli strach. Uviděli jsme
se další den, bylo pozdě, ale slunce ještě nezapadalo a ten pihatý kluk nám řekl,
že máme jít za ním. Prošli jsme lesem, on věděl velmi dobře, jak se pohybovat,
kudy jít. Řekl, že už tam byl mockrát. A taky řekl, že o tom nesmíme s nikým
mluvit. Přísahali jsme bez ptaní.
Došli jsme až k nějaké zdi. Dost vysoké, ale ne až tak. Ještě kousek, říkal, a šel
před námi. Šli jsme s ramenem těsně podél zdi. Pak jsme došli na jedno místo
a on řekl: tady. Strčil nohu do malé díry, o níž věděl, natáhl se, zachytil se za
okraj a vytáhl se nahoru. Udělejte to jako já, řekl. A seskočil na druhou stranu
a zmizel. Massimo udělal přesně totéž.
Teď byla řada na mně. Massimo z druhé strany říkal: dělej, skoč. Měl jsem
strach, že se ze své strany přes zeď nedostanu. Zachytil jsem se zdi, nohou
jsem se snažil najít místo, kde bych se mohl opřít, s úsilím jsem se natáhl a s
mnohem větší námahou, než jsem viděl u těch dvou, s břichem přimáčknutým
na okraj jsem se vydrápal na zeď. A skočil jsem dolů. Nikdo tam na mne už
nečekal. Byl jsem pořád mezi stromy, ale na druhé straně zdi; světlo přicházelo
s velkou silou a stromů, uvědomil jsem si, tam bylo málo. Hned za nimi jsem
uviděl ty dva, jak stojí a rozhlížejí se kolem.
Tak jsem vyšel ven na světlo i já.
IIC Praga
Jasně, hned zkraje mi došlo, že ta zeď je zdí královského areálu Reggia. Všichni v Casertě jsme věděli, že začíná v centru města a táhne se vzhůru do kopců.
Ale nikdy jsem neporovnával obvod zdi z vnitřku a z vnějšku. Takže když ten
kluk řekl: tady – tak jsem nebyl s to si uvědomit, kde právě jsme.
A proto jsem zůstal bez dechu.
Byli jsme na vršku, těsně pod vodopádem, na místě, kam se chtěl dostat
každý, když vešel do Reggie. Přibližoval jsem se pomalu a rukou jsem se přes
okraj velké kašny dotýkal vody, přitahován sochou polonahé ženy, zahalené
vzdouvající se látkou spočívající na těch částech těla, na které není slušné se
dívat.
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192 Il desiderio di essere come tutti
Cinese
Consolato Generale D’Italia a Canton
ZHANG LIN
Università degli Studi Stranieri di
Guangdong
我出生于1973年的初夏,那已经是九年前了。
在我九岁以前,我的生活与电视里所展现的世界迥然不
同。不管从什么角度看,这两个范畴内所发生的事情彼此都
不可能有所关联。我总与我的家人、同学、或朋友们呆在一
起,与家中的花园为伴,也从来没有走出过我的城市。而在
电视里,大人们总是谈论着意大利和世界其它地方发生的
事情,因此我对于我生活以外的世界感到非常好奇。但无论
如何,电视里的内容都与我们毫无干系,更别说我只是一个
九岁的孩子。
一放学,我的同桌马西莫就邀请我下午去他家玩儿。他家
非常富有,并在布里亚诺置有一套别墅。马西莫刚刚在那儿
认识了一个小男孩,他矮小、满脸雀斑,而且头发稀疏。这个
男孩只会说方言,好像有多动症,不知道静止为何物。但我
们觉得他好像什么都知道,仿佛在他那小小的身躯里,住着
一个成年人。我跟马西莫静静地听着他侃侃而谈。他说如
果我们有胆量,就带我们去一个秘密基地。即使心里有点害
怕,我们还是答应了。第二天稍晚的时候,太阳还没有下山,
我们碰头了,小男孩儿叫我们跟着他。我们穿过一片灌木
丛,他非常灵活,因为这条路他已经走了无数遍。他警告我
们不准向别人泄密,我们一口答应了。
我们来到了一堵墙下,虽然它并不是很高,但是对于我们
来说已经是一堵高墙了。他说:“等等。”便开始为我们开路。
我们用肩膀抵着墙慢慢摸索,走着,走着,他说:“就是这儿
了。”他脚踩住墙上的一个洞,手巴住墙头边缘,脚一踮、手
一用力就上去了。“像我一样爬上来。”他对我们说完这句话
就消失在墙头,跳到了另一边。马西莫立刻跟上,也翻了过
去。
现在轮到我了。“加油!跳啊!”马西莫的声音从墙的另一边
传过来。但是我还是很怕我爬不上去。我一手抓住墙头,脚
摸索地找着可以支撑的地方,并且用力把自己拉上去,但是
并没有办法像他们俩一样轻而易举。最终我把整个胸膛压
在墙上,挪了过去,然后跳下了墙。但是墙的另一边一个人
都没有,我仍然置身于树丛当中,树影越来越稀疏,透出的
光也越来越强。很快我就看到了四处张望的两个小伙伴。
我也跟着他们向光影走去。
我立刻就意识到我们翻过的是王宫的围墙。所有卡塞塔
的人都知道,从城市中心一直到绵延的丘陵上都是王宫的
领地,但我从来没有计算过它究竟有多大。这就意味着,当
那个男孩儿告诉我们“就是这儿”的时候,我压根儿就不知
道那是哪儿。
我屏息凝神,看着眼前的景致。
我们就站在山顶上,距离瀑布仅咫尺之遥,这是整个皇宫
里视野最好的地方。我缓缓向前走,水幕后的女神塑像衣抉
纷飞,遮掩得恰到好处,我为她所吸引,手越过池边,伸向
了水帘。
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193 Il desiderio di essere come tutti
Cinese
Consolato Generale D’Italia a Canton
LIU RONG
Università degli Studi Stranieri di
Guangdong
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我出生在1973年的夏初,而故事发生在我九岁的时候。
直到那时,我的生活和外面世界的事情是完全分离的,它
们是无论如何也不会相遇的。在那段时间里,我一直待在
家里,在我的院子里,在我自己的一片天地里,陪伴在我身
旁的是我的父母,我的兄弟姐妹,我的同学以及我的亲戚朋
友。而我可以通过电视看到世界上其他地方发生的事情,不
过那对于我来说它们却像是发生在另一个星球的一样。大
人们经常谈论着那些事情,谈论着外面的世界特别是意大
利;这么说来,我们对外面的事情还是挺感兴趣的。但是无
论如何,我们都没有进入外面的世界并与之相融,而我,相
对来说就更少了。
那天,我们刚刚放学,我的同桌马西莫邀请我下午到他那
儿去玩。他们家很有钱,在波利亚诺那里有一间很大的别
墅。马西莫之前认识了一个那里的小男孩,他很矮小,脸上
长着很多雀斑,头发少少的。小男孩很热情,一直用他们的
方言跟我们说话没停下来过,这让我们怀疑是不是在他这
个小小的躯体里面住着一个什么都懂的大人。我们在旁边
一直很安静地听他说,然后跟着他做。他说如果我们够胆
的话,他就带我们去一个秘密的地方。我们立刻说愿意去,
即使那时心里还是挺害怕的。我们第二天碰面了,那时候是
有点迟了,可是太阳一直都没有落下去。那个满脸雀斑的小
男孩叫我们跟着他走。我们穿过一个树林,他对那里很熟
悉,很清楚应该怎么走,他说他已经走过很多次了,并且叮
嘱我们不能跟别人讲,我们毫无置疑,立马就发誓说绝不讲
出去。
我们一直往前走,直到来到一座城墙前。那座墙并不是很
高。小男孩说:“再走一点路就到了。”边说着边给我们开路。
我们一直沿着墙边很艰难地往前走,然后到一个地方停
下,“就是这里”他说。他把一只脚放在一个他之前就知道的
小洞里,然后开始往上爬,他紧紧地抓着墙上面并往上拉,“
像我一样做!”他说道。然后他爬到了墙的另一边,马西莫跟
着他爬了过去。
该到我爬了。马西莫在墙的那一边给我加油打气说,“加
油!往上爬!”。而在墙的这一边,我却怕自己爬不上去。我紧
紧地攀住墙,脚在下面来回地探索一个能够使我站得住脚
的地方,很艰难地拉着上面。我爬得比他们两个都要吃力得
多,我把整个胸膛都压在墙上,使自己沿着墙一点点困难地
往上挪动。当我终于爬上去跳到墙的另一边时,我却发现他
们两个都没有在等我,我又站在了树木之中,不过这次是在
墙的另一边了。忽然有一道强光穿过树木向我照射过来,我
发现那里的树木其实只是很少的。然后我就看到了他们两
个,他们正站在那里,一动也不动地环视着周围。
最后,终于,我也来到了墙的另一边。
事实上,我之前就知道了那面墙就是卡塞塔皇宫的宫墙。
我们都知道,卡塞塔城的这一面宫墙是从市中心开始,然后
在山丘上盘旋蜿蜒的。但是我之前从没有看到过这面宫墙
里面的情况和外面的样子。所以,当我的同桌说“我不知道
我们现在是在哪里”时,我着实是吓了一跳。
194 Il desiderio di essere come tutti
Cinese
IIC Pechino
XIE PEIPEI
Università di Comunicazione
della Cina
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我出生于1973年初夏的一天,如今已经过去9年了。
直到那个时候我的人生,和所有发生在世界上的事情,是
两个独立分离的统一体,从来都没有交集,无论怎样都不
会以任何方式碰见。我会待在家里,在院子里,在我的城市
里;陪伴我的是我的父母,兄弟,同学,亲戚或是朋友,而我
看电视知道的信息都是在另一个星球上发生的。偶尔大人
们谈论有关世界,特别是意大利的事情,所以我们会对生活
以外发生的事情充满兴趣。但对于我们来说,这些和我们一
点关系也没有。对我而言,关系就更少了。
一下课,我的同桌马西莫请我去他家玩。他们家非常富
有,并在布里亚诺有一栋很大的别墅。他刚刚认识了当地的
一个小男孩,身材瘦小,脸上许多雀斑、头发并不多。这个小
男孩话很多,根本停不下来,一直说着方言。知晓所有的东
西,就好像内心住着一个大人。我们两个静静的听他说话,
效仿他做事情。他说如果我们敢的话,就带我们去一个隐
秘的地方。即便我们有可能会害怕,仍然异口同声的同意。
当第二天傍晚太阳还没有落山的时候,我们见面了,那个雀
斑小男孩让我们跟着他走。我们穿过一片森林,小男孩知道
怎么走,向哪里走。他说他已经去过很多次,还不让我们告
诉其他人。我们发誓不说,没有再问为什么。
我们到达了一堵不高不矮的墙前面,他一边说还有一段距
离,一边为我们开路。我们贴着墙走,肩膀都蹭到了墙。然
后我们到了一个地方,他说:就是这里。他把脚放在原先已
经知道的一个小洞中,抓住墙的边缘向上爬,向下一跳。“像
我做的一样”,他说,然后又从另外一个地方跳出来。马西莫
做的和他完完全全一样。
现在轮到我了,那边马西莫说:“快啊,跳呀!”这边我害怕
自己不能完成。我抓紧墙壁,脚一直在找可以支撑的点,用
力的向上爬,相比于前面我所看到的两个人更加觉得累,把
整个胸贴近墙边,终于爬上墙了。接着我向下跳,没有任何
人在等着我。下来之后我依然在树林之中,不过是墙的另外
一面。我看到了落日耀眼的余晖撒在茂密的树叶上,突然发
现其实树木的数量并不是很多,。立刻我看到他们两个人静
静的看着四周。
现在我的身边也跟着闪闪发光了。
突然,我明白了这道墙是王宫的城墙。我们所有人都知道
这道墙从卡塞塔市中心一直蜿蜒到山上。但我从来没有通
过外界的测量来估算其内部的周长。也就是说,当这个小男
孩说:就是这里的时候,我并不知道身处在哪里。
于是我觉得目瞪口呆。
我们身处山顶,正好在瀑布之下,每一个来到宫殿的人最
想到这里看一看。我慢慢向前靠近,一只手轻抚着瀑布边一
泻千里的水流。我突然被一个半裸的女人吸引,她靠在不被
人看到的地方,身体上仅有一块随风飘荡的布盖着。
195 Il desiderio di essere come tutti
Cinese
IIC Pechino
HE CHUANYU
Università di Lingue Straniere di
Pechino
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1973年的初夏对九岁的我来说意义非凡。
那个时候,我的生活和所有发生在这个世界上的事情是
两个独立的实体,谁也不会遇到谁。我可以窝在家里,待在
庭院里,生活在我的城市里或者同我的父母、兄弟、同学、
亲朋好友在一起,再或者幻想去一个我曾在电视上看过的
星球。偶尔听到大人们谈论世界,特别是意大利,于是对自
己生活之外的世界又感到好奇。但事实上是:一直以来我们
都不了解那个世界,而我的认知更是少之又少了。
学校刚放学,我的同桌马西莫就邀请我下午去他家玩。马
西莫家十分富有,在Briano(布里阿诺)有一座特别巨大的
别墅。他刚认识了城里一个满脸雀斑、头发稀疏的矮个子小
男孩,那个男孩整天只会说方言,不知道如何保持沉默,感
觉他无所不知就像身体里面住着一个成年人。我们全都闭
上了嘴听他一个人说话,然后他做什么我们就效仿。他说,
如果我们不害怕,他就带我们去一个秘密的地方。虽然心里
有些胆怯,但我们还是迅速回答说愿意。
第二天傍晚,太阳还没落山,那个长着雀斑的小男孩让我
们跟着他出发。大家穿过一片树林,他清楚地知道怎么行动
而且目标明确。他说,像这样的事他已经做过很多次了并且
还要求我们不要把这件事告诉其他人。我们什么问题都没
问,发誓谁也不说这个秘密。
我们来到一面说高却又不是特别高的墙前。小男孩给我
们开路说还差几步就到。于是大家用肩倚着墙前进,到了一
个地方他说:“就在这儿”,然后把脚放进了一个看上去他之
前就知道的窟窿里,一跃便用手抓住墙的边缘爬了上去。“
你们要照我这么做!”说完,他跳到另一边,消失了。马西莫
照着他的样子做也爬过去了。
现在轮到我了。“到这儿来”,马西莫喊道:“快,跳下来!”
就在这个时候,我害怕自己会失败,于是紧紧抓着墙壁,用
脚试着找一个支撑点,用了比其他两个伙伴还要多的力量
做准备动作,一跃双手抓着墙,整个胸被墙挤压着悬挂在半
空,也跳下去了,但那时已经没有人在等我。虽然自己经常在
树林里逛,却从来没去过墙的另一边。站在这里我发现阳光
刺眼,而且竟只有稀稀疏疏的几棵孤零零的树,然后很快看
到了马西莫他们两个人站在一块儿向四处观望着。
我走进了小树林,他们迅速看见了我。
当然,我很快就发现这个墙本属于一座宫殿。在卡塞塔,
所有人都知道这墙开始于市中心止步于小山峰,但我从来没
有计算过它的长度。喏!就是这儿”,小男孩说道。可是我完
全不知道我们现在是在哪里啊!“
于是,我屏住呼吸不敢喘一丝儿气。
我们爬上了山顶,就站在瀑布下面,那里是所有人进入宫
殿后都想去的地方。我用手摸着大喷泉的边沿慢慢前进,
被一个半裸的女人雕像吸引,遮在女人身体上的衣服随微
风轻轻地摆动着……
196 Il desiderio di essere come tutti
Cinese
CHEN FANGSHU
Università di Studi Internazionali di
Sichuan
我生于1973年初夏的一天。
直到我九岁,我都认为,我的生命,还有这世上发生的种
种,都是互相独立的存在,不可能产生任何交集。我待在家
里,我的院子里,我居住的城市里;和我的父母、兄弟、同
学、亲戚朋友在一起——与此同时,我在电视上所看到的,
就像是发生在另一个星球上的事。大人们时不时的会谈起
这些事,谈论这个世界,尤其是意大利的事情;因此,人们对
自己生活之外的事情,还是有兴趣的。但无论如何,这些事
情都和我们没有关系,和我就更没有什么关系了。
IIC Pechino
有一天,刚刚放学。我的同桌马西莫请我下午去他家
里玩儿。他是个富家子,在布里亚诺有一幢很大的别墅。他
刚刚结识了镇上的一个小男孩,个子小小的,脸上有很多雀
斑,头发稀少。小男孩很好动,一刻也停不下来,而且只说
方言,给人的感觉就像个小大人一样,什么事都知道。我们
默不做声,听他讲话,他做什么,我们就跟着做什么。他说
要带我们去一个秘密的地方,就看我们有没有胆子去。虽
然,我和马西莫都有些怕,但我们还是一口答应了他。第二
天,我们见面的时候,已经很晚了,但是太阳还没落山,长着
雀斑的小男孩让我们跟着他走。我们跟着他,穿过了一片树
林,他非常熟悉这里的路线。他说,这条路他已经走过很多
次了,而且叫我们不要告诉其他任何人。我们发誓不说,也
没问为什么。
我们走到了一堵墙跟前,墙有些高,但也不算太高。他
说,快到了,然后给我们带路。一路上,我们肩膀擦着墙往
前走。我们走到一个地方,他说:就是这里。他把一只脚放
进一个他知道位置的洞里,纵身向上跳了一下,手紧紧扒住
墙,然后上去了。你们照着我做,他说。然后,跳到另一边,
不见了。马西莫完完全全学着他做,也过去了。
现在轮到我了。马西莫在那边说:快,上来。而我在墙
这边,担心自己是不是能做到。我抓住墙,用脚试探着找到
一个支撑点,然后把身子使劲儿向上提,这一系列动作,做
起来比他们俩看起来要费劲儿多了,我整个胸部都贴到了墙
上,爬上了墙,接着跳了下去。没人在等我。我发现自己还是
在树林里,光线很强烈:我注意到,墙这边树很少。接着,我
发现了他们俩静静地待在那里,观察着四周。
于是,我也迎着阳光走了过去。
当然,我一下就明白了,那堵墙是王宫的墙。我们都知道,
王宫位于卡塞塔,从城市中心一直延绵到山上。但是,我从
来没有从外面计算过它到底有多大。也就是说,当那个小男
孩说:就是这里时——我并没有意识到,我们是在什么地
方。
就这样,我非常惊异。
我们所在的位置就在山顶上,刚好位于小瀑布的下方,是
任何进入王宫的人都想要探访的地方。我缓缓往前移动,一
只手拂过那巨大的喷泉池边上的水,一座女性雕像吸引了
我的注意,她身上,轻盈的衣物覆盖住了隐秘部位。
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197 Il desiderio di essere come tutti
Cinese
IIC Pechino
LUO YIDUO
Università di Studi Internazionali di
Sichuan
torna al sommario
我出生于1973年初夏的一天,那年我九岁。
在那之前,我的世界里所有事都被分成两个部分,它们之
间没有任何交集。我和我的父母、兄弟、同学、亲戚、朋友
生活在一起,待在我的家里,我的院子里,我的城市里,而
我在电视上看到的事,却像发生在另一个星球上。偶尔,大
人们会对此发表意见,谈谈他们对世界的看法,特别是关于
意大利的事情。因此,大家对我们生活之外的事,都很有兴
趣,但这些事却和我们一点儿关系也没有。而对我来说,这
种关联就更少了。
一天,刚一放学,我的同桌马西莫就邀请我下午去他家
玩。他家很有钱,在布利亚诺有一栋很大的别墅。他刚刚认
识了一个乡下男孩。那男孩不高,脸上许多小雀斑,头发稀
疏。他总是动个不停,而且只会说方言。我们觉得,他什么
都知道,就像一个小大人。我们默默地听他说着,他做什
么,我们就跟着做什么。他说如果我们有勇气,就会带我们
去一个秘密基地。我们连忙答道:“好呀!”,但实际上却有点
儿害怕。第二天见面时,天色已经不早,但太阳还没落山。那
个满脸雀斑的男孩让我们跟他走。我们穿过一片灌木丛,他
行动自由,如鱼得水。他说这条路他已经走了很多次。他还
要求我们不和任何人说起这件事。我们二话没说,发誓会保
守秘密。
我们来到了一面墙下,墙有些高,但也不是特别高。他走
在前面为我们开路,总说“快到了,快到了”。我们跟着他顺
着墙根走,很快到了一个地方,他说:“就是这儿。”接着,他
脚踩在熟知的洞里,努力向高处攀,抓住墙沿,爬了上去。“
你们像我这样做”,他说道。然后就跳到墙另一边,消失了。
马西莫跟着他,一步不差地也翻了过去。
现在轮到我了。马西莫在墙那边说:“来吧,跳下来。”而我
在墙这边,心里却十分胆怯。我攀在墙上, 试图用脚找到
一个可以支撑我的点,用力向上爬,比刚刚他们俩都费劲得
多。我扒在墙上,整个胸口压在了墙沿上,终于上去了。等我
跳了下去,却发现他们都没等我。我的周围全是树,但在墙
的另一边,突然很明亮,我才意识到,那边的树很少。同时,
我看到了他们俩一动不动地站在那儿,看着四周。
于是,我也从树丛间走了出来,站在了阳光下。
我恍然大悟,这道墙是王宫的墙,一切都清楚了。我们都
知道,在卡塞塔,它从市中心一直延伸到山上。但是我从外
面,从未想到王宫会这么大,竟然延伸了这么远。因此,当
那个男孩说:“就是这儿。”的时候,我根本没意识到我们在
哪儿。
因此,我有点目瞪口呆。
我们这时正在山顶上,刚好在瀑布之下,所有进入王宫的
人都想到这儿来。我缓缓向前,一只手越过大喷泉池边缘,
轻抚水面。我被一个半裸女人的雕像所吸引,她身上披着的
薄衫随风飘动,盖住了我们不应该看到的部位。
198 Il desiderio di essere come tutti
Cinese
IIC Pechino
WU WEICAN
Università di Studi Internazionali di
Sichuan
torna al sommario
我生于1973年初夏,那年九岁。
在那之前,我的生活和世事之间是分开的,彼此没有交
集。我待在我的家中,在我的院子里,在我的城市里;同我
的父母、兄弟姐妹、同学、亲戚和朋友一起——而我在电视
上看到的事情,像是发生在外星上一样。大人们有时候会说
起世界上发生的事,尤其是谈及有关意大利的事儿;这样说
来,他们对我们生活之外的事情是感兴趣的。但不管怎样,
那都与我们无关。和我,更是没有什么关系。
那天刚放学。马西莫邀我下午去他家玩。他是我的同桌,
家境殷实,在布里阿诺有一套大别墅。他刚结识了一个乡下
小孩,个子很小,雀斑多而头发少;这小孩非常好动,一刻不
停。他只会讲方言,似乎无所不知,像一个小大人一样。我们
都安静地听他讲话,他做什么,我们都跟着学。他说如果我
们有勇气,就带我们去一个秘密的地方。即便是心里害怕,
我们还是很快满口答应了。我们约好第二天见,那时候天色
已经不早了,但天很长,太阳并未落山,长雀斑的小男孩让
我们跟着他。我们穿过一片丛林,他十分清楚怎么走,往哪
儿去。他说他已经来过很多次了。还说让我们不要跟任何人
说起。我们问都没问,就做了保证。
我们到了一面墙前,墙有些高,但不是很高。他说还要走
一段,然后就给我们引路。我们贴墙而行,到了一个地方,
他说:是这儿。他踩着一个事先探明的小洞,抓着墙,爬了上
去。他说,像我一样上来。随即跳到了另一边,消失了。马西
莫学着他的样子,爬了上去。
现在,轮到我了。马西莫从那边喊:“加油,上来吧。”我在
这边却害怕自己爬不上去。我扒着墙,试着找一个可以落脚
的地方,用力向上爬,而这一切做起来,远比他们要费力得
多。我把整个胸膛都贴在墙边上,爬上了墙。我跳了下来,
发现没人在等我。我还是处于树林中,但墙这边,阳光明
亮:我发觉这边树木稀疏。很快我就看到了他俩了,他们站
在那里,看着周围。
就这样,我也走入阳光中。
当然,我很快就意识到,那是卡塞塔王宫的墙。所有人
都知道,在卡塞塔,这墙从城中心一直延伸到山上。但我从
没有从外面度量过这里。也就是说,当男孩之前说:就是这
儿——我全然不知我们身在何处。
因此,我大气都不敢喘。
我们在山顶上,就在瀑布下面,这是任何进入卡塞塔王宫
的人都想来的地方。我手轻拂着喷泉边缘外的水,向前慢慢
走去,我被一个半裸的女人雕像所吸引,她飘扬的衣服遮
挡着私处。
199 Il desiderio di essere come tutti
Cinese
IIC Pechino
SUN TINGTING
Università di Studi Stranieri
Zhejiang Yuexiu
torna al sommario
我出生在1973年初夏的一天,那年我九岁了。
直到那个时候,我的生活和在世界上所发生的所有事情
是两个独立的实体,两者相互隔绝,无法相遇。我呆在我的
家,我的院子,我的城市,和我在一起的,就是我的父母,我
的兄弟,我的同学,我的亲戚和朋友。而在另一个星球上发
生着我在电视上看到的事情。偶尔大人们谈论到关于那个
世界的事情,尤其是意大利的事情。因此,我对于在我们生
活之外所发生的事情也感兴趣。不过,那些事都与我们无
关,更与我无关。
那天我放学,我的同桌马西莫邀我下午跟他一起玩。他非
常有钱,在布里亚诺有一所巨大的别墅。他刚刚认识了农村
的一个小男孩,那孩子个子矮,有很多雀斑,头发稀疏。他
总是静不下来,只会用方言跟我们说话,他好像知道所有的
事,就好似有个大人钻进了一个小孩子的身体里。我们都一
声不吭,一直听他说,并且做他所做的事情。他说,如果我
们有勇气,就带我们去一个秘密的地方。我们立刻就都表
示赞同,尽管我们心里还是害怕。我们在第二天如约见面,
天色有点晚,但是太阳还没有落下,有雀斑的小男孩让我们
跟着他走。我们穿过树林,他很清楚如何移动,去往哪里。
他说他走过好几趟了。另外,他还告诉我们不要跟其他人说
起此事。我们毫无疑问地发誓保密。
我们到了一堵墙跟前,墙挺高,但也不算太高。他说“还差
一点了”,继续给我们带路,我们肩膀擦墙而行。当我们到达
到一个地方时,他说:“就是这里”。他把脚踩到一个他知道
的小坑里,抓住墙边,往上一窜就到了墙头上。他让我们像
他那样做,一跳就跳到墙的另一边,消失了。马西莫照他的
模样做得同样不错。
现在轮到我了,在墙那面,马西莫说“来吧,快跳啊!”我在
墙这面,担心我做不好。我抓紧墙壁,努力给脚找一个支撑
点,然后用力窜起来,比其他两个人做得都更费劲,整个胸
膛都压在墙上,最后还是上到墙头。然后就跳了下去。没有
谁在等我。我还是四周都是树木,但是到了墙的另一边。这
边光线更强,我意识到是因为树木更稀少。我很快就看到了
那两个人,他们都站着四下观望。
于是,我也走到光线充足的地方。
当然,我马上明白了,那座墙是王宫的围墙。在卡塞塔,我
们所有人都知道,这宫墙从城市的中心开始,一直修到了山
上。但我没有从外围测量过围墙的内周长,也就是说,当那
个男孩说“这里”的时候,我还无法理解我们是在哪里。
那个时候,我看得目瞪口呆。
我们在山顶上,
下面就是瀑布,那是去参观王宫的所有人
都一定要去的地方。我缓慢地向前走着,一只手掠着飞溅到
巨大喷泉边外的水。我被一个半裸体的女性雕塑所吸引,
一大块飘扬的布遮住了她不该被看到的部分。
200 Il desiderio di essere come tutti
Cinese
IIC Pechino
CHEN WEI
Università di Studi Stranieri
Zhejiang Yuexiu
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1974年的夏天,一日凌晨,我来到这个世界,那年我九岁
了。
直到那个时候,我的生活和这个世界上发生的所有事还
是两个完全分离的实体,无论以什么方式,始终不相交汇。
我呆在我的家里,在我的庭院里,在我的这个城市里,陪伴
着我的是我的父母,我的兄弟,我的同学,我的亲戚朋友以
及那些我在电视上看到的发生在另一个“星球”的事。大人们
时常讨论着电视里说的事,这个世界,尤其是意大利,所以
对那些发生在我们生活之外的事,我也抱有一定的兴趣。但
不管怎么样,这些事都与我们无关,当然,更与我无关。
一日,刚刚放学,我的同桌马西莫邀请我下午去他家玩
玩。马西莫家里非常富裕,在布里亚诺拥有一栋巨大的别
墅。他刚刚结识了一个镇上的小男孩,这个小男孩身材矮
小,满脸雀斑,头发稀少,好动,而且只说方言,我们觉得他
似乎知道所有的事情,就好像一个孩子的躯壳里却住着一
个大人的灵魂。我们安静地听他说,然后跟着他做他做的
事。他说如果我们有胆量的话,就带我们去一个秘密的地
方。尽管我们心中有点畏惧,但还是立刻说了要去。我们第
二天如约见了面,当时天色有点晚,但太阳还没有落山,这
个长着雀斑的男孩让我们跟着他。我们穿过一片树林,他
穿行自如,很清楚要去的地方。他说他已经来过很多次了,
还提醒我们不能向任何人提及此事。我们毫无疑虑地发了
誓。
我们来到了一堵墙前,这堵墙有一定的高度,但不是很
高。他说还有一小段距离才能到,然后继续给我们带路。我
们肩膀擦着墙壁向前走。然后我们到达了一个地方,他说,“
就这里了”。他把脚踩进他熟悉的一个小坑里,身体向上窜
动,抓住了墙头,说:“你们也和我一样行动起来啊。”他一个
翻身就跳到了墙的另外一边,看不见了。马西莫完全按照他
的样子做,也翻到了墙的那边。
现在,轮到我了。在墙那边,马西莫大叫着“快爬啊!”我在
墙这边,担心做不来。我抓着墙,挪着脚步,试图寻找可以
支撑我的那个点。我吃力地向上窜跳,比我之前看到他们
俩翻墙时那个样子要更加吃力。我的整个胸部全部压在墙
上,终于爬上了墙头,接着就跳了下去,可是并没有任何人在
等我。我一直被树包围着,墙另一边的光很强烈,这让我明
白,这边的树很稀少。很快,我看到了在那里站着没有离开
的马西莫和那个小男孩,他们正在环顾四周。
我也来到了林外光线充足的地方。
当然,我很快就明白了,那堵墙是一堵宫墙。在卡塞尔塔,
我们都知道,王宫的围墙从市中心开始,向外延伸,一直上
到山坡上面。但是我从来都没有从外围计算过这个围墙内
部的周长。然而,那个小男孩说“这儿”的时候,我真不知道
我们身处何地。
所以,我屏住了呼吸。
我们在山顶上,刚好在所有从正门进入王宫的人都想要
到的瀑布的下方。我徐徐前行,手擦过瀑布上流下的水花,
更远的边缘处是一个巨大的喷泉。我被一个半裸女人的雕
201 Il desiderio di essere come tutti
Cinese
IIC Pechino
CHENG XI
Università di Studi Stranieri
Zhejiang Yuexiu
torna al sommario
我出生在1973年初夏的一天,至今已有九年。
直到那时w 我的生活和这个世界发生的所有事情是两个
不可能以任何方式融合的、分开的实体。我只呆在我的房子
里,我的庭院里, 我的城市里; 身边只有我的父母、我的兄
弟、我的同学, 我的亲戚和朋友——还有我在电视上看到
的发生在其他命运轨迹里的事情。时不时的,大人谈论这个
世界, 特别是意大利的事情;因此我们也对那些有了一些乐
趣。不过, 它们始终都与我无关。
有一天放学了, 我的同桌马西莫邀请我下午跟他一起去
玩。他很富有, 在布里亚诺有一栋巨大的别墅。不久前他认
识了一个乡下男孩, 那个男孩长得个矮, 有雀斑, 还头发稀
少。那个男孩只说方言, 他似乎知道一切的一切, 就好像他
那个男孩的躯体里住着一个成人。我们静静地听那个男孩
讲, 并做他做的事。他说,如果我们有勇气的话,就会带我
们去一个神秘的地方。我们立刻说当然敢去, 尽管我们其实
也害怕。我、马西莫和那个男孩第二天碰了面, 天色已经晚
了,但是那时太阳还没有下山,他让我和马西莫跟他走。我
们穿过一片树林, 他对在那里怎么走和去向哪里都了解得
很清楚。他说那片树林他已经走过很多遍了。他还让我们不
要告诉任何人。我们没有问他任何问题,都发了誓。
我们到了一堵墙前面。那堵墙有点高, 但又不是特别高。
男孩说“快要到了”, 并给我们带路。我们三人挨着墙行走,
等到了一个地方时, 他说:“就是这里”。他停在了一个他知
道的小坑跟前, 抓着围墙的边缘,并窜起来爬上了墙顶。他
说: “你们像我一样做”, 然后就跳到了墙的另一边, 消失了。
马西莫准确地像他一样做了。
现在, 轮到我了。那边, 马西莫对我说:“来吧,跳啊!”这
边,我害怕我做不好。我抓住墙, 脚挪动着, 试图找到能支
撑我的一个点,我使劲往上窜, 身子紧贴着墙,付出比他们
俩都更多的努力, 整个胸膛都压着墙头,爬上了围墙。接着,
我就跳了下来。没有任何人在那里等我。我在一片树林里,
注意到这边的光线更强,因为这边的树木更稀少。我很快就
注意到,其实他们俩在那儿站着,正环顾四周。
我也走出了那片树林,到了光线充足的地方。
当然,我立刻明白了,这堵墙是宫壁,在卡塞塔所有人都知
道那堵墙,它从市中心开始,一直延伸到山头。但是我没有
从外围测量过它内部的周长。男孩说“这里”的时候,我还不
知道我们那时是在哪里。
我屛住呼吸。
我们在山头上,
下面就是那个瀑布,那个无论是谁进入王
宫都要走到的地方。我缓慢地前进着,手掠过水面和大喷水
池的边沿。我被一个半裸体的女性雕像所吸引,那些不必
看到的部分遮着一块飘动的布。
202 Il desiderio di essere come tutti
Cinese
IIC Pechino
CHEN YUANYUAN
Università di Studi Stranieri
Zhejiang Yuexiu
torna al sommario
我出生于1973年初夏的某一天,直至九岁那年,我的生活
与发生在这个世界上的所有事情,是完全分离的两码事,彼
此无法以任何方式相遇。我和父母、兄弟、同学、亲戚、朋友
呆在自己的家里、庭院和城市里。而另外那个世界上正发生
着的事,我在电视上看得到。有时候,大人们谈论着世界上
的大事件,特别是关于意大利的事情;因此我对一些发生在
我们生活之外的事也还感兴趣。但是,无论如何,我们所有
人都与那些事没有关系,与我就更毫不相干。
我的同桌马西莫刚刚下课,邀请我下午去他家里玩。
他家非常富有,在布里亚诺有一幢很大的别墅。不久之前他
结交了小镇的一个男孩,他个子矮,长满雀斑,头发稀疏,
好动难静,只会讲本地方言。他似乎什么都懂,仿佛骨子里
就是个大人。我们静静的,听他说话并跟着他的样子做。他
说,如果大家有勇气,就带我们去一个秘密的地方。尽管害
怕,我们都毫无迟疑地答应了。第二天如约碰面,天色已晚,
但太阳尚未西落,脸带雀斑的小男孩让我们跟他走。我们穿
林而行,他清楚地知道如何行走,去往何方。他说,他已来
回走过多遍,并嘱咐不要向任何人提及此事。我们什么都不
问,就向他发誓保密。
我们到了一堵墙的前面。墙比较高,但不算太高。他说
还要走一会儿,并为我们带路。我们肩膀掠着墙壁步行。然
后到了一个地方,他说:“就是这儿。”他把脚放在自己所知
道的一个小坑里,身体往上一窜,紧抓住墙缘,引体向上。“
你们像我这样做啊”,他说着,就跳到另外一边去,消失了。
马西莫准确无误地做了同样的动作,也翻过去了。
现在轮到我了。墙那边,马西莫说:“快点,跳呀”。墙这
边,我害怕自己做不成这个动作。我紧抓住墙缘,挪动脚步,
试着寻找能够支撑我的那个点,努力地移动着,比我看他们
俩做的时候吃力得多。我终于爬上了墙,整个胸都压在边缘
上。接着,我跳了下来。没有任何人在等我。我依旧处于树
林之中,然而是在墙的另一端,阳光明亮地射过来,让我意
识到这面的树少多了。我停了下来,很快就看到了他们两个
人正站在那里四处张望。
于是,我也和他们一样走了过去,到了阳光之下。
当然,我很快就知道,这面墙就是卡塞尔塔的宫墙,所有
卡塞尔塔人都知道,王宫的围墙从市中心开始,向外一直延
伸到山上。但我从未从外面测量计算过墙内的周长。也就是
说,当那个男孩说“这里”时,我没能意识到这地方是哪儿。
因此,我惊呆了。
我们正处于山顶,恰好在瀑布下面,那瀑布是所有来卡塞
尔塔王宫的人都想要到的地方。我缓慢前行,用手拂着大喷
泉边外的水,被一个半裸女人的雕像所吸引,她身披一块飘
动的布,遮住了不该让人看的地方
203 Il desiderio di essere come tutti
Coreano
PARK SANGHYUN
Università di Studi Stranieri
di Busan
내가 9살이 되던 1973년 초여름에 나는 다시 태어났다.
그때까지의 나의 인생과 지구상에 일어나는 모든 일들은 절대로 만날 수 없는 두
개로 분리된 것이었다. 나는 나의 도시, 정원, 나의 집 안에서만 머물렀다; 나의 부
모님, 형제들, 학교친구들, 친척들 그리고 친구들과만 지냈고 그 밖에 다른 곳에서 일
어나는 일들은 모두 텔레비전으로 보고 알았었다. 가끔 어른들은 세상 돌아가는 것에
대해 이야기하고 특히 이탈리아에 대해서 말했다; 즉 우리들의 삶의 외부에서 일
어나는 것들에 관심이 있었다. 하지만 우리 모두는 모든 것들에 상관이 없었다. 그리
고 나는 더욱더 없었다.
학교를 막 마쳤다. 내 짝 마씨모는 오후에 그의 집에 놀러 오라고 나를 초대했다.
그는 매우 부자였고 부리아노에 큰 집을 하나 갖고 있었다. 그는 키가 작고 많은 주
근깨, 그리고 적은 머리 숱을 가진 작은 그 도시의 한 소년을 알고 있었다; 가만히
있질 않았고 오직 사투리로만 말했으며 그는 소년 몸 안에 모든 것을 아는 성인이 들
어가 있는 것처럼 우리에게 보여 졌다. 우리는 입을 닫고 그를 듣고 있었고 그가 하는
행동을 따라 했다. 그는 만약 우리들이 용기가 있다면 우리들을 비밀의 장소로 데려
다 주고 싶다고 말했었다. 우리는 두려움이 있었음에도 불구하고 수긍했다. 우리는 다
음날 만났고 늦은 시각이었다 하지만 해가 저물기 전이었다. 그 주근깨 소년은 우리
에게 자기를 따라오라고 말했다. 숲 속을 따라 들어갔고 그는 어디로 어떻게 가
야 하는 지에 대하여 잘 알고 있었다. 그는 여러 차례 와보았다고 말했다. 그리고
그것에 대해 아무한테도 말하면 안 된다고 했다. 우리는 두 말 않고 맹세했다.
어느 한 벽 앞에 우리는 도착했다. 충분히 높은 높이였지만 너무나 높진 않았다.
아직도 그는 조금씩 말하면서 우리에게 길을 안내하고 있었다. 우리는 어깨로 그 벽
에 닿을 듯이 걸었다. 그리고 한 지점에 도착해서 그는 말했다: 여기야. 그는 발을
알고 있었던 작은 구멍에 디디고 몸을 위쪽으로 당겼고 모서리에 몸을 걸치고 위로 올라
갔다. 그는 자기처럼 하라고 말했다. 그리고 다른 쪽으로 점프했고 사라졌다. 마
씨모는 정학하게 똑같이 했다.
IIC Seoul
이제 나의 차례였다. 저 쪽 편에서 마씨모가 말했다: 자, 점프해. 내 쪽에서
봤을 때 나는 할 수 없을 거라는 두려움이 있었다. 나는 벽에 붙었고 나를 버틸 수
있는 한 지점을 찾으면서 디뎠고 힘을 내서 나를 위로 올렸다, 그리고 가슴 전체적
으로 압박을 받으며 두 사람 보다 더 많은 노력으로 나를 벽 위에 걸쳤다. 그리고 밑
으로 점프했다. 나를 기다리는 사람은 아무도 없었다. 나는 나무들 중간에 있었고 다른
쪽은 벽이 있었으며 햇빛은 강하게 들어 왔다. 나는 나무들이 얼마 안 된다는 것을
알았다. 움직이지 않고 재빨리 안쪽을 보고 있던 두 친구를 바라봤다.
그리고 나도 햇빛 밖으로 나왔다.
그렇다, 그 벽은 왕궁의 벽인 것을 나는 빠르게 알아챘다.
우리 카세르타 사람들은 그것을 알았다; 그 벽은 도시 중심에서부터 시작해서 언
덕 위까지 있다는 것을. 하지만 나는 한번도 외부에서의 측정이나 안쪽의 둘레를 가
늠한 적이 없었다. 그래서 소년이 “ 이곳은 우리가 어디 위치하는지 알 수가 없다”
라고 말했을 때 나는 숨 쉬지 못 할 정도였다.
왕궁에 들어가면 누구든지 가길 원하는 곳, 폭포 위 정상에 도착했다. 나는 천천히
앞으로 나아갔다. 한 손으로는 큰 분수의 가장자리 물을 건드리면서 반 누드의 여자
동상으로 이끌렸고 천으로 된 덮개는 볼 필요 없는 부분에 자리해서 나부끼고 있었다.
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‫‪204 Il desiderio di essere come tutti‬‬
‫נולדתי באחד הימים של תחילת הקיץ של ‪ ,1973‬בגיל תשע‪.‬‬
‫עד לאותו הרגע החיים שלי‪ ,‬וכל האירועים שהתרחשו בעולם‪ ,‬היו שתי‬
‫יישויות נפרדות‪ ,‬שלא יכלו להפגש בשום אופן‪ .‬אני הייתי בבית שלי‪ ,‬בחצר‬
‫שלי‪ ,‬בעיר שלי; עם ההורים שלי‪ ,‬האחים שלי‪ ,‬החברים מבית‪-‬הספר ‪ ,‬קרובי‬
‫המשפחה הידידים ‪ -‬ובפלנטה אחרת התרחשו אירועים שראיתי בטלוויזיה‪.‬‬
‫מדי פעם הגדולים דיברו על האירועים האלו‪ ,‬על העולם ועל איטליה בפרט;‬
‫כלומר היה עניין במה שהתרחש מחוץ לחיים שלנו‪ ,‬אבל כולנו‪ ,‬בכל מקרה‪,‬‬
‫לא היינו מעורבים‪ .‬ואני‪ ,‬עוד פחות מכולם‪.‬‬
‫אחר‪ -‬צהריים אחד מיד עם סיום הלמודים‪ ,‬מסימו‪ ,‬החבר שלי לספסל‬
‫הלמודים‪ ,‬הזמין אותי לשחק אצלו כל אחרי צהריים‪ .‬מסימו היה מאוד עשיר‪,‬‬
‫היתה לו וילה ענקית בבריאנו (‪ .)Briano‬זה מקרוב הכיר ילד מהאזור‪ ,‬נמוך‪,‬‬
‫מלא נמשים ומעט שערות; לא יכול היה לעמוד בשקט‪ ,‬דיבר רק בניב מקומי‪,‬‬
‫ונראה לנו שידע הכל על כל דבר‪ ,‬כאילו היה מבוגר בגוף של ילד‪ .‬אנחנו היינו‬
‫בשקט ‪,‬הקשבנו לו ואחר כך עשינו מה שהוא עשה‪ .‬באחד הימים הוא אמר‬
‫שאם יהיה לנו אומץ יביא אותנו למקום סודי‪ .‬מיד הסכמנו‪ ,‬למרות שהיה לנו‬
‫פחד‪ .‬התראינו למחרת‪ ,‬היה מאוחר אבל השמש לא שקעה‪ ,‬והילד המנומש‬
‫הורה לנו ללכת בעקבותיו‪ .‬חצינו יער‪ ,‬הוא ידע היטב כיצד לנוע‪ ,‬ולאן ללכת‪.‬‬
‫הוא עשה זאת כבר הרבה פעמים‪ ,‬אמר‪ .‬וגם אמר שאין אנו צריכים לספר על‪-‬‬
‫כך לאף אחד‪ .‬אנו נשבענו‪ ,‬בלי לשאול שאלות‪.‬‬
‫הגענו מול קיר אחד‪ .‬די גבוה אבל לא יותר מדי‪ .‬עוד מעט אמר‪ ,‬הלך קדימה‬
‫כדי להוביל אותנו ולהראות לנו את הדרך‪ .‬הלכנו כשכתפינו נוגעות בקיר‪.‬‬
‫אחר‪-‬כך הגענו לנקודה אחת והוא אמר‪ :‬כאן‪ .‬שם את הרגל בשקע קטן‪ ,‬שהוא‬
‫הכיר‪ ,‬קפץ למעלה‪ ,‬נאחז בקצה‪ ,‬ומשך את עצמו למעלה‪ .‬עשו כמוני הוא‬
‫אמר‪ .‬וקפץ לצד השני‪ ,‬ונעלם‪ .‬מסימו עשה בדיוק את אותו הדבר‪.‬‬
‫עכשיו הגיע תורי‪ .‬משם‪ ,‬מסימו אמר‪ :‬נו‪ ,‬קפוץ‪ .‬ומכאן חששתי שלא אצליח‬
‫לעשות זאת‪ .‬נאחזתי בקיר שמתי את הרגל מחפש למצוא נקודה שתוכל‬
‫להחזיק אותי‪ ,‬משכתי למעלה בכח‪ ,‬ובמאמץ גדול יותר מזה שראיתי שעשו‬
‫שני האחרים‪ ,‬מוחץ את כל החזה נגד הקיר‪ ,‬הנפתי את עצמי מעל הקיר‪,‬‬
‫וקפצתי למטה‪ .‬אף אחד לא חיכה לי‪ .‬הייתי עדיין בין העצים‪ ,‬אבל בצד השני‬
‫של הקיר‪ ,‬והאור הגיע בעצמה‪ :‬העצים נוכחתי לדעת‪ ,‬היו מעטים‪ .‬תכף לאחר‬
‫מכן ראיתי את השניים‪ ,‬ללא תנועה‪ ,‬מסתכלים סביב‪.‬‬
‫עכשיו יצאתי החוצה לאור גם אני‪.‬‬
‫ברור שהבנתי מיד שהקיר הזה היה הקיר של הארמון‪ .‬כולם בקזרטה ידעו‪,‬‬
‫שהוא מתחיל במרכז העיר ומטפס לגבעות‪ .‬אבל אף פעם לא חישבתי את‬
‫ההיקף של הפנים ביחס למידות החיצוניות‪ .‬כך שכאשר הילד אמר‪ :‬כאן ‪ -‬לא‬
‫יכולתי להבין איפה אנחנו נמצאים‪.‬‬
‫ככה‪ ,‬נשארתי ללא נשימה‪.‬‬
‫היינו בפסגה קרוב מאד תחת המפל‪ ,‬הנקודה שכל אחד שואף להגיע אליה‪,‬‬
‫כאשר הוא נכנס לתוך הארמון‪ .‬התקדמתי באיטיות עם יד אחת מברישה‬
‫את המים מעבר לשפת המזרקה הגדולה‪ ,‬מרותק על‪-‬ידי פסל של אישה‬
‫חצי עירומה‪ ,‬מכוסה על‪-‬ידי לבוש מחמיא שמונח על החלקים שלא צריכים‬
‫להראות‪.‬‬
‫‪Ebraico‬‬
‫‪RIKI KREMER‬‬
‫‪NURIT PERLOV‬‬
‫‪Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura‬‬
‫‪IIC Tel Aviv‬‬
‫‪torna al sommario‬‬
‫‪205 Il desiderio di essere come tutti‬‬
‫נולדתי באחד הימים של תחילת הקיץ של ‪ ,1973‬בגיל תשע‪.‬‬
‫עד לאותו הרגע החיים שלי‪ ,‬וכל האירועים שהתרחשו בעולם‪ ,‬היו שתי‬
‫יישויות נפרדות‪ ,‬שלא יכלו להפגש בשום אופן‪ .‬אני הייתי בבית שלי‪ ,‬בחצר‬
‫שלי‪ ,‬בעיר שלי; עם ההורים שלי‪ ,‬האחים שלי‪ ,‬החברים מבית‪-‬הספר ‪ ,‬קרובי‬
‫המשפחה הידידים ‪ -‬ובפלנטה אחרת התרחשו אירועים שראיתי בטלוויזיה‪.‬‬
‫מדי פעם הגדולים דיברו על האירועים האלו‪ ,‬על העולם ועל איטליה בפרט;‬
‫כלומר היה עניין במה שהתרחש מחוץ לחיים שלנו‪ ,‬אבל כולנו‪ ,‬בכל מקרה‪,‬‬
‫לא היינו מעורבים‪ .‬ואני‪ ,‬עוד פחות מכולם‪.‬‬
‫אחר‪ -‬צהריים אחד מיד עם סיום הלמודים‪ ,‬מסימו‪ ,‬החבר שלי לספסל‬
‫הלמודים‪ ,‬הזמין אותי לשחק אצלו כל אחרי צהריים‪ .‬מסימו היה מאוד עשיר‪,‬‬
‫היתה לו וילה ענקית בבריאנו (‪ .)Briano‬זה מקרוב הכיר ילד מהאזור‪ ,‬נמוך‪,‬‬
‫מלא נמשים ומעט שערות; לא יכול היה לעמוד בשקט‪ ,‬דיבר רק בניב מקומי‪,‬‬
‫ונראה לנו שידע הכל על כל דבר‪ ,‬כאילו היה מבוגר בגוף של ילד‪ .‬אנחנו היינו‬
‫בשקט ‪,‬הקשבנו לו ואחר כך עשינו מה שהוא עשה‪ .‬באחד הימים הוא אמר‬
‫שאם יהיה לנו אומץ יביא אותנו למקום סודי‪ .‬מיד הסכמנו‪ ,‬למרות שהיה לנו‬
‫פחד‪ .‬התראינו למחרת‪ ,‬היה מאוחר אבל השמש לא שקעה‪ ,‬והילד המנומש‬
‫הורה לנו ללכת בעקבותיו‪ .‬חצינו יער‪ ,‬הוא ידע היטב כיצד לנוע‪ ,‬ולאן ללכת‪.‬‬
‫הוא עשה זאת כבר הרבה פעמים‪ ,‬אמר‪ .‬וגם אמר שאין אנו צריכים לספר על‪-‬‬
‫כך לאף אחד‪ .‬אנו נשבענו‪ ,‬בלי לשאול שאלות‪.‬‬
‫הגענו מול קיר אחד‪ .‬די גבוה אבל לא יותר מדי‪ .‬עוד מעט אמר‪ ,‬הלך קדימה‬
‫כדי להוביל אותנו ולהראות לנו את הדרך‪ .‬הלכנו כשכתפינו נוגעות בקיר‪.‬‬
‫אחר‪-‬כך הגענו לנקודה אחת והוא אמר‪ :‬כאן‪ .‬שם את הרגל בשקע קטן‪ ,‬שהוא‬
‫הכיר‪ ,‬קפץ למעלה‪ ,‬נאחז בקצה‪ ,‬ומשך את עצמו למעלה‪ .‬עשו כמוני הוא‬
‫אמר‪ .‬וקפץ לצד השני‪ ,‬ונעלם‪ .‬מסימו עשה בדיוק את אותו הדבר‪.‬‬
‫עכשיו הגיע תורי‪ .‬משם‪ ,‬מסימו אמר‪ :‬נו‪ ,‬קפוץ‪ .‬ומכאן חששתי שלא אצליח‬
‫לעשות זאת‪ .‬נאחזתי בקיר שמתי את הרגל מחפש למצוא נקודה שתוכל‬
‫להחזיק אותי‪ ,‬משכתי למעלה בכח‪ ,‬ובמאמץ גדול יותר מזה שראיתי שעשו‬
‫שני האחרים‪ ,‬מוחץ את כל החזה נגד הקיר‪ ,‬הנפתי את עצמי מעל הקיר‪,‬‬
‫וקפצתי למטה‪ .‬אף אחד לא חיכה לי‪ .‬הייתי עדיין בין העצים‪ ,‬אבל בצד השני‬
‫של הקיר‪ ,‬והאור הגיע בעצמה‪ :‬העצים נוכחתי לדעת‪ ,‬היו מעטים‪ .‬תכף לאחר‬
‫מכן ראיתי את השניים‪ ,‬ללא תנועה‪ ,‬מסתכלים סביב‪.‬‬
‫עכשיו יצאתי החוצה לאור גם אני‪.‬‬
‫ברור שהבנתי מיד שהקיר הזה היה הקיר של הארמון‪ .‬כולם בקזרטה ידעו‪,‬‬
‫שהוא מתחיל במרכז העיר ומטפס לגבעות‪ .‬אבל אף פעם לא חישבתי את‬
‫ההיקף של הפנים ביחס למידות החיצוניות‪ .‬כך שכאשר הילד אמר‪ :‬כאן ‪ -‬לא‬
‫יכולתי להבין איפה אנחנו נמצאים‪.‬‬
‫ככה‪ ,‬נשארתי ללא נשימה‪.‬‬
‫היינו בפסגה קרוב מאד תחת המפל‪ ,‬הנקודה שכל אחד שואף להגיע אליה‪,‬‬
‫כאשר הוא נכנס לתוך הארמון‪ .‬התקדמתי באיטיות עם יד אחת מברישה‬
‫את המים מעבר לשפת המזרקה הגדולה‪ ,‬מרותק על‪-‬ידי פסל של אישה‬
‫חצי עירומה‪ ,‬מכוסה על‪-‬ידי לבוש מחמיא שמונח על החלקים שלא צריכים‬
‫להראות‪.‬‬
‫‪Ebraico‬‬
‫‪DOCENTE ANDRIANA MELONI‬‬
‫‪Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura‬‬
‫‪IIC Tel Aviv‬‬
‫‪torna al sommario‬‬
‫‪206 Il desiderio di essere come tutti‬‬
‫נולדתי יום אחד בתחילת קיץ ‪ ,1973‬בגיל תשע‪.‬‬
‫עד אותו רגע‪ ,‬חיי שלי ושאר כל האירועים שהתרחשו בעולם היו שתי ישויות‬
‫נפרדות‪ ,‬שלא ניתן היה שדרכיהן יצטלבו בשום פנים ואופן‪ .‬אני הייתי בביתי‬
‫שלי‪ ,‬בחצר שלי‪ ,‬בעיר שלי‪ ,‬יחד עם הורי‪ ,‬אחיי‪ ,‬חברי לבית הספר‪ ,‬קרובי‬
‫המשפחה והידידים – בעוד שעל פלנטה אחרת התרחשו האירועים שצפיתי‬
‫בטלביזיה‪ .‬מדי פעם‪ ,‬שוחחו ביניהם המבוגרים על העולם ועל איטליה‬
‫במיוחד; הייתה איפוא התעניינות במה שהתרחש מחוץ לחיינו אנו‪ .‬אבל‬
‫אנחנו כולנו‪ ,‬על כל פנים‪ ,‬לא היינו בעסק‪ .‬ואני פחות מכולם‪.‬‬
‫‪Ebraico‬‬
‫‪GILA SHMUELI‬‬
‫‪Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura‬‬
‫רק הסתיימו השיעורים‪ ,‬ומאסימו‪ ,‬חברי לשולחן הלימודים‪ ,‬הזמין אותי לשחק‬
‫אתו אחר הצהרים בביתו‪ .‬הוא היה עשיר מאד‪ ,‬הייתה לו וילה ענקית בביראנו‪.‬‬
‫זה לא מכבר הכיר ילד מהכפר‪ ,‬נמוך‪ ,‬עם הרבה נמשים ומעט שער‪ ,‬שלא עמד‬
‫רגע בשקט‪ ,‬דיבר אך ורק בניב המקומי‪ ,‬ועשה עלינו רושם שהוא יודע הכל‬
‫על הכל‪ ,‬כאילו היה מבוגר בגוף של ילד‪ .‬אנחנו סתמנו את הפה‪ ,‬הקשבנו לו‪,‬‬
‫ואחר כך עשינו את מה שעשה הוא‪ .‬הוא אמר שיוכל להראות לנו מקום סודי‪,‬‬
‫אם יש לנו אומץ‪ .‬מיד ענינו בחיוב‪ ,‬למרות שפחדנו‪ .‬נפגשנו ביום שלמחרת‪,‬‬
‫היה מאוחר‪ ,‬אך השמש עדיין לא שקעה‪ ,‬והמנומש הורה לנו ללכת בעקבותיו‪.‬‬
‫חצינו יער‪ ,‬הוא התמצא היטב בשטח‪ ,‬ידע לאן ללכת‪ .‬הוא כבר עשה זאת‬
‫פעמים רבות‪ ,‬אמר‪ .‬כמו כן אמר‪ ,‬שלא נספר על כך לאיש‪ .‬נשבענו‪ ,‬בלי‬
‫לשאול שאלות‪.‬‬
‫הגענו לאיזו חומה‪ .‬די גבוהה‪ ,‬אך לא גבוהה מדי‪ .‬עוד קצת‪ ,‬אמר‪ ,‬והמשיך‬
‫להוביל‪ .‬המשכנו בדרך כשכתפינו מתחככות בחומה‪ .‬ואז הגענו לנקודה‬
‫מסוימת והוא אמר‪ :‬כאן‪ .‬הוא הציב את רגלו בתוך חור קטן שהכיר‪ ,‬דחף את‬
‫עצמו למעלה‪ ,‬נאחז בשולי החומה ומשך את עצמו מעליה‪ .‬עשו כמוני‪ ,‬אמר‪,‬‬
‫קפץ לצד השני‪ ,‬ונעלם‪ .‬מאסימו עשה בדיוק אותו דבר‪.‬‬
‫עכשיו תורי‪ .‬מהעבר השני‪ ,‬אמר מאסימו‪ :‬יאללה‪ ,‬קפוץ‪ .‬אני מצדי‪ ,‬פחדתי‬
‫שלא אגיע‪ .‬אחזתי בחומה‪ ,‬הושטתי רגל בחיפוש אחר נקודת תמיכה‪ ,‬משכתי‬
‫את עצמי בכוח‪ ,‬ועם הרבה יותר מאמץ ממה שראיתי אצל שני האחרים‪,‬‬
‫כשאני ְמש ֵׇטח את כל החזה כנגד שפת החומה‪ ,‬משכתי את עצמי מעליה‪.‬‬
‫וקפצתי למטה‪ .‬שם לא חיכה לי כבר איש‪ .‬הייתי בין עצים‪ ,‬אך היה זה מעברה‬
‫השני של החומה‪ ,‬והאור היה חזק‪ :‬העצים‪ ,‬נוכחתי‪ ,‬היו מעטים‪ .‬מעבר להם‬
‫ראיתי את השניים‪ ,‬עומדים‪ ,‬ומביטים סביבם‪.‬‬
‫אז יצאתי גם אני אל האור‪.‬‬
‫כמובן‪ ,‬מיד הבנתי שזו הייתה החומה המקיפה את ארמון המלוכה‪ ,‬הרג’יה‪.‬‬
‫כולם ידעו בקזֶ רטה‪ ,‬שהחומה מתחילה במרכז העיר ונמשכת לגבעות‪ .‬אך‬
‫מעולם לא חישבתי את ההיקף הפנימי ביחס למידות החיצוניות‪ .‬כלומר‪,‬‬
‫כאשר הנער אמר‪ :‬כאן‪ ,‬לא יכולתי לדמיין לעצמי היכן אנו נמצאים‪.‬‬
‫היינו בפסגה‪ ,‬מעט מתחת למפל‪ ,‬הנקודה שאליה שואף להגיע כל מי שנכנס‬
‫לארמון‪ .‬התקדמתי לאט‪ ,‬כשיד אחת נוגעת לא נוגעת במים שמעבר לשפת‬
‫המזרקה הגדולה‪ ,‬נמשך אל פסל של אשה חצי ערומה‪ ,‬מכוסה בד מרפרף על‬
‫חלקי הגוף שאין צורך לראות‪.‬‬
‫היא הייתה מוקפת נשים נוספות‪ ,‬די מיואשות‪ ,‬גם הן ערומות למחצה‪ .‬מנגד‪,‬‬
‫ניצב צבי מוקף כלבים‪ ,‬שכוונותיהם נראו זדוניות‪ .‬הצבי עניין אותי רק מעט‪,‬‬
‫האשה הרבה יותר‪.‬‬
‫‪torna al sommario‬‬
‫‪IIC Tel Aviv‬‬
‫לפיכך‪ ,‬עמדתי מתנשף ‪.‬‬
207 Il desiderio di essere come tutti
Filippino
CLASSE ITALIANO 10-11
Università delle Filippine
Nagsimula kaya akong mabuhay noong ako’y siyam na taong gulang, nang magsimula ang tag-init, taong 1973.
Mula sa sandaling iyon, ang buhay ko at ang mga pangyayari sa mundo ay dalawang magkahiwalay na bagay na hinding-hindi mapag-iisa. Naroon lamang ako
sa aking bahay, sa aking bakuran, sa aking lungsod. Kasa-kasama ang aking mga
magulang, mga kapatid, kamag-aral, at mga kaibigan – habang sa ibang planeta
nagaganap ang mga nagaganap angmga bagay na napanonood ko lamang sa TV.
Minsan, napag-uusapan ng mga nakatatanda ang mga pangyayaring ito: ang mundo at lalo na ang Italia. Kaya kahit papaano’y mayroon palang may pakialam sa mga
bagay na labas sa buhay namin. Gayunpaman, walang kinalaman ang mga bagay
na iyan sa amin, at lalong-lalo sa akin.
Ambasciata d’Italia a Manila
Matatapos na noon ang eskuwela. Ang katabi ko sa klase ay si Massimo, palagi
niya akong niyayaya noon na maglaro sa kanila tuwing hapon. Sobrang yaman
nila, nagmamay-ari sila nang malaking bahay-bakasyunan sa Briano. Bagong kilala pa lamang niya noon sa isang batang lalaki mula probinsya – isang batang maliit
na mayroong maraming pekas at may kakaunting buhok; malikot, at diyalekto lamang ang sinasalita niya. Para sa amin ni Massimo, tila lahat ng bagay ay alam niya,
na para bang isa na siyang matanda. Sa tuwing nagsasalita siya, tatahimik kami
upang pakinggan siya. Matapos ay gagayahin naman namin ang gagawin niya. Sinabi ng batang ito na dadalhin niya kami sa isang tagong lugar – iyon ay kung matapang kami. Pumayag kami agad kahit na sa totoo lang ay natatakot kami. Nang
sumunod na araw, pagabi na nang magkita-kita kami kahit pa hindi naman talaga
lumulubog ang araw dito sa amin. Sinabihan kami ng batang may pekas na sundan siya. Dumaan kami sa kakahuyan, tila alam na alam na niya kung saan-saan
tatapak at kung saan pupunta. Ayon sa kaniya, maraming beses na niyang nagawa
iyon. Dagdag pa niya, hindi raw naming maaaring ipagsabi sa kahit sino ang lugar
na pupuntahan namin. At ganoon na nga’y sumumpa kami ng walang pag-aatubili.
Nakarating kami sa harap ng isang pader: mataas ngunit hindi naman sobra.
Kaunti na lang, sabi ng bata. Naglalakad na kami nang nakadikit ang balikat sa
pader. Huminto kami sa isang bahagi kung saan sinabi niya: dito. Ipinasok niya ang
kamay niya sa isang butas na tila alam na alam na niya, inangat ang kanyang sarili,
kumapit sa pader, at hinila ang sarili pataas. Gawin niyo ang ginawa ko, utos niya.
Mula sa itaas, tumalon siya pababa, at nawala na siya sa paningin ko. Parehong-pareho rin ang ginawa ni Massimo, at siya rin ay nawala na sa paningin ko.
Pagkakataon ko naman ngayon. Mula sa kabilang dako, sumisigaw si Massimo:
dali, talon! Mula sa kinatatayuan ko, kinakabahan ako na hindi ko kayanin. Kumapit ako sa pader, kinapa kung saan mailalagay ang paa upang makatayo, hinila ang
sarili pataas. Bakit ang naunang dalawa parang hindi ganoong nahirapan, hindi
tulad ko? Habang nakadikit ang dibdib sa pader, inangat ko ang aking sarili hanggang sa makatayo ako sa ibabaw. Tumalon ako pababa ngunit wala nang naghihintay sa akin. Napalilibutan pa rin ako ng mga puno ngunit sa pagkakataong ito nasa
ibang bahagi ako ng pader kung saan maliwanang ang sikat ng araw. Napansin ko
na kakaunti lamang ang mga puno. Agad kong nakita ang dalawa sa ‘di-kalayuan,
palinga-linga. Umalis ako sa liwanag at lumapit sa kanila.
Oo, naintindihan ko agad na ang pader na iyon ay pader ng Reggia. Lahat kaming
mga taga-Caserta alam na nagsisimula ito mula sa sentro ng bayan paakyat sa mga
burol. Ngunit hindi ko kailanman nasukat ang lawak ng loob nito mula sa labas.
Kaya kanina, noong sinabi ng bata na “dito,” hindi ko agad nahinuha kung nasaan
kami.
Ngayon hinahabol ko ang aking hininga.
torna al sommario
Nasa tuktok kami, sa ilalim ng talon: ang lugar na nais puntahan ng lahat kapag
pumapasok ng Reggia. Dahan-dahan akong naglalakad habang ang isang kamay
ay dinadama ang tubig ng malaking fountain na may kaakit-akit na imahen ng
isang babaeng natatakpan ng telang animo’y nililipad ng hangin ang tanging saplot
na tumatakip sa maseselang parte ng katawan.
208 Il desiderio di essere come tutti
Inglese
LUZ ADRIANA VELASQUEZ
GREIG CAMPBELL
SEAN D’AMICO
MEAGHAN LEBRUN
NATALIE VANSIER
GARRY GREENFIELD
ALEKSANDRA OREKHOVA
BRANDON RUDNIKOFF
Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura
I was born one day early in the summer of 1973 in the ninth year of my life.
Until that moment, my own life and all the events that happened in the world
were like two separate entities that in no way could have met. I remained in my
house, in my courtyard, in my city; with my parents, my brothers, my schoolmates,
my relatives and friends; what we watched on tv could have been happening on
another planet. Sometimes the adults would talk about the world or about Italy in
particular; these were concerns that happened entirely outside our life. Although,
for us, in any case, it didn’t affect us at all, and me even less so.
School had just been let out. Massimo, my bench mate, invited me to play with
him that afternoon. He was very wealthy, living in an immense villa in Briano. He
had just recently met this little kid from the area, who was short, freckled, with thin
hair; he didn’t know how to stay still, spoke only in dialect and he seemed to know
all about everything as if he were an adult in a child’s body. We would listen in silence as he spoke and then we would copy whatever he would do. He said if we were
brave enough, he would bring us to a secret place. Even though we were terrified,
we immediately said yes. We went the next day; it was late, but the sun had not yet
set, and the freckled kid told us to follow him. Into the forest we went. He knew his
way around very well and where to go. He said he had done this many times before.
He also said not to tell anyone about it. We followed him without question.
We arrived in front of a wall. It was high but not too high. “A little bit further” he
said as he led the way. Our shoulders brushed against the wall as we continued to
walk along it. Then we arrived at a certain point where he said “here”. He then put
his foot into a small opening, reached for the edge of the wall and pulled himself
up. “Do like me” he then said before disappearing to the other side. Massimo did
the exact same.
It was my turn now. From the other side, Massimo said: “go - jump!” At this point,
I was afraid I wasn’t going to make it. I was clinging to the wall, struggling to find
a foothold to prop myself up, using all my strength and striving twice as hard as I
had seen the other two before me, with my chest pressed against the ledge, finally
I raised myself on top of the wall. I jumped down. Nobody had waited for me. I
was still surrounded by trees, but now on the other side of the wall, and then the
light struck me and I realized there were fewer trees. Suddenly, I saw the other two,
standing still and looking around.
Then I too emerged into the light.
IIC Montreal
In that moment, I understood instantly that this wall was the wall of the Palace.
All we knew, in Caserta, was that it began in the center of the city and poured over
the hills. I had never calculated the perimeter inside compared to the size of the
outside. When the boy had said: Here - I could not have realized where we were.
Then, I stood there breathless.
We were at the top, just below the waterfall, the place that anyone would have
wanted to go when they entered the Palace. I advanced slowly, with one hand touching the water just over the edge of the immense fountain, attracted by the statue
of a half-naked woman covered by a fluttering cloth that was resting on the part
that no one should see.
torna al sommario
209 Il desiderio di essere come tutti
Inglese
IIC Sidney
MATHEW CHU
Istituto De La Salle
torna al sommario
I was born on the first day of summer in 1973, 9 years ago. Up until that
moment, my life and all the things that happened in the world were separate entities, and could not converge in any way. I stayed at home, in my
backyard, in my city; with my parents, my brothers, schoolmates, relatives,
and friends – and on another planet things happened that I only watched
on television. Occasionally they talked about the grandeurs of the world
and of Italy in particular – these were very much interests that stood on the
outside of our life. Yet every time, we never took part. Myself, most of all.
School had just finished. Massimo, my school friend invited me in the
afternoon to go play with him. He was extremely wealthy, and had a gigantic villa in Briano. He had just met a kid from the country – short, with
many freckles and little hair – who could not sit still, spoke exclusively in
dialect, and appeared to know everything as if he were an adult, trapped in
the body of an infant. We stayed silent, listened to whatever he said, and
did whatever he did. He claimed that he would take us to a secret place, if
we had the courage. We immediately consented, in spite of our fear. We
saw each other the next day – he was late – but the sun never set and the
kid with freckles told us to follow him. We strolled into a forest which he
knew well how to navigate, where to go. He had already done this many
times before, he said. He also demanded that we did not speak of this to
anyone else. We swore secrecy without asking him why.
We arrived at the front of a wall – reasonably tall, but not too tall. Just
a little bit further, he said, as he led us onward. We continued walking,
brushing past the wall with our shoulders. Eventually we arrived at a point
where the kid gestured – “here”. He planted his foot in a small hole in the
wall, pushed himself upward, and caught the edge before pulling himself
up onto it. Copy what I do, he instructed. And he leaped over to the other
side, disappearing from our sight. Massimo then did exactly the same
thing.
My turn had come around. Do it, beckoned Massimo, come on and
jump over. I was too afraid to admit myself incapable of the feat. So I groped at the wall, carefully placing my feet as I was searching to find purchase, pulling myself up with effort and feeling much more fatigued than
anything I had observed in the other two; before crushing my chest against
the edge and finally, hoisting myself up onto the wall. After that, I jumped
down. No-one had been there waiting for me. I was surrounded by trees,
on the other side of the wall, and the light fell strongly around me: the trees, I realised, were rather small from where I stood. Further away, I spotted
the other two still looking around the place; before I too, stepped out into
the light.
Certainly, I had understood immediately this wall was in fact the wall of
Royal Palace. Everyone knew this in Caserta – we all knew that it begun at
the heart of the city and ended at the forest. But I had never calculated the
perimeter of the inside from the outside. It was just as the kid had put it:
here, I wouldn’t be able to tell where we were.
Upon realising this, I gasped.
We were standing at the pinnacle of the place just beneath the waterfall
– the place everyone wanted to reach when they entered the Royal Palace.
Slowly, I advanced, with a hand touching the water at the rim of the great
fountain, drawn to the statue of a semi-nude woman draped in a billowing
cloth, clinging to parts that didn’t need to be seen.
210 Il desiderio di essere come tutti
Inglese
IIC Toronto
MICHAEL FREDRICKS
SASHA FURLANI
RONALD GRANOFSKY
GEORGIA HOOD
BRECK MCFARLANE
ROBERT NICKEL
DAVID O’REILLY
KEN PULEY
AISLING YEOMAN
ART DE GUZMAN
Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura
I was born one day early in the summer of 1973, at the age of nine.
Until that moment, my life and everything that was happening in the
world were two separate entities that could never meet. I stayed in my
house, my courtyard, my city; together with my parents, my brothers and
sisters, my schoolmates, my relatives and friends – while the events I saw
on television were happening on another planet. Every now and then the
adults talked about the world and about Italy in particular. So there was
interest in what was happening outside our lives. But in any case it didn’t
concern us. And me, even less.
School had just ended. Massimo, my desk mate, used to invite me to play
at his house in the afternoon. He was very rich and had a huge villa in Briano. He had just met a young boy from the village who was short, with lots
of freckles and not much hair. He couldn’t keep still, spoke only in dialect
and seemed to know everything, as if he were an adult in the body of a
young boy. We listened to him in silence and imitated his every move. He
said he would take us to a secret place if we had the courage. We quickly
answered yes, even though we were frightened. We met the next day. It
was late, but the sun wouldn’t quit, and the boy with the freckles told us to
follow him. We made our way through the woods. He moved swiftly and
knew where he was going. He had done this many times before, he explained. He also told us not to tell anyone and we swore we wouldn’t without
asking any questions.
We came to a wall. It was high, but not too high. A bit further, he said and
led the way. We walked along the wall, our shoulders brushing against it.
We arrived at a point and he said: here. He put his foot in a small hole that
he knew, pushed himself up, grabbed the edge and threw himself over. Do
the same as me, he said. And he jumped to the other side, disappearing.
Massimo did exactly the same.
It was my turn now. From the other side Massimo said come on jump.
I was afraid I wouldn’t make it. I gripped the wall, looking for a foothold
and with a lot more effort than I saw the others use. Pressing my body flat
to the wall, I hoisted myself up and jumped down the other side. There
was no longer anyone there waiting for me. I was still in the middle of the
woods, but on the other side of the wall, and the light was shining strongly.
The trees, I noticed, were few in number. Just beyond I saw the two boys,
standing still, looking about.
Then I also came out into the light.
Of course, I had understood right away that the wall was that of
the Royal Palace. In Caserta we all knew that it started in the city centre
and then continued up into the hills. But I had never calculated the perimeter of the inside with measurements taken from the outside. That is,
when the boy said: here – I couldn’t make sense of where we were.
Therefore, I remained breathless.
We were at the top, just below the waterfall, the spot that everyone wanted to reach when they entered the Palace. I went ahead slowly, one
hand brushing the water beyond the edge of the great fountain, drawn to
the statue of a seminude woman, covered by a fluttering cloth placed over
the parts one mustn’t see.
torna al sommario
211 Il desiderio di essere come tutti
Inglese
Consolato Generale D’Italia a Vancouver
LAURIE LOGAN
GARY CRISTALL
JIRI MOSNA
ROB SPROVIERO
Centro Culturale Italiano
di Vancouver
torna al sommario
I was born on an early summer day of 1973, at the age of nine.
Up until that moment my life and everything happening in the world
were two separate entities which could never meet under any circumstances. I stayed in my house, in my backyard, in my city with my parents, my
siblings, my school mates, my relatives and my friends – and the things
that I saw on television were taking place on another planet. Every so often
the grownups would talk about the world, and about Italy in particular;
thus, there was some interest in what was happening outside of our lives,
but, in any case, it had nothing to do with all of us and with me even less.
School had just ended. Massimo, with whom I shared a desk, used to
invite me to spend the afternoon playing at his house. He was very rich.
His family owned a gigantic mansion in Briano. He had just met a boy
from the country side, short, with a lot of freckles and not much hair. This
boy couldn’t stay still and spoke only in dialect and it seemed to us that he
knew everything about everything, as if he were an adult in the body of a
child. We would stay quiet, listening to him and then do whatever he did.
He said that he would take us to a secret hiding place, if we had the courage. We immediately said yes, even if we were afraid. We met the next day.
It was late, but the sun hadn’t set yet and the boy with the freckles told us
to follow him. We crossed the woods; he knew exactly how to move and
where to go. He had done it many times, he said. And he also said we were
not to talk about this with anyone. We swore to it, without asking any question. We came to a wall, high but not too high. “A little further” he said,
as he led the way. We walked along, brushing the wall with our shoulders.
Then we came to a spot and he said: “here”. He put his foot into a small
hole that he knew and pushed himself up, grabbed onto the top and pulled
himself up. “Do it like I did” he said. And then he jumped to the other side
and disappeared. Massimo did exactly the same.
Now it was my turn. From the other side Massimo was saying: “come
on, jump.” I was afraid that I couldn’t do it. I grabbed onto the wall and,
searching with my foot for a place that would support me, I pulled myself
up with all my strength. Using a lot more effort than I had seen the others
use and scraping my entire chest again the edge, I hoisted myself onto the
wall and jumped down. There was no one waiting for me. I was still in the
middle of the woods, but on the other side of the wall. The light was bright
and the trees, I realized, were sparse. Nearby I saw the other two, looking
around, and I joined them.
Of course, I knew right away that the wall was the palace wall. We all
knew that it began in the center of Caserta and climbed up the hills. But I
had never before made the connection between the inside and the outside
of the wall. In other words, when the boy said “here”, it never occurred to
me where we would find ourselves. I was breathless. We were at the top,
just under the waterfall, just at the point where anyone would want to be
when entering the palace grounds. I moved slowly with one hand lightly
touching the water at the edge of the large fountain, drawn by the statue
of a seminude woman, with a flowing cloth gown covering the parts that
shouldn’t be seen.
212 Il desiderio di essere come tutti
Lettone
Ambasciata d’Italia a Riga
LASE MILGRAVE
Università della Lettonia
Es piedzimu vienā no 1973. gada vasaras sākuma dienām, kad man bija
9 gadi.
Līdz tam brīdim mana dzīve un lietas, kas notika citur pasaulē, bija divas
pilnībā nošķirtas vienības, tās nekādā veidā nevarēja satikties. Es biju savā
mājā, savā pagalmā, savā pilsētā; ar saviem vecākiem, ar saviem brāļiem,
saviem skolas biedriem, radiem un draugiem – un uz kādas citas planētas
notika viss, ko redzēju televizorā. Ik pa laikam pieaugušie par to runāja, par
pasauli un par Itāliju it īpaši; tātad kaut kāda interese par to, kas notika ārpus mūsu dzīvēm, pastāvēja. Taču mēs pilnīgi noteikti tur neiederējāmies.
Un es vēl mazāk par citiem.
Tikko bija beigusies skola. Masimo, mans sola biedrs, pēcpusdienā ielūdza mani spēlēties pie viņa. Viņš bija ļoti bagāts, viņa ģimenei piederēja milzīga villa Briano. Viņš nesen bija iepazinies ar kādu zemniekpuišeli – īsu,
noklātu daudziem vasaras raibumiem un maz matiem. Viņš nebija spējīgs
saglabāt mieru un pārsvarā runāja dialektā, turklāt šķita, ka viņš par visu
zināja visu. Gluži kā pieaugušais maza puikas ķermenī. Mēs stāvējām klusi,
klausījāmies viņā, bet pēc tam darījām to pašu, ko viņš. Viņš mums teica,
ka, ja vien mums būtu drosme, aizvestu mūs uz kādu slepenu vietu. Mēs
uzreiz piekritām, kaut gan bail mums bija. Mēs satikāmies nākošajā dienā,
bija jau vēls, taču saule vēl aizvien bija augstu pie horizonta. Vasarraibumainais puišelis lika sekot viņam. Mēs skrējām cauri mežam. Viņš lieliski
zināja, kā kustēties, kur iet. Mums viņš teica, ka to darījis jau daudz reižu.
Un vēl viņš teica, ka nedrīkstam ar nevienu par šo runāt. Mēs zvērējām,
neuzdodot jautājumus.
Tad mēs nonācām pie mūra sienas. Pietiekami augtas, taču ne pārāk augstas. Vēl nedaudz, viņš mums teica un rādīja ceļu. Mēs gājām, ar pleciem
pieskaroties sienai. Pēc brīža nokļuvām kādā vietā, un viņš teica – šeit. Viņš
ielika pēdu mazā iedobumā, ko zināja, atspērās, pieķērās augšējai malai un
uzvilka sevi augšā. Dariet kā es, viņš teica. Masimo izdarīja tieši tāpat.
Tad bija mana kārta. No augšas Masimo teica – aiziet, lec. No šejienes,
lejas, man bija bail izgāzties. Es pieķēros mūra sienai, ar pēdu centos atrast
kādu atbalsta punktu, tad vilkos augšup ar spēku un ar daudz lielāku piepūli, nekā biju redzējis darām abus pārējos. Ar visu krūšu kurvi atbalstījies
pret malu, es sevi beidzot pacēlu uz mūra. Un lēcu lejā. Neviens mani tur
negaidīja. Biju koku ieskauts, taču nu jau mūra otrā pusē. Gaisma šeit bija
ļoti spēcīga. Sapratu, ka patiesībā tur bija tikai pāris koku. Uzreiz aiz tiem
ieraudzīju pārējos, nekustīgi stāvot, viņi skatījās apkārt.
Gaismā iznācu arī es.
Protams, uzreiz biju sapratis, ka mūra siena bija karalistes mūris. Kazertā
visi zinājām, ka tas sākas pilsētas centrā un ved kaut kur pakalnos. Taču
nekad nebiju salīdzinājis iekšējo platību ar ārējo. Tas ir, kad puika man teica “šeit”, nevarēju droši apgalvot, ka zinu, kur tieši mēs atradāmies.
Biju palicis bez elpas.
Mēs atradāmies pašā virsotnē, tieši zem ūdenskrituma, vietas, kuru
vēlējās sasniegt katrs, kas ieradās karalistē. Es tuvojos lēnām, ar vienu plaukstu viegli pieskaroties ūdens virsmai tuvu lielas strūklakas malai, kas bija
izgreznota ar puskailas sievietes statuju, pārklātu ar vieglu audumu vietās,
kuras nevienam nevajadzētu redzēt.
torna al sommario
Istituto Italiano di Cultura di Varsavia
213 Il desiderio di essere come tutti
Polacco
KATARZYNA KOWALIK
NATALIA KOLODZIEJ
MILENA LANGE
MILENA PACHUCKA
ADAM PILARCZYK
MARTYNA SZYMCZAK
ROKSANA ZAUDER
Università di Lodz
torna al sommario
W wieku dziewięciu lat, na początku lata 1973 roku narodziłem się ponownie.
Do tego czasu moje życie i wszystko to, co działo się na świecie stanowiło
dwie od-rębne rzeczywistości, które nie miały ze sobą nic wspólnego.
Bywałem wówczas w moim domu, na podwórku, w mieście, z rodzicami,
z braćmi i kolegami ze szkoły, z krewnymi i przyjaciółmi – a na tej innej
planecie działy się rzeczy, o których mówiono w telewizji. Od czasu do czasu dorośli rozmawiali o świecie, o Włoszech w szczególności; interesowano się tym, co działo się poza naszym życiem. Tak czy inaczej, nas to nie
dotyczyło, a już mnie najmniej.
Dopiero co skończyła się szkoła. Massimo, mój kolega z ławki, zapraszał
mnie do sie-bie na popołudnia. Był bardzo bogaty i miał ogromną willę w
Briano. Niedawno poznał miejscowego chłopaka, niskiego, piegowatego i
z niezbyt bujną czupryną. Chłopak nie mógł ustać w miejscu i mówił tylko
w dialekcie. Ponadto wydawało nam się, że zna się na wszyst-kim, tak jakby
w ciele dziecka ukryty był ktoś dorosły. Słuchaliśmy go w milczeniu, a potem robiliśmy to, co on. Powiedział, że zabierze nas do sekretnego miejsca,
jeżeli mamy wystar-czająco dużo odwagi. Od razu się zgodziliśmy, chociaż
bardzo się baliśmy. Spotkaliśmy się następnego dnia. Było późno ale słońce
jeszcze nie zachodziło. Chłopiec z piegami powie-dział, żebyśmy za nim
poszli.
Przeszliśmy przez las. On doskonale wiedział, jak się poruszać, dokąd iść.
Powiedział, że robił to już wiele razy. Dodał też, żebyśmy z nikim o tym nie
rozmawiali. Przyrzekliśmy mu to, nie zadając żadnych pytań.
Dotarliśmy do jakiegoś muru. Dość wysokiego, ale nie aż tak bardzo.
„Jeszcze trochę” - mówił, wskazując nam drogę. Szliśmy, ocierając się o
mur ramionami. W pewnym momencie powiedział: „To tutaj”. Wsunął
stopę w mały otwór, o którym wiedział już wcześniej, wspiął się, chwycił
za krawędź i podciągnął się do góry. Powiedział, żebyśmy zrobili to tak,
jak on. Zeskoczył na drugą stronę i zniknął. Massimo zrobił dokładnie to
samo.
Teraz nadeszła moja kolej. Z oddali dochodził głos Massimo: “No dalej,
skacz!” A ja bałem się to zrobić z tak wysoka. Trzymałem się muru, stopą
szukając punktu podparcia, podciągnąłem się z ogromnym wysiłkiem i ze
znacznie większym trudem, niż dwaj pozostali chłopcy. Dociskając klatkę
piersiową do krawędzi muru, wciągnąłem się na niego. I zeskoczyłem. Nikt
na mnie nie czekał. Wciąż znajdowałem się między drzewami, ale po drugiej stronie muru, a słońce świeciło mocno. Zdałem sobie sprawę, że drzew
było niewiele. Zobaczyłem obu, jak stali nieopodal i rozglądali się. A więc
i ja wyszedłem z cienia.
Oczywiście, zrozumiałem natychmiast, że ten mur był murem Pałacu
Królewskiego. Wszyscy w Casercie wiedzieliśmy, że zaczyna się w centrum
miasta i pnie się przez wzgórza. Mimo, że znałem jego wymiary zewnętrzne, nigdy nie policzyłem jego obwodu. Tak więc kiedy chłopak powiedział
„Tutaj”, nie byłem w stanie określić, gdzie się znajdujemy.
I stałem tak wstrzymując oddech.
Byliśmy na szczycie, tu pod wodospadem, w miejscu, do którego pragnął
dotrzeć każ-dy, kto wchodził do Pałacu Królewskiego. Powoli posuwałem
się do przodu, jedną ręką mu-skając wodę na krawędzi wielkiej fontanny. Przyciągnął mnie posąg półnagiej kobiety. Czę-ści ciała, których nie
powinno się widzieć, okryte były zwiewną tkaniną.
214 Il desiderio di essere come tutti
Portoghese
IIC LIsbona
INÊS VIEIRA
Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura
torna al sommario
Nasci num dia de início do verão de 1973, aos nove anos.
Até àquele momento, a minha vida e todos os factos que aconteciam no
mundo eram duas entidades separadas, que não podiam encontrar-se de
modo algum. Estava em minha casa, no meu pátio, na minha cidade; com
os meus pais, os meus irmãos, os colegas da escola, familiares e amigos – e
num outro planeta sucediam-se os acontecimentos que via na televisão.
Por vezes os grandes falavam disso, do mundo e de Itália em particular; por
isso havia interesse naquilo que acontecia para além da nossa vida. Mas
nós, de qualquer modo, não tínhamos nada a ver com o assunto. E eu ainda
menos.
As aulas tinham acabado pouco antes. O Massimo, meu colega de carteira, convidava-me a ir brincar com ele durante a tarde. Ele era muito rico,
vivia numa villa gigante em Briano. Tinha conhecido há pouco tempo um
rapaz de lá, baixo, com muitas sardas e pouco cabelo; não sabia estar quieto, falava sempre em dialecto e parecia saber tudo de todas as coisas, como
se fosse um adulto dentro do corpo de um miúdo. Nós ficávamos calados
a ouvi-lo e depois fazíamos o que ele fizesse. Disse que nos levava a um
lugar secreto, se tivéssemos coragem. Nós dissemos logo que sim, mesmo
tendo medo. Encontrámo-nos no dia seguinte, era tarde mas o sol demorava a pôr-se, e o rapaz das sardas mandou-nos segui-lo. Percorremos um
bosque, ele sabia muito bem como se mexer, onde ir. Já o tinha feito muitas
vezes, disse-nos. E também disse que não devíamos falar disto com ninguém. Nós jurámos, sem fazer perguntas.
Chegámos junto a um muro. Era alto, mas não demasiado. Mais um bocado, dizia, e avançava. Caminhávamos tocando o muro com as costas.
Depois chegámos a um ponto em que ele disse: aqui. Pôs o pé num pequeno buraco com o qual contava, deu um impulso para cima, agarrou-se ao
bordo e subiu. Façam como eu, disse. E saltou para o outro lado, desaparecendo. O Massimo fez exactamente o mesmo.
Agora era a minha vez. Do outro lado o Massimo dizia: vá lá, salta. Do
meu lado, tinha medo de não conseguir. Agarrei-me ao muro, pus o pé
procurando um ponto que me aguentasse, fiz força para cima, e com muito
mais dificuldade do que vi os outros dois fazerem, esmagando todo o tórax
contra o bordo, icei-me sobre o muro. E saltei para baixo. Já não havia ali
ninguém a esperar-me. Continuava entre as árvores, mas do outro lado do
muro, e a luz era forte; as árvores, apercebi-me, eram poucas. Logo a seguir
vi os dois, parados, a olhar em volta.
Então também eu saí para a luz.
Claro, percebi logo que aquele era o muro da Reggia. Em Caserta todos
sabíamos que a Reggia ia desde o centro da cidade e subia sobre as colinas.
Mas nunca tinha calculado o perímetro interior a partir das medidas externas. Ou seja, quando o rapaz disse: aqui – não podia aperceber-me de
onde nos encontrávamos.
Por isso, engoli em seco.
Estávamos no topo, logo após a cascata, o ponto que qualquer um desejava alcançar quando entrava na Reggia. Avancei lentamente, com uma
mão tocava na água sobre a grande fonte, atento à estátua de uma mulher
seminua, coberta por um pano esvoaçante que se apoiava nas partes que
não devíamos ver.
215 Il desiderio di essere come tutti
Portoghese
IIC San Paolo
CRISTIANI ROCIO GASPARELLO
Centro di Cultura italiana di Curitiba
torna al sommario
Nasci em um dia do início do verão de 1973, há nove anos.
Até aquele momento a minha vida e todos os fatos que aconteciam no mundo, eram duas entidades separadas, que não podiam se encontrar de modo algum. Me encontrava na minha casa, no meu quarto,
na minha cidade, com os meus pais, os meus irmãos, meus companheiros
de escola, os parentes e amigos- e em outro planeta aconteciam os fatos
que assistíamos na televisão. De tempos em tempos os adultos falavam do
mundo e da Itália em particular, então havia interesse sobre aquilo que
acontecia além da nossa vida. Mas todos nós, em cada caso, não nos importávamos. E eu, menos ainda.
Havia recém acabado a aula. Massimo, o meu colega de banco,
me convidava à tarde para brincar com ele. Ele era muito rico, tinha uma
mansão em Briano. Tínhamos acabado de conhecer um menino do lugar,
baixo, com muitas sardas e pouco cabelo, não sabia ficar parado, falava
somente em dialeto e nos parecia que soubesse tudo de todas as coisas,
como se fosse um adulto no corpo de um menino. Nós ficávamos calados,
o escutávamos e depois fazíamos aquilo que ele fazia. Disse que nos levaria
em um lugar secreto, se tivéssemos coragem. De imediato dissemos que
sim, mesmo com medo. Nos vimos no dia seguinte, era tarde mas o sol não
baixava nunca, e o menino com sardas nos disse que o seguíssemos.
Percorremos um bosque, ele sabia muito bem como mover-se e
onde andar. Nos disse que já havia feito isso muitas vezes. E disse também
que não deveríamos falar com ninguém. Nós juramos, sem fazer perguntas.
Chegamos em frente a um muro. Suficientemente alto, mas não
tanto. Ainda dizia, e nos mostrava o caminho. Caminhávamos encostados
ao muro. Depois chegamos em um ponto e ele disse: Aqui. Pôs o pé em um
pequeno buraco que conhecia, se lançou ao alto, se agarrou à borda e se
pôs em cima. Façam como eu, disse. E saltou para uma outra parte desaparecendo. Massimo fez exatamente o mesmo.
Cabia a mim, agora. De lá, Massimo dizia: Vai, salte. Daqui eu
tinha medo de não conseguir. Me agarrei à parede, pus o pé procurando
encontrar um ponto que pudesse me apoiar, me lançar com força, e com
muito mais esforço do que vi os outros dois fazerem, apertando todo o peito contra a borda, me ergui sobre o muro. E saltei para baixo. Não havia
mais ninguém me esperando. Eu estava no meio de árvores, mas do outro
lado do muro, e a luz chegava forte: as árvores, me dei conta, eram poucas.
De repente, imediatamente além vi os dois, parados, que olhavam ao redor.
Então também saí da luz.
Correto, entendi de imediato que aquele muro era o muro de
Reggia. Todos sabíamos, em Caserta, que começava no centro da cidade e
seguia colina acima. Mas não havia jamais calculado o perímetro do interior com a medida do exterior. Isto é, quando o menino dizia: Aqui – não
podia me dar conta de onde nos encontrávamos.
Então, fiquei sem respiração.
Estávamos em cima, quase sobre a cascata, em um ponto que
qualquer um desejava alcançar quando entrava em Reggia. Avancei devagar, com uma mão que tocada a água sobre a borda da grande fonte, grudada numa estátua de uma mulher seminua, coberta com um pano esvoaçante, apoiado sobre as partes que não precisava ver.
216 Il desiderio di essere come tutti
Portoghese
IIC San Paolo
JULIANA VON MÜHLEN
Università Federale del Paraná
torna al sommario
Nasci no primeiro dia do verão de 1973, com nove anos. Até
aquele momento, a minha vida e tudo o que acontecia no mundo, eram
duas entidades separadas, que não podiam se encontrar de forma alguma.
Eu estava na minha casa, no meu quintal, na minha cidade; com os meus
pais, meus irmãos, meus colegas de escola, os parentes e os amigos – e era
em um outro planeta que aconteciam os fatos que eu assistia na televisão.
De vez em quando, os mais velhos falavam sobre isso, do mundo e principalmente da Itália; tinham um certo interesse naquilo que acontecia fora
da nossa vida.
Mas, nós todos, de qualquer maneira, não tínhamos nada a ver
com isso. E eu ainda menos.
As aulas tinham acabado. Massimo, o meu colega de classe, todas
as tardes, me convidava para brincar. Ele era muito rico, tinha uma casa
gigantesca em Briano. Tinha acabado de conhecer um garotinho da região,
baixo, com muitas sardas e poucos cabelos; não conseguia parar quieto,
falava somente em dialeto e parecia saber tudo sobre qualquer coisa, como
se fosse um adulto dentro do corpo de um garotinho. Nós nos calávamos, o escutávamos e depois fazíamos o que ele fazia. Ele disse que, se nós
tivéssemos coragem, nos levaria a um lugar secreto. Mesmo com medo,
respondemos imediatamente que sim. Nos encontramos no outro dia, era
tarde, mas ainda tinha sol, e o garotinho de sardas nos disse para segui-lo.
Percorremos um bosque, ele sabia muito bem como se mover, aonde ir.
Ele disse que já tinha feito isso muitas outras vezes. E também disse que
não deveríamos contar a ninguém. Nós juramos, sem fazer perguntas.
Chegamos em frente ao muro. Bem alto, mas não tanto. Falta pouco, nos
disse enquanto mostrava o caminho. Caminhávamos quase encostados
no muro. Chegamos em um ponto e ele disse: aqui. Colocou o pé em um
pequeno buraco que já conhecia, deu um impulso, se agarrou na borda e
subiu. Façam como eu, disse. E pulou para o outro lado, desaparecendo.
Massimo fez exatamente a mesma coisa.
Agora era a minha vez. Do outro lado, Massimo dizia: vai, pula.
Desse lado eu tinha medo de não conseguir. Me agarrei no muro, coloquei
o pé, procurando um lugar onde eu pudesse me apoiar, dei um impulso
com força, e, aparentemente, com muito mais trabalho do que os outros
dois, esmagando todo o tórax contra a borda, me ergui no muro. E pulei.
Não mais tinha ninguém me esperando. Eu continuava entre as árvores,
mas do outro lado do muro, e a luz chegava forte: percebi que eram poucas
árvores. Mais além vi os dois, parados. Olhavam ao redor.
Então eu também vim para a luz.
Claro, eu já tinha entendido que aquele muro era o muro do Palácio. Em
Caserta, todos sabiam que o Palácio começava no centro da cidade e chegava até as colinas. Mas eu nunca tinha calculado o perímetro de dentro
com as medidas de fora. Isto é, quando o menino disse: aqui - eu não sabia
onde estávamos.
Por isso, fiquei sem fôlego.
Estávamos no topo, logo embaixo da cascata, o lugar mais procurado
pelos visitantes do Palácio ao chegar. Avancei lentamente, com uma mão
que tocava a água além da borda do grande chafariz, atraído pela estátua
de uma mulher seminua, coberta por um pano esvoaçante que ocultava as
partes que não deviam ser vistas.
217 Il desiderio di essere come tutti
Portoghese
IIC San Paolo
SALVADOR PEREIRA DA COSTA
Università di San Paolo
torna al sommario
Nasci em um dia do início do verão de 1973, aos 9 anos.
Até aquele momento, a minha vida e todos os fatos que aconteciam no
mundo, eram duas entidades separadas que não podiam encontrar-se de
modo algum. Ficava na minha casa, no meu quintal, na minha cidade;
com
os meus pais, os meus irmãos, os colegas da escola, os parentes e os
amigos – e em um outro planeta aconteciam os fatos que via na televisão.
De vez em quando os adultos falavam do mundo e da Itália em especial;
então havia interesse por aquilo que ocorria fora da nossa vida. Mas a nós
todos, de qualquer forma, não dizia respeito. E a mim, menos ainda.
O ano letivo acabara de terminar. Massimo, o meu companheiro de
carteira, me convidava à tarde para jogar na casa dele. Era muito rico,
tinha
uma casa gigantesca em Briano. Ele acabara de conhecer um menino da
aldeia, baixo, com sardas e poucos cabelos; não conseguia ficar parado,
falava só em dialeto, e nos parecia que ele soubesse tudo sobre cada coisa
como se fosse um adulto dentro do corpo de um menino. Nós ficávamos
quietos, o escutávamos e depois fazíamos aquilo que ele fazia. Disse que
nos levaria a um lugar secreto, se tivéssemos coragem. Nós dissemos logo
que sim, ainda que tivéssemos medo. Vimo-nos no dia seguinte, estava
tarde, mas o sol nunca que caia, e o menino com as sardas nos disse para
segui-lo. Percorremos um bosque, ele sabia muito bem como se deslocar,
aonde ir. Ele já o fizera muitas vezes, disse.
E disse também que não deveríamos falar disso com ninguém. Nós
juramos, sem fazer perguntas.
Chegamos diante de um muro. Alto, mas não demasiadamente alto.
Mais um pouco, ele dizia, e nos abria caminho. Caminhávamos roçando
o muro com o ombro. Depois chegamos a um ponto e ele disse: aqui.
Colocou o pé em um pequeno buraco que conhecia, impulsionou-se
para cima, agarrou-se à borda e ergueu-se. Façam como eu, disse. E pulou
para o outro lado, desaparecendo. Massimo fez exatamente o mesmo.
Era a minha vez, agora. Do outro lado, Massimo dizia: vamos, pule. Do
lado de cá, tinha medo de não conseguir. Agarrei-me ao muro, coloque
iopé tentando encontrar um ponto que pudesse me sustentar, puxei-me
para cima com força, e com muito mais esforço do que eu tinha visto os
outros dois fazerem, esmagando todo o tórax contra a borda, icei-me sobre o muro. E pulei para baixo. Não havia mais ninguém a me esperar. Eu
continuava no meio das árvores, mas do outro lado do muro, e a luz chegava forte: as árvores, dei-me conta, eram poucas. Logo adiante, vi os dois,
parados, que olhavam ao redor.
Então eu também apareci à luz.
Claro, eu tinha entendido logo que aquele muro era o muro da Reggia.
Todos nós sabíamos, em Caserta, que começava no centro da cidade e
subia sobre as colinas. Mas nunca tinha calculado o perímetro do interior
com as medidas do exterior. Isto é, quando o menino dissera: aqui – não
podia dar-me conta de onde nos encontrávamos.
Então, fiquei sem fôlego.
Estávamos no topo, logo abaixo da cascata, o ponto a que qualquer um
desejava chegar quando entrava na Reggia. Avancei lentamente, com
uma mão que roçava a água após a borda da grande fonte, atraído pela
estátua de uma mulher seminua, coberta por um pano esvoaçante, colocado sobre as partes que não deveriam ser vistas.
218 Il desiderio di essere come tutti
Russo
Ambasciata d’Italia a Minsk
INGA POTECHINA
Università Statale Bielorussa
torna al sommario
Я родился в начале лета 1973 года, когда мне было 9 лет. До
этого момента моя жизнь, и все события, которые происходили в
мире, были отдельными вещами, которые вообще никак не могли
пересечься. Я жил в моем доме, который находился в моем дворе, в
моем городе; с моими родителями и братьями, с одноклассниками,
родственниками и друзьями, а в это время, существовала другая
планета, на которойвсе время происходило то, что я смотрел по
телевизору. Время от времени взрослые разговаривали про этот мир
и события, которые происходили в нем, в частности, которые могли
затронуть или затрагивали Италию. Их такие разговоры занятно
интересовали. Еще бы, ведь они касались того, что происходило за
пределами нашей обычной жизни. Но, в любом случае, как бы они
не дискутировали по этому поводу, все они плохо что-то в этом
понимали. А я тем более меньше.
Он только еще заканчивал школу. Массимо, мой одноклассник,
пригласил меня к себе домой, поиграть с ним во второй половине
дня. Он был невероятно богат. Жил в огромной вилле в Бриано.
Он был знаком с одним местным мальчиком, который был низкого
роста, с большим количеством веснушек и редкими волосами. Этот
ребенок никогда не мог спокойно усидеть на месте. И в добавок
ко всему этому, он еще и разговаривал на диалекте.Но нам тогда
казалось, что он знает абсолютно про все в этом мире. Это выглядело
так, как будто в теле маленького мальчика жил совершенно взрослый
человек. Мы всегда молчали и внимательно слушали то, что он нам
рассказывал. Повторяли за ним все, что он делал. Он сказал нам, что
возьмет нас в одно очень тайное место, но при одном условии, если
мы будем храбрыми. На что мы сразу ответили да, хоть, конечно,
и боялись. Мы встретились с ним на следующий день. Уже было
поздно, правда, солнце еще не зашло. Маленький мальчик сказал
нам, чтобы мы следовали за ним. Мы вошли в лес. Он знал, куда идти
и каким образом туда добраться. Он сказал, что делал это не один
раз. Также он добавил, что мы не должны никому рассказывать об
этом. Мы поклялись, без всяких вопросов, что не станем никому
говорить.
Мы подошли к какой-то стене. Она была достаточно высокая,
не слишком, но все же высокая. Мальчик в веснушках сказал, что
осталось совсем немного и, что совсем недалеко от нас дорога. Мы
шли вдоль стены, прижимаясь к ней плечом. Когда мы дошли до того
«таинственного места», он заинтригованно произнес: «Здесь!». Он
поставил ногу в совсем небольшое отверстие, подпрыгнул ближе
к стене, подтянулся к краешку и залез на верх. Невооруженным
взглядом было видно, что он знает, что надо делать. «Делайте точно
также, как только что сделал я», – кричал он, перепрыгивая на другой
край. В долю секунды он испарился. Массимо повторил за ним
абсолютно все.
И вот настал мой черед. Сверху Массимо прокричал, чтобы я
прыгал. Честно, в тот момент, я боялся, что у меня не получится
также. Я прижался к стене, поднял ногу, пытаясь найти то отверстие,
которое поможет мне очутиться наверху. Я вытащил себя на
верх с такой силой, с которой те двое не смогли бы этого сделать.
Перевесившись через стену, я спрыгнул вниз. Но там не было никого,
кто меня бы ждал. Пока мы шли к стене через высокие деревья,
солнечный свет чуть пробирался сквозь их мощь, поэтому совсем
ничего не было видно. А на этой стороне стены деревьев мало. Я
сразу же увидел тех двоих, они оглянулись.
Что же, и я тоже вышел на свет.
219 Il desiderio di essere come tutti
Russo
IIC San Pietroburgo
BREZICKAYA INGA
Università statale di San Pietroburgo
torna al sommario
Это случилось со мной в один день, в начале лета 1973 года, когда
мне было 9 лет.
До этого момента моя жизнь и все события, которые происходили
в мире, были разделены на две группы по значимости, которые
никаким образом не могли пересечься. Я проводил время дома,
во дворе, в городе, с родителями, братьями, одноклассниками,
родственниками и друзьями, а на другой планете случалось все то,
что показывали по телевизору. Каждый раз взрослые говорили о
событиях, случавшихся в мире и в Италии в частности, поэтому у нас
был интерес по отношению к тому, что происходило за пределами
нашей жизни. Но мы все, в любом случае, не понимали ничего. А я
и того меньше.
Уроки только что закончились. Массимо, мой сосед по парте,
пригласил меня поиграть с ним после полудня. Он был очень
богатый и жил в огромной вилле в Байано. Недавно он познакомился
с одним парнем из нашего города, он был низкий, у него было много
веснушек и мало волос, он не умел стоять неподвижно, говорил
только на диалекте, и нам казалось, что он знал все обо всем, словно
в теле молодого юноши был взрослый. Мы молча стояли, слушали
его, а потом делали то же что и он. Он сказал, что отвел бы нас в
тайное место, если бы у нас хватило смелости. Мы тотчас же сказали
да, несмотря на то, что боялись. Мы встретились на следующий
день, было поздно, но солнце еще не зашло, и юноша с веснушками
сказал нам следовать за ним. Мы прошли через лес, он отлично знал
как двигаться и куда идти. Он сказал, что делал это уже много раз. И
добавил, что мы не должны говорить об этом ни с кем. Мы поклялись,
не задавая никаких вопросов.
Мы пришли к стене довольно высокой, но не слишком. Он сказал,
что еще немного и пошел по дороге. Мы шли, слегка задевая стену
плечами. Наконец, мы пришли на место и он сказал: «Здесь». Он
поставил ногу в небольшое отверстие, оттолкнулся, схватился за
край и подтянулся. Он сказал, чтобы мы делали как и он и спрыгнул
с другой стороны, исчезнув из виду. Массимо тотчас сделал то же
самое.
Теперь была моя очередь. «Давай же» - сказал Массимо – «давай,
прыгай». Теперь я боялся, что не смогу сделать это. Я схватился
за стену, поднял ногу, пытаясь найти место, на которое мог бы
опереться, подтянулся силой и с большим трудом, чем как я видел
проделали это те двое, прижимаясь всей грудной клеткой к краю,
поднялся на стену и спрыгнул вниз. Там не было никого, кто бы меня
ждал. Я был окружен деревьями, с одной стороны стеной, ко мне
пробивался яркий свет и я понял, что деревьев было мало. Тотчас я
увидел их двоих, остановившихся и оглядывающихся по сторонам.
Теперь и я вышел на свет.
Ну конечно, я тотчас же понял, что эта стена была стеной царского
дворца. Все знали это, в Казерте, которая начиналась в центре
города и поднималась на холм. Но мы никогда не могли высчитать
внутренний периметр производя измерения снаружи. Поэтому,
когда этот юноша сказал: «Здесь» - мы не могли понять где находимся.
Теперь, мы стояли не дыша.
Мы поднялись на вершину, прямо под водопадом, в то место, в
которое мечтал попасть любой, когда оказывался в царском дворце.
Мы медленно продвигались, слегка касаясь рукой воды за пределами
большого фонтана, который привлекал к себе внимание статуей
полуобнаженной женщины, укрытой развевающимся платьем,
прикрывающим те части, которые не должно было видеть.
220 Il desiderio di essere come tutti
Russo
IIC San Pietroburgo
SOKOLOVA JANA
Università statale di San Pietroburgo
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Я родился в один из дней в начале лета 1973 года, в девять лет. До
этого момента моя жизнь и все события, происходящие в мире,
были двумя параллельными реальностями, которые не имели ни
единой точки соприкосновения. Я жил в своем доме, в своем дворе,
в своем городе, с родителями, братьями, товарищами по школе,
родственниками и друзьями, между тем, как на другой планете
происходили события, о которых я узнавал по телевизору. Иногда
взрослые говорили о них, о мире, и в частности, об Италии; то есть
был интерес к тому, что происходило за рамками нашей жизни, но
в любом случае все мы не имели к этому отношения, а я и подавно.
Только что закончилась школа. Массимо, мой сосед по парте,
пригласил меня поиграть к себе после обеда. Он был очень богат,
у него была огромная вилла в Бриано. Он недавно познакомился
с мальчиком из деревушки, невысоким, с веснушчатым лицом и
редкими волосами. Этот мальчик не умел сидеть на месте, говорил
только на диалекте, и нам казалось, что он знает обо всем на свете,
как если бы он был взрослым внутри тела ребенка. Мы помалкивали,
слушали, а потом делали то, что делал он. Он сказал, что отведет
в одно секретное место, если нам хватит смелости. Мы сразу же
ответили «да», несмотря на то, что боялись. Мы встретились на
следующий день, было уже поздно, но солнце все никак не хотело
клониться к закату, и мальчик с веснушками сказал следовать за ним.
Мы прошли через лесок, он очень хорошо знал, как пройти и куда
идти. Он сказал, что делал это уже много раз, а еще сказал, что мы не
должны никому ничего рассказывать. Мы пообещали, не спрашивая.
Мы дошли до стены, она была высокой, но не слишком. Он говорил
нам: «Еще немного», - и продолжал вести нас. Мы шли вплотную к
стене. Дойдя до определенного места, он сказал: «здесь». Поставил
ногу в маленькое отверстие в стене, о котором ему уже было известно,
подтянулся, схватился за край и залез. «Делайте, как я», - сказал он
и спрыгнул на другую сторону, скрывшись из виду. Массимо все в
точности за ним повторил.
Теперь была моя очередь. Массимо по ту стороны стены мне
кричал: «Давай, прыгай!». А я, по эту сторону, боялся, что у меня
не получится. Я схватился за стену, поставил ногу, пытаясь найти
опору, со всей силы подтянулся, и с большим трудом, нежели это
получилось у ребят, прижавшись всей грудью к краю, поднялся
на стену и спрыгнул. Внизу меня никто не ждал. Я по-прежнему
находился посреди деревьев, но с этой стороны свет бил сильнее:
деревьев, как я отметил, было мало. Сразу же за ними я увидел их
двоих, они стояли и смотрели по сторонам.
Тогда и я вышел на свет.
Безусловно, я сразу понял, что это была стена королевской
резиденции. Все мы в Казерте знали, что она начиналась в центре
города и поднималась на холмы. Но находясь снаружи, я никогда
не задумывался, какова ее площадь изнутри. То есть, когда наш
проводник сказал «здесь», я не мог отчетливо представить, где
именно мы находились.
И тут у меня перехватило дух.
Мы были на самом верху, сразу же за каскадом, там, куда каждый
мечтал попасть, едва входил в резиденцию. Я медленно продвинулся
вперед, касаясь рукой воды в большом фонтане, завороженный
статуей полуобнаженной женщины, покрытой развевающейся
тканью, закрепленной на тех частях, которые видеть было не нужно.
221 Il desiderio di essere come tutti
Russo
IIC San Pietroburgo
II ANNO DI MAGISTRATURA
Università statale di San Pietroburgo
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Я родился в начале лета 1973 года, в девять лет.
До этого момента моя жизнь и все события, которые происходили
в мире, существовали по отдельности, и никак не могли
соприкоснуться. Я жил в моем доме, в моем дворе, в моем городе
с моими родителями, братьями и сестрами, одноклассниками,
друзьями и родственниками. Тем временем где-то на другой планете
происходило то, что я наблюдал по телевизору. Иногда взрослые
говорили о событиях в мире и, в частности, в Италии, иными
словами, интерес к тому, что происходило за пределами нашей
жизни, был. Но в любом случае мы все не имели к этому никакого
отношения, а я - тем более.
Каникулы только начались. Массимо, мой сосед по парте, после
обеда звал меня поиграть к себе. Он был очень богат, и жил в
огромной вилле в Бриано. Массимо недавно познакомился с
местным мальчишкой. Он был низкого роста. У него было много
веснушек и мало волос. Этот мальчишка не мог усидеть на месте и
говорил только на диалекте. Нам казалось, что он знает все на свете,
как будто бы это был взрослый в теле ребенка. Мы молча слушали его
и потом делали то, что делал он. Однажды он сказал, что отведет нас в
секретное место, если мы не струсим. Мы сразу же согласились, хотя
нам все-таки было страшно. Мы встретились на следующий день,
было поздно, но солнце еще не садилось, и мальчик с веснушками
сказал нам следовать за ним. Мы шли через лес. Мальчик прекрасно
знал, как и куда идти. Он сказал, что уже много раз здесь был, а еще,
что мы никому не должны об этом рассказывать. Не задавая лишних
вопросов, мы поклялись, что сохраним секрет.
Мы подошли к стене. Довольно высокой, но не слишком. «Осталось
немного», - сказал он и пошел вперед. Мы шли, слегка касаясь
плечами стены. Затем в какой-то момент мы остановились, и он
сказал: «Пришли». Он поставил ногу в известную только ему
выемку в стене, оттолкнулся, схватился за край стены и подтянулся.
«Повторяйте за мной», - сказал он и скрылся, спрыгнув с другой
стороны стены. Массимо проделал тоже самое.
Теперь была моя очередь. С той стороны стены Массимо кричал:
«Давай, прыгай». А с этой я боялся, что у меня ничего не получится.
Я ухватился за стену, пытаясь ногой найти выступ, на который мог
бы опереться, с трудом подтянулся, и, с намного большим усилием,
нежели все остальные, навалившись всем телом на край стены,
водрузился на нее и спрыгнул вниз. Там меня уже никто не ждал.
Я все также находился среди деревьев, но с другой стороны стены.
Сюда проникало больше света, и я заметил, что деревьев здесь
меньше. Тут же неподалеку я увидел своих друзей, осматривающихся
по сторонам.
Тогда и я вышел на свет.
222 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
IIC Buenos Aires
DANIEL DI SALVO
AGUSTIN NIVEYRO
GEREMÌA MOLINA FACUDO
FEDERICO RUIZ DIAZ
IGNACIO CINGOLANI
TOMÀS BOZZANO
ALAN RODRIGUEZ
GUIDO FARRUGGIA
ANDRIALO AGUSTINA ANDREA
ANDREA BRESSAN
VALENTINO COVOLINI
AYLÉN ANGIE PICCOTTO
MORENA MARIA SAIONE
CANDELA BATTAGLIOTTI
TATIANA BLANCO
AIMÉ COCCO
LUCÌA FERRETTI
ROCÌO MORELLIN
Associazione Dante Alighieri di Lanus
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Nací un día a comienzos del verano del 1973, cuando tenía nueve años.
Hasta ese momento mi vida y todos los hechos que ocurrían en el mundo, eran dos entidades separadas, que no podían de ningún modo.
Estaba en mi casa, en mi patio, en mi ciudad; con mis padres, mis hermanos, mis compañeros de la escuela, parientes y amigos – y en otro planeta ocurrían hechos que miraba en la televisión. Cada tanto los grandes
hablan de eso, del mundo y de Italia particularmente; por lo tanto había
interés hacia aquello que sucedía fuera de nuestras vidas. Pero todos los
nosotros, en cada caso, no teníamos nada que ver. Y yo, aún menos.
La escuela apenas había terminado. Massimo, mi compañero de banco,
me invitaba a la tarde a jugar a su casa. Era muy rico, tenía una mansión
gigante en Briano. Había recién conocido a un chico del campo, bajo, con
muchas pecas y poco cabello; no sabía quedarse quieto, hablaba solamente
en dialecto y parecía que sabía todo de cada cosa, como si fuera un adulto
dentro del cuerpo de un chico. Nosotros estabamos callado, lo escuchabamos y luego hacíamos lo que hacía el. Dijo que nos llevaría a un lugar secreto si tuvieramos el coraje. En seguida dijimos que si, aunque sentíamos
miedo. Nos juntamos el día siguiente, era tarde, pero el sol no se iba más y
el chico pecoso nos dijo que los sigamos. Recorrimos un bosque, el sabía
muy bien como moverse, a donde ir. Lo había hecho tantas veces, dijo. Y
dijo también que no teníamos que hablarlo con nadie. Nosotros lo juramos, sin hacer preguntas.
Nos encontramos delante de un muro. Bastante alto pero no tanto. Todavía algo decía, y nos abria camino. Caminabamos rozando la pared con
el hombro. Después llegamos a un punto y el dijo: aquí. Metió el pié en
un pequeño hueco que conocía, se impulsó, se acercó al borde y se tiró.
Hagan como yo, dijo. Y saltó desde otra parte, desapareciendo. Massimo
hizo esactamente lo mismo. Ahora me tocaba a mí. Desde allá Massimo
decía: dale, saltá. Desde acá, tenía miedo de no poder hacerlo. Me acerqué
al muro, metí el pie buscando encontrar un punto que pudiera resistirme,
me tiré con fuerza, y como mucho más esfuerzo de lo que le he visto hacer
a los otros dos, aplastando todo el torso contra el borde, me alcé sobre el
muro. Y salté. No había nadie esperandome. Estaba siempre en el medio de
los arboles, pero desde otra parte del muro, la luz se reflejaba intensamente:
los arboles, me di cuenta, eran pocos. Justo después, lo vi, parado, que se
veían entre ellos.
Entonces salgo a la luz también yo.
Claro, rapidamente entendé que aquel muro era el muro de Reggia. Todos lo sabiamos, en Caserta, que comenzaba desde el centro de la ciudad y
subía por las colinas. Pero nunca había calculado el perimetro del interior
con las medidads del exterior. Es decir, cuando el muchacho había dicho:
aquí no puedo darme cuenta de donde nos encontramos.
Por lo tanto, quedé sin aliento.
Estabamos en la cima, justo sobre la cascada, el punto que cualquiera
deseaba alcanzar cuando entraba a Reggia. Avancé lentamente, con una
mano que acariciaba el agua más allá del borde de la fran fuente, atraido
por la estatua de una mujer semidesnuda, cubierta por un pañ ondulante,
apoyado sobre las partes que no necesitaba ver.
223 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
IIC Buenos Aires
SONIA AMADEO
Associazione Dante Alighieri di Lanus
torna al sommario
Nací un día a principio del verano de 1973, a los nueve años.
Hasta aquel momento, mi vida y todos los hechos que sucedían
en el mundo eran dos entidades separadas, que no podían encontrarse de
ningún modo. Me encontraba en mi casa, en mi patio, en mi ciudad; con
mis padres, mis hermanos, mis compañeros de la escuela, mis familiares
y amigos; y en otro planeta acontecían los hechos que veíamos por televisión. Cada tanto los grandes charlaban del mundo y de Italia en particular,
por lo tanto había interés sobre aquello que sucedía fuera de nuestra vida.
Sin embargo, no todos, en cada caso, entrábamos allí. Y yo, menos aún.
Acababa de terminar la escuela. Massimo, mi compañero de banco,
me invitaba por las tardes a jugar con él. Era muy rico y tenia una casona
gigantesca en Briano. Hacía poco que habíamos conocido a un muchachito del pueblo, bajo, con muchas pecas y poco pelo; no sabía estar quieto,
hablaba de vez en cuando en dialecto, y parecía que supiera de cada cosa
como si hubiera un adulto dentro de su cuerpo de niño. Nosotros permanecíamos callados, lo escuchábamos y después hacíamos lo que el hacía.
Decía que nos llevaría a un lugar secreto si teníamos el coraje. Nosotros
rápidamente dijimos que sí, aunque tuviéramos miedo. Nos encontramos
al día siguiente, ya era tarde y el sol ya no brillaba más pero el niño de pecas nos dijo que lo siguiéramos. Recorrimos un bosque, él sabia muy bien
como moverse, dónde ir. Lo había hecho ya tantas veces, nos decía. Y también decía que no deberíamos hablar de esto con nadie. Y se lo juramos, sin
hacer ninguna pregunta.
Llegamos delante de un muro. Era bastante alto, pero no tan alto.
“Todavía falta un poco”, decía y se abría camino. Caminábamos rozando
el muro con la espalda. Después llegamos a un punto y nos dice: “aquí”.
Metió el pie en un agujero que conocía, se empujó hacia arriba, se agarró
del borde del muro y se subió. “ Hagan como yo”, nos dijo. Y salto de la otra
parte, desapareciendo. Massimo hizo exactamente lo mismo.
Ahora me tocaba a mí. Desde allá, Massimo me decía: ”dale, salta”.
Desde aquí, tenia miedo de no hacerlo. Me agarré del muro, metí el pie
buscando un punto donde pudiera sostenerme, me impulse con fuerza, y
con mucha más fatiga de lo que les vi a los otros dos, aplastando todo el torso sobre el borde, me subí al muro. Y salté. No había nadie esperándome.
Estaba en medio de árboles, pero de la otra parte del muro, y la luz llegaba
fuerte: los árboles, me di cuenta, eran pocos. De pronto vi a los otros dos,
parados, que estaban mirando alrededor.
Luego salió todo a la luz para mi.
Ciertamente, había entendido rápidamente que aquel muro era el
muro de del Castillo. Todos sabíamos en Caserta que comenzaba desde el
centro de la ciudad y subía por las colinas. Pero nunca había calculado el
perímetro interno con las medidas del externo. Es decir que cuando el niño
había dicho: “Aquí”, no pude darme cuenta de dónde nos encontrábamos.
Por lo tanto, me quedé sin aliento.
Estábamos en la cima, apenas sobre la cascada, el punto a donde
cualquiera deseaba llegar cuando entraba en el Castillo. Avancé, lentamente, con una mano rozando el agua además del borde de la gran fuente,
atraído por la estatua de una mujer semidesnuda, cubierta con un paño
ondulante, apoyado sobre las partes que no necesitaban verse.
224 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
IIC Buenos Aires
GISELLE MANNARINO
ANA MANFREDI
MAIA STRUSIAT
LEANDRO VICENTE
Associazione Dante Alighieri di Lanus
torna al sommario
Nací un día a principios del verano de 1973, a los nueve años.
Hasta aquel momento mi vida, y todos los hechos que ocurrían en el
mundo, eran dos entidades separadas, que no podían encontrarse de ningún modo. Permanecía en mi casa, en mi patio, en mi ciudad; con mis padres, mis hermanos, los compañeros de escuela, los parientes y amigos- y
en otro planeta sucedían los hechos que veía en la televisión. Cada tanto
los mayores hablaban, del mundo y de Italia en particular; había interés
sobre aquello que pasaba más allá de nuestra vida. Pero de todos modos, a
nosotros no nos interesaba. Y a mí menos.
Las clases apenas habían terminado. Por las tardes, Massimo, mi compañero de banco, me invitaba a su casa a jugar. Era muy rico, tenía un chalet gigantesco en Briano. Acababa de conocer a un chico del pueblo, bajo,
con muchas pecas y poco pelo; no podía quedarse quieto, solo hablaba
dialecto, y parecía que supiera de todo como si fuese un adulto dentro del
cuerpo de un niño. Nosotros, callados, lo escuchábamos y luego repetíamos lo que él hacía. Dijo que nos llevaría a un lugar secreto, si tuviéramos el
coraje. Rápidamente dijimos que sí, si bien teníamos miedo. Nos vimos al
día siguiente, era tarde, pero el sol todavía no caía, el niño pecoso nos dijo
de seguirlo. Recorrimos un bosque, él sabía perfectamente cómo moverse,
dónde ir. Dijo haberlo hecho varias veces. También dijo que no deberíamos haberlo hablado con nadie. Se lo juramos, sin preguntar.
Llegamos a un muro. Bastante alto, pero no tanto. Un poco más decía, y
nos mostraba el camino. Caminábamos rozando el muro con la espalda.
Arribamos a un punto y él dijo: aquí. Metió el pie en un pequeño agujero
que conocía, se elevó, agarrándose del borde e impulsándose hacia arriba.
“Hagan como yo”, dijo. Y saltó hacia el otro lado, desapareciendo. Massimo
hizo exactamente lo mismo.
Me tocaba a mí, ahora. Desde allá, Massimo decía: dale, salta. Desde aquí,
tenía miedo de no lograrlo. Me agarré al muro, metí el pie tratando de encontrar un punto donde hacer pie, me impulsé hacia arriba con fuerza, y
con mucho más esfuerzo del que había visto hacer a los otros dos, presionando el pecho contra el borde, me elevé sobre el muro. Y salté hacia abajo.
No había nadie más que me esperara. Estaba siempre en medio de los árboles, pero del otro lado del muro la luz era muy fuerte: me di cuenta de que
los árboles eran pocos. De repente vi a los dos, quietos, mirándose entre sí.
Entonces yo también salí a la luz.
Rápidamente entendí que aquel muro era el muro del Palacio. Todos lo
sabíamos, en Caserta, que comenzaba en el centro de la ciudad y subía sobre las colinas. Pero nunca había calculado el perímetro del interior con la
medida del exterior. Es decir, cuando el niño había dicho: aquí – no podía
darme cuenta donde nos encontrábamos.
Por eso, me quedé sin aliento.
Estábamos en la cima, justo debajo de la cascada, lugar al que cualquiera deseaba llegar cuando entraba al Palacio. Avancé lentamente, con una
mano que rozaba el agua sobre el borde de la gran fuente, atraído por la
estatua de una mujer semidesnuda, cubierta por un paño, apoyado sobre
las partes que no debían ser vistas.
225 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
IIC Buenos Aires
LUCÍA POTENZA
Associazione Dante Alighieri di Lanus
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Nací en un día al inicio del verano de 1973, a los nueve años.
Al final en ese momento mi vida, y todos los hechos que ocurrían en el
mundo, eran dos entidades separadas, que no podían encontrarse de ningún modo. Estaba en mi casa, en mi patio, en mi ciudad, con mis padres,
mis hermanos, los compañeros de escuela, los parientes y los amigos, y en
algún otro planeta ocurrían los hechos que miraba en televisión. Cada tanto los grandes hablaban, del mundo y de Italia en particular; por lo tanto
había interés acerca de aquello que ocurría fuera de nuestra vida.
Pero todos nosotros en cada caso, no teníamos nada que ver. Y yo todavía
menos.
Apenas había terminado la escuela. Máximo, mi compañero de banco,
mi invitaba a la tarde a jugar con el.
Era muy rico, tenía una casa gigantesca en Briano. Hace poco conocí un
chico del pueblo, bajo, con muchas pecas y pocos cabellos; no sabía quedarse quieto, hablaba solamente en dialecto, y me parecía que sabía todo de
cada cosa como si fuese un adulto dentro del cuerpo de un chico pequeño.
Nosotros estábamos callados, lo escuchábamos y después hacíamos aquello que hacia él. Dijo que nos iba a llevar a un lugar secreto, si teníamos
coraje. Nosotros dijimos enseguida que si, aunque teníamos miedo. Nos
vimos el día después, era tarde, pero el sol no bajaba nunca, y el chico con
la pecas nos dice de seguirlo. Recorremos un bosque, él sabía muy bien
cómo moverse, a donde ir. Lo había ya hecho muchas veces, dice. Y dice
también que no debemos hablar con ninguno. Nosotros juramos, sin hacer
preguntas.
Llegamos en frente de una pared. Bastante alta, pero no tan alta. Todavía
un poco decía, y nos mostraba el camino.
Caminábamos rozando la pared con la espalda. Después llegamos a un
lugar y él dice: acá. Puso el pie en un pequeño agujero que conocía, se impulsó en alto, se aferró al borde y se tiró hacia arriba. Hagan como yo, dice.
Y saltó del otro lado, desapareciendo. Máximo hizo exactamente lo mismo.
Me tocaba a mí, ahora. De allá, Máximo decía: dále, saltá.
De acá, tenía miedo de no hacerlo. Me aferré a la pared, puse el pie buscando de encontrar un punto en el que pudiese apoyarme, me tiré hacia
arriba con fuerza, y con mucho mas esfuerzo de lo que había visto hacer
a los otros dos, apretando todo el tórax contra el borde, me alcé sobre el
muro. Y salté abajo.
No había nadie más para esperarme. Estaba siempre en medio de los árboles, pero de la otra parte de la pared,
Y la luz llegaba fuerte, me di cuenta, eran pocos. Enseguida más allá vi a
los dos, quietos, que se miraban.
Entonces vine afuera a la luz yo también.
Cierto, lo entendí enseguida que esa pared era la pared de la Reggia. Todos lo sabíamos, en Caserta, que comenzaba desde el centro de la ciudad y
subía sobre las colinas. Pero no había nunca calculado el perímetro interno
con la medida externa. Es decir cuando el chico había dicho: acá no puedo
darme cuenta en donde nos encontramos.
Por lo tanto quede sin aliento.
Estábamos en la cima, ahora debajo de la cascada, el lugar que cualquiera
deseaba llegar cuando entraba en la Reggia. Avancé lentamente, con una
mano que apenas tocaba el agua por afuera del borde de la gran fuente,
atraído por la estatua de una mujer semidesnuda, cubierta por un paño
que ondeaba, apoyado sobre las partes que no necesitaba ver.
226 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
IIC Buenos Aires
DIEGO NORBERTO BORDACHAR
CLARISA LÍA CASTELLANI
EDGARDO DEVELLUK
SILVIA MARGARITA GALLINO
ANGELINA MICHELETTO
MARTA CECILIA PERANO
GRACIELA PILAR PINACCIA
ANA MARÍA PONS
JUAN CRUZ RODRIGUEZ
STELLA MARIS ROLANTE
ALEJANDRA MARIA SCOTTO
ELISA PAULA TAGLIARINI
MARÍA LAURA TROTTA
GLADIS ELISABET VITELLI
BLANCA NIEVES ZAPATA
Casa Beatrice - Associazione Dante
Alighieri di Rosario
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He nacido en un día del comienzo del verano de 1973, a los nueve años.
Hasta ese momento mi vida, y todos lo acontecimientos que ocurrían en
el mundo, eran dos cosas separadas que no podían encontrarse de ningún
modo. Estaba en mi casa, en mi patio, en mi ciudad; con mis padres, mis
hermanos, los compañeros de escuela, los parientes y mis amigos, y en otro
planeta ocurrían los hechos que miraba por televisión.
Cada tanto los grandes hablaban del mundo y de Italia en particular; por
lo tanto había interés sobre las cosas que ocurrían fuera de nuestra vida.
Pero todos nosotros, de todos modos, no teníamos nada que ver. Y yo todavía menos.
Apenas había terminado la escuela. Máximo, mi compañero de banco,
me invitaba a jugar con él por las tardes.
Era muy rico, tenía una mansión gigantesca en Briano.
Había apenas conocido un chico del pueblo, bajo, con muchas pecas, y
pocos cabellos; no sabía quedarse quieto, hablaba sólo en dialecto y nos
parecía que supiese todo de cada cosa, como si fuese un adulto dentro del
cuerpo de un chico. Nosotros estábamos callados, lo escuchábamos y después hacíamos todo lo que él hacía. Dijo que nos llevaría a un lugar secreto, si teníamos el coraje. Nosotros dijimos pronto que sí, aunque teníamos
miedo. Nos vimos el día después, era tarde, y el sol no bajaba nunca, y el
chico con las pecas nos dijo que lo siguiéramos. Recorrimos un bosque,
él sabía muy bien cómo moverse, por dónde ir. Lo había hecho ya tantas
veces, dijo. Y también dijo que no deberíamos hablar con nadie. Nosotros
juramos, sin hacer preguntas.
Llegamos delante de un muro. Bastante alto, pero no demasiado alto. Un
poco más, decía y nos abría camino. Caminábamos rozando el muro con
el hombro. Después llegamos a un punto y él dijo: aquí. Metió el pie en un
agujero, que él conocía, se impulsó arriba, se agarró al borde y se trepó.
Hagan como yo, dijo. Y saltó hacia la otra parte, desapareciendo. Máximo
hizo exactamente lo mismo.
Ahora me tocaba a mí. Del otro lado, Máximo me decía, dale, saltá. De
este lado, tenía miedo de no lograrlo. Me agarré al muro, metí el pié buscando de encontrar un punto que pudiese sostenerme, me tiré hacia arriba con fuerza, y con mucho más esfuerzo del que había visto hacer a los
otros dos, aplastando el pecho contra el borde, me trepé al muro. Y salté
abajo. No había nadie esperándome. Estaba siempre en medio de los árboles, pero de la otra parte del muro y la luz llegaba fuerte: los árboles, me dí
cuenta, eran pocos. De pronto, más allá, vi a los dos, parados, que miraban
a su alrededor.
Entonces salí a la luz, también yo.
Claro, lo había entendido enseguida que aquel muro era el muro de la
Reggia. Todos sabíamos, en Caserta, que comenzaba en el centro de la ciudad, y subía sobre las colinas. Pero nunca había calculado el perímetro del
interior con las medidas del exterior. Es decir, cuando el chico había dicho,
aquí, no me podía dar cuenta de dónde nos encontrábamos. Entonces,
quedé sin aliento.
Estábamos en la cima, apenas bajo la cascada, el punto que cualquiera deseaba alcanzar, cuando entraba en la Reggia. Avancé lentamente, con una
mano que rozaba el agua del otro lado del borde de la gran fuente, atraído
por la estatua de una mujer semidesnuda, cubierta por un paño flameante
apoyado en las partes que no se debían ver.
227 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
IIC Buenos Aires
CASTETS MARÍA ALEJANDRA
CESCON NICOLÁS
GALOFRE SILVIA
LEAL DE BRUM MYRIAN
Associazione Dante Alighieri, Tigre
torna al sommario
Nací en un día al inicio del verano de 1973, a los nueve años.
Hasta ese momento mi vida y todos los hechos que sucedían en el mundo eran dos entidades separadas, que no podían encontrarse de ninguna
manera. La pasaba en mi casa, en mi jardín, en mi ciudad, con mis padres,
mis hermanos, compañeros de escuela, parientes y amigos. Y en algún otro
planeta ocurrían los hechos que miraba por televisión. De vez en cuando,
los adultos hablaban del mundo y de Italia en particular, por lo tanto, había
interés hacia aquello que acontecía fuera de nuestra vida. Pero nosotros no
teníamos nada que ver, y yo todavía menos.
Acababa de terminar la escuela, Máximo, mi compañero de banco, me
invitaba por la tarde a jugar en su casa. Era muy rico, vivía en una mansión en Briano. Había conocido hacía poco a un niño del pueblo, bajo, con
muchas pecas y poco cabello; era inquieto, hablaba solo en dialecto y nos
parecía que lo sabía todo, como si fuese un adulto dentro del cuerpo de un
niño. Nosotros estábamos callados, lo escuchábamos y después hacíamos
lo que él hacía. Dijo que nos llevaría a un lugar secreto, si teníamos coraje.
Nosotros dijimos rápido que sí aunque teníamos miedo. Nos vimos al día
siguiente, era tarde, pero el sol aún no se ponía y el muchachito de pecas
nos dijo de seguirlo. Recorrimos un bosque, él sabía bien cómo moverse,
adonde ir. Ya lo había hecho muchas veces, dijo. Y dijo también que no deberíamos hablar de eso con nadie. Nosotros juramos sin hacer preguntas.
Llegamos a un muro. Bastante alto, pero no demasiado. Todavía faltaba
un poco, decía, y nos marcaba el camino. Caminamos rozando el muro
con el hombro. Después llegamos a un punto y dijo: aquí. Metió el pie en
un pequeño hueco que conocía, se agarró del borde y se encaramó. Hagan como yo, dijo, y saltó, desapareciendo. Máximo hizo exactamente lo
mismo.
Me tocaba a mí ahora, de allá Máximo decía: dale, saltá. De acá, tenía
miedo de no lograrlo. Me aferre al muro, puse el pie buscando encontrar
un punto del cual sostenerme, me jalé con fuerza hacia arriba, con mucha
más dificultad de lo que había visto hacerlo a los otros; aplastando todo el
pecho contra el borde, me subí al muro y salte. No había nadie esperándome. Seguía en el medio de los árboles pero del otro lado del muro, y la luz
llegaba fuerte. Me dí cuenta que los árboles eran pocos. Inmediatamente,
vi a los dos adelante, quietos, miraban a su alrededor.
Entonces salí a la luz yo también.
Cierto, había comprendido rápidamente que aquel muro era el de La
Reggia. Todos lo sabíamos, en Caserta, que comenzaba en el centro de la
ciudad y subía por las colinas. Pero no había calculado nunca el perímetro
interno con las medidas del exterior. Es decir, cuando el muchacho dijo:
aquí – no pude darme cuenta donde nos encontrábamos.
Por lo tanto me quedé sin aliento.
Estábamos en la cima, apenas bajo la cascada, el punto que cualquiera
deseaba alcanzar cuando entraba en La Reggia. Avancé lentamente, con
una mano rozaba el agua en el borde la gran fuente, atraído por la estatua
de una mujer semidesnuda, cubierta con una tela etérea apoyada sobre las
partes que no necesitaban ser vistas.
228 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
IIC Buenos Aires
GRACIELA BERALDO
ROSANA BERGAMINI
CLAUDIA BRACHETTI
MARÍA CRISTINA COLÓN
ANDREA DOBAL
ALBERTO GIACHETTI
JUAN ANTONIO MELLINO
Università di Buenos Aires
torna al sommario
Nací un día a comienzos del verano de 1973, a los 9 años.
Hasta ese momento mi vida y todos los hechos que ocurrían en el mundo eran dos entidades separadas, que no podían encontrarse de ningún
modo. Mi vida transcurría entre mi casa, mi patio, mi ciudad, con mis padres, mis hermanos, los compañeros de la escuela, los parientes y los amigos, y en otro planeta sucedían los hechos que miraba por televisión. Cada
tanto los mayores hablaban de eso, del mundo y de Italia en particular; por
lo tanto había interés por aquello que pasaba fuera de nuestra vida. Pero
nosotros, de todos modos, no teníamos nada que ver. Y mucho menos yo.
Hacía poco habían terminado las clases. Massimo, mi compañero de
banco, me invitaba a jugar con él por las tardes. Era muy rico y tenía una
casa gigantesca en Briano. Hacía poco había conocido a un chico del
pueblo, bajo, lleno de pecas y con poco pelo. No podía quedarse quieto.
Hablaba solo en dialecto y nos parecía que sabía de todo, como si fuese
un adulto atrapado en el cuerpo de un niño. Nosotros nos quedábamos
callados, lo escuchábamos y después lo imitábamos. Dijo que nos llevaría
a un lugar secreto si teníamos el valor suficiente. Nosotros contestamos
rápidamente que sí, aunque teníamos miedo. Nos vimos al día siguiente,
era tarde pero el sol no se ocultaba nunca, y el chico de pecas nos invitó a
seguirlo. Recorrimos un bosque. Él sabía muy bien cómo moverse, donde
ir. Lo había hecho muchas veces, dijo. Y agregó que no debíamos hablar
con nadie. Nosotros lo juramos sin hacer preguntas.
Llegamos frente a un muro. Bastante alto pero no mucho. “Todavía falta un poco” decía y se abría camino. Caminábamos rozando el muro con
la espalda. Después llegamos a un punto y él dijo: “aquí”. Metió el pie en
un pequeño agujero que conocía, con impulso se aferró al borde y subió.
Hagan como yo, dijo, y se tiró al otro lado, desapareciendo. Massimo hizo
exactamente lo mismo.
Ahora me tocaba a mí. Desde allá Massimo decía: dale, saltá. Tenía miedo de no poder hacerlo. Me agarré del muro, metí el pie intentando encontrar un punto que pudiera sostenerme. Trepé con fuerza, con mucho
más trabajo del que había visto hacer a los otros dos y aplastando el pecho
contra el borde, conseguí pararme sobre el muro. Salté. No había nadie
esperándome. Estaba todavía entre los árboles pero del otro lado, y la luz
llegaba con fuerza. Me di cuenta que los árboles no eran tantos. Enseguida
vi a los otros dos, quietos, mirando alrededor.
Entonces salí a la luz yo también.
Y ahí entendí rápidamente que aquel muro era el muro de la Reggia. En
Casserta todos lo sabíamos, comenzaba en el centro de la ciudad y subía
hasta las colinas. Pero nunca había calculado el perímetro interior con las
medidas externas, por lo tanto, cuando el chico dijo aquí, no podía darme
cuenta donde nos encontrábamos.
Entonces me quedé sin aliento.
Estábamos en la cima, casi bajo la cascada. El punto que todos deseábamos alcanzar ni bien entrábamos a la Reggia. Avancé lentamente, con una
mano que rozaba el agua, más allá del borde de la gran fuente, atraído por
la estatua de una mujer semidesnuda, cubierta por un paño etéreo apoyado sobre las partes que no era necesario ver.
229 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
IIC Buenos Aires
CATALINA DE JULIO
Scuola Italiana Cristoforo Colombo
torna al sommario
Nací el día en que comenzó la primavera en 1973, a los nueve años.
Hasta ese entonces mi vida, y todos los hechos que pasaron en el mundo, eran dos identidades separadas, que no se podían encontrar de ningún
modo. Estaba en mi casa, en mi patio, en mi ciudad; con mis papás, hermanos, compañeros de colegio, mis parientes y amigos- en otro planeta
pasaban las cosas que miraba por la televisión. Cada tanto los grandes
hablaban, del mundo y en particular, de Italia, entonces había interés hacia
lo que sucedía afuera de nuestra vida. Pero todos nosotros, en cada caso, no
teníamos nada que ver. Y yo, todavía menos.
Recién había terminado la escuela. Máximo, mi compañero de banco,
me había invitado a jugar con él a la tarde. Era muy rico, tenía una casa
gigantesca en Briamo. Apenas había conocido un jovencito del país, bajo,
con tantas pecas y poco pelo; nunca estaba quieto, hablaba solamente en
dialecto, y nos parecía que sabía todo de cada cosa como si fuese un adulto
dentro del cuerpo de un jovencito. Nosotros estábamos callados, lo escuchábamos y después hacíamos lo que él hacía. Dijo que nos iba a llevar a un
lugar secreto, si teníamos coraje. Nosotros dijimos que sí, aunque teníamos
miedo. Nos vimos al día siguiente, era tarde pero el sol nunca terminaba de
bajar, y el joven con las pecas nos dijo de seguirlo. Atravesamos un bosque,
él sabía muy bien como moverse, adónde ir. Lo había hecho tantas veces,
dijo. Y dijo también que no tendríamos que hablar con nadie. Nosotros
juramos, sin hacer preguntas.
Llegamos delante de un muro. Muy alto, pero no tanto. Todavía un poco,
decía, y nos mostraba la calle. Caminamos rozando el muro con la espalda. Después llegamos a un punto y él dijo: acá. Puso el pie en un pequeño
agujero que sabía que había. Se balanceó, se enganchó al borde de este y se
subió. Hagan como yo, dijo. Y saltó al otro lado, desapareciendo. Máximo
hizo exactamente lo mismo.
Me tocaba a mi, ahora. Allá, Máximo decía: dale , saltá. De este lado, tenía
miedo de no poder hacerlo. Me enganché al muro, puse el pie tratando de
encontrar un punto que pudiera aguantar, me tiré con fuerza, y con mucha
más fatiga de la que hicieron los otros dos, apretando todo el torso contra
el borde, me paré sobre el muro y salté hacia abajo. No había nadie más
esperándome. Estaba siempre en el medio de los árboles, pero del otro lado
del muro, y la luz llegaba fuerte: los árboles, me di cuenta, eran pocos. Al
segundo vi a los dos, quietos, que miraban alrededor.
Entonces aparecí yo también.
Claro, había entendido rápidamente que aquel muro era el muro del Castillo. Todos lo sabíamos, en Caserta, que empezaba desde el centro de la
ciudad y subía en las colinas. Pero nunca había calculado el perímetro del
interno con las medidas del externo. O sea, cuando el joven había dicho:
acá- no me había dado cuenta de donde nos encontrábamos.
Entonces, me quedé sin aliento.
Estábamos en la cima, apenas abajo de la cascada, el punto que cualquiera deseaba llegar cuando entraba al Castillo. Avancé lentamente, con una
mano que rozaba el agua pasando el borde de la gran fuente, sorprendido
por la estatua de una mujer semi desnuda; cubierta por una tela al viento,
apoyada sobre las partes que no se necesitan ver.
230 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
IIC Buenos Aires
EUGENIA MOSQUERA
Scuola Italiana Cristoforo Colombo
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Nací un día de principios de verano de 1973, a los nueve años.
Hasta aquel momento mi vida, y todos los hechos que sucedían en el
mundo, eran dos entidades separadas, que no podían encontrarse de ninguna manera. Solía quedarme en mi casa, en mi patio, en mi ciudad; con
mis padres, mis hermanos, los compañeros de escuela, los parientes y los
amigos – y en otro planeta sucedían los hechos que miraba en la televisión.
Cada tanto los adultos hablaban de ello, del mundo y de Italia en particular; por lo tanto existía cierto interés hacia aquello que sucedía más allá de
nuestras vidas. Pero todos nosotros, en cualquier caso, no teníamos nada
que ver con ello. Y yo, aún menos.
Recién había terminado la escuela. Massimo, mi compañero de banco,
me invitaba a la tarde a jugar a su casa. Era muy rico, tenía una mansión gigantesca en Briano. Él había conocido hacía poco a un chico del pueblo, de
baja estatura, con muchas pecas y poco cabello; no podía quedarse quieto,
solo hablaba en dialecto, y nos parecía que supiese todo sobre cada cosa,
como si fuese un adulto en el cuerpo de un chico. Nosotros nos quedábamos callados, lo escuchábamos y después hacíamos lo que hacía él. Dijo que
nos iba a llevar a un lugar secreto, si nos atrevíamos. Nosotros dijimos enseguida que sí, aunque teníamos miedo. Nos encontramos al día siguiente,
era tarde, pero el sol no se ponía nunca, y el chico con las pecas nos dijo
que lo siguiéramos. Recorrimos un bosque, él sabía muy bien cómo moverse, donde ir. Lo había hecho muchas veces, dijo. Y dijo también que no
lo habláramos con nadie. Nosotros juramos, sin hacer preguntas.
Llegamos ante un muro. Bastante alto, pero no demasiado alto. Un poco
más, decía, y nos indicaba el camino. Caminábamos rozando el muro con
el hombro. Luego llegamos hasta un punto y él dijo: aquí. Metió el pie en un
pequeño agujero que conocía, se impulsó hacia lo alto, se aferró al borde
y tiró de sí mismo hacia arriba. Hagan como yo, dijo. Y saltó hacia el otro
lado, desapareciendo. Massimo hizo exactamente lo mismo.
Era mi turno, ahora. Desde el otro lado Massimo decía: dale, saltá. Desde
aquí, tenía miedo de no lograrlo. Me aferré al muro, puse el pie tratando
de encontrar un punto capaz de sostenerme, me impulsé con fuerza, y con
mucho más esfuerzo del que había visto hacer a los otros dos, presionando
todo el tórax contra el borde, me trepé al muro. Y salté hacia abajo. No
había más nadie esperándome. Seguía encontrándome entre los árboles,
pero desde la otra parte del muro, y la luz llegaba con fuerza: los árboles,
me di cuenta, eran pocos. Justo detrás de los árboles, los vi a los dos, quietos, que miraban a su alrededor.
Y entonces, yo también salí a la luz.
Claro, lo había entendido enseguida que ese muro era el muro del Palacio Real. Todos lo sabíamos, en Caserta, que empezaba desde el centro
de la ciudad y subía sobre las colinas. Pero no había nunca calculado el
perímetro del interior sobre la base de las medidas del exterior. Es decir,
cuando el chico había dicho: aquí no podía darme cuenta en qué lugar nos
encontrábamos.
Por lo tanto, me quedé sin aliento.
Estábamos en la cima, justo bajo la cascada, el punto que cualquiera desearía poder alcanzar cuando entraba en el Palacio Real. Avancé lentamente,
con una mano que rozaba el agua más allá del borde de la grande fuente,
atraído por la estatua de una mujer semidesnuda, cubierta por un paño
que ondeaba, apoyado en las partes que no se debían ver.
231 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
NOEMÍ LANDI
Università Nazionale di San Martín
Naci el primer día del verano del año 1973, a los 9 años cerca de aquel
momento de mi vida y todos los acontecimientos del mundo, eran dos entidades separadas que no podían encontrarse de ninguna manera. Estaba
en mi casa en mi patio , en mi ciudad, con mis padres, mis hermanos mis
compañeros de escuela, parientes y los amigos, y en otro planeta terminaban el tema que miraba en la televisión. Cada tanto los grandes hablaban
del mundo, de Italia, en particular, entonces era interesante todo aquello
que cavia afuera de lo que era nuestras vidas, pero nosotros no participábamos e nada y yo ahora mucho menos.
Apenas finalizaba la escuela, Massimo , mi compañero de banco me invitaba a la tarde a jugar con él. Era muy rico, tenía una villa enorme en
Briano. Había apenas conocido un muchachito del país bajo, con muchas
pecas y poco pelo. No sabía si estaba enfermo, hablaba solo en dialecto, parecía que sabía todo de cada cosa, como si fuera un adulto en el cuerpo de
un muchachito. Nosotros estábamos sentados, lo escuchábamos y después
hacíamos todo aquello que hacia el, decía que nos llevaría a un lugar secreto, si teníamos el coraje para hacerlo. Nosotros dijimos inmediatamente Si
¡! Aunque teníamos miedo. Nos vimos un día después, era tarde pero el sol
no se ponía nunca. Y el muchachito con pecas no dice de seguirlo, recorrimos un bosque, el sabia moverse muy bien, para donde ir… lo había hecho
tantas veces, dice. Y decía también que no debíamos contarle a nadie. Nosotros juramos sin hacer pregunta.
IIC Buenos Aires
Llegamos frente al muro. Bastante alto pero no lo suficiente, entonces
decía un poco… y hacia carrera. Caminando con la espalda pegada al
muro, después llegamos a un determinado punto y nos dice, Aquí ¡! Pone
el pie en un pequeño poso que sabía , salta en alto, se agazapó al borde y se
tiro abajo. Hagan como yo, dice. Y salto a la otra parte sabiendo. Massimo
hace exactamente lo mismo.
Me tocaba mi, de allá Massimo me decía : Dale ¡ Salta ¡!
De acá, tenía miedo de no poder lograrlo, me aferre al muro puse el pie
buscando de encontrar el punto que contenga , tome fuerza y con mucha
más fatiga de cuando había visto hacerlo a los otros dos, aplastando todo
el pecho contra el borde , me alce sobre el muro y salte. No había ninguno
esperándome. Estaba siempre en el medio de arboles pero de la otra parte
del muro, la luz llegaba fuerte: ahí me di cuenta que eran pocos los árboles.
De pronto vi a los otros dos , que miraban al entorno . Entonces fuimos
afuera, a la luz.
Cierto, lo había entendido rápidamente todo, que aquel muro era el muro
della Reggia todos la sabíamos en Caserta, que comenzaba del centro de la
ciudad y salía sobre la colina .
Pero no había nunca colocado el perimetro interno con la medida del
externo, esto quiere decir que cuando el muchachito había dicho : Aquí ¡!
No podía darme cuenta donde nos encontrábamos .Entonces me quede
sin aliento.
Estábamos en la cima, apenas debajo de la cascada, el punto exacto donde cualquiera deseaba encontrar cuando entraba en la Reggia. Avanzaba
lentamente con una mano tocaba el agua y con la otra la pared, de la grande fuente, atraído por la estatua de una mujer semidesnuda cubierta por
un paño revuelto apoyado sobre las partes que no eran necesarias ver.
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232 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
IIC Buenos Aires
MARIANO LÓPEZ
Università Nazionale di San Martín
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Naci un dia al comienzo del verano del 1973, (´73) a los nueve años.
Hasta aquel momento mi vida, y todos los hechos que ocurrieron en el
mundo, eran dos cosas separadas, que no podian encontrarse de ningún
modo. Me encontraba en mi casa, en mi jardín, en mi ciudad; con mis padres, mis hermanos, mis compañeros de escuela, los parientes y los amigos
– y en otro planeta se encuentran los sucesos que yo miraba en televisión.
De vez en cuando los mayores hablaban, del mundo y de la Italia en particular, por esto había interés hacia aquello que ocurria fuera de nuestra
vida. Pero no todo, en todo caso no teníamos nada que ver, y yo, aun menos.
Apenas terminaba la escuela, Massimo, mi compañero de banco, me invitaba al mediodía a jugar con el. Era muy rico, tenia una villa gigantesca em
Briano. Apenas ha conocido a un chico del pueblo, bajo, con muchas pecas
y poco pelo, no sabia estar parado, hablaba solamente en dialecto y parecía
que sabia todo de cada cosa como si fuera un adulto dentro del cuerpo
de un chico. Nosotros estábamos callados, lo escuchábamos y podíamos
hacer lo que hacia el. Decia que nos tenia que llevar a un lugar secreto, si
teníamos el coraje. Nosotros dijimos enseguida que si, también teníamos
miedo. Nos vimos al dia siguiente, era tarde, pero el sol no calentaba aun, y
el chico con las pecas nos decía de seguirlo.
Recorrimos un bosque, el sabia muy bien como moverse, donde andar.
Lo ha hecho tantas veces, dijo. Y dijo además que no debíamos hablar con
ninguno. Nosotros juramos sin hace preguntas.
Llegamos delante a un muro. Bastante alto, pero no tan alto. Todavía
un poco, decía, y se hacia camino. Caminabamos rozando el muro con la
espalda. Luego llegamos en un punto y el dijo: aquí. Puso el pie en un pequeño agujero que sabia, se empujo en lo alto; se aferro al borde y se tiro
arriba. Háganlo como yo, dijo. Y salto hacia el otro lado, desapareciendo.
Massimo hizo exactamente lo mismo.
Me tocaba a mi, ahora. A partir de ahí, Massimo decía, dale, salta. Me
aferre al muro, puse el pie intentando encontrar un punto que pudiese sostenerme, tirándome arriba con fuerza, y con mucha mas fatiga de cuanto
hubiera visto hacer a los otros dos, hechando todo el torax contra el borde, me ize sobre el muro. Y salte arriba. No estaba ninguno esperándome.
Estábamos siempre en medio de arboles, pero de la otra parte del muro la
luz llegaba fuerte: los arboles, mi recuento, eran pocos. Inmediatamente
enseguida otros dos vi, parados, que se veian internos.
Entonces yo también sali a la luz.
Cierto, lo había entendido inmediatamente que aquel muro, era el mismo
del palacio. Todos lo sabíamos, en Caserta, que comenzaba en el centro de
la ciudad y terminaba colina arriba. Pero no habíamos nunca calculado el
promedio de lo interno con la medida del exterior. Es decir cuando el muchacho dijo: aquí - no podía darme cuenta de donde nos encontrabamos.
Por lo tanto me quede sin aliento.
Estábamos en la cima, justo debajo de la cascada, el punto que cualquier
persona deseaba lograr cuando entraba al palacio. Avance lentamente, con
una mano que rozaba el agua sobre el borde de la gran fuente, atraídos por
la estatua de una mujer semidesnuda, cubierta por un paño agitante, reposando en las partes que no necesitaban verse.
233 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
IIC Buenos Aires
MARTA INÉS RINALDI
Università Nazionale di San Martín
torna al sommario
Nací un día, al inicio del verano de 1973, a los nueve años.
Hasta aquel momento de mi vida, todos los hechos que sucedían en el
mundo, eran dos entidades separadas, que no podían encontrarse de ningún modo. Estaba en mi casa, en mi patio, en mi ciudad, con mis hermanos, mis compañeros de escuela, mis parientes y los amigos. En otro planeta, sucedían los hechos que miraba en televisión. Cada tanto, los grandes
hablaban del mundo y de la Italia en particular. Entonces, eran intereses
frente aquello que sucedía fuera de nuestra vida. Pero todos nosotros, en
cada caso, no teníamos nada que ver y yo todavía menos.
Apenas había terminado la escuela, Massimo, mi compañero de
banco, me invitaba al atardecer a jugar con él. Era muy rico, tenía una casa
gigantesca en Briano. Apenas había conocido a un joven del pueblo, bajo,
con tantas pecas y pocos cabellos, no sabía estar quieto, hablaba solamente en dialecto, nos parecía que sabía todo de cada cosa como si fuera un
adulto dentro del cuerpo de un jovencito. Nosotros estábamos callados, lo
escuchábamos y después hacíamos aquello que hacia él. Dijo que nos habría traído a un sitio secreto, si teníamos el coraje, nosotros dijimos rápido
sí, aunque tuviéramos miedo. Nos vimos el día después, era tarde, pero el
sol no se metía nunca, y el joven con las pecas nos dijo de seguirlo. Recorrimos un bosque, él sabía como moverse, donde andar, lo había ya hecho
tantas veces dijo, y dijo también que no deberíamos haberlo hablado con
ninguno. Nosotros juramos sin hacer preguntas.
Llegamos delante a un muro, bastante alto, pero no muy alto, todavía un poco más decía, nos hacía pie. Caminábamos rozándolo con los
hombros, después llegamos a un punto y él dijo: Aquí, puso el pie en un
pequeño agujero, que sabía, que si se expulsaba en alto alcanzaría el borde,
y se subió con fuerza. Hagan como yo dijo, y saltó a otra parte, desapareciendo. Massimo hizo exactamente lo mismo.
Me tocaba a mí ahora, Massimo decía, dale, salta. De acá, tengo
miedo de no hacerlo, me agarré al muro, puse el pie buscando de encontrar
un punto que me podría sujetar, me tiré arriba con fuerza, y con mucho
cansancio de cuanto había visto hacer a los otros dos, aplastando todo el
tórax contra el borde, me trepé sobre el muro. Y salté abajo. No estaba más
nadie esperándome, estaba siempre en medio de los árboles, pero de la
otra parte del muro, la luz llegaba fuerte: los árboles, me di cuenta, eran
pocos. Rápido, más allá vi a los dos, quietos, que se miraban entre ellos.
Ahora vengan fuera, a la luz, también yo.
Cierto, lo había comprendido rápido, que aquel muro, era el muro
de la Reggia. Todos lo sabían en Caserta, que comenzaba del centro de la
ciudad y subía sobre las colinas. Pero no había nunca calculado el perímetro del interior con la medida del exterior. Es decir, cuando el jóven había
dicho: aquí no me podía dar cuenta de donde nos encontrábamos. Entonces, me quedé sin aliento. Estábamos en la cima, apenas bajo la cascada, el
punto es que, quien quiera, deseaba alcanzarlo cuando entraba en la Reggia. Avancé lentamente, con una mano, rozaba el agua, más allá del borde
de la gran fuente, agarrado de la estatua de una mujer semidesnuda cubierta con un paño ondulante, apoyado sobre las partes que no necesitaba ver.
234 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
IIC Buenos Aires
LUCIANA BAIS
IVONNE GOMEZ
SALMA MAIDANA
VICTORIA MIÑO
JIMENA PANIAGUA
Istituto Giuseppe Verdi
torna al sommario
Yo nací un día de inicio de verano de 1973 a los 9 años.
Hasta aquel momento de mi vida, y todos los hechos que sucedían en
el mundo, eran dos identidades separadas, que no podían encontrarse de
ningún modo. Yo estaba en mi casa, en mi patio, en mi ciudad, con mis
padres, mis compañeros de escuela, parientes y amigos - Y en otro planeta sucedían las cosas que veía en la televisión. Cada tanto los grandes
hablaban, del mundo y de Italia en particular; entonces era de interés las
cosas que suceden fuera de nuestra vida, pero nosotros en algunos casos,
no teníamos nada que ver. Y yo, aún menos.
Apenas había terminado la escuela, Massimo, mi compañero de banco,
me invitaba a la tarde a jugar con él. Era muy rico, tenía una villa gigantesca en Briano. Apenas había conocido a un niño del pueblo, bajo, con
muchas pecas y poco cabello; no sabía estar quieto; hablaba solo el dialecto
y parecía que sabía todo de cada cosa como si fuese un adulto dentro del
cuerpo de un niño. Nosotros estábamos callados, lo escuchábamos y luego
hice lo que hacia él. Dijo que nos llevaría a un lugar secreto, si teníamos el
coraje. Nosotros le dijimos que si, aunque teníamos miedo. Nos vimos el
día después, era tarde pero el sol no cayó, y el niño con pecas nos dijo que
lo siguiera. Pasaríamos por un bosque, él sabía bien como moverse, donde
ir lo había hecho tantas veces, dijo también que no debíamos hablar con
ninguno, nosotros juramos ir sin hacer preguntas.
Llegamos delante de un muro lo suficientemente alto pero no demasiado
alto. Un poco más decía y nos mostraba el camino caminábamos tocando
la pared con el hombro. Luego llego un punto y el dijo: aquí. El pie en un
pequeño agujero que el sabia, presiono la parte superior, se aferró al borde
y se tiró hacia arriba. Hagan como yo. Y saltó al otro lado desapareciendo.
Massimo hizo exactamente lo mismo.
Me tocaba a mi, ahora. Más allá, Massimo decía: Dale salta de acá, tenía
miedo de no hacerlo. Me agarre del muro, puse mi pie buscando encontrar
un punto del que pudiese agarrarme, saque con fuerza y con mucho mas
esfuerzo de que yo había visto hacer a los otros dos, aplastando el pecho
contra el borde, yo me alcé en la pared y salte. No había nadie esperando.
Yo estaba siempre entre los árboles, pero del otro lado del muro, la luz llegaba fuerte: el árbol, me di cuenta que, eran pocos. Vi un poco más allá de
los dos, que se miraban alrededor. Entonces Salí yo también a la luz.
Cierto, me di cuenta rápidamente que aquel muro era el muro de la Reggia de Caserta, todo lo que sabíamos era que comenzaba en el centro de
la ciudad y salía sobre la colina, pero nunca había calculado el perímetro
desde el interior con las medidas de afuera, quiero decir, cuando el niño
había dicho - aquí –No podía darse cuenta de donde estábamos.
Cuando di un grito ahogado.
Estábamos en la parte superior, justo debajo de la cascada, el punto que cualquier
persona desearía alcanzar cuando entraba al palacio. Avance lentamente, con una mano que tocaba el agua sobre el borde de la grande fuente.
Atraídos por la estatua de una mujer semidesnuda cubierta con un paño
que agita, colocado en las partes que no se tenían que ver.
235 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
IIC Buenos Aires
CAMILA MORETTI
JOHANNA FERNÁNDEZ
SOFÍA CASAS
GABRIELA MOLINA CEJAS
LORENA GUERRA
FIORELLA GONZALEZ
Istituto Giuseppe Verdi
torna al sommario
Nací a principios de verano de 1973, a los 9 años.
Hasta este momento mi vida, y todos los hechos que sucedían en el mundo, eran dos entidades separadas, que no podían encontrarse de ninguna
manera. Yo estaba sentado en mi casa, en mi patio trasero, en mi ciudad;
con mis padres, mis hermanos, mi compañero de escuela, parientes y amigos. Y en otro planeta sucedían los hechos que miraba en la televisión. Todos los adultos que hablaban del mundo y de Italia en particular; Así que
había intereses en lo que estaba pasando fuera de nuestras vidas. Pero todos, en caso de cualquier manera, no teníamos nada que ver. Y yo menos.
Acababa de terminar la escuela. Cuando mi compañero de banco
Máximo, me invito a jugar con él. Era muy rico, tenía un chalet gigante en
Briano. Acababa de conocer a un niño del pueblo, bajo, con un montón de
pecas y pelo corto; no podía quedarse quieto, solo hablaba en un dialecto,
que nos parecía saber todo acerca de todo, como si se tratara de un adulto
en el cuerpo de un niño. Estábamos en silencio, escuchando y entonces
hacíamos lo que él hacía. Dijo que nos llevaría a un lugar secreto, si teníamos el coraje. Dijimos que si, ahora mismo aunque teníamos miedo. Nos vimos al día siguiente, pero ya era tarde, pero nunca caía el sol y el niño con
pecas nos dijo de seguirlo, fuimos hacia un bosque, él sabía perfectamente
cómo moverse, dónde ir. Ya lo había hecho tantas veces, dijo. Y también
dijo que nosotros no debemos hablar de eso con nadie, Juramos sin hacer
preguntas.
Llegamos en frente de una pared. Lo suficientemente alta pero no demasiado alta solo un poco, dijo, y marcaba el camino caminabas al tocar la
pared con el hombro. Luego llegamos a un punto y nos dijo: -Aquí. Puso
el pie en un pequeño agujero que el sabia, subió, agarro el borde y se tiro.
Haz lo que yo hago, el dijo. Salto desde el otro lado, desapareciendo hizo
exactamente lo mismo.
Aquí, tenía miedo de no tener éxito. Me aferre a la pared, puse mi pie
tratando de encontrar un punto en el que me podía sostener, me tire arriba
con fuerza, y con mucha más fatiga de lo que había visto hacer a los otros
dos, apretando todo el pecho contra el borde, me alcé solo a la pared. Y
salte. No había más nadie que me esperaba. Yo estaba siempre entre los
árboles, pero sino del otro lado de la pared, y la luz llegaba fuerte a los arboles, me di cuenta de que eran pocos. Vi un poco mas allá de los dos, que
se miraban a su alrededor. Luego Salí a la luz yo también.
Sin duda, supe inmediatamente que esa pared era la pared del palacio.
Todo lo sabíamos en Caserta, que comenzaba desde el centro de la ciudad y salía hasta las colinas. Pero nunca había calculado el perímetro de las
medidas internas desde afuera. Es decir, cuando el niño había dicho aquí
que no podía darse cuenta de donde estábamos por lo tanto me quede sin
aliento.
Estábamos en la parte superior, justo debajo de la cascada el punto en el
que cualquier persona quería lograr cuando entraba en el palacio. Avanza
lentamente, con una mano que tocaba el agua, sobre el borde de la gran
fuente, atraído por la estatua de una mujer semidesnuda, cubierta por un
paño que parecía agitar, puesto en las partes que no se tenían que ver...
236 Il desiderio di essere come tutti
Spagnolo
Ambasciata d’Italia a L’Avana
JESSIE ROBAINA SUÁREZ
Università di L’Avana
torna al sommario
Nací un día cuando comenzaba el verano de 1973, hace nueve años.
Hasta aquel momento, mi vida y absolutamente todo lo que ocurría en el
mundo eran dos entidades separadas, que no podían encontrarse de ninguna manera. Permanecía en mi casa, en mi finca, en mi ciudad; con mis
padres, hermanos, compañeros de escuela, parientes y amigos – mientras
que en otro planeta ocurría todo lo que veía en la televisión. De tanto en
tanto, las personas mayores hablaban, del mundo y de Italia en particular;
por lo que era claro que estaban interesadas en lo que pasaba fuera de nuestras vidas. Pero ninguno de nosotros teníamos nada que ver con eso; y yo,
menos todavía.
Las clases acababan de terminar. Máximo, mi compañero de asiento me
invitaba a jugar en su casa por las tardes. Tenía una villa gigantesca en Briano pues el dinero no le faltaba. Hacía poco había conocido un muchacho
de la región. Era bajito, pecoso y casi calvo; no sabía cómo estar quieto, sólo
hablaba en dialecto y nos parecía que sabía de todo como si fuera un adulto
en el cuerpo de un niño. Nos manteníamos callados, lo escuchábamos y
después hacíamos lo que él hacía. Dijo que si teníamos valor, nos llevaría
a un lugar secreto. Rápidamente dijimos que sí, aunque teníamos miedo.
Nos encontramos el día después, era tarde, pero el sol no se había puesto
todavía y el muchacho de las pecas nos dijo que lo siguiéramos. Recorrimos un bosque, él sabía muy bien cómo moverse, hacia dónde ir. Dijo que
lo había hecho muchas veces. Y dijo también que no debíamos hablar con
nadie. Sin preguntar nada, juramos no hacerlo.
Llegamos hasta un muro. Bastante alto, pero no lo suficiente. Todavía
falta un poco- nos decía mientras nos guiaba. Caminábamos rozando el
muro con el hombro. Después llegamos a un punto donde él dijo -aquí.
Metió el pie en un pequeño agujero, se impulsó hacia arriba y se agarró
del borde del muro hasta que logró subirse. Hagan lo mismo que yo- dijo.
Y saltó hacia la otra parte desapareciendo de nuestra vista. Máximo hizo
exactamente lo mismo.
Ahora era mi turno. Desde el otro lado Máximo me decía: dale, salta. Desde este, yo casi temblaba por no poder hacerlo. Me agarré fuertemente
del muro. Apoyé el pie tratando de encontrar un punto de donde pudiera
sujetarme, escalé con fuerza, y con mucho más trabajo que los otros dos,
raspándome todo el pecho contra el borde, me subí en el muro. Y salté hacia abajo. No había nadie esperándome. Estaba en medio de los árboles,
pero ahora; en la otra parte del muro, y me di cuenta que eran pocos porque había mucha luz. De pronto vi a los otros dos, estáticos, mirando el
entorno.
Me di cuenta enseguida que aquel muro era el muro del Palacio Real. En
Caserta, todos sabíamos que comenzaba en el centro de la ciudad y terminaba en las colinas. Pero nunca había calculado el perímetro del interior
teniendo en cuenta las medidas del exterior. Lo que significa que cuando
el muchacho dijo: “aquí” no había podido darme cuenta de dónde nos encontrábamos.
Entonces me quedé sin aliento.
Estábamos en la cima, casi debajo de la cascada, que era el lugar donde
todos querían llegar una vez en el palacio. Avancé lentamente, rozando con
la mano el agua de la gran fuente, atraído por la estatua de una mujer semidesnuda, cubierta de un manto que parecía volar con el viento, apoyado en
las partes que no era preciso ver.
237 Il desiderio di essere come tutti
Svedese
IIC Stoccolma
MAJ-BRITT ASMELASH
ELIN COCCO
HELENE DI TELLA
ARTHUR EDGREN
FABIO GIULIARI
LINNEA LINDMARK
JENNIFER ROSENPIL
Università del Dalarna
Jag föddes i början på sommaren 1973, när jag var nio.
Fram till den stunden var allt som hände i världen och mitt liv två olika
saker, som inte på något sätt skulle kunna mötas. Mitt liv var hemma, på
min gård, i min stad med mina föräldrar, mina syskon, mina skolkamrater,
släkt och vänner. På en annan planet hände saker jag bara såg på tv. Ibland
pratade de vuxna om världen och om Italien än mer. Så det fanns alltså ett
intresse för det som hände utanför vår värld och utanför våra liv. Men vi
hade i alla fall inget med det att göra. Ännu mindre jag.
Skolan hade precis slutat. Massimo, min bänkkamrat, bjöd in mig att leka
hemma hos honom på eftermiddagen. Hans familj var rik och de hade en
gigantisk villa i Briano. Han hade nyligen lärt känna en kort pojke från byn
med massa fräknar och lite hår. Pojken kunde aldrig sitta still och pratade
enbart dialekt. Vi tyckte att han verkade kunna allt om allting, som om han
vore en vuxen man i en liten pojkes kropp. Tysta lyssnade vi till honom, det
han gjorde, gjorde vi också. Han sa att om vi var modiga nog skulle han ta
med oss till en hemlig plats. Vi var rädda men vi svarade ja direkt. Dagen
efter träffades vi. Det var sent men solen verkade aldrig gå ner och pojken
med frackarna bad oss följa honom. Vi gick genom en skog; han visste precis hur han skulle röra sig och var vi skulle gå. Han hade varit där förut, sa
han, och fick oss att lova att vi aldrig skulle tala om detta med någon. Vi
svor, utan att ställa några frågor.
Vi kom fram till en mur, hög men inte för hög. Lite till, sa han, och visade
oss vägen. Våra axlar snuddade vid muren. Han stannade till och sa: här.
Han stoppade in foten i ett litet hål i muren som han redan kände till, tog
sats, tog tag i ovansidan av muren och hävde sig upp. Gör som jag, sa han.
Sen hoppade han ner på andra sidan och försvann. Massimo gjorde precis
likadant.
Nu var det min tur. Där, ifrån andra sidan, sa Massimo: kom igen, hoppa.
Här, var jag rädd att inte klara det. Jag greppade muren, sökte med foten
efter ett ställe som kunde bära mig, jag drog mig upp med bröstet tryckt
mot kanten, men med mycket större möda än de andra två. Och jag hoppade ner. Ingen väntade på mig. Jag var fortfarande bland träden, men på
andra sidan muren. Ljuset var starkt: träden, insåg jag, var få. Längre fram
såg jag båda, stilla tittandes omkring sig.
Då gick jag ut i ljuset, jag också.
Naturligtvis hade jag förstått att muren var Slottsmuren. Alla i Caserta
visste att muren började mitt i stan för att sedan stiga upp mot kullarna.
Men jag hade inte räknat ut omkretsen och jämfört med insidan av muren innan och när pojken hade sagt: här, visste jag inte var vi skulle hamna
någonstans.
När det gick upp för mig, tappade jag andan.
Vi var på toppen, just nedanför vattenfallet, dit vem som helst som
besökte slottsparken önskade gå. Långsamt gick jag fram, med ena handen längs vattnet på andra sidan fontänkanten. Jag drogs mot statyn av en
halvnaken kvinna, enbart täckt av en fladdrande tygbit, som dolde de delar
som det inte var meningen att man skulle se.
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238 Il desiderio di essere come tutti
Svedese
JAN HAGERLID
Università di Uppsala
Jag föddes en dag i början av hösten 1973, nio år gammal.
Fram till det ögonblicket var mitt liv och allt det som hände i världen två åtskilda storheter som inte kunde mötas på något sätt. Jag höll till i
mitt hem, på min gård, i min stad; med mina föräldrar, mina bröder, mina
skolkamrater, släktingar och vänner – och på en annan planet utspelade
sig de saker jag såg på TV. Då och då pratade de vuxna om dessa saker, om
världen och om Italien i synnerhet; således fanns det ett intresse för det
som hände utanför våra liv. Men vi hade alla hur som helst inget med det
att göra. Och jag ännu mindre.
IIC Stoccolma
Skolan hade precis slutat. Massimo, min bänkkamrat, bjöd mig hem till
sig för att leka på eftermiddagen. Han var mycket rik och hade en gigantisk
villa i Briano. Massimo hade precis lärt känna en liten kille från byn, kortväxt, med många fräknar och lite hår; det var en kille som inte kunde sitta
stilla, som bara talade dialekt och gav intryck av att han visste det mesta om
allt som om han vore en vuxen i en liten killes kropp. Vi var tysta, lyssnade
på honom och gjorde sedan efter honom. Han sade att han skulle ta oss till
ett hemligt ställe, om vi vågade. Vi sade genast ja, trots att vi var rädda. Vi
sågs dagen efter, det var sent, men solen gick aldrig ner, och pojken med
fräknarna sade åt oss att följa efter honom. Vi tog oss igenom skogen, han
visste mycket väl hur man skulle röra sig och vart man skulle gå. Han sade
att han redan hade gjort det här många gånger förut. Han tillade att vi inte
fick berätta om saken för någon. Vi lovade, utan att ställa några frågor.
Vi kom fram till en mur. Ganska hög, men inte alltför hög. ”En bit till”
sade han och banade väg för oss. Vi gick vidare längs muren, så nära att vi
snuddade den med axeln. Sedan kom vi till en punkt där han sade: ”här”.
Han satte foten i ett litet hål som han kände till, pressade sig uppåt, tog tag i
kanten och drog sig upp. ”Gör som jag” sade han, hoppade till andra sidan
och försvann. Massimo gjorde precis likadant.
Sedan var det min tur. Massimo ropade från andra sidan: ”kom igen,
hoppa”. Där jag stod kände jag mig rädd för att inte klara det. Jag tog tag i
muren, satte dit foten och försökte hitta en punkt för att få stöd, drog mig
upp med kraft och med mycket större ansträngning än vad jag hade sett
de andra behöva, tryckte bröstkorgen platt mot krönet och drog mig upp
på muren. Sedan hoppade jag ner. Det fanns inte längre någon där som
väntade på mig. Jag var fortfarande mitt ibland träden, men på andra sidan
muren, och ljuset var starkt; där var det glest med träd, insåg jag. Plötsligt
såg jag de andra två, som stillastående såg sig omkring. Då gick jag ut i
ljuset jag med.
Javisst, jag förstod genast att det här var muren till det kungliga slottet. Alla i Caserta visste det, att den började i centrum av staden och gick
upp på kullarna. Men jag hade aldrig satt den inre omkretsen i relation
till måtten från utsidan. Det vill säga, när pojken sade: ”här” – var jag inte
förmögen att inse var vi befann oss.
Så därför stannade jag till och tappade andan.
Vi var uppe på toppen, just under vattenfallet, den punkt vem som helst
som gick in på slottsområdet ville komma till. Jag tog mig fram långsamt,
med en hand som snuddade vid vattnet på utsidan av den stora fontänen,
och drogs till statyn av en halvnaken kvinna, täckt av ett fladdrande tyg
som vilade på de delar man inte borde se.
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239 Il desiderio di essere come tutti
Tedesco
IIC Amburgo
ULRIKE BÜHLER
Università di Amburgo
Ich bin an einem Tag Anfang des Sommers 1973 als neunjähriger geboren worden.
Bis zu diesem Augenblick waren mein Leben und all das Geschehen auf der Welt
zwei getrennte Einheiten, die sich keinesfalls begegnen konnten.
Ich hielt mich in meinem Haus, in meinem Hof, in meiner Stadt auf; mit meinen
Eltern, meinen Brüdern, meinen Schulkameraden, meinen Verwandten und meinen Freunden – und auf einem anderen Planeten ereignete sich das Geschehen,
das ich im Fernsehen sah. Mehrmals sprachen die Erwachsenen darüber, über die
Welt und über Italien besonders; folglich gab es ein Interesse gegenüber dem, was
außerhalb unseres Lebens geschah. Aber auf jeden Fall hatten wir alle nichts damit
zu tun. Und ich noch weniger.
Die Schule war gerade aus. Massimo, mein Banknachbar, lud mich nachmittags
zu sich zum Spielen ein. Er war sehr reich und hatte eine riesige Villa in Briano. Er
hatte gerade einen kleingewachsenen Dorfjungen mit vielen Sommersprossen und
wenig Haaren kennengelernt; er konnte nicht stillhalten, sprach nur im Dialekt.
Uns erschien er wie jemand, der über alles Bescheid wusste, so als wäre er ein Erwachsener im Körper eines Jungen. Wir waren still, hörten ihm zu und dann machten
wir, was er machte. Er sagte, dass er uns an einen geheimen Ort bringen würde,
wenn wir den Mut dazu hätten. Wir sagten sofort ja, auch wenn wir Angst hatten.
Den Tag darauf sahen wir uns. Es war schon spät, aber die Sonne ging nie unter
und der Junge mit den Sommersprossen sagte uns, dass wir ihm folgen sollten.
Wir liefen durch einen Wald. Er wusste bestens, wie man sich in ihm bewegte und
wohin es ging. Er hatte das schon viele Male gemacht, sagte er. Er sagte auch, dass
wir mit niemandem darüber reden dürften. Wir schworen, ohne Fragen zu stellen.
Wir kamen an einer Mauer an. Ziemlich hoch, aber nicht zu hoch. Noch ein bisschen, sagte er und zeigte uns den Weg. Wir liefen die Mauer, sie mit der Schulter
streifend, entlang. Dann erreichten wir einen Punkt und er sagte: hier. Er stellte
seinen Fuß in ein kleines Loch, das er kannte, stemmte sich in die Höhe, klammerte
sich am Mauerrand fest und zog sich hoch. Macht es wie ich, sagte er. Und er sprang
auf die andere Seite und verschwand. Massimo machte genau dasselbe.
Jetzt war ich an der Reihe. Von drüben rief Massimo: komm schon, spring. Von
hier hatte ich Angst, es nicht zu schaffen. Ich klammerte mich an der Mauer fest,
stellte suchend meinen Fuß auf einen Punkt, der mich halten konnte, zog mich mit
aller Kraft nach oben und mit viel mehr Mühe, als wie ich sie bei den anderen beiden gesehen hatte, drückte ich meinen Brustkorb gegen den Mauerrand und hievte
mich hinauf. Dann sprang ich hinunter. Da war keiner mehr, der auf mich wartete.
Ich war immer noch inmitten von Bäumen, nur diesmal auf der anderen Seite der
Mauer und starkes Licht fiel ein: es waren nur wenige Bäume, wie mir klar wurde.
Plötzlich sah ich etwas weiter die zwei, die sich still umschauten.
Also ging auch ich ins Licht hinaus.
Sicher, ich hatte sofort verstanden, dass jene Mauer die Mauer des Königpalastes
war. Wir alle in Caserta wussten, dass er im Zentrum der Stadt begann und bis zu
den Hügeln hinaufreichte.
Aber ich hatte niemals anhand des Innenumfangs die Außenmaße berechnet.
Als der Junge nämlich gesagt hatte: hier – konnte ich nicht begreifen, wo wir uns
befanden.
Folglich blieb mir der Atem stehen.
Wir waren ganz oben gerade unterhalb der Kaskade, dem Punkt, den sich jeder
zu erreichen wünschte, sobald er den Königspalast betrat. Ich bewegte mich langsam vorwärts, wobei eine Hand das Wasser an der Kante des großen Brunnens
streifte, angezogen von der Statue einer halbnackten Frau, die mit einem flatternden Tuch verhüllt war, das die Stellen bedeckte, die man nicht sehen sollte.
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240 Il desiderio di essere come tutti
Tedesco
K. MÜLLER VON DER HEYDEN
Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura
Geboren wurde ich an einem Tag zu Beginn des Sommers 1973, im Alter von
neun Jahren.
Bis zu diesem Moment waren mein Leben und all’ die Ereignisse, die in der Welt
geschahen, zwei völlig getrennte Belange, die in keinster Weise etwas miteinander
zu tun haben konnten. Ich war in meinem Haus, in meinem Hof, in meiner Stadt;
mit meinen Eltern, meinen Geschwistern, den Schulkameraden, den Verwandten
und den Freunden - und auf einem anderen Planeten geschahen die Ereignisse, die
ich im Fernsehen sah. Hin und wieder sprachen die Großen darüber, über die Welt
und über Italien im besonderen; folglich bestand Interesse an dem, was außerhalb
unseres Lebens geschah. Aber wir alle hatten damit rein gar nichts zu tun. Und ich
noch weniger.
Die Schule war gerade eben zu Ende. Massimo, mein Banknachbar, lud mich
nachmittags zum Spielen bei ihm ein. Er war sehr reich und hatte eine gigantische
Villa in Briano. Gerade hatte er einen Jungen aus dem Dorf kennen gelernt, klein
gewachsen, mit vielen Sommersprossen und wenigen Haaren; er konnte nicht stillhalten, sprach nur Dialekt und es kam uns so vor, dass er von allem alles wusste,
als steckte ein Erwachsener in dem Körper eines kleinen Jungen. Wir schwiegen,
hörten ihm zu und machten dann, was er machte. Er sagte, dass er uns an einen
geheimen Ort brächte, wenn wir den Mut hätten. Wir stimmten sofort zu, auch
wenn wir Angst hatten. Wir trafen uns am nächsten Tag, es war spät, aber die Sonne
ging nie unter, und der Junge mit den Sommersprossen forderte uns auf, ihm zu
folgen. Wir durchquerten einen Wald, er wusste
IIC Berlino
bestens, wie man sich zu bewegen und wo man zu gehen hatte. Er hatte das schon
viele Male gemacht, sagte er. Und er sagte auch, dass wir darüber mit niemandem
sprechen sollten. Wir schwuren es, ohne weitere Fragen zu stellen.
Wir kamen vor einer Mauer an. Ziemlich hoch, aber doch nicht zu hoch. Noch
ein bisschen weiter, sagte er und bahnte uns einen Weg. Wir liefen und streiften
dabei mit der Schulter die Mauer. Dann kamen wir an einer Stelle an, und er sagte:
Hier. Er setzte seinen Fuß in ein kleines Loch, das er kannte, stieß sich nach oben
ab, klammerte sich an den Rand und zog sich hoch. Macht es so wie ich, sagte er,
sprang auf der anderen Seite hinunter und verschwand. Massimo machte genau
dasselbe.
Nun war ich an der Reihe. Dort sagte Massimo: Los, spring! Hier hatte ich Angst, es nicht zu schaffen. Ich klammerte mich an die Mauer, setzte den Fuß auf der
Suche nach einer Stelle, die mir Halt geben könnte, zog mich mit aller Kraft hoch
und mit weitaus größerer Anstrengung, als ich diese bei den anderen beiden gesehen hatte, den ganzen Brustkorb gegen den Rand drückend, zog ich mich auf die
Mauer hoch und sprang hinab. Es war niemand mehr da, um auf mich zu warten.
Ich befand mich immer noch inmitten der Bäume, aber auf der anderen Seite der
Mauer, und das Licht war grell: Die Bäume, bemerkte ich, waren weniger. Gleich
dahinter sah ich die beiden sofort, wie sie still standen und umher sahen.
Dann kam auch ich heraus ans Licht.
Gewiss, das hatte ich sofort begriffen, dass diese Mauer die Mauer der Reggia war.
Alle wussten wir das, in Caserta, dass sie im Zentrum der Stadt begann und hinauf
auf die Hügel führte. Aber ich hatte noch nie den Umfang des Inneren anhand der
Abmessungen von außen berechnet. Das bedeutet, dass, als der Junge “Hier” gesagt
hatte, ich nicht gewahr werden konnte, wo wir uns befanden.
Folglich war ich sprachlos.
Wir waren oben, knapp unter dem Wasserfall, der Stelle, die jeder zu erreichen
wünschte, wenn er die Reggia betrat. Ich ging langsam vorwärts, ließ dabei eine
Hand das Wasser jenseits des Randes des großen Springbrunnens streifen, angezogen von der Statue einer halbnackten Frau, die mit einem wehenden Tuch bedeckt
war, das um die Körperteile geschlungen war, die man nicht sehen sollte.
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241 Il desiderio di essere come tutti
Ucraino
IIC Kiev
HANNA BEY
IRYNA BOYKO
SVITLANA BURYAK
VIKTORIYA VASYLIV
MARTA DRYK
KHRYSTYNA KALYN
ANASTASIYA PETRUSHENKO
OKSANA KOTSYUBYNSKA
NATALIYA LOZYNSKA
MARIANA PAVLYUK
NATALIYA SULYK
Università Nazionale Ivan Franko
di Leopoli
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Я народився на початку літа 1973-го у віці дев’яти років.
До цієї миті моє життя і все, що відбувалося у світі, були двома окремими
вимірами, що в жодному разі не могли б перетнутися. Я був у себе вдома, у
себе на подвір’ї, у своєму місті; з моїми батьками, братами, однокласниками,
родичами та друзями, а в той час в іншому світі тривало життя, яке я бачив
лише по телевізору. Іноді дорослі розмовляли про всі ці події, про світ
загалом, а особливо про Італію, а відтак було цікаво дізнаватися про те, що
відбувалося поза межами нашого життя. Але всі ми у будь-якому випадку не
мали до цього жодного стосунку. А я – тим паче.
Щойно закінчився шкільний рік. Массімо, мій сусід по парті, часто
запрошував мене гратися до себе після обіду. Він був дуже багатим, мав
величезну віллу в Бріано. Массімо нещодавно познайомився із сільським
хлопчиком, низьким на зріст, із ластовинням, проте у нього не було багато
волосся. Той хлопчисько був невгамовним, розмовляв лише на діалекті, і
нам здавалося, що він знав усе про все, неначе дорослий в тілі дитини. Ми
мовчки слухали його, а тоді робили те, що й він. Одного разу він сказав, що
проведе нас до таємного місця, якщо будемо відважні. Незважаючи на страх,
ми одразу погодилися. Наступного дня ми зустрілися; було пізно, але сонце
ще не зайшло. Хлопчик із ластовинням сказав нам іти слідом. Ми пішли
через ліс; він чудово знав, як рухатися й куди йти. Сказав, що робив це вже не
раз, і додав, що ми нікому не повинні про це розповідати. Ми заприсяглися
без зайвих запитань.
Ми опинилися навпроти стіни, досить високої, але не надто. «Ще трохи»,
– говорив він і показував нам дорогу. Ми рухалися, торкаючись стіни
плечима. Як тільки ми дійшли до певного місця, він сказав: «Тут». Поставив
ногу в невеличку щілину у стіні, про яку вже знав, відштовхнувся, схопився
за край і підтягнувся. «Робіть, як я», – сказав. Стрибнув на інший бік і зник.
Массімо зробив точнісінько так само.
Тепер була моя черга. Із-за стіни лунав голос Массімо: «Давай стрибай!».
Однак із цього боку мені було страшно, що не впораюся. Я схопився за стіну,
поставив ногу, шукаючи опори, на якій би я втримався, із силою підтягнувся,
однак я доклав набагато більше зусиль, аніж двоє інших, притиснувся
грудьми до краю і видряпався на стіну. І зістрибнув додолу. Та на мене ніхто
вже не чекав. Я знову опинився поміж дерев, проте з іншого боку стіни; тут
було світліше, я зауважив, що дерев було менше. Трохи далі побачив двох, які
стояли непорушні й оглядалися навкруги.
І я теж вийшов на світло.
Звісно, я відразу зрозумів, що стіна належала королівському палацу.
У Казерті всі знали, що стіна починалася з центру міста і підіймалася на
пагорби. Але я ніколи не порівнював її внутрішні розміри з зовнішніми.
Отож коли хлопець сказав: «Тут», – я не міг усвідомити, де ми знаходимося.
Мені перехопило подих.
Ми були на вершині, відразу під водоспадом, у тому місці, де б мріяв
побувати кожен, хто потрапляв у королівський палац. Я повільно просувався
вперед, ледь торкаючись рукою води, що витікала з великого фонтану,
заворожений статуєю напівоголеної жінки. Легка тканина прикривала її
частини тіла, що не були призначені для споглядання.
Giorgio Pressburger
242 Non dirmi che hai paura
Storia umana
e inumana
Bompiani
Un viaggio “dantesco” tra figure storiche, grandi dittatori, grandi filosofi e
grandi artisti, personaggi della Divina Commedia, protagonisti della contemporaneità come il camorrista Sandokan e Nelson Mandela, figure amate
e rimpiante come il nonno e il fratello Nicola... Tutte le presenze del libro vengono a costituire una galleria ricchissima e sfaccettata che impone al protagonista di ripensare alla propria vita collocandola sia all’interno della storia
millenaria del popolo ebraico, sia sullo sfondo del recente “secolo breve” – quel
Novecento che ha segnato la sua esistenza e che più che mai si è accanito contro i valori supremi dell’amore e della libertà.
torna al sommario
Caro Professore1,
come vede sono ancora qui a chiederle aiuto, proprio
a lei, che per cinque anni mi è stato vicino giorno
per giorno, e mi ha fatto uscire dal Regno Oscuro in cui stavo
errando. Le chiedo aiuto anche se la vita mi è
meno pesante rispetto all’altra volta, ma ancora e ancora
è ostile. Vorrei però, almeno questa volta, percorrere
la Regione Profonda in cui mi trovo, con le mie
forze, e inviarle solo per iscritto il resoconto del
mio cammino, come si usa nell’esame doloroso di
se stessi, della propria anima2.
Così spero di poter
varcare per la seconda volta la barriera terribile tra
vita e morte. Come vedrà, per non sentirmi solo
ho scelto per me una compagna di strada, un altro me
stesso che mi parli3, ma vorrei ugualmente venire a trovarla
di tanto in tanto per andare avanti con lei con lei
che è la nostra guida. Con vergogna le chiedo di chiosare
i fascicoli che le invierò e rimandarli al mio indirizzo.
Intanto ecco il primo tentativo.
La prego, la prego, m’aiuti ancora.
1
La figura del Professore appare già nel primo volume di Storia umana e inumana (Nel regno
oscuro), e vi ha un ruolo determinante. Il professor Freud, terapeuta di molti personaggi della
borghesia a lui coeva (prima metà del Novecento) è morto due anni dopo la nascita dell’Autore, quindi non può essere presente nella sua vita reale, e tuttavia anche questa affermazione è da
considerarsi un po’ superficiale, giacché le presenze nelle nostre persone non si limitano ai vivi,
tutt’altro. E anche dal punto di vista biologico in noi vive una lunghissima catena di incroci,
mutazioni, eredità culturali, quindi Freud può essere benissimo una guida reale, vivente ed
efficace. Ma pensiamo che tutto ciò non necessiti davvero di una spiegazione.
2
La traduzione esatta della parola greca psiché è appunto “anima”. Quindi la psicoanalisi, e
nell’ambito di questa, anche ciò che si chiama “autoanalisi”, letteralmente rimanda all’esame
dell’anima, della propria anima. Quanto si allarga l’orizzonte pensando a questo, quanto l’esame di se stessi diventa un fatto universale! Il concetto di anima peraltro ha una lunga storia in
tutte le civiltà della tetta e accompagna molti esseri umani – non tutti – da decine e decine di
migliaia di anni. Ma anche su ciò si sono spese già parecchie parole. Ogni lettore può pensare
e informarsi sull’argomento a suo piacere, volontà o buona fortuna.
3
Qui l’Autore pare ribadire di essersi informato sui modi e protocolli dell’autoanalisi a suo
tempo praticata da Freud, e oggi d’obbligo per tutti coloro che vogliono intraprendere la professione iniziata dal Grande Viennese.
Giorgio Pressburger è nato a Budapest nel 1937. È regista teatrale e cinematografico, si occupa di musica, collabora ai principali quotidiani italiani, ed è direttore dell’Istituto italiano di
cultura in Ungheria.romanzi sono tradotti in molte lingue straniere. Il suo nuovo romanzo è
Il tempo migliore della nostra vita (2015).
Storia umana e disumana © 2014 Giorgo Pressburger
ISBN 978 8845274091
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[email protected]
243 Storia umana e disumana
Armeno
Ambasciata d’Italia a Erevan
ANI AVETYAN
Università Statale di Erevan
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Նախերգանք
Սիրելի պրոֆեսոր, ինչպես տեսնում եք, ես կրկին Ձեզանից
օգնություն եմ խնդրում: Հենց Ձեզանից, որ հինգ տարվա
ընթացքում օր օրի ինձ ավելի մտերիմ դարձաք և ինձ դուրս
հանեցիք Մութ Թագավորությունից, որտեղ թափառում էի: Ձեզ
եմ դիմում օգնության համար, նույնիսկ եթե կյանքս այնքան էլ
բարդ չէ համեմատ ուրիշ անգամվա, բայց շարունակում է մնալ
չարակամ: Այնուամենայնիվ, գոնե այս անգամ կցանկանայի
շրջել խոր տարածությամբ, որտեղ գտնվում եմ ինքս ինձանով
և Ձեզ ուղարկել միայն գրվաոր տեսքով ճանապարհորդությանս
տպավորությունները՝ ելնելով իմ սեփական հոգու դաժան
փորձից: Այսպիսով, հուսով եմ, որ կկարողանամ երկրորդ անգամ
անցնել կյանքի և մահվան սարսափելի պատնեշը: Ինչպես
կտեսնեք, ինձ միայնակ չզգալու համար ճանապարհիս ուղեկից
եմ ընտրել հենց ինքս ինձ, որ խոսեմ, բայց հավասարապես
կցանկանայի գալ Ձեզ գտնելու այնքան շատ, որ առաջ գնայի
Ձեզ հետ, Ձեզ հետ, որ իմ առաջնորդն եք: Անհարմար եմ զգում,
բայց Ձեզ եմ ուղարկում գրքույկներս, որպեսզի մեկնաբանեք և
դրանք ուղղարկեք իմ հասցեով:
Այսպիսով ահա առաջին փորձը:
Խնդրում եմ Ձեզ, խնդրում եմ նորից օգնել ինձ:
244 Storia umana e disumana
Coreano
IIC Seoul
JANG YEJI
Università di Studi Stranieri di Busan
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교수님께,
보시다시피 저는 교수님께 도움을 청하기 위해 이렇게 편지를 올립니다.
교수님께서는 5년 동안 늘 제 곁에 계시며 제가 방황하던 그 어둠
의 세계에서 벗어날 수 있게 도와주셨습니다. 예전에 비하면 덜하지
만 인생은 저에게 여전히, 여전히 힘든 것이어서 이렇게 요청하는 것입
니다. 하지만, 적어도 이번만큼은 이 심연에서 저 스스로의 힘으로 벗어
나, 그 힘든 여정을 글로 남겨 교수님께 보내고 싶습니다. 여느 사람들이
그들 내면의, 영혼의 시련을 스스로 이겨내고 난 뒤 그러하듯이 말이죠. 그
래서 이번에도, 생애 두 번째로, 삶과 죽음 사이에 있는 그 끔찍한 장
벽을 넘을 수 있기를. 교수님께서도 곧 알게 되시겠지요. 저는 혼자라고 느
끼지 않기 위해서, 제 인생의 동반자를, 바로 교수님께서 말씀하신 또
다른 나를 선택한 것입니다. 하지만 한편으로는, 앞으로 나아가기 위해
교수님과 함께 이따금씩 동반자를 발견해보고 싶은 생각도 듭니다. 부
끄럽지만 저는 교수님께 제 기행문에 주석을 달아 다시 저의 주소로 보
내주기를 부탁 드리는 것입니다.
일단 이렇게 한발 내딛습니다.
부디, 제발 한번만 더 저를 도와주세요.
245 Storia umana e disumana
Francese
IIC Rabat
NOURA FOUQADE
IMANE MOHAMADI
Scuola Italiana Paritaria di
Casablanca «Enrico Mattei»
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Cher Professeur
Comme vous voyez je suis encore ici à vous demander de l’aide,
spécialement à vous, qui a été toujours là pour moi pendant cinq ans,
jour après jour, et qui m’avez fait sortir du Sombre Royaume dans
lequel j’errais. Je vous demande de l’aide même si la vie est moins
lourde que l’autre fois, mais elle est de plus en plus hostile. Je voudrais, au moins cette fois, parcourir la profonde région dans laquelle
je me trouve, avec toute ma force , et vous envoyer par écrit le compte
rendu de mon chemin, comme ainsi s’utilise dans la douloureuse
épreuve de moi-même, de ma propre âme. J’espère pouvoir dépasser
pour la deuxième fois la terrifiante frontière entre la vie et la mort.
Comme vous le verrez, pour ne pas me sentir seul, j’ai choisi un compagnon pour mon chemin, un autre moi-même qui me parle, mais
je voudrais également vous trouver de temps en temps pour avancer avec vous, avec vous qui êtes mon guide. Humblement je vous
demande de commenter les fascicules que je vous adresserai et que
vous renverra à mon adresse. Pour l’instant voilà mon premier essai.
Jje vous en prie, je vous en prie, aidez moi.
246 Storia umana e disumana
Lettone
EVIJA MEDNE
EVA LAZDIŅA
MĀRĪTE SALNĀJA
Centro per l’Educazione
degli Adulti di Cesis
Dārgo profesor1,
kā redzat – atkal esmu klāt, lai lūgtu Jūsu palīdzību. Tieši Jūsu, kurš
piecus gadus diendienā bijāt man līdzās un mani izvedāt no Tumsas
Valstības, kurā maldījos. Lai arī dzīve man vairs nav tik smaga kā
toreiz, tā joprojām ir naidīga. Taču šoreiz no tumsas valstības, kurā
atkal esmu nonācis, es gribētu izkļūt pats saviem spēkiem, bet Jums
nosūtīt rakstisku pārskatu (ziņojumu) par savām gaitām, kā jau to
dara sāpīgajā sevis, savas dvēseles analīzē. Es ceru, ka tādējādi man
arī otrreiz izdosies pārvarēt šausminošo barjeru, kas šķir dzīvību
un nāvi. Kā Jūs to redzēsiet – lai nejustos pavisam viens, esmu sev
izvēlējies ceļabiedru, ar ko aprunāties – savu otro es, un tomēr – reizi pa reizei es vienalga gribētu ierasties un satikt Jūs, lai tālāk dotos
kopā ar Jums, kurš esat mans ceļvedis. Pazemīgi Jūs lūdzu izanalizēt
manas Jums nosūtītās pierakstu burtnīcas un atsūtīt tās atpakaļ uz
manu adresi.
Bet tagad – lūk, te būs pirmais mēģinājums.
Es Jūs lūdzu, Jūs ļoti lūdzu, palīdziet man vēlreiz.
Ambasciata d’Italia a Riga
¹Profesora tēls sastopams jau pirmajā sējumā Storia umana e inumana (Nel regno oscuro),
kur tam ir visai noteicoša loma. Profesors Freids – daudzu savu līdzgaitnieku (deviņpadsmitā
gadsimta pirmās puses) buržuāzijas pārstāvju terapeits, nomira divus gadus pēc grāmatas autora nākšanas pasaulē un līdz ar to nevarēja reāli piedalīties viņa dzīvē. Taču šāds apgalvojums
būtu jāvērtē kā nedaudz virspusējs, jo ikvienā personā esošās klātbūtnes neaprobežojas tikai ar
dzīvajiem; gluži pretēji. Arī no bioloģiskā viedokļa raugoties, mēs iemiesojam garu krustojumu,
mutāciju, kultūras mantojumu ķēdi, līdz ar to Freids pavisam labi var būt reāls, dzīvs un pārliecinošs ceļvedis. Taču, mūsuprāt, to visu nudien nav nepieciešams izskaidrot.
²Grieķu vārda psiché precīzs tulkojums ir tieši “dvēsele”. Līdz ar to psihoanalīze un viss ar
to saistītais, arī tas, ko dēvējam par “pašanalīzi”, burtiski norāda uz dvēseles, savas dvēseles
izmeklēšanu. Cik gan ļoti, domājot par to, paplašinās apvārsnis un sevis izmeklēšana kļūst par
universālu notikumu! Turklāt, jēdzienam “dvēsele” jebkurā zemeslodes kultūrā ir gara vēsture
un simtiem tūkstošus gadus tā pavada daudzas cilvēciskas būtnes – kaut arī ne visas. Taču arī
šim tematam ir jau iepriekš veltīta uzmanība. Katrs lasītājs par šo tēmu var domāt un spriest
pēc savas patikas, vēlēšanās vai kā paveicas.
³Šķiet, te autors vēlreiz apstiprina, ka ir iepazinies ar Freida savulaik praktizētās pašanalīzi,
tās veidiem un protokoliem, kas šodien ir obligāta visiem, kuri grib darboties lielā vīnieša
aizsāktajā specialitātē.
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247 Storia umana e disumana
Portoghese
CLARA S. PEREIRA DA COSTA
Università di San Paolo
Caro Professor 1
como vê ainda estou aqui a lhe pedir ajuda, logo ao senhor, claraque por
cinco anos esteve ao meu lado dia após dia, e mefez sair do Reino Obscuro
no qual estava vagando. Peço-lhe ajuda ainda que a vida esteja menos pesada para mim em relação à outra vez, mas seja ainda mais hostil. Queria
porém, ao menos esta vez, percorrer a Região Profunda na qual me encontro, com as minhas forças, e enviar-lhe só por escrito o relatório do meu
caminho, como se usa no exame doloroso de si mesmo, da própria alma
2
. Assim espero poder transpor pela segunda vez a barreira terrível entre
vida e morte. Como verá, para não me sentir sozinho escolhi para mim
uma companheira de estrada, um outro mim mesmo que fale comigo 3, mas
queria igualmente vir encontrá-lo de tempo em tempo para seguir adiante
com o senhor com o senhor que é o meu guia. Com vergonha peço-lhe para
glosar os dossiês que lhe enviarei e mandá-los de volta ao meu endereço.
Enquanto isso, eis a primeira tentativa. Imploro-lhe, imploro-lhe, ajude-me
de novo.
IIC San Paolo
1
A figura do Professor aparece já no primeiro volume de História Humana e Inumana (No
Reino Obscuro) e tem um papel determinante. O professor Freud, terapeuta de muitos personagens da burguesia a ele coeva (primeira metade do séc. XX) morreu dois anos depois do
nascimento do Autor, então não pode estar presente na sua vida real, e, todavia esta informação
também deve ser considerada um pouco superficial, já que as presenças nas nossas pessoas
não se limitam aos vivos, muito pelo contrário. E também do ponto de vista biológico em nós
vive uma longuíssima cadeia de cruzamentos, mutações, heranças culturais, portanto Freud
pode muito bem ser um guia real, vivo e eficaz. Mas pensamos que tudo isso não necessite
realmente de uma explicação.
2
A tradução exata da palavra grega psiché é exatamente “alma”. Então a psicanálise, e no
âmbito dessa, também aquilo que se chama “autoanálise”, literalmente remete ao exame da
alma, da própria alma. Quanto se alarga o horizonte pensando nisso, quanto o exame de si
mesmos torna-se um fato universal! O conceito de alma por outro lado tem uma longa história
em todas as civilizações da terra e acompanha muitos seres humanos – não todos - há dezenas
e dezenas de milhares de anos. Mas até sobre isso se gastaram já muitas palavras. Cada leitor
pode pensar e informar-se sobre o assunto de seu gosto, vontade ou boa sorte.
3
Aqui o Autor parece reforçar que está informado sobre os modos e protocolos da autoanálise em seu tempo praticada por Freud, e hoje obrigatório para todos aqueles que queiram
empreender a profissão iniciada pelo Grande Vienense.
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248 Storia umana e disumana
Spagnolo
MARTHA FILOMÍA
Associazione Dante Alighieri di Lanus
Querido Profesor;
Como ve estoy todavía aquí para pedirle ayuda propiamente a Ud. Que
por cinco años ha estado cerca de mí día a día y me ha hecho salir del Reino Oscuro en el cual estuve errando. Le pido ayuda además pues la vida
aunque es menos pesada respecto a la otra vez, sin embargo todavía me es
hostil. Querría por al menos esta vuelta, recorrer la Región Profunda en la
cual me encuentro, con mis fuerzas, y mandarle solo por escrito el informe
de mi camino, como se usa en el examen doloroso de la misma alma. Así
espero poder cruzar por la segunda vuelta la terrible barrera entre la vida
y la muerte. Como verá por no sentirme solo elegí para una compañera de
camino a otro que me converse, pero querría igualmente venir a encontrarlo
de tanto en tanto para avanzar con Ud. Que es mi guía. Con vergüenza le
pido hojear los fascículos que le enviaré y devolverlos a mi dirección.
Mientras tanto es aquí mi primera tentativa. Le ruego, le ruego me
ayude aún
IIC Buenos Aires
1
La figura del Profesor aparece ya en el primer volumen de Historia Humana e Inhumana
(en el Reino Oscuro) y se ve un rol determinante. El profesor Freud, terapeuta de muchos personajes de la burguesía a él coetáneos (primera mitad del novecientos) murió dos años después
del nacimiento del autor, luego no pudo estar presente en su vida real y sin embargo asimismo
estas afirmaciones son de considerarse un poco superficiales, ya que las presencias en nuestras
personas no se limitan a los vivos, todo lo contrario. Además desde el punto de vista biológico
en nosotros vive una larguísima cadena de cruces, mutaciones, herencias culturales por lo tanto
Freud pudo ser bien una guía real, viviente y eficaz. Pero pensamos que todo esto no necesita
2
La traducción exacta de la palabra psiché es justamente “alma” Luego el psicoanálisis, y
en el ámbito de esta, también esto que se llama autoanálisis literalmente remite nuevamente al
examen del alma, de la propia alma. Cuanto se alarga el horizonte pensando en esto, cuanto
el examen de ellos mismos se vuelve un hecho universal. El concepto de alma para otro tiene
una larga historia en todas las civilizaciones de la tierra y acompaña muchos seres humanos, no
todos, de decenas y decenas de millares de años. Pero además esto deja demasiadas palabras.
Hoy el lector puede pensar e informarse sobre argumento a su gusto, voluntad o buena suerte.
3
Aquí el autor para ratificar el estar informado sus modos y protocolos del autoanálisis de
su tiempo practicado de Freud, es hoy obligatorio para todos aquellos que quieran emprender
la profesión iniciada del gran Vienés.
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249 Storia umana e disumana
Spagnolo
IIC Buenos Aires
SANDRA GEL
Associazione Dante Alighieri di Lanus
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Querido Profesor1,
Como ve estoy todavía aquí
para pedirle ayuda, justamente a
usted, que durante cinco años estuvo junto a mí
día a día, y me ha
hecho salir del Reino Oscuro en el que erraba.
Le pido ayuda aunque
la vida
me pese menos que la vez anterior,
pero todavía, aún
todavía me es hostil.
Quisiera, por lo menos esta vez,
recorrer
la Región Profunda
en la cual me encuentro, con mis fuerzas,
y
enviarle sólo por escrito
el detalle de mi camino,
como se usa en
el doloroso examen de uno mismo, de la propia alma2.
Así aspiro
a poder cruzar
por segunda vez
la barrera terrible entre la
vida y la muerte.
Como verá, para no sentirme solo
elegí para
mí una compañía ocasional,
un alter ego que me hable3, pero quisiera
igualmente encontrarme con Ud.
De tanto en tanto para seguir adelante con Usted
con Usted
que es mi guía. Con vergüenza le pido que interprete los informes que le
enviaré
y los restituya a mi domicilio.
Entretanto he aquí mi primer intento.
Le ruego,
le ruego que me ayude una vez más.
250 Storia umana e disumana
Spagnolo
IIC Buenos Aires
AIUP AGUSTÍN
BEGUE MARÍA
CAPOBIANCO ROCÍO
COLUMBICH CAMILA
ELMIR SANTIAGO
FERRARI JULIA
LILLINI AGUSTINA
MARASCIUOLO MARTINA
MENICOCCI IGNACIO
MONCHIERO VALENTINA
TOBARES MAURO
TRAICO MATÍAS
KOMAR MATEO
Casa Beatrice - Centro
Dante Alighieri di Rosario
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Querido Profesor,
Como ve, estoy aquí para pedirle ayuda, justo a Ud. que durante cinco
años estuvo a mi lado, día tras día. Ayudándome a salir del Reino Oscuro
en el que vivía equivocado.
Le pido ayuda, aunque la vida sea menos pesada que la otra vez, sigue
siendo hostil.
Quisiera, al menos por ésta vez, recorrer la “Regione Profonda” en la cuál
me encuentro, con mis fuerzas, y enviárle sólo por escrito el informe de mi
camino, como se usa en el exámen doloroso de uno mismo, de la propia
alma. Así espero de poder cruzar por segunda vez la barrera terrible entre
la vida y la muerte.
Como verá, para no sentirme solo, he elegido una compañera de vida,
otro yo que me habla. Pero quisiera, de todos modos, ir a buscarla de vez en
cuando para caminar hacia delante con Ud., con Ud. que es mi guía.
Con vergüenza, le pido de glosar los fascículos que le enviaré y volver a
mandármelos a mi dirección.
Mientras tanto aquí le envío mi primera prueba.
Por favor, le ruego, ayúdeme otra vez
251 Storia umana e disumana
Spagnolo
ELSA VALDO IOSI
Università Nazionale di San Martin
Querido Profesor (1).
Como ve estoy todavía aquí pidiéndole ayuda, justo a usted, que durante cinco años estuvo cerca de mí día a día, y que me hizo salir del
Reino Oscuro en que estaba errando. Le pido ayuda si bien la vida me es
menos pesada respecto a la vez pasada,pero todavía, todavía es hostil.
Quisiera sin embargo, por lo menos esta vez, recorrer la Región Profunda en que me hallo, con mis fuerzas, y enviarle solo por escrito el resumen de mi camino,
como se usa en el examen doloroso de sí
mismos, de la propia alma (2).
Así espero poder atravesar p o r
segunda vez
la barrera terrible entre la vida y la muerte.
Como
verá, para no sentirme solo elegí para mí una compañera de camino,o t r o
mí mismo que me hable (3), pero quisiera de todos modos ir a encontrarlo
de tanto en tanto para avanzar con usted
con usted que es
mi guía. Con vergüenza le pido que comente los fascículos que le enviaré
y los reenvíe a mi dirección.
Mientras tanto he aquí mi primer intento.
Le ruego,
le ruego, me ayude aún.
IIC Buenos Aires
(1) La figura del Profesor aparece ya en el primer volumen de Historia humana e inhumana
(En el reino oscuro), y tiene un rol determinante. En profesor Freud, terapeuta de muchos
personajes de la burguesía de su tiempo (primera mitad del Novecientos) murió dos años
después del nacimiento del Autor, por lo tanto no puede estar presente en su vida real, e incluso
esta afirmación se puede considerar un poco superficial, ya que la presencia en nosotros no
se limita solo a los vivos. Y también desde el punto de vista biológico en nosotros vive una
larguísima cadena de encuentros, mutaciones, herencias culturales, por lo tanto Freud puede
ser muy bien una quía, real viviente y eficaz. Pero pensamos que todo eso no necesita realmente
una explicación.
(2) La traducción exacta de la palabra griega psiché es “alma”. Por lo tanto el psicoanálisis,
está en el ámbito de esta, también eso que se llama “autoanálisis” literalmente refiere al examen
del alma, de la propia alma. ¡Cuánto se ensancha el horizonte pensando en esto, cuánto el
examen de sí mismo se convierte en un hecho universal! El concepto de alma por otra parte
tiene una larga historia en todas las civilizaciones de la tierra y acompaña a muchos seres
humanos ―no todos― por decenas y decenas de millones de años. Pero también acerca de eso
se han dicho muchas palabras. Cada lector, puede pensar e informarse sobre el argumento a
su gusto, voluntad o suerte.
(3) Aquí el autor parece reiterar estar informados de los modos y protocolos del autoanálisis
practicado por Freud en su época, y hoy obligatorio para todos aquellos que quieren emprender la profesión iniciada por el gran vienés.
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252 Storia umana e disumana
Tedesco
IIC Berlino
KIRSTEN M VON DER HEYDEN
Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura
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Lieber Herr Professor ,
wie Sie sehen, bin ich immer noch hier,
um Sie um Hilfe zu bitten,
genau Sie,
der mir fünf Jahre lang nahe gewesen ist,
Tag um Tag,
und der mich aus dem Dunklen Reich, in dem ich umherirrte, hat heraustreten lassen.
Ich bitte Sie um Hilfe, auch wenn das Leben
mir
weniger schwer fällt im Vergleich zum letzten Mal,
aber es ist immer
und immer wieder feindselig.
Ich möchte jedoch, wenigstens dieses
Mal,
die Tiefe Region durchlaufen,
in der ich mich befinde,
mit meinen Kräften,
und den Bericht meines Weges
Ihnen nur
schriftlich zusenden
wie es üblich ist bei der schmerzlichen Erforschung
von sich selbst, von der eigenen Seele.
Auf diese
Weise hoffe ich, überwinden zu können,
zum zweiten Mal,
die
schreckliche Schranke zwischen Leben und Tod. Wie Sie sehen werden,
um mich nicht einsam zu fühlen,
habe ich für mich eine Weggefährtin
gewählt,
ein anderes Ich, das zu mir spricht, aber ich möchte Sie dennoch besuchen kommen,
von Zeit zu Zeit, um mit Ihnen vorwärts zu
gehen,
mit Ihnen, der Sie mir mein Mentor sind. Voller Scham bitte ich
Sie, die Hefte
zu kommentieren, die ich Ihnen senden werde,
und sie an meine Anschrift zurückzusenden.
Hier nun mein erster
Versuch.
Ich bitte Sie,
ich bitte Sie, helfen Sie mir nochmals.
253 Storia umana e disumana
Ucraino
KATERYNA BABICH
IULIIA BARVINCHENKO
ANASTASIA GAPON
KATERYNA KLOCHKO
VIKTORIIA PYLYPENKO
KSENIIA RETYNSKA
ANGELINA TRUBENOK
OLESIA VEKLYCH
Università Nazionale Taras Shevchenko
di Kiev
Любий Професоре1,
як бачите, я знову тут, аби просити Вашої допомоги, адже саме Ви всі
ці п’ять років були поряд зі мною, з дня у день, і саме Ви допомогли
мені вийти з Царства Тіней, в якому я блукав. Я прошу Вашої
допомоги, навіть якщо життя вже не такий тягар, як тоді, але воно все
ще проти мене.
Проте я хотів би принаймні цього разу пройти самотужки цю
Глибинну Долину, у якій я знаходжуся і відправити Вам лише
письмовий виклад мого шляху, як цього вимагає болюче пізнання
самого себе, власної душі2. Так я сподіваюсь подолати вже вдруге
жахливу межу між життям і смертю. Як Ви зможете побачити, аби
не почуватися самотнім, я обрав собі супутницю, другого мене,
який би до мене говорив3, та я все ж хотів би навідуватися до вас час
від часу, щоб далі йти з Вами, саме з Вами – моїм провідником.
З відчуттям сорому прошу Вас розтлумачити нотатки, які я Вам
відправлю та переслати їх на мою адресу.
А поки – це перша спроба.
Благаю, я Вас благаю, допоможіть мені знову.
IIC Kiev
1 Постать професора з’являється у першому томі «Історія людства і нелюдяності»
(«У Царстві Тіней»), де відіграє ключову роль. Професор Фрейд, лікар багатьох
представників буржуазії, його сучасник (перша половина ХХ ст.) помер за 2 роки
до народження Автора, а, отже, не може існувати в реальному житті Автора. І це
твердження може вважатися дещо поверхневим, адже присутність будь-кого у нашому
житті не обмежується його фізичною існуванням, навпаки. І навіть з точки зору біології
в нас закладені довжелезні ланцюги різних схрещень, мутацій, культурних надбань, і
тому Фрейд може бути справжнім провідником, цілком реальним і переконливим. Але
ми вважаємо, що це насправді не потребує пояснень.
2 Точний переклад з грецької мови cлова «psiche» і справді означає «душа». Отже,
психоаналіз, у такому розумінні ще називається «самоаналізом», буквально звертається
до пізнання душі, власної душі. Як же розширюється горизонт, коли ти про це думаєш,
як же пізнання самого себе набуває всесвітнього масштабу! Концептуальне поняття
душі, однак, має свою довгу історію в контексті різних земних цивілізацій і переслідує
багатьох людських створінь – не всіх – протягом десятків і десятків тисячоліть. Але про
те було сказано вже чимало. Кожен читач може обдумувати чи ознайомлюватися з цією
темою за бажанням, враховуючи свої вподобання чи за збігом обставин.
3 Здається, що тут автор підтверджує свою обізнаність щодо способів та правил
самоаналізу, який свого часу практикував Фрейд, та володіння яким у наш час є
обов’язковим для всіх тих, хто бажає опанувати започатковану «Великим Вінцем»
професію.
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Elisa Ruotolo
254 Non dirmi che hai paura
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Ovunque
proteggici
nottetempo
In una giornata qualsiasi dei suoi cinquant’anni, Lorenzo Girosa riceve una
lettera in cui qualcuno mostra di conoscere un segreto che da anni ha smesso
di tormentarlo: un delitto commesso quando era poco piú che bambino. Tentando di riannodare i fili di quell’epoca remota, Lorenzo racconta della grande villa in cui ha vissuto, generosa negli spazi ma gravata dalla malasorte di
casa senza figli, e della sua famiglia fatta di uomini inconcludenti e donne
compromesse. È la storia del nonno Domenico che cerca fortuna in America,
di suo padre Nicola che senza un mestiere e un talento diventa un rude saltimbanco chiamato Blacmàn, di sua madre Francesca che scappa di casa per
andare sulla pubblicità del sapone LUX. Tutti loro rivivono nello sguardo di
Lorenzo che, nascosto dietro le tende di una Villa Girosa ormai deserta, è ben
determinato a proteggere quanto di oscuro c’è nel proprio passato.
Lo chiamavano Blacmàn e immediatamente tutti capivano chi fosse.
Prima ancora del nome o di una fama qualsiasi, veniva quell’aspetto da
zingaro quale in fondo era, da prestigiatore da quattro soldi: un uomo con
mani grandi abbastanza solo per suonartele, ma non per prendere la vita
come si deve. Blacmàn era lui senza possibilità d’errore, e avrebbe messo
quasi paura se non fosse stato anche il tipo ridicolo che sapevo io: per i suoi
centimetri scarsi quanto quelli d’un ragazzo senza sviluppo, i vestiti attillati
e a strisce di colore buoni a dare impaccio piú che allegria, i baffi a manubrio tenuti lisci e rigidi come quelli d’un sovrano senza terra, e i capelli a
cespuglio, uguali al pelo degli animali che in calore se lo caricano di lappole
nei giardini. Ridicolo, come forse tutti avevano il diritto di credere tranne
io, anche se piú di tutti lo pensavo cosí, vergognandomi d’averne preso il
sangue e le ossa.
Blacmàn era mio padre. E da quando ho cominciato a capire, non ho fatto
altro che cercare prove e controprove di un’orfanezza, prima nei centimetri
che mettevo, poi nella moralità di mia madre.
Di sicuro m’aveva rubato a una famiglia normale, prendendomi in uno di
quei posti dove andava a fare spettacolo. Se chiudevo gli occhi, mi vedevo
a due anni, in una piazza qualsiasi, con una madre poco accorta che gira la
testa verso un’amica o uno specchio di vetrina mentre le mani di Blacmàn,
piccole e disoneste, con quelle dita tozze da puparo, mi afferrano d’un colpo
facendomi sparire nel carrozzone. Ecco, com’era andata.
Al maestro che un giorno ci chiese di descrivere nostro padre in due
pagine di tema glielo raccontai cosí, e lui mi segnò sul quaderno di voler
conoscere questo Blacmàn fin dal giorno dopo. Stavo ancora senza catechismo e senza comunione, e la notte prima credo che, se avessi anche solo
supposto che qualcuno poteva sentire e accordarmi un aiuto, quella volta
sí che avrei pregato di far scomparire la nota dal quaderno o dalla mente di
mio padre, o che Blacmàn partisse mentre ancora gli davo la schiena di chi
dorme. Il giorno invece arrivò presto alle persiane, infilando negli spacchi
il chiaro della scuola. Dalle chiacchiere con mia madre capii che Blacmàn
non aveva dimenticato: si lamentava come i padri veri per le imperfezioni
dei figli legittimi, come il quasi analfabeta che era e che alla prima occasione
non mancava di sentire puzza d’imbroglio nelle parole, perché quelle non
gli avevano mai dato pane.
La scuola era tutta un’idea mia, di mia madre e d’una giustizia senza cervello. Fosse stato per Blacmàn avrei provato presto il rumore sordo delle
mie suole chiodate contro il legno dei palchi montati in giro per le fiere.
Lui mi guardava riempire decine di pagine tutte uguali, allora abbassava
la testa sudata sulla carta stradale cerchiando a fatica la sua prossima sosta.
Elisa Ruotolo è nata nel 1975 a Santa Maria a Vico (Ce) dove vive tuttora. Insegna Italiano
in una scuola superiore. Ha esordito per nottetempo nel 2010, con la raccolta Ho rubato la
pioggia, vincitrice del Premio Renato Fucini e finalista al Premio Carlo Cocito 2010. Nel 2014
ha pubblicato Ovunque, proteggici, selezione Premio Strega 2014.
Ovunque proteggici © 2014 Elisa Ruotolo
ISBN 978 8874524846
[email protected]
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255 Ovunque, proteggici
Armeno
Ambasciata d’Italia a Erevan
MILENA GASPARYAN
Università Statale di Erevan
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Նրան անվանում էին Բլեքմեն, և բոլորը միանգամից հասկանում
էին, թե ով էր: Դեռ անունը չարտաբերած կամ վաստակած համբավից
առաջ աչքի էր զարնվում նրան բնորոշ գնչուի, էժանագին ձեռնածուի
արտաքինը. բավականին խոշոր ձեռքերով մի տղամարդ՝ ընդունակ
միայն հարվածելու, այլ ոչ թե ընդունելու կյանքը ինչպես հարկն է:
Բլեքմենը հենց ինքն էր, ով չուներ սխալվելու իրավունք և գրեթե վախ
կներշնչեր, եթե չլիներ նաև այն ծիծաղելի մարդը, ում ես ճանաչում
էի՝ իր ոչ լիարժեք հասակով, ինչպես մի թերհաս տղա, գունավոր,
գծավոր, կիպ գեղեցիկ հագուստով, որն ավելի շուտ շփոթություն էր
առաջացնում, քան հրճվանք, կորաձև ոլորած հարթ և կոշտ բեղերով,
ինչպես առանց թագավորության թագավորինն է լինում, և մացառուտի
նման մազերով, կարծես կենդանու մորթ լինի, որը մեծ եռանդով
իր վրա է հավաքում այգու կռատուկները: Ծիծաղելի էր, ինչպես,
միգուցե, բոլորն իրավունք ունեին համարելու, բացառությամբ ինձ,
նույնիսկ եթե բոլորից առավել ես էի այդպես կարծում՝ ամաչելով, որ
նրա մսից ու արյունից եմ:
Բլեքմենն իմ հայրն էր: Եվ այն ժամանակվանից իվեր, ինչ սկսեցի
հասկանալ այդ, փորձել եմ գտնել միայն որբությանս վերաբերող
փաստեր և հակափաստեր, սկզբում պակասող սանտիմետրերում,
հետո՝ մորս բարոյականության մեջ:
Անշուշտ, ինձ գողացել էր նորմալ մի ընտանիքից՝ վերցնելով այն
վայրերից մեկից, ուր գնում էր ներկայացում տալու: Երբ փակում
էի աչքերս, տեսնում էի ինձ երկու տարեկան հասակում մի ինչ-որ
հրապարակում անուշադիր մորս հետ, ով գլուխը շրջում է դեպի
ընկերուհին կամ ցուցափեղկի ապակին, մինչ Բլեքմենի՝ տիկնիկավարի
կարճ ու հաստ մատներով փոքր և հանդուգն ձեռքերը հանկարծակի
ինձ հափշտակում են՝ գողանալով մանկական սայլակից: Ահա՛, թե
ինպես է պատահել:
Ուսուցչիս, ով մի օր մեզ հանձնարարեց նկարագրել մեր հայրիկին
երկու էջի սահմաններում, այսպես պատմեցի, և նա տետրումս
նշեց, որ ուզում է հաջորդ օրը ևեթ տեսնել այդ Բլեքմենին: Ես դեռ
կրոնագիտություն չէի ուսումնասիրել և հաղորդություն չէի ստացել,
և կարծում եմ, որ եթե նախորդ գիշեր անգամ ենթադրեի, որ ինչոր մեկը կարող էր լսել և համաձայնել օգնել ինձ, այդ ժամանակ,
իհարկե՛, կաղոթեի, որ տետրիցս անհետանար այդ նշումը կամ
հորս մտքից դուրս գար, կամ էլ Բլեքմենը մեկներ այն ժամանակ,
երբ ես քնած էի ձևացնում: Լույսը, մինչդեռ, շուտ բացվեց և
վանդակափեղկերի ճեղքերից արևի շողը ներթափանցեց՝ հիշեցնելով
դպրոցի մասին: Մորս հետ զրույցից հասկացա, որ Բլեքմենը չէր
մոռացել. դժգոհում էր, ինչպես իրական հայրերն են իրենց օրինական
երեխաների թերություններից դժգոհում, նման անգրագետ մեկի, ով
բաց չէր թողնում բառերում շփոթմունք գտնելու առիթը, որովհետև
դրանք նրան երբեք օգուտ չէին տվել:
Դպրոցը ամբողջապես իմ, մորս և անմիտ արդարամտության
գաղափարն էր: Եթե Բլեքմենի հայեցողությունը լիներ, վաղուց
զգացած կլինեի իմ՝ գամված ներբանների խուլ աղմուկը հավաքվող
բեմի տախտակի վրա, որոնք տեղակայված են տոնավաճառների
շուրջը: Նա նայում էր, թե ինչպես էի հավասարապես լրացնում
մի քանի տասնյակ էջեր, այդ ժամանակ քրտնած գլուխը իջեցնում
էր ճանապարհային քարտեզի վրա՝ դժվարությամբ շրջանակի մեջ
առնելով իր հաջորդ կանգառը:
256 Ovunque, proteggici
Cinese
GUO YINGBIN
Università di Studi Stranieri
di Guangdong
一说起布拉克曼这个名字大家就知道他是谁了。他的名字
和身份让他从骨子里透着吉普赛人的那股气息,正如那些有
点小钱的魔术师一样。他有一双“大”手,除了鼓掌吸引观众
注意,什么都干不了。布拉克曼就是这样一个人,你绝对不
会看走眼。如果不是我了解并且知道他是个滑稽演员的话,
我或许会觉得他很可怕。他身材矮小,像一个没发育的少
年,贴身的彩条衫让人觉得局促而非欢乐。他有两撇像自行
车把似的八字胡,它们油光锃亮,这让他看上去像是落魄的
君王。他那一头浓密而杂乱的头发,好似发情动物沾满苍耳
子的皮毛。按理来说,我应当是最坚定地捍卫他尊严的人,
相反的是我却比所有人都更觉得他滑稽可笑。我甚至羞于
跟他有血缘关系。
布拉克曼是我的父亲。自打记事起我就一再想证明自己
只是他收养的孤儿。首先是我身材高大,其次是母亲和蔼可
亲,这些都为我的想法提供了依据。
Consolato Generale d’Italia a Canton
我确信我曾属于一个正常家庭,是被他在某场演出时拐
回来的。每当我闭上眼睛,我就会回到自己两岁时的一个场
景,那是一个不知名的广场,在那里我跟着一位粗心大意的
妈妈,她没有看着我,或许是在看着一个朋友,或许是在向
橱窗里张望。正在此时,布拉克曼向我伸出了邪恶的小手,
如木偶般短而粗的手指头突然抓住我,把我抓进大篷车里。
是的,事情就应该是这样的。
在我上学的时候,有一回老师让我们写一篇两页纸的习
作,题目为“我的父亲”,我就把自己对父亲的这些主观臆想
写了上去,老师在我的本子上批改道:“明天我想见一下这位
布拉克曼先生。”我那时还没读过教义,也没领过圣餐,我确
信如果那天晚上我听到某位圣人的声音,并且他愿意帮我实
现一个愿望的话,我一定祈求他帮我抹掉本子上的文字,或
者抹掉父亲脑海中这段记忆,或者能让布拉克曼在我们睡
着时抛弃妻子,离家出走。然而第二天太阳依然照常升起,
阳光透过百叶窗照进我的房间:新一天的学习伴着朝阳到
来了。在与母亲的交谈中我发现布拉克曼先生没有忘记见家
长这件事,他像其他人的爸爸一样抱怨着自己的亲生儿子是
如何的不争气,自己原来是怎样的一个文盲,他是如何地讨
厌华而不实的词藻,因为它们不能当饭吃。
在他看来,去上学完全是我和我妈在满腔的正义感中作出
的愚蠢决定。如果让布拉克曼先生来操作的话,我早就穿上
厚重的大皮靴,咚咚作响地走在舞台上准备表演了。他时常
看着我一页一页地做作业,虽然在他眼中每张纸上都被写着
一个样子的东西。看着看着,他就会低下汗珠密布的头颅,
在地图上艰难地圈定下一个表演地点。
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257 Ovunque, proteggici
Coreano
CHOI A JEONG
Università di Studi Stranieri di Busan
모두들 그를 블랙맨이라고 불렀고 그들은 금새 그가 누구인지를 알아챘다. 이름
또는 유명세를 말하기 전에 블랙맨은 몇 푼 안 되는 차력사의 어떤 집시로
부터 그 외관이 전해졌다. 그는 혼자서 사람을 때리기에 충분히 큰 손을 가졌
지만 살아가는데 있어서 그것을 이용하지는 않았다.
블랙맨은 실수를 용납하지 않는데 만약 내가 알고 있는 그의 우스꽝스러운 모
습 또한 없었더라면 사람들은 그를 두려워했을 것이다. 덜 성장한 소년 같은
땅딸막한 키, 꽉 끼는 옷과 밝아 보이기보다 정신 산만한 많은 색깔 줄무
늬들, 형편없는 왕 같은 매끄럽고 억센 구부러진 수염, 더운 날씨에 정원에
서 도깨비 풀을 뒤덮은 동물의 털 같은 덥수룩한 머리, 나는 블랙맨으로부터 피
와 뼈를 물려받은 것에 대해 아주 부끄러워했지만 나를 제외하고 모두들 그를
우스꽝스럽다고 생각 할 권리가 있다.
블랙맨은 나의 아빠였다. 하지만 나는 내 키와 엄마의 마음 씀씀이에 대
해 깨달았을 때부터 고아에 대한 증거를 찾고 반박을 했다.
사실 그는 그가 공연을 펼치는 장소에 나를 데려가기 위해서 나를 평범한 가
정에서 데려갔다. 나는 눈을 감으면 광장 속에 있는 두 살 때의 모습을 떠올린
다. 행동이 둔한 엄마가 친구나 진열장거울을 향해 고개를 돌린 사이 블랙맨은
마차에서 내리려는 어린 나를 굵직한 손으로 낚아챘다. 이것이 그때의 일이다.
어느 날 우리에게 아버지에 대한 테마로 두 페이지를 요약해오라는 선생님
에게 나는 그에게 블랙맨에 대해서 설명했다. 바로 그 다음날부터 선생님이
나에게 그에 대해 더 알고 싶다고 공책 위에 기록을 남겼다. 나는 아직 교리
와 세례를 받지 않은 어린 나이였다. 그래서 나는 전날 밤에 믿었다. 누군
가 들을 수 있고 나에게 도움을 준다면 이번 기회에 공책의 표시나 아빠가 공
책을 읽은 기억 또는 내가 등을 돌리고 자고 있는 동안 떠나버린 블랙맨으로부
터 사라지게 해달라고 기도했을 텐데..
IIC Seoul
한 날 커튼 사이로 빛이 새어 들어왔고 학교에 날이 밝아왔다.
엄마와 얘기를 하던 도중 나는 블랙맨이 잊지 않았다는 것을 깨달았다.
보상이 없어 거의 문맹인과 같고 가능한 한 빨리 복잡한 말들을 이해 할
수 없는 아이들과 같은 아들의 불완전에 대해 진짜 아빠처럼 한탄했다.
학교는 내 생각과 엄마의 생각 그리고 정의 내릴 수 없는 모든 것을 지녔다.
만약 내가 블랙맨이었다면 나는 일찍 박람회에 있는 무대 중간에서 징이
달린 신발을 신고 쿵쾅하고 소리를 냈을 것 이다. 그는 모두 같은 수십 페이지에
가득 써넣는 나를 봤다. 그 때 나는 다음 휴식장소를 위해 힘들게 안내도 위에
표시를 해가며 땀을 흘렸다.
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258 Ovunque, proteggici
Francese
ELLOUZE MERYEM
CHEMSI MERIAM
Scuola Italiana Paritaria
« Enrico Mattei »
Ils l’appelaient Blacmàn et immédiatement tous comprenaient qui il
était. Avant même de connaitre son prénom ou avant une quelconque notoriété, cet aspect de gitan qu’il était au fond, tel un prestidigitateur à quatre sous : un homme avec les mains assez grandes pour
frapper mais non pas pour prendre la vie comme il se doit. C’était
lui, Blacmàn sans possibilité d’erreur, il aurait même était capable
d’effrayer s’il n’était pas le type ridicule que je connaissais : pour ses
discrets centimètres comparables à ceux d’un garçon sans croissance, les vêtements tout serrés et à couleurs pimpantes donnaient un
dérangement plus que de la gaieté, les moustaches lisses et rigides
comparable à un guidon comme ceux d’un souverain sans terre, les
cheveux en touffe comme ces animaux au poil hérissé de bardane en
pleine période de chaleur. Ridicule, comme sûrement tout le monde
avait le droit de penser sauf moi, étant plus que quiconque celui à en
être le plus convaincu, j’avais honte d’en avoir hérité le sang et le os.
Blacmàn «était mon père. Et depuis que j’ai commencé à comprendre je ne faisais que chercher des preuves et des contrépreuves de
mon orphelinat, d’abord dans les centimètres que je prenais, enfin
dans la moralité de ma mère.
Sûrement il m’avait volé à une famille normale, en me prenant dans
l’un de ces lieux où il allait faire spectacle. Si je fermais les yeux, je m’imaginais à deux ans, dans une place quelconque, avec une mère peu
consciente qui se tourne vers une amie ou une vitrine tandis que les
mains de Blacmàn, petites et malhonnêtes, avec ses doigts trapus de
marionnettiste m’enlèvent d’un coup en me faisant disparaître dans
une caravane. Voilà comment tout s’est passé.
IIC Rabat
Au maitre qui nous avait demandé de décrire notre père en deux pages de rédactions je l’ai décrit de cette façon, il écrivit sur mon cahier
de vouloir connaître ce Blacmàn dès le jour suivant. J’étais encore
sans catéchisme et sans communion, et la nuit précédente je crois
que, si j’avais seulement supposé que quelqu’un pouvait m’écouter et
m’accorder une aide, cette fois ci j’aurais sans aucun doute prié pour
que cette note disparaisse du cahier et de l’esprit de mon père ou que
Blacmàn parte pendant que moi je dormais encore à poings fermés.
Par contre le soleil se leva aussitôt en faisant transparaitre les rayons
à travers les trous des volets. D’après les discussions avec ma mère
j’avais compris que Blacmàn n’avait pas oublié : il se plaignait comme
les vrais pères des imperfections des fils légitimes, comme le presque
analphabète qu’il était et que à la première occasion il n’hésitait pas
à sentir la puanteur de tricherie dans les paroles, parce que elles ne
l’avaient jamais nourri.
L’école était une idée complètement à moi, à ma mère et à une loi
sans cerveau. Si c’était pour Blacmàn j’aurais bientôt entendu la rumeur de mes semelles cloutées contre le parquet des scènes préparées
dans les foires. Lui, me regardait écrire des dizaines de pages toutes
pareilles, il baissait la tête pleine de sueur sur la mappe routière entourant avec peine son prochain arrêt.
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259 Ovunque, proteggici
Portoghese
MANUELA PENA GOMES
Corsi dell’Istituto Italiano di Cultura
Chamavam-lhe Blacmàn e todos percebiam imediatamente quem
era. Antes mesmo do nome, ou de uma reputação qualquer, avultava
aquele seu ar de cigano que no fundo era, ou seja o de um prestidigitador reles: um homem com mãos suficientemente grandes para dar
uma sova, mas não para agarrar a vida como ela deve ser agarrada.
O Blacmàn era ele, sem possibilidade de erro, e quase meteria medo,
não fosse também o tipo ridículo que eu sabia que era: pelos seus
escassos centímetros, tantos quantos os de um miúdo enfezado, os
fatos justos e às riscas coloridas, mais propícios a causar embaraço do
que a dar alegria, o bigode de pontas reviradas meticulosamente tratado e teso como o de um soberano sem terra, o cabelo eriçado, igual
ao pêlo dos animais que no cio se enchem dos espinhos dos cardos
nos jardins. Ridículo, como todos teriam o direito de crer menos eu,
mesmo que, mais do que ninguém, o pensasse, sentindo vergonha
de ter herdado dele o sangue e os ossos.
O Blacmàn era meu pai. E, a partir do momento em que comecei a
ter discernimento, não fiz outra coisa senão procurar provas e contraprovas de uma orfandade, primeiro nos centímetros que ia tendo,
depois na moral da minha mãe.
IIC Lisbona
Com certeza roubara-me a uma família normal, apanhando-me
num daqueles lugares onde se ia exibir. Se fechasse os olhos, via-me
com dois anos, num qualquer largo, com uma mãe incauta que vira
a cabeça para uma amiga ou para uma montra enquanto as mãos do
Blacmàn, pequenas e desonestas, com aqueles seus dedos sapudos de
puparo*, me agarram num ápice e me fazem desaparecer na caravana. Eis então, como acontecera.
Foi nestes termos que o apresentei ao mestre-escola que um belo
dia nos pediu, como tema de redacção, que descrevêssemos o nosso
pai em duas páginas, e ele anotou no meu caderno que queria conhecer o tal Bacmàn logo no dia seguinte. Eu ainda não frequentava a
catequese nem tinha feito a comunhão e, na noite anterior, creio que
se tivesse sequer suspeitado da existência de alguém que pudesse ouvir-me e vir em meu auxílio, dessa vez, sim, teria pedido que fizesse
desaparecer a anotação do caderno ou da mente do meu pai, ou que
o Blacmàn partisse enquanto eu lhe voltava as costas, como quem
dorme. O dia, porém, chegou cedo às persianas, introduzindo pelas
frestas a claridade da escola. Percebi, pelas conversas com a minha
mãe, que o Bacmàn não se esquecera: lamentava-se como todos os
pais a sério das imperfeições dos filhos legítimos, como o quase analfabeto que era e que não perdia uma oportunidade de detectar nas
palavras um cheiro a aldrabice, porque essas nunca lhe tinham dado
pão.
torna al sommario
A escola era uma ideia minha, da minha mãe e de uma justiça sem
cérebro. Se tivesse sido pelo Bacmàn, cedo teria sentido o ruído surdo das minhas solas cardadas na madeira dos palcos montados para
digressão pelas feiras. Ficava a ver-me encher dezenas de páginas todas iguais, depois baixava a cabeça suada sobre o mapa das estradas
marcando a custo o local da estada seguinte.
260 Ovunque, proteggici
Portoghese
DOCENTE LUIZ PICOLOTTO
Centro di cultura di Curibtia
Chamavam-no Blacmàn. Imediatamente todos sabiam quem era.
Antes mesmo do nome ou de uma fama qualquer, vinha em mente aquele aspecto de cigano o qual no fundo ele o era, um mágico
pé de chinelo: um homem com mãos grandes o suficiente para lhe
trapacear, mas não para levar a vida como se deve. Blacmàn era ele,
sem dúvida, e quase metia medo se não fosse aquele tipinho ridículo
que eu conhecia bem: pela sua pouca estatura - tanto quanto de um
menino que não cresceu - pelas roupas justas com listras de cores
vivas que mais incomodavam que alegravam, o bigode enroladinho
mantido rígido e liso como o de um soberano sem terra, e os cabelos
arrepiados, iguais ao pêlo dos animais no cio pelos jardins, cheios de
carrapicho. Ridículo, como talvez todos tinham o direito de acreditar, menos eu, mesmo que mais que todos eu assim pensava, envergonhando-me de ter herdado o sangue e os ossos.
Blacmàn era meu pai. E desde quando eu comecei a entender, não fiz outra coisa que procurar provas e contra provas de uma
orfandade, tanto nos centímetros que eu crescia quanto na moralidade da minha mãe.
IIC San Paolo
Certamente tinha-me roubado de uma família normal, tirando-me de um daqueles lugares onde se apresentava. Quando eu
fechava os olhos, me via aos dois anos em uma praça qualquer, com
uma mãe descuidada que vira a cabeça na direção de uma amiga
ou de um espelho de uma vitrine enquanto as mãos de Blacmàn,
pequenas e desonestas, com aqueles dedos curtos, manipuladores
de marionetes, me agarram de um só golpe fazendo-me desaparecer
dentro da carroça. Eis como aconteceu.
Ao professor que um dia nos pediu para descrever nosso pai
em duas páginas, eu contei assim e ele anotou no meu caderno que
queria conhecer Blacmàn até o dia seguinte. Eu estava ainda sem catecismo e sem comunhão e na noite anterior acredito que se houvesse
tido alguém que pudesse ouvir-me ou dar-me uma ajuda, aquela vez
sim eu teria implorado para apagar a anotação do caderno ou da
mente do meu pai, ou que Blacmàn partisse enquanto ainda eu dava
as costas como de quem dorme. Ao invés disso, o dia amanheceu
das persianas, atravessando rápido nos seus espaços a claridade da
escola. Das conversas com minha mãe compreendi que Blacmàn não
havia esquecido: reclamava como os pais verdadeiros pelas imperfeições dos filhos legítimos, como o quase analfabeto que era e que
na primeira ocasião não deixava de sentir o cheiro de trapaça nas
palavras, estas nunca o enganaram.
A escola era uma idéia toda minha, de minha mãe e de uma
justiça sem cérebro. Se fosse por Blacmàn eu teria provado logo o barulho surdo dos solados tachados dos meus sapatos contra a madeira
dos palcos montados pelas feiras afora. Ele me olhava encher dezenas
de páginas todas iguais, então baixava a cabeça suada sobre o mapa
e circulava com dificuldade a próxima parada.
torna al sommario
261 Ovunque, proteggici
Portoghese
RANIERI MASTROBERARDINO
Università Federale di Paraná
O chamavam de Blacmàn e imediatamente todos entendiam
quem era. Antes ainda do nome, ou de uma reputação qualquer,
vinha aquele aspecto de cigano, o que afinal ele era, de ilusionista
de meia tigela. Um homem com grandes mãos que serviam apenas
para batê-las em você, mas não para enfrentar a vida como se deve.
Blacmàn era ele, sem possibilidade de erro, e teria causado medo se
não tivesse sido o tipo ridículo que eu conhecia. Ridículo pelos seus
poucos centímetros, como aqueles de um menino impúbere, pelas
suas vestimentas justas e listradas de cores que causavam constrangimento mais do que alegria, pelo bigode guidão, mantido liso e rígido
como aquele de um rei sem terra, pelos cabelos desgrenhados, iguais
aos pelos dos animais que no cio acabam enroscando-os na bardana.
Ridículo como talvez todos tinham o direito de acreditar. Menos eu.
Ainda que, mais do que todos, eu o via assim, me envergonhando de
ter herdado o seu sangue e os seus ossos.
Blacmàn era o meu pai. E desde que comecei a entender as coisas,
não fiz mais nada além de procurar provas e contraprovas da minha
orfandade. Primeiro nos centímetros que eu crescia, depois na moralidade da minha mãe.
IIC San Paolo
Deve ter me roubado de uma família normal, me raptando em
um daqueles lugares onde ele se exibia. Se eu fechava os olhos, me
via com dois anos, em uma praça qualquer, com uma mãe pouco
atenciosa que se vira na direção de uma amiga ou de uma vitrine
enquanto as mãos de Blacmàn, pequenas e safadas, com seus dedos
de titereiro, me pegam de jeito e me fazem sumir na carroça. Deve
ter sido isso o que aconteceu.
Para o professor que um dia nos pediu de escrever um texto de
duas páginas sobre o nosso pai, descrevi Blacmàn daquele modo. O
professor fez uma anotação no caderno dizendo que queria conhecer
esse tal de Blacmàn logo no dia seguinte. Eu ainda não tinha feito
catequese nem primeira comunhão, mas creio que, na noite anterior, se eu tivesse somente suposto que alguém poderia me ouvir e
me ajudar, aquela vez sim, teria rezado para que a anotação sumisse
do caderno ou da mente do meu pai. Ou que Blacmàn partisse enquanto eu ainda desse a ele as costas de quem dorme. Ao contrário,
o dia chegou cedo até as persianas, enfiando nas fendas a claridade
da hora de ir para escola. Das conversas com a minha mãe, entendi
que Blacmàn não tinha se esquecido: quase analfabeto como era, se
queixava, como os pais verdadeiros, pelas imperfeições dos filhos
legítimos. Ele sempre sentia o mau cheiro do enredo nas palavras,
porque essas nunca tinham dado a ele de que viver.
A escola era toda uma ideia minha, de minha mãe, e de uma justiça
sem cabeça. Se dependesse do Blacmàn eu logo teria experimentado
o barulho surdo do meu sapato de montanha contra a madeira dos
palcos montados por aí nas feiras. Ele me olhava preencher dezenas de páginas, todas iguais. Então, abaixava a cabeça suada sobre
o mapa da estrada, mal conseguindo achar a sua próxima parada.
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262 Ovunque, proteggici
Spagnolo
STELLA MARIS DE VINCENZO
MAURO CAFFARATI
MARÍA AMALIA FEDELE
LIDIA OLEAGA
ANTONELLA CAMPOSTRINI
VALERIA COOPER
IRENE ROSILLO
SILVIA BIROLO
MARÍA LAURA NASURDI
MIGUEL MARTINE
LORENA SANTERO
Casa Beatrice -Centro Dante Alighieri
di Rosario
Lo llamaban Blacman e inmediatamente todos entendían quien
era (fuese). Antes incluso, del nombre o de una fama cualquiera,
tenía aquel aspecto de gitano que en el fondo era, de prestidigitador
de cuarta: un hombre con manos suficientemente grandes para engañarte, pero no para tomar la vida como se debe. Blacman era así,
y casi habría dado miedo si no hubiese sido el tipo ridículo que yo
reconocía en él: por sus escasos centímetros como los de un muchacho sin desarrollo, las ropas ceñidas y a rayas de llamativos colores
que daban más vergüenza que alegría; los bigotes enrollados que se
mantenían lisos y rígidos como un soberano sin tierra, y los cabellos
como una mata, igual que el de los animales que se llenan de abrojos
en los jardines. Ridículo, como quizás todos tenían el derecho de
creer excepto yo, incluso si lo pensaba así, avergonzándome de ser
su descendiente.
Blacman era mi padre, y desde que comencé a entender, no otra
cosa que buscar pruebas contrapruebas de ser huérfano, primero
en los centímetros que crecía y luego en la moralidad de mi madre.
Seguro que me había robado de una familia normal, llevándome
de alguno de aquellos lugares donde hacía sus espectáculos. Si cerraba los ojos, me veía con dos años, en una plaza cualquiera, con una
madre que se distraía mientras las manos de Blacman, pequeñas y
deshonestas, con aquellos dedos deformes como orugas, me agarraban de golpe haciéndome desaparecer en el carromato. Eso así fue.
Así se lo conté al maestro que un día nos pidió describir a nuestro padre en dos páginas, y él me indicó en el cuaderno que quería
conocer a Blacman al día siguiente. No había ido al catecismo ni la
comunión, y la noche antes creo que, hubiese supuesto que alguien
podía venir en mi ayuda, esta vez sí habría rogado que desapareciera
la nota del cuaderno o de la mente de mi padre, o que Blacman se
esfumara mientras dormía. En cambio el día llegó temprano a las
persianas, colándose por las hendijas llamándome a la escuela.
IIC Buenos Aires
De la charla con mi madre supe que Blacman no se había olvidado: se lamentaba como los padres verdaderos por la imperfecciones
de sus hijos legítimos, como el casi analfabeto que era y que en la
primera ocasión no dejaba de sentir rechazo por enredarme con las
palabras, porque ellos nunca le habían dado de comer.
La escuela era toda una idea mía, y de una justificación sin cerebro. Si hubiese sido por Blacman habría probado bien rápido el
sonido sordo de mis suelas clavadas contra la madera de los palcos
levantados para las ferias. Él me miraba llenar decenas de páginas
todas iguales, entonces bajaba la cabeza toda sudada sobre el mapa
buscando con esfuerzo la próxima parada.
torna al sommario
263 Ovunque, proteggici
Spagnolo
HECTOR ANGOTTI
ANA MARIA CORTESI
MICAELA D’ATRI
CECILIA GARCIA GALOFRE
VICTORIA HERRERA MARIA
JULIETA MENDEZ
Associazione Dante Alighieri di Tigre
Lo llamaban Blacmàn, e inmediatamente todos sabían de quien se
trataba. Incluso antes del nombre o de una fama cualquiera, surgía
aquel aspecto de gitano, que en verdad era, de adivinador de poca
monta , un hombre con manos grandes solo para embaucarte, pero
no para emprender la vida como se debe, Blacman era él sin posibilidad de error, y casi que habría metido miedo si no hubiera sido
el tipo ridículo que yo sabía que era: Por sus escasos centímetros de
altura, tanto como los de un chico que todavía no se desarrolló, sus
ropas ajustadas y con rayas de colores que daban mas impresión que
alegría, los bigotes como manubrios lacios y rígidos, como los de un
soberano sin tierra, y los cabellos enmarañados , igual que el pelo de
los animales que cuando hace calor se les llena de abrojos en los jardines. Ridículo como quizás todos tenían el derecho de creer, menos
yo, que aunque más que nadie así lo pensara, avergonzándome de
llevar su sangre en mis venas.
Blacmàn era mi padre. Y desde que tengo uso de razón, no hice
otra cosa que buscar pruebas y contrapruebas acerca de mi orfandad;
primero con los centímetros de altura que tenía a mi favor, y luego
en la moral de mi madre.
IIC Buenos Aires
Seguramente me había robado de una familia normal, tomándome
en uno de aquellos lugares donde iba a hacer sus espectáculos. Si
cerraba los ojos, me veía a mi mismo con dos años, en una plaza
cualquiera, con una madre distraída que gira la vista hacia una amiga o hacia una vidriera mientras las manos de Blacmàn, pequeñas y
deshonestas con aquellos dedos toscos de titiritero, me saca de golpe
haciéndome desaparecer dentro de su carruaje; y es así como fue.
Al maestro que un día nos pidió que describiéramos a nuestro padre en dos páginas, se lo conté así, y fue entonces como él anotó en mi
cuaderno que quería conocer al tal Blacmàn al día siguiente. Todavía
no tenía ni el catecismo ni la comunión, y la noche anterior creo
que si hubiese solo supuesto que alguien podría escucharme y darme
una mano, esa vez sí que hubiese rogado por hacer desaparecer la
nota del cuaderno o de la mente de mi padre, o que Blacmàn partiera
mientras todavía le daba la espalda como quien duerme. El día, en
cambio, llegó rápidamente a las persianas, iluminando la imagen de
la escuela. De las charlas con mi madre comprendí que Blacmàn no
se había olvidado: se lamentaba como los padres verdaderos por las
imperfecciones de los hijos legítimos, como el casi analfabeto que era
y que ya en la primera ocasión se olía el engaño en sus palabras que
nunca le habían dado de comer.
Lo de la escuela era toda una idea mía, de mi madre y de una justicia
sin cerebro. Si hubiera sido por Blacmàn yo habría sentido rápido el
rumor sordo de mis suelas de clavos, contra la madera de los palcos
montados por las ferias. Él me miraba llenar decenas de páginas todas iguales, entonces bajaba la cabeza sudada sobre el mapa buscando con fatiga su próxima parada.
torna al sommario
264 Ovunque, proteggici
Spagnolo
CAREN CONDORI
IVANA SANDOVAL
DAVINA ACUÑA
GABRIELA SCHMIDT
ELIANA GOMEZ
Istituto Giuseppe Verdi
Lo llamaron Blacman e inmediatamente todos entendimos quien
era. Incluso antes del nombre o fama cualquiera, fue ese aspecto de
gitano que en el fondo era, mago de cuatro monedas: un hombre con
las manos lo suficientemente grandes solo para pagar, pero no para
tomar la vida como se debe.
Blacman era {el, sin posibilidad de error y había dado miedo si no
hubiese sido el tipo ridículo que yo sabía o: por sus pocos centímetros como los de un niño sin desarrollo, la ropa ajustada y a rayos
de colores fuertes para dar mas vergüenza que alegría, los bigotes a
manubrio mantenidos lacios y rígidos como los de un soberano sin
tierras y el cabello como un arbusto igual al pelo de los animales que
en el calor se lo carga de rebanadas en los jardines.
Ridículo, como tal vez todo el mundo tenía el derecho de creer,
excepto yo, a pesar de que más de todo el mundo pensaba así, avergonzándome de haber tomado la sangre y los huesos. Blacman era
mi padre, y cuando empecé a comprender, no hice más que intentar
ensayo y error, una huerfanidad antes de poner en centímetros, también la mortalidad de la madre.
De seguro me había robado de una familia normal, tomándome de
uno de esos lugares en los que seria el espectáculo. Si cerraba los ojos
me veía a los dos años, en una plaza cualquiera, con una madre un
poco despistada, que gira la cabeza para ver a un amigo o un espejo
de vidriera, mientras la mano de Blacman, pequeña y con los dedos
re gordotes de titiritero, me agarran haciéndome desaparecer en le
carro. Así era como había sido.
IIC Buenos Aires
Para el maestro que un día nos pidió que describiéramos a nuestros
padres en un tema de dos paginas, se lo dije así y me anoto sobre el
cuaderno de querer conocer este Blacman desde el día siguiente. Yo
todavía estaba sin comunión, y las noches antes de que, creo, que si
solo hubiera asumido que alguien pudiera escuchar y me conceda
ayuda, esa vez si que habría rechazado para acabar con la nota del
cuaderno o de la mente de mi padre, o que Blacman partiese mientras todavía le daba la espalda a la persona que duerme.
El día en cambio llego temprano a las personas, introduciendo en
los espacios la claridad de la escuela. A partir de la conversación con
mi madre, entendí que Blacman no había olvidado, se quejaba de las
interpretaciones como los padres con sus hijos legítimos, como él de
verdad, casi analfabeta que a la primera ocasión, no dejo de sentir el
dolor del engaño de las palabras, porque aquellas le habían dado pan.
La escuela era toda una idea mía, de mi madre y de una justicia sin
cerebro. De no ser por Blacman me hubiera quedado con el ruido
sordo de mis suelas en la madera de las cajas montadas alrededor de
las ferias. El me miró llenar decenas de páginas todas iguales, luego
bajó la cabeza sudada sobre el mapa haciendo un círculo con esfuerzo para su próxima parada.
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265 Ovunque, proteggici
Spagnolo
CANDELA CARVALLO
BIANCA STRANGIO
JIMENA YBALO
LUCÍA BLANCO
AYLÈN MACIEL
RUTH SKRAMOWSKYJ
LAUTARO NIEVAS
PABLO RODRÍGUEZ
Istituto Giuseppe Verdi
Lo llamaban Blacmàn e inmediatamente todos entendìan, quien
fuese. Antes todavía del nombre o de una fama cualquiera, venía
aquel aspecto de gitano cual en el fondo era, un mago de cuatro
monedas: Un hombre con manos bastante grandes solo como para
pegarte, pero no para tomarse la vida como se debe. Blacmàn era él,
sin posibilidad de errores, y ahí daría casi miedo si no hubiera sido
también el tipo ridículo que sabía yo: Por sus centímetros escasos
como los de un chico sin desarrollo, la vestimenta ajustada y a rayas
de colores fuertes a dar un impacto más que alegría, los bigotes como
manubrio mantenido lacio y rígidos y como aquellos de un rey sin
tierra, y los cabellos pajosos, iguales al pelo de los animales que con el
calor se le carga de las rebabas en los jardines. Ridículo, como tal vez
todos tenían el derecho de creer excepto yo, aunque más que todos
yo lo pensaba así, avergonzándome de tener su sangre y sus huesos.
Blacmàn era mi padre y cuando comencé a comprender, no hice
más que buscar pruebas y contra pruebas de una orfandad, primero
en los centímetros que tenia, después en la moralidad de mi madre.
IIC Buenos Aires
De seguro me había robado de una familia normal, agarrándome
en uno de esos lugares donde iba a hacer espectáculos. Si cerraba los
ojos, me veía a los dos años, en una plaza cualquiera, con una madre
poco atenta que gira la cabeza hacia una amiga o un espejo de vidriera mientras que las manos de Blacmàn, pequeñas y deshonestas, con
aquellos dedos cortos de muñeco, me agarran de golpe haciéndome
desaparecer en el carruaje. Así, fue como sucedió.
Al maestro que un día nos pidió describir nuestro padre en dos
páginas de tema se lo conté así, y él me anotó sobre el cuaderno de
querer conocer este Blacmàn desde el día después. Estaba todavía
sin catecismo y sin comunión, y la noche anterior creo que, si solo
hubiese supuesto que alguien podía sentir y ayudarme, aquella vuelta
si que habría rezado para hacer desaparecer la nota del cuaderno o de
la mente de mi papá, o que Blacmàn partiese mientras que todavía le
daba la espalda a quien duerme. El día además llegó temprano a las
persianas, infiltrando en los espacios la claridad de la escuela. De las
conversaciones con mi madre entendí que Blacmàn no había olvidado: Se lamentaba como los padres verdaderos por las imperfecciones
de los hijos legítimos, como él casi analfabeto era y que en la primera
ocasión no faltaba de sentir olor de embrollo en las palabras, porque
aquellas nunca le habían dado el pan.
La escuela era toda una idea mia, de mi madre y de una justicia sin
cerebro. Si hubiera sido por Blacmàn habría probado temprano el
ruido sordo de mis suelas clavadas en la madera de los escenarios
montados en gira por las ferias. Él me miraba llenar decenas de páginas todas iguales, entonces agachaba la cabeza sudada sobre el mapa
marcando con fatiga su próxima parada.
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266 Ovunque, proteggici
Spagnolo
LUCILA CONTRERAS BRAVO
BRENDA PRIETO
NICOLA LAUTARO
Istituto Giuseppe Verdi
Lo llamaban, Blacmàn e inmediatamente todos sabían quién fuese. Primero que de nombre o de una fama cualquiera, venia aquel
aspecto de gitano que en el fondo era, de mago de cuatro monedas,
un hombre con manos grandes que solo servía para pegar y no para
tomarse la vida como se debe. Blacmàn era el sin posibilidad de error, podría dar miedo si no fuera. También el tipo ridículo que yo
sabía por sus centímetros escasos, como un niño sin desarrollo, y
vestimenta ajustada a rayas de colores fuertes a darle vergüenza más
que alegría, bigotes de manubrio, manteniendo los suaves y rígidos
como el rey sin tierra, el cabello como una paja, igual al pelo de los
animales, que con el calor se le enreda como los frutos de los jardines.
Ridículo, como tal vez todos tenían el derecho de creer menos yo,
aunque si más que ello lo pensaba así avergonzándome de tener la
misma sangre y los mismos huesos.
Blacmàn era mi padre y desde que tengo uso de razón, no hice más
que buscar pruebas y contrapruebas de mi huerfanidad, primero que
en los centímetros que tenía, y después en la moralidad de mi madre.
IIC Buenos Aires
De seguro me había robado de una familia normal. Agarrándome
en uno de esos lugares donde el daba sus espectáculos, si cerraba los
ojos, me veía a los dos años, en una plaza cualquiera, con una madre poco atenta que gira la cabeza para hablar con una amiga para
mirar la vidriera, mientras que las manos de Blacmàn, pequeñas y
deshonestas, con aquellos dedos cortos de muñeco, me agarran de
golpe haciéndome desaparecer y metiéndome en un remolque. Y es
así como fue.
El maestro que un día nos pidió de escribir sobre nuestros padres.
En dos páginas del tema, a la conté así, y el firmo sobre el cuaderno de
querer conocer a Blacmàn al día siguiente. Yo todavía estaba si catecismo y sin comunión y en la noche antes, creo que si hubiera también
solamente supuesto que alguien podrá escuchar y a yo darme pareciera del cuaderno de la mente de mi padre, o que Blacmàn muchas
mientras que todavía le daba la espalda a la persona que duerme pero
el día llego pronto la presiones filtrando por huecos caridad de la
escuela. Por la charla con mi madre entendí que Blacmàn no había
olvidado se comentaba con los verdaderos padres por imperfecciones de los niños legítimos, como casi analfabeto que era y que a la
primera ocasión que nunca dejaba de sentir olor de la estafa en las
palabras, por que aquellas nunca le hablando pan.
La escuela toda una idea mía, de mi madre y de una justicia sin cerebro. Si fuese por Blacmàn habría probado pronto el ruido de suelas
clavadas contra la madera de lodo escenarios montando alrededor
de las ferias. El me miraba llenar decenas de páginas todos lo mismo,
luego bajaba la cabeza sudorosa sobre la hoja de ruta con un circulo
con familia su próxima parada.
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267 Ovunque, proteggici
Spagnolo
CAMILA GUERRA
DAMIÁN CAIOLA
FLORENCIA MIÑO
CARLA FIGUEROA
Istituto Giuseppe Verdi
Lo llamaban Blacman e inmediatamente todos sabían quién fuera.
Incluso antes del nombre o de una fama cualquiera, era ese aspecto
de gitano que en el fondo era, de un mago de cuatro monedas: un
hombre con manos suficientemente grandes solo para pegar, pero
no para tomar la vida como se debe. Blacman era él sin posibilidad
de error, y daría casi miedo si no fuese también el tipo ridículo che
yo sabía: por sus escasos centímetros como los de un niño sin desarrollo, su ropa apretada y a rayas de colores chillones para dar más
vergüenza que alegría, los bigotes como un manillar recto y rígido,
como los de un soberano sin tierra, y el cabello espeso, igual al pelo
de los animales que en calor cargan de rebabas los jardines.
Ridículo, como todo el mundo tenía el derecho de creer, excepto
yo mismo, aunque la mayor parte de todos lo pensaban así, me avergonzaba de tenerlo en la sangre y los huesos. Blacman era mi padre.
Y desde cuando comencé a entender, no hice más que buscar evidencias y contra evidencias de mi orfandad, primero en los centímetros
que tenía y luego en la moralidad de mi madre.
IIC Buenos Aires
Seguramente me había robado a una familia normal, tomándome
en uno de esos lugares donde él iba a hacer el espectáculo. Si cerraba
los ojos, me veía a los dos años, en una plaza cualquiera, con una
madre poco prudente que gira la cabeza hacia una amiga o un espejo
mientras las manos de Blacman, pequeñas y deshonestas, con aquellos dedos gruesos de titiritero, me agarraban de un tirón haciéndome
desaparecer en el carromato. He aquí, como había sido.
El maestro un día nos pidió que describiéramos a nuestro padre
en dos páginas, así lo hice y él escribió sobre el cuaderno que quería
conocer a Blacman al final del día siguiente.
Yo todavía estaba sin catecismo y sin comunión, y la noche antes
había asumido que si alguien podía escucharme y concederme una
ayuda, oraba para desaparecer la nota del cuaderno o de la mente
de mi padre, o que Blacman partiera mientras le daba la espalda y
dormía. En lugar de eso, el día llegó más temprano a las persianas
poniendo rendijas a la luz de la escuela.A partir de una charla con
mi madre supe que Blacman no había olvidado: se lamentaba como
los verdaderos padres por las imperfecciones de sus hijos legítimos,
como el casi analfabeta que era y que a la primera ocasión no dejaba
de sentir el olor a engaño de las palabras, porque aquellas no nos
habían dado el pan.
La escuela era toda una idea mía, de mi madre y de una justicia sin
cerebro. Si hubiera sido por Blacman habría probado pronto el ruido
de mis suelas clavadas en la madera de las cajas montadas en torno
a la feria. Él me miraba llenar decenas de páginas todas iguales, entonces bajó la cabeza sudada sobre el mapa de la carretera buscando
su próxima parada.
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268 Ovunque, proteggici
Spagnolo
LOLA PICOTTI
DAMARIS MORALES
DEBORA SNIJDER
GIULIANA ESCOBAR
AGUSTINA NATALI
BIANCA CORREA
Istituto Giuseppe Verdi
Lo llamaban Blacman e inmediatamente todos entendían quien
fuese. Incluso antes de que el nombre o cualquier fama, se notaba
aquel aspecto de gitano que era básicamente, mago por cuatro monedas: un hombre con manos bastantes grandes solo para pegar, pero
no para tomar la vida como debe ser.
Blacman era él, sin posibilidad de error, pondría casi miedo si no
fuera un tipo ridículo que yo sabía: para sus centímetros escasos
como los de un niño sin desarrollo ropa ajustada con rayas de colores
fuertes para dar más vergüenza más que alegría, los bigotes en forma
de manubrio mantenidos rectos y rígidos como los de un soberano
sin tierra, y el pelo espeso igual a la piel de los animales que con el
color se lo cargan de frutos en los jardines. Ridículo, como tal vez
todos tenían derecho de creer excepto yo, aunque si más de todos
lo pensaban así, avergonzándome de tener su sangre y sus huesos.
Blacman era mi padre. Y cuando empecé a descifrar, no he hecho
más que ensayo y error para buscar la orfandad, primero por las pulgadas que tenia, después por la moralidad de mi madre.
IIC Buenos Aires
De seguro fui robado de una familia normal, agarrándome en uno
de esos lugares donde debía hacer una demostración, Si cerraba los
ojos, me veía a dos años, en cualquier plaza, con una madre desatenta
que se da vuelta para ver un amigo o un espejo de la vidriera, mientras las manos de Blacman, pequeño y deshonesto, con esos dedos
regordetes de titiritero, me agarran de golpe para hacerme desaparecer en el carro, Aquí, como había pedido el maestro que un día
nos dió para describir a nuestro padre en dos páginas de tema, se lo
conté así, y el firmó sobre el cuaderno de querer conocer a Blacman
al día siguiente. Yo todavía estaba sin catecismo y sin comunión y en
la noche antes creo que si hubiera también solamente supuesto que
alguien podría escuchar y ayudarme aquella vez si hubiera rezado
para que la nota desapareciera del cuaderno y de la mente de mi padre, o que Blacman marchase mientras que todavía le daba la espalda
la persona que duerme.
El día llegó muy pronto en las persianas, por la inserción de ranuras
la luz de la escuela. A partir de una charla con mi mamá me di cuenta
de que Blacman no había olvidado: se lamentaba como los padres
verdaderos por las imperfecciones de los hijos legítimos, como él casi
analfabeto que era y que la primera ocasión no estuvo exento para
sentir el olor de hacer trampa en las palabras, porque aquellas nunca
le habían dado pan.
La escuela era toda una idea mía, de mi madre y de una justicia sin
cerebro, hubiera sido por Blacman, habría probado pronto el ruido sordo de mis suelas clavadas contra la madera de los escenarios
montados alrededor de las ferias. Él me miró lleno de docenas de
páginas todas iguales, luego bajaba la cabeza sudando en la hoja de
ruta dando vueltas con esfuerzo por la próxima parada.
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269 Ovunque, proteggici
Spagnolo
IIC Tel Aviv
ANA HASSON
MIRIAM LEVIT
Università di Tel Aviv
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Lo llamaban Blacmàn e inmediatamente todos sabiamos quién
era. Antes de saber su nombre o de su cierta fama, se reconocía en
él ese aspecto de gitano, que en realidad lo era, y de prestidigitador
barato: un hombre con manos bastante grandes sólo para abofetear,
pero no para vivir la vida como se debe. No cabía duda de que ése era
Blacmàn, el que provocaría miedo si no hubiese sido el tipo ridículo
que yo conocía; por sus escasos centímetros de estatura como si fuera un muchacho no desarrollado, por su ropa ajustada y a rayas de
colores, lo cual daba más fastidio que alegría, sus bigotes curvos,
lacios y rígidos como los de un sobe- rano sin reino y el cabello
enmarañado igual al pelo de los animales en celo que se cubre de
abrojos en los jardines.
Ridículo, quizás: todos tenían el derecho de creerlo menos yo, aun
si yo mismo lo pensaba, avergonzándome de ser de su misma sangre. Blacmàn era mi padre y desde el momento de haber comenzado a entender no he hecho otra cosa que buscar pruebas y contrapuebas de mi orfandad, ante todo porque yo era bien desarrollado
y luego por la moral impecable de mi madre. Con seguridad que
me había robado de una familia normal, arrebatándome en uno de
los ,lugares donde iba a hacer sus espectáculos. Si cerraba los ojos
me veía a mí mismo a los dos años en una plaza, con una madre un
poco distraída que vuelve su cabeza hacia una amiga o hacia una
vidriera mientras las manos de Blacmàn pequeñas y deshonestas,
con esos dedos toscos de titiritero, me sacaron de golpe haciéndome
desaparecer en su carro. Eso es lo que ocurrió.
Al maestro que un día nos pidió que describiésemos a nuestro
padre en dos páginas, se lo conté así y él me anotó en el cuaderno
que quería conocer a este Blacmàn al día siguiente. Todavía yo no
había estudiado el catecismo ni había recibido la comunión, pero
creo que la noche anterior, si hubiera sólo supuesto que alguien
podría oirme y ofrecerme ayuda, entonces sí que habría rogado que
la nota desapareciese del cuaderno o de la mente de mi padre o que
Blacmàn se fuese mientras todavía yo estaba de espaldas como si
estuviera dormido.
Por el contrario, el día llegó muy temprano a través de la persiana
haciéndome saber que ya era hora de ir a la escuela.
Charlando con mi madre comprendí que Blacmàn no se había
olvidado de la cita: se lamentaba como los verdaderos padres se lamentan de las imperfecciones de sus hijos legítimos, como el casi
analfabeto que era y que en la primer ocasión no dejaba de sentirse
confundido por las palabras, ya que éstas nunca se las habían inculcado.
La escuela era toda una idea mía, de mi madre y de una ley sin
sentido. Si hubiese sido por Blacmàn, habría experimentado el ruido
sordo de las suelas reforzadas de mis zapatos contra el tablado de los
escenarios montados en nuestro recorrido por las ferias. El me miraba mientras yo llenaba decenas de páginas todas iguales, entonces
bajaba su cabeza sudada sobre el mapa buscando con dificultad su
próxima parada.
270 Ovunque, proteggici
Svedese
VERONICA NUIJA
Università di Uppsala
De kallade honom Blacmàn och direkt förstod alla vem det var.
Men mer än namnet eller vilket kändisskap som helst var namnet
från det mörka utseendet som i själva verket var han soldi kort sagt:
en man med stora händer tillräckligt ensam för att klappa dem för
dig men inte tillräckligt för att ta livet som man borde. Blacmàn
var han utan möjlighet att göra misstag, och han hade varit nästintill
skrämmande om han inte också hade varit den löjliga typen som jag
visste att han var: för de få centimenter han mätte som en pojke som
stannat upp i utvecklingen, hans kläder som var för små och söndertrasade hade en färg som gav en känsla av allt annat än glädje, hans
cykelstyresmustach som var välformad och hård som mustachen på
en härskare utan rike, hans buskliknade hår precis som sjoken av
päls vissa djur fäller i trädgårdarna när det är varmt. Löjlig, som alla
kanske hade rätt att tro utom jag, även om framförallt jag själv tyckte
det, och ångrade att det var därifrån jag fått mitt kött och blod.
IIC Stoccolma
Blackman var min far. Och från och med när jag började
förstå det har jag inte gjort annat än leta bevis och motbevis på
föräldralöshet, först i de centimetrar jag växte, senare i min mors
moral.
Säkerligen hade han stulit mig från en vanlig familj på en
av de där platserna där han höll sina föreställningar. Om jag slöt
ögonen, såg jag mig själv som tvååring, på något torg, med en mor
som ouppmärksamt vände huvudet mot en vän eller spegelbilden i
skyltfönstret medan Blacmàns små och ohederliga händer, med de
där knubbiga dockspelarfingrarna, plötsligt griper tag i mig och låter
mig försvinna in i en orkestervagn. Så gick det till.
Jag berättade det på det viset för vår lärare som en dag bad
oss att beskriva vår far på två sidor och han skrev till mig i skrivboken
att han ville träffa denna Blacmàn dagen efter. Jag var fortfarande inte
konfirmerad och hade inte tagit nattvarden, och jag tror jag natten
innan om jag bara hade trott att någon kunde ha höra mig och hjälpa
mig, hade jag bett att den där sidan skulle försvinna från min fars
minne eller att Blacmàn skulle fara medan jag fortfarande sovande
vände ryggen mot honom. Dagen kom istället tidigt mot persiennerna och med ljuset i springorna skolans tvång. Från småpratet med
min mamma förstod jag att Blacmàn inte hade glömt: han beklagade
sig som riktiga fäder gör över de egna sönernas brister, som den som
är nästan analfabet är den första som känner stanken av lurenderjeri
i orden, för de har aldrig gett honom levebrödet.
Skolan var bara min, min mors och en hjärnslös rättvisas
idé. Om det hade varit upp till Blacmàn hade jag tidigt slagit fram
det dova ljudet av klackjärn mot trä på tillfälliga scener uppbyggda
runtom på mässorna. När han såg mig fylla tiotals sidor på samma
vis och sänkte han sitt svettiga huvud över vägkartan och kämpade
för att hitta nästa stopp.
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271 Ovunque, proteggici
Tedesco
VALERIA ECKARDT
SABRINA GRAPE
MARTIN GROTJAHN
LENA MÖHLER
PHILIP SCHNEIDER
EIKE TRUMANN
Università di Brema
Sie nannten ihn Blacmàn und jeder wusste sofort, wer er war. Noch vor
dem Namen und einem wie auch immer gearteten Ruf fiel an ihm das Zigeunerhafte auf. Im Grunde war er das auch – ein billiger Zauberkünstler:
Ein Mann mit Händen gerade groß genug, um dich zu verhauen, aber nicht,
um das Leben so zu packen wie es nötig wäre. Er war Blacmàn ohne jeden
Zweifel und er hätte einem fast Angst einjagen können, wenn er nicht der
lächerliche Typ gewesen wäre, den ich kannte. Mit seinen wenigen Zentimetern war er nicht grösser als ein Jüngling, der im Wachstum stehen
geblieben ist. Seine taillierte Kleidung war einengend, obwohl die Farben
und Streifen fröhlich wirken sollten. Der Schnurrbart, glatt und gerade, in
Form eines Fahrradlenkers gab ihm das Aussehen eines Herrschers ohne
Besitztümer. Die total verwuschelten Haare ähnelten dem Pelz eines brunstigen Tieres, in dem sich in der Hitze des Gefechts Kletten aus dem Garten
verfangen hatten. Jeder außer mir hätte das Recht gehabt, ihn lächerlich zu
finden. Aber gerade so sah ich ihn. Ich schämte mich dafür, dass sein Blut
in meinen Adern floss.
Blacmàn war mein Vater. Und solange ich mich erinnern kann, habe ich
nie etwas anderes getan, als Indizien, die eine Adoption beweisen oder widerlegen könnten, zuerst in der Größe, die mir gegeben war, und später in
der Sittlichkeit meiner Mutter zu suchen. Sicher wurde ich aus einer normalen Familie geraubt, als er mich von einem dieser Orte holte, zu denen
er ging, um Spektakel zu veranstalten.
Wenn ich die Augen schloss, sah ich mich mit zwei Jahren auf irgendeinem Platz mit einer wenig aufmerksamen Mutter, die ihren Kopf einer
Freundin oder ihrem Spiegelbild im Schaufenster zuwendet, während
Blacmàns Hände, klein und gierig, mit den dicklichen Fingern eines Marionettenspielers, mich mit einem Schlag umklammern und im Zirkuswagen
verschwinden lassen. Genau, so ist es gewesen.
Meinem Grundschullehrer, der uns eines Tages bat, unseren Vater auf zwei
Seiten eines Aufsatzes zu beschreiben, erzählte ich es so, woraufhin er in
mein Heft schrieb, er wolle diesen Blacmàn kennenlernen, sofort am nächsten Tag. Ich hatte noch keine Kommunion, geschweige denn den Kommunionsunterricht besucht. Ich denke, die Nacht davor hätte ich, wenn ich
auch nur angenommen hätte, dass mich irgendjemand erhören und mir
helfen könnte, diesmal tatsächlich gebetet, damit diese Notiz aus meinem
Heft oder aus dem Gedächtnis meines Vaters gelöscht würde, oder dass
Blacmàn verschwände, während ich ihm im Schlaf den Rücken zudrehe.
IIC Amburgo
Dagegen schien der Tag früh durch die Fensterläden, das helle Licht drang
als Vorbote der Schule durch die Spalten. Beim Plaudern mit meiner Mutter
verstand ich, dass Blacmàn es nicht vergessen hatte. So wie die echten Väter
klagte er über die Fehler der ehelichen Kinder, aber er war halb Analphabet
und so benahm er sich auch: Er roch den Betrug in den Wörtern, weil sie
für ihn eine brotlose Kunst waren.
Zur Schule zu gehen, war nur eine Idee von mir, meiner Mutter und einer
gehirnlosen Gerechtigkeit. Wenn Blacmàn die Entscheidung gefällt hätte,
hätte ich sehr früh das dumpfe Geräusch meiner Nagelschuhe auf dem Holz
der für die Kirmes aufgebauten Bühnen gehört. Er guckte mir zu, als ich
eine Seite nach der anderen füllte, eine wie die andere. Dann senkte er den
verschwitzten Kopf auf die Landkarte und kreiste mit Mühe den Ort seines
nächsten Aufenthalts ein.
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272 Ovunque, proteggici
Tedesco
IIC Amburgo
PAOLA BLATTER-CHAN
LAURA SCHMIDT
MIHAELA TUDORACHE
CLAUDIA WILGUS
Università di Kiel
torna al sommario
Sie nannten ihn Blacmàn und sofort verstanden alle, wer er war. Noch
vor dem Namen oder irgendeinem Ruf kam das Aussehen eines Zigeuners,
welcher er im Grunde war, eines billigen Taschenspielers: Ein Mann mit
Händen, groß genug, nur um dir eine zu verpassen, nicht aber um das Leben anzupacken, wie man es sollte. Er war Blacmàn, ohne Möglichkeit eines
Irrtums, und er hätte fast Angst gemacht, wenn ich nicht gewusst hätte, was
für ein lächerlicher Typ er auch war: mit seinen spärlichen Zentimetern, wie
die eines Jungen, der im Wachstum stehen geblieben ist, mit seiner hautengen und bunt gestreiften Kleidung, geeignet eher Verlegenheit als Fröhlichkeit zu erzeugen, mit seinem gezwirbelten Schnurrbart, glatt und steif wie
der eines Herrschers ohne Land und mit dem Haar wie ein Busch, gleich
dem Fell der Tiere, welche es sich in der Brunft mit Kletten in den Gärten
vollladen. Lächerlich, wie fast alle das Recht hatten zu glauben außer mir,
auch wenn ich es mehr als anderen so sah und mich schämte, von ihm Blut
und Knochen geerbt zu haben.
Blacmàn war mein Vater. Und seitdem ich denken kann, habe ich nichts
anderes getan, als Beweise und Gegenbeweise für ein Waisentum zu suchen,
zunächst in den Zentimetern, die ich wuchs, später in den Werten meiner
Mutter.
Ganz bestimmt hatte er mich aus einer normalen Familie geraubt, mich
in einem jener Orte geschnappt, wo er hinging, um aufzutreten. Wenn ich
die Augen schloss, sah ich mich mit zwei Jahren, auf irgendeiner Piazza mit
einer wenig umsichtigen Mutter, die den Kopf einer Freundin oder ihrem
Spiegelbild in einer Schaufensterscheibe zuwendet, während die Hände von
Blacmán, klein und unehrlich, mit jenen klobigen Fingern wie die eines
Puppenspielers, mich plötzlich packen und in einem Caravan verschwinden lassen. Genau, so ist es gelaufen.
Meinem Lehrer, der uns eines Tages bat, unseren Vater in einem Aufsatz auf zwei Seiten zu beschreiben, erzählte ich es so und er vermerkte
in meinem Heft, dass er diesen Blacmàn am nächsten Tag kennenlernen
möchte. Ich war immer noch ohne Katechismus und Kommunion und in
der Nacht davor, glaube ich, wenn ich auch nur vermutet hätte, dass jemand
mich hören und mir helfen könnte, dann hätte ich sogar dafür gebetet, diese
Anmerkung aus dem Heft oder aus dem Kopf meines Vaters verschwinden zu lassen, oder dass Blacmàn wegginge, während ich ihm den Rücken
zuwendete, als ob ich schlief. Der Morgen und die Schule kamen stattdessen
früh mit dem Licht durch die Holzläden. Aus den Gesprächen mit meiner
Mutter verstand ich, dass Blacmàn es nicht vergessen hatte: er beschwerte sich wie richtige Väter über die Mängel der eigenen Kinder, und er, fast
Analphabet verpasste keine Gelegenheit, Betrug in den Wörtern zu deuten,
weil ihm jene nie Geld eingebracht hatten.
Die Schule war einzig meine Idee, die meiner Mutter und einer Gerechtigkeit ohne Hirn. Wäre das nach Blacmàn gegangen, hätte ich früh hier und
dort auf den Jahrmärkten das dumpfe Geräusch meiner genagelten Sohlen
auf dem Holz der Bühnen gespürt. Er schaute mir beim Füllen der Dutzend
Seiten, die alle gleich waren, dann sank er den schwitzenden Kopf auf die
Straßenkarte und kreiste mit Mühe seinen nächsten Halt ein.
273 Ovunque, proteggici
Tedesco
K. MÜLLER VON DER HEYDEN
Corso dell’Istituto Italiano di Cultura
Sie nannten ihn Blacmàn, und sofort wussten alle, um wen es sich handelte. Noch vor diesem Namen oder irgend einem Ruf war da dieses Erscheinungsbild eines Zigeuners, der er im Innersten ja auch war, eines taugenichtigen Zauberkünstlers: ein Mann mit Händen, gerade groß genug,
um dich zu verprügeln, aber nicht, um das Leben anzupacken, wie es sich
gehört. Blacmàn war er, da gab es keinen Irrtum, und er wäre beinahe angsteinflößend gewesen, wenn er nicht gleichzeitig dieser lächerliche Typ
gewesen wäre, den ich kannte: wegen seiner wenigen Zentimeter, eher die
eines Knaben ohne Wachstum, wegen seiner Kleidung, eng anliegend und
bunt gestreift, die eher dazu taugte, Beklommenheit denn Freude hervorzurufen, wegen seines Schnurrbarts in Form einer Lenkstange, glatt und
steif gehalten, wie der eines Herrschers ohne Land, und wegen seiner buschigen Haare, gleich dem Fell von läufigen Tieren, die sich dieses in den
Gärten mit Kletten spicken. Lächerlich, wie vielleicht alle das Recht hatten
zu glauben, außer mir, auch wenn ich mehr als alle anderen dieses dachte
und mich gleichzeitig dafür schämte, aus seinem Fleisch und Blut zu sein.
Blacmàn war mein Vater. Und seitdem ich angefangen habe zu verstehen,
habe ich nichts weiter getan, als Beweise und Gegenbeweise dafür zu suchen, ein Waisenkind zu sein, zuerst in den Zentimetern, die ich erreichte,
dann in der Moralität meiner Mutter.
Ganz gewiss hatte er mich von einer normalen Familie geraubt und mich
an einen dieser Orte mitgenommen, wo er hinging, um seine Schau abzuziehen. Wenn ich die Augen schloss, sah ich mich im Alter von zwei Jahren,
an einem beliebigen Platz, mit einer wenig achtsamen Mutter, die ihren
Kopf hin zu einer Freundin oder ihrem Spiegelbild in einem Schaufenster
wandte, während mich die Hände des Blacmàn, klein und unredlich, mit
diesen klobigen Fingern eines Puppenspielers, mit einem Mal ergriffen und
in einem Zirkuswagen verschwinden ließen. Genauso, so war es geschehen.
IIC Berlino
Dem Lehrer, der uns eines Tages als Thema aufgab, unseren Vater auf
zwei Seiten zu beschreiben, berichtete ich das so, und er schrieb mir in
mein Heft, dass er diesen Blacmàn schon am nächsten Tag kennen lernen
wollte. Ich war noch ohne Katechese und ohne Kommunion, und in der
Nacht davor, glaube ich, wenn ich auch nur vermutet hätte, dass irgendjemand mich hören und mir Hilfe gewähren könnte, ja, dieses Mal hätte ich
darum gebetet, die Notiz aus dem Heft oder aus dem Kopf meines Vaters
verschwinden zu lassen oder dass Blacmàn abreiste, während ich ihm noch
den Rücken zuwandte, wie einer, der schläft. Der Tag jedoch erschien früh
an den Fensterläden und ließ die Helligkeit der Schule durch die Spalten
hindurch schlüpfen. Aus den Plaudereien mit meiner Mutter begriff ich,
dass Blacmàn nicht vergessen hatte: er beschwerte sich wie die richtigen
Väter über die Unvollkommenheiten ihrer rechtmäßigen Söhne, wie ein
Beinahe-Analphabet, der er war und der bei der erstbesten Gelegenheit
nicht zu wittern versäumte, dass an den Worten etwas faul war, denn mit
diesen hatte er noch nie sein Brot verdient.
Die Schule war allein eine Idee von mir, von meiner Mutter und von einer Justitia ohne Verstand. Wenn es nach Blacmàn gegangen wäre, hätte ich
früh das dumpfe Geräusch meiner genagelten Schuhsohlen auf dem Holz
der auf wechselnden Jahrmärkten aufgebauten Bühnen kennen gelernt. Er
sah mich Dutzende von immer gleichen Seiten füllen, dann senkte er den
verschwitzten Kopf über die Straßenkarte und suchte unter Mühen seinen
nächsten Halt.
torna al sommario
Antonio Scurati
274 Non dirmi che hai paura
Il padre
infedele
Bompiani
“Forse non mi piacciono gli uomini.” Il giorno in cui tua moglie, all’improvviso, scoppia a piangere in cucina, è una piccola apocalisse. Uno di quei giorni
in cui la tua vita va in frantumi ma giunge, anche, per un attimo, a dire se
stessa. E allora Glauco Revelli, chef di un ristorante blasonato, maschio di
quaranta anni, padre di una figlia di tre, va alla ricerca della propria verità
di uomo. Dall’ingresso nell’età adulta, l’innamoramento, la costruzione di
una famiglia, la nascita e l’accudimento di una figlia, fino al disamore della
moglie (che gli si nega dal momento del parto) e al ritorno feroce degli insaziabili demoni del sesso, tutto è passato in rassegna dal suo sguardo implacabile
e commosso.
Antonio Scurati è ricercatore all’Università IULM di Milano dove insegna letterature
contemporanee e scrittura creativa. Editorialista della “Stampa”, ha pubblicato i romanzi Il
rumore sordo della battaglia (2002, Premi Fregene, Chianciano e Khilgren), Il sopravvissuto
(2005), con cui ha vinto la XLIII edizione del Premio Campiello, Una storia romantica (2007,
Premio SuperMondello), Il bambino che sognava la fine del mondo, finalista al Premio Strega
2009. Insieme a Lorenzo Scurati ha realizzato il documentario La stagione dell’amore (2010).
Il padre infedele © 2014 Antonio Scurati
ISBN 978 8845274091
[email protected]
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Ieri mattina, all’improvviso, mia moglie è scoppiata a piangere in cucina.
Erano le dieci in punto. Lo so perché l’orologio canoro da parete, che teniamo affisso giusto di fianco alla cappa ad aspirazione forzata, aveva appena
segnato il tempo riproducendo il canto masterizzato del picchio rosso maggiore. Un verso inconfondibile, pressoché identico a una risata prolungata.
In quel preciso istante, come se si fosse convenuto un segnale con un regista occulto, Giulia ha erotto in un pianto convulso. Per lunghissimi secondi
sarebbe stato del tutto inutile chiedergliene ragione. D’altronde, io mi sono
guardato bene dal farlo. La mia mente, dapprima indecisa tra le due diverse
linee ritmiche offerte dal pianto e dal picchio, ha poi subito optato per la
seconda. Mi sono dunque sintonizzato con il suono emesso dal becco a
scalpello mentre, per delimitare il territorio, tambureggiava sui rami morti.
Giulia, intanto, singhiozzava di quell’apnea che avevo sempre ritenuto
appannaggio esclusivo dell’infanzia. Avete presente quando i bambini
piangono fino a farsi mancare il fiato, gettando i genitori in un breve intervallo di colpevole terrore? Io quell’apnea ricattatoria l’avevo osservata
più volte in Anita, la nostra bambina di tre anni, e mi era sempre parsa una
versione embrionale e benigna del suicidio dimostrativo: il mondo – cioè
mia madre e mio padre – è stato crudele con me e io lo ripago togliendomi
ostentatamente la vita polmonare per autosoffocamento.
Ma Giulia è una persona seria, lo è sempre stata, e io l’ho amata anche per
questo. Non stava recitando, purtroppo. Tra i due quello melodrammatico sono io. Ancora qualche attimo di pianto sincopato e poi, stremata, ha
detto: “Forse non mi piacciono gli uomini.”
La cucina a un tratto si è riempita. L’aria era così pregna di significati
reconditi, probabilmente destinati a non cedere mai del tutto il proprio
enigma, che sembrava non esserci più posto per noi due. Ci si muoveva a
stento in quell’ambiente addensato dal senso arcano delle nostre esistenze
e io rimanevo immobile, come si consiglia a chi in mare aperto dovesse
imbattersi in uno squalo. Mi fingevo ente inanimato – boa, tronco cavo,
relitto –per scoraggiare l’attacco mortale.
Ora anche io respiravo a fatica. Non muoverti, non fiatare se ti riesce, mi
ripetevo. Adesso l’unica cosa da fare era pensare. L’ho fatto. La prima cosa
che ho pensato è stata: grazie a Dio finalmente mi parla. Anche il secondo
pensiero mi ha portato grande sollievo: grazie a Dio sono innocente.
Mi appariva infatti chiarissimo che 1’ammissione di mia moglie, simile
a un solenne segno della croce tracciato nell’aria asfittica della nostra cucina tramite la violenza sonora di sole sei parole – “Forse non mi piacciono
gli uomini” –, mi assolveva da ogni mia colpa di padre infedele. Passata,
presente e futura. Indulgenza plenaria. Soltanto al terzo pensiero mi sono
riscosso da quel miraggio, chiedendomi che cosa Giulia avesse davvero inteso dire. Mi sono concesso un breve giro di ipotesi.
Prima ipotesi. Se non gli uomini, a Giulia piacevano forse le donne? L’ ho
scartata subito. E non per un malinteso orgoglio virile, ma perché quella
tesi romanzesca mal si accordava al realismo domestico delle crisi coniugali
Per una volta avrei cercato di essere anch’io una persona seria; non mi sarei
perciò rifugiato nel colpo di teatro.
275 Il padre infedele
Armeno
Ambasciata d’Italia a Erevan
ANI SARIBEKYAN
Università Statale di Erevan
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Երեկ առավոտյան կինս հանկարծակի սկսեց արտասվել խոհանոցում:
Հիշում եմ՝ ուղիղ ժամը տասն էր, քանի որ օդափոխիչի մոտ կախված պատի
երգող ժամացույցը ազդարարեց ժամը՝ վերարտադրելով կարմիր փայտփորիկի
երգը: Նրա լացը անշփոթելի էր, գրեթե նմանվում էր մոլեգին ծիծաղի:
Հենց այդ նույն պահին Ջուլիան պոռթկաց հեկեկալով. ասես մի
անտեսանելի ուժ էր կառավարում նրան: Դեռ երկար ժամանակ անօգուտ
կլիներ փորձել նրանից պատճառն իմանալ: Մյուս կողմից ես ճիշտ վարվեցի
և ոչինչ չհարցրեցի: Լսելով կնոջս լացի և փայտփորիկի միմյանցից տարբեր
համաչափ ձայները ի սկզբանե չէի կողմնորոշվում, բայց հետո անմիջապես
արձագանքեցի երկրորդին: Ինչևէ, համակերպվեցի փայտփորիկի սուր
կտուցից հնչող ձայնին, որը, սահմանազատելով տարածքը, թմբկհարում էր
անկենդան մետաղյա լարերի վրա:
Այդ ընթացքում Ջուլիան դեռ շնչահեղձ հեկեկում էր: Ես միշտ համարել
եմ, որ այդպիսի հեկեկոցը բնորոշ է միայն մանուկներին: Պատկերացնու՞մ
եք, ինչպես են երեխաները լալիս մինչև շնչահեղձ լինելը՝ մի պահ ստիպելով
ծնողներին մեղավոր զգալ իրենց հանցանքի համար: Այս շորթումնագործական
հեկեկոցը բազմիցս նկատել եմ Անիտայի՝ մեր երեք տարեկան դստեր մոտ,
ինձ միշտ թվացել է, որ դա ինքնասպանության փորձի նոր ձևավորվող,
դեռևս անվնաս տարբերակն է. աշխարհը՝ այսինքն իմ մայրն ու հայրը,
անողոք է գտնվել իմ նկատմամբ և ես դա փոխհատուցում եմ շնչահեղձ
լինելու միջոցով ցուցադրաբար կյանքիս վերջ տալով:
Բայց Ջուլիան լուրջ անձնավորություն է, միշտ էլ այդպիսինն է եղել,
և ես նաև դրա համար եմ նրան սիրել: Ցավոք, նա չէր ձևացնում: Մեր
երկուսից ես եմ, ով սիրում է ամեն ինչ բեմականացնել: Անգիտակից լացը
շարունակվեց ևս մի անկթարթ, ապա նա ուժասպառ եղած ասաց. «Գուցե
տղամարդիկ ինձ դուր չեն գալիս»:
Խոհանոցը մի պահ լցվեց. օդն այնքան լեցուն էր խորհրդավոր
իմաստներով, որոնք հավանաբար մտադիր չէին երբևէ բացահայտել
իրենց առեղծվածը, որ թվում էր, թե այլևս բավականաչափ տարածք չկար
երկուսիս համար: Դժվար էր շարժվել մեր խորհրդավոր պահանջներով լեցուն
միջավայրում և ես անշարժ մնացի, այնպես ինչպես խորհուրդ են տալիս
անշարժանալ բաց ծովում դեմ հանդիման շնաձկան բախվելիս: Մահացու
հարվածին դիմակայելու համար անշունչ առարկա էի ձևանում՝ վիշապ օձ,
ծառի կոճղ, խորտակված նավաբեկոր:
Հիմա ես նույնպես դժավարությամբ էի շնչում: Ինքս ինձ կրկնում
էի.«Չշարժվե’ս, չխոսե’ս, եթե կարող ես»: Այդ պահին միակ բանը, որ կարող
էի անել մտածելն էր: Մտածեցի: Առաջին միտքը հետևյալն էր. « Փառք
Աստծո, վերջապես խոսում է»: Երկրորդ միտքը նույնպես ինձ սփոփեց. ««
Փառք Աստծո, ես անմեղ եմ »
Փաստորեն, ինձ միանգամայն պարզ էր թվում կնոջս խոստովանությունը,
որը նման էր խոհանոցի անօդ տարածության մեջ ուրվագծված խաչի լուսավոր
մի նշանի, որը բաղկացած էր անդամենը վեց հնչեղ բառերից՝ «Գուցե
տղամարդիկ ինձ դուր չեն գալիս»: Այս խոստովանությունը ազատում էր
ինձ անցած, ներկա և ապագա յուրաքանչյուր մեղքից, որ գործել էի ըորպես
դավաճան հայր: Լիակատար ներողամտություն: Եվ միայն իմ երրորդ միտքը
դուրս բերեց ինձ այս ցնորքից` փորձելով հասկանալ թե իրականում ինչ ի
նկատի ուներ Ջուլիան: Մի պահ ընկա ենթադրությունների գիրկը:
Առաջին վարկածը, որ միգուցե Ջուլիային կանայք են դուր գալիս
անմիջապես ժխտեցի: Ոչ թե տղամարդկային հպարտության պատճառով,
այլ որովհետև վեպերին հատուկ այդ վարկածը չէր համապատասխանում
ամուսնական ճգնաժամի մեջ գտնվող ընտանիքի իրականությանը: Կյանքում
մեկ անգամ ես էլ կփորձեի լուրջ անձնավորություն լինել, բայց այդպիսով
չէի կարողանա ապաստան գտնել իմ դերի մեջ:
276 Il padre infedele
Cinese
IIC Pechino
WU XIAOYA
Università Studi Internazionali
Sichuan
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昨天上午,我妻子在厨房里突然哭了起来,那时候正好
是十点整。我知道是十点,是因为固定在抽油烟机旁边墙上
的音乐报时钟,刚刚响起了整点报时的声音,那是大斑啄木
鸟的叫声——一种独特的叫声,像一阵连绵不断的笑声。
正好在那个点上,就像是为了配合某位导演的指示,茱
莉亚忽然间就大哭起来。在那漫长的几秒钟里,根本没法追
问她原因。另一方面,我也特别小心,没有开口问。起初,我
的思绪在哭泣声还有啄木鸟的叫声——这两条节奏不同的
线上徘徊,接着,我很快选择了后者。因此,我决定跟随啄木
鸟的节奏,啄木鸟为了划定领地,会用凿子一样的嘴,不停
地啄着枯枝。
这时,茱莉亚哭得快要窒息了,在此之前,我一直认为
这是小孩子才有的特点。你们有没有见过小孩子哭得喘不
过气来?在片刻间,会让他们的父母陷入恐慌,并充满负罪
感。在我们三岁的女儿安妮塔身上,那种充满要挟意味的窒
息,我已经领教过很多次了,我总是觉得,这是尚处萌芽阶
段的示威性自杀:这个世界——也就是我父母亲——他们
对待我很残酷,我要拼命哭,哭死过去,来报复他们。
但是,茱莉亚是一个严肃的人,她一直都很严肃,我也
是因为这一点,才爱上她的。遗憾的是,她不是在表演。我
们俩之间,我才是爱演戏的那个人。在抽泣的间歇,她很费
力地说:“我可能不喜欢男人。”
忽然间,厨房好像被填满了,空气里充满了晦涩难懂的
谜团,这些谜团,可能注定永远也不会被解开,好像已经没
有我们俩待的空间。我们俩存在的神秘感,使周围的空气
变得浓密厚重,使移动变得十分艰难,我保持静止不动,就
像一个在海里碰到鲨鱼的人,通常人们会建议的对策那样。
我假装成一个没有生命的东西——浮标、树桩,或者船只的
残骸,只是为了化解致命的攻击。
现在,我也觉得呼吸困难。,我不断地对自己重复着这
句话,你别动,尽量不要喘气。现在,唯一要做的事就是思
考,我也是这么做的。我想到的第一件事就是:感谢老天,
她终于对我说了。第二个想法让我松了一口气:感谢老天,我
是无辜的。
事实上,我非常清楚,我妻子的坦白,就像一个十字架
的庄严标记,出现在厨房死气沉沉的空气中,通过这八个有
穿透力的音节——“我可能不喜欢男人”,把我这个不靠谱父
亲、不忠贞丈夫的所有错误,全都赦免了。过去的、现在的和
将来的错误,通通都赦免了。第三个念头,我琢磨着,茱莉亚
到底想要说什么,于是,我又从幻境中醒悟过来,开始猜测
各种可能性。
第一个假设:假如茱莉亚喜欢的不是男人,或许她喜
欢女人呢?很快,我就否定了这个设想,这不是因为一个男
人自尊心的驱使,而产生的曲解,而是因为,那个离奇的论
断,与正处于婚姻危机的家庭现实不符。这一次,我也尝试
着做个严肃的人,我不会通过戏剧化的表演,来逃避现实。
277 Il padre infedele
Coreano
IIC Seoul
DONG YE HYEON
Università di Studi Stranieri di Busan
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어제 아침, 갑자기 나의 아내가 부엌에서 울음을 터뜨렸다. 10시 정각이었다.
환풍구 옆에 둔 벽시계에서 시간을 알리는 적색 딱따구리의 울음소리가 들렸
기 때문에 그것을 알 수 있었다. 그 소리는 계속 이어지는 웃음 소리와 흡사하였다.
바로 그 순간, 마치 어디로부터 지시를 받은 듯이, 줄리아는 심하게 울음을 토해냈다.
한 동안은 그녀에게 이유를 물어봐야 아무런 소용이 없을 것이다. 더욱이, 나는 조심했
다. 처음에 울음과 딱따구리로부터 받은 두 개의 다른 음악적 선 사이에서 정해지
지 않던 내 마음은 곧 두 번째를 선택했다. 그래서 나는 말라 죽은 가지 위에서
영역을 표시하기 위해 내는 딱딱거리는 소리에 귀 기울였다.
한편, 줄리아는 내가 항상 아이들의 전유물이라고 생각했던 숨이 너머 가는 듯한
울음 소리를 내고 있었다. 당신들은 아이들이 숨이 끊어질 듯이 울 때, 부모가 어떤 공
포에 휩싸이는 지를 생각해보라? 나는 우리의 세 살짜리 아이인 Anita의 숨이 넘어
갈 듯한 위협적인 울음을 여러 번 보았는데, 나에겐 이것이 시위의 성격을 띤 자살
시도의 가벼운 초기버전처럼 느껴졌다. 세상, 즉 나의 어머니와 아버지는 나에게
냉혹하였는데, 나는 보란 듯이 숨을 참아서 숨이 끊어질 듯하게 우는 것으로 보복하였다.
그러나 줄리아는 항상 진지한 사람이다. 그리고 그것 때문에 나는 그녀를 사랑했
다. 안타깝게도 그녀는 연기하고 있는 것이 아니었다. 우리 둘 중에 감수성이 더 풍부
한 사람은 나였다. 시간이 지나 울음이 잦아들었고 그녀는 말했다. “아마 나는 남
자들을 좋아하지 않는 것 같아.”
갑자기 부엌이 무언가로 가득 채워지는 것 같았다. 공기는 그렇게 감춰진 의미가
가득 했는데, 그 비밀스러운 공기에서 더 이상 우리가 있을 만한 공간이 없는 것 같았
다. 그녀는 비밀이 가득 찬 공간에서 간신히 움직였고 나는 마치 먼 바다에서 상어
를 만난 사람에게 충고하는 것처럼 움직이지 않고 있었다. 나는 치명적인 공격을 그
만두게 하려고 생명이 없는 물체(부표, 속이 빈 통나무, 난파선의 잔해)인 척 했다.
지금 나는 숨을 쉴 수 없었다. 움직이지 마, 네가 숨 쉬지 않을 수 있다면, 나는 혼
자 말했다. 지금 내가 할 수 있는 유일한 것은 생각하는 것뿐이었다. 그래서 나
는 그렇게 했다. 내가 맨 처음 생각했던 것은 천만다행으로 그녀가 내게 이야기
를 했다는 것이었다. 두 번째 생각도 나에게 큰 위안을 가져다 주었다. 다행스럽
게도 나는 무죄였다.
사실상 내 아내의 고백은 메마른 공기에 성호를 긋는 것처럼 내게 울려 퍼졌다. “
아마 나는 남자들을 좋아하지 않는 것 같아.”라는 몇 개의 단어는 신의를 저버린
남편으로서의 모든 내 죄를 용서했다. 과거, 현재 그리고 미래. 완전한 사면. 생
각이 세 번째에 이르게 되자 나는 다시 환상으로부터 벗어나게 되었는데, 그것은 나
에게 무엇을 줄리아가 정말로 말하고자 했던 것이 무었이었는 지에 대한 자문이었
다. 나는 간단한 추측을 해보았다.
첫 번째 추측. 남자들이 아니라면, 아마 줄리아는 여자들을 좋아했던 걸까?
곧 나는 그 추측을 떨쳐버렸다. 남자의 그릇된 자존심에서 나온 게 아니라 그 허구
적인 가설은 부부문제들의 현실과 맞지 않는다. 이번에는 나도 신중한 사람 이려
고 했다. 그래서 나는 가만히 있으려 했다. 나는 일상생활의 단조로움을 대하는 것
을 받아들여야 했다.
‫‪278 Il padre infedele‬‬
‫אתמול בבוקר פרצה אשתי בבכי‪ ,‬ככה פתאום‪ ,‬במטבח‪ .‬זה היה בעשר‬
‫בדיוק‪ .‬אני יודע זאת כי שעון הקוקייה הקבוע על הקיר ממש לצידו של קולט‬
‫האדים‪ ,‬ציין את השעה והפעיל את שירתו המוקלטת של הנקר האדום‪.‬‬
‫קשה לטעות לגבי שירה זו‪ ,‬היא נשמעת בדיוק כמו צהלת צחוק מתגלגלת‪.‬‬
‫באותו רגע בדיוק‪ ,‬כמו סוכם האות עם במאי ניסתר‪ ,‬החלה ג’וליה להתייפח‪.‬‬
‫למשך דקות ארוכות היה מיותר לשאול לסיבת הבכי‪ .‬אני‪ ,‬מצדי‪ ,‬נזהרתי‬
‫מאוד מלשאול‪ .‬מוחי‪ ,‬שהתלבט תחילה בין שני הקווים הקצביים השונים‬
‫המוצעים‪ ,‬זה של הבכי וזה של הנקר‪ ,‬החליט אחר כך מהר מאוד לבחור בשני‪.‬‬
‫לפיכך‪ ,‬התכווננתי לצליל שבקע מן המקור המגולף שתוך כדי כך‪ ,‬וכדי לסמן‬
‫את השטח‪ ,‬תופף על ענפים מתים‪.‬‬
‫בינתיים‪ ,‬יבבה ג’וליה בקוצר נשימה באופן שתמיד חשבתי שהוא נחלתם‬
‫הבלעדית של ילדים‪ .‬אתם מכירים את זה שתינוקות בוכים עד שנותרים‬
‫מחוסרי נשימה ומביאים את הוריהם למצב רגעי של אימה מלאת אשמה?‬
‫בייבוב הסחטני הזה הבחנתי מספר פעמים אצל אניטה‪ ,‬ילדתנו בת השלוש‪,‬‬
‫והוא תמיד דמה בעיני לגרסה עוברית ולא מזיקה של ההתאבדות ההפגנתית‪:‬‬
‫העולם – כלומר אימי ואבי – היה אכזרי כלפי ואני גומלת לו בהתאבדות‬
‫הראוותנית של הריאות שלי על ידי חנק עצמי‪.‬‬
‫אבל ג’וליה היא אדם רציני‪ ,‬תמיד הייתה כזו‪ ,‬ואני אהבתי אותה גם בגלל זה‪.‬‬
‫היא לא עושה הצגה‪ ,‬למרבה הצער‪ .‬מבין שנינו‪ ,‬אני הוא המלודרמטי‪ .‬עוד‬
‫כמה רגעים של בכי מקוטע ואחריהם‪ ,‬היא אמרה‪ ,‬מותשת‪“ :‬אולי אני לא‬
‫אוהבת גברים”‪.‬‬
‫המטבח התמלא בבת אחת‪ .‬האוויר היה כל כך מלא במשמעויות נסתרות‪,‬‬
‫שגורלן כנראה להישאר סתומות‪ ,‬עד שנדמה היה שכבר לא נשאר שם מקום‬
‫עבור שנינו‪ .‬היה קשה לזוז בכזו אווירה דחוסה בתחושה המסתורית של‬
‫קיומנו‪ ,‬ואני נותרתי קפוא‪ ,‬כפי שמייעצים למי שנתקל בכריש בים הפתוח‪.‬‬
‫העמדתי פנים שאני חפץ דומם – מצוף‪ ,‬בול עץ‪ ,‬ספינה טרופה – כדי להימנע‬
‫מההתקפה הרצחנית‪.‬‬
‫עכשיו נשמתי גם אני בקושי‪ .‬אל תזוז‪ ,‬אל תנשום אם אתה יכול‪ ,‬חזרתי‬
‫ואמרתי לעצמי‪ .‬עכשיו הדבר היחיד שיש לעשות הוא לחשוב‪ .‬וזה מה‬
‫שעשיתי‪ .‬הדבר הראשון שעליו חשבתי היה‪ :‬תודה לאל שסופסוף היא‬
‫מדברת אלי‪ .‬גם המחשבה השנייה הביאה להקלה גדולה‪ :‬תודה לאל שאני‬
‫לא אשם‪.‬‬
‫למעשה‪ ,‬נראה לי ברור מאוד שהודאתה של אשתי‪ ,‬הדומה לסימן הטקסי של‬
‫הצלב‪ ,‬המשורטט באוויר הדחוס של מטבחנו‪ ,‬באמצעות צלילן האלים של‬
‫חמש מילים בלבד – “אולי אני לא אוהבת גברים” ‪ ,-‬זיכתה אותי בחנינה‬
‫על חטאי כאב בוגד‪ .‬בעבר‪ ,‬בהווה ובעתיד‪ .‬מחילה מוחלטת‪ .‬רק במחשבה‬
‫השלישית התנערתי מאותו חיזיון‪ ,‬ושאלתי את עצמי למה באמת התכוונה‬
‫ג’יוליה‪ .‬הרשיתי לעצמי לערוך סיור קצר בין השערות‪.‬‬
‫השערה ראשונה‪ .‬אם לא גברים‪ ,‬אז אולי ג’יוליה אוהבת נשים? פסלתי אותה‬
‫מיד‪ .‬ולא בגלל גאווה גברית מוטעית‪ ,‬אלא משום שאותה תזה רומנטית לא‬
‫התאימה לריאליזם הביתי של משברים בחיי הנישואין‪ .‬לשם שינוי ניסיתי גם‬
‫אני להיות אדם רציני; לא להימלט באמצעות תכסיס תיאטרלי‪.‬‬
‫‪Ebraico‬‬
‫‪SHULAMIT KLEINBORT‬‬
‫‪ORLY FIDELMAN‬‬
‫‪Università di Tel Aviv‬‬
‫‪IIC Tel Aviv‬‬
‫‪torna al sommario‬‬
279 Il padre infedele
Francese
IIC Rabat
NOUFEL MAÂL
ZAHIRA HADDAD
Scuola Italiana Paritaria
«Enrico Mattei»
torna al sommario
Hier matin, soudainement, mon épouse s’est effondrée en pleurs dans la
cuisine. Il était dix heures pile. Je le sais parce que l’horloge murale chant
d’oiseaux, que l’on avait suspendue juste à côté de la hotte aspirante, venait à
peine de donner l’heure en reproduisant le chant d’un pic épeiche. Un chant
unique: presque identique à un rire prolongé.
 cet instant précis, comme s’il en avait été donné le signal par un metteur
en scène occulte, Giulia s’est écroulée en pleurant frénétiquement. Durant
de longues secondes il aurait été inutile de lui demander pourquoi. D’ailleurs, je me suis bien abstenu de le faire. Mon esprit, n’arrivant tout d’abord pas
à choisir entre les deux différentes lignes rythmiques offertes par ses pleurs
et par le pépiement, a ensuite tout de suite opté pour la deuxième. Je me suis
donc synchronisé au son émis par le bec de l’oiseau tambourinant countre
des branches mortes pour marquer son territoire. Giulia, pendant ce temps
sanglotait en cette apnée qui m’avait toujours semblée être un comportement exclusif aux enfants. Voyez-vous quand ils pleurent jusqu’à manquer
de souffle, projetant les parents dans un instant de terreur coupable ? Cette
apnée, cette forme de chantage infantile, je l’avais déjà observée plusieurs fois
en Anita, notre fille de trois ans, et elle m’a toujours semblée être une version
embryonnaire et bénigne du suicide démonstratif : le monde – c’est-à-dire
ma mère et mon père – a été cruel envers moi et je prends ma revanche en
m’enlevant la vie pulmonaire ostensiblement en m’auto suffocant.
Mais Giulia est une personne sérieuse, elle l’a toujours été, et je l’ai aimée
pour ça aussi. Elle n’était pas entrain de jouer la comédie, hélas. De nous
deux, le mélodramatique c’est moi. Après quelques instants de pleurs syncopés, exténuée, elle a dit : « Peut-être que je n’aime pas les hommes.»
La cuisine s’est subitement emplie. L’air était tellement imprégné de
sous-entendus, probablement destinés à ne jamais céder l’intégralité de
leur mystère, qu’il semblait ne plus y avoir de place pour nous deux. Il était
pénible de bouger dans cet environnement empli par le sens lourd et obscur
de notre existence et je restai immobile, comme il est conseillé à ceux qui
en pleine mer pourraient tomber sur un requin. Je me faisais être inanimé,
telle une bouée, un tronc creux, une épave, pour décourager l’assaut fatal.
En ce moment, Giulia n’était plus la seule à avoir du mal à respirer. Ne bouge pas, ne souffle pas un mot si tu y arrives, je me répétai. La seule chose à
faire était réfléchir. C’est ce que j’ai fais. La première chose à laquelle j’ai pensé
a été : Merci mon Dieu, elle me parle enfin. Ma deuxième pensée m’a aussi
grandement soulagé : Merci mon Dieu, je suis innocent.
Il m’a semblé parfaitement claire que l’aveu de mon épouse, similaire à
un signe solennel de la croix tracée dans l’air asphyxiant de notre cuisine à
travers la violence de ces seuls neuf mots –« Peut-être que je n’aime pas les
hommes »- m’absolvait de chacun de mes péchés de père infidèle. Passé,
présent et futur. Indulgence plénière. C’est seulement à ma troisième pensée
que j’ai compris que tout cela n’était qu’un mirage ; je me suis demandé ce que
Giulia avait voulu dire. Je me suis accordé un certain nombre d’hypothèses.
Première hypothèse. Si elle n’aime pas les hommes, peut-être Giulia aime-t-elle les femmes ? Je l’ai tout de suite éliminée. Et pas seulement par
orgueil virile maladroit, mais parce que cette thèse romanesque s’accordait
mal à la réalité domestique des crises conjugales. Pour une fois j’ai essayé
moi aussi d’être une personne sérieuse ; cette fois, je n’allai pas me réfugier
derrière un coup de théâtre.
280 Il padre infedele
Portoghese
IIC San Paolo
MIRIAM ALVES
TAMIRES KOENIG
LUCIANE DE OLIVEIRA
ALINE ROMANEL.
Centro di Cultura italiana di Curitiba
torna al sommario
Ontem de manhã, de repente, minha esposa chorou descontroladamente
na cozinha. Eram dez horas em ponto. Eu sei porque o relógio de pássaros
da parede, que temos pendurado bem ao lado do exaustor, tinha acabado
de tocar a hora reproduzindo o canto masterizado do pica-pau vermelho
maior. Um canto inconfundível, quase idêntico a uma risada prolongada.
Naquele exato momento, como se tivesse combinado um sinal com um
diretor de cinema oculto, Giulia caiu em um choro compulsivo.
Por longos segundos, seria totalmente inútil perguntar-lhe a razão. De
outro modo, eu achei por bem não fazê-lo. A minha mente, primeiramente
indecisa entre as duas linhas rítmicas oferecidas pelo choro e pelo pica-pau,
imediatamente optou pela segunda. Me sintonizei então com o som emitido
do bico de cinzel que, para delimitar território, bicava ritmicamente sobre
os ramos mortos.
Giulia, no entanto, chorava de perder o fôlego, choro que eu sempre considerei um capricho exclusivo da infância. Sabe quando o as crianças choram até perderem a respiração, colocando os pais em um breve intervalo de
culpa terrível? Eu, essa falta de ar, observei várias vezes em Anita, a nossa
filha de três anos, e parecia para mim uma versão embrionária e benigna do
suicídio demonstrativo: o mundo – isto é, minha mãe e meu pai – foi cruel
comigo e eu retruco exibindo-me com a falta de ar por autosufocamento.
Mas Giulia é uma pessoa séria, sempre foi, e eu me apaixonei também
por isso. Não estava representando, infelizmente. Entre nós dois o melodramático sou eu. Ainda um pouco de choro sincopado e depois, estremecida, disse: “Talvez eu não goste dos homens”.
A cozinha, em um instante, ficou cheia. O ar ficou tão cheio de significados
ocultos, provavelmente destinados a nunca ceder ao próprio enigma, que
parecia não ter mais lugar para nós dois. Movia-se com dificuldade naquele
ambiente pesado, denso pelo sentido misterioso das nossas existências e
eu permanecia imóvel, como se aconselha a ficar quem, estando em mar
aberto, tem que enfrentar um turbarão. Eu fingia ser um ente inanimado –
jibóia, tronco oco, destroços – para desencorajar o ataque mortal.
Agora eu também respirava com dificuldade. Não se mexa, não tome fôlego se conseguir, repetia a mim mesmo. Agora a única coisa a fazer era
pensar. E eu o fiz. A primeira coisa que pensei foi: graças a Deus finalmente
falou comigo. E o segundo pensamento também me trouxe grande alívio:
graças a Deus sou inocente.
Me parecia de fato claríssimo que a confissão da minha mulher, igual a
um sinal solene da cruz traçado no ar asfixiante da nossa cozinha através da
violência sonora de apenas seis palavras – “Talvez eu não goste dos homens”
– me absolvia de toda a minha culpa de pai infiel. Passada, presente e futura.
Indulgência plena. Só no terceiro pensamento acordei daquela miragem,
questionando-me o que Giulia tinha tido realmente a intenção de dizer. Me
dei o direito de formular uma série de hipóteses.
Primeira hipótese. Se não dos homens, Giulia gostava talvez das mulheres.
Eu a descartei rapidamente. E não por causa de um equivocado orgulho
viril, mas porque aquela tese romanesca não correspondia ao realismo
doméstico das crises conjugais. Apenas uma vez eu teria também tentado
ser uma pessoa séria, não teria assim me refugiado em uma cena de teatro.
Teria aceitado acertar as contas com o prosaísmo banal da vida de todos...
281 Il padre infedele
Portoghese
IIC San Paolo
BRUNO AGUILAR GUIMARÃES
Centro di Cultura italiana di Curitiba
torna al sommario
Ontem de manhã, de repente, minha mulher desatou a chorar na cozinha.
Eram dez em ponto. Sei disso porque o relógio de parede com canto de
pássaros, que temos preso logo ao lado do exaustor, havia recém marcado
as horas, reproduzindo o canto mecanizado do pica-pau-malhado-grande.
Um som inconfundível, praticamente idêntico a uma risada prolongada.
Naquele exato momento, como se tivesse havido um sinal de um regente oculto, Giulia explodiu em um pranto convulsivo. Por longos segundos
teria sido absolutamente inútil perguntar-lhe o motivo. Além disso, evitei
fazê-lo. Minha mente, a princípio indecisa entre as duas diferentes linhas
rítmicas oferecidas pelo pranto e pelo pica-pau, acabou optando de súbito
pela segunda. Sintonizei-me, portanto, com o som emergindo do bico de
talhadeira enquanto, para marcar território, este tamborilava sobre galhos
mortos.
Giulia, no entanto, soluçava naquela apneia que sempre julguei ser algo
exclusivo da infância. Sabem quando crianças choram até parar de respirar,
lançando seus pais em um breve momento de pânico e culpa? Eu já havia
observado essa apneia chantagista várias vezes em Anita, nossa filha de três
anos, e ela sempre me parecia uma versão primitiva e benigna de um suicídio simulado: o mundo – ou seja, minha mãe e meu pai – foi cruel comigo
e eu me vingo dele arrancando ostensivamente a vida dos meus pulmões
por autossufocamento.
Mas Giulia é uma pessoa séria, sempre foi, e eu me apaixonei por ela também por causa disso. Ela não estava fingindo, infelizmente. De nós dois, o
melodramático sou eu. Depois de mais algum tempo de pranto sincopado,
disse-me, exausta: “Talvez eu não goste de homens”.
A cozinha de repente ficou cheia. O ar estava tão cheio de significados
ocultos, destinados provavelmente a não revelar de jeito nenhum o próprio
enigma, que parecia não haver mais lugar para nós dois. Movíamo-nos com
dificuldade naquele ambiente adensado pelo sentido misterioso de nossa
existência e eu permanecia imóvel, como se aconselha a fazer a quem se
depara com um tubarão em mar aberto. Fingia ser algo inanimado – boia,
troco oco, resto de naufrágio – para desencorajar o ataque fatal.
Agora eu também respirava fadigado. Não se mova, não respire se puder,
repetia a mim mesmo. Agora a única coisa a se fazer era pensar. E o fiz. A
primeira coisa em que pensei foi: graças a Deus ela finalmente fala comigo.
O segundo pensamento também me trouxe grande alívio: graças a Deus
eu sou inocente.
Na verdade me parecia claríssimo que a admissão de minha esposa, similar a um solene sinal da cruz traçado no ar asfixiante da nossa cozinha
através da violência sonora de apenas seis palavras – “Talvez eu não goste de
homens” –, me absolvia de qualquer culpa de pai infiel. Passada, presente e
futura. Indulgência plena. Somente no meu terceiro pensamento retirei-me
daquela miragem, perguntando-me o que de fato Giulia quisera dizer. Concedi-me um breve leque de hipóteses.
Primeira hipótese. Se não gostava de homens, talvez Giulia gostasse de
mulheres? Descartei-a de súbito. E não por um equivocado orgulho viril,
mas porque essa tese romântica mal se encaixava ao realismo doméstico das
crises conjugais. Pelo menos uma vez eu tentaria ser também eu uma pessoa
séria; não me refugiaria, portanto, no golpe de teatro.
282 Il padre infedele
Portoghese
IIC San Paolo
MARIANA BUCHMANN
Università Federale di Paraná
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Ontem de manhã, de repente, minha mulher começou a chorar na cozinha. Eram dez em ponto. Sei disso porque o relógio cuco, que temos fixo
justamente ao lado da coifa, havia apenas avisado as horas reproduzindo o
canto masterizado vindo do pica-pau-malhado. Um assobio inconfundível,
quase idêntico a uma longa risada.
Naquele exato instante, como se tivesse combinado quando fazêlo com um diretor invisível, Giulia irrompeu em um choro desesperado.
Por um longo tempo teria sido inútil perguntar-lhe o motivo. E justamente
foi bom não dizer nada. A minha mente, em princípio indecisa entre as
duas linhas rítmicas ofertas pelo choro e pelo pica-pau, logo optou pela
segunda. Então sintonizei com o som emitido pelo bico-cinzel, enquanto,
para marcar território, tamborilava sobre os ramos mortos.
Giulia, enquanto isso, soluçava daquela apneia que sempre considerei
como recurso exclusivo da infância. Sabe quando as crianças choram até
que lhes falte ar, provocando nos pais um breve intervalo de terror carregado de culpa? Eu, aquela apneia chantageadora, havia visto muitas vezes
em Anita, nossa filha de três anos, e sempre me pareceu uma versão embrionária e benigna do suicídio ilustrativo: o mundo – isto é, minha mãe e
meu pai – foi cruel comigo e eu retribuo tirando-me de forma ostentativa a
vida pulmonar através do auto sufocamento.
Mas Giulia é uma pessoa séria, sempre foi, e eu a amei também
por isso. Não estava fazendo cena, infelizmente. Entre nós dois o melodramático sou eu. Ainda alguns segundos de choro sincopado e depois,
exausta, disse: “Talvez eu não goste de homens”.
De repente a cozinha se encheu. O ar estava tão cheio de significados indecifráveis, provavelmente destinados a nunca desvendar o próprio enigma,
que parecia não ter mais espaço para nós. Era difícil se mexer naquele ambiente adensado dos significados ocultos das nossas existências e eu permanecia imóvel, como se aconselha a alguém que, em mar aberto, encontra por
acaso um tubarão. Fingia ser um ente inanimado – jiboia, tronco côncavo,
despojo – para esmorecer o ataque mortal.
Agora até eu tinha dificuldades para respirar. Não se mexa, não
abra a boca, repetia a mim mesmo. Agora a única coisa a fazer era pensar.
Assim o fiz. A primeira coisa que pensei foi: graças a Deus ela finalmente fala comigo. O segundo pensamento também me trouxe grande alívio:
graças a Deus sou inocente.
Parecia-me de fato claríssimo que a confissão de minha mulher, parecida
com um solene sinal da cruz traçado no ar asfíxico da nossa cozinha por
meio da violência sonora de somente seis palavras – “Talvez eu não goste
de homens” – me absolvia de todas as minhas culpas de pai infiel. Passada,
presente e futura. Remissão completa. Somente no terceiro pensamento
acordei daquela ilusão, me perguntando o que Giulia tinha realmente intenção de dizer. Concedi a mim mesmo algumas hipóteses.
A primeira. Se não de homens, Giulia talvez gostasse de mulheres?
Logo descartei essa hipótese. Não por um mal-entendido orgulho viril, mas
porque aquela tese romanesca mal se conciliava com a realidade doméstica
das crises conjugais. Por uma vez teria me esforçado de ser também eu uma
pessoa séria; por isso não me esconderia no coup de théâtre. Teria aceitado
fazer as contas com a banalidade prosaica da vida cotidiana.
283 Il padre infedele
Russo
Ambasciata d’Italia a Minsk
JANA POZHARICKAJA
DAR’JA ROMANOVA
ANASTACIJA LJACHNOVICH
POLINA KOVALEVA
Università Statale Bielorussa
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Вчера утром, ни с того ни с сего, моя жена разрыдалась на кухне.
Было ровно десять. Я в этом уверен, потому что музыкальные
настенные часы, которые мы повесили сбоку от кожуха искусственной
вентиляционной системы, пробили десять, воспроизводя песенку
красного дятла. Ни с чем несравнимая трель, напоминающая длинный
смешок.
В тот самый момент, словно по команде невидимого режиссера,
Джулия разразилась судорожными рыданиями. В течение долгих
секунд было совершенно бесполезно спрашивать ее о причине.
С другой стороны, я и не решился бы. Мой мозг, поначалу
разрывавшийся между двумя предложенными ритмическими
рисунками, плачем и трелью, мгновенно склонился ко второму. Таким
образом, я настроился на звук, издаваемый острым клювом дятла,
который барабанит по безжизненным веткам, обозначая границы
своей территории.
Джулия же, тем временем рыдала, хватая ртом воздух, хотя я думал,
что так могут плакать только дети. Вы представляете себе, как плачут
дети, так безудержно, что начинают задыхаться, повергая, этим на
какой-то миг своих родителей в состояние панического ужаса. Я
такую вымогательскую икоту несколько раз наблюдал у Аниты, нашей
трехлетней дочери, и это всегда казалось мне некой зачаточной и
щадящей версией показательного самоубийства: мир – читайте мои
мать и отец – был жесток со мной, и я ему отплачу, демонстративно
перекрыв доступ воздуха к моим легким.
Но Джулия – человек серьезный, она им была всегда, и я ее любил, в
том числе, и за это. Она, к сожалению, не притворялась. Из нас двоих
ходячая мелодрама - это я. Еще несколько мгновений прерывистых
рыданий, после чего, совершенно обессиленная, она выдает: «Скорее
всего, мне не нравятся мужчины».
На кухне сразу стало тесно. Воздух был настолько полон скрытых
смыслов, что вряд ли нам когда-либо было суждено разгадать их
тайну, казалось, здесь не было больше места для нас двоих. Было
очень сложно двигаться в этих сгустках сокровенного смысла нашего
существования, и я не двигался с места, как и советуют тем, кто в
открытом море столкнулся с акулой. Я притворялся неодушевленным
предметом – боа, обрывком каната, щепой – чтобы увильнуть от
смертельного удара.
Тут и мне стало тяжело дышать. Не двигайся, не дыши, если только
сможешь, повторял я себе. Сейчас единственное, что мне оставалось
– это думать. Что я и сделал. Первое, о чем я подумал: слава Богу, она
наконец-то со мной заговорила. Вторая мысль тоже принесла мне
немалое утешение: слава Богу, я тут ни при чем.
Мне стало абсолютно ясно, что это признание моей жены, похожее
на величественное крестное знамение, начертанное в гнетущем
воздухе нашей кухни, звучной жесткостью всего шести слов «Скорее
всего, мне не нравятся мужчины», отпускало мне все грехи неверного
отца. Прошлые, настоящие и будущие. Полная индульгенция. Только
третья мысль вывела меня из этого наваждения, и я спросил себя, что
же Джулия на самом деле имела в виду. Я позволил себе набросать
несколько версий.
Версия первая. Если не мужчины, то, может быть, Джулии нравятся
женщины? Ее я сразу же отбросил. И вовсе не из-за задетой мужской
гордости, а потому, что эта гипотеза в духе романтизма едва ли
сочеталась с домашним реализмом кризиса брачных отношений.
Надо бы и мне хоть раз попробовать быть серьезным человеком, так
что не стоит впадать в театральность.
284 Il padre infedele
Russo
IIC San Pietroburgo
AYTALINA ZHIRKOVA
VALERIYA PETUKHOVA
KATARINA BRUVERE
Università Statale di San Pietroburgo
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Вчера утром моя жена вдруг разразилась слезами на кухне. Было
ровно десять часов. Я знаю это, потому что настенные музыкальные
часы, которые мы поместили точно сбоку от подвесного вытяжного
зонта, только что показали время, воспроизводя при этом мелодию,
имитирующую стук пёстрого красного дятла.
Это своеобразное пение почти что идентично затяжному взрыву
смеха.
Точно в этот же момент, словно был заранее обусловленный
сигнал с невидимым режиссёром, Джулия разразилась всхлипами.
В течение бесконечных секунд она была не в состоянии объяснить
причины происходящего. Впрочем, я весьма остерегался просить её об
этом. Моё внимание, поначалу колеблющееся между двумя разными
ритмичными тонами плача и стука, вскоре сконцентрировалось на
втором звуке. Таким образом, я настроил себя на звук, издававшийся
клювом дятла, который между тем барабанил по своим сухим веткам
для того, чтобы установить территорию.
Джулия тем временем плакала навзрыд, икая при этом, что всегда
считалось исключительным наследством детства. Вы когда-нибудь
видели, как плачут дети - так, что захватывает дух, приводя родителей
в мгновенное состояние ужаса и вины? Эту шантажисткую икоту я
часто наблюдал у Аниты, нашей трехлетней дочери, и мне всегда
казалось, что это зачаточная и безвредная версия демонстративного
самоубийства: мир - то есть, мои мама и папа - был ко мне жесток,
и теперь я отплачиваю ему тем же, напоказ лишая себя жизни через
самоудушение.
Но Джулия серьезная женщина и всегда такой была, я полюбил ее
также за это.
Она не разыгрывала спектаклей - среди нас двоих эмоциональным
был, к сожалению, я.
Еще через мгновение прерывистого плача, изнуренная, она
произнесла: “Наверное, мне не нравятся мужчины”.
Кухня на мгновение будто переполнилась. Атмосфера была так
пропитана значительными секретами, возможно, не менее важными,
чем эта загадка, что не оставляла достаточно места для нас двоих.
Она с трудом пошевелилась в этом помещении, нагроможденном
сокровенным чувством нашего существования, а я оставался
неподвижным, как советуют делать тем, кто в открытом море
столкнулся с акулой. Я притворялся бездушным существом - удавом,
пустотелым, древним - чтобы справиться со смертельной атакой.
Теперь и я дышал с трудом. Не торопись, не говори, что ты опять
уходишь, - твердил я. Сейчас оставалось только подумать. Я так
и сделал. Моя первая мысль была: «Слава Богу, что она наконец-то
заговорила со мной”. А вторая - принесла мне большое облегчение:
«Слава Богу, я невиновен».
На самом деле, мне было ясно, что признание моей жены, подобно
необычайному знаку начертанного креста в атмосфере нашей кухни,
которая вызывала удушье, с помощью звуковой стремительности
всего лишь шести слов - “ Наверное мне не нравятся мужчины” она меня прощала за каждый мой грех неверного отца. Прошлое,
настоящее и будущее. Абсолютное отпущение грехов. Только третья
мысль пробудила меня от этого миража, как бы спрашивая меня, что
именно Джулия на самом деле хотела сказать. Я допускал небольшой
круг предположений.
Первые предположения. Если мужчины не нравятся Джулии,
так может женщины? Я тотчас отбросил эту мысль. И не из-за
неправильно истолкованного мужского самолюбия, но потому
что это необыкновенное утверждение плохо согласовывалось с
семейными реалиями супружеских кризисов. Однажды и я попытался
быть серьезным, но мне таковым не стать, поэтому я спрятался в
банальности театра.
285 Il padre infedele
Spagnolo
IIC Buenos Aires
PAMELA AULICINO
LILIANA CRAINICH
ANA MARIA LURASCHI
CECILIA MARTINO
MARIA JOSEFA MONTALDO
MARIA EUGENIA ROVIRA
SILVINAVENTURINI
MATIAS VILLA
Istituto Dante Alighieri di Tigre
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Ayer a la mañana, de repente, mi esposa empezó a llorar en la cocina.
Eran las diez en punto. Lo se porque el reloj cu-cu de la pared, que tenemos
colgado justo al lado de la campana del extractor de aire, recién había marcado la hora con el canto del pájaro carpintero. Un canto inconfundible, casi
idéntico a una risa prolongada.
En ese preciso instante, como si se hubiera acordado una señal con un
director oculto, Julia estalló en un llanto afligido. Durante largos segundos habría sido completamente inútil preguntarle la razón. Por otra parte
me abstuve de hacerlo. Mi mente al principio indecisa entre las dos líneas
rítmicas diferentes ofrecidas por el llanto y el pájaro, luego inmediatamente
optó por la segunda. Entonces me sintonicé con el sonido emitido por el
pico puntiagudo, mientras que, para delimitar el territorio, tamborileaba
sobre las ramas muertas.
Julia, por su parte, sollozaba en esa apnea que yo siempre había considerado patrimonio exclusivo de la infancia. ¿Recuerdan cuando los bebés lloran
hasta quedarse sin aliento... arrojando a los padres en un corto intervalo de
terror culposo? Yo, esa apnea, la había observado varias veces en Anita, nuestra niña de tres años, y siempre me había parecido una versión embrional y
benigna del suicidio: el mundo - que es mi madre y mi padre- ha sido cruel
conmigo y yo se lo pago sacándome ostentosamente la vida pulmonar por
auto-asfixia.
Pero Julia es una persona seria, siempre lo fue y yo la amé también por esto.
No estaba actuando, desgraciadamente. De los dos el melodramático soy
yo. Siguieron todavía algunos segundos de llanto desconsolado y después
agotada dijo: “tal vez no me gusten los hombres”.
La cocina de golpe se llenó, el aire estaba tan impregnado de significados
recónditos probablemente destinados a no ceder nunca del todo el propio
enigma, que parecía no haber más lugar para nosotros dos. Nos movíamos
a ciegas, en aquel ambiente denso por el sentido arcano de nuestras vidas
y yo permanecía inmóvil, como se le aconseja a quien en mar abierto debe
enfrentarse con un tiburón. Fingía ser un ente inmóvil - boa, tronco, náufrago - para desalentar el ataque mortal.
Ahora también yo respiraba con fatiga. No te muevas, no suspires si puedes, me repetía. Ahora la única cosa por hacer era pensar. Lo hice. La primera cosa que pensé fue: gracias a Dios por fin me habla. También el segundo
pensamiento me trajo gran alivio: gracias a Dios soy inocente.
De hecho, me pareció evidente que la confesión de mi esposa, parecida a
la solemne señal de la cruz trazada en el aire sofocante de nuestra cocina
por medio de la violencia sonora de solo seis palabras: -“Tal vez no me gusten los hombres”-, me absolvía de toda culpa mía de padre infiel. Pasada,
presente y futura. Indulgencia plenaria. Solo en el tercer pensamiento me
vi en ese espejismo, preguntándome que cosa realmente Julia intentó decir.
Me concedí un breve giro de supuestas hipótesis.
Primera hipótesis. Si no eran los hombres, a Julia quizás le gustaban las
mujeres? La descarté inmediatamente. Y no por un orgullo varonil malentendido, sino porque esa tesis novelesca concordaba mal con realismo
doméstico de las crisis conyugales. Por una vez trataría de ser una persona
seria; por lo tanto no me refugiaría en la repentina teatralización. Aceptaría
llegar a un acuerdo en la prosa banal de la vida diaria…
286 Il padre infedele
Spagnolo
IIC Buenos Aires
LEONARDO IZZO
Scuola Italiana Cristoforo Colombo
torna al sommario
Ayer a la mañana, de la nada, mi esposa se largó a llorar en la cocina. Eran
la diez en punto. Lo sé porqué el reloj cucú, que está amurado al lado del
extractor de humo, había marcado la hora sonando el canto distintivo del
pájaro carpintero. Un verso inconfundible, casi idéntico a una risa alargada.
En aquel preciso instante, como si lo hubiese acordado una señal con un
director escondido, Julia se desplomó en un llanto intenso. Por larguísimos
segundos hubiese sido totalmente inútil preguntarle la razón. A pesar de
eso, estuve bien en hacerlo. Mi mente, antes indecisa entre los dos distintos
ritmos que me daban el llanto y pájaro carpintero, se decidió después por la
segunda. Me sincronicé con el sonido emitido de los golpes del pico mientras, para delimitar el territorio, golpeaba las ramas muertas.
Julia, mientras tanto, sollozaba por la apnea que siempre consideré un
asunto exclusivo de la infancia. ¿Tienen presente cuando los chicos lloran
hasta quedarse sin aire, dejando a los padres en una situación de culpa y
miedo? Yo aquella apnea la vi más veces en Anita, nuestra hija de tres años,
y siempre me pareció un versión prematura y benigna del suicidio demostrativo: el mundo – o sea mi mamá y mi papá- fue cruel conmigo y se los
devuelvo sacándome ostentosamente la salud pulmonar para asfixiarme.
Pero Julia es una persona seria, siempre lo fue, y yo la amé por eso. No
estaba murmurando, por desgracia. De los dos yo soy el histérico. Un instante de llanto acortado y después, cansada, dijo: “Quizás no me gustan
los hombres”.
La cocina en un respiro se llenó. El aire estaba impregnado de significados
recónditos, probablemente destinados a no ser resueltos nunca, que parecía
que no había más lugar para nosotros. Nos movíamos poco en ese ambiente intensificado por nuestra existencia y yo me quedé inmóvil, como se le
aconseja al que en mar abierto se hubiese encontrado con un tiburón. Fingí
ser un ser inanimado para desalentar el ataque mortal.
Ahora a mi también me costaba respirar. No te muevas, si podés no respires, me repetía. Ahora lo único que puedo hacer es pensar. Lo hice. Lo
primero que pensé fue: gracias a Dios al fin me habla. También el segundo
pensamiento me trajo tranquilidad: gracias a Dios soy inocente.
Me pareció muy claro que la admisión de mi esposa, parecido al solemne
signo de la cruz dibujado en el asfixiado aire de nuestra cocina a través de
la violencia sonora causada por solas seis palabras – “Quizás no me gustan
los hombres”- me liberaba de cualquier culpa como padre infiel. Pasada,
presente y futura. Plena indulgencia. Solo en el tercer pensamiento me di
cuenta de ese espejismo, preguntándome que cosa quiso decir Julia. Formulé varias hipótesis.
Primera hipótesis. Si los hombres no, ¿a Julia le gustaban las mujeres?
La descarté. No por un malentendido orgullo viril, pero porque esa tesis
romántica no se ajustaba al realismo domestico de la crisis matrimonial.
Por una vez me hubiese gustado ser también una persona seria; pero no me
habría escondido en el golpe de afecto.
287 Il padre infedele
Spagnolo
IIC Buenos Aires
MARTINA PIATTI
Scuola Italiana Cristoforo Colombo
torna al sommario
Ayer por la mañana, de repente, mi mujer se echó a llorar en la cocina.
Eran las diez en punto. Lo supe porque el reloj cucú, que tenemos colgado
justo al lado del extractor de la cocina, había apenas dado la hora reproduciendo el tonto canto del pájaro carpintero. Sonido inconfundible, casi
idéntico a una prolongada risa.
En ese preciso instante, como si hubiese acordado una señal con un director oculto, Julia estalló en sollozos convulsivos. Por larguísimos segundos
habría sido totalmente inútil preguntarle la raz&o