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L’OSSERVATORE ROMANO
GIORNALE QUOTIDIANO
Unicuique suum
Anno CLV n. 81 (46.919)
POLITICO RELIGIOSO
Non praevalebunt
Città del Vaticano
venerdì 10 aprile 2015
.
Dopo otto mesi passati nelle mani dei miliziani
Udienza al sinodo patriarcale della Chiesa armeno-cattolica
L’Is rilascia duecento yazidi
Una storia
di fedeltà e di risurrezione
Nel gruppo ci sarebbero almeno quaranta bambini
DAMASCO, 9. Piccoli segnali di distensione e tregua sui fronti di guerra siriani e iracheni. Ieri i miliziani
dello Stato islamico (Is) hanno rilasciato oltre duecento yazidi dopo otto mesi di prigionia. Tra di essi, ci
sarebbero almeno quaranta bambini.
Il sito di notizie curdo-iracheno
Rudaw precisa che un primo gruppo
di ottanta yazidi sono giunti ieri nella regione di Kirkuk e presto ne arriveranno altri 120. Questi si uniscono
ai circa duecento yazidi liberati nelle
settimane scorse dall’Is. La cattura
degli yazidi, minoranza religiosa irachena (circa 500.000 persone), era
avvenuta lo scorso luglio nei distretti
di Sinjar e Shingal. Secondo Rudaw,
gli ottanta yazidi liberati giunti a
Kirkuk sono «in buone condizioni
di salute» e medici curdi sono accorsi nel luogo per prestare cure e assistenza sanitaria elementare.
La tragedia degli yazidi è iniziata
la scorsa estate quando hanno subìto
l’offensiva dei miliziani dell’Is. Nella
prima ondata di attacchi, stando a
dati forniti dal Governo iracheno,
furono oltre cinquecento gli yazidi
uccisi dai miliziani: alcune delle vittime furono anche sepolte vive in
fosse comuni. Migliaia di yazidi cercarono rifugio nelle montagne o fuggirono in altri Paesi, ma molti altri
furono rapiti dall’Is.
Tuttavia, se dunque sembrano esserci spiragli di miglioramento nelle
condizioni degli yazidi, resta invece
drammatica la situazione nel campo
palestinese di Yarmuk, in Siria, anch’esso attaccato dalla furia dell’Is.
Circa ventimila palestinesi sono intrappolati nel campo in balia dei
combattimenti.
Nelle ultime ore le forze palestinesi — dopo i ripetuti appelli dell’Olp
(organizzazione per la liberazione
della Palestina) alla resistenza e alla
lotta armata — sono riuscite a riconquistare la metà del campo profughi.
Il portavoce del Fronte Popolare per
la Liberazione della Palestina - Comando Generale (Fplp-Cg) di Damasco, Anuar Raja, ha detto di essere in contatto con il Governo siriano
per coordinare una possibile offensiva congiunta.
«Al momento una decisione non è
stata presa, però ne stiamo discutendo» ha spiegato Raja, la cui fazione
palestinese è considerata vicina al regime del presidente siriano, Bashar
Al Assad, ma è considerata dagli
Stati Uniti e dall’Europa un’organiz-
zazione terroristica. E infatti, ieri
una delegazione dell’Olp si è recata
nella capitale siriana dove ha incontrato il viceministro degli Esteri siriano, Faisal Mekdad, per discutere
la strategia da seguire contro i miliziani dell’Is. Secondo Ahmad Majdalani, capo della delegazione
dell’Olp — citato dai media di Ramallah — l’incontro è stato «buono e
Alcuni degli yazidi rilasciati (Reuters)
La lunga storia di fedeltà e l’«ammirevole patrimonio di spiritualità
e di cultura» del popolo armeno
sono stati richiamati dal Papa nel
discorso ai membri del Sinodo patriarcale della Chiesa armeno-cattolica, ricevuti in udienza giovedì
mattina, 9 aprile. In vista della celebrazione di domenica nella basilica vaticana il Pontefice ha invitato
alla preghiera e chiesto ai fedeli armeni di «coltivare sempre un sentimento di riconoscenza al Signore,
per essere stati capaci di mantenere
la fedeltà a lui anche nelle epoche
più difficili». Per Francesco «è im-
portante chiedere a Dio il dono
della sapienza del cuore», che rende capaci di leggere anche gli avvenimenti più oscuri della storia alla
luce della passione di Gesù, nella
quale «è posto il germoglio della
sua resurrezione». Da qui l’invito a
guardare «la realtà con occhi nuovi» e a «fare memoria del passato»
per «attingere da esso linfa nuova
per alimentare il presente con l’annuncio gioioso del Vangelo e con
la testimonianza della carità».
PAGINA 8
Nello Yemen proseguono i combattimenti e i raid della coalizione a guida saudita
Navi militari iraniane nel Golfo di Aden
TEHERAN, 9. Al largo dello Yemen,
devastato dal conflitto tra i ribelli
sciiti huthi, che avanzano dal nord,
e una coalizione militare sunnita a
guida saudita, che sostiene il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi,
arrivano un cacciatorpediniere e una
nave di appoggio della Marina militare iraniana. Hanno lo scopo, spie-
ga il comandante della Marina iraniana Habibollah Sayyari, di garantire la sicurezza delle navi e degli
interessi della Repubblica islamica
nello strategico Golfo di Aden, solcato da mercantili e petroliere. Ma
anche di proseguire con una nuova
missione di tre mesi in quella operazione antipirateria — a difesa di navi
Udienza al presidente
della Repubblica Slovacca
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i siriani hanno compreso i punti più
importanti per affrontare la tragedia
di Yarmuk».
Per Majdalani si è concordato sul
«proseguimento dell’aiuto umanitario inclusa l’apertura di passaggi di
sicurezza e l’approntamento di rifugi
per tutte le persone che ancora
vivono nel campo». Il capo delegazione dell’Olp ha poi reso noto che
«i combattimenti si stanno allargando e questo significa anche che l’Is
non controlla più la totalità del
campo».
Al contrario, «nelle ultime 48 ore
le fazioni palestinesi sono riuscite a
fermare la progressione dei miliziani
nel campo».
Dal canto suo, il Governo siriano
ha reso noto che sta prendendo sempre più corpo anche l’ipotesi di un
intervento diretto delle proprie truppe a Yarmuk. «La priorità è ora
sconfiggere ed espellere militanti e
terroristi nel campo. Data la situazione attuale, è necessaria una soluzione militare» ha detto una fonte
governativa citata dalle agenzie internazionali.
Sul piano umanitario, l’Unrwa
(l’agenzia delle Nazioni Unite per il
soccorso ai profughi palestinesi) ha
fatto sapere che la situazione nel
campo profughi è «assolutamente
disastrosa e continua a peggiorare» e
per questo serve «una tregua umanitaria».
Secondo l’agenzia delle Nazioni
Unite, circa duemila palestinesi hanno lasciato il campo profughi negli
ultimi giorni. All’interno del campo
mancano tutti i servizi fondamentali,
soprattutto quelli relativi all’assistenza medica.
Nella mattina di giovedì 9 aprile,
Papa Francesco ha ricevuto in
udienza, nel Palazzo apostolico, il
presidente della Repubblica Slovacca, Andrej Kiska, il quale ha
successivamente avuto un incontro
in Segreteria di Stato, con monsignor Antoine Camilleri, sotto-segretario per i rapporti con gli
Stati.
Durante i cordiali colloqui,
svoltisi nella ricorrenza del venticinquesimo anniversario della ripresa delle relazioni diplomatiche
tra la Santa Sede e l’allora Repubblica federativa Ceca e Slovacca,
avvenuta il 19 aprile 1990 e seguita
dal viaggio di Giovanni Paolo II
nel Paese, è stato espresso vivo
compiacimento per i buoni rapporti bilaterali, suggellati dagli
Accordi in vigore e dal dialogo
proficuo tra la Chiesa e le autorità
civili.
Nel prosieguo della conversazione, ci si è soffermati sull’attuale
contesto internazionale, con particolare attenzione alle sfide che interessano alcune aree del mondo,
specialmente il Medio oriente, e
all’importanza della tutela della
dignità della persona umana.
di diversa bandiera — alla quale
l’Iran partecipa dal 2008 in linea
con le risoluzioni delle Nazioni
Unite. Una missione, quest’ultima,
che oggi si inquadra in un contesto
diverso, visto l’aggravarsi della crisi
yemenita e il perdurare degli attacchi aerei dell’alleanza a guida saudita, sostenuta dagli Stati Uniti.
Washington è infatti schierata a
fianco dei Paesi del Consiglio di
cooperazione del Golfo persico contro i ribelli sciiti nello Yemen. Lo ha
ribadito ieri sera il segretario di Stato americano, John Kerry. «Non ci
allontaneremo dai nostri alleati e
amici — ha affermato Kerry — né
dalla necessità di stare a fianco di
coloro che si sentono minacciati».
L’Amministrazione statunitense ha
così cominciato a rifornire in volo
gli aerei della coalizione saudita. Lo
ha reso noto ieri sera il Pentagono.
Quello nello Yemen è comunque
un quadro tragicamente caotico, in
cui Al Qaeda approfitta per guadagnare terreno nella penisola arabica,
di fronte al quale si intensificano gli
sforzi per individuare una via
d’uscita diplomatica. Ci sta provando la Giordania, che ha fatto circolare ieri tra i membri del Consiglio
di sicurezza delle Nazioni Unite
una bozza di risoluzione per fermare l’escalation e fornire aiuti umanitari alla popolazione, condannando
al tempo stesso l’aggressione dei ribelli huthi.
Ma Russia e Venezuela contestano il progetto di risoluzione delle
Nazioni Unite che vieterebbe la
spedizione di armi ai ribelli sciiti e
ai miliziani dell’ex presidente Ali
Abdulah Saleh, nel tentativo di fermare la campagna militare contro i
sostenitori di Hadi.
Anche il premier pakistano, Nawaz Sharif, ha chiesto ieri sera, al
termine di un colloquio a Islamabad con il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, «una urgente soluzione alla crisi in Yemen attraver-
so la diplomazia e il dialogo». Fonti
governative pakistane hanno indicato che la posizione del premier «è
frutto dei suoi contatti con vari leader di Paesi islamici, fra cui quelli
della Turchia». Il capo della diplomazia iraniana, giunto in Pakistan
da Ankara, ha dal canto suo fatto
sapere di «condividere la posizione
pakistana come contributo per il
raggiungimento di un cessate il fuoco in Yemen».
E il presidente iraniano, Hassan
Rohani, ha chiesto oggi all’Arabia
Saudita di porre fine ai raid della
coalizione contro i ribelli sciiti.
«Una grande Nazione come lo Yemen non può essere soggetta a
In viaggio
tra le macerie dell’Uganda
L’abbraccio
che salva
SILVIA GUSMANO
A PAGINA
5
bombardamenti. Dobbiamo pensare
tutti a come porre fine a questa
guerra. Partiamo da un cessate il
fuoco per portare gli yemeniti al tavolo dei negoziati e lasciare a loro
la scelta del proprio futuro», ha detto Rohani in un discorso alla televisione di Stato.
Ma sul terreno continua ad aumentare il numero delle vittime. Secondo l’Organizzazione mondiale
della sanità si contano finora almeno 560 morti e 1800 feriti. Ma si
tratta di un bilancio destinato ad
aumentare, mentre ad Aden non si
fermano i combattimenti.
L’ultimo bilancio degli scontri armati nella città parla di almeno 22
morti e 70 feriti. Alcune aree residenziali sarebbero infatti state bombardate dagli huthi. È quanto riferiscono fonti dei soccorsi e funzionari
locali che hanno accusato i miliziani
di aver «colpito a caso abitazioni di
civili» nei quartieri di Mualla e Crater. Gli huthi avrebbero attaccato la
città a colpi di mortaio e proiettili
sparati dai carri armati.
NOSTRE INFORMAZIONI
Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza:
le Loro Eminenze Reverendissime i Signori Cardinali:
— George Pell, Prefetto della
Segreteria per l’Economia;
— Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia - Città della
Pieve (Italia);
Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Adolfo Tito Yllana, Arcivescovo titolare di
Montecorvino, Nunzio Apostolico in Australia;
il Reverendo Monsignore
Giovanni Pietro Dal Toso, Segretario del Pontificio Consiglio «Cor Unum».
Il Santo Padre ha ricevuto
questa mattina in udienza Sua
Eccellenza il Signor Andrej Kiska, Presidente della Repubblica Slovacca, e Seguito.
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venerdì 10 aprile 2015
I danni provocati dalle alluvioni
a Chanaral (Reuters)
Attesa per l’incontro tra Barack Obama e Raúl Castro
Vertice delle Americhe
a Panamá
PANAMÁ, 9. Tutto pronto a Panamá
per il settimo vertice delle Americhe,
che si apre domani. Un incontro che
riunisce trentacinque capi di Stato e
di Governo degli Stati del Continente per discutere su questioni di politica comune e concordare azioni a livello nazionale e regionale. La prima
riunione avvenne nel 1994 a Miami.
La democrazia è sempre stata un
tema centrale nei diversi vertici. La
crescita, lo sviluppo, la creazione di
posti di lavoro, la povertà, l’ambiente, la sicurezza energetica, la discriminazione e la delinquenza, sono le
altre questioni toccate con maggiore
frequenza in questi summit.
A Panamá gli occhi saranno tutti
puntati sui presidenti statunitense e
cubano. E Barack Obama, in partenza stamane da Washington per fare
prima tappa in Giamaica, arriva a
Panamá con il vento in poppa, forte
delle sue recenti e storiche aperture
all’Avana, ma anche della sua politica sull’immigrazione e sulla lotta al
narcotraffico, molto apprezzate in
America Latina.
In un certo senso, però, l’invitato
d’onore sarà il presidente cubano,
Raúl Castro, considerato che è la
prima volta che Cuba partecipa a un
vertice regionale dal 1962, quando
gli Stati Uniti ne imposero l’espulsione dall’Osa, l’Organizzazione degli Stati americani. E oltre alla probabile stretta di mano tra Obama e
Castro — che secondo quanto ha affermato la Casa Bianca avranno una
«interazione» a margine del vertice,
anche se non ci sono in agenda colloqui formali — in molti si aspettano
anche l’annuncio che gli Stati Uniti
toglieranno Cuba dalla loro “lista
nera” dei Paesi che sponsorizzano il
terrorismo. Una svolta che per gli
analisti internazionali dovrebbe spianare la strada alla riapertura dell’ambasciata americana all’Avana e di
quella cubana a Washington.
Cuba fu iscritta nella “lista nera”
nel 1982, per il suo sostegno a gruppi ribelli comunisti dell’America Latina, alle Forze armate rivoluzionarie
della Colombia e all’organizzazione
basca dell’Eta. Le cose sono però
cambiate da tempo, e il processo di
revisione della lista da parte del Dipartimento di Stato americano per
ciò che riguarda Cuba «è stato quasi
completato», hanno reso noto fonti
della Casa Bianca.
Ma a prescindere dall’annuncio,
che potrebbe anche tardare alcuni
giorni, il vertice dovrebbe comunque
produrre risultati significativi, dopo
Tsarnaev
giudicato colpevole
dell’attentato
a Boston
WASHINGTON, 9. Il ventunenne
Dzhokhar Tsarnaev, accusato dell’attentato alla maratona di Boston del
15 aprile del 2013, rischia ora la pena
capitale. L’uomo è stato infatti giudicato colpevole di tutti e trenta i
capi di accusa, di cui 17 punibili appunto con la morte: dall’omicidio
delle quattro vittime fino alla cospirazione e all’utilizzo di armi di distruzione di massa. A decretare il
verdetto di colpevolezza i dodici
giurati, sette donne e cinque uomini,
di un tribunale di Boston dopo undici ore e trenta minuti di camera di
consiglio. Il processo entra ora nella
seconda fase, nella quale gli stessi
giudici dovranno decidere la pena.
Pochi giorni fa, in una dichiarazione
congiunta, il cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, e i vescovi del Massachusetts avevano ribadito, in nome dell’inviolabilità della
vita, l’opposizione della Chiesa cattolica alla pena di morte.
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che i due precedenti appuntamenti
— a Trinidad nel 2009 e a Cartagena
nel 2012 — si sono conclusi senza
una dichiarazione congiunta proprio
a causa dei dissensi su Cuba e sulla
sua prolungata assenza.
A sparigliare le carte potrebbe,
però, essere ora il Venezuela, il cui
presidente, Nicolás Maduro, ha già
avvertito che non andrà a Panamá
«in ginocchio», con un particolare
riferimento alle sanzioni imposte da
Obama contro alcuni dirigenti venezuelani, accusati di violazioni dei diritti umani. Maduro, ha detto, sarà
al summit per «esigere rispetto, perché gli Stati Uniti non possono continuare a credere di poter governare
il mondo intero per decreto».
Gli Stati Uniti intendono però
gettare acqua sul fuoco, tanto che
Thomas Shannon, un consigliere del
segretario di Stato americano, John
Kerry, è arrivato ieri sera a Caracas
per incontrarsi con Maduro e con il
ministro
degli
Esteri,
Delcy
Rodríguez, proprio in vista del Vertice delle Americhe.
Su un cartellone il logo del vertice di Panamá (Reuters)
Nel Cile settentrionale
Si aggrava il bilancio
delle alluvioni
SANTIAGO, 9. Continua ad aggravarsi il bilancio delle vittime e dei
danni provocati dalla forte tempesta di pioggia che ha colpito il Cile
settentrionale alla fine di marzo,
una zona solitamente contraddistinta da clima arido. Sebbene i
morti accertati siano ventisei, i dispersi sono ormai più di centocinquanta.
E con il passare delle ore diminuiscono sempre più le possibilità
di trovarli ancora vivi.
Ancora nessuna notizia delle duecento ragazze rapite nell’aprile scorso dai miliziani di Boko Haram
L’Onu teme
una carneficina in Nigeria
ABUJA, 9. Sequestrate, obbligate a
convertirsi all’Islam, costrette al
matrimonio e poi sgozzate. Sarebbe
questo il tragico epilogo per le circa duecento liceali nigeriane rapite
nell’aprile dello scorso anno dai miliziani di Boko Haram, nella località del nord della Nigeria di Chibok. In un’intervista pubblicata ieri
dal quotidiano nigeriano «This
Day», il direttore dell’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani
(Unhcr), Raad Zeid al Hussein, si
è infatti detto «molto pessimista»
sulla sorte delle ragazze rapite, affermando che «potrebbero essere
state tutte uccise».
La città è stata controllata per
mesi dai terroristi di Boko Haram.
Poi, sotto la spinta dell’offensiva
dei militari nigeriani, l’hanno abbandonata e sarebbe stato questo il
momento del massacro delle giovani studentesse. Una volta entrati in
città, i soldati hanno trovato i cadaveri di numerose donne. Sempre
stando alle dichiarazioni di al
Hussein, le liceali erano state dapprima costrette a sposare i loro sequestratori. Peraltro, alcuni rapporti
delle Nazioni Unite confermerebbero che molte giovani donne sono
state massacrate nelle città dello
Stato settentrionale del Borno.
Appena un mese fa, l’esercito di
Abuja aveva dichiarato ufficialmente di non avere più da tempo noti-
zie delle giovani. Il sequestro delle
liceali (poi mostrate in un video dei
Boko Haram) ebbe vastissima eco
internazionale, dando il via ad una
campagna che ne chiedeva la liberazione. Non è la prima volta che i
jihadisti, che recentemente hanno
stretto un’alleanza con i miliziani
del cosiddetto Stato islamico, compiono massacri ai danni di civili,
cristiani e non solo, con un bilancio
di migliaia di morti. Giorni fa un
gruppo di miliziani ha compiuto
una strage nel villaggio di Kwajafa,
nello Stato di Borno, uccidendo almeno ventiquattro persone e feren-
Voto rinviato
in alcune zone
del Sudan
Una donna nigeriana scampata alle violenze di Boko Haram (Afp)
Stilata dai delegati al dialogo politico mediato dalle Nazioni Unite
Tobruk esamina una road map sulla Libia
RABAT, 9. Lunedì prossimo la Camera dei rappresentanti libica (il
Parlamento di Tobruk internazionalmente riconosciuto) riceverà raccomandazioni da una commissione
interna appena istituita e relative a
una road map politica ad interim
per la Libia. Lo riferisce un media
libico citando un deputato.
Le raccomandazioni della commissione composta da 19 deputati
verranno trasmesse per essere votate dall’Assemblea. La road map,
che prevede anche un Governo di
unità nazionale, è stata stilata dai
GIOVANNI MARIA VIAN
direttore responsabile
Giuseppe Fiorentino
vicedirettore
Piero Di Domenicantonio
delegati al dialogo politico mediato
dall’Onu a Skhirat, in Marocco.
Il sito precisa che l’esame della
road map da parte del Parlamento
sarebbe dovuto iniziare in tempo
per consentire una ripresa dei negoziati già domenica scorsa, ma poi
è stato avviato solo ieri e subito demandato alla commissione incaricata di stilare “raccomandazioni finali”. I documenti in cui si articola la
road map sono 15.
Nel frattempo, Italia, Egitto e
Algeria hanno deciso «insieme di
intensificare gli sforzi e il lavoro
Servizio vaticano: [email protected]srom.va
Servizio internazionale: [email protected]
Servizio culturale: [email protected]
Servizio religioso: [email protected]
caporedattore
Gaetano Vallini
segretario di redazione
done molte altre. Fonti militari e
testimoni hanno riferito che la carneficina si era verificata vicino alla
moschea del villaggio. Il neopresidente, Muhammadu Buhari, ha garantito che «nella lotta contro i Boko Haram non verrà risparmiato alcuno sforzo».
In un comunicato dell’Ufficio
nazionale di emergenze si precisa,
inoltre, che oltre 2.500 persone sono ancora accolte in rifugi di emergenza dopo aver perso la casa, alle
quali bisogna aggiungere altre
6.250 persone le cui abitazioni hanno sofferto danni gravi.
Le piogge torrenziali hanno colpito una delle zone più aride del
Paese sudamericano, che comprende il deserto di Atacama. Le regioni maggiormente interessate sono
quelle di Tarapacá, Antofagasta,
Atacama e Coquimbo. Rimane in
vigore lo stato di catastrofe per
Antofagasta, Taltal e la regione di
Atacama, e l’allerta sanitaria per i
comuni di Copiapó, Chañaral,
Caldera, Tierra Amarilla, Diego de
Almagro,
Alto
del
Carmen,
Freirina, Huasco e Vallenar. In
queste zone, infatti, si teme l’insorgere di epidemie.
Secondo il ministero dell’Interno, è il peggiore disastro mai avvenuto nel nord della Nazione sudamericana negli ultimi ottant’anni. È
stato accertato che in poche ore sul
deserto di Atacama, il più arido al
mondo, è caduta una quantità di
pioggia equivalente a quella di
quindici anni. La situazione ha
portato la presidente, Michelle Bachelet, ad annullare la sua partecipazione al Vertice delle Americhe,
che si apre venerdì a Panamá. In
una nota ripresa dalle agenzie di
stampa internazionali, Bachelet ha
sottolineato che i danni causati delle alluvioni ammontano a circa un
miliardo e mezzo di dollari.
Servizio fotografico: telefono 06 698 84797, fax 06 698 84998
[email protected] www.photo.va
comune per favorire l’attività che
sta svolgendo l’inviato speciale
dell’Onu per cercare di stabilizzare
la situazione» in Libia, «contrastare il terrorismo» e arrivare a un
«Governo di unità nazionale». Lo
ha annunciato ieri il ministro degli
Esteri italiano, Paolo Gentiloni, nel
corso della conferenza stampa a
Villa Madama al termine della trilaterale con il collega egiziano, Sameh Shoukry, e il ministro algerino
per
gli
Affari
maghrebini,
Abdelkader Messahel.
Segreteria di redazione
telefono 06 698 83461, 06 698 84442
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Tipografia Vaticana
Editrice L’Osservatore Romano
don Sergio Pellini S.D.B.
direttore generale
Operazione
antiterrorismo
in Tunisia
TUNISI, 9. Sono 13 le persone finora fermate dalla polizia tunisina nell’ambito delle indagini
sull’attentato avvenuto martedì
scorso a Sbeitla, nella provincia
tunisina di Kasserine, lungo il
confine con l’Algeria, dove sono
morti cinque militari. Le persone
fermate si trovavano tutte nella
zona al momento dell’attentato.
Sono state trasferite presso la sede del ministero dell’Interno di
Tunisi per essere interrogate.
Tariffe di abbonamento
Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198
Europa: € 410; $ 605
Africa, Asia, America Latina: € 450; $ 665
America Nord, Oceania: € 500; $ 740
Abbonamenti e diffusione (dalle 8 alle 15.30):
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Necrologie: telefono 06 698 83461, fax 06 698 83675
KHARTOUM, 9. Le consultazioni
presidenziali e legislative in programma in Sudan lunedì, martedì
e mercoledì prossimo non si terranno in alcune delle circoscrizioni
dello Stato frontaliero del Sud
Kordofan, in particolare nella regione dei Monti Nuba. Lo ha annunciato la Commissione elettorale, sottolineando che il rinvio è dovuto a ragioni di sicurezza.
Nella zona è in corso da tempo
un vasto conflitto armato. All’inizio della prossima settimana, circa
quindici milioni di aventi diritto
saranno chiamati a eleggere il presidente e rinnovare il Parlamento.
Nonostante i candidati alla massima carica dello Stato siano quindici, anche alla luce del boicottaggio
annunciato dai principali partiti di
opposizione, appare scontata la
conferma di Omar Hassan Al
Bashar, al potere nel Paese africano
da oltre un quarto di secolo. Anche
dal Darfur, un’altra area di crisi situata all’estremità occidentale del
Paese, sono giunte notizie di nuove
violenze. Lo ha confermato la locale missione di pace dell’Onu Unamid, precisando che nella località
di Rowata bombardamenti dei caccia sudanesi nei pressi di postazioni ribelli hanno provocato la morte
di almeno quattordici civili.
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pagina 3
In coincidenza con l’arrivo a Seoul del segretario alla Difesa statunitense
Missili terra-aria
lanciati da Pyongyang
Sanguinosi
attacchi
nell’Afghanistan
nord-orientale
KABUL, 9. Sale nuovamente la
tensione in Afghanistan. Uomini
armati con indosso uniformi
dell’esercito afghano hanno attaccato oggi il tribunale di Mazar-iSharif nel nord del Paese. Almeno
due le vittime e venti i feriti. Lo
ha riferito il capo della polizia
della provincia di Balkh.
Ieri un uomo con la divisa
dell’esercito afghano ha aperto il
fuoco a Jalalabad, capoluogo della
provincia
orientale
di
Nangarhar, contro militari che
scortavano l’ambasciatore statunitense in Afghanistan, Michael
McKinley, uccidendo un soldato
americano e ferendone altri due.
L’autore dell’attacco, che secondo
una rivendicazione era del gruppo
antigovernativo Hezb-i-islami di
Gulbuddin Hekmatyar, è stato a
sua volta ucciso.
Secondo una ricostruzione ufficiale l’ambasciatore McKinley si
era riunito insieme ai vertici della
Missione internazionale Resolute
Support con i governatori delle
province orientali afghane per esaminare lo stato della sicurezza alla
frontiera con il Pakistan. All’uscita
dall’incontro uno dei soldati afghani che accompagnava la comitiva fin dal suo arrivo all’aeroporto, ha aperto il fuoco contro un
gruppo di militari americani. Simili episodi si sono moltiplicati da
quando Obama ha annunciato
che rallenterà il ritiro delle truppe
statunitensi dal Paese.
Nel frattempo, l’inviato statunitense per Afghanistan e Pakistan,
Dan Feldman, è da ieri a New
Delhi per consultazioni con il Governo indiano sulle prospettive
della sicurezza regionale con particolare riferimento alla situazione
afghana. A quanto appreso, Feldman ha incontrato vari esponenti
governativi indiani, fra cui il consigliere per la Sicurezza nazionale
del premier Narendra Modi, Ajit
Doval, e il viceministro degli Esteri indiano, S. Jaishankar. In un
breve comunicato il Governo indiano ha reso noto che «le parti
hanno esaminato i risultati della
visita a Washington del presidente
afghano, Ashraf Ghani, e del
coordinatore del Governo di unità
nazionale, Abdullah Abdullah».
«La discussione — si sottolinea —
ha riguardato anche il modo migliore per favorire in Afghanistan
un processo politico sostenibile,
inclusivo, sovrano e democratico».
SEOUL, 9. La Corea del Nord ha
lanciato due missili terra-aria al largo della costa occidentale, ultimi di
una successione di test effettuati
mentre nella regione è in visita il capo del Pentagono, Ashton Carter.
«Non conosciamo la loro gittata,
ogni tanto lo fanno», ha detto questa mattina il portavoce del ministero della Difesa sudcoreana.
I missili lanciati dal regime comunista nordcoreano sottolineano come
la situazione nella penisola sia pericolosa, e quanto sia necessario, per
mantenere la pace, la presenza di
una forza americana di sostegno alle
truppe sudcoreane. Lo ha dichiarato
il segretario alla Difesa statunitense,
giunto oggi a Seoul da Tokyo nel
quadro di una missione in Asia.
Ashton Carter avrà nelle prossime
ore un incontro con la presidente
sudcoreana, Park Geun Hye. Dopo
la Corea del Sud, Carter si recherà
nelle Hawaii dove si trova la sede
del comando militare americano per
la zona del Pacifico.
Intanto, la Corea del Nord ha deciso di espellere una cittadina americana accusandola di atti contro lo
Stato. Secondo Pyongyang, la donna, identificata come Suh Sandra,
era impegnata a «ordire complotti»
durante le sue frequenti visite in Corea del Nord, compiute a partire dal
1998 «con il pretesto degli aiuti
umanitari». Invece di trattenerla in
stato di arresto, la Corea del Nord
Il Paese ancora senza Costituzione
Scioperi
e disordini in Nepal
ha optato per l’espulsione della donna, adducendo l’età avanzata come
motivo della decisione.
Nel frattempo, un nuovo rapporto
delle Nazioni Unite afferma che gli
aiuti umanitari per la Corea del
Nord si trovano di fronte a un «significativo
sottofinanziamento»,
mentre circa il 70 per cento della
popolazione deve affrontare l’insicurezza alimentare. Il testo è stato reso
noto ieri sera dal sottosegretario generale delle Nazioni Unite agli Affari umanitari Valerie Amos.
E mentre Pyongyang continua a
spendere ingenti risorse finanziarie
nello sviluppo dei suoi progetti missilistici, il rapporto mette in evidenza le restrizioni che il regime impone alle operazioni umanitarie, sottolineando che la capacità delle agenzie Onu di accedere liberamente alle
comunità «è ancora fuori portata».
Nonostante queste difficoltà le Nazioni Unite chiedono alla comunità
internazionale 111 milioni di dollari
per le operazioni umanitarie in Corea del Nord nel 2015.
Onorato dalla Grecia il pagamento del debito con il Fondo monetario internazionale
Cooperazione tra Atene e Mosca
KATHMANDU, 9. Tensione a Kathmandu e in altre zone del Nepal
dopo gli scontri di ieri tra manifestanti e poliziotti, che cercavano di
impedire lo sciopero nazionale indetto dai partiti di ispirazione
maoista. Al centro, ancora una volta i disaccordi sulla nuova Costituzione che, pure essendo da tutti
considerata necessaria per fare
uscire il Paese dallo stallo politico,
economico e sociale in cui si trova
da anni, resta più causa di contenzioso che di pace e unità, dopo diversi rinvii della data di promulgazione. L’ennesimo tentativo della
maggioranza di approvare la Carta
senza l’appoggio dell’opposizione
dell’estrema sinistra, una trentina
di movimenti politici, ha alimentato il tentativo di bloccare nuovamente il Paese asiatico. Ancora una
volta i maoisti, eredi di una guerriglia che insanguinò il Nepal per
un decennio fino al 2006, hanno
bloccato trasporti, scuole e servizi
pubblici, con gravi disagi. Decine
gli arresti, tra cui tredici funzionari
del partito maoista.
Dal 2008 la litigiosa e frammentata classe politica nepalese cerca
di trovare un’intesa sulla nuova
Carta fondamentale dello Stato, in
particolare sul punto più controverso: ampia autonomia provinciale
o federazione di Stati su base etnica, per garantire la necessaria stabilità ai ventotto milioni di nepalesi.
MOSCA, 9. Il premier greco, Alexis
Tsipras, dopo l’incontro di ieri con
Vladimir Putin — che il Cremlino ha
definito «molto positivo» — vedrà
oggi a Mosca il primo ministro
Dmitri Medvedev, con il quale discuterà di «vari aspetti dell’interazione economica e commerciale».
L’incontro fa parte della visita di
due giorni del premier ellenico in
Russia, iniziativa che ha sollevato
giudizi sfavorevoli da diversi rappresentanti dell’Unione europea, critici
circa l’avvicinamento di Atene a
Mosca.
Come anticipato ieri dal ministro
dello Sviluppo economico russo,
Aleksei Ulyukayev, nei colloqui di
oggi si dovrebbe affrontare la questione dell’embargo alimentare contro l’import Ue, che ha molto colpito il settore ortofrutticolo greco. La
Russia, a detta del ministro, ha preparato una serie di proposte per alleggerire il peso delle contro-sanzioni nei confronti della Grecia, anche
se — come ha detto Putin — l’embargo non può essere cancellato.
Ma il leader del Cremlino ha ieri
gettato le basi per agganciare la
Grecia al futuro gasdotto Turkish
Stream e dribblare così l’Ue. Dopo
due ore e mezzo di colloqui con Putin, il premier greco ha rivelato che
Atene è «interessata» a un allacciamento al nuovo gasdotto russo-turco
annunciato da Mosca per trasportare
il suo gas in Europa, dopo aver cancellato il progetto South Stream per
le resistenze di Bruxelles.
Tour europeo per Modi
Il premier indiano Narendra Modi scatta un selfie (Reuters)
La posta in gioco è alta: pur precisando che Mosca e Atene non
hanno raggiunto alcun accordo concreto, Putin ha subito sottolineato
che il Turkish Stream potrebbe trasformare la Grecia in un hub «per la
distribuzione energetica» in Europa
e «attrarre investimenti importanti
nell’economia greca creando posti di
lavoro». E ha ventilato la possibilità
di crediti per «grandi progetti concreti», come questo che, a suo avviso, potrebbe fruttare ad Atene «centinaia di milioni di euro».
Nel frattempo, la Grecia ha rispettato i suoi obblighi verso il Fondo monetario internazionale e gli altri partner della ex troika, e continua
a negoziare per evitare un nuovo
crac. «Non credo che abbiamo il diritto morale di farci i complimenti,
abbiamo ancora tanto lavoro da fare» ha dichiarato oggi il ministro
dell’Economia greco, Yanis Varoufakis, in un convegno a Parigi, confermando implicitamente il pagamento
del prestito di 450 milioni di euro al
Fondo monetario.
Incontro di verifica a Berlino
sull’attuazione degli accordi di Minsk
PARIGI, 9. I ministri degli Esteri di
Francia, Germania, Russia e Ucraina si incontreranno lunedì 13 a
Berlino per fare il punto sul fragile
cessate il fuoco nell’est dell’ex Repubblica sovietica, siglato nel febbraio scorso a Minsk. Lo ha annunciato ieri il capo della diplomazia francese, Laurent Fabius, al termine di un colloquio a Parigi con
il collega ucraino, Pavlo Klimkin.
Fabius ha riferito che il presidente ucraino, Petro Poroshenko,
sarà a Parigi il prossimo 22 aprile.
«Ci sono stati alcuni progressi sul
terreno per il rispetto del cessate il
fuoco approvato il 12 febbraio a
Minsk», ha spiegato il ministro degli Esteri francese che ha tuttavia
denunciato le «troppe violazioni»
anche sul ritiro delle armi pesanti.
Dal canto suo, un funzionario
del ministero degli Esteri tedesco
ha riferito oggi che un incontro a
breve del cosiddetto gruppo Normandia (Francia, Germania, Russia, Ucraina) sarebbe importante
per «seguire rigorosamente l’attuazione dell’accordo di Minsk».
Imputato spara e uccide tre persone
nel tribunale di Milano
Il primo ministro indiano in Francia, Germania e Canada
NEW DELHI, 9. Il premier indiano,
Narendra Modi, ha lasciato oggi
New Delhi per un viaggio di otto
giorni, che lo porterà in Francia,
Germania e Canada. Una missione
all’estero diretta a incrementare le
relazioni economiche e commerciali,
in particolare nei settori della difesa,
del nucleare civile, dell’imprenditoria e delle infrastrutture.
Il tour inizierà da Parigi, importante partner economico di New
Delhi. È previsto un incontro con il
presidente, François Hollande, su un
battello sulla Senna.
Domenica, Modi si trasferirà in
Germania, dove insieme al cancelliere, Angela Merkel, inaugurerà la fiera internazionale di Hannover. L’India, Paese ospite della prestigiosa
rassegna, vi partecipa con oltre quattrocento imprese.
Si tratta della prima visita in Europa per Narendra Modi, leader del
Ashton Carter nella base americana a sud di Seoul (Ansa)
Bharatiya janata party (Bjp, il Partito del popolo indiano), a quasi un
anno dalla sua vittoria elettorale.
In un primo momento era in
agenda anche una tappa a Bruxelles,
che poi è stata cancellata a causa
della mancata risposta, informa la
stampa indiana, dell’Unione europea
sulle date suggerite da New Delhi.
Secondo
i
media
indiani,
nell’agenda
dei
colloqui
con
Hollande ci sono due importanti accordi tuttora in sospeso: quello sulla
fornitura dei centoventisei aerei caccia Rafale e quello sui reattori nucleari Areva.
Il tour di Modi si concluderà in
Canada, dove il 14 aprile incontrerà
il primo ministro di Ottawa, Stephen Harper, e poi terrà un discorso
alla vasta comunità indiana a Toronto. È la prima visita di un capo di
Governo indiano in Canada negli
ultimi quarantadue anni.
MILANO, 9. Almeno tre persone sono morte e diverse sono rimaste ferite dopo che un uomo ha aperto il
fuoco, giovedì mattina, nel palazzo
del tribunale di Milano. A sparare
è stato Claudio Giardiello, 57 anni,
imprenditore immobiliare di Benevento, imputato in un procedimento per bancarotta fraudolenta, catturato poi dai carabinieri a Vimercate dopo una fuga rocambolesca.
Secondo alcune testimonianze,
l’uomo ha estratto una pistola dopo che il suo avvocato, Lorenzo
Alberto Claris Appiani, aveva dichiarato di voler rinunciare all’incarico e ha aperto il fuoco, uccidendo quest’ultimo e un coimputato, Giorgio Erba. Secondo le prime
ricostruzioni, rese note mentre andiamo in stampa, Giardiello si è
poi recato al piano inferiore
dell’edificio, dove ha raggiunto, e
ucciso, il giudice fallimentare Fer-
nando Ciampi. Dopo essersi asserragliato all’interno del palazzo per
qualche minuto, l’uomo è poi riuscito ad allontanarsi a bordo di
una moto, prima di essere rintracciato e bloccato dai carabinieri, che
lo hanno condotto in caserma.
Oltre ai tre deceduti, presso gli
ospedali di Milano sono stati trasportati anche un numero imprecisato di feriti, tutti però in condizioni non gravi, mentre non trova
conferme ufficiali la morte per arresto cardiaco di una quarta persona. Della vicenda è stato subito informato anche il presidente della
Repubblica Sergio Mattarella.
I primi interrogativi sull’accaduto sorgono in merito alle misure di
sicurezza predisposte nel tribunale.
Secondo un testimone, uno dei
metal detector, posti all’ingresso
dell’edificio, giovedì mattina sarebbe risultato non funzionante.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
venerdì 10 aprile 2015
Felice Casorati,
«La famiglia Consolaro Girelli» (1916)
Medici e consenso informato nel caso Montgomery
Il dilemma
del paternalismo
n principio stava la Madre. A Parma si è aperta
una mostra sugli archetipi
della maternità, dalle statuette votive delle antiche
civiltà mediterranee alle Madonne con Bambino rinascimentali;
dalle intense Pietà del Cinquecento fino alle invenzioni del Novecento, in cui l’immagine della
donna e della famiglia si laicizza
(pensiamo a Felice Casorati o Gino Severini). E, per reazione, artisti contemporanei come Alberto
Giacometti, Francesco Messina o
Lucio Fontana, con le loro immagini neo-arcaiche e fortemente
evocative, sentono il bisogno di
ritrovare la sacralità primitiva
dell’immagine della donna e della
madre.
Un bisogno, questo, di tornare
all’origine del significato della
maternità, che corrisponde alla
nostra sensibilità post-moderna.
La mostra «Mater. Percorsi simbolici sulla maternità», aperta fino al 28 giugno al palazzo del
Governatore, affronta attraverso
oltre centocinquanta reperti i tanti significati che l’icona della madre ha assunto nei millenni: dea
della fecondità e della terra, divinità che assiste la donna che partorisce e allatta, matrona che sta
all’origine della famiglia e della
società latina (la mater familias
romana), Madre di Dio nella civiltà cristiana (della misericordia,
consolatrice, regina, in maestà).
Dal Paleolitico all’età del ferro
e del bronzo affiorano nella mo-
I
di CARLO PETRINI
lcune sentenze segnano
un cambiamento radicale nella relazione tra
medico e paziente. Il
primo ottobre 1999 Nadine Montgomery, una donna diabetica, partorì un bimbo al Bellshill
Maternity Hospital. Nelle donne
gravide affette da diabete vi è una
maggiore probabilità che il feto
raggiunga dimensioni superiori al
normale e ciò comporta un aumento di circa il dieci per cento del rischio di distocia. Sam, questo il nome del bambino, nacque con un
parto distocico, in conseguenza del
quale è ora affetto da una grave disabilità neurologica.
La donna fece ricorso, affermando che se la dottoressa Dina
McLellan, che l’assistette durante il
parto, l’avesse correttamente informata del possibile rischio, avrebbe
scelto il taglio cesareo. L’ostetrica
invece aveva reputato corretto non
informare la donna, essendo il rischio poco probabile. La Corte ha
accolto il ricorso della madre di
Sam, riconoscendole un indennizzo
di cinque milioni di sterline. La
sentenza dell’11 marzo 2015 dalla
Suprema Corte del Regno Unito
segna una svolta: nel «British Medical Journal» la sentenza è definita
una tappa storica nel superamento
del paternalismo medico.
Finora nel Regno Unito la decisione del medico sulle informazioni
da fornire al paziente era basata su
una sentenza del 1985, riguardante
il caso Sidaway. Tale decisione prevedeva l’applicazione del cosiddetto
Bolam test, in base al quale un me-
di ALFRED O TRADIGO
A
Enea viene curato dal medico Japix
(dalla Casa di Sirico di Pompei)
assistito, voglia sapere?»; «Quali
informazioni sulle possibili alternative è prevedibile che egli desideri
sapere?»; «Ho avuto ogni ragionevole cura nell’assicurarmi che il paziente conosca ciò che egli reputa
utile sapere?».
I giudici della Suprema Corte,
nella sentenza, osservano inoltre
che il medico deve dare le informazioni senza attendere che sia il paziente a chiederle, perché «c’è qualcosa di surreale nell’attribuire l’onere della domanda al paziente, il
quale potrebbe non essere consapevole del fatto che vi è
qualcosa da chiedere».
Nella sentenza, non senza
Con la sentenza dell’11 marzo
un velo di ironia, si osserva che alcuni medici pola Suprema Corte del Regno Unito
trebbero ritenere di non
segna una svolta
aver tempo per un dialogo probabilmente lungo
Ora il dottore deve dare informazioni
con il paziente: a tale
ponendosi dal punto di vista
proposito la Corte rileva
che «anche i medici medella persona che sta curando
no inclini o abili alla comunicazione, così come
quelli più indaffarati,
dico «è considerato non negligente hanno il dovere di prendere una
se la sua condotta è conforme a un pausa e di impegnarsi nella discusresponsabile corpus di pareri medi- sione che la legge impone».
ci». Il riferimento, quindi, era l’opiA margine della sentenza, tuttanione prevalente dei medici. Con la via, si può osservare che vi sono alnuova sentenza, invece, la prospet- meno tre eccezioni al dovere di intiva viene rovesciata: il medico non formare. La prima riguarda i casi in
deve più chiedersi quale sia l’orien- cui è lo stesso paziente a chiedere
tamento prevalente dei suoi colle- di non essere informato; la seconda
ghi, e conformarsi a esso, bensì de- riguarda i casi in cui dare l’informave porsi dal punto di vista della zione potrebbe comportare un danpersona che sta assistendo.
no per la salute del paziente; la terIl medico, pertanto dovrà porsi za riguarda le situazioni di emerdomande come: «Il paziente cono- genza in cui un paziente è incosce il rischio dovuto al trattamento sciente, nel qual caso il medico ha
che gli sto proponendo?»; «Quali il dovere di intervenire immediatatipi di rischi è ragionevole che una mente, indipendentemente dall’inpersona, nelle condizioni del mio formazione e dal consenso.
Nel Novecento
la maternità si laicizza
E sulla famiglia si accende
la luce artificiale
della modernità
stra di Parma le più svariate immagini di divinità femminili — da
Cipro, Taranto, Aquileia — tra cui
l’interessante tipologia delle Matres Matutae di Capua. È il caso
di un bassorilievo in tufo del IV
secolo prima dell’era cristiana che
rappresenta una madre seduta
con in braccio cinque neonati avvolti in fasce: il reperto veniva
esposto come ex voto nel santuario di Capua davanti alla dea delle partorienti per chiedere la sua
protezione.
Le immagini propiziatorie di
divinità sedute con il bambino
sulle ginocchia o tra le braccia
mentre allattano ci introducono
alle immagini votive cristiane delle tante Madonne con il Bambino
dei nostri santuari mariani. Davanti all’icona della Madonna del
latte (galaktòfusa) pregavano intere generazioni di spose per chiedere il dono della maternità e
Il Leopardi “incompreso” di Martone
Favolosa ignoranza
«Leopardi viene letto sì nelle nostre scuole, ma senza
che se ne illustri lo spirito ribelle. Per un Paese cattolico
come l’Italia riconoscere che il poeta più grande era ateo
non va bene» spiega Mario Martone, il regista de Il
giovane favoloso ad Aureliano Tonet di «Le Monde».
Un’affermazione piuttosto bizzarra, chiosa Ernesto Galli
della Loggia sul «Corriere della Sera» del 9 aprile;
«viene da chiedersi dove abbia finora vissuto il regista e
se abbia mai letto ad esempio, le pagine dedicate a
Leopardi da tal Francesco De Sanctis», un noto
italianista dell’Ottocento «di qualche influenza, e non
proprio amicissimo dei preti» aggiunge l’autore
dell’editoriale, consapevole che, con i tempi che corrono,
non è opportuno dare niente — ma proprio niente — per
scontato. «Il guaio di registi, attori, cantanti italiani non
è tanto quello di fare spesso cose mediocri, è quello di
sparare a ogni occasione giudizi su cose di cui ignorano
tutto», scrive senza mezzi termini Galli della Loggia.
Centocinquanta reperti esposti a Parma
In cerca
della madre
dell’allattamento. Ottenuta la
grazia, le donne portavano davanti alla Madonna i loro ex voto, così come, parallelamente, in
ambito pagano venivano portate
al santuario della dea statuette
fittili a grandezza naturale di
bambini in fasce (dalle Puglie del
III e II secolo prima dell’era cristiana) e anche mammelle votive.
L’immagine e il modello della
donna cristiana è Maria. A lei ci
si rivolge per ottenere il dono
della maternità. In lei il mistero
della verginità e della maternità si
uniscono in una straordinaria fecondità: Vergine e Madre, Figlia
del Tuo Figlio (Dante, Paradiso,
canto XXXIII, 1). Nell’abbraccio
tra la Madre e il Figlio accade
qualcosa di speciale, cielo e terra
si uniscono.
La mostra ci riporta ai momenti lieti della vita di Maria.
All’Annunciazione, quando
tutto comincia in lei, sorpresa dall’angelo nella
prospettiva di un bel
colonnato rinascimentale (per esempio, nella tempera su tavola
di Luca Signorelli,
1491). Poi la presenta
affacciata al davanzale
con il figlio, giovane e
bella madre nell’affresco del Pinturicchio
conservato in Vaticano. O ancora signora
dal lungo collo di cigno, in Maestà, assisa
su un trono gotico e
circondata dagli angeli, il figlio benedicente
in piedi sulle ginocchia (Stefano
d’Antonio di Vanni, secolo XV).
Bernardino Luini dipinge una
leonardesca Madonna del latte (fine XV secolo) e Moretto da Brescia una Madonna con Bambino
che gioca (XV secolo).
Nell’abbraccio tra la Madre e il
Bambino delle varie icone cretesi
e veneziane esposte a Parma c’è
però già il presentimento della
dolorosa Passione che il Figlio
dovrà subire sulla croce. Materni-
tà che in filigrana sono già delle
piccole Pietà. Se nelle immagini
egiziane di Iside che allatta Horo, o della dea Nut che accoglie
nel suo grembo l’anima — dipinta
a colori sul fondo di un sarcofago
egizio — o ancora nel sarcofago
greco con la madre defunta circondata dai parenti il tema della
morte si affaccia timidamente,
nelle icone di Maria con il Bambino il presentimento del futuro
dolore della madre per il figlio
morto diventa dolore universale
di tutte le madri. Nella Madonna
del latte con crocifissione di Ambrogio di Baldese (1380-1385) è addi-
Bartolo di Fredi, «Madonna della misericordia» (1364, particolare)
rittura l’immagine della crocifissione a fare da sfondo al dolce
momento dell’allattamento. La
Madonna sa che dovrà perdere il
suo Gesù. E, come ogni madre al
mondo, non vorrebbe mai vedere
seppellire il frutto del suo grembo. Nelle immagini della Pietà in
cui la profezia di Simeone si avvera — «anche a te una spada ti
trafiggerà l’anima» — la storia
dell’iconografia della maternità
tocca il suo vertice. La tempera
Mostra sulla toletta femminile a Parigi
Make-up in stile rinascimentale
Edgar Degas, «L’acconciatura» (1892-1895)
su tavola di Francesco Neri da
Volterra e le due tele del Correggio e del Campi sono altrettante
illustrazioni della laude Stabat
Mater di Jacopone da Todi. Quel
Figlio è Dio. Eppure totalmente
uomo, nato dal seno di quella
donna; deposto dalla croce e totalmente affidato all’abbraccio di
una donna.
Liberata dal velo del romanticismo, nel Novecento la maternità
si laicizza. Imborghesisce. Sulla
famiglia si accende la luce artificiale della modernità. Il neon
della pittura di Felice Casorati rischiara l’esistenza della nuova
coppia borghese con bambino,
seduta in salotto attorno a un tavolino da the. E cosa scopriamo?
Che il bimbo-marinaretto è sulle
ginocchia di un papà elegante
con tanto di baffi, cravatta e colletto alto; mentre la mamma,
dall’aria distaccata — potrebbe
sembrare una cameriera se non
fosse seduta — sta per versare il
the. Il bambino non guarda i genitori: guarda noi, è in posa per
il quadretto familiare. In questa
tela di Casorati, intitolata La famiglia Consolaro Girelli (1916),
non c’è mistero. Tutto è lucido
come le scarpe di vernice del
bambino. È una famiglia che si
specchia, si autocompiace di sé e
del suo ruolo sociale.
La crisi dell’immagine della
donna novecentesca è riassunta
da Gustav Klimt nel segno della
morte e della caducità del suo
corpo. Nell’opera Tre età della
donna (1905, Roma, Galleria Na-
Pudore e discrezione al servizio di una castigata sensualità: la
ricetta reca firme illustri, tra le quali spicca quella di Edgar
Degas. Sono alcune delle sue opere, infatti, a costituire
l’architrave della mostra «La Toilette, naissance de l’intime»
allestita, fino al prossimo 5 luglio, al museo Marmottan Monet
di Parigi. Dipinti che ritraggono donne intente alla cura del
proprio corpo e del proprio aspetto: un rituale che riveste
anche una valenza storica perché segna il progresso sociale
della donna, cui si riconosce importanza crescente nei salotti e
nelle dinamiche della vita della borghesia e della nobiltà. La
mostra — che verte tra storia sociale dei costumi e storia
iconografica dell’arte — presenta anche incisioni, arazzi,
sculture e dagherrotipi, e segue un percorso che muove dal
Medioevo per poi snodarsi lungo l’epoca rinascimentale e
attraverso i secoli successivi. Dipinti della scuola di
Fontainebleau mostrano donne davanti allo specchio, che si
pettinano con cura certosina, in un concerto di profumi e
cosmetici. Una grazia d’altri tempi. (gabriele nicolò)
zionale d’arte moderna), non
esposta a Parma ma presente nel
catalogo (edizioni L’Erma) l’antico ordine si è rotto. Anche la
dea-madre imbruttisce, muore e si
corrompe. Michelangelo Pistoletto la rappresenta ancora come
Venere, ma tra gli stracci (Venere
degli stracci, cemento, mica e
stracci, 1967). Tremendamente vicina alle cronache quotidiane
l’immagine di Medea (70-79 prima dell’era cristiana) affresco su
intonaco uscito dagli scavi di Ercolano.
Medea, la maga che uccide i
propri figli, rimanda alla grande
tela Le cattive madri (1804) di
Giovanni Segantini, dove una
donna fluttuante, avvinghiata per
i capelli ai rami spogli di un albero in mezzo alla neve, cerca di
liberarsi mentre tra i rami un
neonato le succhia il seno in un
groviglio macabro.
Dove sta la madre oggi? La risposta si perde nel gioco infinito
delle immagini e dei sensi che
questa mostra ha proposto. Ma
se ci fermiamo davanti alla Pietà
con Madonna e san Francesco di
Antonio Campi (1575 circa), proveniente dalla sala capitolare della cattedrale di Cremona, capiamo che il dolore di Maria sul figlio morto appartiene all’umanità
intera. Così come nella statuetta
in bronzo della Madre dell’ucciso
(prima età del ferro), proveniente
dal museo nazionale di Cagliari:
lo stesso dolore in un reperto di
età nuragica, eppure vicino alla
nostra sensibilità contemporanea.
L’OSSERVATORE ROMANO
venerdì 10 aprile 2015
pagina 5
Al Lacor Hospital
durante gli anni della guerra civile
in due letti
uno a fianco all’altro
la vittima e il carnefice
si riscoprono fratelli
Biennale di Venezia
Il dialogo
necessario
tra arte e fede
In viaggio tra le macerie dell’Uganda
L’abbraccio che salva
Nel racconto di Bevilacqua e Bonanate
di SILVIA GUSMANO
n quel momento mi sono
accorto che, vicino a me,
c’era un altro ragazzo, lo
stavano medicando. Aveva
una gamba fasciata, ma la
benda era inzuppata di sangue. Piangeva
disperato. I nostri sguardi si sono incrociati. L’ho riconosciuto. Era il ragazzo che mi
aveva tagliato le dita con il machete (…).
Spaventato mi sono seduto sul letto, coperto di sudore. Anche lui mi aveva riconosciuto e tremava come una foglia». Kenneth e James, a poche ore dal loro primo
tragico incontro, si ritrovano vicini in ospedale, feriti gravemente nel corpo e nello
spirito. E dopo essersi raccontati, sciolgono
l’odio reciproco in un abbraccio che li salva. L’ospedale è il Saint Mary’s chiamato
anche Lacor Hospital, a qualche chilometro
da Gulu, nel Nord Uganda. Un luogo dove, negli anni mostruosi della guerra civile,
«in due letti, uno a fianco all’altro, c’è la
vittima e il carnefice che si riscoprono fratelli. Il Lacor accoglie e cura tutti, senza distinzioni».
Testimone dell’episodio, è Francesco Bevilacqua, manager milanese che vola in
Africa per liberarsi del senso di incompiutezza che lo opprime e dieci anni più tardi
racconta quell’esperienza, realmente vissuta,
ne I bambini della notte (Milano, Il Saggiatore, 2014, pagine 226, euro 15), scritto a
quattro mani con Mariapia Bonanate. Il libro è un commovente intreccio di più viaggi, un’esplorazione delicata e autentica di
universi lontani che al Lacor si fondono
fraternamente.
Il primo viaggio è quello del protagonista. Francesco scopre tra le macerie d’Africa
un inferno che non credeva possibile, vi si
immerge e ne esce completamente cambiato. A guidarlo, tra i campi profughi e i reparti dell’ospedale, tra i bimbi orfani e le
strade di polvere rossa minacciate dai guerriglieri, brother Elio, fratello laico comboniano, che da oltre vent’anni vive, soffre e
combatte come un “alcoli”, la gente del
Nord Uganda. Il suo viaggio, come tanti
altri qui, non prevede ritorno.
Elio Croce, figlio delle Dolomiti, ha scelto di vivere nella savana. È «un uomo che
incontra “l’altro” con un istintivo, spontaneo, senso di reciproca appartenenza». Un
religioso che, instancabile, costruisce la pace, con il cuore aperto e con il sudore della
fronte, mentre, mattone su mattone, tira su
muri capaci di proteggere gli innocenti dalla ferocia insensata della guerra. La lettura
del suo diario, «scritto per salvare da un
oblio ingiusto persone e fatti, destinati a
scomparire nel nulla», offre a Francesco occhi nuovi.
«C’è un continuo alternarsi in queste pagine — commenta il protagonista — fra la
storia del Paese e il destino collettivo e individuale di centinaia di persone (…). Sono i volti delle mamme che stanno morendo di Aids e hanno affidato piangendo a
Elio i loro figli. È il volto di Margaret
Arac, alla quale, durante un agguato, un
colpo di bazooka ha portato via un piede.
Si è salvata fingendosi morta, mentre i ribelli violentavano le altre donne ferite e poi
le uccidevano (…). È il volto di suor Paola,
una delle tante religiose sconosciute, che
hanno donato la vita per la gente di questo
pezzo d’Africa. Donne eroiche, generose,
geniali, che non fanno notizia, se non due
righe sui giornali quando sono ammazzate». Perché — si chiede con insistenza Francesco all’inizio — Elio e tanti altri rimangono? Come sopportano tanto dolore? Come
convivono con la paura?
Una prima risposta è nel viaggio che
Dan, orfano di nove anni, responsabile di
quattro fratelli più piccoli, compie ogni sera in fuga dal proprio villaggio, dove rischia di essere rapito dai guerriglieri e trasformato in soldato. Lui, come altre migliaia di bambini, cerca rifugio nei cortili
del Lacor e percorre chilometri e chilometri
a piedi, quasi sempre a digiuno, per varcare
i cancelli dell’ospedale prima del coprifuoco e poi, di nuovo, all’alba. Sono i night
commuters, i bambini della notte, che come
un unico grande tappeto umano si stendono in tutti gli spazi all’aperto dell’ospedale,
«I
sporchi, laceri, infreddoliti, e si addormentano, bagnandosi quando piove.
La seconda risposta è nel viaggio che ha
trasformato un angolo di terra dilaniata in
un baluardo di umanità. Nel 1961, arrivano
in Nord Uganda, due medici, il chirurgo
canadese Lucille Teasdale e il pediatra italiano Piero Corti. Il Saint Mary’s è un piccolo ospedale aperto dai comboniani e loro
ne fanno il proprio sogno professionale e l’obiettivo primario, oggi raggiunto, di pasfamiliare. Qui si sposano, mettono al mon- sare interamente le consegne agli ugandesi.
do una figlia e creano una struttura d’avan- Le prove più dure arrivano quando alla traguardia che con «le migliori cure possibili gedia del conflitto armato, si affiancano la
al minor costo» diventi per gli alcoli e non minaccia dell’Aids e la mostruosa esplosiosolo una concreta speranza di sopravvi- ne dell’ebola. In entrambi i casi, a distanza
di pochi anni, il Lacor fa scuola nel monvenza.
Quando iniziano, le sfide da affrontare do, grazie a scoperte tempestive e a protosono povertà e malattie, ma nel giro di po- colli d’avanguardia. E dà un esempio in
chi anni, la forte insatabilità politica del grado di scuotere l’indifferenza occidentale.
Paese determina uno scenario disastroso, Lucille contrae il virus dell’Hiv ferendosi
dominato dalla violenza. Per vent’anni i con alcune schegge d’ossa mentre opera un
gruppi ribelli riparati al Nord
alimentano una guerra civile
tra le più sanguinarie e sconoAperto dai comboniani
sciute della storia contemporanea. Il Lacor diventa suo malil Saint Mary’s divenne centro d’avanguardia
grado ospedale di guerra e Lugrazie al chirurgo canadese Lucille Teasdale
cille chirurgo di guerra, in grado di operare senza sosta per
e al pediatra italiano Piero Corti
giornate intere. L’emergenza
Oggi per volontà dei due coniugi
continua del conflitto — con
incursioni, assalti, sparatorie,
la struttura è gestita in toto da ugandesi
rapimenti del personale — non
ferma tuttavia la vocazione dei
due medici occidentali, pur
costretti, con grande sofferenza, a mandare paziente colpito da una granata. Le danno
per qualche anno la figlia Dominique in due anni di vita, ma va avanti a lavorare
Italia. Loro non mettono mai in conto di per altri dieci, sino al 1996, ricevendo premi
lasciare l’Uganda e il Saint Mary’s non e riconoscimenti dalla comunità internaziosmette mai di allargarsi a nuovi reparti, a nale. Il suo successore, il medico ugandese
nuove specializzazioni a nuovi progetti, a Matthew Lukwiya, cadrà vittima dell’ebola
cominciare dalla scuola per infermieri. Con nel 2000, dopo essere riuscito per mesi ad
arginare gli effetti devastanti dell’epidemia
grazie a qualità umane e professionali fuori
dal comune. Il suo non-viaggio è forse il
capitolo più toccante della storia.
Quando Piero lo manda all’estero per
una specializzazione di un anno e la sua
bravura gli guadagna una proposta di lavoro in Inghilterra, il giovane medico rifiuta.
Rifiuta la vita agiata e la tranquillità che
non ha mai conosciuto e sceglie di rimanere a Gulu, al servizio della propria gente.
Matthew è il tredicesimo dipendente del
Saint Mary’s a morire di ebola, ma anche
l’ultimo: le misure da lui approntate, infatti, sconfiggono l’epidemia. Il suo corpo viene sepolto accanto a quello di Lucille, sotto
due grandi alberi nel giardino dell’ospedale. Pochi anni più tardi li raggiunge Piero e
oggi che il Lacor è il secondo ospedale del
Paese, guidato da tre medici ugandesi e sostenuto da una fitta rete di solidarietà che
fa capo a Dominique Corti, quei due alberi
accolgono ogni giorno preghiere e ringraziamenti.
Tra le tante persone che si inginocchiano
sulle lapidi dei tre medici, anche Dan, giovane studente di medicina, e Francesco,
tornato più volte a Gulu. «Le loro vite sono dei capolavori di amore gratuito e di
promozione sociale e umana», scrivono Bevilacqua e Bonanate. E la loro vocazione,
«una medicina che aggiungeva vita alla
vita».
Un itinerario di ricerca tra biblioteche, archivi e toponomastica
Quanta Persia nel cuore di Roma
di MARIA VITTORIA FONTANA
Tutte le strade portano a Roma. Questo
antico detto vale anche per la Persia. Ne è
prova il paziente e meticoloso itinerario di
ricerca di Angelo Michele Piemontese,
professore emerito all’università La Sapienza di Roma, dove ha insegnato Lingua e letteratura persiana. Lo studio della
Persia in rapporto all’Italia ha finito per
portare Piemontese a indagare nei meandri della città eterna: non solo biblioteche
e archivi, ma anche piazze, chiese, strade.
Ecco allora che nel volume La Persia istoriata in Roma (Biblioteca Apostolica Vaticana, 2014, pagine 466, euro 60) è possibile cogliere i tasselli di un prezioso mosaico
che comprende e accomuna, in felice sintesi, la dimensione persiana e quella romana.
Nella premessa al libro, Piemontese, citando Virgilio, chiede e si chiede quale sia
il motivo che spinge a vedere Roma. «Per
ritrovare una risposta consona a questa
bella domanda posta da Virgilio, intrapresi
un nuovo percorso nel molteplice paesaggio che rende inesauribile l’urbe. La ricognizione di una sua memoria storica di referenza persica, tanto negletta quanto considerevole, mi porse lungo il cammino una
chiave per la risposta: Roma ama la virtù
del memorandum perenne. Preso questo
motto — prosegue l’autore — come filo di
guida in siti, palazzi, chiese, archivi e biblioteche, mirai a rintracciare ciò che nel
corso dei secoli Roma, ricorda, ospita, nota e illustra circa la Persia antica e moderna, riguardandone molte vicende, persone,
storie e leggende. Tale Persia istoriata rifulge nel paesaggio urbano antico e moderno, monumentale, artistico, letterario,
drammaturgico e musicale».
Il volume comprende tre capitoli. Il primo tratta dei segni persici in Roma antica;
il secondo si sofferma sulla memoria storica romana dei santi persiani (Abdon e
«Sibilla Persica» in Filippo Barbieri, «Sibyllarum et
Prophetarum de Christo Vaticinia» (1481)
Sennen, Mario Marta Audiface e Abaco,
Anastasio Persiano, Onofrio); il terzo è incentrato sul «regno antico evocato nel
paesaggio urbano». Seguono 53 pagine di
bibliografia, 46 tavole fuori testo e tre sezioni dedicate agli indici: delle fonti manoscritte, dei nomi e toponomastico.
Nel primo capitolo non poteva mancare
il riferimento ad Alessandro il Macedone,
il conquistatore dell’impero di Persia.
L’autore ricorda quindi come la Persia
svolgesse un ruolo di “cardine decisivo”
sul fronte “vicino-asiatico”, segnando il limes geopolitico nel confronto strategico
fra Europa e Asia. Qui l’espansione romana incontrava un duro ostacolo. La Persia,
governata dai re Parthi Arsacidi e poi dai
Sasanidi, fu la nemica dell’impero di Roma e di Costantinopoli. Pertanto questa
plurisecolare antagonista «rimase indelebile nella memoria storica di Roma». Un
soggetto che Piemontese ha indagato per
lungo tempo concerne i santi persiani venerati a Roma dal III secolo. Di essi ha
rintracciato la storia, le connessioni con il
tessuto urbano della città, nelle chiese, negli affreschi.
Nel terzo capitolo, il più corposo, il
ruolo di protagonista viene recitato dalla
Roma rinascimentale e post-rinascimentale. L’elezione di Martino V sancita dal
concilio di Costanza (1417), prelude all’ingresso del nuovo Papa a Roma (1420). A
esso si accompagna l’inizio della rinascita
urbana della città. Il cardinale Giordano
Orsini, titolare della basilica di Santa Sabina dopo la morte del Pontefice (1431),
volle affidare al messaggio iconografico
«la funzione delle sibille, mediatrici tradizionali di vaticini pagani e cristiani».
Due manoscritti, conservati a Liegi e a
Tongerloo, testimoniano del ciclo di affreschi del palazzo Orsini sulla Via papalis,
distrutti forse a opera dei nemici giurati
degli Orsini, i Colonna. Le pitture raffiguravano dodici profeti giudaici e dodici
sibille antiche. Questo tema sarà ripreso
da Michelangelo nella volta della Cappella Sistina, dove trovano posto sette pro-feti giudaici e cinque sibille. Fra queste spicca la sibilla Persicha: la misteriosa figura
accoglie il visitatore che, entrando, la distingue come primo personaggio, sulla sinistra, in un ideale abbraccio visivo in senso orario, dal basso verso l’alto. Di fronte
a lei Michelangelo dipinge il profeta Daniele.
«Se hai due pani, uno dallo a un
povero, poi vendi l’altro e compra
un fiore di giacinto, e dai pure
quello al povero». Presentando il
9 aprile presso la Sala Stampa il
Padiglione della Santa Sede alla
56a Esposizione internazionale
d’Arte della Biennale di Venezia, il
cardinale Gianfranco Ravasi,
presidente del Pontificio Consiglio
della cultura e commissario del
padiglione, ha voluto sottolineare
che la bellezza è un diritto di
tutti, anche dei meno fortunati.
Per questo la scelta di tornare a
proporre arte sacra dal 9 maggio
al 22 novembre all’Arsenale
(anteprima dal 5 all’8) non è una
«iniziativa da principi
rinascimentali, ma un impegno
anche religioso». Il bello però —
ha sottolineato il presidente della
Biennale, Paolo Baratta — è
insufficiente a spiegare il mondo, e
l’arte contemporanea ha necessità
di riflettere su quello che accade
oggi, deve aprire gli occhi anche
su quello che non si vorrebbe
vedere. Quello che si propone è
quindi uno sguardo senza
pregiudizi sul tema «In
Principio... la Parola si fece
carne». I termini del prologo
giovanneo, spiega Ravasi,
«ispirano gli spazi tematici in cui
è suddiviso il padiglione. In essi
trovano posto le creazioni di artisti
selezionati sia in ragione della
consonanza del loro percorso di
ricerca attuale con il tema
prescelto, sia per la varietà delle
tecniche utilizzate e per la diversa
provenienza geografica e
culturale». I tre artisti — ha
sottolineato Micol Forti, che dirige
la collezione d’arte contemporanea
dei Musei Vaticani e cura il
padiglione di Venezia — sono
molto diversi tra loro. Monika
Bravo, colombiana di nascita,
internazionale di formazione,
americana d’adozione, ha
elaborato «una narrazione
scomposta e ricomposta su 6
schermi e altrettanti pannelli
trasparenti, posti su pareti
potentemente colorate. In ogni
composizione natura, parola e
astrazione artistica si presentano
come elementi attivi di una visione
aperta a un margine di
indeterminatezza sperimentale
nell’elaborazione di un nuovo
spazio percettivo, attraverso il
garbo e la “manualità” poetica con
cui vengono usati i media
tecnologici». La ricerca della
giovane macedone, Elpida HadziVasileva, «fonde invece abilità
artigianali, conoscenze scientifiche
e una potente visione estetica». La
sua è un’installazione
monumentale, architettonica, che
accoglie il visitatore in una
dimensione al tempo stesso fisica e
simbolica e che utilizza materiali
di scarto, in un tragitto che dal
ready-made conduce al re-made. La
realtà è invece restituita senza
falsificazioni dal fotografo
trentenne Mário Macilau. La serie
di 9 fotografie in bianco e nero,
realizzate a Maputo — capitale del
Mozambico dove l’artista è nato e
lavora — sono dedicate ai ragazzi
di strada che, ancora bambini, si
trovano ad affrontare la vita come
sopravvivenza. Non si tratta di un
reportage, sottolinea Forti, ma di
«un’opera poetica che ribalta i
nessi tra l’adesso e il già stato, il
vicino e il lontano, il visibile e il
non-visibile. Il tema dell’origine e
del fine di ogni atto artistico è
portato dalla forza della
composizione fotografica a
confrontarsi con l’agonia del
reale». Prosegue, quindi, dopo
l’esperienza del 2013, la volontà di
ristabilire il dialogo tra arte e fede,
così come, ha sottolineato ancora
Ravasi, «continua a rivelarsi densa
di vitalità l’esigenza di interrogare,
in un ambito del tutto
internazionale, la relazione tra la
Chiesa e l’arte contemporanea». E
forse, ha concluso Baratta, è
arrivato il momento per allargare il
discorso anche alla musica.
(marcello filotei)
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 6
venerdì 10 aprile 2015
Il Consiglio canadese delle Chiese scrive al primo ministro Harper
Per la pace
in Iraq e in Siria
Messaggio di Bartolomeo in occasione della Pasqua ortodossa
Nel risorto
l’uomo ritrova la speranza rubata
ISTANBUL, 9. «Le grida e le minacce
della morte» che riecheggiano in
molti angoli del pianeta non hanno,
e mai avranno, l’ultima parola. Infatti, «il male viene vinto attraverso
il bene» perché «Cristo è risorto dai
morti e ha dimostrato in questo modo l’impossibilità della morte di
prevalere». È quanto sottolinea il
patriarca ecumenico Bartolomeo nel
messaggio per la Pasqua ortodossa
che cade domenica prossima, 12
aprile.
Con la Pasqua, viene evidenziato,
«festeggiamo la morte della morte»,
una «realtà di vita e di speranza»
che capovolge sin dalle fondamenta
ogni prospettiva di peccato. «Attorno a noi, nel mondo — osserva Bartolomeo — sentiamo le grida e le
minacce della morte, che lanciano
da molti punti della terra coloro i
quali credono di poter risolvere le
differenze degli uomini con l’uccisione degli avversari, fatto che costituisce anche la più grande dimostrazione della loro debolezza. Infatti,
attraverso la provocazione della
morte del prossimo, attraverso la
vendetta contro l’altro, il diverso, il
mondo non migliora, né si risolvono
i problemi degli uomini». Problemi
provocati e inaspriti «dal disprezzo
della persona umana e dalla violazione dei suoi diritti, soprattutto del
debole». Al contrario, le difficoltà si
risolvono «con il riconoscere e onorare il valore della persona e con il
rispetto dei suoi diritti».
In questo senso, Bartolomeo sottolinea come con la sua resurrezione
Cristo abbia dimostrato l’impossibilità della morte e del peccato di
provocare delle situazioni irreversibili. «Le situazioni createsi con la
morte sono controvertibili, poiché,
malgrado gli eventi, sono momentanee, non hanno radice e linfa, mentre è sempre presente invisibilmente,
colui che ha vinto la morte per sempre, Cristo». In ragione di ciò, i cristiani credono «che il diritto della
vita appartenga a tutti gli uomini».
Infatti, «la vita e la resurrezione sono offerti da colui che ha calpestato
la morte e il suo potere sugli uomini, Cristo Gesù, e in lui solo e nel
suo insegnamento l’uomo deve sperare. La fede in Cristo conduce alla
resurrezione, alla resurrezione di
tutti noi, la fede e la realizzazione
del suo insegnamento nella nostra
vita portano alla salvezza di tutti
noi, ma anche ad affrontare i nostri
problemi nel mondo».
Di qui l’auspicio di Bartolomeo
che «ogni uomo» possa riconoscere
e vivere il messaggio della resurrezione, cioé questo «superamento
della debolezza umana» e il «proclama della vita di fronte alla corruzione del mondo e alle vicissitudini
degli esseri umani». Poiché solo
nella fede in Cristo risorto l’uomo
potrà ritrovare la «speranza rubata»
dalla confusione umana. «Dio voglia che la luce della resurrezione illumini i cuori di tutti».
Esortazione del metropolita d’Italia e Malta
La strada
della libertà
ROMA, 9. In occasione della Pasqua ortodossa che sarà celebrata
domenica 12 aprile, il metropolita
Gennadios, arcivescovo ortodosso
d’Italia e Malta, ha inviato un
messaggio ai fedeli ricordando
san Giorgio il Tropeoforo, patrono e protettore dell’arcidiocesi
ortodossa d’Italia e Malta e della
comunità dei greci ortodossi di
Venezia.
Gennadios, nel sottolineare gli
effetti negativi della crisi attuale,
nemica dell’umanità, che «uccide
ingiustamente e illegalmente», e
della modernizzazione, indiffe-
rente al prossimo, esorta i fedeli,
il clero e il popolo di Dio a percorrere con convinzione la strada
della libertà, la strada della luce,
la strada della verità, che è «sola
e unica». «È la strada di Gesù
Cristo — conclude il messaggio
dell’arcivescovo ortodosso d’Italia e Malta — che guida alla Resurrezione, guida al Regno di
Dio, alla vita eterna, per cui è
stato creato l’uomo, a motivo del
quale è nato, è stato crocifisso, è
stato sepolto ed è risorto il nostro Salvatore Gesù Cristo».
OTTAWA, 9. Gli sforzi militari non
possono da soli portare la pace nel
Vicino oriente; è necessaria una
strategia internazionale più generale. Ad affermarlo è il Consiglio canadese delle Chiese (Cce) in una
lettera congiunta indirizzata al primo ministro Stephen Harper, avente come oggetto la missione militare canadese in Iraq e in Siria. Nel
documento — firmato tra gli altri
dall’arcivescovo di Gatineau, PaulAndré Durocher, presidente della
Conferenza episcopale — si esprime
inquietudine per la crisi umanitaria
che attanaglia i due Paesi, per il
trasferimento forzato e lo sterminio
di antiche comunità cristiane e anche per gli attacchi portati contro
altre minoranze religiose.
Manifestando
apprezzamento
per la partecipazione di tutti i
membri del Parlamento al dibattito
in corso sul ruolo del Canada in
Iraq e in Siria, i rappresentanti del
Cce hanno incoraggiato il Governo
a sostenere e a difendere gli sforzi
diplomatici, così come gli aiuti
umanitari e l’assistenza ai rifugiati.
Inoltre, i leader religiosi invitano a
dare appoggio alle organizzazioni
della società civile e alle iniziative
per il controllo degli armamenti
nella regione così come a quelle
per il rispetto dei diritti dell’uomo.
«D all’estate 2014 — è scritto nella
lettera — abbiamo consultato ampiamente le Chiese e le nostre
agenzie nel Vicino oriente per
ascoltare le loro inquietudini e ricevere consigli sul modo in cui noi,
Chiese canadesi e Canada come
nazione, possiamo contribuire nella
maniera più costruttiva a edificare
la pace in Iraq, in Siria e nell’insieme della regione». Di qui la riflessione sulle conseguenze di estendere la missione militare del Canada
in Siria. «Il nostro punto di vista»,
si osserva, «è ispirato da convinzioni profonde sulla santità della vita
e sulla dignità di ogni persona,
sull’importanza di proteggere da
atrocità le popolazioni vulnerabili». Tuttavia, l’esperienza di passati
interventi militari nell’area suggerisce ora prudenza: «I nostri partner
nella regione esprimono gratitudine
per il soccorso e la protezione portati da recenti missioni militari nel
nord dell’Iraq». Ma assieme alla riconoscenza c’è la consapevolezza
che tale intervento «ha avuto riper-
cussioni importanti e comportato
conseguenze tragiche».
La libertà di coscienza e di religione e, più in generale, il rispetto
dei diritti della persona sono essenziali in Iraq per costruire una società aperta, pacifica e democratica:
«Cristiani, ebrei e musulmani credono nella misericordia di Dio. Ci
incontriamo e, in presenza gli uni
degli altri, preghiamo per la pace
in Iraq e in Siria. Siamo impegnati
a dialogare con le comunità musulmane in Canada, poiché siamo coscienti che le gravi distorsioni del
significato di islam sono causa di
malintesi e sofferenza nel Paese»
per i musulmani impegnati per la
pace e rispettosi della legge. «Condanniamo — concludono dunque i
Indicazioni del Fondo monetario internazionale
Negli Stati Uniti
Più regole
per la finanza islamica
Crescono le vocazioni sacerdotali
DUBAI, 9. La finanza islamica, che
sta registrando una crescita molto
rapida, deve essere regolamentata
e meglio armonizzata per proseguire il suo ulteriore sviluppo. È
quanto si evince da un rapporto
pubblicato dal Fondo monetario
internazionale (Fmi), reso noto
dall’agenzia di stampa Afp.
Questo tipo di finanza che rispetta la legge islamica (sharia)
vieta la speculazione, il ricorso ai
tassi di interesse, che viene paragonato all’usura, i prodotti con
margine di rischio eccessivo o investimenti considerati dannosi per
la società. La finanza islamica si
basa sul pilastro concettuale coranico che il denaro non genera da
sé altro denaro e che esso non ha
alcun valore intrinseco. Pertanto,
gli investimenti conformi alla sharia sono invece strutturati sullo
scambio della proprietà dei beni o
di servizi tangibili.
Secondo il Fondo monetario internazionale, questo settore attualmente disciplinato da norme principalmente emanate dalla finanza
tradizionale, richiede un quadro
normativo e strutture di vigilanza
che rispondano a suoi rischi specifici. L’organismo di vigilanza finanziario internazionale sottolinea
la «necessità di una maggiore armonizzazione e chiarezza nel regolamento, una maggiore cooperazione tra i responsabili di norme
in materia di finanza islamica e
convenzionale, e di strumenti adeguati per una effettiva supervisione».
La finanza islamica opera in un
ambiente in cui le leggi e la fiscalità, le infrastrutture finanziarie e
l’accesso alle reti di sicurezza e alla liquidità della Banca centrale
sono o assenti o inadeguati per le
sue caratteristiche. Nonostante
ciò, il peso di questo settore nella
finanza mondiale — prosegue il
rapporto dell’Fmi — è raddoppiato in quattro anni, rappresentando
adesso circa 2.000 miliardi, con
una domanda di prodotti finanziari in rapido aumento. Circa
quaranta milioni degli 1,6 miliardi
di musulmani nel mondo sono
oggi clienti della finanza islamica,
che fino agli anni ‘70 era solo un
mercato di nicchia. Anche se le
autorità di regolamentazione islamiche hanno messo a punto una
serie di norme, si è ancora lontani
da un funzionamento armonizzato, a causa delle differenze di interpretazione dei testi religiosi e di
applicazione limitata delle regole.
L’Fmi, tuttavia, mette in evidenza
le potenzialità della finanza islamica nell’economia globale, sottolineando il sostegno che potrebbe
offrire alle piccole e medie imprese, e il suo ruolo potenziale in termini di investimenti nelle infrastrutture pubbliche attraverso i
bond islamici (sukuk).
WASHINGTON, 9. Hanno scoperto la
vocazione o, in qualche modo, hanno per la prima volta considerato la
possibilità di farsi prete intorno ai 17
anni. E sono stati incoraggiati a farlo
anche, se non principalmente, dal
proprio parroco (71%), dagli amici
(46%), da altri parrocchiani (45%) e
dalla mamma (40%). In media, prima di entrare in seminario, hanno
frequentato per quindici anni le attività parrocchiali e della diocesi di
appartenenza.
È quanto emerge da una indagine
realizzata negli Stati Uniti tra gli ordinandi sacerdoti dal Center for Applied Research in the Apostolate
(Cara) che opera all’interno della
Georgetown University. Indagine
dalla quale emerge soprattutto un significativo aumento delle vocazioni.
Nel corso del 2015, infatti, le ordinazioni sacerdotali previste sono 595,
contro le 477 del 2014 e le 497
dell’anno precedente.
La ricerca, è spiegato dal sito in
rete dell’episcopato statunitense, viene realizzata annualmente dal Cara,
attraverso i dati forniti dal segretariato per il clero, la vita consacrata e le
vocazioni della Conferenza episcopale. I dati del 2015 appaiono particolarmente incoraggianti. E ciò, chiarisce il vescovo di Raleigh, nel North
Carolina, Michael Francis Burbidge,
presidente della commissione episcopale per il clero, la vita consacrata e
le vocazioni, non solo per l’aumento
del numero dei candidati al sacerdo-
zio, ma anche per le prospettive di
crescita che appaiono all’orizzonte.
«È incoraggiante vedere il lieve aumento delle ordinazioni quest’anno
negli Stati Uniti», ha detto monsignor Burbidge, il quale sottolinea
soprattutto l’importanza di quelle
che vengono definite «influenze positive». Cioè del ruolo determinante
giocato dal parroco, dalla famiglia e
dalla scuola cattolica nel cammino di
discernimento della chiamata vocazionale.
Padre W. Shawn McKnight, direttore esecutivo del segretariato, si sofferma poi su un elemento ritenuto
«preoccupante», relativo agli alti costi del sistema educativo. Per il religioso, «sarà importante trovare modi
per sostenere in futuro la riduzione
del debito».
Quanto ai dati più significativi,
dall’indagine emerge che l’età media
degli ordinandi del 2015 è di 34 anni.
Un dato in linea con quelli degli ultimi anni. Per quanto riguarda l’origine etnica, i nuovi sacerdoti per i
due terzi sono caucasici europei-americani (bianchi). Ma contrariamente
alla popolazione cattolica adulta degli Stati Uniti è più frequente tra di
loro la presenza di originari di Paesi
asiatici o di isole del Pacifico rispetto
quella degli ispanici-latini.
Un quarto dei nuovi sacerdoti non
sono però nati sul suolo statunitense.
Essi provengono principalmente dallo stesso continente americano (Colombia e Messico), dall’Asia (Filippi-
ni e Vietnam), dall’Africa (Nigeria) e
dall’Europa (Polonia). Mediamente
costoro hanno vissuto negli Stati
Uniti per dodici anni.
Un altro dato interessante riguarda l’educazione ricevuta in famiglia.
La quasi totalità degli ordinandi del
2015 è cattolico sin dalla nascita —
solo il 7% lo è divenuto in seguito —
e l’84% è figlio di entrambi i genitori
cattolici. Più di un terzo (37%) ha
poi dichiarato di avere un parente
sacerdote o religioso.
Quanto al livello di istruzione, più
della metà (60%) ha completato il
college prima di entrare in seminario. Uno su sette ha conseguito un
diploma di specializzazione, mentre
uno su tre è entrato in seminario
mentre frequentava ancora il college.
Quanto ai più comuni campi di interesse prima di abbracciare la vocazione, il 20% ha compiuto studi filosofici e teologici, una quasi analoga
percentuale (19%) si è dedicata alle
cosiddette arti liberali e il 13% alla
conoscenza scientifica. Sei su dieci
hanno avuto anche una qualche
esperienza lavorativa a tempo pieno,
mentre solo il 4% ha segnalato di
avere prestato servizio nelle forze armate statunitensi.
Quanto all’istruzione di base, la
metà (per l’esattezza il 51%) ha dichiarato di avere frequentato una
scuola elementare cattolica e per il
45% un college cattolico. Medie nettamente superiori a quelle rilevate tra
i cattolici adulti statunitensi.
leader religiosi — ogni tentativo di
demonizzare l’islam».
Il Consiglio canadese delle Chiese rappresenta venticinque comunità ecclesiali: tra queste gli anglicani, gli evangelici, gli ortodossi, i
protestanti, oltre ai cattolici.
L’OSSERVATORE ROMANO
venerdì 10 aprile 2015
Le sfide pastorali della famiglia
Credibili perché misericordiosi
di MARIO GRECH
È vocazione dei teologi, in comunione con il magistero, acquisire
«un’intelligenza sempre più profonda della Parola di Dio contenuta
nella Scrittura ispirata e trasmessa
dalla tradizione viva della Chiesa»
(Congregazione per la Dottrina della Fede, Donum veritatis, n. 6). Questa conferenza è un passo nella giusta direzione per fornire ai nostri
fratelli la luce di quella verità che ci
rende liberi e illumina la Chiesa
perché predichi il Vangelo della
gioia e della compassione. Le vostre
ricerche teologiche sono fondamentali per affrontare le sfide poste alla
vita matrimoniale e alla famiglia,
poiché ciò di cui la Chiesa avrà bisogno nel prossimo sinodo sarà fornire nuove risposte radicate nella
Parola di Dio, fedeli alla tradizione
della Chiesa e “creative”. Serve a
poco riunirsi per ripetere ciò che già
si sa. Occorre una riflessione teologica profonda nella Chiesa, poiché
questa, come afferma il concilio Vaticano II, favorisce la crescita della
«comprensione, tanto delle cose
quanto delle parole trasmesse» (Dei
Verbum, n. 8).
Tuttavia, al fine di poter dare “risposte concrete” dobbiamo essere in
contatto con l’esperienza concreta
delle nostre famiglie. Considero
dunque lodevole il punto di partenza della conferenza: l’“esperienza
concreta” delle sfide poste al matrimonio e alla famiglia nel nostro
continente. Dobbiamo guardare in
maniera attenta e compassionevole
alle situazioni nelle quali si trovano
oggi le famiglie. Permettetemi di citare quanto ho già detto nell’ultimo
sinodo: «La “creatività”, sia nel linguaggio sia nell’atteggiamento pastorale verso le persone che si trovano in situazioni pastorali difficili, richiede più di una mera modifica
esterna. Anzi, esige la ricerca costante di nuove risposte, insieme a
nuovi approcci pastorali che possono essere tratti dagli insegnamenti
dei Padri della Chiesa. È auspicabi-
le che tali situazioni vengano analizzate attentamente, con “erudizione
teologica” e “mentalità pastorale”,
per ottenere soluzioni pastorali adeguate, costruite su riflessioni dottrinali approfondite».
Alcuni temono che questa esperienza sinodale possa scuotere le solide fondamenta dell’insegnamento
della Chiesa sul matrimonio e sulla
famiglia. Da parte mia, ritengo che
ciò di cui dovremmo aver paura è la
nostra resistenza allo Spirito Santo
che guida la Chiesa: una paura che
dovrebbe essere sentita da tutti coloro che amano Cristo e la sua
Chiesa, quel timor Domini che costituisce l’initium sapientiae. Tutti noi
dovremmo, dinanzi a Dio, fare un
esame di coscienza, per restare sempre radicati nel Signore e far sì che
le nostre riflessioni e proposte siano
guidate da un amore sincero e autentico per lui e la sua Chiesa.
Riflettendo sul momento attuale
nella storia della Chiesa, ho l’impressione che questa esperienza sinodale non riguardi solo il matri-
Verso
il sinodo
Pubblichiamo
quasi per intero,
in una nostra traduzione,
l’intervento che il vescovo
di Gozo e presidente
della Conferenza episcopale
maltese ha tenuto
in occasione di un recente
convegno dedicato — in
vista del sinodo dei vescovi
dell’ottobre prossimo —
alle prospettive culturali e
alle sfide pastorali
riguardanti il matrimonio
e la famiglia
nei Paesi europei.
All’assemblea dell’Unione superiore maggiori d’Italia
L’autorità
al servizio della trasformazione
ROMA, 9. L’autorità esercitata nella guida delle comunità di vita
consacrata «è chiamata a far crescere la persona, quindi aiutare a
essere liberi, spingere alla comunione, aprire spazi di speranza per
il futuro». È il messaggio che viene dalla sessantaduesima assemblea nazionale dell’Unione superiore maggiori d’Italia (Usmi), in
corso di svolgimento presso la
Pontificia Università Urbaniana.
Il tema dei lavori, che si concludono venerdì 10, ai quali prendono parte circa 500 madri generali
e provinciali, è: «L’arte del passaggio. Autorità come servizio pasquale».
Ai lavori sono stati invitati diversi relatori, fra i quali padre Lorenzo Prezzi, il quale, nel suo intervento ha sottolineato che il servizio dell’autorità è radicalmente
cambiato, anche in considerazione
del fatto che la vita religiosa sta
diventando “invisibile”. Non sempre infatti si vede che si fa apostolato per il Signore. Secondo padre
Prezzi, si assiste a una mondanizzazione della vita religiosa e soprattutto a un «cambiamento del
modello di vita».
Praticamente è terminata l’epoca delle congregazioni il cui apostolato è nel sociale. È in questo
contesto, è stato ricordato, che Papa Francesco ha invitato i religiosi
a uscire, per andare a evangelizzare. L’invito al coraggio e a non
adeguarsi allo spirito del mondo
richiedono che la vita religiosa si
appropri di quello che è le tipico:
la testimonianza e la profezia.
Obiettivo dell’incontro delle superiore è dunque quello di «manifestare la ricchezza della comunione, essere illuminate nel servizio
di governo, riflettere insieme, individuare percorsi di vita per elaborare — si legge in un comunicato
dell’Usmi — progetti comuni di
formazione, di evangelizzazione,
di interventi sociali per uscire con
maggior coraggio dai confini del
proprio istituto».
monio e la famiglia, ma anche la
Chiesa stessa e il modo in cui dobbiamo vivere la nostra chiamata a
essere fratelli e sorelle in Cristo.
Questa carità fraterna ci aiuterà a
vivere secondo l’assioma paolino
maior est charitas: l’amore prevalga
su ogni cosa (cfr. 1 Corinzi, 13, 13).
Non temo una Chiesa che, come famiglia, s’interroga su come predicare il Vangelo nel mondo attuale. Temo invece una Chiesa che non riesce a proseguire il suo cammino sotto la guida dello Spirito Santo per
giungere a una comprensione della
verità sempre più piena. Dobbiamo
andare avanti con coraggio e creatività.
Così, dovremmo tutti invocare
sulla nostra Chiesa lo Spirito di verità, che è anche lo Spirito di amore
e di comunione. Mi rattrista incontrare sacerdoti e laici che hanno un
amore e una dedizione profondi per
il Signore e per la sua Chiesa e che
mi dicono di sentirsi confusi e disorientati dalla riflessione e dal dibattito teologico che si stanno svolgendo sulle sfide pastorali riguardanti
la famiglia. Ammetto che talvolta
tale disorientamento è dovuto alla
visione di una Chiesa divisa in due
poli opposti: i conservatori e i progressisti, che si accusano reciprocamente di sbagliare e di essere ingannevoli nelle loro asserzioni. Ricordando le tentazioni indicate da Papa Francesco nel suo discorso al termine del sinodo dello scorso ottobre, che preoccupano sia i cosiddetti
conservatori, sia i cosiddetti progressisti, dovremmo evitare di “classificarci” gli uni gli altri con etichette
che dividono. Dobbiamo invece cercare tutti di essere veramente fedeli
a Cristo nostro Signore e alla sua
Chiesa mentre procediamo sul nostro cammino nel mondo. In altre
parole, ciò che vorrei sottolineare è
che scendere a compromesso con le
tendenze attuali e populiste è una
cosa e andrebbe evitato, mentre essere fedeli allo Spirito Santo è
tutt’altra cosa; è una cosa non solo
lodevole, ma anche necessaria per
compiere la nostra missione di proclamare il Vangelo all’intera umanità.
Come afferma il Papa: «La Chiesa dev’essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano
sentirsi accolti, amati, perdonati e
incoraggiati a vivere secondo la vita
buona del Vangelo» (Evangelii gaudium, n. 114). È una Chiesa misericordiosa quella che rende possibile
a tutti di sperimentare l’amore redentore di nostro Signore Gesù Cristo. Alcuni potrebbero considerare
questa enfasi sulla misericordia come un segno che la Chiesa sta diventando “sentimentale”, rendendo
sfocata la sua visione di ciò che è
vero e buono. Tuttavia, una Chiesa
misericordiosa è quella che trasmette la verità il cui cuore è ferito
dall’amore per gli uomini. La misericordia non rende la Chiesa vulnerabile, bensì credibile, poiché è questa Chiesa “ferita per amore” che dà
una testimonianza autentica del
“Cuore ferito del suo Maestro Gesù
Cristo”. Papa Francesco, di nuovo,
dice chiaramente: «Preferisco una
Chiesa accidentata, ferita e sporca
per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la
chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» (Evangelii gaudium, n. 49). La vera misericordia, ben lungi dall’essere “lassista”, è ciò di cui l’umanità, e in particolare le nostre famiglie, hanno sete per incontrare il loro unico Signore e Salvatore.
pagina 7
ZAGABRIA, 9. «Nella società croata
si assiste con sempre maggiore frequenza a casi di individui e famiglie che, colpiti da circostanze o
avvenimenti avversi, sono condotti
al limite della loro pazienza e della
loro sopportazione». È l’allarme
lanciato dall’arcivescovo di Zagabria, il cardinale Josip Bozanić, nel
suo messaggio di Pasqua, nel quale
ha avvertito che «la società non
può rimanere indifferente davanti
al dolore di chi, soprattutto i giovani, ha difficoltà a trovare un lavoro, di chi perde la casa, di chi
non è in grado di sostenere e di
dare un’istruzione adeguata ai propri figli e di chi, in numero crescente, dipende dall’assistenza di
enti benefici e di istituzioni sociali». Al riguardo, il porporato ha
espresso profonda gratitudine ai
volontari e ai sostenitori della Caritas, che negli ultimi tempi hanno
aumentato gli sforzi per fornire assistenza ai più svantaggiati, e ha ricordato con rammarico come, recentemente, si siano verificati casi
nei quali i prestiti bancari hanno
gettato nella povertà e al limite
della sopravvivenza migliaia di cittadini. «È difficile evitare di pensare che si tratti di usura», ha affermato il cardinale, «perché ciò crea
benefici da un lato (le banche) e
perdite dall’altro (i cittadini croati)
con una evidente sproporzione.
Purtroppo — ha proseguito — sembra che già dall’inizio i meccanismi
di controllo che avrebbero dovuto
tutelare i cittadini sono falliti, mentre in alcuni Paesi (come l’Austria)
le banche centrali hanno impedito
processi simili all’interno dei propri
mercati finanziari».
Il cardinale ha ricordato che Papa Francesco, quando era ancora
arcivescovo di Buenos Aires, parlava già del nuovo dominio monetario che può impoverire in un istante molte famiglie. Come Papa
Francesco, l’arcivescovo di Zaga-
Il cardinale Bozanić chiede tutela per i giovani croati
Un futuro
nella solidarietà
bria ha esplicitamente condannato
l’usura e ha esortato le istituzioni
statali a «impedire e a rafforzare il
proprio impegno a favore delle vittime. Nel caso della Croazia — ha
proseguito il porporato — mi appello a tutti i responsabili coinvolti
nel grave fenomeno dei prestiti
bancari ad alti interessi a trovare
una soluzione e una distribuzione
equa degli oneri nel quadro del sistema. In questo momento, nessuno ha il diritto di lavarsi le mani
come fece Pilato, soprattutto chi
non ha fatto ciò che era necessario
fare. Le autorità statali — ha sottolineato il cardinale — devono bloccare i tentativi di risolvere il problema in maniera superficiale, perché ogni volta che un problema
viene nascosto sotto il tappeto si
creano nuove difficoltà e tensioni
che minacciano la pace civile». Secondo il porporato, al fine di prevenire eventi simili, lo Stato dovrebbe varare una migliore normativa, più equilibrata: «Raccomando
ai fedeli e a tutte le persone di
buona volontà di diffidare della
pubblicità ingannevole che promette guadagni facili. Credo che abbiamo bisogno di molta più cautela, unità, comunicazione, solidarietà, rispetto reciproco e sensibilità.
Tutto questo — ha concluso l’arcivescovo di Zagabria — è particolarmente vero quando si tratta delle
persone più vulnerabili e svantaggiate della società. Dinanzi a questi
sviluppi, è necessario trovare la forza e un nuova volontà politica di
avviare i meccanismi sociali che
possono aprire nuovi orizzonti di
speranza».
Iniziative della Conferenza episcopale ceca per le coppie sposate
Punto di forza
PRAGA, 9. La Conferenza episcopale ceca, anche in vista dei lavori del
del prossimo sinodo dei vescovi, ha
promosso per sabato prossimo un
dibattito al Senato sulle politiche
famigliari da avviare nel Paese. Il
tema di fondo è la valorizzazione
della famiglia, non più come istituto “debole” da difendere, ma anche
come punto di forza della società.
L’evento è organizzato dal Centro
nazionale per la famiglia, istituzione fondata dall’organizzazione episcopale già nel 1996. L’organismo,
ha spiegato all’agenzia Sir, la direttrice, Marie Oujezdska, «individua
la sua missione in attività a sostegno della famiglia, vista come un
ambiente unico in cui nascono e si
sviluppano i valori che sono indispensabili per la prosperità della
nostra società. La filosofia del nostro lavoro — ha continuato — si
ispira alla concezione cristiana
della dignità umana. Vogliamo
contribuire a creare un’atmosfera
pro famiglia motivando donne e
uomini a fondarne una, ad approfondire relazioni coniugali stabili e
di qualità, affinché siano incoraggiati ad allevare un numero ottimale di figli».
Il centro collabora con numerose
organizzazioni pro famiglia, sia
nella Repubblica Ceca sia all’estero, coordina conferenze e dibattiti
e sviluppa diversi programmi che
riflettono le principali questioni di
attualità inerenti all’istituto fami-
gliare. Secondo Oujezdska, «la famiglia non dovrebbe essere vista
come un problema sociale. Non
dobbiamo parlarne soltanto come
di un’istituzione che ha bisogno di
sostegno. Soprattutto — precisa —
dovrebbe essere valorizzata come
una fonte di prosperità di ogni società. Il nostro ruolo consiste nel
rafforzare i benefici del matrimonio
e della genitorialità. Ritengo che
sia estremamente importante che il
valore della famiglia venga presentato in modo positivo e comprensibile».
Nella Repubblica Ceca sono numerose le iniziative della Conferenza episcopale volte a promuovere e
a tutelare la famiglia. Oujezdska ricorda che «c’è un centro speciale
per la famiglia che opera presso il
dipartimento pastorale di ogni diocesi. Il compito principale, come
da tradizione, è di fornire una preparazione spirituale al matrimonio
e dunque questi centri lavorano per
offrire un servizio alle famiglie in
tutte le fasi della loro esistenza.
Queste attività — sottolinea — vanno però a beneficio non solo dei
cattolici praticanti, ma anche di
persone di altre confessioni o religioni che apprezzano la parte essenziale di questo servizio. Inoltre
— conclude — tutte le persone hanno l’opportunità di entrare in familiarità con la vita dei fedeli, di fare
amicizie. Siamo testimoni di lunga
data di questa esperienza, poiché
siamo stati fondati dalla Conferenza episcopale ceca diversi anni fa».
Naturalmente, a tutte le famiglie
che hanno bisogno, oltre che di un
aiuto morale, anche di un sostegno
concreto, la Chiesa cattolica nella
Repubblica Ceca offre il proprio
servizio attraverso gli uffici nazionali e regionali della Caritas.
Lutto nell’episcopato
Monsignor Elmo Noel Joseph
Perera, vescovo emerito di Galle, in Sri Lanka, è morto nella
mattina di giovedì 9 aprile.
Il compianto presule era nato a Madampe, in diocesi di
Chilaw, il 4 dicembre 1932 ed
era stato ordinato sacerdote il
21 dicembre 1960. Eletto alla
Chiesa titolare di Gadiaufala il
17 dicembre 1992 e nominato,
allo stesso tempo, ausiliare di
Galle, aveva ricevuto l’ordinazione episcopale il 6 gennaio
1993. Il 1° giugno 1995 era divenuto vescovo della diocesi di
Galle, al cui governo pastorale
aveva rinunciato l’11 ottobre
2004.
Le esequie saranno celebrate
alle 10.30 di sabato 11, nella cattedrale di Galle.
†
I Superiori e il personale dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica sono affettuosamente
vicini alla Signora Clelia Fois per la
repentina morte del fratello
MAURIZIO
Nel porgere sentite condoglianze
chiedono al Signore che lo introduca nel possesso della gioia eterna e
conforti i familiari con la speranza
cristiana.
L’OSSERVATORE ROMANO
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venerdì 10 aprile 2015
«San Gregorio di Narek»
(XII secolo)
Nella mattina di giovedì 9 aprile Papa
Francesco ha ricevuto in udienza i membri
del sinodo patriarcale della Chiesa
armeno-cattolica. Dopo il saluto del patriarca
di Cilicia degli Armeni Nersos Bedros XIX
Tarmouni, il Pontefice nel suo discorso ha
richiamato la lunga storia di fedeltà
e l’«ammirevole patrimonio di spiritualità
e di cultura» del popolo armeno.
Il discorso del Pontefice al sinodo patriarcale della Chiesa armeno-cattolica
Una storia
di fedeltà e di risurrezione
Beatitudine, Eccellenze!
Vi saluto fraternamente e vi ringrazio per
questo incontro, che si colloca nell’imminenza della celebrazione di domenica prossima nella Basilica Vaticana. Eleveremo la
preghiera del suffragio cristiano per i figli e
le figlie del vostro amato popolo, che furono vittime cento anni orsono. Invocheremo
la Divina Misericordia perché ci aiuti tutti,
nell’amore per la verità e la giustizia, a risanare ogni ferita e ad affrettare gesti concreti
di riconciliazione e di pace tra le Nazioni
che ancora non riescono a giungere ad un
ragionevole consenso sulla lettura di tali
tristi vicende.
In voi e attraverso di voi saluto i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i seminaristi e
i fedeli laici della Chiesa Armeno-Cattolica:
so che in tanti vi hanno accompagnato in
questi giorni qui a Roma, e che molti di
più saranno uniti spiritualmente a noi, dai
Paesi della Diaspora, come gli Stati Uniti,
l’America Latina, l’Europa, la Russia,
l’Ucraina, fino alla Madrepatria. Penso con
tristezza in particolare a quelle zone, come
quella di Aleppo — il Vescovo mi ha detto
«la città martire» — che cento anni fa furono approdo sicuro per i pochi sopravvissuti. Tali regioni, in questo ultimo periodo,
hanno visto messa in pericolo la permanenza dei cristiani, non solo armeni.
Il vostro popolo, che la tradizione riconosce come il primo a convertirsi al cristianesimo nel 301, ha una storia bimillenaria e
custodisce un ammirevole patrimonio di
spiritualità e di cultura, unito ad una capacità di risollevarsi dopo le tante persecuzioni e prove a cui è stato sottoposto. Vi invito a coltivare sempre un sentimento di riconoscenza al Signore, per essere stati capaci
di mantenere la fedeltà a Lui anche nelle
epoche più difficili. È importante, inoltre,
chiedere a Dio il dono della sapienza del
cuore: la commemorazione delle vittime di
cento anni fa ci pone infatti dinanzi alle tenebre del mysterium iniquitatis. Non si capisce se non con questo atteggiamento.
Come dice il Vangelo, dall’intimo del
cuore dell’uomo possono scatenarsi le forze
più oscure, capaci di giungere a programmare sistematicamente l’annientamento del
fratello, a considerarlo un nemico, un avversario, o addirittura individuo privo della
stessa dignità umana. Ma per i credenti la
domanda sul male compiuto dall’uomo introduce anche al mistero della partecipazione alla Passione redentrice: non pochi figli
e figlie della nazione armena furono capaci
di pronunciare il nome di Cristo sino all’effusione del sangue o alla morte per inedia
nell’esodo interminabile cui furono costretti.
Le pagine sofferte della storia del vostro
popolo continuano, in certo senso, la passione di Gesù, ma in ciascuna di esse è posto il germoglio della sua Resurrezione.
Non venga meno in voi Pastori l’impegno
di educare i fedeli laici a saper leggere la
realtà con occhi nuovi, per giungere a dire
ogni giorno: il mio popolo non è soltanto
quello dei sofferenti per Cristo, ma soprat-
I lavori del congresso internazionale per i formatori alla vita consacrata
Il Vangelo dev’essere il “vademecum” del
consacrato, così come lo è stato per i fondatori e le fondatrici. Lo ha suggerito il
cardinale João Braz de Aviz aprendo i lavori del congresso internazionale sul tema «Formati alla vita consacrata nel cuore della Chiesa e del mondo», che si
svolge a Roma dal 7 all’11 aprile.
Il prefetto della Congregazione per gli
istituti di vita consacrata e le società di
vita apostolica ha invitato i religiosi e le
religiose a incarnare la buona novella nei
nuovi contesti geografici e culturali che
attendono oggi la loro missione. Una sfida, ha rimarcato, su cui è necessario riflettere soprattutto in questo anno a loro
dedicato.
Il porporato ha sottolineato come per
affrontare questa sfida i consacrati abbiano a disposizione delle linee guida a cui
Caravaggio, «San Matteo e l’angelo» (1602)
fare riferimento, in particolare il Vaticano
e il magistero dei Pontefici. Papa Francesco, ha ricordato il cardinale, ha definito l’assise conciliare una ventata di Spirito Santo per tutta la Chiesa. «Grazie a
esso — ha aggiunto — la vita consacrata
ha attuato un fecondo cammino di rinnovamento che, con le sue luci e le sue ombre, è stato un tempo di grazia». Il Pontefice, ha sottolineato, «orienta ancora, in
questo “guardare il passato con gratitudine”», a vivere l’Anno della vita consacrata come «un’occasione anche per confessare con umiltà e con grande confidenza
in Dio amore, la propria fragilità e per
viverla come esperienza dell’amore misericordioso del Signore»; ma anche «per
gridare al mondo con forza e per testimoniare con gioia la santità e la vitalità
presenti nella gran parte di coloro che sono stati chiamati a seguire Cristo».
Il porporato ha invitato i presenti a
chiedersi se il Vangelo sia veramente il
II
Vademecum quotidiano
“vademecum” a cui fare riferimento ogni
giorno, come lo era per i fondatori e per
le fondatrici. Senza dimenticare che il Papa ha esortato a vivere il presente con
passione, a diventare «esperti di comunione» e testimoni e artefici di quel
«progetto di comunione», che «sta al
vertice della storia dell’uomo secondo
Dio». Pur riconoscendo le difficoltà
odierne, il prefetto ha invitato ad abbracciare il futuro con speranza. «Siamo in
molti — ha detto — a curare la dimensione della formazione nella vita consacrata
nella Chiesa e qui, insieme, possiamo approfondire nuovi sentieri».
Per tutti — quanti hanno già alle spalle
anni di esperienza in ambito formativo e
quanti iniziano da poco — «rimane l’appello a far fruttare le strade già percorse
da tanti come veri discepoli di Gesù nel
passato». Infatti, ha detto il porporato, la
memoria grata del passato «vissuto da
fondatori e fondatrici, ci fa riprendere il
nuovo momento presente, complesso, sfidante», ma, allo stesso tempo, «con la
certezza della fedeltà sempre rinnovata
nel Signore vivo che alimenta in noi la
speranza, in modo che possiamo dire: “so
che lui è fedele, per questo posso sempre
sperare e camminare, cercando i nuovi
sentieri possibili”».
Tra le numerose difficoltà che sperimentate oggi: diminuzione delle vocazioni, invecchiamento, problemi economici,
globalizzazione, relativismo, emarginazione e irrilevanza sociale. Ma è proprio in
queste incertezze, ha assicurato il cardinale, che «si attua la nostra speranza,
frutto della fede del Signore della storia
che continua a ripeterci: “Non aver paura, perché io sono con te”». Una speranza che non «si fonda sui numeri o sulle
opere, ma su colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia».
Anche l’intervento di Michelina Tenace
sul tema «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù (Fil 2, 5). Col cuore
del Figlio sulle strade del mondo», è stato all’insegna della formazione, concepita
come azione teologico-trinitaria. Tenace
ha spiegato che la formazione integrale
deve essere attenta a tutte le dimensioni
— intellettuale ed emotiva, individuale e
comunitaria, personale e sociale, affettiva
e sessuale — e deve mirare alla conformazione ai sentimenti di Cristo. La vita consacrata, ha detto, «ha origine nella creazione dell’essere umano, maschio e femmina a immagine di Dio; attinge al dinamismo della incarnazione del Figlio di
Dio “per noi e per la nostra salvezza”, rivelandoci che il peccato non ha potuto
cancellare l’amore del Padre per noi».
Quindi essa deve mirare alla «progressiva
assimilazione dei sentimenti di Cristo
verso il Padre» e «deve favorire il dono,
e nel dono fare sperimentare più vita e
non meno, perché la persona è viva in
quella relazione che la costituisce e non
per ciò che possiede».
Nella formazione, inoltre, si comunicano i carismi. In che modo ciò avviene?
Anche in questo caso il primato è di Dio:
«il carisma è la manifestazione di una
modalità del dono fino al sacrificio di
sé». Esso, dunque, scaturisce da una risposta all’amore del Padre, da un profondo desiderio di “essere per”. Il “fare” ne
è una conseguenza. Una formazione che
tenga presente questo aspetto può modellare uomini e donne, figli di Dio, liberi di scegliere e di amare. Una formazione che ponga l’accento sull’“essere” non
rischia infatti di diventare mera esaltazione dell’uomo, ma esaltazione del divino
nell’umano.
D’altronde, ha sottolineato Tenace, anche le prove sono necessarie nella formazione: «Se sono vissute come partecipazione alla Pasqua, sono esperienze di risurrezione e aprono alla bellezza della testimonianza». Infatti «nulla è più convincente di un uomo che ha attraversato
la tomba e ha custodito la sua integrità
filiale, risorto dal Padre per essere segno
in mezzo ai fratelli. La Pasqua è lo splendore della vocazione a essere partecipi
della vita divina, cioè trinitaria, cioè ecclesiale».
Le ha fatto eco padre Amedeo Cencini, che nella sua relazione sul tema «Finché non sia formato Cristo in voi (Gal 4,
19). Formati dal Padre per tutta la vita
nella potenza dello Spirito Santo», ha
spiegato come la formazione sia azione
del Padre che mira a formare nei religiosi
i sentimenti e la sensibilità del Figlio. Da
questa visione derivano alcune conseguenze: la prima è di natura psicologica.
Un’azione formativa non può che durare
tutta la vita, in quanto se deve incidere
nel profondo delle persone deve prolungarsi per l’intera esistenza. È l’idea della
formazione continua. La seconda conseguenza è di natura teologica: se è il Padre il “formatore”, egli non smette di ricercare in noi il volto e il cuore di suo
Figlio. La formazione continua ha dunque radici teologiche: essa non viene dopo la formazione vera e propria, quella
che si può definire istituzionale, ma viene
prima, ossia è la premessa e il fondamento di tutto l’itinerario formativo.
Da qui la provocazione di padre Cencini: a che serve, allora, la formazione
iniziale? Essa ha una funzione importan-
tissima, perché cerca di suscitare nel giovane la disponibilità a continuare a lasciarsi formare dalla vita e da tutte le sue
provocazioni educative. È la cosiddetta
docibilitas, cioè la disponibilità umile e intelligente di chi «ha imparato a imparare», di chi è riuscito a lasciarsi toccare e
mettere in crisi dalla vita in ogni situazione, di quanti hanno imparato sia dai successi, sia dagli insuccessi.
È pertanto necessario che il giovane
impari a cercare Dio in tutto, in ogni
momento e in ogni persona, nella buona
e nella cattiva sorte, nei poveri e nei deboli. Per questo, ha concluso padre Cencini, è importante la formazione iniziale,
perché oggi non basta più formare persone docili; occorre formare persone alla
docibilitas, libere e responsabili della propria crescita, desiderose di lasciarsi plasmare dalla mano del Padre ogni giorno
della loro vita.
tutto dei risorti in Lui. Per questo è importante fare memoria del passato, ma per attingere da esso linfa nuova per alimentare
il presente con l’annuncio gioioso del Vangelo e con la testimonianza della carità. Vi
incoraggio a sostenere il cammino di formazione permanente dei sacerdoti e delle
persone consacrate. Essi sono i vostri primi
collaboratori: la comunione tra loro e voi
sarà rafforzata dall’esemplare fraternità che
essi potranno scorgere in seno al Sinodo e
col Patriarca.
Il nostro pensiero riconoscente va in questo momento a quanti si adoperarono per
recare qualche sollievo al dramma dei vostri
antenati. Penso specialmente a Papa Benedetto XV che intervenne presso il Sultano
Mehmet V per far cessare i massacri degli
armeni. Questo Pontefice fu grande amico
dell’Oriente cristiano: egli istituì la Congregazione per le Chiese Orientali e il Pontificio Istituto Orientale, e nel 1920 iscrisse
Sant’Efrem il Siro tra i Dottori della Chiesa
Universale. Sono lieto che questo nostro
incontro avvenga alla vigilia dell’analogo
gesto che domenica avrò la gioia di compiere con la grande figura di San Gregorio
di Narek.
Alla sua intercessione, affido specialmente il dialogo ecumenico tra la Chiesa Armeno-Cattolica e la Chiesa Armeno-Apostolica, memori del fatto che cento anni fa come oggi, il martirio e la persecuzione hanno già realizzato “l’ecumenismo del sangue”. Su di voi e sui vostri fedeli invoco
ora la benedizione del Signore, mentre vi
chiedo di non dimenticare di pregare per
me! Grazie!
Convegno dell’apostolato del mare
In dialogo con l’islam
Rilanciare nei porti e a bordo delle navi il
dialogo tra persone di differenti religioni.
Perché, sebbene l’attuale clima internazionale
non aiuti l’incontro tra culture, il dialogo è
un’esigenza vitale, non facoltativa, per i cristiani. È una delle indicazioni più significative tra quelle scaturite nei giorni scorsi
dall’incontro dei coordinatori dell’apostolato
del mare nell’area mediterranea, tenutosi a
Marsiglia sotto la presidenza del vescovo Joseph Kalathiparambil, segretario del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e
gli itineranti.
Il tema del dialogo soprattutto con l’islam
è stato in qualche modo obbligato dalla presenza nel porto marsigliese della Costa fascinosa, i cui croceristi sono rimasti coinvolti
nell’attentato al museo del Bardo di Tunisi.
E proprio sulla grande nave monsignor Kalathiparambil ha celebrato alla vigilia dell’apertura dei lavori la messa in suffragio delle 22
vittime e per la guarigione dei numerosi feriti. «Nessuno tra i passeggeri e l’equipaggio —
ha detto all’omelia — poteva immaginare che
Durante la cerimonia di indizione dell’anno santo
La bolla ai rappresentanti della Chiesa nel mondo
Papa Francesco consegnerà a sei rappresentanti della Chiesa nel mondo una copia della Misericordiae vultus, la bolla di indizione del giubileo straordinario, durante la celebrazione in programma nel pomeriggio di sabato 11 aprile, vigilia della II domenica di
Pasqua o della Divina misericordia. A ricevere il documento — oltre ai quattro arcipreti
delle basiliche papali di Roma — saranno i cardinali Ouellet, Filoni e Sandri, prefetti
rispettivamente delle Congregazioni per i vescovi, per l’evangelizzazione dei popoli e
per le Chiese orientali; l’arcivescovo Savio Hon Tai-Fai, segretario di Propaganda Fide,
in rappresentanza di tutto l’Oriente, il vescovo Barthélemy Adoukonou, segretario del
Pontificio Consiglio della cultura, in rappresentanza del continente africano, e monsignor Khaled Ayad Bishay, della Chiesa patriarcale di Alessandria dei Copti, in rappresentanza delle Chiese orientali.
una settimana programmata per il relax e il
riposo, sarebbe stata ricordata con paura e
terrore». Soprattutto, ha aggiunto «è difficile
per noi capire la logica di questi attacchi terroristici, impossibile comprendere perché sia
necessario uccidere e distruggere per affermare i propri principi». E tutto questo — ha
spiegato — «ci fa sentire insicuri, impauriti.
Sembra che non ci sia nessun posto in cui
poter essere in salvo e che non ci si possa fidare di nessuno. Molte sono le domande davanti a tanta violenza. Ma di sicuro non dobbiamo rispondere con maggior violenza». Da
qui l’importanza di celebrare l’Eucaristia, ha
concluso il vescovo, che è «la più grande manifestazione dell’amore divino», e di «invocare il dono della pace e della tolleranza tra le
nazioni».
Successivamente nel corso dei lavori si è
parlato della necessità di migliorare la comunicazione tra i coordinatori dell’apostolato
del mare, soprattutto attraverso la rete web, e
sono stati fissati alcuni appuntamenti in preparazione al congresso mondiale per il centenario di questa realtà pastorale nel 2020. Tra
i problemi segnalati, la mancanza di risorse
umane e finanziarie, la scarsa continuità di
una formazione specifica e un certo disinteresse da parte della gerarchia.
E se generalmente il congresso si tiene a
Roma, la scelta di Marsiglia ha offerto l’occasione per conoscere realtà locali come la
scuola nautica, i cui studenti frequentano la
cappellania marittima creata nel 1996. Essa
attira anche giovani di altre fedi, creando un
legame comunitario che prosegue anche dopo gli anni della formazione. Significativa infine la scelta dei temi approfonditi. Suor Colette Hamza, dell’Institut Catholique de la
Méditerranée (Imc), si è interrogata sulla
possibilità di un dialogo con l’islam, mentre
il direttore dello stesso Imc, Remi Caucanas,
ha parlato dell’evoluzione dell’ecumenismo
dal concilio Vaticano II a oggi.